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C’è del buono

crocifissione bianca 240

Non so se nei prossimi giorni aggiornerò il blog. In alcuni periodi dell’anno stacco un po’. Mi piace l’idea di lasciare questa breve riflessione-citazione-abbinamento per questi giorni che precedono e poi seguono la Pasqua.
Sam: «È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte; ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra, anche l’oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so: le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto; andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa». Frodo: «Noi a cosa siamo aggrappati Sam?». Sam: «C’è del buono in questo mondo, padron Frodo: è giusto combattere per questo!»” (‘Il Signore degli anelli – Le due torri’).
Quella narrata da J. R. R. Tolkien è una storia inventata. Leggendo questo passo mi sono venute però alla mente le parole di una pensatrice che ha vissuto realmente e di cui ho scritto già diverse volte sul blog. Etty Hillesum, da perseguitata, afferma: “La barbarie nazista risveglia lo stesso tipo di barbarie in noi […]. Dobbiamo respingere quella barbarie da noi stessi, non dobbiamo coltivare l’odio interiormente perché, altrimenti, il mondo non riuscirà a fare un solo passo fuori dalla melma. Non che la nostra condotta contro il nuovo sistema debba essere ingenua e priva di principi, ma questa è un’altra faccenda. Combattere gli istinti malvagi che quella gente risveglia in noi è qualcosa di molo diverso da un ipotetico essere «oggettivi», dal vedere il cosiddetto «bene» nel nemico – fare questo è solo tergiversare e non ha niente a che fare con ciò che voglio dire. Ma si può essere veri militanti e agire con ricchezza di principi senza essere pieni di odio” (De nagelaten geschriften, tratto da Uno sguardo nuovo, Iacopini-Moser, pag. 29).

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3×1

Tintoretto. L'ultima cena 2

Può un giorno durare tre giorni? Sì: lo spiega in questo bell’articolo, breve e chiaro, Assunta Steccanella. La fonte è Chi cercate?
Il Triduo pasquale (dal lat. tridŭum = periodo di tre giorni) è lo spazio di tempo compreso tra la messa vespertina (In Cena Domini) del Giovedì santo e i vespri della Domenica di Risurrezione. La sua origine è molto antica: nella Chiesa d’Occidente sia Ambrogio (†397) che Agostino (†430) menzionano nei loro scritti il Triduo sacro.
Occorre sottolineare che Triduo pasquale non significa ‘tre giorni di preparazione alla Pasqua’: si tratta di un unico, grande evento, che equivale a ‘Pasqua celebrata in tre giorni’. Il Triduo è quindi la Pasqua nel suo tutto unitario, dalla passione e morte alla sepoltura, attraverso il dolente silenzio del sepolcro, fino alla Risurrezione. Questo tempo è il centro dell’anno liturgico, in quanto ri-presenta l’accadimento fontale per la nostra fede. Inizia con una sorta di preludio, la Messa In Cena Domini del Giovedì santo, ricca di significati: rimanda alla cena con i discepoli che segna l’inizio della passione, è la memoria sacramentale del mistero pasquale consegnataci da Gesù stesso, ricorda il sacerdozio ministeriale e il comandamento dell’amore fraterno. L’Eucaristia, che El Greco. Crocifissionedi tale amore è simbolo e fonte, ha suscitato fin dal XII-XIII sec. l’adorazione del popolo cristiano, che si protrae fino alla mezzanotte.
Il Venerdì santo è il giorno della passione e morte del Signore, e del digiuno pasquale come segno esteriore della nostra partecipazione al suo sacrificio. E’ un giorno aliturgico, ossia senza Eucaristia: le celebrazioni pomeridiane e serali sono infatti momenti di commemorazione degli eventi della passione e di adorazione della croce; i fedeli ricevono la Comunione con particole consacrate il giorno prima.
E’ però il Sabato santo il giorno aliturgico per eccellenza: invita alla sosta silenziosa presso il sepolcro, rimandando alla sepoltura di Gesù e alla discesa agli inferi (la salvezza nell’abisso – Von Balthasar). L’altare è spoglio, le luci spente, le campane silenziose.
Il momento culminante del Triduo, il nucleo da cui ha avuto origine ed il centro di tutto l’anno liturgico è la Veglia pasquale: per antichissima tradizione è notte di veglia in attesa del Signore, di speranza vigilante. Fin dai primissimi secoli è nel corso di questa Veglia che vengono celebrati i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, e che trova la sua forma paradigmatica il rito del Battesimo, la prima immersione personale nella Pasqua di Cristo.
La Domenica di Risurrezione infine apre il tempo pasquale, che si concluderà con la Domenica di Pentecoste.”

Giotto. Noli me tangere