
“La gemma che ho deciso di portare è Shanti, il mio gatto. Il suo nome è un termine sanscrito che significa “pace”, ed è effettivamente lo è, un gatto pacifico. Per descriverlo meglio diró che è un peloso siberiano dagli occhi color resina, di temperamento tranquillo, molto curioso e ghiotto di patè al fegato.
La scelta è ricaduta su di lui dopo un episodio di qualche giorno fa, quando gli abbiamo trovato una zecca. Era la prima volta che accadeva, e non sapendo come comportarmi, mi sono spaventata molto; ho persino temuto che fosse troppo tardi per lui. Avendo avuto così tanta paura di perderlo, mi sono resa conto di quanto ci tengo.
Infatti, con le nostre passeggiate pomeridiane mi ha insegnato molto: innanzitutto la forza dell’empatia, senza la quale non avrei deciso di iniziare a portarlo a spasso con il guinzaglio in strada, per permettergli di vivere un po’ all’esterno.
Per di piú, con il suo passo incostante che lo porta a spostarsi di un metro ogni mezz’ora, ho esercitato molto la mia pazienza. Cosí mi ha anche aiutata a riscoprire i momenti sospesi, quando posso veramente godermi il fatto di essere lí con lui, mentre mordicchia l’erba, e non ho fretta nè preoccupazioni.
Diciamo che mi tira fuori dalla routine quotidiana, frenetica e mi porta nel suo mondo, insegnandomi anche a cambiare prospettiva e guardare la vita con i suoi occhi mielati.
La sera, invece, rivendica il suo momento di gioco. Miagolando a piú non posso mi svincola dal torpore serale, vittima dei dispositivi elettronici da cui non riesco a staccare gli occhi. Lui mi ricorda dove sono, e per un po’ torno bambina, giocando insieme a rincorrerci e farci gli agguati.
Mi sembra meraviglioso come la sua presenza confortante che mi accompagna durante la giornata possa insegnarmi cosí tanto, silenziosamente (o quasi)”.
(M. classe terza).





