La santità secondo Turoldo

Amo moltissimo Turoldo. Alla vigilia di Ognissanti posto un suo testo molto ricco sulla santità.

4974244288_21eafc906f_b.jpgPenso che uno dei grandi errori, meglio, uno sbaglio con conseguenze gravi, coinvolgenti le ragioni ultime dell’esistere e dell’operare umano, sia quello di avere, da parte di tutto il mondo della cultura, ignorato e, se non peggio, rinnegato il tema della santità. Sbaglio che si affianca a un altro, commesso – e che si continua a commettere – a livello religioso. Compito dello Spirito – come è detto nella rivelazione cristiana -, è di condurci a tutta intera la verità. Di condurci sempre: un cammino quindi che è tuttora in atto. Come dire: la verità è più grande di noi. Non che quanto sappiamo e – soprattutto – crediamo non sia verità. È verità, ma non è tutta la verità. L’errore nasce quando precisamente spunta la presunzione che ci fa dire: ecco, questa è tutta la verità, e questa è la sua autentica ed esaustiva interpretazione. Come se Dio fosse proprietà di qualcuno e non il «Padre di tutti, che opera in tutti e che è sopra tutto e sopra tutti»: tanto, per andare subito a fondo della questione. Come se Dio si esaurisse nelle nostre formule e nei nostri sillogismi. E che invece Dio non sia sempre nuovo, da conoscere continuamente, in quanto fantasia del mondo sempre in atto: questo continuo rivelarsi dell’Essere a tutti gli esseri del creato. Nuovo, come nuova è la luce, come nuovo è il giorno che viviamo; infatti questo, di oggi, è un giorno mai vissuto da nessuno sulla terra. Dio, quale bene che si diffonde sull’intera creazione e si comunica ad ogni uomo. Per cui è detto che è «luce che illumina ogni uomo» che viene al mondo. Che illumina, ripeto, e cioè che illumina anche oggi, pure il bimbo che sta nascendo in questo momento nel più remoto angolo dell’universo.

Ora, nulla vi è a livello di più diretto e sostanziale rapporto di Dio con le sue creature che il renderci partecipi della sua santità. È per questo che la santità è ritenuta un mistero; se non sia da dirsi la somma di tutti i misteri: verità, su cui si dovrà sempre ritornare. È la ragione per cui la santità è patrimonio di tutti, come la vita, come l’amore; come la necessità di essere, appunto; e di essere in una precisa misura che è quella della pienezza di essere. Pena, diversamente, la delusione, o lo sconforto, se non anche la disperazione come ho già detto. È la ragione per cui tutti gli uomini cercano le stesse cose e hanno le stesse passioni; e tutti sono incontentabili e inquieti «fin quando il cuore (di tutti) non riposi in Lui». Che uno creda o non creda, ciò non fa differenza antropologica. Anche perché non è vero che uno non creda: crederà di non credere, questo sì, ma ciò è un’altra cosa! È vero invece che uno crede in un modo e uno in un altro. Il problema non è se Dio c’è o non c’è. Certe scritte sui muri (e sulla stampa) da parte di una facile propaganda religiosa fanno un po’ sorridere. Il problema non è Dio: il problema è in quale Dio credi. Questo sì che è un problema! Problema è dove si nasconde Dio, e perciò dove scoprirlo. Ma questo è un problema anche per chi crede, anche per i cristiani e per i cattolici. Anzi, posso dire che questo è il mio problema quotidiano.

Per tornare al valore della santità, se abbiamo inteso bene queste premesse, è chiaro che non solo non dobbiamo scandalizzarci nel constatare che la santità può essere patrimonio di qualsiasi religione, ma anzi, non c’è che da godere del fatto che giusti e santi sono esistiti e continueranno ad esistere presso tutti i popoli e in ogni tempo. E che perfino può esserci una santità dell’ateo: una santità «laica» per così dire (che poi è tutt’altro che laica: si veda in proposito il dramma di Camus nel libro La peste, e di altri; o, per altri aspetti, la passione di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov – in Alioscia, ad esempio, o anche in Ivan nel Grande Inquisitore; e prima nello Staretz Zosima; sia nell’Idiota, e altro).

Santi e giusti avrebbero potuto esistere perfino in Sodoma e Gomorra: tanto è vero che Abramo era invitato da Dio a cercarli anche in Sodoma e Gomorra: città che, non avevano niente a che fare con la fede di Abramo. Che, se fossero esistiti, anche solo dieci giusti, Dio non avrebbe distrutto quelle città. E se invece non ce n’erano nemmeno dieci la colpa non è da attribuire alla impossibilità che ci fossero, ma solo al fatto che non c’è stato forse chi avesse risposto convenientemente a questa fondamentale esigenza dell’Essere: cosa che può succedere. Perciò sono stati distrutti. Diversamente Dio, questo Dio della giustizia e della santità, sarebbe il più ingiusto e perverso Iddio che si possa immaginare.

Il sasso

Il matto: “Se vuoi crederlo, non c’è niente al mondo che non serve. Lo vedi questo sassolino? Tutto serve. Serve anche questo sassolino.”

Gelsomina (guardando attentamente il sassolino che il matto aveva in mano: “A che cosa?”

Il matto: “E che ne so io? Se lo sapessi sai chi sarei?”

Gelsomina: “Chi?”

Il matto: “Gesù Cristo. Se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore! Chi è che lo sa? Non lo so a che serve questo sasso, ma serve. Se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle.”

(Dalla sceneggiatura originale de LA STRADA, di Fellini e Pinelli)

 

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Il cielo e l’inferno

Una storiella estratta da “Il diavolo e la signorina Prym” di Paulo Coelho.

«Come ti stavo dicendo, Ahab raccontava sempre una storia sul cielo e l’inferno; uomo-cavallo-e-il-suo-cane.jpganticamente i genitori la tramandavano ai figli, ma oggi è dimenticata. Un uomo, il suo cavallo e il suo cane camminavano lungo una strada. Mentre passavano vicino a un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all’istante. Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali. A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione. […] Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati ed assetati. A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale si innalzava una fontana da cui sgorgava dell’acqua cristallina. Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.

“Buongiorno”.

“Buongiorno” rispose il guardiano.

“Che luogo è mai questo, tanto bello?”

“E’ il cielo”

“Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete”

“Puoi entrare e bere a volontà”, il guardiano indicò la fontana.

“Anche il mio cavallo e il mio cane hanno sete”

“Mi dispiace molto” disse il guardiano “ma qui non è permessa l’entrata agli animali”

L’uomo fu molto deluso: la sua sete era grande ma non avrebbe mai bevuto da solo. Ringrazio’ il guardiano e proseguì.

Dopo aver camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costruito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da tanti alberi. All’ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello, probabilmente era addormentato.

“Buongiorno” disse il viandante.

L’uomo fece un cenno con il capo.

“Io, il mio cavallo e il mio cane abbiamo molta sete”

“C’è una fonte fra quei massi” disse l’uomo e, indicando il luogo, disse: “Potete bere a volontà”

L’uomo il cavallo e il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.

Il viandante andò a ringraziare, “Tornate quando volete” rispose l’uomo.

“A proposito, come si chiama questo posto?”

“Cielo”

“Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là”

“Quello non è il cielo, è l’inferno”

Il viandante rimase perplesso. “Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome. Di certo questa falsa informazione causa grandi confusioni”

“Assolutamente no. In realtà ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici…”»

In cammino verso la verità. Quale verità?

Pubblico un post piuttosto lungo e non proprio di leggera lettura preso da Asianews. E’ parte dell’intervento di stamane del papa ad Assisi. Ci sono molti spunti interessanti; resta la mia perplessità sul concetto di ateismo espresso dal papa, perplessità che ho già esplicitato in altre occasioni.

L’incontro di Assisi è una spinta al “cammino verso la verità”, facendosi “carico insiemeassisi.jpg della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”. Lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso a conclusione della mattinata di interventi delle varie personalità religiose e non nella basilica di S. Maria degli Angeli, radunati per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo. Il pontefice ha sottolineato che nel mondo attuale la pace è messa a rischio da due tipi di violenza: quella che fa “uso della religione” e quella che deriva “dall’assenza di Dio”. Ma è importante sottolineare che accanto alle “realtà di religione e anti-religione” che portano violenza, vi sono anche coloro che “cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Essi sono importanti collaboratori del dialogo e della pace perché correggono le pretese dell’ateismo, teorico e pratico, e spingono “i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”. Nel suo magistrale discorso, Benedetto XVI valorizza in modo forte la novità di questo incontro di Assisi rispetto a quello di 25 anni fa. Allora, Giovanni Paolo II aveva invitato solo rappresentanti religiosi. Questa volta, il papa ha invitato anche rappresentanti non religiosi, ma profondi ricercatori della verità e attribuisce ad essi una funzione fondamentale.

