Sulla ragione

In questi giorni sto leggendo il libro “Senza Dio, del buon uso dell’ateismo” di Giulio Giorello. Sono stato anche alla presentazione del libro, anche se purtroppo l’autore non era presente. Qui sotto posterò un vecchio articolo di Carlo Fiore, tratto da Dimensioni Nuove del gennaio 2001 (Bobbio e Montanelli erano ancora vivi e Biffi era ancora a Bologna), un articolo che fa pensare, meditare, riflettere. Magari anche indispone per alcuni toni e accenti, ma è sempre utile. Personalmente ritengo che essere credenti seri e atei seri sia un percorso comunque arduo, mai scontato. Ho scritto percorso proprio perché penso a un movimento e non a qualcosa di statico. La ricerca del credente e del non credente è continua e non basata sulla certezza filosofica. Un altro bell’argomento sarebbe anche quello su credente e non credente ma rispetto a quale Dio? Ma ecco l’articolo

SULL’ALTARE DELLA RAGIONE

di Carlo Fiore

Il materialismo ha radici antiche. Materialisti erano antichi Filosofi greci come Democrito ed Epicuro, materialisti sono, a tutt’oggi, scienziati e uomini di cultura, anche se il secolo d’oro del materialismo e del positivismo è stato l’Ottocento.

«Le svariate forme di materialismo sostengono che il tutto della realtà, la realtà nella sua totalità, è solo materia in movimento»: materia «eterna e indistruttibile», come afferma Ludwig Buchner (1824-1899) nel suo fortunato libro del 1845 dal titolo Forza e materia. L’uomo è solo materia: quello che noi chiamiamo spirito è, secondo Buchner, «l’effetto del concorso di molte sostanze dotate di qualità e di forze». Ad esempio, il pensiero (D. Antiseri, Credere, Armando). E così pensava tutta una schiera di materialisti del secolo XIX. Qualche espressione tipica per chiarire meglio.

  • «I pensieri si trovano nello stesso rapporto rispetto al cervello della bile rispetto al fegato e dell’urina rispetto ai reni» (Karl Vogt, 1817-1899).
  • «Non c’è pensiero senza fosforo» (Jacob Moleschott, 1822-1893).
  • «L’unica fonte di salvezza è il ritorno alla natura. La natura ha edificato non solo quella comunissima officina che è lo stomaco, ma anche quel tempio che è il cervello» (L. Feuerbach, 1804-1872.).
  • È rimasta celebre un’affermazione del famoso chirurgo dell’Ottocento Claude Bernard: «Signori – disse ai suoi colleghi – sotto il mio bisturi non ho mai trovato l’anima».
  • Un’altra battuta, più esilarante e di grana più grossa, afferma: «L’anima è un gas».

Per il materialista quindi non c’è anima, non c’è trascendenza, non ci sono valori spirituali, non c’è Dio. Solo materia da cui tutto si sprigiona. …

NORBERTO BOBBIO: UN LUME, UN LUMICINO…norbertobobbio.jpg

Qualcosa però sta mutando, il vecchio materialismo ha mostrato la coda di paglia. Anche uomini rappresentativi della cultura attuale si stanno accorgendo che si devono allargare gli orizzonti. Troppo semplicistico dire un no rotondo a tutto il mondo dello spirito e catalogare tutto sotto la voce «materia in divenire», in evoluzione. L’evoluzionismo ottocentesco infatti era radicalmente materialista a causa soprattutto del clima anticlericale del tempo. Oggi la stessa chiesa lo accetta purché liberato dalla sua impalcatura materialistica. Ma ascoltiamo i due grandi vecchi della cultura italiana contemporanea. Norberto Bobbio, non credente, illuminista a passo ridotto: «Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità per me significa, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infinitamente infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo. L’unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando nei limiti della mia ragione – perché non lo ripeterò mai abbastanza: non sono un uomo di fede, avere la fede è qualcosa che appartiene a un mondo che non è mio – è semmai che io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamentale questo profondo senso del mistero che ci circonda, ed è ciò che io chiamo religiosità» (N. Bobbio, Religione e religiosità, in «Micromega», 2/2000).

INDRO MONTANELLI: «ATEO IO? NO, GRAZIE»

montanelli.jpgIndro Montatelli è tra i più noti giornalisti italiani. Anche lui è sulla dirittura di arrivo con i suoi 90 anni. Una lunga vita, i dubbi, le esitazioni, le angosce di un non credente. Dopo una serie di articoli-confessione su problemi di fede, un lettore gli scrisse: «Lei è ateo». Montanelli reagì vivacemente. «Io non mi considero affatto ateo e non capisco come si possa esserlo. La nostra vita, il Mondo, il Creato, l’Esistente devono pure avere un perché che la mia mente e la mia ragione non riescono a spiegarmi. Ed è là dove mente e ragione finiscono e finiscono troppo presto che per me comincia il Grande Mistero di Dio, di Dio che non mi ha dato i mezzi per capire». E rivolgendosi al suo lettore: «Per lei evidentemente Dio non è affatto un Mistero perché, da buon cattolico, accetta come Verità quella rivelata dalla Chiesa. Io la invidio, ma non riesco a seguirla perché mi manca la Fede in quella rivelazione, come in quelle di tutte le altre religioni e confessioni… So che morrò senza aver trovato risposta alle tre più importanti domande della nostra vita: di dove vengo, dove vado e cosa sono venuto a fare: il che mi da, quando ci penso (e ci penso sempre più spesso) un senso di disperazione. Ma non posso giocare a rimpiattino con me stesso, tanto meno con Dio, fingendo una fede che non ho».

TRA DONO DI DIO E SCELTA DELL’UOMO

E qui si pone il grande problema: in che senso la fede è dono di Dio? L’uomo non ha una sua libertà e responsabilità nell’accettare o respingere questo dono? Attenzione a non porre il problema in modo sbagliato e fatalistico: Dio non mi ha dato questo dono, dunque… Don Luigi Giussani, che sta dirigendo una collana di spiritualità per la BUR di Rizzoli, ha scritto: «Vi sono tanti scienziati che, approfondendo le loro esperienze di scienziati hanno scoperto Dio; e tanti scienziati che hanno creduto di eludere o di eliminare Dio attraverso le loro esperienze di scienza. Vi sono tanti letterati che attraverso una percezione profonda dell’esistenza umana hanno scoperto Dio; e tanti letterati che attraverso l’attenzione all’esperienza dell’uomo hanno eluso o eliminato Dio. Allora vuol dire – conclude don Giussani – che riconoscere Dio non è un problema di scienza, né di sensibilità estetica e neanche di filosofia. È un problema di libertà… Alla fin fine, l’opzione è decisiva» (L. Giussani, II senso religioso, Jaka Book). E in un passo analogo: «Anche Althusser, il filosofo neomarxista, la pensava così quando diceva che tra esistenza di Dio e marxismo il problema non è di ragione ma di opzione». Devo scegliere, la mia libertà mi è data per questo: fare delle scelte che orientino tutta la mia vita.

UNA GABBIA CHIAMATA RAGIONE

È evidente che tra la visione ultrapiatta e unidimensionale dei materialisti e positivisti e le aperture al «mistero» di Bobbio e di Montanelli c’è un evidente progresso. Si è aperto lo spiraglio, sia pur piccolo, a una certa trascendenza. «Trascendere senza trascendenza» scriveva Ernst Bloch, il filosofo ebreo marxista eretico. Ma perché il cammino di Bobbio e Montanelli si ferma ostinatamente qui, perché non riesce a fare il balzo verso la Trascendenza in senso pieno? Risposta: a causa dell’illuminismo, che condiziona tuttora la cultura laica. L’illuminismo, sorto in Francia nel sec. XVIII, è passato poi in tutta la cultura europea laica e, per quel tempo, anticlericale. Ha posto sull’altare la Ragione, la Dea Ragione. La Ragione è stata vista come il metro di tutta la realtà: nulla contro la Ragione, nulla al di fuori della Ragione, nulla al di sopra della Ragione. Bobbio e Montanelli, come molti laici italiani tuttora, sono anch’essi figli di questo illuminismo anche se lo hanno ridimensionato molto: i «lumi» della Ragione, seppur semispenti, sono ancora gli unici che possono far luce sulla nostra strada. La Ragione assolutizzata, totalizzante, filtro universale della verità. La Ragione però ha creato una sua religione, ha finito per diventare un idolo che si è sostituito al Dio trinitario. Ha creato quella «soglia» che, per Bobbio, è invalicabile. E ha finito per sigillare in una gabbia la sua libertà, la sua capacità di scelta, di opzione. Chi ci si è rinchiuso non riesce più a uscirne. Bobbio, «un pensiero intimamente tragico», ha detto Vittorio Possenti, afferma di essere rimasto, per onestà intellettuale, «entro la soglia che l’uso di ragione non consente di valicare… Ho sempre avuto un grande rispetto scrive Bobbio per i credenti, ma non sono un uomo di fede. La fede, quando non è dono, deriva da una forte volontà di credere. Ma la volontà comincia dove la ragione finisce: io mi sono arrestato prima». Sulla soglia appunto della gabbia. È possibile allora parlare di opzione, di un sussulto di volontà che approdi a una scelta? No, risponde Bobbio. I confini della gabbia sono invalicabili. «Per me la ragione è un lume: un lumicino. Ma non abbiamo altro per procedere dalle tenebre da cui siamo venuti alle tenebre verso cui andiamo».

SIAMO RANE GRACIDANTI, OPPURE…?

Biffi.jpgIl cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, è un uomo abituato a dire pane al pane e vino al vino. Anche quando è «politicamente scorretto». Nel primo numero della rivista Nuntium, Biffi si chiede: «I confini del visibile sono sì o no anche i confini dell’esistente? O, che è lo stesso: c’è o non c’è la possibilità che ci sia qualcosa oltre il mondo visibile?». L’uomo, precisa il cardinale, non può sfuggire a questo dilemma: deve aderire all’una o all’altra di queste due prospettive. O noi siamo come delle rane gracidanti sulle rive dello stagno del nulla, o siamo i fortunati invitati a una festa cosmica che non finirà. Siamo dunque di fronte a una inevitabile scelta tra «una chiara ed evidente insignificanza e una nascosta trascendente significazione. O si dà credito al non senso, che sembra connotare ogni cosa, o ci si affida a un’intelligenza più alta: dobbiamo scegliere». E Biffi conclude: «Questo salto in direzione del mistero è il solo modo che ci è consentito per evadere dalla gabbia della più atroce contraddizione». E dell’assurdo, che oggi ci tallona continuamente. «E’ un salto», prosegue il cardinale, «che mi secca e mi costa, ma non mi è data altra strada per uscire dal non senso di tutto». E chiude con un paragone forse «teologicamente scorretto», ma molto chiaro. «Se sto dormendo al secondo piano di un palazzo e si sviluppa dal basso un incendio, che ha già distrutto le scale, è ragionevole che io mi butti dalla finestra dopo essermi accertato che sotto c’è il telone dei pompieri. Non è la discesa più comoda, quella che d’istinto preferirei, ma è l’unica che può salvarmi. Ebbene, la Rivelazione cristiana è in sostanza l’annuncio che c’è il telone dei pompieri. È il salto della salvezza, che per essere raggiunta, ci chiede il salto ardimentoso dell’atto di fede» (G. Biffi, Al bivio tra l’assurdo e il mistero, in Nuntium, pp. 58-60). 

