La storia di Michele

Michele Aiello è l’uomo che ha ispirato a Fabrizio De Andrè questo brano, molto probabilmente un immigrato del sud a Genova. La vicenda non è complessa: Michè è in carcere e deve scontare vent’anni per l’omicidio di un rivale in amore, l’uomo che voleva rubargli la bella Marì. Solo che Michè non resiste all’idea di stare lontano dalla sua amata per un periodo così lungo e decide pertanto di impiccarsi con una corda, l’unico sistema escogitato per costringere la Corte che lo aveva condannato ad aprirgli la porta del carcere in anticipo. Il gesto viene compiuto di notte, al buio, come sottolinea tre volte De Andrè che si ricorderà di Michè tutte le volte che sentirà cantare un gallo. Viene allora alla mente un’altra notte di circa duemila anni fa, dove risuonò il canto di un altro gallo, quello del Vangelo di Luca (Lc 22, 60: “…E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.”.), così come l’atto dell’impiccagione riporta al gesto di Giuda (Mt 27,5: “Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.”). Ma Pietro e Giuda sono narrati nella Bibbia come rinnegatore l’uno e traditore l’altro, mentre Michè non tradisce né rinnega nessuno. Anzi, forse ciò che lo ha portato all’omicidio è stata proprio la paura di poter essere tradito, il timore di perdere l’unica ragione della sua vita: Marì. E ora la constatazione di non poter vivere vicino al suo amore e di dover attendere vent’anni lo fanno decidere per la morte; De Andrè canta che Michè con la morte vuole anche mantenere la propria condizione di innamorato, ricordare il bene profondo che prova per la sua amata. Nessuna pietà poi per il defunto Michè neanche da un prete: nessuna messa prevista per un suicida. Solo la consolazione di una croce col nome e la data posta dalla mano di qualcuno nella terra bagnata proprio alla stessa ora della morte di Gesù (Mc 15, 34-37: “Alle tre… Gesù, dando un forte grido, spirò”). Mi piace cogliere in questa immagine piovosa e umida il calore di una speranza che viene dal Cristo, quella speranza che l’uomo di Chiesa non ha saputo dare. De Andrè tornerà su tale questione in Preghiera in gennaio: intollerabile per lui (e non solo) che al suicida, proprio a colui che maggiormente può aver bisogno dell’abbraccio del Cristo sofferente, venga tolta tale possibilità.

L’istinto del bello

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 E’ questo immortale istinto del bello che ci fa considerare il mondo e tutte le sue bellezze come un riflesso, come una corrispondenza del cielo. La sete inestinguibile di tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità. Con la poesia e, insieme, attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, l’anima intuisce la luce che splende al di là della tomba; o quando una poesia perfetta fa nascere le lagrime agli occhi, queste lagrime non sono segno di eccessiva gioia, ma piuttosto indice di una malinconia esasperata, di una esigenza nervosa, di una natura esiliata nell’imperfetto che bramerebbe possedere subito, in questo mondo, un paradiso rivelato.

(Charles Baudelaire, in Art Romantique)

L’ombrello rosso

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I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L’erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto. Le settimane si succedevano sempre più infuocate. Da mesi non cadeva una vera pioggia. Il parroco del paese organizzò un’ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia. All’ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza. Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari. Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila. Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso. (Bruno Ferrero)

Sulla fede

Prendo dal Corriere della Sera di oggi alcune lettere giunte al Cardinal Martini e le sue brevi risposte.

Eminenza, mi chiamo Luca e ho 25 anni. Come tanti, sin da bambino ho ricevuto una istruzione cattolica, frequentando il catechismo e ricevendo i sacramenti. Fin lì, la fede mi sembrava chiara e semplice. E credevo veramente. Tuttavia, crescendo, soprattutto leggendo (tanto) sia per studio sia per diletto, tutti quei ragionamenti così semplici sono diventati d’un tratto impervi. La fede, se vuole infantile, ha ceduto il passo a una razionalità più matura, figlia della filosofia appresa sui libri e delle esperienze (comuni a tanti) di vita. Perché questo? Perché è così difficile credere? Ecco perché per me oggi credere significa interrogarmi, studiare, riflettere, meditare. Non riesco a professarmi non credente, ma non riesco più nemmeno ad abbandonarmi all’abbraccio del Signore come lei ci suggerisce di fare. Luca Gamberini, Bologna

Premetto che ho fatto otto anni presso l’Istituto Gonzaga di Milano, pagando fior di rette e studiando la vostra cultura giudaico-cristiana da Dante Alighieri al Manzoni per finire con la Dottrina di Sant’Agostino e San Tommaso D’Aquino. Fatta questa premessa, dati gli ultimi eventi internazionali dove l’italiano medio non riesce a tirare la fine del mese, avere un figlio, una famiglia rappresenta un bene di lusso e un bilocale è un sogno di mezza estate e via dicendo… vedo che voi Eccellentissimi Servi di Dio – con la S maiuscola – non solo vestite con la tunica da migliaia di euro da 2000 anni a questa parte, ma siete padroni del 25% del patrimonio immobiliare italiano. P.S. Suggerisco la reintroduzione delle Tasse di Leone X per pagarsi la salvezza dell’anima. Enzo Minacapilli, Cassina de’ Pecchi (Milano)

La vita eterna: me ne parlavano quando andavo a scuola dai Salesiani. Ascoltavo forse un po’ annoiato. Però, evidentemente, le parole hanno lavorato in quello che chiamiamo subconscio. A 55 anni rappresentano per me (quando parlo con me stesso in silenzio) un concetto, una speranza, un’emozione. Fatti attraversare dal dolore, mi ha detto una volta mia madre mentre soffrivo. Spero di esserci riuscito. Sicuramente l’articolo che lei ha scritto in proposito mi aiuta a capire che l’essenza della vita dovrebbe essere quella di dedicarla agli altri. Però, quanto è difficile! Sto cercando. Marco Gregoretti, Milano

Ho 45 anni, sono sposato, ho tre figli. Ho affidato la mia vita totalmente a Dio Nostro Padre e nelle preghiere chiedo sempre di guidare le mie azioni. Nonostante diverse tribolazioni, mi sono sempre ritenuto un protetto perché sono sempre riuscito a superare tutte le avversità. Ma il 3 gennaio 2011 è successa una tragedia che non mi ha fatto perdere la fede ma mi ha lasciato una profonda tristezza e desolazione che grazie all’aiuto di Dio cerco dei superare. Mio padre, uomo buono e mite che pregava tanto, all’età di 76 anni in seguito a una lunga depressione ha deciso con un gesto insano di porre fine alla sua vita terrena. Sono certo che Dio lo ha perdonato. Affido il mio dolore a Gesù. Antonio Mancuso, Roma