Il pontefice ha fatto anzitutto un bilancio dell’incontro di Assisi del 1986. “Allora – ricorda il papa – la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. La causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace”. Ma “a che punto è oggi la causa della pace?”, si domanda Benedetto XVI. Il mondo – egli risponde – è ancora “pieno di discordia”, non solo per la presenza di guerre qua e là nel pianeta, ma anche perché “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.

Il pontefice si diffonde poi nell’indicare due tipi di violenza. Il primo è “il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”. Il papa sottolinea che “sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. L’incontro di Assisi del 1986 voleva proprio esprimere il messaggio che la vera religione è un contributo alla pace e che ogni altro uso è un “travisamento e contribuisce alla sua distruzione”. Per questo, continua il papa, è importante un dialogo interreligioso per ricercare “una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte”. Tale “compito fondamentale” serve a “contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi”.

Il secondo tipo di violenza “è la conseguenza dell’assenza di Dio”, che porta con sé la “perdita di umanità” . “Il ‘no’ a Dio – ha spiegato – ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso”.

Proprio davanti a questo quadro di violenze derivate dallo stravolgimento della religione e dall’assenza di Dio, Benedetto XVI mette in luce un fattore importante: “nel mondo in espansione dell’agnosticismo” vi sono “persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio… Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace’”. Esse – dice il papa – “pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”. Questi cercatori della verità spingono le religioni a purificarsi: “Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo – ha concluso – ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

Dalla vita io attendevo l’infinito

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“Penso spesso al giorno in cui vidi il mare per la prima volta. Il mare è grande, il mare è vasto, il mio sguardo spaziava lungi dalla riva e sperava di trovare la libertà: ma in fondo c’era l’orizzonte. Perché ho un orizzonte? Dalla vita io attendevo l’infinito.” (Thomas Mann)

Come uno specchio?

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Dio è come uno specchio; lo specchio è sempre lo stesso, ma chiunque lo guarda vede una cosa diversa. (Anonimo)

Ambizione dagli occhi di bronzo

Gianfranco Ravasi ha postato questo testo su Parola & parole.

“L’ambizione ha occhi di bronzo che mai il sentimento riesce a inumidire. I corpi dei bronzi di Riace sono perfetti, ma quel loro sguardo metallico sembra vuoto e cieco. Non per nulla definiamo «faccia di bronzo»  la persona impudente e arrogante che ci oppone un volto ipocrita, senza nessuna contrazione facciale di pudore o vergogna. Ha, perciò, ragione Schiller quando, nella sua tragedia “genovese” Fiesco, dipinge l’ambizione come una faccia dagli occhi di bronzo, mai rigati da lacrime. Per la carriera e il successo a tutti i costi non ci si può attardare nel lusso dei sentimenti. Si procede inesorabili calpestando gli altri più deboli, ignorando le remore morali, gelando le emozioni e la compassione. «L’ambizione – scriveva Tolstoj – non può permettersi di accordarsi con la bontà; essa si accorda solo con l’orgoglio, l’astuzia, la crudeltà».”

Concordo su tutto se per ambizione si intende la brama di potere e di successo, l’essere disposti a passare sopra tutto e tutti pur di riuscire nei propri intenti. Se invece ambizione è l’aspirazione a migliorarsi, il desiderio caparbio di riuscire in qualcosa penso possa anche accordarsi con il “lusso dei sentimenti”.

Nuove lapidazioni

Non avevo intenzione di scrivere su Roma. Poi mi sono imbattuto sul sito di Dimensioni Nuove in un articolo di Domenico Sigalini che commenta un pezzettino di Vangelo (qui sotto un estratto). E il mio pensiero, seppur trasversalmente, è andato a Roma, a tutti quegli imbecilli sempre pronti a usare la violenza, a voler far valere la ragione del più forte, a voler lapidare le idee degli altri. Non è questa la via, non può mai essere questa la via…

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I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?”. Gli risposero i Giudei: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”… Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. Molti andarono da lui e dicevano: “Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero”. E in quel luogo molti credettero in lui.

Non avevano potuto lapidare l’adultera, gli si erano a forza aperte le mani per lasciare cadere il sasso, ciascuno aveva rivisto al rallentatore la sua vita ed erano stati costretti a reprimere una catarsi fin troppo comoda, irresponsabile, assassina. È sempre facile la tentazione di farsi una coscienza pulita scaricando la colpa sugli altri, su quella povera donna, su quella famiglia fallita. Stavolta però sono tornati i sassi in quelle mani, e la presa è più forte e sicura. Saremo moralmente non irreprensibili; siamo fatti tutti di carne, è pur vero ma bestemmiatori no! Noi sappiamo stare al nostro posto. Dio è l’altissimo, sia sempre benedetto il suo nome, noi sappiamo di essere creature. La nostra religione è la forza che tiene assieme il nostro popolo Lui è la roccia, noi siamo il popolo e gregge del suo pascolo. In quelle mani contratte, in quelle dita che trattengono nervosamente le pietre c’è tutta la storia, la cultura, ma anche l’ingessatura di un cuore indurito, di una religione tentata di fondamentalismo. E Gesù cerca di smontare questa schiavitù interiore. Ne va della sua missione! Dio Padre, l’abbà dei miei colloqui quotidiani, non è il Dio delle lapidazioni, ma dell’amore. Cercavano allora di prenderlo di nuovo. Gesù era veramente braccato, doveva giocare d’astuzia. Il suo primo nemico non era solo l’establishement, ma la gente di “parrocchia”, i cristiani della messa prima, i cattolici del conformismo, noi che ci siamo abituati a Dio come al colore delle pareti. E noi ci trova dovunque fuorché nel Getsemani, là dove ci si deve convertire, purificare, affrontare anche nella solitudine il fallimento e il necessario cambiamento di vita.

L’attesa dell’agnostico

Il biblista Gianfranco Ravasi ha aperto un blog all’interno 4314146861_f73d845f80_o.jpgde Il Sole 24 ore. Nell’ultimo post ha annunciato che oggi avrebbe pubblicato un articolo sul quotidiano che poi sarebbe apparso anche sul blog. Nell’attesa ha anticipato un pezzetto: “L’incontro tra credenti e non credenti avviene quando si lasciano alle spalle apologetiche feroci e dissacrazioni devastanti e si toglie via la coltre grigia della superficialità e dell’indifferenza, che seppellisce l’anelito profondo alla ricerca, e si rivelano, invece, le ragioni profonde della speranza del credente e dell’attesa dell’agnostico”. Resto in attesa pure io di leggere l’intero articolo, tuttavia ci sono delle parole che mi fanno sorgere una domanda: a cosa si riferisce quell’ “attesa dell’agnostico”?

Amore gratis

Prendo dal sito di un collega il racconto di una sua lezione.

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“Ho iniziato l’anno con un giochino. Sui valori. Una storia semplice e carina, in cui cinque personaggi, in relazioni di vario tipo tra loro, per salvare ognuno un valore a cui tengono ne infrangono un altro. L’ho letta in modo ironico e un po’ demenziale, perché fosse chiaro che si trattava di un gioco. Ovviamente una storia a sfondo sentimentale. La classe è al femminile, con alcune belle teste. Una quarta, depurata l’anno scorso, purtroppo, da alcune altre belle persone, ma che non hanno avuto voglia di farsi promuovere. Alla fine della lettura ho chiesto loro di mettere in classifica, sul piano morale, i cinque personaggi dal più corretto al meno corretto. Ognuno per conto proprio, e di scrivere a fianco di ogni personaggio la motivazione di quel giudizio dato. Poi ne abbiamo discusso. A mo’ di forum. La questione si è animata su un personaggio soprattutto, che per vivere il valore della fedeltà infrange quello dell’amore. E su questo Irina – chiaramente italiana doc – ha fatto una considerazione. “Ma prof., ogni persona ha una sua classifica, ovvio, ma soprattutto non si può pensare di vivere una cosa senza anche rinunciare ad un altra”. “Vuoi dire – faccio io – che se decidi di vivere come cosa più importante della tua vita un valore, altre cose, pure importanti dovranno essere messe da parte per forza”. “Si prof. Se essere fedeli al proprio uomo è la cosa più importante, può davvero essere giusto che la storia finisca perché si ha tradito.”