La mia “Notte dei desideri”

Caro Lorenzo, ti seguo da sempre, da quando mi chiedevo come facevi a piacere ai miei coetanei quindicenni mentre cantavi “sei come la mia moto”… Ora sono un insegnante di religione e utilizzo spesso i tuoi testi per lavorare con gli studenti. Ho sempre trovato “La linea d’ombra” perfetta per parlare di etica, responsabilità, scelte, coraggio… Due settimane fa ho acquistato il tuo ultimo doppio cd: beh, fantastico! Lo ascolto quasi ogni mattina in auto e aiuta a darmi energia e carica. Sono poi rimasto affascinato da “La notte dei desideri”. Vedi, io penso che ci siano essenzialmente due modi di approcciarsi alle canzoni: mantenendosi coerenti con l’autore e quindi cercare di capire cosa lui voleva dire con quel brano, oppure mantenendosi coerenti con le proprie emozioni e quindi andare oltre le intenzioni dell’autore per ascoltare se stessi. E allora mi sono divertito con il secondo approccio. Quando ho letto il titolo “La notte dei desideri” nella tracklist sono rimasto incuriosito perché stavo preparando una riflessione sul tema della notte nella musica contemporanea: ho sperato che il testo potesse essere utile. Poi l’ho ascoltata e letta e la mia fantasia è subito andata non ad “una” notte ma a “quella” notte, quella della Resurrezione.

La notte della tua canzone è abitata da una musica dal ritmo semplice ma in grado di attirare, catturare, incantare un gran numero di persone disposte ad attraversare anche terre desolate pur di raggiungere mete migliori lontane dal freddo calcolo della ragione (mi viene da leggervi la fede). La luce domina in questa notte in cui ogni cosa è investita dalla luce di stelle cadenti. Il protagonista con le due chiavi, quella del coraggio e quella della paura mi ricorda tanto i personaggi di Pietro, di Tommaso, degli apostoli colti dalla paura nell’incontro col risorto, un timore che poi diventa il coraggio della testimonianza. E’ infatti venuto il momento di partire, senza per forza chiedersi quale sia la destinazione del viaggio: per gli apostoli è una regola che vale dal momento della chiamata e che ora si è fatta ancora più forte. Volendo strafare, ho pure collegato i barbari della canzone con le lingue parlate dagli apostoli col dono dello Spirito. Infine: “Le montagne che dividono i destini si frantumano diventano di sabbia, al passaggio del momento di splendore si spalanca la porta della gabbia”. Nelle montagne che dividono i destini vi ho visto le difficoltà che separano gli uomini (gli ostacoli del cuore canterebbero Elisa e Ligabue) destinate a crollare, a diventare sabbia, grazie al momento di splendore, alla luce della Risurrezione che “spalanca la porta della gabbia” (“la pietra era stata rimossa dal sepolcro” Lc 24,2).

Grazie per tutte le emozioni che sempre regali!

Un po’ di chiarezza

Ozzy_Osbourne_-_Black_Sabbath.jpgSpulciando tra le riviste accumulate in questi mesi di trasloco, staccando i pezzi interessanti prima di gettare nell’apposito cassonetto differenziato la carta, mi è venuto in mano un pezzo-intervista su Ozzy Osbourne preso sempre da XL di giugno:

«Diggin’ Me Down potrebbe essere tranquillamente definita blasfema. “Non credo”, si oppone Ozzy, con gli occhi roteanti dietro gli occhialini tondi. “Mi chiedo solo: ma quanto male deve esserci nel mondo perché arrivi Dio a salvarci? Cosa deve succedere ancora?”. Il principe delle tenebre non crede in Dio. Ci mancherebbe. Ma prega sempre prima di un concerto: “Lo faccio perché penso: ‘Adesso vado là fuori e qualcosa va storto e la gente mi fischia’. La preghiera mi tranquillizza”. Satana con il rosario in mano.»

E allora associando questo pezzo a quello su Mika da poco postatomi chiedo: ma non è che devono fare un po’ di chiarezza dentro di sé? Cosa significa pregare? Messo in questa maniera mi ricorda tanto la grattata data alla cartolina anti-sfiga di Lupo Alberto prima dei compiti in classe al liceo…

Perdonare e dimenticare

Il 26 settembre su Repubblica è uscita questa intervista molto interessante che riprenderemo in IV quando parleremo di giustizia, pena, colpa e perdono

intervista a ENZO BIANCHI, a cura di CHIARA CAROLI

«Dimenticare le colpe? Quello lo può fare solo Dio. Il perdono non può essere cancellazione, né oblio, né gesto di vanità o di arroganza. È un percorso arduo, faticoso. È un dono elargito senza opportunismo, nel nome della fiducia nei confronti dell’uomo». Un’assunzione di responsabilità condivisa, per costruire una giustizia davvero al servizio di una società fondata sui valori più alti: la solidarietà, la pace, la pietà. È una sfida intellettuale impegnativa quella che lancia padre Enzo Bianchi dal palcoscenico di Torino Spiritualità, dove ieri mattina, nel Cortile di Palazzo Carignano, ha dialogato con Gustavo Zagrebelsky sull’idea del perdono, del perdono concesso al “nemico”, inteso come realizzazione estrema della gratuità. «Il perdono non è un patteggiamento di pena – dice il priore di Bose – ma è il fondamento dei rapporti più limpidi e profondi. È reciprocità. È la riconciliazione, è l’andare oltre che offre una possibilità di futuro. E che si applica all’intera vicenda umana, dal privato di un tradimento tra marito e moglie a una grande vicenda storica come il conflitto tra Israele e Palestina».

forgive.jpgPadre Bianchi, come distinguere il perdono dall’impunità?

«Il perdono non cancella la colpa ma è il riconoscimento che la persona è più grande del male che ha compiuto. È un atteggiamento costruttivo, che porta a sfuggire il rancore e rinunciare alla vendetta».

Zagrebelsky teme che la deresponsabilizzazione produca una società di eterni bambini perennemente ricondotti allo stato di fanciullezza, che dalla storia dei loro errori non sono in grado di imparare nulla. È d’accordo?

«Questa idea non mi convince e credo non aiuti il futuro. Non è la fanciullezza la malattia della nostra società, ma l’illegalità. In questo paese da almeno dieci anni è accettato come un fatto naturale che abbiano diritto di esistenza il sopruso e la mancanza di regole. È questa la causa dell’imbarbarimento».

Può esistere felicità senza responsabilità?

«No. Se parliamo della beatitudine evangelica, essa non può che realizzarsi nella responsabilità non solo di sé ma anche dell’altro, dell’altro che è mio fratello. Questa condivisione di responsabilità è la strada che fa crescere tutti e realizza una società matura».

Lei sostiene che una vera “communitas” contrassegnata dalla qualità della convivenza sociale e dalla solidarietà non può escludere “ciecamente” il perdono dal concetto e dalla prassi della giustizia. Come distinguere questa idea dall’iper-garantismo?

«La giustizia contiene in sé il concetto di perdono. La filosofia del diritto lo sta elaborando. L’idea di perdono non esclude quella di memoria. La colpa va ricordata, non dimenticata né cancellata. Il fine di una società umana costruita sull’amore deve lavorare per la riconciliazione e per la riabilitazione di chi ha peccato».

Riconciliazione in Sudafrica, in Israele. E qui, in Italia, tra carnefici e vittime del terrorismo. È possibile?

«Il cammino della riconciliazione è difficile. Nel privato è affidato alla coscienza e ai sentimenti dei parenti delle vittime. Ma a livello politico mi pare che lo Stato abbia già perdonato, attraverso l’indulto o gli sconti di pena. Il che non significa annullare la responsabilità ma offrire a chi ha commesso un delitto una via d’uscita per non essere identificato con la propria colpa e ricominciare una vita con dignità. C’è una virtù in tutti gli uomini, che la Bibbia chiama “immagine e somiglianza di Dio”, che nessun misfatto può cancellare del tutto».

Non crede che il buddismo, che quest’anno a Torino Spiritualità è stato protagonista con tre grandi maestri tibetani, abbia riposte più efficaci del Cristianesimo ai disagi interiori dell’uomo contemporaneo?

«Credo che la religione cristiana abbia qualcosa da imparare dal buddismo in materia di compassione e il buddismo dalla religione cristiana sul tema del perdono. Ma mi pare che l’approccio alle discipline orientali sia più intellettuale che autenticamente spirituale. È effetto della globalizzazione. Tutti vogliono conoscere un po’ di tutto. Ma non credo al bricolage dell’anima. Prendere sulle bancarelle un po’ di questo e un po’ di quello non può produrre che una spiritualità omologata e superficiale. Un pizzico di tutto non fa la buona cucina».

Leggenda indù

E allora mettiamoci anche questa antica leggenda indu

Una antica leggenda Indù racconta che un tempo gli uomini erano degli dei, ma abusavano talmente della loro divinità che Brahama, capo degli dei, decise di togliere loro la potenza divina e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata. Scorci di cielo 054 fb.jpgDove nasconderla divenne quindi il grande problema. Quando gli dei minori furono chiamati a consiglio per valutare la situazione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra.” Ma Brahama disse: “No, non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà”. Allora gli dei dissero: “Bene, allora affonderemo la sua divinità nell’oceano più profondo.” Ma Brahama rispose ancora: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie.” Allora gli dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nasconderla perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe, eventualmente, raggiungerla”. Allora Brahama disse: “Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo. La nasconderemo profondamente in lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio lì.” E da allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per la terra, arrampicandosi, tuffandosi, esplorando e scavando per cercare qualcosa che aveva sempre racchiusa in sé.

La storia del bambù

A 14 anni fui colpito da questo racconto proveniente dalla tradizione popolare cinese. Ve lo posto così, semplicemente, senza particolari commenti.

C’era una volta un bellissimo e meraviglioso giardino. Era situato ad ovest del paese, in mezzo al grande regno. Il Signore di questo giardino aveva l’abitudine di farvi una passeggiata ogni giorno, quando il caldo della giornata era più forte. C’era in questo giardino un bambù di aspetto nobile. Era il più bello di tutti gli alberi e il Signore amava questo bambù più di tutte le altre piante. il+bambù,+l'acqua++e+il+ramaiolo.jpgAnno dopo anno, questo bambù cresceva e diventava sempre più bello e grazioso. Il bambù sapeva che il Signore lo amava e ne godeva. 
Un bel giorno, il Signore, molto in pensiero, si avvicinò al suo albero amato e l’albero, in grande venerazione, chinò la testa. Il Signore gli disse: “Caro bambù, ho bisogno di te”. Sembrò al bambù che fosse venuto il giorno di tutti i giorni, il giorno per cui era nato. Con grande gioia, ma a bassa voce, il bambù rispose: “O Signore, sono pronto. Fà di me l’uso che vuoi”. 
“Bambù”, la voce del Signore era seria, “per usarti devo abbatterti”. Il bambù fu spaventato, molto spaventato: “Abbattermi, Signore, me che hai fatto diventare il più bel albero del tuo giardino? No, per favore, no! Fà uso di me per la tua gioia, Signore, ma per favore non abbattermi!” 
“Mio caro bambù, disse il Signore e la sua voce era più seria, se non posso abbatterti, non posso usarti”! Nel giardino ci fu allora un grande silenzio. Il vento non tirava più, gli uccelli non cantavano più. Lentamente, molto lentamente, il bambù chinò ancora di più la sua testa meravigliosa poi sussurrò: “Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, fà di me quello che vuoi e abbattimi”. 
“Mio caro bambù, disse di nuovo il Signore non devo solo abbatterti, ma anche tagliarti le foglie e i rami. Se non posso tagliarti, non posso usarti.” Allora il sole si nascose e gli uccelli ansiosi volarono via. Il bambù tremò e disse appena udibile: “Signore, tagliali!” 
“Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso farti questo, non posso usarti”. Il bambù non potè più parlare. Si chinò fino a terra. 
Così il Signore del giardino abbattè il bambù, tagliò i rami, levò le foglie, lo spaccò in due e ne estirpò il cuore. Poi porto il bambù alla fonte di acqua fresca vicino ai suoi campi inariditi. Là, il Signore dispose l’amato bambù a terra: un’estremtà del tronco la collegò alla fonte, l’altra la diresse verso il suo campo arido. La fonte dava acqua, l’acqua si riversava sul campo che aveva tanto aspettato. 
Poi fu piantato il riso, i giorni passarono, la semente crebbe e il tempo della raccolta venne. Così il meraviglioso bambù divenne realmente una grande benedizione in tutta la sua povertà e umiltà. 
Quando era ancora grande e bello, viveva e cresceva solo per se stesso e amava la propria bellezza. Al contrario nel suo stato povero e distrutto, era diventato un canale che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.

