Un ricordo di Samuel Ruiz

sAM1.jpg

Nel settembre 2003 ho avuto il privilegio di ascoltare a Udine, al convegno “Da vittime a protagonisti della storia; persone, comunità, popoli del pianeta” organizzato dal Centro Balducci di Zugliano, la testimonianza di don Samuel Ruiz, scomparso lo scorso gennaio. Posto qui sotto un estratto del ricordo tracciato da Claudia Fanti per Adista

“Con lui se ne è andato uno degli ultimi grandi profeti della Chiesa della liberazione: Samuel Ruiz García, Tatic Samuel, padre degli indios, si è spento il 24 gennaio, all’età di 86 anni, in un ospedale di Città del Messico (soffriva da alcuni anni di diabete e di problemi cardiaci), assistito dal suo “fratello di lotta” Raúl Vera López […]

Nato a Irapuato, nello Stato del Guanajuato, nel 1924, Samuel Ruiz giunse in Chiapas, nel Sudest messicano, nel 1959, chiamato a ricoprire la carica di vescovo della diocesi di San Cristóbal, il più giovane del suo Paese. Vi sarebbe rimasto quarant’anni. La realtà poverissima della Regione, in cui gli indigeni vivevano in condizioni di schiavitù, lo colpì come uno schiaffo. Era andato a evangelizzare, don Samuel, ma, secondo le sue stesse parole, fu lui ad essere evangelizzato […]

Prese così avvio un’esperienza pastorale nella linea della liberazione che lo rese popolare in tutto il mondo, attirandogli, come è avvenuto per tutti i grandi profeti, molto amore e molto odio: un processo di costruzione di una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice, animata da uno spirito di servizio, in comunione e sotto la guida dello Spirito”. Sono, questi, i sei tratti distintivi della Chiesa chapaneca fissati dal Terzo Sinodo Diocesano, convocato da Ruiz nel 1995 e conclusosi nel 1999, sullo sfondo delle grandi opzioni pastorali della diocesi: la creazione, nello spirito della collegialità conciliare, di strutture di comunione più vicine allo spirito evangelico; l’accompagnamento pastorale integrale al popolo di Dio nella concretezza della sua realtà terrena; la ricerca del dialogo e della riconciliazione come unico cammino per risolvere i conflitti. E, naturalmente, l’opzione per i poveri, quell’opzione che il Concilio, alle cui sessioni Ruiz aveva preso parte, non aveva saputo cogliere, malgrado la sollecitazione di Giovanni XXIII e gli sforzi del card. Lercaro. […]

