Uccidere in nome di Dio

In questi giorni in III stiamo parlando dell’Islam e degli Islam, mentre in V a breve inizieremo a trattare l’argomento del terrorismo di matrice ideologica e religiosa. Allora posto questo articolo di Nicola di Mauro tratto dall’ultimo numero di Dimensioni Nuove.

Tanto negli States quanto in Europa. Allarmi improvvisi, che per fortuna rientrano, creano tensione e insicurezza. Con la crisi economica che sembra non finire, il terrorismo aprirà le porte a un futuro inquietante?

I guerriglieri martiri, i terroristi, le cellule integraliste islamiche, i kamikaze della Jihad, la guerra santa in nome di Maometto, hanno una nuova, sconcertante identità: vengono formati anche tra giovani occidentali, di nazionalità, per esempio, belga, olandese, o francese, che i servizi segreti europei azzardano a definire come «più pericolosi e fanatici». Caso paradigmatico di questa inquietante realtà relativa al terrorismo internazionale di matrice integralista islamica, in base alla documentazione rilasciata dalla polizia belga, è quello di Muriel Degauque, una giovane donna di nazionalità belga, di 37 anni, con i capelli biondi e gli occhi chiari.

Si era fatta esplodere in Iraq. Proveniva da Charleroi, una cittadina povera a sud di Bruxelles (dove abitano molti italiani ex minatori). La sua esistenza poteva comunque già definirsi di quelle «a rischio». Aveva un temperamento svogliato e aggressivo. Frequentava cattive amicizie, faceva uso di droga, svolgeva qualche lavoretto saltuario. Il padre impiegato della Previdenza sociale, e la madre segretaria in uno studi medico. La ragazza si era sposata con un turco, ma la relazione non continuò, così fece la conoscenza a Bruxelles di Issam Goris, un belga di genitori marocchini, e di sette anni più giovane di lei. Viene convinta a convertirsi all’islam, prende il nome di Myriam, studia anche l’arabo, porta il velo, il burka e si trasforma in una jihadista, una guerrigliera integralista. Il 9 novembre 2005, a Baghdad, Muriel, la prima kamikaze di origine europea, s’immola facendo una strage in nome di Allah. Da allora sono passati cinque anni, e l’onda rosa delle kamikaze aumenta.

«Ad abbracciare l’islam radicale sono giovani precari, per lo più senza lavoro, non frequentano le scuole, e vivono in aree fortemente urbanizzate». Di questo tenore era un’informazione passata dai servizi segreti transalpini a proposito dei giovani che vogliono sacrificare la propria vita come «combattenti islamici». Oggi sappiamo che non è più così. Possono essere benestanti e acculturati, parlare tre lingue e amare la bella vita. I proseliti e seguaci sono anche di nazionalità europea. Il processo di conversione all’islam avviene intorno ai 30 anni. È il salafismo la forma di culto a cui tendono ad aderire. Si tratta di un movimento religioso che educa all’odio verso l’Occidente, ha come fine precipuo la rottura definitiva con la cultura, i costumi, il modo di vivere occidentali, definiti «corrotti», perciò da annientare. Da un’indagine resa pubblica dalla testata francese di Le Monde, nel 37% dei casi sono giovani nati in suolo francese, con genitori maghrebini, e abitanti nelle periferie; il 27% diventa salafista in seguito a matrimoni o concubinati; il 15% è oggetto o vittima di predicazione, plagio e proselitismo; il 4% si converte all’islam integralista anche dietro le sbarre, in prigione. E se quasi il 50% di questi giovani non ha un diploma, molti sono laureati. Ma quello che spinge è il consenso che questi gesti trovano presso le masse islamiche, specie fra i disoccupati. Questa base sostiene le «cellule dormienti». Per loro, basta un niente e scatenano l’inferno.

In Europa ci sono venti milioni di musulmani: di origine algerina in Francia; marocchina in Spagna; turca in Germania; pakistana in Gran Bretagna. Sono in molti a volersi integrare e salire la scala sociale. Ma da parte dei figli e nipoti islamici europei di seconda e dunque terza generazione, si sta verificando un preoccupante dietro-front. Che si configura nella non volontà a integrarsi, ad assimilarsi culturalmente, trovando nella fede islamica una barriera di opposizione efficace, decisa e perentoria. Questi giovani possono costituire un potenziale di contrasto violento non indifferente, già manifestatosi in maniera eclatante nelle rivolte recenti delle periferie parigine, facilmente adescabile dai predicatori fondamentalisti islamici. Diventano facile humus per il terrorismo di matrice islamica, per la Jihad. Non a caso, la rivista Time li ha identificati con l’espressione generation Jihad.

Morire martire in Iraq o in Afganistan è il sogno del più fervente terrorista islamico. Chi abbraccia l’ideologia di Al Qaeda ed è pronto a eseguire attentati suicidi o sparare a morte contro soldati e gente innocente proviene per la maggior parte dai Paesi confinanti o circostanti: saudiani, siriani, kuweitiani, giordani, maghrebini, algerini, tunisini, marocchini, libici. L’aspirante suicida o guerrigliero di Allah ha un’età compresa tra i 19 e i 25 anni; è studente in scienze, genio civile, medicina, diritto religioso, studi islamici, informatica; è anche sposato; possiede o no figli; e vive anche agiatamente, quasi da benestante; fa il commerciante o svolge una professione amministrativa. Solo una bassa percentuale è reduce dall’Afghanistan, dalla Cecenia o dal Kashemire. Molti poi non hanno nemmeno un’esperienza militare, non provengono tutti da campi d’addetramento, e imparano però presto a imbracciare e usare il kalashnikov.

A volte non esiste nessun legame diretto con Al Qaeda, Bin Laden o Abu Zarqawi. Il terrorista, che può agire con il suo carico di morte in una qualunque città europea, è soltanto animato da odio e da una fanatica e insensata determinazione a uccidere. Possono essere soggetti – secondo le descrizioni fornite da intelligence europei, in particolare britannici -, che svolgono la loro missione assassina, senza coordinazione alcuna, senza che vi sia dietro un «cervello», collegato con una rete del terrorismo internazionale. Cellule isolate e impazzite. Può trattarsi di persone che non sono state indottrinate in moschee, ma che hanno deciso di immolarsi per Allah, di propria iniziativa, decidendo di comune accordo con altri all’interno di un bar, di una casa privata, di una palestra. Costituiscono pertanto una minaccia difficile da controllare e intercettare, essendo «unità autosufficienti, che possono colpire in ogni momento», così almeno trapela dai documenti d’indagine delle polizie occidentali.

I terroristi – in base alle informazioni e le analisi dei servizi segreti europei, americani e israeliani – possono interagire secondo tre modalità d’attacco. La più catastrofica delle ipotesi di strage prevede l’esplosione nel centro di una metropoli di un mini-ordigno nucleare primitivo, venduto al mercato nero e proveniente dagli arsenali ex-sovietici, che si può installare nell’interno di uno zainetto. Con danni irreversibili e incalcolabili, che richiederebbero 4 anni prima che la vita torni normale nell’area devastata. Il secondo scenario comprende l’uso di agenti chimici come il gas nervino, che può arrivare a uccidere il 95% delle persone che si trovano nel raggio d’azione, con danni per 350 milioni di euro. Il ritorno alla normalità è previsto intorno ai 4 mesi. Una terza opzione di aggressione terroristica è quella configurabile con bombe di costruzione artigianale o meglio casalinga, fai-da-te, che possono essere fatte scoppiare dentro stazioni, mezzi di trasporto, luoghi pubblici frequentati o metropolitane. Il numero di morti può essere limitato, ma l’impatto psicologico di questo tipo di attacco è molto forte, l’effetto bomba è poi continuato dalla diffusione mediatica della notizia della strage terroristica. A noi non resta che una domanda: si può uccidere in nome di Dio?

http://www.dimensioni.org/marzo10/articolo4.html

Quali diritti per chi verrà?

Chi verrà dopo di noi, può già rivendicare oggi dei diritti? Tutelare i diritti di chi vivrà nel futuro può aiutarci anche a vivere meglio il presente?

Sono interrogativi che possono trovare risposte in questo interessante articolo che ho trovato su un sito che si occupa di filosofia del quotidiano: http://www.filopop.com/i-diritti-delle-persone-future.html

Scienza e fede secondo Veronesi

Sky tg24, pochi giorni fa, ha intervistato l’oncologo Umberto Veronesi (ex ministro della Sanità) il quale ha dichiaratoveronesig.jpg

“Scienza e fede non possono andare insieme perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di leggenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti”.

Personalmente penso non sia affatto così e che la fede intesa alla Veronesi sia un’ideologia e non una fede che ha come baluardo ultimo la coscienza. Al Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes 16 si è scritto:

“L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale.”

Dio dopo Auschwitz e… dopo Haiti

In V stiamo affrontando la questione del problema del male. Vi posto un articolo di Lorenzo Albacete

DIO C’E’ AD HAITI?

Oggi il presidente Obama terrà il suo discorso sullo Stato dell’Unione davanti alle due Camere del Congresso. Spero, nel mio prossimo editoriale, di poter commentare il discorso e le reazioni che susciterà, soprattutto vista la sorprendente sconfitta nel Massachusetts, dove un Repubblicano conservatore è stato eletto al seggio che fu di Edward Kennedy.