“Beh io credo che alla fine, se vuoi essere felice sul serio, devi trovare un modo per non rinunciare a nulla”. Dal suo torpore finto, Nicolò, uno dei due maschietti presenti in classe, si sveglia. E prosegue. “Io non credo che sia automatico dover rinunciare a qualcosa se vuoi dedicarti a ciò che ami più di tutto. Forse si può trovare un modo per organizzarti e non dover per forza scegliere. Io ora non rinuncerei alla mia ragazza, e se lei mi tradisse credo che la potrei anche perdonare”. Irina ribatte: “Beh Nicolò, si vede che tu ci tieni di più all’amore che non alla fedeltà”. “No, io ci credo alla fedeltà, non è che non ci credo, ma perdere la mia ragazza sarebbe la cosa peggiore, perciò potrei anche perdonarla”. “Eh! appunto Nicolò – gli dico – questo vuol dire che per te l’amore di lei vale più della fedeltà a te, e che per quello sei disposto a sacrificare questa”. “Allora ragazzi vedete, qui si pone la questione di quale sia il Signore della vostra vita, quale cosa, principio, persona, o che altro volete voi, sia l’unica cosa a cui dedicarsi se foste costretti ad avere un solo amore. Che cosa davvero salvereste?”. “Ma no prof. non si può mettere giù così!”. Maddalena diventa rossa mentre lo dice, la sua timidezza si fa vedere, ma quando si toccano corde vive reagisce d’impeto. “Non credo davvero che ci sia bisogno di scegliere, almeno io non voglio scegliere, e voglio cercare di vivermi tutto quello che mi capita, senza rinunciare a nulla”. “Si Maddy, capisco cosa dici – ribatte Irina – ma la vita non è così. Ad un certo punto devi scegliere. Io ho lasciato mio padre in Ucraina e non lo vedo da 7 anni, ma che dovevo fare? Lì non si poteva davvero vivere tutti e tre in casa, non c’erano soldi. Mi dispiace davvero molto, ci ho pianto e ci sto male sapendo che poi lui si è fatto un altra vita là, con una altra donna. Ma per me la vita qui è possibile, là no”. “Irina quindi cosa ha salvato secondo voi?”, dico alla classe. “ha salvato sé stessa”. Monica, che fino ad allora ha seguito tutto senza perdere un colpo va giù sicura. “Mah si e no”, ribatte Irina. “Ho salvato la mia vita, certo, ma vorrei che nella mia vita ci fosse qualcuno o qualcosa per cui vale davvero la pena di spenderla”. “Ma come? – faccio l’avvocato del diavolo – dopo la fatica che hai fatto per darti una possibilità di vivere, vorresti che questa vita fosse spesa per qualcun’altro?”. “Si prof. se no davvero sarebbe assurdo. Mia madre mi dice che la sua vita è bella perché ci sono io, e perché lei ha speso sé stessa per fare vivere me. Prof., questo è bellissimo. Io lo so che le è costato moltissimo, l’ho vista piangere e non dormire e faticare come una pazza, ma è felice di averlo fatto. E adesso la capisco”.

La classe s’è quasi ammutolita. Un’aria strana ci ha preso, come se le parole di Irina fossero arrivate dritte dentro i suoi compagni. E tra loro alcuni hanno sentito chiaro che anche per loro è così, mentre sul viso di altri, tra cui Monica e Nicolò, è apparsa una invidia non raccontabile, perché invece, a loro, questa esperienza di sentirsi così amati è mancata. E allora capisco quando si dice che essere egoisti vuol dire amarsi di meno, perché ci è mancato un amore gratuito. “Credo davvero di dover ringraziare Irina per quello che ci ha detto. Quando cerco di dirvi che Gesù ci ha amati fino alla morte, dico la stessa cosa, ma detto così fate fatica a sentirlo. Mentre Irina ce lo fa sentire dentro”.

Un tempio d’amore

Qualche anno fa ho frequentato un master in pastorale giovanile. In quell’occasione ho conosciuto il biblista Silvano Fausti. Questa è una sua riflessione su un brano del Vangelo. E’ lunghetta e non è fatta per una lettura superficiale: bisogna mettersi lì con calma e pensarci perché è ricchissima di spunti sia per credenti che per non credenti.

Marco 11, 12-19     E il giorno dopo uscendo essi da Betania, ebbe fame. E vedendo da lontano un fico che aveva foglie, venne a vedere se dunque vi trovò qualcosa. E, venuto, vi trovò nient’altro che foglie. Non era infatti il tempo di fichi. E, rispondendo, gli disse: Nessuno più in eterno mangi frutti da te. E udirono i suoi discepoli. E vengono a Gerusalemme, e entrato nel tempio, cominciò a scacciare quelli che vendono e comprano nel tempio. Rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe. E non lasciava che alcuno trasportasse qualcosa attraverso il tempio. E insegnava e diceva loro: Non sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri. E udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano di rovinarlo, avevano infatti, paura di lui, perché tutta la folla era colpita dal suo insegnamento. E quando fu sera, uscirono fuori dalla città.

Il Vangelo parla sempre di cose buone che Gesù fa: fa vedere i ciechi, fa udire i sordi, fa tante cose buone. Invece questa sera fa un contromiracolo: c’era un fico con tante belle foglie e lo lascia lì secco. Poi va nel tempio e prende la frusta: è l’unica volta che sembra contro la mitezza, la misericordia. Vediamo dunque una cosa non gradita ai preti moderni e antichi. Si parla di una pianta di fico e del tempio. Il popolo è rappresentato dal fico, e il tempio dal tempio stesso con quello che c’è dentro.  Sembrano due immagini abbastanza diverse; in realtà ci sono similitudini: sulla pianta di fico ci sono tante foglie, nessun frutto; nel tempio c’è tanto mercato, nessuna preghiera. Quindi c’è un po’ di accostamento: spoglia il fico delle foglie, caccia via il mercato dal tempio. Quindi c’è molta similitudine. La similitudine è ancora più profonda, perché il tempio rappresenta Dio in mezzo agli uomini. E quel che Gesù farà sarà scacciare via tutte le cattive immagini di Dio che abbiamo; distruggerà il tempio che è l’immagine di Dio che noi abbiamo e il tempio distrutto sarà lui crocifisso; e risorgerà dopo tre giorni il nuovo tempio. Così il fico maledetto, l’albero maledetto richiamerà un altro albero maledetto: l’albero della maledizione, la Croce. Lui sulla Croce porterà tutta la nostra maledizione e finalmente ci sarà il frutto sulla Croce, il frutto dell’Amore di Dio per noi.

E il giorno dopo uscendo essi da Betania, ebbe fame.

L’unica cosa di cui il Signore ha bisogno in tutta la Bibbia, ed è il bisogno dell’asinello; l’asinello è l’animale del servizio e servire è il modo concreto di amare. Ciò di cui Dio ha bisogno è l’Amore, perché Lui è l’Amore. E l’Amore ha bisogno di essere amato. Ora ha fame. Questa fame risponde al bisogno che aveva dell’asinello. Che fame ha il Signore che viene a visitare la sua vigna? Ha fame che il popolo ami davvero: questo è il frutto del fico. La fame di Dio, il desiderio di Dio è che noi sappiamo amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato. È interessante: Dio ha una fame e un bisogno; l’unica fame e l’unico bisogno. Che poi questa fame e questo bisogno sono la nostra salvezza. Amare come Lui ci ha amato.

E vedendo da lontano un fico che aveva foglie, venne a vedere se dunque vi trovò qualcosa. E venuto, vi trovò nient’altro che foglie. Non era infatti il tempo dei fichi.