Ho scelto alcune di quelle lettere la cui sostanza si riflette in molte altre. È abbastanza chiaro che le interrogazioni o le inquietudini a riguardo della fede e della Chiesa si riscontrano in tutti noi. Qui si verifica uno di quei casi del comune sentire che avvolge tutti come in una sola nube di linguaggio, che va tenuta presente nel leggere correttamente un testo. Per questo non vado in tilt quando ricevo lettere che mostrano attenzioni o scelte diverse dalle mie. Solo richiedo da tutti un certo rispetto ed educazione, perché gli scivolamenti in questo terreno sono facili. Che cosa significa credere? Non necessariamente tutte quelle cose che si propone di fare il primo corrispondente, come studiare, leggere, riflettere ecc., anche se una certa attività mentale è caratteristica di molti che la vita pone di fronte a decisioni gravi. Ma l’atto di fede è molto più semplice. È un atto in cui l’uomo manifesta che il suo riferimento assoluto è Dio. Allora perché è tanto difficile? Forse perché nel cuore c’è un qualcosa che non inclina a sottoporsi «al disonor del Golgota»? La prima delle lettere che abbiamo scelto ci mostra ciò che avviene quando la fede di un fanciullo si incontra con una razionalità un po’ sofisticata. Luca, ti chiederei di mettere tra le tue letture anche qualcosa di quanto hanno scritto, negli ultimi decenni, riguardo alla fede. Troverai un atteggiamento di rispetto e di serietà, che qualche volta mancano in coloro che scrivono contro. Pur con la massima buona volontà non si può non riconoscere che le accuse portate alla Chiesa da Enzo sono esagerate e che esse non sarebbero prese sul serio da nessun conoscitore della materia. Per esempio, non so che cosa sia la tunica costosissima portata da duemila anni dagli addetti al lavoro. Quanto all’accusa riferita al patrimonio immobiliare italiano, al di là della verità delle cifre, ci vuol poco per capire che la Chiesa non è come una società anonima. I possessi appartengono dunque a quei cittadini, o gruppi di cittadini, che ne esigono un provvido uso. Per la maggior parte si tratta di chiese, che servono ai fedeli e come tali vanno custodite e difese. A Marco, che sta cercando, auguro di comprendere che la fede non è né un concetto né una speranza e neppure un’emozione, ma è fondata saldamente sulla promessa di Dio. Noi viviamo di fiducia fin dalla nascita. Senza questa fiducia di fondo non potremmo sopravvivere. Vorrei poter consolare con parole appropriate il carissimo Antonio; ma vedo dalle sue parole che egli appare come un uomo buono, mite e orante a imitazione di suo padre. Affidi il suo dolore a Gesù, che sarà per lei un buon maestro.

Attesa

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Domani inizia l’Avvento. Il 2 dicembre 1928 Dietrich Bonhoeffer così predicava:

“Celebrare l’Avvento, significa saper attendere, e l’attendere è un’arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato. Il nostro tempo vorrebbe cogliere il frutto appena il germoglio è piantato; così, gli occhi avidi, sono ingannati in continuazione, perché il frutto, all’apparenza così bello, al suo interno è ancora aspro, e, mani impietose, gettano via, ciò che le ha deluse. Chi non conosce l’aspra beatitudine dell’attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell’adempimento.”

Ulisse e cinema come esperienza di soglia

Un video di presentazione di un libro sul rapporto tra cinema e filosofia

Entra nel tuo cuore

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Disse il maestro all’uomo d’affari: “Come il pesce muore sulla terra asciutta, così tu muori quando resti intrappolato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua… tu devi tornare alla solitudine”. L’uomo d’affari era atterrito: “Devo rinunciare ai miei affari ed entrare in convento?”. “No, no. Continua nei tuoi affari ed entra nel tuo cuore”.

(Da Un minuto di saggezza, di Anthony de Mello)

La patrona di teologi, filosofi e studenti

Domani è Santa Caterina d’Alessandria patrona dei teologi, filosofi e studenti. Visto che tocca da vicino il mondo della scuola, ecco una sintesi della sua storia.

Caterina è una diciottenne cristiana, figlia di nobili e vive ad Alessandria d’Egitto. Qui, nel 305, arriva Massimino Daia, governatore di Egitto e Siria. Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane, un atto obbligatorio per tutti i sudditi, e quindi anche per i cristiani, ancora perseguitati. Caterina si presenta a Massimino, invitandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità, e rifiutando il sacrificio. Massimino allora convoca un gruppo di intellettuali alessandrini, perché la convincano a venerare gli dèi. Ma è Caterina che convince loro a farsi cristiani; per questa conversione così pronta, Massimino li fa uccidere tutti, poi richiama Caterina e le propone addirittura il matrimonio. Nuovo rifiuto, sempre rifiuti, finché il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo. Un miracolo salva la giovane, che poi viene decapitata: ma gli angeli portano miracolosamente il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) si chiama Gebel Katherin. Questo avviene il 24-25 novembre 305. Dal Gebel Katherin, infine, e in data sconosciuta, le spoglie vengono portate nel monastero a lei dedicato, sotto quel monte. A una sua biografia così poco attendibile si contrappone la realtà di un culto diffuso anche fuori dall’Egitto.

 

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Miracoli

Un uomo traversò terre e mari per verificare personalmente la fama straordinaria di un grande maestro. “Che miracoli ha operato il vostro maestro?” chiese a un discepolo. Egli rispose: “C’è miracolo e miracolo. Nel tuo paese è considerato un miracolo che Dio faccia la volontà di qualcuno. Da noi, invece, è considerato un miracolo che qualcuno faccia la volontà di Dio”.

Due bocche di papaveri

In molti abbiamo letto l’Antologia di Spoon River, in molti l’abbiamo anche ascoltata nelle canzoni di Fabrizio De Andrè nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo. Ma una delle più belle epigrafi, a mio avviso, è quella della teologa Adriana Zarri, scomparsa il 18 novembre dell’anno scorso.

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è triste e funebre.

Non mi vestite di bianco:

è superbo e retorico.

Vestitemi

a fiori gialli e rossi

e con ali di uccelli.