L’altro argomento attualmente dominante è la devastazione di Haiti dopo il terremoto che pare abbia ucciso centinaia di migliaia di persone. Cristiani evangelici negli Stati Uniti e ad Haiti hanno detto che il terremoto è una punizione divina perché molti haitiani seguono il voodoo e altre pratiche “sataniche”. Molti cristiani si sono mostrati confusi circa la risposta da dare alla spiegazione della morte di cosi tante persone nel terremoto.

Obama ha definito il terremoto di Haiti una “tragedia incomprensibile”. Ha ragione, ma c’è qualche tragedia comprensibile? In che misura possiamo comprendere qualcosa di simile a quanto accaduto? Cosa potrebbe rendere un simile evento così comprensibile da eliminare dai nostri cuori e dalle nostre menti il grido che continua a riaffacciarsi ancora e ancora, il grido: perché?

Io sono un prete cattolico. Nel giorno del terremoto stavo cercando di rispondere alla mail di una giovane che, dopo il suicidio di un amico a lei molto vicino, aveva cominciato a chiedersi in che modo il Dio che la amava era compatibile con la dottrina della Chiesa sull’inferno. Avevo anche ricevuto un messaggio da un altro amico che si interrogava sulla compatibilità tra il Dio cristiano e la sofferenza di un innocente. E mi citava anche qualcosa che avevo scritto io stesso: “Non posso adorare un Dio che mi chiede di strappare dal mio cuore e dalla mia mente la domanda perché accada il dolore degli innocenti”.

Mi ricordo un dibattito con l’ateo Christopher Hitchens e la sua frustrazione quando dichiarai che ero d’accordo con lui che avvengono cose che rendono ragionevole disprezzare un Dio che esige un’accettazione cieca della bontà della Sua volontà. Poi ecco l’orrore di Haiti… Cosa possiamo dire sulla domanda sempre presente, la domanda del perché queste cose accadono?

Non cancellerò la domanda, voglio affrontare l’orrore così come è, senza consolazioni tranquillizzanti. Si continua ad assicurare le vittime che “cuori e preghiere” sono con loro. Preghiere? A Chi? A un Dio che semplicemente avrebbe potuto impedire che tutto questo accadesse? Alla Chiesa non è stato risparmiato niente. La cattedrale è crollata uccidendo l’arcivescovo, seminari e conventi distrutti, uccidendo futuri preti e suore. Il rappresentante del Papa si è salvato perché si trovava fuori della sua residenza, che è crollata, e ha passato le notti in giardino con i sopravissuti del suo ufficio. Quale Dio si può pregare in queste situazioni?

Solo quel Dio che, come scrive San Paolo,”non ha risparmiato il proprio Figlio”, solo a questo Dio può andare il dolore del grido “perché?”. Se ha dato suo Figlio perché morisse per noi, dice Paolo, è impossibile che ci rifiuti quanto ci aiuta e ci benedice, dato che non vi è nulla che Egli valuti più del Figlio (Romani 8, 32). Non voglio una spiegazione del perché questo Dio permetta che accadano tragedie simili. Una spiegazione ridurrebbe il dolore e la sofferenza a una incapacità di comprendere, a un fallimento dell’intelligenza, per così dire. Io posso solo accettare un Dio che “con-soffre” con me. Così è il Dio della fede cristiana.

Fede o no, cristiani o no, la nostra umanità chiede che la domanda del perché non sia eliminata, ma che le sia permesso di guidare la nostra risposta a tutto ciò che accade. È la sola strada per una possibile redenzione della nostra umanità.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=63697

A proposito di Auschwitz

Ci stiamo avvicinando al 27 gennaio, giorno della memoria. Vi posto il materiale utile agli studenti di V e a tutti gli interessati: sono alcune riflessioni sul concetto di Dio dopo Auschwitz. Per non dimenticare e soprattutto per continuare a riflettere…

A PROPOSITO DI AUSCHWITZ.doc

No Martini no party

Il 18 giugno è uscito questo articolo su Repubblica. E’ vero, è lunghetto, ma fa respirare un’aria fresca che se solo fosse diffusa in determinate stanze…

Colloquio con il cardinal Martini a cura di Eugenio Scalfari in “la Repubblica” del 18 giugno 2009

 Il volto è dimagrito ma gli occhi d’un azzurro intenso lo illuminano ancora di più. Mi guarda fisso, come per riconoscermi. Sono molti anni che non ci incontriamo anche se ci siamo sentiti spesso scambiandoci a distanza sentimenti e pensieri. Sono passati tredici anni da quel dibattito a due voci organizzato da don Vincenzo Paglia, allora assistente ecclesiastico della comunità di Sant’Egidio, nel grande salone di palazzo della Cancelleria a Roma, dinanzi ad una platea gremita di sacerdoti d’ogni provenienza con i loro variopinti costumi: vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa in talare e zucchetto rosso, copti, patriarchi della Chiesa orientale, pastori protestanti, anglicani. C´erano anche, ricordo, quattro monaci buddisti. Molti i gesuiti, in veste nera e fascia alla vita, venuti ad ascoltare lui, il loro compagno di seminario e di religione diventato poi cardinale e arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini.

Quel dibattito aveva come tema: «La pace è il nome di Dio» con un sottotitolo: «Che cosa può unire oggi cattolici e laici». Lui fece una premessa (fare premesse è una sua abitudine per meglio definire l’argomento). Disse: «Non sono qui per fare proselitismo, perciò non parleremo di fede e di teologia ma di etica e di convinzioni». A mia volta lo ringraziai e la discussione cominciò, ma ci accorgemmo subito che eravamo d’accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall’alto, io dall’autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell’incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista.

Da allora la figura dell’arcivescovo di Milano è stata per me un punto di riferimento, ho seguito la sua opera pastorale diretta ai credenti e il suo dialogo costante con i non credenti, il suo rapporto con il cardinal Silvestrini, con Pietro Scoppola, con la comunità di Sant´Egidio, con le varie anime della Compagnia di Gesù. Ho letto i suoi libri e in particolare le Conversazioni notturne a Gerusalemme. Ed ora quello appena uscito Siamo tutti nella stessa barca, un lungo dialogo con don Luigi Verzè, fondatore dell’ospedale di San Raffaele a Milano e dell’Università che porta lo stesso nome.

Quel binomio Martini-Verzè ha stupito molti amici del cardinale. Il fondatore del San Raffaele è un personaggio di notevole intraprendenza che ha ben poco in comune con Martini. Perché ha scelto proprio lui come interlocutore? Il cardinale risponde così: «Io e don Luigi siamo molto diversi sia per temperamento sia per formazione; sono diverse le nostre biografie ed anche le nostre visioni politiche e sociali. Non so se don Luigi ed io abbiamo le stesse soluzioni di fronte a scelte sempre più difficili. Ma siamo insieme sulla stessa barca, la barca della Chiesa, pur con tutte le nostre diversità. Ci accomuna un grande amore verso la Chiesa, un’ardente passione per il Verbo Incarnato Gesù Cristo e il desiderio che la Chiesa incontri e comprenda la società moderna».

La spiegazione è chiara, le differenze tra i due emergono dal libro ma l’obiettivo comune è quello di porre all’attenzione dei cristiani cattolici problemi non più oltre rinviabili. Domando a Martini quale siano quei problemi in ordine di importanza. «Anzitutto l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati, poi la nomina o l’elezione dei Vescovi, il celibato dei preti, il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la politica. Le sembrano problemi di facile soluzione? Possono interessare anche un laico non credente come lei?». Mi guarda sorridente e si riassesta sulla sedia che scricchiola e mi viene il timore che sia malferma ma lui mi rassicura: «E’ solida, stia tranquillo, sono io che mi muovo troppo». Ci troviamo in una stanza molto sobria, un tavolo lungo e qualche sedia, nella casa di riposo dei gesuiti a Gallarate. Il cardinale, prima di ricevermi, ha incontrato una cinquantina di preti venuti dal dintorno milanese. Volevano ascoltare le sue parole di fede e di speranza in una società sempre meno cristiana e sempre più indifferente. Indifferente verso che cosa? gli chiedo. «Non c´è più una visione del bene comune. Il sentimento dominante è di difendere il proprio interesse particolare e quello del proprio gruppo. Magari pensano di essere buoni cristiani perché qualche volta vanno a messa e fanno avvicinare i loro figli ai sacramenti. Ma il cristianesimo non è quello, non soltanto quello. I sacramenti sono importanti se coronano una vita cristiana. La fede è importante se procede insieme alla carità. Senza la carità la fede è cieca. Senza la carità non c’è speranza e non c’è giustizia».

Lei, cardinal Martini, ha affermato in molte occasioni l’importanza della carità, ma forse bisogna definire con esattezza che cosa lei intenda con questa parola. Non credo che si limiti al far del bene al prossimo. «Far del bene, aiutare il prossimo è certamente un aspetto importante ma non è l’essenza della carità. Bisogna ascoltare gli altri, comprenderli, includerli nel nostro affetto, riconoscerli, rompere la loro solitudine ed esser loro compagni. Insomma amarli. La carità non è elemosina. La carità predicata da Gesù è partecipazione piena alla sorte degli altri. Comunione degli spiriti, lotta contro l’ingiustizia».

Nel suo libro Conversazioni notturne lei dice che i peccati sono numerosi e la Chiesa ne enumera molti ma, a suo parere, il vero peccato del mondo – lei dice proprio così se ben ricordo – il vero peccato del mondo è l’ingiustizia e la diseguaglianza. Se ho ben capito le sue parole, la carità è lottare contro l’ingiustizia? «Gesù disse che il regno di Dio sarà dei poveri, dei deboli, degli esclusi. Disse che la Chiesa avrebbe avuto come missione di essere vicina a loro. Questa è la carità del popolo di Dio predicata dal suo Figlio fatto uomo per la nostra salvezza».