Il Gesù di Nada

A giugno ho assistito a una puntata di Matrix in cui le protagoniste del concerto Amiche per l’Abruzzo tutto al femminile tenutosi nel 2009 a Milano presentavano l’uscita del doppio dvd di tale avvenimento. Qualche giorno dopo ho acquistato il dvd e uno dei pezzi che mi ha colpito di più è stato “Ma che freddo fa” cantato da Nada e arrangiato magnificamente da Carmen Consoli (basso e cori), Paola Turci (chitarra e cori) e Marina Rei (batteria e cori). E’ letteralmente venuto giù San Siro (trovate il video su youtube). Mi sono messo allora alla ricerca di qualche notizia in più su Nada, un nome ancorato più alla mia memoria dei Festivalbar da piccolino che non al mio percorso da musicovoro. E in mezzo ai suoi testi ho trovato il pezzo “Gesù”, tratto dall’album “L’amore è fortissimo il corpo no” del 2001. Qui posto il video e faccio una premessa: il video è tostino, con immagini piuttosto violente che fanno riferimento in gran parte agli avvenimenti del G8 di Genova del luglio 2001. In nessuna delle interviste che ho potuto recuperare ho trovato una dichiarazione di Nada in cui dicesse di paragonare Carlo Giuliani (il ragazzo morto in quei giorni) a Gesù. In un’intervista del Corriere della Sera la cantante rivelava “Mentre incidevo l’album sono scoppiati i disordini a Genova, io guardavo quelle immagini raccapriccianti e le legavo a questa canzone”.

In un’intervista di Paola De Simone tratta da http://www.rockol.it/musicaitaliana.com/interviste/nada.html si legge:

Non passa inosservata la prima traccia, nella quale parli di Gesù e lo immagini reincarnato nella nostra epoca. Insolito per un’artista che ha ammesso di non essere credente, non trovi? Sì, é vero. Quella di Gesù é però una storia affascinante, bellissima, piena di mistero, che può dare spunto a molte interpretazioni. Io non sono una che ha fede nel senso religioso del termine, comunque ho una mia religiosità, una mia spiritualità, perché altrimenti non si potrebbe vivere, credo. Quando ho scritto “Gesù”, però, anch’io mi sono sorpresa effettivamente, perché quando scrivi non sai mai dove arriverai. Non volevo scrivere una canzone su Gesù o comunque con qualcosa che avesse a che fare con la sua figura, mi é semplicemente uscito fuori.

Evidentemente sono cose che avevi dentro? Sicuramente sì. Il bello di scrivere é che spesso é come se un po’ scoprissi anche te stessa, in un certo senso, perché vengono fuori cose che ti sorprendono, che però fanno parte di te, del tuo carattere, della tua vita. Insomma se vai a vedere bene, un senso c’é.

Secondo te, quindi, se vivesse oggi Gesù sarebbe ugualmente emarginato? Quello di cui parlo io é un Gesù molto umano, che si muove in questo mondo dove non ha più punti di riferimento, dove si perde, dove ha delle idee diverse e per questo viene emarginato e combattuto e addirittura fatto fuori, nell’indifferenza generale anche di chi non dovrebbe essere indifferente, perché é anche lui un Gesù.

Specchio di un’epoca difficile? Sì, stiamo vivendo effettivamente un momento difficile, e quando si scrive le ispirazioni si prendono anche dai momenti che si vivono, dalle cose che si hanno intorno. Mi rendo conto che questa cosa é molto dura, diretta, cruda, però é anche molto vera.

E in effetti il testo parla di un Gesù perso in mezzo alla strada, diretto alla stazione (poi lo troveremo in metropolitana: il messia itinerante è rimasto…), sta male e vuole andare in ospedale ma non trova indicazioni. Gesù trascina il suo stesso corpo ferito nell’indifferenza generale, sembra che ancora una volta non ci sia posto per lui nel mondo (“non c’era posto per loro nell’albergo” Lc 2,7). La nuova venuta di Gesù lascia delle tracce: sono tracce impresse nel suo stesso sangue, sangue che però schizza intorno calpestato dallo scalpiccio della gente che se ne va. La reazione di Nada non è quella della fuga, ma di chi resta lì, si copre gli occhi per non vedere la morte e la sofferenza, ma resta lì. Il desiderio è quello di pregare, ma le sicurezze, le certezze, i punti di riferimento sono saltati: chi pregare? (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mt 27,46). E poi, alla quarta fermata della metropolitana qualcuno spara a Gesù, uno squarcio nella testa che non gli permette di ricordare. Eppure, canta Nada, “nel cuore lui sapeva” (“Ma tu desideri che la verità risieda nell’intimo: insegnami dunque la sapienza nel segreto del cuore.” Sal 51,6″). E’ un Gesù che non ricorda, che non capisce, che questa volta non ce la fa a portare il suo stesso corpo ma viene trascinato da altre persone tra l’indifferenza. Nada, ancora coprendosi gli occhi per non vedere (“beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” Gv 20,29), si chiede ancora chi pregare eppure Gesù nel suo cuore sa (“Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” Mt 26,42).

Il paradiso del samurai

Un breve racconto per fare un passo oltre l’egoismo

Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno.
Un angelo lo accontentò e lo condusse all’inferno.
Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.
«Com’è possibile?», chiese il samurai alla sua guida. «Con tutto quel ben di Dio davanti!».SAMURAI.jpg
«Vedi: quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all’estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca».
Il samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso.
Qui lo attendeva una sorpresa. Il Paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno.
Dentro l’immenso salone c’era l’infinita tavolata di gente; un’identica sfilata di piatti deliziosi.
Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
«Ma com’è possibile?», chiese il samurai.
L’angelo sorrise. «All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così nella vita. Qui, al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino».
Paradiso e inferno sono nelle tue mani. Oggi.

Alle origini della religione

In prima abbiamo visto una presentazione in ppt sull’origine delle religioni, sul senso del mistero, sulle domande di senso. Posto l’estratto in word di quella presentazione con alcune piccole aggiunte.

Alle origini della religione.doc

Questioni di dialogo

FATHER & SON (Dall’album “Tea for the tillerman”, Cat Stevens)

Questa vecchia canzone sta ormai attraversando le generazioni, grazie anche a una versione remix che l’ha fatta conoscere anche a persone più giovani; parla del difficile dialogo tra un padre e il proprio figlio.

cat-stevens.jpgNella I, II e IV strofa è il genitore a parlare, a invitare il figlio a prendere le cose con calma, a non avere premura, a non affrettare i propri passi. Riconosce che non è facile “rimanere calmi quando hai trovato qualcosa che funziona”, tuttavia mette in guardia il figlio e lo fa con una frase molto interessante: “per te sarà ancora qui il domani, ma forse non i tuoi sogni”.

E’ una frase bella e che potrebbe  piacere pure al figlio: invita a conservare i sogni, a mantenerli in vita. Fa paura l’ipotesi di un domani senza sogni, senza quei pensieri belli e carichi di aspettative di cui soprattutto i figli sono capaci. Sono parole che vanno in controtendenza rispetto a un mondo che ci fa fare ogni giorno i conti con la realtà e ci dice continuamente di stare con i piedi per terra.

Al padre risponde il figlio, un figlio arrabbiato che usa parole cariche di astio e rancore. Non entro nella dinamica del rapporto tra i due, ma osservo semplicemente ciò che il ragazzo lamenta. Non si è sentito ascoltato; ha provato a spiegare, ma ha poi concluso che era meglio tenere tutto dentro (ma è la soluzione giusta…?). Ha infine scoperto l’esistenza di una sua strada e ha deciso che è venuto il tempo di andarsene: “Dal momento in cui potevo parlare, mi fu ordinato di ascoltare. Ora c’è una strada e so che devo andarmene”.

E allora, sulla spinta di questa canzone potremmo interrogarci sul rapporto genitori-figli, sulla necessità ma anche sulla difficoltà di dialogo. E pure sul rapporto giovani-adulti, sulla ricerca del loro riconoscimento reciproco: a tal proposito un esempio biblico. Gesù, da ragazzino, si ferma a parlare nel tempio con i dottori della legge e questi si stupiscono per la sua arguzia e la sua intelligenza. Se lui non si fosse posto in tal maniera, non sarebbe stato ascoltato. E’ allora necessario, a mio avviso, chiedersi se si debba arrivare a questo: devo obbligare l’altro a venire sul mio piano per rendere possibile il dialogo? Devo costringere i giovani alla seriosità per parlare agli adulti? Devo costringere mamma e papà ad ascoltare i 50 cent o i Coldplay per riuscire a interagire con i figli? Devo costringere i giovani all’alfabeto ecclesiastico per parlare di Dio? Devo costringere la Chiesa agli slang per parlare ai giovani? Dove si possono incontrare?

 

Father

It’s not time to make a change,

Just relax, take it easy.

You’re still young, that’s your fault,

There’s so much you have to know.

Find a girl, settle down,

If you want you can marry.

Look at me, I am old, but I’m happy.

I was once like you are now, and I know that it’s not easy,

To be calm when you’ve found something going on.

But take your time, think a lot,

Why, think of everything you’ve got.

For you will still be here tomorrow, but your dreams may not.

 

Son

How can I try to explain, when I do he turns away again.

It’s always been the same, same old story.

From the moment I could talk I was ordered to listen.

Now there’s a way and I know that I have to go away.

I know I have to go.

 

Father

It’s not time to make a change,

Just sit down, take it slowly.

You’re still young, that’s your fault,

There’s so much you have to go through.

Find a girl, settle down,

if you want you can marry.

Look at me, I am old, but I’m happy.

 

Son

All the times that I cried, keeping all the things I knew inside,

It’s hard, but it’s harder to ignore it.

If they were right, I’d agree, but it’s them you know not me.

Now there’s a way and I know that I have to go away.

I know I have to go.

 

Carne e fiato

SEI NELL’ANIMA (dall’album “Grazie”, Gianna Nannini)

Propongo una canzone che personalmente considero un capolavoro: parla di un rapporto finito, con la decisione da parte della cantante (o di chi parla in prima persona) di chiudere definitivamente la porta su questa relazione:

“Vado punto e a capo cosìgiannan.jpg

Spegnerò le luci e da qui

Sparirai

Pochi attimi

Oltre questa nebbia

Oltre il temporale

C’è una notte lunga e limpida,

Finirà”.