E tu, Signore, guarda le mie mani.

Forse c’è una corona.

Forse

ci hanno messo una croce.

Hanno sbagliato.

In mano ho foglie verdi

e sulla croce,

la tua resurrezione.

E, sulla tomba,

non mi mettete marmo freddo

con sopra le solite bugie

che consolano i vivi.

Lasciate solo la terra

che scriva, a primavera,

un’epigrafe d’erba.

E dirà

che ho vissuto,

che attendo.

E scriverà il mio nome e il tuo,

uniti come due bocche di papaveri.

Il respiro di Dio

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Venerdì sera ero a Zugliano ad ascoltare la testimonianza di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Non mi soffermo qui sulla questione mafia di cui si può leggere abbondantemente sui libri e su internet, ma su qualcosa di cui lo stesso Salvatore ha detto di parlare raramente. In sintesi ha detto di non essere mai stato un grande credente, di aver seguito la religione da piccolo insieme al fratello, ma di non aver mai effettuato un vero percorso di fede. Eppure, in quei tre giorni passati notte e giorno accanto al feretro di Paolo prima dei funerali, ha respirato l’amore. “In tutte quelle persone che venivano a salutare Paolo, ad abbracciarlo, a portare calore alla sua famiglia, ho vissuto l’amore, ho vissuto Dio. Per me è difficile ora parlare, raccontare, è come se dovessi parlare di un cielo stellato a un cieco: come potrei farlo? quali parole usare?”.

La realtà sottile

“Quando ci poniamo domande su Dio, una di quelle che stanno in cima alla lista è perché certe persone vivono e certe persone muoiono; perché certe persone guariscono e certe altre no. […] Se una persona vive, diciamo: «È un miracolo». Se muore diciamo: «È la volontà di Dio». Non c’è una risposta razionale ai miracoli e non c’è modo di comprendere la volontà di Dio: il quale, se c’è davvero, potrebbe non avere per noi più interesse di quello che ho io per i microbi che in questo momento vivono sulla mia pelle. Ma i miracoli avvengono, a me sembra; ogni respiro è un miracolo nuovo. La realtà è sottile ma non sempre buia.”

(Stephen King, Al crepuscolo) 

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Imparare dalla natura

 

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In questi giorni, passeggiando in mezzo ai campi in compagnia del fido Mou, sto ammirando i colori dell’autunno. Sembra quasi che la natura abbia tenuto il meglio per il momento prima di addormentarsi… Mi è venuto in mente questo brano di Nietzsche che leggiamo in quarta:

“Osserva il gregge che pascola dinnanzi a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere e con la sua pena al piuolo, per così dire, dell’attimo, e perciò né triste né annoiato. Vedere tutto ciò è molto triste per l’uomo poiché egli si vanta, di fronte all’animale, della sua umanità e tuttavia guarda con invidia la felicità di quello – giacché egli vuole soltanto vivere come l’animale né tediato, né addolorato, ma lo vuole invano, perché non lo vuole come l’animale. L’uomo chiese una volta all’animale: “Perché mi guardi soltanto, senza parlarmi della tua felicità?” L’animale voleva rispondere e dire: “La ragione di ciò è che dimentico subito quello che volevo dire” ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò.” (Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali, II, cap.1, 1874)

E’ una lettura che abbiniamo sempre al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia:

“…O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidi ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sopra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge

sì che, sedendo, più che mai son lunge

da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?…”

Ecco, in questi giorni di preoccupazioni, di ansie per il futuro economico, di timori, penso che possiamo imparare un po’ dalla natura.

Kung fu e filosofia

Vediamo chi ha voglia di arrivare fino in fondo a questo articolo pubblicato su Diogene Magazine. Riguarda il vero significato del kung fu…

shaolinpractice.jpgUn’agenzia di stampa del 2005 diede la notizia che presso il tempio Shaolin, monastero buddhista cinese molto noto per le arti marziali, un monaco si espresse su uno stereotipo diffuso: “Molte persone hanno una concezione errata delle arti marziali come qualcosa il cui fine è il combattimento e l’uccisione quando, invece, servono ad approfondire la saggezza e l’intelligenza”. D’altronde, il kung fu per molti occidentali è conosciuto unicamente tramite film di arti marziali quali Enter the Dragon o La tigre e il dragone. Nel cinema, lottatori bravi e acrobatici come Bruce Lee, Jackie Chan e Jet Li vengono visti come “maestri di kung fu”. Ma, come notò il monaco shaolin, il kung fu riguarda molte più cose rispetto al mero combattere. C’è un kung fu della pittura, della danza, della cucina, dello scrivere e del recitare, del retto giudizio, dell’etichetta, persino del governo. Durante le dinastie Song e Ming il termine kung fu veniva ampiamente utilizzato da neo-confuciani, taoisti e buddhisti per designare in generale l’arte di vivere. L’estensione del significato del kung fu è una chiave per comprendere la tradizione filosofica cinese, e il modo in cui in parte converge e in parte diverge da quella occidentale. La maggiore preoccupazione della filosofia cinese non riguarda la verità, come nel pensiero occidentale, bensì il come vivere una buona vita.

La famosa domanda di Zhuangzi, pensatore del quarto secolo, che si chiedeva se avesse sognato di essere una farfalla o se fosse una farfalla che sognava di essere Zhuangzi, è una massima kung fu e al contempo un quesito epistemologico. Invece di intraprendere la ricerca della certezza, come nel sogno di Cartesio, Zhuangzi giunse a realizzare di aver percepito “la trasformazione delle cose”, scoprendo che bisognerebbe assecondare tale trasformazione invece di cercare vanamente di scoprire cosa sia reale. Il richiamo confuciano alla “rettificazione dei nomi”, secondo cui bisognerebbe utilizzare appropriatamente le parole, è più un metodo kung fu per assicurare l’ordine sociale e politico che un tentativo di cogliere l’essenza delle cose, nel momento in cui i nomi, o le parole, sono indicatori delle aspettative su come il portatore dei nomi dovrebbe comportarsi ed essere trattato. La dottrina buddhista della negazione del sé potrebbe apparire metafisica, ma il suo vero scopo è liberare dalla sofferenza, dato che secondo il buddhismo la sofferenza deriva dall’attaccamento al sé. Le meditazioni buddhiste sono pratiche kung fu per scuotere l’attaccamento alle cose materiali, e non indagini intellettuali per giungere alla verità. Fraintendere il linguaggio della filosofia cinese intendendolo, per usare l’espressione di Richard Rorty, come uno “specchio della natura”, sarebbe come scambiare il menù per il cibo. L’essenza del kung fu (un insieme di arti e istruzioni su come coltivare la persona e condurre la vita) è spesso difficile da digerire per chi è abituato ai sapori della filosofia occidentale mainstream. È comprensibile che, anche con una sincera volontà di provarci, si rimanga spiazzati, nei testi classici cinesi, dalla mancanza di definizioni chiare dei termini chiave o dall’assenza di argomentazioni lineari. Ciò, tuttavia, non è una debolezza, quanto un requisito del kung fu. Proprio come nell’imparare a nuotare si richiede di concentrarsi sulla pratica e non sulla teoria: solo andando oltre le definizioni concettuali della realtà è possibile aprirsi a quel tipo di intelligenza rappresentata dalle arti della danza e della recitazione.