Cardinale, che cosa intende per popolo di Dio? E’ il laicato cattolico il popolo Dio? «Tutta la Chiesa è popolo di Dio, la gerarchia, il clero, i fedeli». I fedeli hanno un ruolo attivo nel governo della Chiesa, nella partecipazione, nell’amministrazione dei sacramenti, nella scelta dei loro pastori? «Hanno certamente un ruolo ma dovrebbero esercitarlo con molta più pienezza. Troppo spesso è un ruolo passivo. Ci sono state epoche nella storia della Chiesa nelle quali la partecipazione attiva delle comunità cristiane era molto più intensa. Quando prima ho parlato d’una dilagante indifferenza pensavo proprio a questo aspetto della vita cristiana. Qui c’è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea e in quella italiana». Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni? «Questi sono aspetti esterni, non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità. Felicità non solo per noi ma per gli altri e non solo nel presente qui e subito ma per i figli e i nipoti, le generazioni che verranno». La chiesa istituzionale fa abbastanza in questa direzione? «Fa molto, ma dovrebbe fare molto di più».

Cardinal Martini, vorrei porle una questione piuttosto delicata. Un noto scrittore cattolico, Vittorio Messori, ha scritto recentemente che la Chiesa istituzionale, cioè il Vaticano con la sua Segreteria di Stato i suoi Nunzi sparsi in tutto il mondo, le sue strutture di Curia, non può sanzionare i vizi privati dei potenti. Il suo compito è stipulare accordi, Concordati, affrontare problemi concreti da potere a potere. Fece accordi con Hitler, con Mussolini, con Pinochet, con Franco, con Craxi. Se li avesse pubblicamente giudicati sui loro comportamenti, sulla loro moralità, non avrebbe potuto operare politicamente come è suo compito. Il problema semmai – secondo Messori – riguarda il confessore, ammesso che qualcuno di quei potenti si confessi. Comunque il tema della salvezza riguarda il clero pastorale, i parroci e i vescovi con cura di anime. Lei è d’accordo con questa distinzione tra istituzioni vaticane e clero con funzioni pastorali? «In verità non sono molto d’accordo, la distinzione che fa Messori ci richiama ad una fase in cui esisteva ancora il potere temporale e il Papa era anzitutto un sovrano; ma quel potere grazie a Dio è finito e non può essere restaurato. E’ una fortuna che sia finito. Certo esiste una struttura diplomatica della Santa Sede, ma composta pur sempre di sacerdoti il cui fine ultimo è quello di testimoniare la predicazione evangelica ed il suo contenuto profetico. Aggiungo che la struttura diplomatica, secondo me, è fin troppo ridondante e impegna fin troppo le energie della Chiesa. Non è stato sempre così. Nella storia della Chiesa per molti e molti secoli questa struttura non è neppure esistita e potrebbe in futuro essere fortemente ridotta se non addirittura smantellata. Il compito della Chiesa è di testimoniare la parola di Dio, il Verbo Incarnato, il mondo dei giusti che verrà. Tutto il resto è secondario». Le Chiese protestanti non hanno anch´esse strutture consimili? Non sono necessarie per tutelare la libertà religiosa e lo spazio pubblico di cui la Chiesa ha bisogno per diffondere i suoi valori? «Le Chiese protestanti non hanno strutture accentrate e potenti come la nostra. Hanno assetti molto diversi. Sono, da questo punto di vista, più deboli della Chiesa cattolica ma per altri aspetti più coese con i fedeli».

Il problema che lei solleva indubbiamente esiste. Riguarda i Vescovi? Forse la figura del Papa, che esiste soltanto nella Chiesa cattolica, ha come conseguenza un certo temporalismo che è sopravvissuto al potere temporale propriamente detto. «Il Papa è innanzitutto il Vescovo di Roma. Per noi cattolici è il vicario di Cristo in terra e gli dobbiamo amore, rispetto e obbedienza senza però dimenticare che la chiesa apostolica si regge su due pilastri: il Papa e la sua comunione con i Vescovi. Ricordo che nel Concistoro che precedette l’ultimo Conclave, ci fu un dibattito preliminare per individuare una sorta di identikit del futuro pontefice. Quando toccò a me di parlare dissi che noi dovevamo eleggere il vescovo di Roma. Volevo dire con ciò che è sempre comunque prevalente la capacità e la vocazione pastorale rispetto a quella diplomatica o teologica». Lei disse questo? Che voi, il Conclave, dovevate eleggere il Vescovo di Roma? «Le sembra un’eresia? Invece questo è il mandato costante secondo la dottrina e la tradizione evangelica».

Il tempo passava e di argomenti che avrei voluto discutere con il cardinal Martini ce n’erano ancora molti, ma temevo di affaticarlo troppo. Glielo dissi, ma mi rispose che potevamo continuare. C’era un tema che mi stava a cuore. Gli dissi che leggendo il suo ultimo libro, quello scritto con don Verzè, m’era parso di capire una sua propensione a proporre un altro Concilio, una sorta di Vaticano III. La spinta del Vaticano II si era indebolita? Non bisognava riprendere il discorso e portarlo più avanti? La risposta che ne ebbi a me è sembrata molto innovatrice e anche imprevista. «Non penso ad un Vaticano III. E’ vero che il Vaticano II ha perso una parte della sua spinta. Voleva che la Chiesa si confrontasse con la società moderna e con la scienza, ma questo confronto è stato marginale. Noi siamo ancora lontani dall’aver affrontato questo problema e sembra quasi che abbiamo rivolto il nostro sguardo più all’indietro che non in avanti. Bisogna riprendere lo slancio ma per far questo non è necessario un Vaticano III. Ciò detto io sono favorevole ad un altro Concilio, anzi lo ritengo necessario, ma su temi specifici e concreti. Ritengo anzi che bisognerebbe attuare ciò che fu suggerito anzi decretato dal Concilio di Costanza, cioè convocare un Concilio ogni venti o trent’anni ma con un solo argomento o due al massimo».

Questa sarebbe una rivoluzione nel governo della Chiesa. «A me non pare. La Chiesa di Roma, non a caso, si chiama apostolica. Ha una struttura verticale ma al tempo stesso anche orizzontale. La comunione dei vescovi con il papa è un organo fondamentale della Chiesa». E quale sarebbe il tema del Concilio che lei auspica? «Il rapporto della Chiesa con i divorziati. Riguarda moltissime persone e famiglie e purtroppo il numero delle famiglie coinvolte aumenterà. Va dunque affrontato con saggezza e preveggenza. Ma c’è anche un altro argomento che un prossimo Concilio dovrebbe affrontare: quello del percorso penitenziale della propria vita. Vede, la confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così. Nel nulla o poco più. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale».

Ci alzammo. Mi disse di aver letto il mio ultimo libro L’uomo che non credeva in Dio e di averci trovato alcune assonanze con la sua visione del bene comune. Lo ringraziai. Io le sono molto vicino, gli dissi, ma non credo in Dio e lo dico con piena tranquillità di spirito. «Lo so, ma non sono preoccupato per lei. A volte i non credenti sono più vicini a noi di tanti finti devoti. Lei non lo sa, ma il Signore sì». Fui tentato di abbracciarlo, ma siamo un po’ tremolanti tutti e due ed avremmo rischiato di finir per terra. Ci siamo stretti la mano promettendoci di rivederci presto.

Tenete e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue

Solitamente, quando vedo, all’interno di un blog, un post molto lungo non inizio neanche a leggerlo. Eppure stavolta sono io a farlo semplicemente perché penso che ne valga veramente la pena. Ho deciso di postare due pagine dell’ultimo libro di Margaret Mazzantini “Venuto al mondo” (pp 313-315). Vengono descritte le prime granate piovute su Sarajevo, quelle che il 27 maggio 1992 colpirono il mercato di via Vase Miskina mentre la gente era in coda per il pane. Sono parole che mi hanno commosso profondamente e allora voglio condividerle.

La gente camminava tranquilla, quella mattina, donne con i foulard, uomini con la cravatta. Bisognava mostrare il pugno chiuso con il medio fuori a quelli lassù, al club delle tre dita cetniche. È un messaggio per loro, infilatevi nel culo i vostri fucili di precisione. Quei foulard, quei passi ordinati, stavano lì a dire quello. A testimoniare che la vita continuava. La clinica ostetrica era stata colpita, l’edificio di “Oslobodjenje” era ormai un bersaglio per tiratori sfaccendati. Chi non aveva niente da fare gli sparava un colpo. La città pareva vuota, poi si rianimava, come un pascolo. Sul muro sotto casa era apparsa una scritta:

NON SIAMO MORTI STANOTTE.

La guardavo tutte le mattine dalla finestra, mi si chiudeva la gola.

C’era stata buriana il giorno prima, era bruciato lo stadio Zetra, nel villaggio olimpico, si era liquefatto quel cappello di metallo così caro a tutti. I pompieri e i volontari s’erano affannati per ore. Ormai la gente sapeva che dopo le grandinate peggiori la montagna taceva per un po’. Era stato ordinato il cessate il fuoco, senza più revoche, erano state messe sanzioni a quelli di Belgrado. Non si poteva non fare la fila. Per l’acqua, per il pane, per le medicine… si rischiava la ghirba a star lì tutti insieme come piccioni, ma quella era una giornata di fiducia, di donne che chiacchieravano sul marciapiede, di ragazzini che scappavano tra le gambe. C’era il sole. Era in via Vase Miskina, dove adesso c’è una delle rose più grandi. Anche la piccola porta c’è ancora, non vendono più il pane ma c’è.