La decisione è presa, pur nella consapevolezza che sarà difficile andare avanti, sarà come attraversare una notte, una nebbia, un temporale: è l’unico modo di cancellare l’altro, di farlo sparire, di spegnere le luci. La sensazione è quella di una lotta della ragione contro il cuore e pare che sia proprio la prima ad avere la meglio. D’altronde noi di questo rapporto non sappiamo nulla, non possiamo tifare per nessuno, non sappiamo se sia il caso di dare spazio ai sentimenti o alla volontà. Ma…, sì, c’è un ma: prima del ritornello la Nannini canta:

“Ma è la tenerezza

Che ci fa paura”.

E qui, a mio avviso, c’è una provocazione utile: “siamo ancora capaci di tenerezza?” “Sì, certo”, è solitamente la risposta. Ma forse questa certezza risponde a un’altra domanda, leggermente diversa nella forma ma completamente diversa nel contenuto: “abbiamo bisogno di tenerezza?” Non sto parlando della tenerezza intesa come romanticismo mieloso e appiccicaticcio, ma nel senso così ben reso dalle parole di Henri Nouwen

“A volte immagino che il mio intimo

sia come un posto irto di aghi e di spilli.

Come accogliere qualcuno

se non vi può riposare pienamente?

Un cuore agitato di preoccupazioni,

di rabbia e di gelosie

causa delle ferite a chi vi entra.

Devo creare in me una zona libera

per poter invitare gli altri

ad entrare e guarire…

Ciò significa una interiorità dolce,

un cuore di carne e non di pietra,

uno spazio dove si può camminare

a piedi nudi.”

Penso che la sete di questa tenerezza sia enorme; è tuttavia necessario comprendere che tale sete può essere estinta solo dissetando altre persone con lo stesso tipo di sostanza. La tenerezza può essere costruita, ma può essere edificata solo insieme, altrimenti può essere fraintesa o vissuta soltanto da uno dei due. E quando si è innamorati, e magari alle prime esperienze, non è così facile rendersi conto di chi sta abusando della nostra tenerezza; si rischia di prendere delle scottature che poi raffreddano quel calore che viene naturale quando ci si ama e che magari porta a una certa freddezza di sentimenti:

“Sei nell’anima

E lì ti lascio per sempre

Sospeso

Immobile

Fermo immagine

Un segno che non passa mai”.

Ma… sì, per fortuna, c’è un seconda ma: l’amore è una fonte inesauribile per dare sollievo a quella sete di cui dicevo prima.

“Lascio andare i giorni

Tra certezze e sbagli

E’ una strada stretta stretta

Fino a te

Quanta tenerezza

Non fa più paura”

E anche il ritornello cambia:

“Sei nell’anima

E lì ti lascio per sempre

Sei in ogni parte di me

Ti sento scendere (non più immobile fermo immagine, quindi)

Fra respiro e battito

Sei nell’anima

Sei nell’anima

In questo spazio indifeso (quel luogo in cui camminare a piedi nudi)

Inizia

Tutto con te

Non ci serve un perché”.

E Gianna Nannini conclude con una frase che, se voluta, è una vera chicca: “Siamo carne e fiato”. Non dice il solito carne e spirito o carne e anima, che potrebbe farci pensare a classici dualismi, ma carne e fiato: ora in ebraico spirito è “ruah”, che è appunto l’alito, il respiro, il fiato, la vita stessa (in punto di morte si esala l’ultimo respiro e si rende l’anima o lo spirito). Al rapporto, senza la presenza dell’amato, manca la carne, manca il fiato, manca la vita. Insieme diamo vita a un qualcosa, che è il nostro amore, e che senza di noi muore.

Un giardino di speranza

BIANCHI E NERI (dall’album “Ci penserà poi il computer”, Nomadi)

La canzone ha 25 anni e non è di certo una di quelle più conosciute del complesso di Novellara: non molto frequenti sono le sue esecuzioni ai concerti. Qui metto un video con Augusto. Il testo è molto semplice e racconta la vicenda di un uomo che in mezzo a un mondo di violenze e odio che contrappone fratello a fratello coltiva un giardino di speranza. L’uomo è interessato al bene delle persone al di là delle loro idee e posizioni, al di là dei loro colori, qui rappresentati, penso metaforicamente, dai bianchi e dai neri.

Così un giorno aiuta un nero moribondo e si attira le antipatie dei bianchi, mentre in un’altra occasione soccorre un bianco e suscita l’odio dei neri. Accade così che una notte, mentre sta camminando in cima ad una collina che divide le due valli dei bianchi e dei neri, l’uomo viene colpito contemporaneamente dalle due fazioni. I due gruppi festeggiano la morte del traditore, senza però rendersi conto che in realtà non è un uomo ad essere scomparso, ma la pietà.
Ora, proprio prendendo spunto da questa canzone, penso possa essere utile riflettere sul legame che può esserci tra pietà e missionarietà. Innanzitutto un chiarimento sul termine pietà, che troppe spesso diventa sinonimo di commiserazione superficiale: per spiegarmi uso la lingua friulana. Uno dei vocaboli per tradurre pietà è “dûl”, una situazione “mi fâs dûl”; ma noi friulani diciamo anche “mi dûl al cûr”, mi fa male il cuore, un dolore fisico che coinvolge tutta la persona e che non può che portare all’azione. Pertanto la pietà non va intesa come una estatica contemplazione dei mali del mondo, lontana dall’agire, dallo sporcarsi le mani, dalla compromissione, tutt’altro. La vera pietà porta alla decisione di agire, di darsi da fare per cercare di dare sollievo, magari nel piccolo, a chi sta soffrendo.
Inoltre penso che pietà sia anche muoversi con delicatezza, non intesa come scarsa determinazione, ma come attenzione a tutte le posizioni, sensibilità e diplomazia, nella convinzione che tutta la verità non è mai da una parte sola.
Concludo tornando all’origine della missionarietà: la decisione di agire. Mi viene alla mente lo splendido brano di Barricco, quando Novecento, il pianista che non era mai sceso dalla nave su cui suonava, è fermo in cima alla scaletta, indeciso se scendere o stare.
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n’erano a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n’è
Non avete mai paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E un viaggio troppo lungo. E una donna troppo bella. E un profumo troppo forte. E una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.”
Penso sia ora di scendere dalla scaletta…


 

Il dono del cervo

Cosa c’entra una canzone che può essere intesa come una presa di posizione contro la caccia con l’argomento della religiosità? Il brano “Il dono del cervo” di Angelo Branduardi racconta la storia di un cervo che incontra un cacciatore e gli dice «Aspetta, non tirare, perché io sto per morire e ti regalo sette pezzi del mio corpo, così per sette volte rivivrò». Probabilmente, adesso, la nostra è la stessa impressione che ebbe Angelo Branduardi quando, alla fine di un suo concerto a L’Aquila, venne avvicinato da una suora: «Complimenti per la canzone sulla risurrezione». Branduardi tentò di spiegare che forse la suora stava sbagliando cantante, ma ella intendeva proprio la canzone del cervo.

Tutta questa premessa mi serve per dire che molte esperienze, in particolare nell’ambito religioso e spirituale, sono significative per le persone che le vivono e la percezione di esse cambia molto da soggetto a soggetto. Un’esperienza positiva per un gruppo (che ne so, immaginiamo un ritiro spirituale), può essere molto meno positiva per un altro. Non solo; penso che oggi questa differenza percettiva scenda dal livello del gruppo al livello delle singole persone che compongono quel gruppo. Un gruppo funziona se le singole persone che lo formano si sentono soddisfatte da un punto di vista personale: insomma, il gruppo non copre, non risolve più le magagne personali, anzi tende a farle emergere e a lasciarne la soluzione alla persona o al massimo al coordinatore. Lo stesso accade anche nel gruppo-chiesa o comunità locale. L’esigenza primaria che deve essere soddisfatta, almeno a livello giovanile, penso sia quella del soddisfacimento personale: attenzione, non voglio ricoprire di un’accezione negativa il termine soddisfacimento. Voglio solo intendere che se qualche tempo fa la realizzazione del giovane era prima a livello di gruppo e poi a livello personale, ora ho la sensazione che avvenga l’esatto contrario: se manca il soddisfacimento personale, è molto difficile che ci sia una buona esperienza di socializzazione.
Ciò, a mio avviso, comporta vantaggi e svantaggi. Un indubbio vantaggio è che i giovani che stanno facendo una buona esperienza di fede siano convinti di quel che stanno vivendo, siano felici e che quindi riescano a trascinare amici e coetanei. Essi hanno spesso un ottimo rapporto con i loro animatori e anche con il prete (soprattutto se giovane, o meglio, se sa stare con i giovani) e vivono effettivamente bene la dimensione della parrocchia, sovente impegnandosi nei vari ambiti pratici e formativi. Chiaramente ciò comporta un rischio: nel momento della crisi del rapporto personale con l’educatore può andare in difficoltà tutto l’ambito della fede, segno di un modo di credere che ha ancora bisogno di radicarsi, che è ancora a un livello emotivo. Molti oggi cercano proprio l’esperienza emotivamente forte e coinvolgente (si pensi all’emozione suscitata dalla scomparsa di Giovanni Paolo II). Il rischio più grosso, però, secondo me lo corrono tutti quei giovani che non possono fare questi tipi di esperienze, perché magari vivono in piccole realtà o semplicemente perché, e capita, inutile nasconderlo, hanno incontrato le persone sbagliate che non hanno fatto scoprire la vera persona importante nella fede, che è quella di Cristo.
La scommessa per una pastorale giovanile parrocchiale e diocesana, è quella di riuscire a offrirsi in mille modi diversi, a incontrare ognuno dei ragazzi che desidera lasciarsi incontrare, a costruire e progettare mille strade diverse lungo le quali i giovani possano fare conoscenza con l’unico oggetto-soggetto di tale incontro: Cristo. Si tratta di fare un po’ come il cervo, che poi non è nient’altro che il seme che muore per dare frutto
“ed in dono allora
a te io offrirò
queste ampie corna
mio buon signore,
dalle mie orecchie
tu potrai bere,
un chiaro specchio
sarà per te il mio occhio,
con il mio pelo
pennelli ti farai.
E se la mia carne cibo ti sarà,
la mia pelle ti riscalderà,
e sarà il mio fegato
che coraggio ti darà.
E così sarà buon signore
che il corpo del tuo vecchio servo
sette volte darà frutto, sette volte fiorirà…”

Padre della notte

Una canzone che è una preghiera, non solo per il verso finale che se lo auspica (“Fa’ che questa mia canzone diventi una preghiera”), ma per tutto il contenuto e il tono delicato del brano. Il Dio invocato da Sergio Cammariere è quello della creazione e quello del Nuovo Testamento. E’ quello della creazione per i continui rimandi agli elementi naturali: “Padre della notte che voli insieme al vento”, “Padre della notte che le stelle fai brillare, tu che porti vento e sabbia dalle onde del mare”, “Padre della terra, Padre di ogni uomo, Padre della notte della musica e dei fiori, Padre dell’arcobaleno dei fulmini e dei tuoni”. Ed è anche quello del Nuovo Testamento, quello di Gesù, quello che viene percepito dall’uomo come un “Padre” affettuoso che si prende cura dei figli: “Tu che ascolti i nostri cuori, quando soli poi restiamo nel silenzio della notte, solo in Te noi confidiamo” (Salmo 71)

La richiesta del cantautore è quella della speranza, quella di un abbraccio e di uno sguardo affettuoso e caloroso nel momento in cui tutto si fa buio: “togli dal mio cuore la rabbia ed il tormento e fammi ritornare agli occhi di chi ho amato quando è poca la speranza che resta nel mio cuore”. Sembra paradossale, ma l’uomo sente il bisogno di continuare a sperare e sognare anche là dove sembrano non esserci possibilità, anche là dove tutto sembra vano: “Tu che accendi i nostri sogni e li mandi più lontano come barche nella notte che da terra salutiamo e fammi ritornare tra le braccia di chi ho amato quando è vana la speranza che resta nel mio cuore”. Insuccessi, delusioni e disillusioni a volte ci fanno vedere i nostri sogni non come delle prospettive o delle possibilità da realizzare proiettate nel futuro, ma come se fossero presenti negli specchi retrovisori della vita, o nel treno che ci parte davanti agli occhi mentre stiamo arrivando in stazione, o come barche viste dalla riva mentre si allontanano. “Dammi una pace limpida come un limpido amore” è la richiesta dell’uomo in preghiera. Ultimo suo appiglio resta quel Padre il cui mistero è ovunque, un ovunque che si colloca non solo nello spazio ma anche nel tempo: “dentro ogni secondo come in ogni giorno intero”. La possibile risposta dell’uomo si colloca all’interno di un dono fatto da Dio stesso, un dono che ha tutti i caratteri della naturalità: “Tu che hai dato a noi la fede come agli uccellini il volo”. E la fede trova risposta concreta nell’amore: “Fammi ritrovare un giorno l’amore che ho aspettato”.