Tale sensibilità allo stile, alle tendenze più sottili e a una visione olistica richiede un’introspezione simile a quella necessaria a superare ciò che il filosofo Jacques Derrida ha identificato come il problema del logocentrismo occidentale. Si può così arrivare persino a espandere l’epistemologia verso il reame non concettuale in cui l’accessibilità della conoscenza dipende dalla coltivazione delle facoltà cognitive, e non semplicemente da ciò che è pubblicamente osservabile da tutti. Una persona esemplare potrebbe avere un carisma grande al punto da influenzare gli altri, ma non necessariamente conosce come influenzarli. Nell’arte del kung fu c’è quello che lo storico Herbert Fingarette, nel suo saggio Confucio, chiama “un elemento magico”, ma “specificamente umano” nella sua praticità, qualcosa che “riguarda sempre grandi risultati ottenuti senza sforzo, meravigliosamente, grazie a un potere irresistibile e invisibile”.

I filosofi Pierre Hadot e Martha Nussbaum, anche grazie al dialogo filosofico globale fra diverse tradizioni, hanno entrambi cercato di “rettificare il nome” della filosofia mostrando come i filosofi antichi dell’Occidente quali Socrate, gli stoici e gli epicurei, fossero interessati in primis alla virtù, agli esercizi spirituali e alle pratiche rivolte al vivere una buona vita, piuttosto che al puro esercizio teoretico. Da questo punto di vista, la filosofia occidentale delle origini è simile alla filosofia classica cinese. Ciò attira la nostra attenzione verso una dimensione che è stata eclissata dall’ossessione della ricerca di verità eterne e universali tramite l’argomentazione razionale. Eppure, anche quando i filosofi hanno considerato le loro idee come puri discorsi teoretici rivolti alla scoperta della verità, le loro teorie non hanno mai smesso di funzionare come guide per l’agire umano. Il potere dell’Illuminismo moderno è stato pienamente dimostrato sia nelle grandi conquiste che ben conosciamo sia nei profondi problemi che oggi ci troviamo ad affrontare. I nostri modelli comportamentali sono profondamente informati da idee filosofiche che sembrarono così innocenti da essere prese per verità evidenti. È sia ironico sia allarmante che quando il filosofo Richard Rorty lanciò il suo attacco contro la filosofia razionalistica, egli diede per scontato che la filosofia possa assumere unicamente la forma di una ricerca della verità oggettiva. Il suo rifiuto della filosofia ricade nella medesima trappola dalla quale vorrebbe mettere in guardia: considerare i concetti filosofici come “specchi” della realtà e non come leve o strumenti. Si potrebbe considerare la prospettiva cinese del kung fu come una forma di pragmatismo simile a quella ideata dal filosofo John Dewey, le cui idee furono non a caso ben accolte in Cina. Ciò che il kung fu aggiunge rispetto al pragmatismo è l’enfasi sulla coltivazione e trasformazione della persona. Un maestro di kung fu non si limita a compiere scelte sagge e a utilizzare mezzi appropriati rispetto ai fini preposti, questo perché il soggetto agente non è accettato come dato scontato e immutabile. Un agire efficace potrebbe essere il risultato di una decisione razionale, ma una buona azione improntata al kung fu trova le sue radici nell’intera persona, comprendendo i sentimenti e gli atteggiamenti corporei, e la sua bontà si mostra non solo nelle conseguenze cui giunge ma anche nello stile artistico tramite cui è stata eseguita. Questo approccio kung fu condivide molti aspetti con l’idea aristotelica di virtù, che si focalizza sulla coltivazione dell’agente piuttosto che sulla formulazione di regole di condotta. Tuttavia, a differenza dell’etica aristotelica, il kung fu non cerca un fondamento o giustificazione in nessuna teoria metafisica sottostante. Non c’è bisogno di credere in una finalità predeterminata dell’essere umano per apprezzare l’eccellenza che il kung fu è in grado di perseguire. Per tutti questi motivi, è opportuno considerare il kung fu una forma di arte, perché come per l’arte la sua funzione non è di offrire un’immagine accurata della realtà, e la sua espressione non è vincolata da principi universali o dalle regole della logica, richiedendo piuttosto l’incarnazione della virtù, la coltivazione dell’artista, immaginazione e creatività. Se, come sostiene il filosofo Pierre Hadot, la filosofia è uno stile di vita, l’approccio kung fu suggerisce di considerare questa disciplina come la ricerca dell’arte di vivere bene.

Pubblicato originariamente in “The New York Times”, 8 ottobre 2010.

Vincere nel dolore

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Il 9 aprile 2009 Alda Merini partecipa al Chiambretti Night. Siamo nei giorni del terremoto de L’Aquila. Mi sono venute in mente dopo i fatti di Bangkok, della Liguria e della Toscana, ma anche di Haiti, del Giappone…

“La natura sarà arrabbiata con noi. Dio è con noi anche nel dolore, ma noi non possiamo capirlo. Noi non abbiamo gli strumenti per capire la volontà di Dio […] Anch’io sono stata ‘terremotata’ da un manicomio all’altro. Ognuno di noi ha avuto le sue scosse, però è nel momento del dolore che bisogna stringere i denti. Noi adesso partecipiamo a questa tragedia italiana, però non fermiamoci al dolore. Stringiamo i denti e andiamo avanti. Dio guarda tutti, ci vede, guarda i terremotati, vede gli infelici e non abbandona il mondo. Io sono sicura. E uno dei mezzi perché Dio ci ascolti è proprio la poesia, la preghiera, il canto. Anche nel dolore bisogna saper vincere. In questi momenti di tragedia la forza del poeta può aiutare: lui che ha subito, che ha saputo magnificare il dolore credo che serva da esempio per chi è colpito. La mia ignoranza di poeta e di donna non capisce il male. Mi rifiuto. Il silenzio non deve essere un silenzio mortale, ma di rinascita; un silenzio di compassione, ma non di sconvolgimento totale. Guai se si perde la speranza nella nostra forza”.