Nel 1994, quando prese il via l’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), il vescovo venne accusato di essere il responsabile della rivolta – in linea con il pregiudizio razzista che riconduce sempre ogni iniziativa india a un qualche attore non indigeno – e minacciato dal governo di arresto per sedizione. Ma don Samuel non si lasciò intimidire. E, dal 1994 al 1998, esercitò il ruolo di mediatore nel conflitto tra Ezln e governo federale, attraverso la Commissione Nazionale di Intermediazione (Conai), prendendo parte alla firma, il 16 febbraio del 1995, degli “Acuerdos de San Andrés”, poi completamente disattesi dal governo. Malgrado il suo impegno a favore della pace, l’allora presidente Zedillo, nel 1998, lo accusò di promuovere una «pastorale della divisione» e una «teologia della violenza». La gerarchia ecclesiastica non fu da meno. Il card. Juan Sandoval Íñiguez, per esempio, individuò una delle cause della ribellione armata in Chiapas proprio nella divisione creata dalla strategia pastorale di don Samuel, dominata da un «tipo di teologia della liberazione ispirata al marxismo» (Milenio, 25/1). Invano Girolamo Prigione, nunzio apostolico in Messico dal 1978 al 1997, si adoperò per farlo cacciare: il protagonista di tante crociate contro la Teologia della Liberazione e la Chiesa più fedele allo spirito del Concilio e di Medellín non ha potuto vantare tra i suoi trofei – fra i quali spicca in particolare l’opera di distruzione del lavoro pastorale di mons. Sergio Méndez Arceo a Cuernavaca – la rimozione del vescovo degli indios dalla diocesi di San Cristóbal per «gravi errori dottrinali, pastorali e di governo». Tuttavia, allo scopo di frenare il processo diocesano, viene inviato nel 1995 a San Cristóbal il domenicano mons. Raúl Vera Lopez, come coadiutore con diritto di successione, destinato, quindi, secondo il diritto canonico, a sostituire mons. Ruiz. Ma il Vaticano non poteva prevedere che il contatto con le comunità indigene e con il lavoro svolto nella diocesi avrebbero trasformato don Raúl nel più fedele alleato del vescovo di cui avrebbe dovuto correggere le presunte deviazioni. E così, a “conversione” consumata, Roma corre ai ripari, trasferendo mons. Vera Lopez direttamente all’altro capo del Paese, a Saltillo, ai confini con gli Stati Uniti. A succedere a don Samuel – che, per non fare ombra al suo successore, preferisce lasciare il Chiapas e trasferirsi a Querétaro, nel Messico centrale – viene infine chiamato un altro vescovo del Chiapas, mons. Felipe Arizmendi, già vescovo di Tapachula, moderatamente conservatore, ma non abbastanza da non comprendere, poco per volta, la necessità di dare continuità al lavoro svolto […]

Lo stesso Arizmendi, in una sua riflessione dal titolo “L’eredità di Samuel Ruiz”, elenca peraltro alcuni degli aspetti dell’opera di Ruiz «che non devono andare perduti, per le loro radici evangeliche», malgrado alcuni di essi appaiano “delicati”, per la difficoltà «tanto di intenderli secondo il Vangelo quanto di applicarli in comunione ecclesiale»: la promozione integrale degli indigeni, l’opzione per i poveri e la liberazione degli oppressi, la libertà di denunciare le ingiustizie di fronte a qualunque potere arbitrario, la difesa dei diritti umani, l’inculturazione della Chiesa, in direzione della creazione di «Chiese autoctone, incarnate nelle differenti culture, indigene e meticce», la promozione della dignità della donna e della sua corresponsabilità nella Chiesa e nella società, la teologia india come «ricerca della presenza di Dio nelle culture originarie», il diaconato permanente. Ma quanto poco tale eredità venga apprezzata dalla gerarchia non ha mancato di farlo notare, persino all’indomani della scomparsa del vescovo, il vicedirettore di Radio y Televisión dell’arcidiocesi di Città del Messico, José de Jesús Aguilar, il quale, intervistato da Formato 21, ha ricordato Samuel Ruiz come «una figura controversa» che «si lasciò condurre dal principio della Teologia della Liberazione», per quanto «lo andò adattando a tutti gli insegnamenti del magistero ecclesiale»; un vescovo «ammirato da gente che non appartiene alla Chiesa cattolica, proprio per questo rischio di vivere la fede cattolica in altra maniera». A rendere al vescovo il «migliore omaggio», come ha evidenziato La Jornada (26/1), sono stati però quelli che più contavano per don Samuel, gli indigeni del Chiapas (dove il corpo è stato trasportato), giunti da ogni angolo dello Stato per sfilare di fronte al feretro del loro Tatic, nella cattedrale di San Cristóbal. Ripercorrendo a ritroso, così, la strada battuta in quarant’anni, a piedi o a cavallo, da El Caminante – come si identificava don Samuel – in visita alle più sperdute comunità indigene della regione. Ora, ha scritto dom Pedro Casaldáliga in un suo messaggio, «el caminante vescovo del Chiapas è giunto al Grande Villaggio, nella Pace, e da lì continuerà ad essere, ora con piena libertà, vero profeta nella società e nella Chiesa, in mezzo ai popoli della nostra Amerindia. (…). Con San Bartolomé de las Casas, con Taita Leonidas Proaño e con Tatic Samuel Ruiz, tutti noi andremo avanti nelle lotte nelle speranze del Vangelo del Regno».