Il fico è il punto centrale della vigna, ed è la parte che dà il frutto dolce. Il  fico è una pianta interessante per molti motivi. Il primo: è la prima pianta a fare frutti. Fa frutti senza fiori e senza foglie. I fiori sono i primi frutti stessi. Poi fa frutti tutta estate e tutto l’autunno ed è ancora l’ultima pianta a produrre frutto. E poi d’inverno, anche quando tutto è secco, trovi almeno un fico secco sulla pianta, se no… non trovi nemmeno un fico secco, come si dice. Quindi, non c’è stagione che tenga per la pianta di fichi, fa sempre frutti. Se la vigna è Israele che deve dare i frutti (l’osservanza della Parola), il fico rappresenta la sintesi dell’osservanza della Parola: l’amore di Dio e del prossimo. Così noi in qualunque stagione siamo chiamati ad amare, perché siamo a immagine di Dio. Verrà notato dopo che non era stagione di fichi. È importante questa notazione perché noi diciamo: non è il tempo, ci saranno tempi migliori! No, non c’è stagione che tenga. Che sia primavera, che sia estate, che sia autunno o anche inverno, almeno un fico secco ci sarà sempre. Ci si aspetta sempre di trovare qualcosa perché ogni tempo è tempo per amare e per perdonare. Se no non esisti. E Gesù cosa trova? Trova sì il fico, ma tante foglie. Le foglie hanno una storia lunga nella Bibbia: proprio le foglie di fico. Servono solo per nascondere. Noi facciamo tante cose per nascondere l’unica cosa che manca. Ci manca l’unica cosa essenziale che è l’amore di Dio e del prossimo. Senza questo tutto è nulla, tutto è frascame, tutto è pura apparenza.

Rispondendo gli disse: nessuno più in eterno mangi frutto da te. E udirono i suoi discepoli.

Questa è una grande maledizione, è la maledizione di chi non ama. Chi non ama è maledetto, non dà frutto, è morto. E sarà quella maledizione che porterà Cristo sulla Croce; porta la maledizione del nostro peccato e della nostra morte. E noi avremo in cambio la sua vita. Quindi è interessante. Questo unico contromiracolo dove Gesù si mostra duro è l’origine di tutti i miracoli. È duro, ma può attirare su di sé tutta la durezza del nostro cuore. È duro contro il male, perché ci fa male. Però sarà lui a portare su di sé il male per darci il frutto. E i discepoli udirono, perché la scena verrà ripresa il giorno successivo:

E vengono a Gerusalemme. Entrato nel tempio cominciò a cacciare quelli che vendono e comprano nel tempio e rovesciò i tavoli dei cambiavalute, le sedie dei venditori di colombe.

L’ingresso di Gesù nel tempio è la grande attesa di tutto l’Antico Testamento che termina col capitolo 3 del profeta Malachia che dice: verrà il Signore nel suo tempio. E cosa farà? Viene a purificare il tempio. Il tempio è Dio. Gesù sulla Croce purificherà la nostra immagine di Dio. Noi pensiamo a un Dio tremendo, a un Dio giudice che condanna, punisce il male. Invece, sì, il male è male, tant’è vero che ci fa male. Allora lui che ci vuol bene cosa fa? Porterà su di sé il nostro male sulla Croce. E il tempio distrutto sarà Cristo stesso che muore in Croce. E il nuovo tempio sarà Lui risorto che ha vinto la morte e proprio nel suo amore ci dà la vita nuova, e il nuovo tempio sarà ciascuno di noi con il dono del suo Spirito. Questa scena del tempio è fondamentale, perché è il tempio è il centro della religione di Israele e di ogni religione: è Dio. Uno può dire: ma come, va dentro lì e fa tutto questo disastro? Non è garbato. In fondo, quello che qui viene messo in evidenza in questi due episodi – il contromiracolo e la cacciata dal tempio – è il male e il danno che questo procura. È inutile far finta di niente. Non si può stare indifferenti di fronte a un albero che invece di dare frutti non dà niente, c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, anche, se il tempio è ridotto così, non vi si può passare sopra e dire: poveracci, hanno bisogno di vivere anche loro, lasciamoli commerciare. I profeti sentivano di tradire la missione ricevuta se non andavano a rimproverare coloro che sbagliavano.

Allora Gesù, entrato nel tempio, cominciò a cacciare quelli che vendono e comprano nel tempio. E rovesciò le tavole dei cambiavalute.

Nel tempio si vendevano e comperavano oggetti che servivano per la purificazione. Per la purificazione infatti bisognava presentare o due colombe, o due tortore o gli animali dei sacrifici stessi. Allora hanno pensato bene: mettiamo su un mercatino. Era un po’ un supermercato. Tra l’altro occupava un’area di 475 metri per 300, tale era la misura del cortile. Quindi un’area infinita. Oltre al mercato degli animali che poteva servire per i sacrifici, i riscatti e gli ex voto, c’era poi l’immancabile cassetta delle offerte e in più c’erano i cambiavalute, perché venivano israeliti da tutti le parti del mondo con monete romane e greche che non valevano perché immonde. Bisognava pagare in moneta ebraica, così si cambiavano e, come sapete, sui cambi ci si guadagna bene. Il mercato era floridissimo e lo stesso tempio diventava poi la banca centrale, perché il tesoro del tempio era la banca centrale dove c’era tutto il valore di Israele. Allora, cosa fa Gesù? Con la sua morte toglie coloro che vendono e comprano per i sacrifici. Cioè il nostro rapporto con Dio in genere qual è? Io ti faccio questo sacrificio e tu mi dai questo; stabiliamo un rapporto di compravendita; io ti prego e tu in cambio mi dai la salvezza. Cioè trattiamo Dio, che è Amore, pagandolo. Questo pagare l’amore si chiama prostituzione. È il peccato più grave contro Dio che è l’Amore: trattarlo da prostituta. Non è che noi compriamo Dio con le buone azioni. Lui ci vuole bene: siamo figli amati gratuitamente. E Gesù purificherà il tempio – l’immagine di Dio – dicendo: guardate che non siete voi con le vostre buone azioni a salvarvi, vi salvo io, perché vi amo, per grazia; allora potrete anche amare e fare frutto. Se no, resterete sempre nell’egoismo, anche nell’egoismo spirituale che diventa una compravendita; non farete mai l’amore. E così nel tempio, invece di esserci l’amore e la fiducia in Dio, il rapporto filiale, cosa c’è? La compravendita. Ti faccio questo e mi dai questo. Tutte le religioni fanno così, tutte le religioni pagane.

Non lasciava che alcuno trasportasse qualcosa attraverso il Tempio.

Il Duomo di Milano ha una porta laterale. C’era una porta corrispettiva anche dall’altra parte. L’hanno chiusa perché quando facevano mercato, dovendo trasportare delle cose, invece di fare il giro della piazza era più comodo attraversare il Duomo. Lo stesso capitava a Gerusalemme: chi doveva passare da una parte all’altra della città, si trovava di mezzo il tempio, tanto valeva entrare con i suoi buoi da una parte e uscire dall’altra. Il tempio era la scorciatoia per raggiungere l’altra parte della città. In realtà anche il nostro rapporto con Dio tante volte è una scorciatoia. Cioè Dio ci serve per raggiungere i nostri obiettivi. Non è il fine dei nostri obiettivi. Passo da lì perché è più comodo. È interessante questo. Non è che si manifesti sempre platealmente come nel caso del fare commercio, con un opportunismo, una strumentalizzazione della religione per interessi personali, ma è qualcosa di più profondo e noi ce ne possiamo accorgere quando anche nel rapporto con Dio mettiamo al centro noi stessi. Magari non c’è questo interesse materiale – come farsi degli amici per avere appalti o altro  – si tratta di un rapporto più diretto e più pulito, dove però ci mettiamo ancora noi, ed è ancora Lui che deve essere a nostro servizio. In fondo noi ci serviamo di Dio. Che va benissimo: Dio serve perché è amore. Ma se noi amiamo anche noi serviamo, nel senso che amiamo, allora è reciproco e non ci serviamo di Lui: amiamo come siamo amati. È un po’ come il figlio che sfrutta il genitore dicendo: tanto mi vuole bene! Ma senza voler bene. Quindi nel primo caso dice: è un po’ tremendo, faccio delle cose buone, così me lo tengo buono; nel secondo caso, è buono e allora va bene, mi serve. In realtà uno che fa così non ha ancora capito che c’è qualcosa di molto più profondo: tu diventi libero, diventi uomo, diventi te stesso, se proprio diventi come Lui, se sai amare gratuitamente. Allora fai il frutto. Allora il tempio è tempio, è presenza di Dio, se no, non è presenza di Dio. E Gesù che muore in Croce sarà proprio la fine del tempio. Di fatti Lui in Croce non ci guadagna niente, ci perde tutto, non è una facile scorciatoia, sa amare in pura libertà il Padre e i fratelli dando la vita. E così mi fa vedere chi è Dio: è uno che ama in libertà, in gratuità, dando la vita. E Gesù in fondo è venuto per stabilire nel mondo questo nuovo rapporto con Dio che è di amore reciproco.