Quel galeone mai finito…

Alt! Fermi! Leggete qui e non scendete con lo scroll, altrimenti vi viene un colpo! L’articolo che segue è piuttosto lungo, ma è anche molto godibile. L’ho trovato su Jesus di novembre ed è scritto da Brunetto Salvarani che ho avuto modo di ascoltare a due corsi di aggiornamento. Di Dylan Dog avevo già scritto in un altro post, questo ne è una degna continuazione…

 

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«Posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi»: Umberto Eco dixit. E se sui primi due nomi, cult eterni e codici inesauribili di senso, l’accordo – almeno in quel blob proteiforme che chiamiamo Occidente – può essere unanime, qualche dubbio potrebbe sorgere sul terzo. Soprattutto in chi, digiuno di fumetti, li ritiene spazio riservato a infanti e/o nostalgici della fuggita gioventù. Ma parecchi altri, al contrario, si asciugheranno una lacrima di fronte alla sentenza dell’autore de Il nome della rosa, cogliendovi il definitivo ingresso dei comics nella cultura di peso (d’altra parte, i confini fra quella alta e quella bassa, nella stagione postmoderna, si sono ormai sbriciolati).

Auguri di cuore, perciò, al primo quarto di secolo raggiunto, questo mese di ottobre, dalla creatura del pavese di provincia Tiziano Sclavi, vero e proprio Salinger del fumetto: il cui numero uno, dal titolo L’alba dei morti viventi, comparve per la Sergio Bonelli Editore in edicola appunto nel 1986, con testi dello stesso Sclavi e disegni di Angelo Stano. Sconvolgendo da subito il sonnacchioso panorama delle strisce nazionali, e conservando – al di là dei logici alti e bassi di un prodotto ultraseriale – un buon livello e la fama di secondo più venduto dopo Topolino. Quale il segreto di una così sorprendente longevità? Paola Barbato, unica donna a sceneggiarne le avventure, risponde di getto: «È che Sclavi l’ha creato umanissimo, e questo crea una grande empatia. Dylan non è un Superman e non è coraggiosissimo… Vede solo film horror, non sa usare la tecnologia, suona il clarinetto e fa sempre la stessa solfa. Dylan è un nerd intellettualoide che non ha mai i soldi per fare benzina. La sola cosa sopra la media è la sua bellezza. Del resto è ispirato a Rupert Everett». Aggiungiamo: la sua insofferenza verso gli strumenti della modernità, continuamente esibita (niente smartphone né pc, e neppure voli aerei, per cui prova letteralmente panico, ma un diario d’antan su cui registra le proprie imprese affidandosi a penna d’oca e calamaio, e un galeone da finire ma mai finito, a mo’ di tela di dylan-dog3.jpgPenelope); un carattere fra il distratto, il romantico e l’incantato; un gran numero di felici comprimari, imbarcati di volta in volta nella sua fantasmagorica nave dei folli… Ma forse, a ben vedere, la chiave del suo successo è proprio la scelta di mettere in scena – fra mostri, zombie e fate morgane – l’autentico tabù della nostra società, l’ultimo rimastoci, la morte: la sua auto, per dire, è un vecchio maggiolone decappottabile targato DYD 666, cifra della Bestia anticristiana nel linguaggio simbolico dell’Apocalisse. Da questo punto di vista, il fumetto di Sclavi, nell’aiutare i ragazzi a morire simbolicamente, contribuisce a un’impresa che la società degli adulti riesce sempre meno a realizzare: ne favorisce la crescita, il diventare a loro volta adulti. E insieme accompagna gli adulti stessi a riscoprirsi padri, madri e fratelli maggiori: con tutta l’ironia di Groucho, il servo di scena, quella di chi prende sul serio la vita proprio quando non la drammatizza di fronte a ogni minimo inciampo, ma ne coglie il lato stralunato e positivamente spiazzante; e tutta la tenerezza dell’ispettore Bloch, padre putativo del Nostro, così accogliente da anestetizzare, pur senza distruggerlo, il lato problematico della paternità, rappresentato nella saga dal padre vero, il demoniaco Xabaras.