 

San Paolo e le donne

In V, su invito della prof di latino, ispirata dal film su Ipazia, mi avete chiesto qualcosa su San Paolo e le donne. Allora vi posto due testi. Il primo è di Elena Borsetti ed è stato pubblicato sulla rivista Jesus nel 2009 (http://www.stpauls.it/Jesus/0901je/0901j100.htm), il secondo è di Pino Pulcinelli (per la versione integrale: http://www.bibbiaonline.it/argomese/Paolo%20e%20le%20donne.html)

Amiche, sorelle, apostole

di Elena Borsetti (Jesus, gennaio 2009)

È ancora diffusa l’idea che tra Paolo e le donne non sia corso buon sangue. Non si possono negare alcune aperture, ma in fondo serpeggia il sospetto che l’Apostolo abbia contribuito a frenare la carica rivoluzionaria del Vangelo. È davvero così? Trova fondamento questo sospetto nelle Lettere dell’Apostolo? Paolo non ha certamente bisogno di essere difeso, ma semmai compreso. Troppe volte infatti è stato e viene ancora frainteso e usato contro le donne.

In prima istanza gli dobbiamo l’affermazione della fondamentale uguaglianza e dignità battesimale. Nella Lettera ai Galati (3,27-28) risuona un forte grido di libertà, contro ogni discriminazione di tipo razziale, sociale e sessuale: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Questa dichiarazione suona decisamente antitetica ai pregiudizi sottesi al triplice ringraziamento di una preghiera di origine rabbinica, ancora vigente: «Benedetto sei tu Signore… perché non mi hai fatto pagano, perché non mi hai fatto donna, perché non mi hai fatto schiavo». In Cristo, insomma, cessano le discriminazioni, non è più rilevante l’identità etnica o il prestigio sociale, e nemmeno l’essere maschio o femmina.

Questa nuova consapevolezza trovava piena espressione nella prassi liturgica dove uomini e donne, indipendentemente dal loro ceto sociale, si riunivano per celebrare insieme la cena del Signore. Tale consapevolezza della fondamentale uguaglianza e dignità era in se stessa rivoluzionaria e l’Apostolo non l’ha certo soffocata. Egli teneva in grande conto la dignità e i carismi della donna. La «corsa della Parola» non deve forse molto alla capacità femminile di tessere reti di comunicazione? Paolo non è cieco nei confronti della “fatica” delle donne, si rende perfettamente conto del loro prezioso ministero nell’opera di evangelizzazione e lo apprezza. Al riguardo sono eloquenti le sezioni conclusive delle sue Lettere, riservate ai saluti. Non hanno il prestigio dei brani dottrinali, ma sono fonti di prima mano per la ricostruzione storica del ruolo delle donne nelle comunità missionarie del primo cristianesimo. Inoltre dicono chiaramente i sentimenti di stima, di gratitudine e affetto grande per numerose donne che Paolo chiama per nome. Traspare la ricca umanità dell’Apostolo, la sua vasta rete di conoscenze e di relazioni femminili.

Febe, Prisca, Trifena e Trifosa, Perside: una fitta sequenza di nomi femminili. Piuttosto trascurate perché non rilevanti sotto il profilo dottrinale, le liste dei saluti costituiscono una sorta di spaccato del vissuto ecclesiale e una preziosa miniera di informazioni. Nell’ultimo capitolo della Lettera ai Romani sono menzionate undici donne. Un femminile concreto. Dietro i nomi ci sono i volti e le personalissime vicende di ognuna di queste donne coinvolte nella diffusione del Vangelo. In primo piano Febe, il cui nome significa «luminosa, splendente». È lei che porta personalmente a Roma la lettera dell’Apostolo, il quale si premura che la comunità l’accolga nel modo più ragguardevole: «Vi raccomando Febe, sorella nostra, che è anche diacono della chiesa che si trova a Cencre» (Rm 16,1).

Febe è donna che emerge per responsabilità e impegno in una comunità complessa e multietnica quale era Cencre, il porto orientale di Corinto. Paolo la presenta ai Romani come «sorella nostra», vale a dire sorella sua e loro, nella medesima fede. Le attribuisce inoltre il titolo di «diacono» (diakonos) che tanto fa discutere; con il medesimo termine Paolo designa il proprio ministero a servizio del Vangelo. Egli invita ad accogliere Febe secondo lo stile dell’ospitalità cristiana – «nel Signore» – e aggiunge: «Assistetela in qualunque cosa possa aver bisogno di voi; anch’essa infatti è stata protettrice di molti e anche di me» (Rm 16,2). La parola «protettrice» (prostátis) ricorre solo qui nel Nuovo Testamento. Paolo non si vergogna di confessare che ha beneficiato dell’aiuto di una generosa patrona, anzi le riserva profonda gratitudine. Nel contesto delle difficoltà incontrate dall’Apostolo durante sua permanenza a Corinto (più di un anno e mezzo) Febe si è rivelata una vera amica, degna del nome che porta: luminosa, splendente.

Paolo saluta quindi una formidabile coppia missionaria, Prisca e Aquila. Non è un dettaglio casuale che menzioni il nome della moglie prima di quello del marito. Di questa benemerita coppia giudeo-cristiana si parla sei volte nel Nuovo Testamento e in quattro casi il nome di Prisca (o Priscilla) precede quello di Aquila. Segno di rispetto o qualcosa di più? Sembra che Prisca, di origine aristocratica, fosse la proprietaria della casa in cui si radunava una delle comunità giudeo-cristiane di Roma. Costretti a lasciare la capitale in seguito all’editto dell’imperatore Claudio che ordinava l’espulsione da Roma di tutti i giudei, i due coniugi incontrano Paolo a Corinto. Nella loro casa l’Apostolo trova ospitalità e anche lavoro, poiché erano del medesimo mestiere, fabbricatori di tende (Atti 18,2-3).

Nasce così una profonda intesa e durevole amicizia. I due sono al fianco di Paolo anche a Efeso dove si prendono cura della comunità. Colpisce il loro comportamento nei confronti di Apollo, un neoconvertito proveniente da Alessandria, dotato di vasta conoscenza delle Scritture e di notevole comunicativa, che però aveva ricevuto soltanto il battesimo di Giovanni: «Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio» (Atti 18, 26). Bella questa capacità di ascolto e di valorizzazione del positivo, che non rinuncia a prendersi cura della piena formazione! Si capisce che Paolo è molto legato a questi due coniugi, che saluta cordialmente come suoi «collaboratori» ricordando che per salvargli la vita «hanno rischiato la loro testa» (Rm 16,3-4).

Giunia: donna tra gli apostoli. La lista dei saluti menziona un’altra coppia benemerita, Andronico e Giunia: «Miei parenti», scrive Paolo, «e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me» (Rm 16,7). La qualifica di «parenti» può essere interpretata in senso ampio, come appartenenti etnicamente al medesimo popolo dei giudei. Non può avere invece semplice valenza metaforica il dettaglio «compagni di prigionia». Non ci è detto in quale carcere, ma è più importante sapere che in carcere c’era anche lei, Giunia, e Paolo deve esserne rimasto talmente edificato che non trova difficoltà alcuna ad attribuirle il titolo di «apostolo». Bello il commento di Giovanni Crisostomo: «Essere tra gli apostoli è già una gran cosa, ma essere insigni tra di loro, considera quale grande elogio sia; ed erano insigni per le opere e per le azioni virtuose. Accidenti, quale doveva essere la “filosofia” di questa donna, se è stimata degna dell’appellativo degli apostoli!» (citato da R. Penna).

Nei saluti della Lettera ai Romani Paolo ricorda anche donne singole: Maria, Trifena e Trifosa, accomunate dal riconoscimento «che hanno lavorato/faticato per il Signore». Con il medesimo verbo Paolo indica il proprio lavoro di predicazione e insegnamento. Un posto speciale nei saluti è riservato alla «diletta Pèrside»: anche lei «ha molto faticato nel Signore». L’ultima serie di saluti menziona la madre di Rufo, che Paolo considera come sua stessa madre. Evidentemente in qualche parte dell’Oriente, in Grecia o in Asia, deve averne sperimentato l’affettuosa accoglienza. E poi ancora saluti (il verbo utilizzato include anche il senso di «abbracci») per Patroba e Giulia, per la sorella di Nereo e Olimpas. Impressiona questo fitto elenco di nomi femminili, dietro i quali ci sono volti e ruoli, e soprattutto amore e dedizione incondizionata al Vangelo.

La Chiesa nasce essenzialmente come domus ecclesiae, «chiesa domestica». Il suo ambiente d’origine non è il tempio e neppure la sinagoga, ma la casa (vedi Atti 2,46). E all’interno della casa, anche se non menzionata, troviamo la donna. È lei che favorisce un ambiente accogliente e un clima di ospitalità. E talvolta anche un servizio di animazione e una funzione di guida. I missionari del Vangelo debbono molto a donne come Lidia, la ricca commerciante di porpora che a Filippi insiste per accogliere Paolo e compagni: «Li costrinse ad accettare», annota Luca (Atti 16,14). La casa di questa donna europea diventa grembo della chiesa di Filippi e centro propulsore del Vangelo.

Nella lettera a Filemone l’Apostolo esorta due donne di spicco, Evodia e Sintiche, a trovare un accordo nel Signore. Non sappiamo la ragione del loro dissenso, forse divergenze pastorali. Paolo ricorda che «hanno combattuto per il Vangelo» al suo fianco. Sono dunque missionarie convinte e generose, fino a esporre la vita per la causa del Vangelo. Mi piace notare un altro dettaglio: in questa lettera, unico caso nel Nuovo Testamento, Paolo fa il nome di una donna già nell’intestazione. La lettera non è indirizzata soltanto a Filemone (come abitualmente si dice) ma anche «alla sorella Apfia», probabilmente moglie di lui. Colpisce il tono caldo e personalissimo di questo scritto e la forza persuasiva delle ragioni affettive: una schietta amicizia lega Paolo a questa casa in cui si raduna la Chiesa e in cui desidera anche lui trovare alloggio appena uscirà dal carcere.