E insegnava e diceva loro: non sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri.

La mia casa – il luogo di Dio, Dio stesso – è un luogo di preghiera, cioè di comunione. Comunione con Lui è la preghiera. Comunione per tutte le genti – le “genti” vuol dire i “pagani” –quindi per tutti gli uomini. La comunione con Dio stabilisce la comunione fra tutti gli uomini, perché Dio è Padre e allora siamo tutti fratelli. Per questo c’è il tempio, cioè Dio in mezzo a noi è proprio colui con il quale siamo in comunione col Padre, quindi con tutti gli uomini, con tutte le genti come fratelli e sorelle. Per questo c’è il tempio, per questo c’è Dio al mondo e c’è il mondo. Noi, invece, ne abbiamo fatto una spelonca di ladri. Il primo ladro è stato Adamo che ha voluto rapire l’eguaglianza con Dio, ciò che gli era donato. Noi, in fondo, di tutta la nostra vita, invece che un dono che riceviamo, che viviamo nell’amore e sappiamo donare, ne facciamo qualcosa del nostro possesso, una spelonca di ladri. L’opposizione tra banda di ladri e tutte le genti vuol proprio dire qualcosa di cui ci si appropria e che impedisce agli altri di entrare. Vedete allora chiaramente: c’è un parallelo tra il fico e il tempio. Sul fico nessun frutto, tante foglie; nel tempio niente preghiera, niente comunione tra le persone, un grande mercato. Praticamente uno vive egoisticamente sia il proprio rapporto con Dio, sia il rapporto coi fratelli. Quindi non c’è alcun frutto. E lo stesso Dio serve per vivere questo.

E udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano di rovinarlo. Avevano infatti paura di Lui perché tutta la folla era colpita dal suo insegnamento.

I sommi sacerdoti e gli scribi cercano di rovinarlo. Fin dal principio dicono: costui bestemmia, perché perdona, perché porta l’amore di Dio tra gli uomini e qui si dice chiaramente che ormai cercano di farlo fuori. Perché? Anche se uno non lo sa, dove non c’è amore, c’è uccisione c’è morte. E c’è la morte in chi non ama. E chi l’ha dentro la porta anche fuori. Per ora però non eseguono il disegno – passeranno solo tre o quattro giorni, poi lo eseguono – perché la folla lo ascolta volentieri. E hanno paura della folla. Quindi si presenta una differenza tra i capi e la folla, una differenza che poi andrà sempre diminuendo. L’ultima volta diceva “osanna”, ora lo vede volentieri, è colpita dal suo insegnamento. Quando poi lo vedrà lì, un pover’uomo coronato di spine, allora dirà crocifiggilo.

E quando fu sera uscirono fuori della città.  

Si scandisce “quando fu sera” e poi si dirà: “e il mattino dopo”,  come nei giorni della creazione “e fu sera, e fu mattina”.  Cala la sera definitiva sul tempio. La sera è immagine della morte: finisce il tempio, finisce il popolo. E il popolo maledetto e il tempio maledetto sarà Cristo stesso che finisce in Croce e così salva da ogni maledizione. Questi due fatti della vita di Gesù sono il contrario di quello che ci aspettiamo: una maledizione e il fico resterà secco; un atto di violenza che rovescia i banchi dei cambiavalute. In realtà, questi fatti simboleggiano ciò che noi facciamo con Dio.

Into the wild

Ringrazio Sara di 5CL per avermi prestato il dvd di Into the wild. E’ stata una bella esperienza vedere questo film dalla colonna sonora strepitosa. Riporto una delle frasi che mi son piaciute di più col relativo video:

Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? (C. J. McCandless che legge Lev Tolstoj)

L’accidia e il volo

Posto un pezzo di Laura Cioni sull’accidia preso da Il sussidiario e una canzone che vedo ben collegata all’articolo. La canzone è dei miei amati Helloween: “Eagle fly free” e il ritornello canta “Aquila, vola libera, lascia che le persone vedano, fallo a modo tuo, lascia indietro il tempo, segui il segno. Un giorno voleremo insieme”

“Tra i vizi capitali il meno noto, anche se molto diffuso, è l’accidia. Se ne è scritto in tutti i tempi, riflettendo sulla vita morale in base ai concetti di vizi e virtù, in una modalità concreta e facilmente osservabile anche nella vita quotidiana. Orazio, così saggiamente epicureo, in una sua epistola definisce l’accidia strenua inertia, smaniosa inerzia, in altre parole inquietudine. Tacito racconta il languire degli studi in tempi di oppressione politica e realisticamente afferma che la ritrovata libertà ne favorirà la ripresa, ma con fatica, perché vi è una segreta dolcezza anche nell’inoperosità che, dapprima invisa, alla fine viene amata.

Per san Tommaso l’accidia non è solo l’indugio a decidersi per il bene e l’incostanza nel perseguirlo, ma più precisamente la tristezza del bene, una inattività dell’anima che non vuole e insieme non può volgersi alla vera gioia.

Dante la rappresenta nell’Inferno ponendo gli accidiosi insieme agli iracondi nel pantano dello Stige: Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo/ nell’aere dolce che dal sol s’allegra,/ portando dentro accidioso fummo:/ or ci attristiam nella belletta negra”: come furono tristi nella vita, avvolti nel fumo della negligenza, così nell’eternità vivono lo stesso umor nero, che li stringe alla gola come la melma di cui hanno piena la bocca. Il poeta ritorna sull’accidia nei canti centrali del Purgatorio, dove spiega la dinamica della libertà umana; per bocca di Virgilio definisce l’accidia amor del bene scemo/del suo dover, ovvero desiderio solo intenzionale, privo degli atti necessari a raggiungerlo e a gustarlo. Dante spiega come ogni uomo desideri il vero bene e lotti per ottenerlo: Ciascun confusamente un bene apprende/ nel qual si queti l’animo, e disira;/per che di giugner lui ciascun contende. E proprio sul limite della balza vede gli accidiosi pentiti espiare il fatto di non aver assecondato alcun desiderio e di non averlo perseguito con amore lesto e operoso: Se lento amore in lui veder vi tira,/ o a lui acquistar, questa cornice,/ dopo giusto penter, ve ne martira.

L’insufficiente energia morale dell’accidia è riconosciuta come propria da Petrarca nel Secretum, il dialogo letterario con sant’Agostino; in quest’opera egli la fa risalire al disinganno. Anche in questo i moderni, e non solo i poeti, sono un po’ tutti suoi eredi.

Si può ipotizzare che l’accidia sia un vizio predominante dei nostri giorni; molti segnali lo indicherebbero alla semplice osservazione: la disistima di direttive decise, la noia, lo spreco, la mania dell’effimero, la scontentezza, il risentimento sono comportamenti diffusi e poco percepiti e proprio per questo generatori di mali peggiori che riempiono la società di violenza e di ingiustizia.

Come si corregge questa cattiva abitudine dell’anima connessa con l’inattività, con l’inquietudine, con l’ira, con la malinconia?  E’ difficile vincere la tristezza del bene con le sole proprie forze, ma  anche tante parole che ingombrano di pareri, di consigli, di prediche appaiono poco efficaci. Un avvenimento  può scuotere la vita e cambiarle direzione, come si nota nelle biografie dei grandi e in vicende famigliari più nascoste. Certo, la grande risorsa è quella di essere presenti a se stessi, di ammettere i propri errori, di prevedere la fatica di rialzarsi e di ricominciare a camminare. Magari la scoperta di un nuovo amore. Ma una esperienza data a taluni, decisiva, è stata descritta da Agostino negli ultimi dialoghi con sua madre: egli immagina che per l’uomo tutto taccia, la terra, il cielo, l’anima stessa e in questo silenzio egli possa udire la voce di Dio parlare non attraverso le cose, ma con la sua stessa bocca; allora non sarebbe questo l’“entra nel gaudio del tuo Signore”? Se la scoperta della gioia di Dio, imprevedibile e duratura, irrompesse in un punto cruciale della vita, vincerebbe l’accidia di schianto: “Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori; il laccio si è spezzato e noi siamo scampati”. Resterebbe la libertà di volare.”