Sta di fatto che questo albo seriale, mese dopo mese, ha saputo interpretare come pochi altri il bisogno di socializzazione, in genere negato, dell’odierna Y-generation, la cui estrema variante la descrive solidamente multitasking e votata alla pratica ininterrotta dei social network: considerandola, per una volta, disponibile ai sentimenti, preda di paure irrisolte (del proprio corpo, del crescere al mondo), aperta ai racconti di storie che prendano di petto il non detto che alberga in troppe esistenze, e non solo target principe di un mercato sempre più asfittico. Dimostrando che è possibile abitare la zona del crepuscolo e uscirne indenni (sia pure a stento). E fungendo, last but not least, da conferma vivente che l’improbabile, il soprannaturale e il mostruoso fanno parte a pieno titolo dello scenario della quotidianità, ed è più interessante – pur se faticoso – esercitarsi a gestirli che temerli ossessivamente. Segnale del fatto che la presente tendenza dell’umanità europea alle passioni tristi e all’inquietudine è in grado talvolta di produrre degli splendidi ideatori di fiction (persino a fumetti…). Narratologicamente, negli albi di Dylan Dog è frequente la sovrapposizione tra la fabula e l’intreccio, l’uso del taglio cinematografico, del flashback e dell’anticipazione di eventi futuri e/o possibili, in una sorta di straniamento continuo dovuto a un sapiente mélange di cultura classica e pop, di contaminazioni fra elementi horror, realistici e ironici (si pensi alla funzione centrale rivestita dal citato aiutante-factotum sui generis Groucho, copia carbone del maggiore dei Marx Brothers). Il tutto giocato sulle corde di una leggerezza che rinvia a una delle virtù che Italo Calvino suggeriva di portare con sé all’incrocio del nuovo millennio come antidoto al senso diffuso di precarietà cosmica e mezzo per sottrarre peso a una catena di giorni percepita opaca e pesante. L’ha scritto un esperto appassionato quale Antonio Faeti: «Le sue storie seguono solenni itinerari, oppure percorrono strade meschine, vanno a passeggio con Dante Alighieri e ammiccano nel contempo a Paperino». Il risultato è un tessuto narrativo che sembra riandare alle origini del racconto: per cui, nell’odierno immaginario metropolitano e multimediale, Dylan Dog può essere un efficace avatar degli antichi narratori dei caravanserragli, pronto a spaziare con disinvoltura da un quadro iperrealista a una citazione qoheletica, dal set di un horror rohmeriano all’incontro con un personaggio da feuilleton ottocentesco. Miscelando in una citazione infinita generi e saperi, mostrando l’interdipendenza di discorsi e linguaggi, decostruendo e ricostruendo percorsi e strategie. Il noir di questo Marlowe londinese si esprime anzitutto nel reinventare radicalmente tale genere, assumendone alcuni aspetti tradizionali – la suspense sparsa a piene mani, il sangue abbondante che cola senza ritegno, il mistero che si avvinghia su sé stesso pagina dopo pagina – ma anche distanziandosene da vari punti di vista: a cominciare dalla logica non sempre ferrea e comunque zigzagante, per proseguire con il costante capovolgimento del ruolo del cattivo (come sono labili, talvolta, i limiti che poniamo tra la malvagità e la santità, e tra il carnefice e la vittima!) e con l’apparente irrilevanza dell’esito finale dell’inchiesta. Senza confini precisi, e non di rado senza neppure un happy end. Interessato, nonostante le apparenze che lo vogliono sciupafemmine a oltranza, più alle dinamiche dell’anima che a quelle del corpo: «Sono uno strano tipo », eccone l’autopresentazione rivelativa, «l’unico investigatore al mondo, per quanto ne so, che s’interessi a fenomeni come fantasmi, licantropi e vampiri. Il fatto che io creda o meno all’autenticità di tali fenomeni è del tutto irrilevante. Ciò che conta è che non rifiuto a priori di crederci, come fa la maggior parte della gente seria». Andando alla rinfusa, per rendersene conto si veda, ad esempio, l’albo Memorie dall’invisibile (n. 19 della serie), uno dei più riusciti – firmato dallo stesso Sclavi per la sceneggiatura e da Casertano per i disegni – in cui il fuoco è la rinuncia al narratore onnisciente per far raccontare in prima persona il protagonista, un classico uomo invisibile, insieme al reiterato intersecarsi delle ipotesi sulla sua identità. Vi si sovrappone un motivo caro a Tiziano, che ci offre qui come altrove la molla profonda della sua poetica in chiave etica: la constatazione dal sapore evangelico che, se la solitudine è la costante antropologica del nostro tempo, la morale borghese soffre regolarmente di ipocrisie e perbenismi, mentre i derelitti della vita, come le prostitute che sono le co-protagoniste del racconto e conoscono il valore della solidarietà reciproca, racchiudono in sé tesori preziosi che abbisognano solo del contesto giusto per poter sbocciare. Alla maniera del migliore De André, perché se «dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior» (da Via del campo). O l’albo Dopo mezzanotte (n. 26), Sclavi e Casertano al timone, che tratteggiaDylan-Dog.jpg una sorprendente discesa agli inferi dell’acchiappamostri, scopertamente ispirata a film quali Tutto in una notte, Appuntamento al buio e Fuori orario, dominata dall’ironia e dal fraintendimento dei ruoli. Qui il noir rappresenta appena l’involucro esteriore della vicenda, mentre il cuore è l’angoscia e la paura di vivere che nello sfondo notturno rinvengono lo scenario ideale per esprimersi appieno, accomunando animali e umani, gente di infimo livello sociale e lo stesso Dylan, che si spinge nella penultima pagina a uccidere l’assassino con un coltellaccio (omaggio all’atmosfera grandguignolesca sparsa a profusione nell’episodio). O, ancora, La bellezza del demonio (n. 6, disegni di Trigo), Le iene (n. 42, alle matite Tacconi) e Il marchio rosso (n. 52, disegni di Coppola), tutti ideati da Sclavi, nuovamente sul fatto che proprio laddove l’occhio umano non giunge, l’umanità è in grado di «consegnare alla morte una goccia di splendore» (come si esprime ancora Faber nel suo ultimo brano, Smisurata preghiera). Perché il problema più drammatico che ci riguarda è che ben di rado riusciamo a convertire i nostri sguardi sul mondo, irrimediabilmente annegati come siamo in un grigiore piccino incapace di aprirsi al sogno, all’inedito, ai miracoli sottesi nel quotidiano… Anime salve solo in potenza, che non sanno (non sappiamo) più attraversare quella soglia che resta l’abituale territorio di caccia dell’indagatore dell’incubo. Così, la consuetudine al confronto con l’altro cui ci ha abituati la fantasia di Sclavi finisce per essere un prezioso antidoto contro qualsiasi tentazione razzista o chiusura xenofoba. L’altro – il mostro, il freak, l’emarginato, il capro espiatorio di turno – è il migliore dei maestri possibili, perché ci mette in discussione in modo radicale, facendoci toccare con mano i nostri limiti e la nostra finitezza. È colui che ci permette di specchiarci in un volto differente e, così, di guardarci dentro nel profondo: anche se si tratta, paradossalmente ma non troppo, della comare secca, la morte (l’ultimo nemico nel linguaggio neotestamentario di Paolo di Tarso), come avviene nell’albo Il sorriso dell’oscura signora (n. 161), firmato da Sclavi insieme a Mari.

Con il trascorrere del tempo (giunti come siamo all’attesissimo numero 300 della serie), Dylan ha via via abbandonato l’impronta splatter che ne aveva caratterizzato gli esordi, per concentrarsi di più sull’aspetto surreale e grottesco della realtà, con frequenti incursioni nel sociale e nella fantascienza. Così, un giovane eroe di carta alle prese coi risvolti bui delle esistenze, intriso di umanità e di debolezze, da ben due decenni e mezzo svolge anche una funzione terapeutica: gettandoci una fune, nel nostro non facile mestiere di educatori, docenti e genitori; e aiutandoci ad accettare dubbi, perplessità, stranezze, timori dei nostri alunni e figli, pur senza rinunciare alle nostre responsabilità e al nostro ruolo. Quello di chi s’interroga con loro nel tentativo di decifrarne l’incerto incedere, fino a condividere la sentenza di Groucho che leggiamo nel numero 107, Il paese delle ombre colorate, quando, al capezzale di Dylan seriamente ferito, lo sta vegliando amorevolmente. Bloch allora, facendo ricorso al suo consueto buon senso, gli consiglia: «La situazione non migliora se noi lo guardiamo… Perciò è inutile che tu stia qui, Groucho. Vai a casa e riposati!». E Groucho, allora, in una frase che racchiude il perché del nostro celebrare questo improbabile detective dell’onirico e rimanda inevitabilmente a Gianni Rodari: «Gli amici esistono anche per questo… per fare cose inutili!».