 

Infine, una curiosità: Perché Paolo chiede alle donne cristiane – oranti e profetesse – di avere il capo coperto nell’assemblea liturgica? Egli pretende che le donne siano femminili, ma non usa mai la parola «velo». La copertura di cui parla è il «velo» naturale dei capelli (non quello di stoffa). Non si tratta di un segno di dipendenza ma piuttosto di «autorità» (exousia), come viene reso nella nuova versione della Bibbia della Cei: «La donna deve avere sul capo un segno di autorità» (1Cor 11,10). Non quella del potere patriarcale o clericale, ma l’autorità che Dio stesso le ha conferito nella nuova creazione.

 

Paolo e le donne nella Chiesa

di Pino Pulcinelli (2004)

Bisogna dire subito che il tema di questa breve ricerca non verte in generale sulla concezione della donna in Paolo apostolo – argomento che torna puntualmente alla ribalta quando si affronta quello più ampio del ruolo della donna nella vita e nel ministero della Chiesa – ma si concentra sull’aspetto specifico del ruolo di collaborazione nell’evangelizzazione che alcune donne hanno avuto nella chiesa nascente di matrice paolina. Quindi non “Paolo e la donna”, ma “Paolo e le donne in quanto collaboratrici nel suo ministero apostolico”.

E tuttavia i due aspetti, quello specifico e quello più generale, sono naturalmente interdipendenti, tanto che risulta indispensabile, prima di focalizzare il discorso sulle due figure che compaiono nel titolo, fornire almeno qualche elemento – necessariamente sommario – che aiuti a ricostruire il quadro storico; negli ultimi decenni questo campo della ricerca ha visto un grande approfondimento, anche grazie all’impulso dell’istanza femminista nella teologia e specificamente nell’esegesi biblica.

A questo riguardo Paolo può essere letto e interpretato – come di fatto è successo – in modi opposti, sia come uno dei principali detrattori del ruolo e del ministero della donna nella famiglia e nella chiesa (e pertanto, una delle cause della sua discriminazione nella società di matrice cristiana), oppure come il primo chiaro propugnatore del principio di uguaglianza tra l’uomo e la donna.

E bisogna dire che gli sforzi esegetici non sono riusciti a risolvere del tutto questa palese tensione emergente dai suoi scritti, anzi alcune volte gli studiosi si sono dovuti arrendere di fronte ad affermazioni che prese dal contesto appaiono evidentemente contraddittorie, come vedremo.

Se ci si accinge a studiare i testi che trattano del ruolo della donna nelle prime comunità cristiane, è doveroso fare subito delle precisazioni riguardo alle fonti.

Innanzitutto – con la Schüssler-Fiorenza – si deve ragionevolmente ammettere che “l’effettivo contributo delle donne al movimento missionario cristiano delle origini rimane in larga parte perduto a causa della scarsità delle nostre fonti e del loro carattere androcentrico”.

Inoltre, se in particolare parliamo di “Paolo e le donne”, va osservato come i testi in questione, che ad una cultura moderna di uguaglianza risultano più “antipatici” nei riguardi delle donne, si trovano soprattutto nelle cosiddette lettere deuteropaoline e pastorali (Col ed Ef, 1-2 Tm e Tt). Specialmente per queste ultime andrebbe fatto un discorso a parte, in quanto evidentemente riflettono un’epoca diversa, posteriore, con gli autori che manifestano una viva preoccupazione di fronte a delle crisi di carattere dottrinale e autoritativo (cf. le raccomandazioni a rigettare errori e a “custodire il deposito”; a rispettare le autorità familiari ed ecclesiali, ecc.). Anche la considerazione della donna risente di questo clima di apprensione, così che per favorire la pacificazione e l’ordine ecclesiale, forse in un eccesso di prudenza, si pensa di “restringere il suo campo di azione”. Il dramma è che quelle frasi hanno senz’altro influito nell’interpretazione discriminante del ruolo della donna nella chiesa.

Limitando per il momento il campo ai testi paolini ormai comunemente considerati autentici (1Ts, 1-2 Cor, Fil, Fm, Gal, Rm), troviamo delle affermazioni sulle donne soltanto nella 1Cor ai capp. 7, 11 e 14 e in Gal 3,28, e comunque l’argomento non viene mai esplicitamente messo al centro della trattazione; se egli ne parla è per rispondere a domande sul matrimonio (1Cor 7), o per risolvere problemi contingenti, di carattere “disciplinare”, riguardanti cioè il comportamento delle donne nelle assemblee (1Cor 11 e 14); oppure – e qui abbiamo un brano che si staglia su tutti gli altri (Gal 3,28) – per esprimere le sovvertitrici conseguenze del battesimo che realizza l’unità in Cristo conferendo una stessa dignità alle persone, al di là delle differenze etniche (giudei e greci), sociali (schiavi e liberi) e sessuali (uomini e donne).

In altre due lettere, Fil e Rm, nelle sezioni finali, al momento delle raccomandazioni e dei saluti, Paolo nomina alcune donne per nome, attribuendo loro interessanti qualifiche, su cui sarà utile soffermarsi in vista del nostro tema specifico, a proposito cioè del loro ministero di collaboratrici nell’evangelizzazione.

Già da queste premesse si può comprendere come risulti difficile, se non impossibile, partendo da questi brani arrivare a delineare con sufficiente precisione ciò che Paolo stesso non aveva intenzione di fare in tali scritti, e cioè la presentazione del suo “pensiero sulle donne”. Ciò non significa però che non valga la pena vagliare e valorizzare tutti gli elementi presenti; anzi, proprio dal loro studio, soprattutto se inquadrato nella ricostruzione dell’ambiente storico-culturale delle origini cristiane, emerge la ricchezza e la novità di alcune intuizioni dell’apostolo.

Sempre riguardo alle fonti, un discorso a parte dovrà essere fatto per la particolare opera storiografica costituita dagli Atti degli Apostoli, dove troveremo il racconto dell’episodio riguardante Lidia.

 

Paolo e la donna in 1Cor 11,2-16 e 14,33b-35[4]; e in Gal 3,28

Negli scritti sicuramente autentici di Paolo i brani che fanno più problema, specialmente se accostati tra loro, si trovano nella stessa lettera, la 1Cor. Il primo è quello in cui egli tratta dell’acconciatura delle donne nelle riunioni di preghiera (11,2-16), il secondo è quello in cui ordina alle donne di tacere nell’assemblea (14,33b-35).

Per il brano di 1Cor 11,2-16, conosciuto soprattutto con il titolo tradizionale “il velo delle donne”, la difficoltà maggiore è data soprattutto dal v. 10, una vera crux interpretum: “per questo la donna è tenuta ad avere un’exousia (potere, autorità) sul capo a causa degli angeli”.

Tra le numerose ipotesi interpretative, che non ci mettiamo ora ad elencare e valutare, una delle più convincenti è quella in cui “avere sotto controllo” va inteso in questo senso: “per questo (quando la donna profetizza – cf. v. 5) deve avere sotto controllo la sua acconciatura”; cioè le donne quando fanno interventi pubblici nella comunità (profetizzano o pregano in assemblea) devono tenere un abbigliamento e un’acconciatura decorosa, in particolare devono coprirsi la testa. Questa indicazione di Paolo non avrebbe soltanto l’intenzione di regolare il modo di comportarsi (e di abbigliarsi) delle donne, ma soprattutto di contrastare un tentativo di annullare quelle differenziazioni sessuali – di cui la capigliatura è manifestazione tra le più immediate – insite nella natura stessa.

È per questo, molto probabilmente, che Paolo richiede che la donna che profetizza non deve perdere ciò che per la cultura del tempo rappresenta un contrassegno forte di femminilità. Ma richiedendo questo, allo stesso tempo egli ammette chiaramente che la donna possa parlare pubblicamente nell’assemblea (cf. v. 4); ciò è da tenere presente, quando si va ad interpretare nel capitolo 14 la celebre frase: “le donne nelle assemblee tacciano” (14,34; rafforzato subito appresso con: “infatti non è permesso loro di parlare”; e al v. 35: “è infatti vergognoso per una donna parlare nell’assemblea”). Come risolvere il problema?

Il fatto che alcuni codici antichi pongono i vv. 34-35 dopo il v. 40 (nessuno però li omette) è segno che hanno creato delle difficoltà nei lettori (e nei copisti). Non è però sufficiente questo indizio per dedurre un’interpolazione post paolina. Accettando questa ipotesi, essa naturalmente risolverebbe il problema alla radice e scagionerebbe di fatto l’apostolo da due grandi accuse: da una parte dall’incoerenza con se stesso (per quanto scritto poco prima al cap. 11) e dall’altra da una disdicevole coerenza con la mentalità corrente sia nel mondo giudaico che in quello ellenistico-romano, decisamente discriminante nei confronti delle donne.

Una soluzione da non scartare a priori è quella che sottolinea la diversità di soggetti o di tipo di discorso tra i due brani. In 1Cor 11 si tratterebbe di un parlare orante e profetico delle donne, in 1Cor 14 Paolo rimprovererebbe un parlare disordinato e confusionario che reca disturbo all’assemblea e non la edifica. D’altra parte la stessa ingiunzione a tacere Paolo la usa nei confronti del glossologo se nell’assemblea non c’è chi possa interpretare il suo parlare il lingue con il Signore (14,28).

Un’altra ipotesi che va prendendo piede negli ultimi vent’anni è quella che in questi versetti problematici vede la citazione di uno o più slogan diffusi da chi nella comunità era ostile alla partecipazione attiva delle donne (gruppo che Paolo dunque non appoggerebbe). Senza escludere questa che è ritenuta da numerosi studiosi la migliore ipotesi, bisogna dire però che non c’è traccia, né nella grammatica e nemmeno nella sintassi, dell’inizio di un discorso diretto.

Alla fine del suo lungo e approfondito studio su questo brano, così conclude Biguzzi: “Tutto quello che nei secoli si è tentato di dire riguardo a 1Cor 14,33b-35 sembra insoddisfacente” (p. 153).

Qui più che mai vale allora il principio generale che occorre far attenzione a non isolare un testo, tanto più bisogna guardarsi dall’assolutizzarlo e poi identificare il pensiero di chi l’ha scritto con quel testo lì. Quindi è sicuramente sbagliato – oltre che improprio dal punto di vista metodologico e contenutistico – prendere questo testo (mulieres in ecclesiis taceant) per riassumere il pensiero di Paolo sulle donne.

Se si volesse per forza sceglierne uno che esprima i principi ispiratori, al di là di questioni disciplinari contingenti, allora non c’è dubbio che occorra riferirsi a Gal 3,28 [in un contesto in cui si parla dell’essere “figli di Dio” proprio dei battezzati, rivestiti di Cristo e appartenenti a lui, cf. 3,26-29]:

Non c’è giudeo né greco;

non c’è schiavo né libero

non c’è maschio e femmina

tutti voi infatti uno siete in Cristo Gesù.

In questo che è probabilmente un testo o inno battesimale diffuso presso le prime comunità cristiane, ci sono tre binomi formati da opposti che trovano in Cristo il proprio superamento: c’è la dicotomia che è insieme etnica, culturale e religiosa: giudeo / greco; quella sociale-classista: schiavo / libero; e infine la dicotomia sessuale maschio / femmina; da notare che la scelta di usare i due neutri maschio e femmina, invece che uomo/donna sembrerebbe addirittura voler annullare la differenza che è insita nella natura stessa. In realtà dal contesto si evince che questo binomio vuole

soprattutto sottolineare come l’essere in Cristo (attraverso la fede e il battesimo) è ora il criterio nuovo che informa i rapporti interpersonali e conferisce uguale dignità alle persone, indipendentemente da tutti i condizionamenti, anche quelli sessuali.