I nomi sono scritti, piccoli, ordinati, accanto alla stella e alla luna musulmane, accanto a un versetto del Corano.

Erano donne, uomini, bambini che giocavano… E non sapevano che sarebbero stati incisi sul muro, fotografati dai cellulari dei turisti all’infinito. Era la fila per il pane, c’era un buon odore. Era una giornata di fiducia, di lepri che mettono la testa fuori. Era fine maggio, le rondini becchettavano le briciole di chi smozzicava il pane per strada. Qualche fortunato ci fu. Gente più svelta, più tempestiva, che s’era messa in fila presto, prima degli altri, e se n’era appena andata con il suo filone di pane o una di quelle pagnotte senza lievito e senza sale. Ma ci fu anche qualcuno che rimase per caso, che si mise a parlare, a scambiare due battute con un conoscente. Caddero tre granate, due per strada, una al mercato lì davanti. E tutti quelli che c’erano fecero un viaggio, schizzarono. La piazza divenne una scena teatrale, stracci rossi ovunque. Avrebbe fatto il giro del mondo, quello schifo rosso. Quel pane zuppo di sangue.

«Non credevo che un bambino avesse tanto cervello» disse un vecchio uomo aggrappato a un bastone. «Non finiva più di uscire, quel cervello.»

Una donna era seduta sul muretto, non piangeva. Stringeva due figli morti, uno di qua e uno di là, come fiori recisi. Un’altra cercava di riacchiapparsi la sua gamba, le andava dietro strisciando sui gomiti. Un uomo era più buffo degli altri. Riverso come uno di quei guanti che la gente trova per strada e appoggia a una transenna, perché magari chi lo ha perso ripassa di lì. Guanti spaiati, tristi, sporchi di fango. Ecco, lui se ne stava lì come un guanto appoggiato a uno di quei tubi di ferro che dividono le strade. Ma non aveva più la pancia. Solo un grosso buco circolare, un po’ sfilacciato. Dietro si vedeva la gente in fuga, le barelle, e lui era lì come un effetto speciale.

Gojko quel giorno sembrava impazzito, era corso subito lì, urlava ai giornalisti di filmare…

«Così adesso si accorgeranno di noi!»

Raccolse una pagnotta, la spezzò, la mollica era intrisa di sangue rosso come sugo. La offrì ai giornalisti.

«Ecco, tenete e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue…»

Poi schizzò via, disperato come Giuda che va a impiccarsi.

Più tardi la città taceva. Era stata una giornata di fiducia. Erano arrivati quei giovani con le tute mimetiche e i caschi azzurri come il cielo… la gente si era illusa che fossero angeli custodi, che fosse finita. Invece adesso l’ospedale era pieno di carne da ricucire. Anche la montagna taceva. Le televisioni del mondo non facevano che passare quel nastro truculento. E gli animali lassù s’erano rintanati a bere rakija per festeggiare la fama.

Partimmo due giorni dopo. Era tornata la corrente, tutte le lavatrici di Sarajevo si erano messe a funzionare nella notte. Mi sembrò un buon segno. Raggiungemmo Zagabria su un pullman che aveva addirittura l’aria condizionata, era uno di quelli che solitamente portavano i pellegrini a Medjugorje. Da lì riuscimmo a prendere tranquillamente un aereo. Volevo dire tante cose a Diego, gli dissi: «Un piatto di spaghetti, ci pensi?».

Diego sorrise.

I suoi occhi erano rossi, bisognava portarlo da un medico, era la prima cosa che contavo di fare. Adesso pensavo che Dio non ci avrebbe mai più lavato gli occhi.

La libertà secondo Gibran

In III stiamo parlando della libertà e allora posto un testo molto importante di Kahlil Gibran preso da Il Profeta.

E un oratore disse: Parlaci della Libertà.

E lui rispose: Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà, così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide. Sì, al bosco sacro e all’ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione. E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercareprisonerofmyownbyshimoda75bm.jpg la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento. In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze. Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli. Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all’alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l’ora del meriggio? Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole. E cos’è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi? L’ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte. Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare. Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto. Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio? E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto. E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute. In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio. Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi. E quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un’altra luce. E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.

Gesù e Mario Luzi

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Mario Luzi

 

 

Mario Luzi (n. 1914) in Epifania (1955, in M. Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1988, pp. 243-244) descrive la realtà terrena piena di questa attesa di un Avvenimento e disseminata dei semi, dei germi dell’Eterno. Chi, come i Magi è andato, ha visto che il tempo si è aperto a un futuro nuovo. L’Incarnazione è questo momento umano e divino, comprensibile non in modo intellettuale ma con la sensibilità umana di chi vede la Grazia nell’istante presente. Il verso conclusivo ricorda che il mistero della manifestazione di Dio in Cristo (“epifania”) non è remoto o lontano, ma vicino, prossimo, presente:

“Non più tardi di ieri, ancora oggi”.

In La vita cerca la vita (in M. Luzi, Frasi e incisi di un canto salutare, Garzanti, Milano 1990, pp. 23-26) c’è il confronto tra le persone massificate, che hanno dimenticato Cristo e le folle che ascoltano Gesù “in tempi di meraviglia e desiderio” e “ne avevano pace, pace e tormento”.

La mancanza di speranza è vista come la colpa più grave perché Cristo ha già salvato; anche il “punto estremo del declivio” e il più basso, è il primo passo “per l’ascesa nella misericordiosa orbita”.

Nei versi finali riecheggiano le parole di Giovanni: “ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3, 1) e quelle di Paolo: “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che con viene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13).

“[…] Non sperano. È il peccato più tremendo –

deprecavano nei loro antichissimi

ammonimenti

quelle lingue che ad essi non parlano,

quelle valve forte brusicanti del mare

di sapienza

Punto

estremo del declino

e per questo

infimo gradito per l’ascesa

nella misericordiosa orbita?

Non sappiamo ancora.

Cresce ciascuno alla sua statura,

camminano i suoi passi nella sua andatura.”

In questa visione della realtà, Luzi afferma che solo attraverso Cristo è possibile parlare di Dio; Cristo è la nostra misura. Il suo Cristo è una presenza costante, che lavora sotterraneo, nella clandestinità, una presenza reale ma mai clamorosa, evidente, senza retorica. Il Cristo di Luzi è un combattente, venuto a svegliare le coscienze, che cerca la vita e la risveglia. Ma è anche un Cristo sofferente, segnato dalla passione, la cui morte è reale, infamante, totale. Da questo punto inizia la scommessa sulla risurrezione (cfr. l’intervista a M. Luzi in E. Ferri, Quel che resta di Cristo dopo duemila anni, Edizioni Paoline, Milano 1995).

Epifania

I Magi

Ora come in ogni tempo io posso vedere con l’occhio della mente,

nei loro abiti rigidi, dipinti, i pallidi insoddisfatti

apparire e scomparire nell’azzurra profondità del cielo

con tutti i loro volti antichi simili a pietre solcati dalla pioggia,

e tutti i loro elmi d’argento che ondeggiamo l’uno accanto all’altro,

e i loro occhi ancor fissi, sperando di trovare ancora una volta,

essendo insoddisfatti del tumulto del Calvario,

l’incontrollabile mistero sul pavimento bestiale.

W.B. Yeats

Gesù e Salvatore Quasimodo

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Salvatore Quasimodo

 

 

Salvatore Quasimodo (1901-68) appartiene alla “scuola ermetica”, che si caratterizza anche per la sua capacità di introdurre al Mistero attraverso una “poesia nutrita di stupore”. Troviamo in Quasimodo una suggestiva limpidezza e una gradevole orecchiabilità nel suo modo di scrivere. Ed è subito sera è un esempio di tutto questo:

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

Ed è subito sera.”

Nella lirica Al tuo lume naufrago il poeta si confronta con se stesso e si scopre naufrago, sradicato dai vivi, cuore provvisorio, limite vano, uomo solo.

“[…] Tu m’hai guardato dentro

nell’oscurità delle viscere:

nessuno ha la mia disperazione

nel suo cuore.

Sono un uomo solo,

un solo inferno.”

Questa poesia riprende il tema del Salmo 138, dove Dio conosce tutto dell’intimo dell’uomo. Da qui nasce la sua invocazione: “Destami dai morti”. Il poeta sa di avere da Dio il dono di “parlare” (“il tuo dono di parole”), ma è una missione che gli costa.

Con l’esperienza della II guerra mondiale Quasimodo si “converte” ai temi sociali, innanzitutto il tema del dolore e della catastrofe bellica, con riferimenti cristiani e anche al tema della risurrezione:

“E si rovescia la tua pietra

Dove esita l’immagine del mondo”

(S. QUASIMODO, Di un altro Lazzaro)

Alle fronde dei salici apre questa seconda “stagione” della produzione poetica di Quasimodo. La lirica riprende le parole del Salmo 136, che racconta la desolazione del popolo ebreo deportato a Babilonia; qui il poeta parla dello strazio della guerra e delle sue vittime, che sono descritte come Cristo sofferente. Il lamento dei fanciulli è come quello “d’agnello” e il figlio trucidato è “crocifisso”. “Le vittime rievocate dalla figura dell’agnello, vengono ora definite dal riferimento alla vittima per eccellenza, il Cristo. […] nella morte di tanti innocenti si rinnovano il sacrificio di Cristo e la sofferenza di Maria ai piedi della croce” (R. Filippetti, Gettare ponti tra poesia e vita: la Scuola ermetica e Quasimodo, in “Insegnare religione”, maggio-agosto 1999, p. 71).