La domanda

“I cristiani e la Chiesa non dovrebbero mai temere le domande. Anzi, dovrebbero suscitarle, amarle, sostare in esse. Perché è dalle domande che cresce la ricerca della fede, il desiderio di scrutare i pensieri di Dio.”
Simone Weil

I 40 anni di Bose

Una delle esperienze religiose che mi ha sempre colpito è quella del Monastero di Bose. Senza sapere questa mia preferenza, i ragazzi di 5BL da poco usciti dal Percoto mi hanno regalato l’ultimo libro di Enzo Bianchi, il priore della Comunità. Ecco che nell’ultimo numero di Jesus trovo questo pezzo di Piero Pisarra monastero_di_bose_02.jpg

C’è una frase della tradizione monastica che Enzo Bianchi ripete spesso: «Oggi io ricomincio». Il segreto di Bose è forse qui: nel mettersi in gioco quotidianamente, nel non adagiarsi, perché la vita monastica è appunto «vita», movimento, cammino. Un invito incessante alla conversione dello sguardo e del cuore. Nella sequela dell’unico necessario, Gesù il Signore. Chi tornasse dopo trent’anni in questa frazione del Comune di Magnano, sulla Serra morenica tra Ivrea e Biella, stenterebbe a riconoscere la piccola comunità in cui circolavano le parole del Concilio e la voce dello Spirito suggeriva forme nuove di presenza, una testimonianza radicale, senza compromissioni mondane. Alla cappella spoglia degli inizi e alla casa per gli ospiti si sono aggiunti una bella e grande chiesa, edifici per l’accoglienza e l’ospitalità. E tra i visitatori non passano più di mano in mano i ciclostilati dalla copertina gialla con i detti dei Padri del deserto o gli scritti della tradizione monastica, bensì i libri bianchi – e sobriamente eleganti – delle edizioni Qiqajon.

Eppure lo spirito è il medesimo: se altre comunità nate negli stessi anni sono cambiate in profondità, mettendo in cantina il carisma degli inizi, se con gli anni hanno barattato la profezia con la diplomazia, non così a Bose. Ne è prova anche l’ultima lettera agli amici per la Pentecoste di quest’anno: un invito a perseverare nella speranza, anche quando l’orizzonte è chiuso, manca il respiro e la realtà ecclesiale è dominata da «un grigiore che come nebbia autunnale sembra avvolgere e intridere tutto». Nel tempo della prova e della sofferenza, «in un’epoca appiattita sull’immediato e sull’attualità » e «che non ha più il coraggio di parlare né di perseveranza né tanto meno di eternità », i fratelli e le sorelle di Bose ricordano il télos, il fine della vita cristiana: «L’incontro con il Dio che viene». Come la sentinella di Isaia, scrutano l’orizzonte alla ricerca dei primi bagliori dell’alba e, a chi chiede quanto resti della notte, rispondono: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!» (Is 21,12). Sentinelle: ecco il vero ruolo dei monaci. Uomini e donne dalla vista lunga, capaci – come la civetta che è il loro simbolo – di vedere al di là della notte. E di coniugare fedeltà e perseveranza, due virtù che, «nel tempo frantumato e senza vincoli» di oggi, «si configurano come una sfida per ogni essere umano e, in particolare, per il cristiano».

Fedeltà al Vangelo e alla tradizione monastica, alla «grande nube di testimoni» – Elia e Giovanni il Precursore, Antonio e i Padri del deserto, Pacomio e Maria, Basilio e Macrina, Benedetto e Scolastica, Francesco e Chiara e tanti altri – cui fa riferimento Enzo Bianchi nelle Tracce spirituali all’origine della Regola di Bose. E perseveranza: nelle scelte essenziali, in ciò che davvero conta, sapendosi sbarazzare dell’accessorio e di quanto ingombra il cammino. Da queste due virtù dipende anche la qualità delle relazioni e l’attenzione all’altro, la capacità di sondare i cuori e le menti. Fin dall’inizio, Enzo Bianchi dice di essere stato «abitato dalla convinzione che ogni monaco sia innanzitutto un cristiano “generato” al monachesimo dal monachesimo stesso»: non un cristiano speciale, ma un semplice laico che in fedeltà al battesimo si pone sulla scia degli ebbri di Dio e di quei primi monaci che, in reazione alla pace costantiniana, andavano nel deserto egiziano muniti di bastone e di melote, il mantello di pelle di pecora che serviva da unico indumento. Perché, come diceva Antonio il Grande, «i monaci possiedono solo due cose: le sacre Scritture e la libertà». A Bose le Sacre Scritture, studiate, indagate, meditate, sono la bussola. E la libertà, il tratto distintivo. Una libertà che si esprime nell’esercizio di un’altra virtù dimenticata, la «parresìa», il parlar chiaro e forte, senza i veli delle convenienze, delle prudenze ecclesiastiche o dell’ipocrisia. Bose è insomma la testimonianza di una vita «altra», paradossale, e di relazioni nuove: una comunità mista e interconfessionale, profezia di unità. Ma c’è un binomio che forse la caratterizza meglio di altri. È il binomio della tradizione monastica medievale di cui parla padre Jean Leclercq nel suo Amore per le lettere e desiderio di Dio, ampiamente citato da Benedetto XVI nel discorso agli intellettuali francesi il 12 settembre 2008: grammatica ed escatologia (accostamento apparentemente incongruo tra due realtà che poco hanno in comune).

Ma la «grammatica», l’amore per lo studio, il lavoro ben fatto, il rispetto delle regole, la ricerca filologicamente accurata è ciò che contraddistingue lo scriptorium di Bose: nelle molteplici traduzioni dei Padri della Chiesa o nelle altre imprese editoriali, dalle Regole monastiche d’Occidente, per Einaudi, ai testi su Maria nella collana dei Meridiani Mondadori e al Libro dei testimoni, il martirologio ecumenico pubblicato dalle edizioni San Paolo. Senza dimenticare la nuova traduzione del Salterio. E la Preghiera dei giorni che permette ai tanti amici della Comunità di celebrare le ore canoniche come parte di un monastero invisibile che dal paesino del Piemonte si estende all’intera Europa e oltre. Perché Bose è anche questo: un monastero senza mura, fatto di persone che alla Comunità guardano come a un riferimento sicuro, di amici che frequentano i corsi biblici e spirituali o che aspettano con impazienza la registrazione in cd delle nuove conferenze, le lezioni di Enzo Bianchi o di Luciano Manicardi, le letture bibliche di Sabino Chialà o di Daniel Attinger, gli interventi o le meditazioni di altri fratelli e sorelle. Un monastero che con i convegni annuali di spiritualità ortodossa getta un ponte verso l’Oriente cristiano, eliminando incomprensioni e pregiudizi nel dialogo ecumenico. In quarant’anni di esistenza, Bose ha intrecciato rapporti con numerosi monasteri occidentali, con i grandi centri spirituali dell’Ortodossia russa, ha ospitato vescovi, teologi e monaci di ogni confessione, ponendosi come luogo di uno scambio libero e fecondo. Senza cedimenti new age, senza cavalcare mode, ha proposto, nei libri del priore (ma non solo), un’arte di vivere, una saggezza dei giorni che parla al cuore anche di molti non credenti e di uomini in ricerca, musicisti e artisti di primo piano. Come il compositore estone Arvo Pärt, o il pianista Stefano Battaglia e il percussionista Michele Rabbia che a Enzo Bianchi hanno dedicato uno dei brani più belli di Pastorale (Ecm), il loro ultimo disco. E poi la pratica della lectio divina, del confronto quotidiano con le Scritture, che Bose ha contribuito a rinnovare e a diffondere in tutta la comunità cristiana.