Queste categorie, assieme a quelle espresse dai primi due binomi, non possono più avere un influsso discriminante sulla persona. L’affermazione di Gal 3,28 è dunque molto forte, e il principio del superamento delle discriminazioni che viene propugnato costituisce indubbiamente uno dei fondamenti essenziali del cristianesimo: da questo punto non si può più tornare indietro.

È interessante infine confrontare l’affermazione di Gal 3,28 con il testo di 1Cor 7: infatti lì – mentre si sta trattando dello status in cui si viene chiamati – si ritrovano chiari elementi dello stesso triplice binomio: il “circonciso/incirconciso” del v. 18 corrisponde a giudeo/greco; l’altra esatta corrispondenza l’abbiamo nei termini schiavo/libero dei vv. 21-22; l’ultimo binomio, “non c’è più né uomo né donna”, non compare tale e quale, ma a ben vedere è presente a più riprese in tutto il capitolo, quando Paolo – in modo sorprendente e innovativo rispetto alla cultura circostante – non fa altro che applicare a casi concreti proprio quel principio di uguaglianza e di reciprocità tra l’uomo e la donna (più specificamente, moglie/marito) espresso a chiare lettere in Gal 3,28. In questo senso si può affermare che Paolo con Gal 3,28 non rimane a livello di teoria, ma viene da lui stesso messo in pratica nel disciplinare la vita della comunità.

Un’altra osservazione – che malgrado la sua ovvietà conviene ribadire – è quella che in casi come questi va considerato il condizionamento storico e culturale di tali pronunciamenti in campo disciplinare: essi sono stati scritti in occasione di vicende contingenti e circoscritte a quel particolare periodo storico della chiesa e non vanno perciò indiscriminatamente considerati normativi per la chiesa di oggi (e quando purtroppo lo si è fatto non è stato certamente un bene per la chiesa); non siamo infatti di fronte a principi dottrinali generali, la cui validità si estenderebbe a tutte le epoche, ma a indicazioni fortemente influenzate dalle situazioni e problemi concreti di determinate comunità paoline.

Da questa base di partenza è praticamente impossibile affermare che Paolo in via di principio chieda che le donne tacciano nell’assemblea; ogni seria ricostruzione della condizione della donna nelle prime comunità cristiane di matrice paolina non può non tenerne conto.

Infine, un argomento molto importante, difficilmente conciliabile con il mulieres in ecclesiis taceant è la prassi stessa di Paolo che emerge sia dalle lettere che dagli Atti degli Apostoli, e qui arriviamo al nostro tema specifico.

 

Le collaboratrici nell’apostolato

Le lettere autentiche di Paolo contengono – specialmente nella loro parte finale – numerosi accenni a persone menzionate con il loro nome, spesso accompagnati da brevi titoli e osservazioni, che studiati singolarmente e nel loro contesto, si sono rivelati preziosi per ricostruire il quadro della situazione storica delle prime comunità cristiane, e in particolare il ruolo delle donne nel ministero apostolico.

Ad esempio, nella lettera ai Filippesi Paolo nomina due donne, Evodia e Sintiche, esortandole ad essere concordi nel Signore (4,2), e prega un suo fedele compagno di aiutarle (a riconciliarsi), poiché esse hanno combattuto per il vangelo insieme con lui, al pari di altri collaboratori tra cui Clemente: “i loro nomi sono scritti nel libro della vita” (4,3).

Per queste donne l’aver lottato insieme all’apostolo per la diffusione del vangelo comporta in qualche modo l’aver esercitato almeno in parte lo stesso ministero dell’apostolo; inoltre le espressioni di ammirazione e il fatto che praticamente sono le uniche persone ad esser nominate – oltre a Clemente che è probabilmente un componente di quella chiesa – portano a dedurre che esse devono aver avuto un ruolo di primo piano nella conduzione di quella comunità. Qualcosa di simile si può supporre anche di Cloe (1Cor 1,11) e soprattutto della “sorella Apfia”, unico caso di una donna esplicitamente citata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera, subito dopo la menzione di Filemone e prima di Archippo (Fm 2).

Ma è soprattutto nel capitolo conclusivo della lettera ai Romani che abbondano i riferimenti a donne collaboratrici nell’apostolato, a cui Paolo rivolge saluti e apprezzamenti.

Vediamoli in sintesi:

In Rm 16,1-16 Paolo nomina ventinove persone, ventisette delle quali riportando il loro nome, tra cui otto donne (più due senza nome, la madre di Rufo e la sorella di Nereo; vv. 13.15).

La prima menzionata è Febe, detta “nostra sorella, che è diacono della chiesa di Cencre… patrona di molti e anche di me stesso” (vv. 1-2). La vedremo a parte.

Al v. 3 dice di salutare Prisca ed Aquila (suo marito). Prisca (o Priscilla), è identificata come collaboratrice;

al v. 6 saluta Maria “che si è data molto da fare per voi”;

al v. 7 chiede di salutare “Andronico e Giunia… eccellenti tra gli apostoli”. Giunia non è un uomo come molti commentatori – specialmente nel passato – hanno sostenuto, bensì una donna, di loro Paolo afferma che sono suoi parenti, e diventati discepoli di Cristo prima di lui;

al v. 12 dice di salutare Trifena e Trifosa, due donne che “si danno da fare per il Signore”; e “la carissima Perside”, anch’essa “si dà molto da fare per il Signore”;

al v. 13 saluta la madre di Rufo che è stata anche per Paolo una madre;

al v. 15 si nomina infine Giulia e la sorella di Nereo.

Se si va a fare il conto di tutte le persone menzionate in 16,1-16, le donne sono circa un terzo degli uomini, e tuttavia le cose che si dicono di loro sono talmente rilevanti da far intravedere un loro ruolo di primo piano nelle prime comunità cristiane (e non solo in quelle di matrice paolina, in quanto sappiamo che Paolo scrive ad una comunità non fondata da lui), in quanto collaboratrici nel ministero apostolico di Paolo, o in generale in quanto “si sono date da fare per il Signore”.

Rm 16 dunque, come ha affermato un commentatore, può davvero essere intesa come “la più gloriosa attestazione di onore per l’apostolato della donna nella chiesa primitiva”.

A questo punto il testo continua facendo riferimento alla figura di Febe e Lidia.

… 

Conclusione

Da questa breve indagine si può trarre un quadro per il quale è praticamente impossibile tacciare Paolo di misoginia o di discriminazione nei confronti della donna. I dati che riguardano la presenza e il ruolo delle donne nella chiesa delle origini, pur non essendo molto abbondanti, costituiscono una chiara attestazione dell’applicazione del principio fondamentale di uguaglianza nella dignità e nella responsabilità missionaria; questo lo si deduce non soltanto dalle affermazioni sulle donne che si trovano sparse in alcuni suoi scritti, ma soprattutto dalla sua prassi, così come emerge sia dalle lettere che dagli Atti degli Apostoli. Rispetto all’ambiente e alle varie culture a lui contemporanee (greco-romana e giudaica) su questo punto Paolo non va annoverato tra i conservatori, ma tra gli innovatori coraggiosi: senza rischio di esagerare si può considerare Paolo il più grande araldo della nuova legge di libertà costituita dal Vangelo di Gesù Cristo, in cui è iscritto anche il paragrafo importante del pieno riconoscimento dei diritti alla donna, nella società e nella chiesa.

Un’interpretazione fondata sul pregiudizio di una mentalità maschilista e incapace di cogliere la portata liberatrice della Parola di Dio – e reiterata nel corso dei secoli – ha spinto tanti cristiani autorevoli a discriminare la donna nella famiglia e nella chiesa, causando direttamente la sua marginalizzazione nella società di matrice cristiana.

Venerdì santo

Nel 1987 è uscito un film di Damiano Damiani intitolato “L’inchiesta”, in cui il protagonista Tito Valerio Tauro ha il compito di cercare e trovare il corpo di un uomo ucciso qualche anno prima, un certo Gesù, falegname galileo. Alla fine del film queste sono le sue conclusioni:El Greco. Crocifissione.jpg

La mia missione è fallita, non ho trovato quel corpo e nemmeno un ribelle annidato fra le montagne … … Se c’è qualcuno che chiede di essere liberato, non dagli eserciti, ma dagli insegnamenti di un uomo crocifisso, allora il mondo sta già cambiando; questo è ciò che temevi, non è vero Tiberio, mio amato imperatore? … … La mia inchiesta è finita. Gesù di Nazareth è morto; sulla croce, dove lo abbiamo inchiodato. Ma i suoi seguaci hanno la certezza che è morto e risorto e aspettano il suo ritorno, senza sapere quando e come apparirà. … … Qui, in questa strana terra è nato un pericolo per l’impero. Bisogna indagare meglio: capire che cosa significano certe parole come “Ama il tuo nemico”. Capisci Pilato? Io dovrei amare te, e tu me! … … Con questa spada Roma ha conquistato il mondo. Lungo questo filo sottile corre la logica e la morale nella quale sono cresciuto… e se fosse tutto? e niente… Aiutami Trifone! Spingimi nel mistero”.

Il modo per entrare nel mistero in questo caso è la morte… Ma penso che l’amore sia già un ottimo invito al mistero. E allora posto un brano di bellezza incredibile del corregionale David Maria Turoldo

“Teologi e chiesasti, pulite (o complicate) quanto volete la fede, ma lasciatemi credere.

Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti.

E, distrutto, sempre si ricompone dalla sua e nostra morte, per la sua e nostra risurrezione.

Non già “la causa dell’uomo che continua”, ma dimensione biologica, tensione della terra: sempre vivo mistero del genere umano.

Egli è il solo frutto possibile, l’eterno presente ove t’infuturi, dandogli tu la carne e il sangue.

Nessuno può narrare l’evento. Leggenda che muove il mondo, essa è la storia più vera: allora finalmente crederemo.

Lingua non serve a dire le ragioni dell’ultimo donarsi, la suprema gratuità dell’amore.

Abbiamo appena fragili simboli; e cercare prove e sillogi alla fede è come voler spegnere il sole o incatenare il vento.

E quanto pagheremo amaramente: fede di atei, fede senza incantesimo e senza mistero.

Egli è la luce fattasi corpo, nato dalla creazione pura, nato da donna vergine per opera dello Spirito, venuto sotto la legge per amore.

Era nel principio e nulla ha vita senza di lui: e la vita è venuta e vive.

Cristo, unico uomo: l’uomo povero e libero, l’ultimo di tutti gli uomini! Mio Cristo, vero sacramento di Dio.”

(D.M. TUROLDO, Mio atto di fede, in O sensi miei, Rizzoli, Milano 1990).