Il riferimento a Cristo diventa esplicito in Uomo del mio tempo:

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo.”

L’uomo continua a essere violento e a uccidere come gli animali; il progresso scientifico e tecnologico hanno accresciuto questo potere di morte e la scienza esatta, senza amore, difficilmente può frenare l’istinto omicida. L’accostamento immediato “senza amore, senza Cristo” induce l’idea che Cristo sia quasi un sinonimo fatto persona della parola “amore”. Solo alla luce dell’esempio di Cristo l’uomo scopre che cosa sia la vera fraternità e non la semplice fratellanza che accomunava anche Caino e Abele, una fratellanza ricordata perché diventata il primo omicidio della storia.

L’invito finale a dimenticare pare sintonizzarsi con l’invito di Cristo: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio” (Lc 9, 60). Non è quindi un invito a lasciare cadere la memoria ma a guardare al futuro.

Gesù ed Eugenio Montale

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Eugenio Montale

 

 

Di Eugenio Montale (1896-1981) si ricordano raccolte famose di poesie come Ossi di seppia (1925) e Le Occasioni (1938). Dal 1967 fu sentore a vita e nel 1975 ricevette il Nobel per la letteratura.

Meriggiare pallido e assorto (del 1916) è la più famosa poesia di Montale. E’ una “lirica costruita sintatticamente su una serie di infiniti, collocati a capoverso. …dal punto di vista metrico l’ultima strofa, di cinque versi, si stacca dalle tre precedenti quartine: il gioco di rime (AABB / CDCD / EEFF / GHXGH) ci permette di scoprire il verso chiave, il 15°, l’unico non in rima sebbene mimetizzato nel fitto delle assonanze (abbaglia – meraviglia – TRAVAGLIO – muraglia – bottiglia): “com’è tutta la vita e il suo travaglio”. Pertanto al riconoscimento della vita come “travaglio” voleva condurci il poeta. Travaglio: viaggio (travel) sofferto (il latino tripalium è uno strumento di tortura), faticoso (travailler, trabajar), teso a dare alla luce, o in attesa che venga alla luce (travaglio del parto) il senso ultimo del reale, che dimora, però, irraggiungibilmente, oltre la muraglia” (R. Filippetti, Eugenio Montale: Oltre la muraglia?, in “Insegnare religione” novembre 1994, pp. 50-51).

La raccolta La Bufera e altro (1956) è il libro più religioso di Montale, dove ripetute volte compare il nome di Dio e la poesia Iride connota in senso cristiano questa religiosità. Iride nella mitologia è l’inviata di Giunone; nella Bibbia l’iride è il segno dell’alleanza tra Dio e Noé dopo il diluvio. Iride è una poesia difficile: la donna (il riferimento è a Irma Brandeis, incontrata attorno il 1932 e il 1933 e la cui figura è presente in molte poesie), chiamata in altre liriche con il nome di Clizia, è investita di una missione di salvezza che la unisce e assimila a Cristo. In apertura troviamo subito un accenno a Cristo:

“[…] il Volto insanguinato sul sudario

che mi divide da te”.

Il poeta ricorda la condizione del mondo e l’atrocità della guerra “nella lotta che me sospinge in un ossario” e nemmeno la speranza di una terra promessa impedisce di vedere questa condizione di desolazione. Che cosa dunque motiva la presenza e la missione di Clizia? Non è soltanto l’attaccamento sentimentale al poeta:

“[…] è forse quella maschera sul drappo bianco,

quell’effige di porpora che t’ha guidata?

Perché l’opera tua (che della Sua

è una forma) fiorisse in altre luci

Iri del Canaan ti dileguasti”

(E. MONTALE, Iride, in Poesia italiana del Novecento, a cura di E. Gioanola, Librex Marietti, Milano 1989, pp. 430-433)

Iride/Clizia dà forma presente all’opera di Cristo e ne continua la missione; gli ultimi due versi sottolineano come un cristiano vivo sia continuazione dell’opera di Cristo stesso. Iride diventa quindi la donna che “porta Cristo”, portatrice di senso ultimo e figura “ponte” tra Dio e il mondo, che assume deliberatamente su di sé il ruolo di vittima, facendosi continuatrice dell’opera di Cristo.

Gesù e Ada Negri

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Ada Negri

 

Ada Negri (1870-1945), secondo alcuni critici, è la più grande poetessa italiana del XX secolo e infatti godette di grande fama internazionale durante la sua vita. Nella poesia Atto d’amore esprime tutta la sua libera e convinta adesione al mistero di Dio. E’ un atto d’amore, una dichiarazione d’amore non verso una idea astratta di Dio ma verso una “persona”. L’uso di evidenziare in nero il pronome personale indica che Dio è una persona che si può incontrare, cioè Cristo. Infatti la lirica chiude con l’invito “Resta con me”, che richiama direttamente l’incontro tra i discepoli di Emmaus e Gesù risorto (cfr. Lc 24, 13-35):

“[…] tutto

per me Tu fosti e sei, mi fa tremante

d’una gioia più grande della morte.

Resta con me, poi che la sera scende

sulla mia casa con misericordia

d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco

umile il poco pane e l’acqua pura

della mia povertà. Resta Tu solo

accanto a me tua serva; e, nel silenzio

degli esseri, il mio cuore oda Te solo.”

(A. NEGRI, Mia giovinezza, Rizzoli, Milano 1995, pp. 70-71)

 

Gesù e Ungaretti

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Giuseppe Ungaretti

 

Nel 1928, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) trascorre una settimana nel monastero di Subiaco, ospite di un suo amico monaco: è la settimana santa e l’attenzione è concentrata sul mistero della passione e morte di Cristo. L’interrogativo su Dio è chiaro fin dalle composizioni del 1916 come Peso e soprattutto Dannazione (1916):

“Chiuso fra cose mortali

(Anche il cielo stellato finirà)

Perché bramo Dio?”

Tale interrogativo sul mistero di Dio si era reso più urgente durante le ore difficili della guerra del 1914-18 a cui aveva partecipato come soldato (cfr. poesie come Veglia, Soldati). Ma in alcune liriche l’attenzione si sposta sulla figura di Cristo.

In La Preghiera (del 1928) le prime tre strofe descrivono la condizione umana di peccatori; poi inizia l’invocazione tre volte ripetuta: “Fa’ che…” . Il poeta domanda che l’uomo riconosca il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione che Cristo ha portato a termine: è l’“infinita sofferenza” che dà senso al dolore umano, ma

“L’uomo si sottrae, folle,

Alla purezza della tua passione.”

All’uomo che “deifica” la propria ragione e pretende di essere il metro di giudizio e di avere la spiegazione di tutto, il poeta prega Cristo: “Sii la misura, sii il mistero”. E’ questo un verso decisivo, in cui si contesta la pretesa moderna dell’uomo di essere il centro e la misura di tutto.

“[…] Fa’ che l’uomo torni a sentire

Che, uomo, fino a te salisti

Per l’infinita sofferenza

Sii la misura, sii il mistero.”

Mio fiume anche tu è una composizione del 1943-44, durante la seconda guerra mondiale, dopo che il poeta era rientrato dal Brasile nel 1942. Il fiume Tevere, e quindi la città di Roma, è visto come il punto di incontro tra la cultura classica e la fede cristiana. L’interrogativo sul dolore si apre e diventa un inno alla sofferenza umana che Cristo ha preso su di sé con la propria morte. Sempre in Cristo è svelato il volto di Dio. Il poeta può dire: “Vedo ora chiaro nella notte triste / Vedo ora nella notte triste, imparo”. E’ il passaggio alla chiarezza e alla certezza della salvezza in Cristo “pensoso palpito / Astro incarnato nell’umane tenebre”. Il cuore di Cristo è la fonte dell’amore vero, non quello vano e vuoto. Negli ultimi versi riecheggia in modo evidente il Sanctus della Messa e più ancora la visione di Isaia che vede i cherubini glorificare Dio tre volte Santo (cfr. Is 6, 3): qui la maestà e la grandezza di Dio sono nella sua sofferenza: “come fratello t’immoli” per riedificare l’uomo e liberare dalla morte.

“[…] “Cristo, pensoso palpito,

Perché la Tua bontà

S’è tanto allontanata?”. […]

L’uomo si sottrae, folle,

Alla purezza della Tua passione […]

Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell’umane tenebre,

Fratello che t’immoli

Perennemente per riedificare”

(G. UNGARETTI, Mio fiume anche Tu, in Vita d’un uomo, I Meridiani, Mondadori, Milano 1977)

Cristo resta il modello di giustizia insuperabile; per questo Ungaretti scrive:

“Bisogna riuscire a unire, a fondere il sentimento della giustizia e dell’uguaglianza con il sentimento della libertà, che è poi il sentimento che ci ricongiunge all’insegnamento più profondo del Vangelo. E credo che l’adempimento del messaggio di Gesù sia la missione alla quale deve tendere ogni uomo di buona volontà.”