Questo per la «grammatica». E l’escatologia? Essa è «memoria del futuro », tensione verso il non ancora, segno di un desiderio che sarà colmato nel Regno. Perché i monaci, più di altri, sanno di abitare una dimora provvisoria, in attesa della città definitiva. La loro non è fuga mundi, ma ricerca, sequela: è quaerere Deum, cercare Dio. Sovente Enzo Bianchi ricorda le parole di Evagrio, il brillante diacono che nel IV secolo da Costantinopoli scelse la via del deserto, sulle tracce dei primi anacoreti: «Monaco è colui che è separato da tutti e unito a tutti». La ricerca dell’unità in sé stessi implica questo doppio movimento: il ritrarsi in una cella e l’aprirsi alle dimensioni del mondo. Coltivare il silenzio e la solitudine come beni preziosi, amando profondamente la compagnia degli uomini. «Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa», ha detto Benedetto XVI degli antichi monaci. Ed è così anche per Bose. Se il nostro è tempo di nebbia, di grigiore e di torpore spirituale, su questa collina del Piemonte si gettano i semi di una stagione nuova, di un rinnovamento che non si intravede ancora, ma che verrà. Preparato silenziosamente da quanti, come i fratelli e le sorelle di Bose, testimoniano la novità del Vangelo e l’intelligenza della fede.

Illusioni ottiche

In seconda stiamo parlando di illusioni ottiche e di tutte quelle volte in cui gli occhi o gli altri organi di senso possono essere ingannati. Molti sono rimasti affascinati dall’arte di Julian Beever: eccovi allora il link al suo sito http://www.julianbeever.net/pave.htm

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Accendo il sole per te

Un’altra cantante che amo moltissimo è Gianna Nannini che in questo brano parla del rapporto di amore-odio con suo padre. Il titolo è “Babbino caro”. La canzone l’avevo già proposta all’interno del post “A caccia!” ma vale la pena riprenderla

Aiutami a non piangere adesso siamo soli

La rabbia ormai è cenere mio eterno dittatore

Stai qui stai qui e dammi il buon esempio

Non devi far vedere al cielo che hai paura oh oh

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo dammi ancora addosso

la vita è un gioco rotto se non ci sei più

Stai giù stai giù, fermiamo questo tempo

ed io con la forza che ho di te non ti abbandono oh oh

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo stammi ancora addosso

la vita mi fa freddo se non mi copri più

E vai via dalle mani babbino caro

accendo il sole per te e non ti perderò

E la vita non è come un angelo che

si alza e danza sulla punta dei piedi

E la vita che hai e che vedi andar via

io vorrei ridartela come se fosse mia.

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo stammi ancora addosso

la vita mi fa freddo se non mi copri più

E vai via dalle mani babbino caro

accendo il sole per te e non ti perderò

Verso l’altro lato del mare

In 4BL abbiamo cominciato a parlare di un argomento molto delicato che va a toccare corde profondamente personali: morte e aldilà. Mi è venuto in mente il testo della canzone “I don’t wanna cry no more” del mio gruppo metal preferito, gli Helloween. Vi posto testo (tradotto da www.dartagnan.ch) e video.

Hey, fratello, ti ho perso così

hai bussato alla porta del Paradiso

e non t’abbiamo più visto

dev’essere assurdo ciò per cui viviamo

perchè Dio ha smesso di tenerti sulla scala della tua vita

chiamo il tuo nome con le lacrime agli occhi

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

La vita è come una passeggiata su un filo alto

tu sei scivolato ti ho visto in una vena morente

alti come le montagne sembrano tutti i problemi che ho

ma quando sento la tua voce molto lontano fuori dal buio

ti fai strada in fondo alla mia mente

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

Pelle ed ossa non toccano il cielo

Spero che troverai il passaggio fuori dal buio

verso l’altro lato del mare e so che ti vedrò ancora

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

Perdono e giustizia

Pubblico un altro pezzo di Enzo Bianchisulla questione del male e in particolare sul rapporto tra perdono e giustizia.

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Perché il perdono è un tema così decisivo nella nostra vita umana e cristiana? Perché la nostra vita conosce il male, questa contraddizione, questa negazione del bene che non possiamo rimuovere né negare. Il perdono ha a che fare con il male, il male che noi facciamo a noi stessi e agli altri, il male che gli altri ci fanno. Il male – nelle sue varie forme del cattivo pensare, del malvagio agire, dell’offensivo parlare – è una realtà nella nostra vita e nelle nostre relazioni. Il male – dice Gesù – è ciò che nasce dal nostro cuore e diventa aggressività, violenza, odio verso gli altri e verso noi stessi (cf. Mc 7,20-23; Mt 15,18-20). Il male è ciò che io faccio nonostante voglia fare il bene, confessa l’Apostolo Paolo (cf. Rm 7,18-19). Non a caso le domande che rivolgiamo a Dio nel Padre nostro, la preghiera insegnataci da Gesù, sono: «Non abbandonarci alla tentazione» e «Liberaci dal male» (Mt 6,13); e queste richieste sono precedute da quella del perdono di Dio, invocato perché ci renda capaci di perdonare i nostri fratelli: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12).

Il male come azione malvagia compiuta da noi esseri umani ci accompagna per tutta la vita. Nel quotidiano il più delle volte non è epifanico, non ha conseguenze vistose; in alcune circostanze invece esplode e ci spaventa, provocando in noi indignazione. In ogni caso, il male è sempre banale… L’uomo si abitua al male, e soprattutto la violenza può nutrire il male, farlo crescere fino alla negazione dell’altro, degli altri. Siamo sinceri con noi stessi: non arriviamo talvolta alla tentazione di voler vedere scomparire chi ci è nemico, di voler vedere escluso dal nostro orizzonte un altro che ci ha fatto del male? Non siamo tentati di ripagare con lo stesso male chi ci ha fatto del male? Non giungiamo perlomeno a sperare il male per chi ci ha fatto soffrire?

Questo è il nostro istinto di conservazione: vogliamo vivere e vivere a ogni costo, anche senza gli altri e magari contro gli altri. Siamo tutti malati di philautía, l’egoistico amore di noi stessi, e quando siamo offesi il nostro istinto è quello di difenderci attaccando, non diversamente dagli animali. Siamo tentati di rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, alimentando così una spirale di odio e di vendetta che ben presto finisce per mostrare la sua qualità mortifera. Noi esseri umani, in verità, sappiamo che per intraprendere il cammino di umanizzazione in vista di una vita piena di senso, di una vita segnata dalla qualità della convivenza, dobbiamo impedire la vittoria del male su di noi e la spirale di violenza che ne consegue: è qui che si colloca il perdono, che è innanzitutto, umanamente, un’interruzione del male, un porre un argine al male, un dire no a una logica di morte.

Gesù con la sua vita ha cercato di narrarci questo volto di Dio fino a vivere lui stesso, in prima persona, il perdono fino all’estremo. Perdono donato anche ai suoi carnefici, ai suoi aguzzini, a quanti lo hanno condannato a morte, a quanti lo hanno angariato durante la sua esecuzione: «Padre, perdona loro perché non sanno né quello che dicono né quello che fanno» (cf. Lc 23,34). Proprio per aver ricevuto la testimonianza e l’insegnamento di Gesù, Paolo nella Lettera ai Romani ha potuto rivelarci Dio quale fonte di ogni perdono. Ascoltate questo straordinario annuncio dell’Apostolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Rm 5,8-10).

È una scandalosa simultaneità: mentre noi odiamo Dio, Dio ci ama e ci perdona; mentre noi siamo peccatori, Dio ci riconcilia con sé. Questo è il cristianesimo, a tal punto che Hannah Arendt, una filosofa ebrea e non credente, è giunta a scrivere: «A scoprire il ruolo del perdono nell’ambito delle relazioni umane fu Gesù di Nazaret» (Vita activa. La condizione umana V,33 [orig., 1958; Bompiani, Milano 200814, p. 176]). Questo è lo scandalo della croce di Cristo (cf. 1Cor 1,23), e solo nella folle logica della croce (cf. 1Cor 1,18.23.25) si può comprendere il perdono di Dio verso di noi, e quindi il nostro perdono verso noi stessi e gli altri.