Fuoco sotto la cenere

 

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Sul numero di novembre di Jesus, Enzo Bianchi ha pubblicato un’interessante riflessione sul modo di essere Chiesa oggi.

In una recente intervista, il card. Carlo Maria Martini, interrogato sulla situazione della chiesa oggi e sulle sue tentazioni più manifeste, ha espresso poche ma significative parole: “Una chiesa che vuole vincere”. Per un cristiano della mia generazione, questa tentazione non è nuova: si può anche dire che siamo cresciuti con quell’anelito nel cuore che ci faceva desiderare una chiesa vincitrice e per questo forte, grande, imponente… Poi venne un’ora, inaugurata da papa Giovanni ma da tempo in maturazione in molti spazi della vita ecclesiale: il fuoco del vangelo resta infatti sempre vivo nella comunità dei credenti, anche se coperto di cenere. Alcuni profeti e molti cristiani anonimi e santi seppero scoprire la brace, gettare qualche pezzo di legno e… il fuoco riprese ad ardere. La chiesa si rendeva conto della sua povertà e delle sue mancanze, voleva rinnovarsi con un “aggiornamento” che fosse obbediente alla grande tradizione e ai segni dei tempi, scrutati ascoltando l’umanità, la storia con le sue opacità e i suoi faticosi cammini di umanizzazione. La chiesa reimparò ancora una volta che nella debolezza manifesta la grazia di Dio, che nella povertà è arricchita dalla povertà di Cristo, cioè dalla sua presenza, che quando non gode privilegi mondani la chiesa è più libera e più capace di profezia. Per tutti noi fu una chiamata a una migrazione, a una conversione di sguardi e giudizi. Certo, in questo scoprire la brace e riattizzare il fuoco del vangelo ci fu chi patì scandalo e inciampò, chi non riuscì a sopportare il cambiamento e anche chi, abbagliato, si perse su strade anche generose ma non più munite di fede e di comportamento cristiano. Ma oggi questa stagione è passata e appaiono le vecchie e, oserei dire, abituali e normali tentazioni delle religioni e dunque delle chiese. Così si dà tanta importanza a iniziative che non vanno certo condannate ma che non andrebbero sopravvalutate: ormai la vita ecclesiale sembra ritmata da “grandi manifestazioni”, “estese adunanze” in cui si cerca di unire numero, identità e potere vincente. In verità, per un cristiano che lascia che il suo sguardo sia formato dal vangelo, non è decisivo che a un raduno ci sia un milione di giovani né il loro numero (sovente accresciuto ad arte, sintomo di un confidare nella grandezza delle cifre) autorizza a dire che hanno ragione o che sono portatori di autentiche ragioni cristiane: proprio la mia generazione ha conosciuto tirannie che radunavano giovani e meno giovani in adunate oceaniche, senza contare che ancora oggi numeri così elevati di giovani li si possono trovare anche ai concerti degli “idoli” della musica. Perché a noi cristiani di oggi dovrebbe accadere il contrario di quello che è accaduto a Gesù, la cui venuta al mondo è stata riconosciuta da pochi poveri e anziani, e la cui predicazione ha avuto sì folle di ascoltatori alle quali tuttavia egli si rivolgeva chiamandoli pusillus grex, piccolo gregge di pochi discepoli disposti a seguirlo? Il gusto del numero va di pari passo con la negazione della relazione, del dialogo, del confronto: non si dimentichi che nella celebrazione dei sacramenti – che devono sempre conservare anche la dimensione umanissima della “materia” – un numero eccessivo di partecipanti ne deforma forzatamente la comprensione e la stessa celebrazione. In ogni caso l’identità cristiana non risiede né in grandi raduni né in “eventi” creati a ripetizione, quasi si vivesse con fatica l’ordinarietà e il quotidiano della fede. Dovremmo chiederci senza scetticismo dove sono tanti giovani nella veglia pasquale, dove sono alla notte di Natale, dove sono alla domenica… L’identità cristiana è un’identità di incarnazione, di umanizzazione, legata quindi all’incontro, alla relazione, all’ascolto reciproco, alla volontà di camminare insieme, riconoscendo non solo l’alterità dell’altro, ma l’alterità che abita ciascuno di noi nello svolgersi del tempo e nel mutamento dei luoghi. Sì, ciò che deve stupirci è la ripresa del fuoco sotto la cenere, il fuoco del vangelo che è sempre vivo nella comunità cristiana anche se in certe stagioni pare spento. Non temiamo, riprenderà ancora…

Dietro il presente non c’è il nulla

In quarta stiamo parlando di morte e aldilà. Stamattina, in una classe, ci sono state molte domande su resurrezione, giudizio, reincarnazione, aldilà… Ho appena trovato una parte dell’udienza di Benedetto XV del 2 novembre.

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“C’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento. In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo”. Oggi, “almeno apparentemente” il mondo “è diventato molto più razionale”, ha osservato il Papa, per cui “si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, sarebbe una copia di quella presente. … nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi (…) E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità. Solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata (…) L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. Nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo. Dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza”.

Ho bisogno della luna

 

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Elicone: Sembri affaticato.

Caligola: Ho camminato molto.

Elicone: Sì, la tua assenza è durata a lungo.

Caligola: Era difficile da trovare.

Elicone: Che cosa?

Caligola: Ciò che volevo.

Elicone: E che volevi?

Caligola: La luna.

Elicone: Che?

Caligola: La luna. Sì, volevo la luna.

Elicone: Ah, e per fare cosa?

Caligola: E’ una delle cose che non ho.

Elicone: Sicuramente. E adesso? È tutto a posto?

Caligola: No, non ho potuto averla. Sì, ed è per questo che sono stanco. Tu pensi che io sia pazzo.

Elicone: Sai bene che io non penso mai. Sono troppo intelligente per pensare.

Caligola: Sì, d’accordo. Ma non sono pazzo e posso dire perfino di non essere mai stato così ragionevole come ora. Semplicemente mi sono sentito all’improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti.