(G. UNGARETTI, in La guerra di Ungaretti, in “Avvenire”, 15 agosto 2000, p. 25)

Gesù e Manzoni

Inizio con oggi una nuova sezione, frutto non di idee mie ma del saccheggio di vari autori. Posterò dei testi che mostreranno come la figura di Gesù è stata affrontata da alcuni letterati italiani. Partiamo da Alessandro Manzoni

 

Alessandro Manzoni (1785-1873), dopo l’avvicinamento al cristianesimo, presenta una fede fondata sulla ragione che scopre la validità e l’evidenza del cristianesimo. In questa prospettiva la sua produzione letteraria ha cercato anche di affermare la presenza di Cristo al centro della storia (Inni Sacri) e di mostrarne l’incidenza anche nella vita quotidiana e civile (liriche civili, tragedie, romanzo).

In Il Natale del 1813, l’uomo è presentato come incapace di salvarsi con le sole sue forze, non può autoredimersi. Contrappone la sorte del genere umano, avvilito dal peccato, al messaggio di salvezza recato dalla nascita di Cristo. Per questo “Oggi Egli è nato” (v. 57): quell’“Oggi”, pur cronaca d’un giorno passato, ha la data di ogni giorno e ripete l’antifona liturgica propria del Natale. Cristo, nato a Betlemme, è Dio, il Re del Cielo, ma è anche un fanciullo, un bambino che “all’uomo la mano Ei porge”: è l’offerta di salvezza che viene da Dio. I fortunati pastori videro e riconobbero in Gesù il Figlio di Dio, ma

“[…] i popoli

Chi nato sia non sanno;

Ma il dì verrà che nobile

Retaggio tuo saranno;

Che in quell’umil riposo,

Che nella polve ascoso,

Conosceranno il Re.”

(A. MANZONI, Il Natale, vv. 106-112)

Nella nascita di Cristo si sigla la nuova alleanza tra Dio e l’uomo, “raccontata” attraverso una rivisitazione originale del testo dei Vangeli. Ma il misterioso amore di Dio è presente anche nella crocifissione di Cristo.

“Egli è il Giusto che i vili han trafitto,

Ma tacente, ma senza tenzone;

Egli è il Giusto; e di tutti il delitto

Il Signor sul suo capo versò.

Egli è il Santo,

Volle l’onte, e nell’anima il duolo,

E l’angosce di morte sentire,

E il terror che seconda il fallire,

Ei che mai non conobbe il fallir.”

(A. MANZONI, La Passione , vv. 25-40)

La Risurrezione è il completamento del mistero di Cristo: ora la salvezza è offerta a tutti gli uomini destinati a risorgere con Cristo.

“È risorto; non è qui.

[…] Nel Signor chi si confida

Col Signor risorgerà.”

(A. MANZONI, La Risurrezione , vv. 68, 111-112)

E’ sul mistero di Cristo Salvatore che si fonda la dignità dell’uomo; l’uomo scopre il proprio valore “pensando a Cui somiglia”. Sempre questa “somiglianza” con Cristo fonda anche la vera fratellanza, non quella di derivazione illuminista, ma quella cristiana:

“Tutti fatti a sembianza d’un Solo,

figli tutti di un solo Riscatto

[…] siam fratelli”

(A. MANZONI, dal grande Coro del Conte di Carmagnola)

Anche tutto il romanzo dei Promessi sposi è pervaso da questa presenza di Dio e della salvezza cristiana. Sono i “poveri in spirito”, come Gesù ha insegnato nelle Beatitudini, che sanno riconoscere la presenza della Provvidenza nella storia e sanno attraversare le prove e le difficoltà, fino a imitare Cristo nell’offerta del proprio dolore, nel perdono offerto e nella preghiera per i propri nemici.

Ma nel romanzo emerge con chiarezza che la figura di fra Cristoforo è l’immagine di Cristo. Dopo la sua conversione, Ludovico si fa frate: la nuova identità di Ludovico è quella di essere “Cristoforo”, cioè “portatore di Cristo”, fino a morire curando il prossimo, amato da Dio. Renzo lo ha incontrato – “sensibil forma” di Cristo – e lo porta nel cuore. Si può dire che Fra Cristoforo, come Gesù, “passò beneficando e risanando” (At 10, 38). Alcuni tratti della sua personalità somigliano a quelli di Gesù: nel lazzaretto, quando a Renzo la rabbia fa “perdere il lume degli occhi” (cap. XXXV), fra Cristoforo allontana il giovane bruscamente, come Cristo con Pietro (cfr. Mt 18, 22); allora Renzo perdona di cuore il suo persecutore. Infine c’è la consegna del “pane del perdono”: è la continuazione di una memoria, di un perdono offerto e ricevuto, la consegna ultima e definitiva con la quale fra Cristoforo si congeda, come il pane consegnato da Cristo ai i suoi discepoli nell’ultima cena perché sia memoria viva della sua presenza.

Nei Promessi sposi non compare come personaggio Gesù; e il cercarlo è come la sfida dell’Innominato davanti al cardinal Federigo Borromeo:

“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi!! Dov’è questo Dio?”.

Ma Manzoni lascia intendere le tracce della presenza di Cristo e del suo messaggio nei personaggi, nei gesti, nelle parole.

 

Accusare Dio

Usa, un senatore vuole fare causa a Dio 1999251223.jpg

“Respinta, l’Onnipotente non ha indirizzo”

Il giudice: è impossibile notificare l’atto all’accusato

di MARCO PASQUA

Aveva fatto causa a Dio, responsabile, a suo dire, di aver diffuso paura e terrore in tutto il mondo. Ma il procedimento giudiziario non avrà alcun seguito: un giudice del Nebraska lo ha infatti respinto, perché Dio non ha alcun indirizzo al quale poter notificare l’avvio della causa. Si chiude così la vicenda che vede protagonista lo storico senatore democratico del Nebraska, Ernie Chambers, che, il 14 settembre dello scorso anno, aveva depositato la sua provocatoria causa in una corte del Nebraska.

Secondo il documento redatto dal senatore 71enne (definito da molti “l’uomo di colore più arrabbiato di tutto lo Stato”), Dio e tutti i suoi seguaci, sarebbero responsabili “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”. Minacce la cui credibilità è avallata, secondo Chambers, “dalla storia personale di Dio”.

Nel documento gli si attribuisce anche la responsabilità di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bimbi con malformazioni”. Ancora: Dio è accusato di aver “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza” da parte degli uomini.

Chambers ha spiegato di aver avviato questo procedimento per dimostrare che “tutti possono avere accesso a una corte, indipendentemente dal fatto se siano ricchi o poveri” e per sottolineare che “ognuno può essere citato in giudizio”. Il suo obiettivo era di ottenere dai giudici una diffida, in cui si sarebbe dovuto sollecitare Dio a interrompere ogni genere di “minaccia” sul mondo.

La causa, comunque, non avrà alcun seguito, perché “non è stato possibile reperire un indirizzo ufficiale di Dio”. Il giudice Marlon Polk si è appellato a una legge del Nebraska, secondo la quale chi avvia un procedimento giudiziario deve avere l’indirizzo della persona chiamata a difendersi in aula.

Chambers non si dà per vinto, e anzi si è detto soddisfatto della decisione del giudice. “La corte – ha dichiarato – ha ammesso l’esistenza di Dio. La conseguenza di questa decisione è che viene riconosciuta l’onniscienza di Dio. Quindi, se è vero che sa tutto, deve anche essere a conoscenza di questa causa”. Il senatore, che è in carica da 38 anni, ha adesso 30 giorni di tempo per decidere se fare appello.

Mumble mumble

Nel libro “Tenebre su tenebre” di Ferdinando Camon a pag. 9 si leggono queste parole che mi sono tornate alla mente in questi giorni in cui si è riparlato di Eluana Englaro:38551527.jpg

“Di fronte ai casi di giovani o vecchi tenuti in vita in condizioni dì enorme sofferenza (sepolti in polmoni d’acciaio, in camere di rianimazione, intubati, con assistenza ininterrotta, diurna e notturna, tra strumenti e medicinali di ogni tipo), esseri umani che non possono né lavorare né godere ma soltanto soffrire, e che comunicano solo con uno sguardo, un sospiro, il silenzio, noi sentiamo che i medici curanti conducono una lotta meritoria, anche se si dovesse tradurre, come spesso succede, non nella guarigione, ma in un semplice prolungamento dell’esistenza per qualche settimana, qualche giorno, qualche ora, un minuto: in quel minuto è possibile che colui che è ancora vivo senta qualcosa che non aveva mai sentito, un pensiero, un’emozione, che scopra una novità: fosse pure che tutti vogliono salvarlo pur sapendo già che non ce la faranno che nessuno si arrende pur sapendo già che lui si è arreso: se egli se ne va con la sensazione che tutti vogliono trattenerlo mentre precipita, la sua vita è profondamente diversa da quella di chi precipita sentendo che tutti lo mollano e lo spingono.

Un mondo in cui gli altri ti aiutano anche quando non ce la fai più, è migliore del mondo in cui, se vuoi un’iniezione mortale, c’è il medico pronto con la siringa in mano.

Ma questo vale finché un filo, magari sottile, congiunge la corteccia cerebrale al sistema nervoso. Tagliato quel filo, è tagliata la vita. Il malato non è più tra noi, e non potrà tornare.

Il credente non vuole che al malato in stadio vegetativo da quindici anni si stacchi la macchina che lo nutre, perché la vita del malato è legata a un principio che la supera. Ma questa è fede, non è amore.

Il medico lascia che il malato muoia di fame e di sete, anche se ci mette settimane, perché non vuole infrangere la legge.

L’amico va al malato e gli da una morte dolce, istantanea e indolore.

Il credente ama Dio, il medico ama la scienza, solo l’amico ama l’amico.

Ma l’amico ama l’uomo e ama Dio: Dio ha deciso che quell’uomo deve finire, l’amico rispetta questa decisione e vi collabora.