Getsemani

Posto il video in inglese e sottotitolato in spagnolo della scena del Getsemani presa da Jesus Christ Superstar. Più sotto la traduzione del duro testo

Voglio soltanto dire 
Se c’è un modo
Allontana da me questo calice poiché non voglio assaggiarne il veleno
Sentirne il bruciore, Io sono cambiato, non sono piu’ cosi’ sicuro 
Come quando abbiamo iniziato
Allora ero ispirato 
Adesso sono triste e stanco
Ascolta… Non c’è dubbio che ho superato ogni aspettativa
Ho tentato per tre anni, che sembrano trenta
Potresti chiedere altrettanto a qualsiasi altro uomo?
Ma se io muoio
Se vado fino in fondo e faccio quello che tu mi chiedi

Se lascio che mi odino, che mi colpiscano, che mi feriscano, che mi inchiodino al loro legno
Vorrei sapere, vorrei sapere mio Dio
Vorrei sapere, vorrei sapere mio Dio
Vorrei capire, vorrei capire mio Dio
Vorrei capire, vorrei capire mio Dio
Perché devo morire
Sarei notato più di quanto lo sono mai stato prima?
Le cose che ho detto e fatto avrebbero maggior peso?
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei capire, dovrei capire mio Signore
Dovrei capire, dovrei capire mio Signore
Se muoio quale sarà la mia ricompensa?
Se muoio quale sarà la mia ricompensa?
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Perché, perché dovrei morire?
Oh perché dovrei morire?
Puoi mostrarmi ora che non verrei ucciso invano?
Mostrami almeno un po’ della tua mente onnipresente
Mostrami che c’è un motivo per cui tu vuoi che io muoia
Sei anche troppo preciso sul dove e sul come,
Ma non altrettanto sul perché
Va bene, morirò!
Oh, oh guardami morire!
Vedi come, vedi come morirò!
Oh, guardami morire!

Allora ero ispirato
Adesso sono triste e stanco
Dopo tutto ho provato per tre anni che sembrano novanta
Perché allora ho paura di finire ciò che ho cominciato?
Ciò che hai cominciato tu, non io
Dio, la tua volontà è dura
Ma sei tu che comandi il gioco
Berrò il tuo amaro calice, inchiodami alla tua croce e spezzami
Fammi sanguinare, battimi, uccidimi, prendimi adesso – prima che io cambi idea.

La notte nel Getsemani

E’ giovedì santo. Nel post del 20 marzo 2008 http://oradireli.myblog.it/archive/2008/03/20/giovedi-santo.html avevo messo quella che resta, a mio avviso, una delle pagine più belle e profonde sulla notte passata da Gesù nell’orto del Getsemani, scritta da Turoldo. Oggi posto un testo di Boris Pasternak, “L’orto del Getsemani”

Lo scintillio di lontane stelle un’indifferente

luce gettava alla curva della strada.

La strada aggirava il Monte degli Ulivi,El Greco. L'orazione nell'orto 2.jpg

giù, sotto di lei, scorreva il Cedron.

Il prato a metà s’interrompeva.

Dietro cominciava la Via Lattea.

Canuti, argentei ulivi tentavano

nell’aria passi verso la lontananza.

In fondo c’era un orto, un podere.

Lasciati i discepoli di là dal muro,

disse loro: «L’anima è triste fino alla morte,

rimanete qui e vegliate con me. »

E rinunciò senza resistenza,

come a cose ricevute in prestito,

all’onnipotenza e al miracolo,

e fu allora come i mortali, come noi.

Lo spazio della notte ora pareva

il paese dell’annientamento e dell’inesistenza.

La distesa dell’universo disabitata,

e soltanto l’orto un luogo capace di vita.

E guardando quei neri sprofondi,

vuoti, senza principio e fine,

perché quel calice di morte via da lui passasse

in un sudore di sangue pregò il padre suo.

Lenito dalla preghiera lo spasimo mortale,

tornò al di là della siepe. Per terra

i discepoli, vinti dal sonno,

giacevano nell’erba lungo la strada.

Li destò: «Il Signore vi ha scelti a vivere

nei miei giorni, ed eccovi crollati come massi.

L’ora del figlio dell’uomo è venuta.

Egli si darà in mano ai peccatori. »

E aveva appena parlato che, chissà da dove,

ecco una folla di servi, una turba di schiavi,

luci, spade e, davanti a tutti, Giuda

col bacio del tradimento sulle labbra.

Pietro tenne testa con la spada agli sgherri

e un orecchio a uno di loro mozzò.

Ma sente: «Non col ferro si risolve la contesa,

rimetti a posto la tua spada, uomo.

Pensi davvero che il padre mio di legioni alate

qui, a miriadi, non m’avrebbe armato?

E allora, incapaci di torcermi un capello,

i nemici si sarebbero dispersi senza lasciar traccia.

Ma il libro della vita è giunto alla pagina

più preziosa d’ogni cosa sacra;

Ora deve compiersi ciò che fu scritto,

lascia dunque che si compia. Amen.

Il corso dei secoli, lo vedi, è come una parabola

e può prendere fuoco in piena corsa.

In nome della sua terribile grandezza

scenderò nella bara fra volontari tormenti.

Scenderò nella bara e il terzo giorno risorgerò,

e, come le zattere discendono i fiumi,

in giudizio, da me, come chiatte in carovana,

affluiranno i secoli dall’oscurità.»

Il color indaco dei Baustelle

Il 26 marzo 2010 è uscito il nuovo album dei Baustelle “I mistici dell’Occidente”. Vi rimando alla rete per tutte le notizie correlate e tutte le possibili interviste. Desidero intanto soffermarmi sulla prima traccia “L’indaco”. Premetto che il brano non mi piace particolarmente: lo trovo piuttosto noioso, salvo l’impennata finale che mi ricorda un po’ i Jethro Tull con quel flauto. Il testo però mi ha colpito e lo trovo interessante. L’invito generale della canzone è quello a non angustiarsi per i vari motivi di dolore che possono affliggere l’uomo: dal semplice andarsene delle rondini, segno però del passare delle stagioni e dell’avvicinarsi dell’inverno, all’interrogarsi davanti all’enigma della morte rappresentata dal carro funebre. Non buttarsi giù, non soffrire più è l’auspicio dei Baustelle: lascia andare le rondini, lascia passare il carro funebre, c’è un azzurro oltre le nubi,  c’è forse un mare color indaco oltre lo stretto di Gibilterra… C’è un infinito oltre il finito?

indaco.jpg

Qui sotto il testo. Il brano è http://www.youtube.com/watch?v=puujNlHcInk

Non angosciarti più

che bisogno c’è

quando partono le rondini

lasciale andare

 

non domandare più

che ragione c’è

quando passa il carro funebre

fallo passare

 

e non buttarti giù

che in fin dei conti c’è

un azzurro che fa piangere

oltre le nubi

 

e non soffrire più

che in fondo forse c’è

al di là di Gibilterra

un indaco mare

Dal basso

Sahi. La lavanda dei piedi.jpg

In alcune classi stiamo parlando degli eventi della Passione, Morte e Resurrezione e di come essi siano stati affrontati nell’arte, nella letteratura, nella poesia, nella musica, nel cinema… Uno di quegli eventi è anche la lavanda dei piedi e a tal proposito abbiamo letto un bellissimo brano di Santucci che qui riporto, così avete modo di tornarci sopra quando volete.

E sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre… versa dell’acqua in un catino e comincia a lavare i piedi ai discepoli.

La sua ora è giunta. E il primo gesto che scatta da quel fatale colpo di gong, in un rito che sembra predisposto, è andare a prendere un catino. Il Vangelo c’impone come ovvia questa logica, questa consequenzialità espressa in un giro di stretta grammatica: sapendo che la sua ora era giunta, cominciò a…

Che cosa comincia a fare, nel cenacolo, visto che deve morire? In che direzione scocca la sua prima, quasi automatica obbedienza al messaggio nero? Alzarsi da mensa, strapparsi al benessere d’una siesta incantata, lavare dei piedi.

Che cosa deve fare chi sa che di lì a poco morirà? Se ama qualcuno e ha qualcosa da lasciargli deve dettare il testamento. Noi ci facciamo portare della carta e una penna. Cristo va a prendere un catino, un asciugatoio, versa dell’acqua in un recipiente. Il testamento comincia qui; qui, con l’ultimo piede asciugato, potrebbe addirittura finire. Curvi su un foglio, noi scriviamo: «lascio la mia casa, i miei poderi a…». Gesù, curvo sul pavimento, deterge entro l’acqua i piedi dei suoi amici: nel silenzio della stanza dura a lungo lo sciacquio discreto, il respiro dell’inginocchiato si fa un poco più pesante nel passar dei minuti, i capelli gli piovono sulla fronte.

Cristo è lì all’opera, è al livello dei cani che sotto il tavolo rosicchiano l’ultimo osso spolpato dell’agnello e interrompono la loro cena pasquale per scrutare meravigliati quell’uomo che adesso è anche lui su quattro zampe. Dal basso, sì, ha voluto cominciare a salvarci. Nell’ultimo quadro ci dominerà di lassù, dal trave insanguinato, con le braccia aperte («Quando sarò innalzato trarrò tutto il mondo a me»). Ma l’inizio è questo: rattrappito come una bestia sui nostri alluci callosi, sulle nostre impoetiche unghie, sui nostri odori più scostanti. Si concede questa regale gioia di umiliarsi.

Come hai potuto amare i nostri piedi? Sopra appena di qualche spanna, Signore, la materia di cui siamo fatti non è così goffa e volgare, ci sono pezzi di noi anche belli, amabili. Filippo ha un profilo di gaio uccello, Giovanni ha dolci e lunghi occhi di ragazzo; ma a questo livello non c’è amicizia, non c’è gradevolezza di rapporto. Il piede è lontano chilometri dal sorriso di chi lo possiede, il piede è questo animale rozzo e selvatico, a guardare un piede è più duro credere all’anima dell’uomo, più facile convincerci che siamo un provvisorio fantoccio destinato a dissolversi. Per questo forse i morti sono tutto piedi, li ostentano in avanti senza più alcun pudore. Per questo, da vivi, con istintiva vergogna noi ritiriamo il piede da chi sorprende questa nostra estranea propaggine. Come fa Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno». Non fu lo zelo di non essere servito, pescatore, che ti ha fatto gridare quella protesta, fu un oscuro rispetto umano: i nostri piedi, anche se fanno tenerezza, se fanno storia col loro mai deluso andare, sono ridicoli e sporchi. Soltanto nostra madre ha potuto maneggiare senza scandalo i nostri piedi.

Invece è proprio in questo cedere di ogni vergogna sotto la manipolazione del Cristo-madre, nell’identificare lui curvo sul catino con lei quando ci nettava d’ogni sporcizia, che deve passare la nostra salvezza. «Se io non ti laverò, non avrai parte con me».

Diventare tutti madri, creature senza ripugnanze; perché in lui al di sopra ancora del maestro c’è la madre, e solo nel prendere lei ad esempio — come solo nel rifarci piccoli — si fa realtà il Regno.

«Intendete voi quello che io vi ho fatto? Voi mi chiamate il maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque ho lavato a voi i piedi io, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri. Io vi ho dato l’esempio, affinché facciate anche voi come ho fatto io».

Vi ho dato l’esempio… Se dovessi scegliere una reliquia della passione, raccoglierei tra i flagelli e le lance quel tondo catino di acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente sotto il braccio, guardare solo i talloni della gente; e a ogni piede cingermi l’asciugatoio, curvarmi giù, non alzare mai gli occhi oltre i polpacci, così da non distinguere gli amici dai nemici. Lavare i piedi all’ateo, al cocainomane, al mercante d’armi, all’assassino del ragazzo nel canneto, allo sfruttatore della prostituta nel vicolo, al suicida, in silenzio: finché abbiano capito.

A me non è dato poi di alzarmi per trasformare me stesso in pane e in vino, per sudare sangue, per sfidare le spine e i chiodi. La mia passione, la mia imitazione di Gesù morituro può fermarsi a questo.

Santucci L., Volete andarvene anche voi?, Mondadori, Milano 1969, pp. 205-207