 

Un non cattolico a capo della Pontificia Accademia delle Scienze

Traggo da Avvenire di oggi questo interessante articolo di Andrea Lavazza sul dialogo Scienza/Fede

Metodico e asciutto, come ci si attende – fin troppo banalmente – da un professore svizzero, dice che per lui la nomina è «un grande onore e che l’accoglie come il riconoscimento per il contributo dato alle attività dell’istituzione di cui fa parte da trent’anni». Nessun cenno, anche di fronte a un’esplicita domanda di Avvenire, al fatto di essere un cristiano riformato e, come tale, il primo a sedere alla presidenza della Pontificia accademia delle scienze.

Ma la scelta di Benedetto XVI di porlo sullo scranno occupato fino alla sua morte, nello scorso agosto, dal fisico Nicola Cabibbo ha suscitato a caldo interesse e consensi proprio per la novità costituita dall’apertura a un non cattolico di un organismo della Santa Sede. Premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1978, Werner Arber ha 81 anni e vanta una luminosa carriera nella ricerca, che prosegue anche oggi all’università di Basilea.scienza-fede.jpg

Fisico passato prestissimo alla microbiologia, deve la massima onorificenza scientifica alla scoperta e all’applicazione degli enzimi di restrizione, meccanismi di difesa dei batteri, che hanno provocato una rivoluzione nella genetica. Arber ama spiegare il complicato processo con una favola che inventò sua figlia Silvia, allora decenne, dopo aver ascoltato un racconto semplificato del padre: «In ogni batterio c’è un re, alto e magro, con molti servi, bassi e grassi. Papà chiama il re Dna e i servi enzimi. Il re è come un libro che contiene tutte le istruzioni per i servi. Papà ha scoperto un servo che usa le forbici; quando entra un invasore, lo taglia a pezzi per difendere il re. Gli scienziati raccolgono servi con le forbici e li usano per scoprire i segreti del re. Per questo papà ha vinto il Nobel». Uomo di scienza e di fede, non vede contrasti tra i due ambiti. «Molti pensano che la Chiesa abbia un atteggiamento negativo verso la ricerca. Ma non è questa la mia esperienza. Anzi, la Chiesa cattolica vuole essere informata sulla conoscenza scientifica più solida e avanzata e farvi ricorso». Di fronte alla prospettiva di uno scontro tra visione scientifica e visione religiosa, lo studioso sottolinea come «il Vaticano e le università pontificie sostengano attivamente il dialogo tra la scienza e la Chiesa attraverso, ad esempio, il progetto Stoq (Scienza, teologia e ricerca ontologica)».

Certo, il dialogo è perseguito, ma i risultati? «Spesso si ottengono ottimi frutti». Intellettuale rigoroso, Arber preferisce l’asciuttezza che non lasci spazio a enfasi o ambiguità. Se il discorso si sposta sui rischi che certa scienza può portare all’uomo e alla sua dignità (dalla distruzione di embrioni alla selezione prenatale fino alla clonazione), preferisce vedere il lato costruttivo: «L’impegno comune tra mondo della scienza, mondo dell’economia e società civile (che è rappresentata sia dai leader politici sia dalla Chiesa stessa) possono spesso evitare gli abusi nell’applicazione della conoscenza scientifica».

Netto, il nuovo presidente della Pontificia accademia, è anche sulle sfide che naturalismo ed evoluzionismo portano a una concezione della vita che voglia mantenere spazio per la specificità dell’essere umano. «L’anima e la dignità dell’uomo – risponde – fanno parte del regno delle credenze. Non possono dunque essere oggetto di un’investigazione scientifica». Tuttavia, ciò non significa opporre alla ricerca sul mondo naturale un fideismo che immunizzi una parte dell’esistenza dalle acquisizioni della scienza.