Il credente che fa vivere il malato nell’incoscienza all’infinito non ha pietà del malato né dei famigliari né degli uomini in generale. Il medico che lascia morire il malato di morte naturale, per giorni e giorni, non ha pietà del malato né dei suoi parenti né di chiunque venga a conoscere quella morte. L’amico che uccide il malato dolcemente ha pietà dell’amico, e avendo pietà dell’amico ha pietà di sé stesso e della condizione umana.”

Seminari: e i seminatori?

Traggo dal sito di Adista un’interessante notizia

 

UN PRETE DENUNCIA: I SEMINARI CI FORMANO PER ESSERE FUNZIONARI DI UNA CHIESA SONNOLENTA

34612. ROMA-ADISTA. Qualche tempo fa (v. Adista n. 45/08), raccontavamo la vicenda di un seminarista – Cristian Leonardelli – che, per poter diventare prete aveva dovuto trasmigrare dalla sua diocesi – Trento – fino a Livorno. Motivo: il suo “eccessivo” spirito critico, unito alla lettura di una stampa considerata non “edificante” per un aspirante presbitero, come quella di Adista, aveva suggerito al vescovo di Trento, mons. Luigi Bressan, di soprassedere all’ordinazione. Ebbene, qualche giorno fa don Cristian ci ha scritto, per precisare ulteriormente la sua vicenda e inserirla all’interno della più generale questione di come avviene oggi la formazione dei nuovi preti. La riproduciamo qui di seguito (v. g.)

Cara Adista,

sono don Cristian e scrivo in relazione all’articolo del n. 45 di Adista, intitolato: “Hai spirito critico? Leggi Adista? Allora non puoi fare il prete.” In esso si racconta brevemente della mia traversia nella diocesi di Trento conclusasi poi con l’ordinazione nella diocesi di Livorno. Ci tenevo a far sì che quanto mi è accaduto non si riducesse ad una faccenda personale tra me e il vescovo, ma desse l’opportunità per una riflessione di più ampio respiro, magari su Adista, riguardo i criteri di selezione dei candidati al sacerdozio. Penso infatti che questi criteri siano lo specchio di come oggi vive e ragiona la nostra Chiesa. Quale prete vogliamo oggi? E quale Chiesa sogniamo? Sono due facce della stessa domanda. La mia esperienza mi dice che nella “recluta” e nella formazione dei preti ben difficilmente sono “premiate” quelle persone leali, vere e dotate di quello spirito di amore per la ricerca e per la critica costruttiva. Quasi sempre sono preferite persone conformiste, inquadrate nei ranghi e che raramente sollevano questioni: è ovvio sono più funzionali alla nostra sonnolenta istituzione Chiesa che preferisce non aver a che fare con “rompiscatole” che potrebbero mettere in discussione modi di fare e di pensare. Difficilmente trovano spazio quelle persone che portano avanti “visioni” differenti da quelle ufficiali, coloro che manifestano dissenso, anche se affettuoso e creativo, fanno fatica ad esprimersi… come mai? Quale idea di Chiesa e, ancora più profondamente, quale idea di Dio nasconde questo modo di fare e di agire? Forse che arruolando nel clero (o tra i cristiani con responsabilità ecclesiali) persone appiattite nel sistema, prive di “spina dorsale”, di capacità critica, di amore per la verità, si pensa di portare elementi di pace? Penso che scansare problemi, evitare i riscontri, negarsi la realtà non siano elementi di pace ma piuttosto il modo per introdurre conflitti più ampi. Rinviare il confronto significa accumulare equivoci, frustrazioni, voglia di rivalsa. La pace di Cristo è proiettata nel futuro e non può crescere e realizzarsi finché ci sono ipocrisie in agguato, pronte a rivangare problemi accantonati. Pensare secondo Dio, uscire dall’individualismo, cercare il bene comune anche a rischio di generare conflitti: ecco il Regno di Dio. Infatti sovente nella storia i seguaci di Gesù sono stati perseguitati, e non soltanto da chi militava su fronti avversi, ma anche da appartenenti all’ambiente cristiano, da coloro che usano strumentalizzare il nome di Cristo per adattarlo a interessi di governo e di potere. L’indicazione è sempre la stessa: non chi dice “Signore Signore” rischia persecuzioni, ma “chi fa la volontà del Padre” (Mt 7,21). Certo non è utile nessuna contrapposizione conflittuale, ma solo un paziente, deciso e perseverante lavoro di trasformazione, per poter continuare a credere che al ripetersi della domanda: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8), ci sarà qualcuno che risponderà: “Eccomi!”.

P. S. Dalla lettera di don Milani a don Coccio (3/2/1961):

“La vocazione di don Abbondio (cioè quella che in un seminario viene presentata come perfezione sotto il falso nome di Prudenza, Umiltà, Sottomissione) non era la vocazione dei Martiri che han fatto la Chiesa. E se l’essere cristiano non implicasse automaticamente l’opposizione alle autorità costituite, ai benpensanti, ai potenti, Gesù non sarebbe stato condannato a morte e nessuno degli altri suoi martiri che vennero dopo di lui. Dunque dai seminari così come sono ora non può in nessun modo uscire un cristiano cioè un chiamato alla persecuzione dei potenti (compresi i potenti ecclesiastici) e se è necessario al martirio”.

Radici

E’ da un po’ che nelle librerie è uscito il libro “Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione”654670880.jpg (Mondadori), scritto a due mani da Augias-Cacitti. Non voglio entrare nel merito del libro, ma desidero cogliere l’occasione per postare un interessante fondo di Roberto Beretta uscito su Avvenire il 24 settembre.

 

Ma intanto noi cristiani che cosa sappiamo delle nostre origini? 
Però su una cosa, almeno, Corrado Augias ha ragione. 
Dopo la polemica sollevata dal
Codice da Vinci (libro e film); dopo i presunti scoop sul Vangelo della Maddalena e su quello di Giuda; dopo il precedente lavoro di Augias, in coppia con Mauro Pesce e dedicato a un’Inchiesta su Gesù: dopo tutti questi segnali, raggruppati per giunta in un breve spazio di tempo, dovremmo aver finalmente imparato che le origini cristiane fanno davvero problema ai nostri contemporanei. Nel senso che interessano e creano difficoltà.
Interessano: sono passati gli anni dell’indifferenza snobistica o addirittura compassionevole verso le «cose della fede», dell’alzata di spalle strafottente o del risolino razionalista; oggi la gente – soprattutto i non credenti, o i non del tutto convinti, e quelli di un certo livello culturale – sono comunque interessati a saperne di più sulle origini storiche e culturali del cristianesimo, a penetrare almeno un po’ le complessità di un mistero che è comunque affascinante per l’intelligenza. Chiedono però di farlo con strumenti « obiettivi » nel senso di non dichiaratamente confessionali (della Chiese non si fidano più).

Inoltre le origini cristiane creano anche difficoltà, e ciò soprattutto in casa cattolica: ne fanno testimonianza le scandalizzate reazioni spesso seguite ai fenomeni di cui sopra (e che in realtà non hanno fatto altro che amplificarne gli effetti e la pubblicità…), gli ostracismi o le censure, l’impostazione difensiva e vetustamente «apologetica» assunta in molti casi nei confronti dei vari Brown e Augias. Non che non si debba supporre del veteroanticlericalismo anche da quella parte; ma il punto è: quanti di noi credenti – compresi quelli praticanti e « impegnati » , starei per dire compresi i preti – sono informati delle questioni problematicamente poste sul tappeto dalle opere sopra citate e dall’Inchiesta
sul cristianesimo in specie? Informàti, dico: nemmeno si pretende che sappiano correttamente rispondere o porre pertinenti contro-deduzioni in materia, ma solo che siano consapevoli dell’esistenza – a livelli esegetici o storici – di una questione aperta… Non rispondo, ma penso alle migliaia di catechesi imbandite in tutte le parrocchie dello Stivale, alle centinaia di prediche domenicali, alle ore di religione cui partecipano il 90% e oltre degli alunni delle scuole d’ogni ordine. Stiamo a lambiccarci il cervello da decenni sui modi per raggiungere i mitici « lontani » oppure sull’impostazione da dare alle catechesi per gli adulti, e ci lasciamo scippare sotto il naso una materia che sarebbe «nostra» in tutto e per tutto, che interessa proprio degli adulti e dei «lontani» e che ottiene persino successo di pubblico! Io, a questo punto, qualche domanda me la farei. E prima ancora di gridare allo scandalo contro i «dissacratori» della fede.

Perché è venuto Gesù e non Dio?

Molto interessante questo articolo di Luigi Accattoli preso da Il Regno 

«Perchè Dio Padre non è venuto lui?»

Le domande impossibili che assediano i credenti

Perché Dio Padre non è venuto lui invece di mandare il Figlio? A lui avrei creduto»: è la domanda più straordinaria che mi sia stata fatta al termine di una conferenza. L’ho ascoltata a Opera (Milano), giovedì 3 maggio, da un operaio con la quinta elementare. «Credere oggi» era il tema dell’incontro che si teneva presso la Biblioteca comunale. Altre domande a cui nessuno potrebbe rispondere mi ero sentito rivolgere in altre serate. «Perché Dio non si fa sentire anche oggi in maniera chiara, come quando chiamò Mosè dal roveto ardente?». «Perché i miracoli li dobbiamo leggere solo sui libri? Se io vedessi un morto che torna in vita allora sì che crederei!».

f095fc0602bd193192b357b58e242afb.jpgSe avremo un corpo perché non potremo amarci?