Elicone: E’ un’opinione abbastanza diffusa.

Caligola: E’ vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.

(dal Caligola di Camus)

Cimiteri

Sto per uscire, andando a far visita ad amici e parenti che non sono più parte di questa vita. Ho avuto giusto il tempo di leggere questo articolo da Avvenire.

Tutti ci domandiamo, appena la coscienza si accende in noi: dove va chi muore? Dove vanno i morti? Ogni civiltà cerca la risposta, fin dai tempi più antichi. Si fanno guerre, si compiono eccidi, genocidi, olocausti, si sono eretti roghi, patiboli, contro chi non la pensava e non la pensa come noi a questo proposito. Il terribile muro tra vivi e morti, ilcim_praga.jpg muro invalicabile, diventa anche il muro tra vivi e vivi. I morti, i vincoli che ci legano a essi ci accompagnano per tutta la vita. Appaiono nei nostri sogni, nei nostri pensieri, nelle nostre angosce e nella nostra memoria. In molti luoghi della terra abitata si conservano i loro resti, le ossa, i denti, i capelli. In molti luoghi tutto questo si brucia, si lascia divorare dalle bestie, liquefare sotto il cielo. Gran parte delle civiltà del mondo occidentale conserva i corpi dei morti. I morti convivono con noi. A loro è riservato uno spazio speciale nelle nostre città: i cimiteri. Le città dei morti. Alcune sono mete di pellegrinaggi, altre sono note per la bellezza dei monumenti eretti all’interno, altre per i verdi prati, per i viali lungo i quali svettano cipressi, ippocastani, alberi d’altro tipo o corrono siepi. I vivi convivono con i morti. Anche dentro il proprio corpo, nel proprio assetto genetico. Si inviano ultimamente anche nello spazio. Ai morti ci rivolgiamo per aiuto nei momenti di necessità o di disperazione, o con la preghiera di far esaudire desideri particolari. E, nelle leggende e nei miti, dalle loro file facciamo sorgere esseri artificiali, come il Golem, la statua di argilla, che un rabbino di Praga, il rabbino Loewe, nel Cinquecento, avrebbe destato a vita inserendo nella fronte la parola emet, “verità”.

Una delle “città dei morti”, uno dei cimiteri più famosi del mondo è proprio il Cimitero ebraico vecchio di Praga, lo Stary Zidovski Hrbitov. Rispetto ad altri cimiteri non è vecchissimo, in realtà. È lì dove sta, vicino alla Sinagoga vecchia nuova, a Praga, da appena cinquecento anni. I morti che ci “abitano”, sono più di centomila. In certi punti le tombe sovrapposte verso la profondità sono a nove piani. Gli ebrei non celebrano i morti lo stesso giorno in cui lo fanno i cristiani, il 2 novembre. Eppure per chi conosce quel posto, durante il giorno dei Morti, il pensiero corre lì. In pochi luoghi come in quel cimitero si sente, nella propria anima, la voce, il coro di chi ci ha preceduti sulla terra ed è poi scomparso. Le vecchie pietre infitte nella terra disordinatamente, l’oscurità del luogo le tristi fronde degli alberi suggeriscono l’idea dell’abbandono, ma anche della caparbia, irresistibile presenza di chi sta lì, e fa tutt’uno con la società dei viventi. … Ancora oggi i visitatori infilano nelle fessure della tomba del rabbino Loewe bigliettini contenenti speciali richieste di miracoli o benefici.

Ma è questo il mondo dei morti di cui noi custodiamo la memoria? Che la nostra civiltà occidentale venera e rispetta? Un mondo di terrore e di paure? Sinistramente misterioso? Il culto dei morti, fin dalla più remota antichità, in alcune parti del mondo oltre a esprimere affetto e riconoscenza, è volto ad esorcizzare il terrore di fronte al cessare dell’io, alla sparizione, in noi, da noi, della coscienza di esistere, di fronte alla morte. Molte religioni della terra sono basate su questi culti, sulla ferma, sincera devota credenza in una continuazione della vita dopo la morte, e anche nella possibilità, anzi, la costrizione di tornare a soffrire sulla terra, per correggerci, fino alla perfezione che ci concede di estinguerci finalmente e riunirci all’Infinito Spirito Universale. Anche l’ebraismo ammette la metempsicosi.

Oltre al Cimitero ebraico vecchio di Praga, ne esiste anche uno nuovo, la cui fondazione risale a tempi molto più recenti: si trova appena fuori città, oltre un’ampia fermata della metropolitana. In quel cimitero è seppellito uno degli scrittori più geniali mai esistiti, Franz Kafka, dagli ebrei di Praga considerato un grande saggio. Anche questo immenso personaggio è come se appartenesse alle ombre del vecchio cimitero, ne ripete le leggende, i miti. La sua tomba è semplice. Anche i suoi familiari sono seppelliti lì. Le tre sorelle di lui, Elli, Walli e Ottla hanno invece un loro cippo commemorativo poco lontano dalle tombe. Le tre donne sono state uccise tutte e tre dai nazisti tedeschi. Purtroppo quel vecchio cimitero, che ora dà anche il titolo all’ultimo romanzo di Umberto Eco, non è simbolo soltanto di un’antica e complessa tradizione religiosa, ma anche di un’antica, terribile, plurimillenaria sofferenza, quella del popolo ebraico. Il libro di Eco proietta quel cimitero al centro di intrighi e odii internazionali, giocandoci con abilità, sul filo del rasoio, ma quella sofferenza, quella discriminazione maledetta e malvagia, rivolta anche verso altri gruppi umani, come i rom, non è ancora terminata. Si ridesta di tanto in tanto nel cuore del nostro continente che oltre a questi sentimenti e moti dell’animo ha dato pure inizio a due terribili massacri, i peggiori di tutti i tempi: le due guerre mondiali. Quella mesta, misteriosa città dei morti che si trova a Praga stringe il cuore. Poco lontano, sul Ponte Carlo c’è un crocefisso al cui basamento c’è l’antica scritta messa lì per avvertirci che quel crocefisso è stato eretto con il Judengeld, con il “denaro giudeo”, cioè di gente che paga la tassa per essere nata. Per essere nata in un determinato popolo. Ma così almeno siamo avvertiti del veleno mortale che può rappresentare il denaro, al posto di funzionare come semplice e pacifico mezzo di scambio tra gli esseri umani.