Ma nel nostro cuore, di fronte a questo perdono così radicale ed esteso, sorge una domanda, un dubbio: e la giustizia? Sentiamo dire: misericordia, perdono; e ci chiediamo: sì, ma la giustizia? Certo, la giustizia è anch’essa un attributo del Nome di Dio («… non lascia senza punizione, castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione»: Es 34,7). Ma guai a noi se misurassimo la giustizia di Dio con i nostri criteri umani, se proiettassimo in Dio la nostra giustizia. La giustizia degli uomini è necessaria, è capace di arbitrare, di sanzionare il male, talvolta anche di arginarlo; ma solo la misericordia sa rendere all’uomo la sua dignità, sa fare del colpevole una creatura nuova, perché l’uomo ha bisogno certamente della giustizia, ma anche dell’amore e della gratuità del perdono. Solo la misericordia permette di fare giustizia senza vendicarsi, senza umiliare il colpevole, e di perdonare senza svuotare la legge, il diritto. Noi cristiani dobbiamo fare un ulteriore passo avanti nella comprensione della giustizia e nel cammino di umanizzazione. È stato il beato Giovanni Paolo II a farci il dono di aprire il cammino alla comprensione di come sia possibile coniugare insieme perdono e giustizia. Nel suo Messaggio per la giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2002 egli ha innanzitutto confessato che, confrontandosi con la Parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, era giunto a comprendere che il Vangelo esige che il principio «perdono» sia immanente al principio «giustizia» (cf. § 2). Così ha potuto coniare un’affermazione lapidaria, che dà il titolo all’intero suo testo: «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono». Questo il messaggio annunciato ai cristiani e anche ai non cristiani, messaggio straordinario che osa chiedere a tutti una prassi di perdono affinché sia possibile edificare insieme una polis, una città segnata da giustizia, pace, solidarietà comune. Ma Giovanni Paolo II con forza e audacia ha anche chiesto che l’esercizio del perdono non avvenga soltanto a livello personale, ma sia una virtù proposta all’intera comunità civile. Così scriveva: “Solo nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una «politica del perdono», espressa in atteggiamenti sociali e istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano” (ibid.§ 8).

Questa la risposta vera alle patologie della società, ai conflitti che dividono gli uomini e li contrappongono tra loro. L’ordine sociale e la costruzione della polis non possono avvenire senza coniugare tra loro giustizia e perdono. In quest’ottica – lo ripeto – è particolarmente necessario situare il perdono anche nell’ambito giuridico: occorre sì arginare e disarmare il colpevole, occorre anche la detenzione per impedirgli di reiterare i delitti; ma nello stesso tempo occorre pensare a una rieducazione, ad apprestare un cammino di umanizzazione e di reinserimento nella società, mostrando anche la possibilità di un perdono, di un condono. Nel contesto politico, già ad Atene, nell’antichità, si conosceva la legge dell’amnistia, con lo scopo della riconciliazione tra partiti politici e della pace nella polis. Nel contesto economico, il perdono può essere esercitato con la remissione del debito dei paesi poveri, dando loro la possibilità di un’economia che conosca uno sviluppo. Sì, il perdono, come ha detto Giovanni Paolo II («Le famiglie, i gruppi, gli stati, la stessa comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale»:ibid.§ 9), a livello giuridico, politico ed economico internazionale non è solo un atto che vuole dimenticare un passato che altrimenti potrebbe solo alimentare il conflitto, ma è un atto che apre a un nuovo futuro. Perdonare è prendere coscienza che è necessario rinnovare la comunicazione, la relazione con l’altro, per non negarlo, per non lasciarlo nella condizione di nemico. Si pensi al perdono reciproco che si è attuato tra neri e bianchi in Sudafrica o a quello assolutamente necessario tra ebrei e palestinesi al fine di giungere a una pace vera e duratura. Il cammino del perdono è il cammino dell’umanizzazione, è il cammino di Dio per noi uomini.

Tra cielo e terra

Pubblico da Avvenire questo racconto di Alessandro D’Avenia che mi è piaciuto molto.

icaro.jpgIcaro e la caduta verso l’alto

Il mio segreto è volare. Per volare bisogna avere le ali e io le ali adesso le ho. Sono quelle che mi ha costruito mio padre. Sono ali di carne, penne e cera. Sono ali pesanti, ma il loro peso mi permette di non avere peso. L’ho imparato dai gabbiani e dalle aquile che hanno ali grandi, più pesanti di tutti gli altri uccelli: così si librano alti nell’aria più a lungo di tutti e guardano fisso il sole.

Non mi sono mai accontentato della Terra. Io volevo guardarla dall’alto, sorprenderla a vivere e respirare, dall’alto. L’ho scoperto fissando le stelle nelle notti tranquille d’estate e in quelle fredde dell’inverno. Ne avevo fame. Tutto passa. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, ma le stelle resteranno, anche quando l’ombra del mio corpo non striscerà più sulla terra. Non c’è uomo che non lo sappia. Le stelle mi hanno insegnato a volare, a volerle contare a una a una capisci come si fa.

Ho chiesto a mio padre le ali. Lui è un inventore, un creatore, oltre che mio padre. Mi ha costruito e regalato le ali: una specie di medicina per guarire la mia nostalgia del cielo. Così ho cominciato a volare. Volevo innalzarmi nel puro azzurro dei cieli e accompagnare aquile e gabbiani nelle loro cacce. Ma poi… ho avuto nostalgia della Terra. A guardarla dall’alto me ne sono innamorato come avevo desiderato il cielo, perché solo dall’alto scopri che anche la Terra è piena di stelle, di fuochi che si accendono.

Volevo imparare le strade degli uomini, lambire le loro costruzioni, i palazzi, i tetti, le guglie, le case degli uomini con i loro fuochi accesi per i racconti, le parole, le fatiche e gli amori. Amavo le loro vite ora che le guardavo dall’alto. Ho accarezzato la Terra con il mio volo e scoperto il segreto delle rondini e dei martin pescatori, del loro volo radente, che parla con le cose più da vicino, senza paura. Quante vite ho ascoltato dietro mura, finestre, porte… Quanti fuochi ho visto accendersi e pulsare, stelle di cieli quotidiani.

Quando mi abbasso troppo sulla Terra, però poi torna la nostalgia dell’altezza, delle stelle. Quando sto solo con le stelle, mi afferra la nostalgia della Terra, dei fuochi nelle case. Non sono fatto né per il cielo né per la Terra, mai contento solo dell’uno o dell’altro, o forse sono fatto per unirli, come fanno i poeti. Solo le parole infatti hanno lo stesso potere, per questo i poeti le chiamano alate.

Ho capito che il cielo e la terra non si uniscono sulla linea dell’orizzonte, ma all’altezza del mio cuore. Ora mi innalzo in cielo con le mie membra di fango, ora sprofondo nel fango con il mio respiro di cielo. Sollevo la terra di cui sono fatto in cielo, soffio il cielo di cui sono fatto dentro la terra.

Rinnovo l’uno e l’altra, do respiro all’una, carne all’altro. Tranne quando mi perdo e ci si perde sia nel cielo sia sulla Terra. Mi perdo nelle altezze celesti quando non voglio più saperne del peso della terra. Le ali si seccano, le penne si staccano, la mia carne si scioglie e il volo diviene folle, perché non sono un angelo, ho il sangue di terra. Ma mi perdo anche negli abissi terresti, creatura del sottosuolo, quando mi stanco del cielo. Sento allora le ali inumidirsi, appesantirsi al punto da non riuscire a prendere il volo e il volo farsi schianto, la bocca attaccata alla terra, gli occhi pieni di polvere.

Quante volte mio padre ha riparato le mie ali, come un padre con la bicicletta del figlio, per liberarle dal peso dell’umidità o dall’arsura del sole. Lui me lo dice sempre: “Assomigli agli alberi, sospeso tra cielo e terra. Sei fatto per vivere in mezzo, tra cielo e Terra. Tu sei fatto per unirli. E quando non ne avrai più le forze farai come i martin pescatori che si adagiano sul dorso degli alcioni che li trasportano ancora in alto quando loro non ne hanno più la forza.”

E quando cadrò ormai stanco vorrei ascoltare ancora una volta quella canzone che mia madre un tempo cantava: Le foglie cadono, cadono / come se giardini lontani avvizzissero nei cieli. / E nelle notti cade, cade la terra pesante da tutte le stelle. / Noi tutti cadiamo. Questa mano cade. / Eppure c’è Uno che senza fine, dolcemente, / tiene questo cadere nelle sue mani.

Sono fatto per cadere in alto.