«Perché non ci sono intorno a noi delle persone con il dono delle guarigioni? Io credo che sarebbe un grande aiuto a credere se il Signore ne mandasse almeno una in ogni città». «Come conciliare il dolore fisico e l’inferno con l’affermazione che Dio è amore?». «In paradiso riconosceremo le persone?». «Se avremo un corpo perché non potremo amarci?». «Come farò a riconoscere il mio bambino che è nato morto e che non mi hanno fatto vedere?». «Nel Regno dei cieli ritroveremo gli animali?».

C’è anche chi mi prende da parte e m’interroga sull’apertura alla vita perché ha già tre figli e il prete gli ha detto che non può usare contraccettivi. Su come comportarsi con una figlia ribelle. O con una sorella «prodiga». Chi mi chiede se non tradisca la moglie morta risposandosi e me lo chiede perché ha sentito che io mi sono risposato. Come perdonare il tradimento del marito. Come si fa a essere cristiani lavorando a Repubblica e al Corriere della sera.

Le domande sui comportamenti le accetto tutte e propongo la mia riflessione. Ma le domande teologiche mi lasciano ammutolito e per fortuna non sono un teologo!

Perché non è venuto il Padre? Chi potrebbe rispondere? Dio nessuno mai l’ha veduto e nessuno può vederlo e restare vivo. Nessuno può azzardare un ragionamento mettendosi dal suo punto di vista. Quando toccò a Mosè entrare in contatto con lui dovette limitarsi a vederlo «di spalle». E ciononostante il suo volto divenne «raggiante» tanto che doveva «velarsi» quando si mostrava al popolo.

Ho provato a dire così a Opera ma il mio interlocutore insisteva: «Se si faceva vedere, io gli credevo».

«Si è fatto conoscere attraverso il Figlio. “Chi vede me vede il Padre”, ci ha detto Gesù».

«Provi a convincermi che debbo credere a quello che degli uomini ci hanno raccontato riguardo a uno che ci ha parlato del Padre».

Ci ho provato ma non ci sono riuscito. Ho detto che ne andava di mezzo la nostra libertà. Che Dio vuole essere amato e non vuole imporsi con la potenza. Manda dunque il Figlio a parlare ai figli. Alcuni ne convince e questi trasmettono agli altri il messaggio, da uomo a uomo. Questa è la via di Dio tra noi. L’uomo è la sua via. Il mio interlocutore scuoteva la testa. Gli ho chiesto se mai avesse posto quella domanda ad altri e mi ha detto che era la prima volta che la faceva in pubblico, ma da tanto la pensava. Proprio a me doveva farla!

I deboli segnali che manda nel mondo

La domanda sul perché Dio parli sottovoce e non si preoccupi di farsi udire bene e da tutti mi era invece arrivata spesso. L’ultima volta ho potuto rispondere seguendo la traccia più autorevole: quella fornita da Joseph Ratzinger – Benedetto XVI nel libro Gesù di Nazaret (Rizzoli, Milano 2007).

Ci assicura il papa – facendoci avvertiti che ognuno può contraddirlo, in quanto parla da cristiano e non da vescovo di Roma – che Dio non tace ma il suo è un «silenzioso parlarci». E’ necessario il dono di una particolare «sensibilità interiore» che ci renda «capaci di udire e vedere i deboli segnali che Dio manda nel mondo».

Sono riflessioni che trovo alle pagine 117 e 116 del volume del papa. A pagina 56 svolge una riflessione più ampia sulla fioca parola di Dio, invitandoci ad accettarne il mistero, che possiamo penetrare solo con lo «slancio del cuore» e come uscendo da noi stessi: «Naturalmente ci si può chiedere perché Dio non abbia creato un mondo in cui la sua presenza fosse più manifesta; perché Cristo non abbia lasciato dietro di sé un ben altro splendore della sua presenza, che colpisse chiunque in modo irresistibile. Questo è il mistero di Dio e dell’uomo, che non possiamo penetrare. Noi viviamo in questo mondo nel quale appunto Dio non ha l’evidenza di una cosa che si possa toccare con mano, ma può essere cercato e trovato solo attraverso lo slancio del cuore, l’esodo dall’Egitto».

Più indifesi di quanto vorremmo

Fin dalla prima lettura del volume questi richiami all’accettazione del mistero sono le righe che più mi hanno segnato. Il papa c’invita a considerare la condizione indifesa in cui i cristiani si trovano nel mondo. Più indifesa di quanto non vorremmo. Privi di qualsiasi prova provata, chiamati a gettare le reti sulla parola del Signore che giunge a noi – appunto – come un «debole segnale».

Dio che parla sottovoce fa parte dunque del mistero. E da qui si può capire la ribellione dell’uomo tecnologico, teso alla funzionalità dei gesti e dei concetti. Di questa ribellione del-l’umanità contemporanea aveva già detto sapientemente l’altro papa in una delle sue parole più profonde: «L’uomo non è capace di sopportare l’eccesso del mistero. Non vuole esserne pervaso e sopraffatto» (GIOVANNI PAOLO II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, 44).

Se si sceglie di stare di fronte al mistero anche solo per breve tempo – come forse si addice a un giornalista – si raccolgono rapidamente contrarietà e sberleffi, non tanto in occasione di conferenze ma poniamo con il blog (www.luigiaccattoli.it). Ecco un visitatore agnostico che denuncia «tutta questa enfasi sul mistero», controproponendo una sua idea del cristianesimo come «religione sperimentale», che si fonda «su un fatto tecnico, la risurrezione di un morto, che in sé non ha niente di misterioso».

Prima che nella fede il mistero è nella realtà

Con questo visitatore ho insistito a dire che la parola «mistero» non è affatto inflazionata e andrebbe meglio intesa e amata. Perché dovrebbe disturbare? Chi non crede potrà anzi gradirla come segnale di una minor pretesa del credente, il quale dicendo «mistero» rimanda – per la lingua corrente – a una realtà più grande di cui non sa rendere ragione.

Il visitatore ribatte che di veramente «misterioso» egli conosce solo il coraggio dei cristiani di «credere a tutte le storie» che vengono a noi dalla Bibbia. Controreplico che anche rifiutando le «storie» cristiane il «mistero» resta comunque centrale nella vita dell’uomo: ognuno può capirmi se parlo di mistero della vita, della morte, dell’amore o dell’universo. Prima di essere nella fede il mistero è nella realtà e anche abbandonando la fede biblica il più e il decisivo resta sconosciuto alla nostra mente. Invece di accogliere l’idea di un Padre e Creatore immagineremo di essere capitati per caso in un mondo venuto dal caso, ma «credere» in questo «mistero» della casualità non sarà meno impegnativo.

Anche la speranza nel ritrovamento oltre la morte può essere oggetto di satira da parte di chi pur prova lo strazio della separazione ma ironizza così – con commenti lasciati nel blog – sull’aldilà cristiano: «Se quelli che “partono” e che volevano tanto bene a quelli che restano fossero andati veramente da qualche parte, come pensarli così crudeli da lasciarci qui a piangere disperati quando basterebbe una qualche specie di telefonata?».

Un argomento – questo dell’aldilà – che ci riconduce al concetto di «mistero». Chi crede in Dio – rispondo al visitatore – non crede a un cielo dal quale i beati ci possano raggiungere con qualche sistema fastweb o wireless. Crede a un mistero d’amore dove nulla va perso e ognuno si ritrova, certamente. Ma crede a un «mistero», non a una favola, e dunque si affida a qualcosa che va oltre ogni esperienza e conoscenza. Ciò che troverà il credente sarà «altro» dalla sua aspettativa – impreveduto, strabiliante – tanto quanto quella stessa realtà risulterà sconcertante per il non credente.

Riferisco queste diatribe per dire che nel blog e nelle conferenze mi sono capitati antagonisti decisi, ma nessuno mi è parso più determinato di quell’operaio di Opera che avrebbe preferito fosse venuto il Padre invece del Figlio. A ripensarci, mi sembra di poter dire che il libro del papa sia la migliore risposta a quell’obiezione: in particolare l’introduzione e il capitolo sulle «grandi immagini giovannee», al centro delle quali è quella della vite e del vino, con la parabola dei vignaioli, magistralmente applicata all’oggi dal papa teologo a p. 299: «Dichiariamo Dio morto, così saremo noi stessi Dio!» L’antefatto è appunto quello del proprietario della vigna che invia a trattare con i vignaioli ribelli il suo «figlio diletto».

Approfittiamo del libro su Gesù per amare il papa

Penso che tornerò sul libro del papa ma da subito butto là un’idea per i lettori che hanno qualche contenzioso con Benedetto XVI: approfittino di questo libro per amarlo. Il papa che parla di Gesù non è ciò che tutti attendiamo? Egli ci dà ora questo volume e ne promette un altro. Se non ci va granché il papa che batte sulle «radici cristiane dell’Europa» o sui «principi non negoziabili», non potremmo sintonizzarci con lui ora che affronta l’argomento degli argomenti?

In nulla Benedetto mi risulta vicino come nell’interrogazione sulla fede che caratterizza la sua predicazione. Da papa si è chiesto in che modo possiamo divenire «certi di Dio anche se tace», e ha risposto che la via è la preghiera (cf. Discorso ai vescovi svizzeri, 9.11.2006). La «forza della preghiera, della fede e dell’amore» l’aveva indicata da cardinale come via per «sollecitare Dio» a «lasciarsi coinvolgere» nella storia del mondo (Dio e il mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2001, 62).