«Al contrario, non ho mai sperimentato una contraddizione tra l’essere uno scienziato e credere nelle verità del cristianesimo, né difficoltà nel tenere insieme questi due ambiti. Piuttosto, può essere che le mie intuizioni scientifiche abbiano per qualche aspetto e in qualche misura influenzato le caratteristiche della mia fede. Ma ciò lo considero soprattutto un arricchimento». La teoria genetica che Arber è andato delineando in mezzo secolo di studi l’ha portato a ritenere che «la natura si prenda attivamente cura dell’evoluzione». Un’affermazione che, scorporata dal rigore dei dati molecolari, ha portato qualcuno a definirlo «un Nobel scettico su Darwin» e arruolarlo tra i sostenitori del cosiddetto “disegno intelligente”. In particolare, l’avere scritto che «sebbene sia un biologo, devo confessare di non comprendere l’origine della vita» e che «la possibilità dell’esistenza di un creatore, di Dio, per me rappresenta una soluzione soddisfacente al problema» l’ha fatto arruolare tra i creazionisti anche in una controversia pubblica negli Stati Uniti.

Tanto da dover precisare di aderire alla «teoria neo-darwiniana dell’evoluzione biologica, che ho contribuito a confermare e precisare a livello molecolare». E oggi tiene a ribadire, con la massima onestà intellettuale, senza timore di scontentare gli uni o gli altri, che «è un dato di fatto che la scienza, con i suoi mezzi, non possa né provare l’esistenza di Dio, né provare che Dio non esista».

Un po’ di chiarezza

Ozzy_Osbourne_-_Black_Sabbath.jpgSpulciando tra le riviste accumulate in questi mesi di trasloco, staccando i pezzi interessanti prima di gettare nell’apposito cassonetto differenziato la carta, mi è venuto in mano un pezzo-intervista su Ozzy Osbourne preso sempre da XL di giugno:

«Diggin’ Me Down potrebbe essere tranquillamente definita blasfema. “Non credo”, si oppone Ozzy, con gli occhi roteanti dietro gli occhialini tondi. “Mi chiedo solo: ma quanto male deve esserci nel mondo perché arrivi Dio a salvarci? Cosa deve succedere ancora?”. Il principe delle tenebre non crede in Dio. Ci mancherebbe. Ma prega sempre prima di un concerto: “Lo faccio perché penso: ‘Adesso vado là fuori e qualcosa va storto e la gente mi fischia’. La preghiera mi tranquillizza”. Satana con il rosario in mano.»

E allora associando questo pezzo a quello su Mika da poco postatomi chiedo: ma non è che devono fare un po’ di chiarezza dentro di sé? Cosa significa pregare? Messo in questa maniera mi ricorda tanto la grattata data alla cartolina anti-sfiga di Lupo Alberto prima dei compiti in classe al liceo…

La fede di Mika

mika.jpg

Dal mese di settembre Mika tiene una rubrica su XL. Nel numero di ottobre è comparso un articolo dal titolo “Ho fede, ma il mio dio è tollerante. E accoglie”. Nel pezzo scrive di un rituale che compie prima di ogni concerto e all’interno del quale è compresa anche la recitazione di quattro Padre Nostro, scrive delle proprie origini melchite, dell’attrazione che prova per le chiese e del suo essere a favore della fede ma contro la religione. Posto qui sotto l’articolo originale in inglese (a chi me lo chiede lo mando pure in italiano, ma insegnando in un linguistico…)

Before going on stage I have a ritual. Its normal – most singers do. I put on my show trousers and shoes, take off my T-shirt, brush my teeth, chew on a piece of fresh ginger dipped in honey and say a prayer. Every part of my pre-show ritual is as important as the other. The prayer, however, consists of four ‘Our Father’s and a couple lines on each element of my show.
After a year and a half of touring around the world, I asked myself at my final show in Warsaw, why I could not do a performance without this routine and in particular, without the prayer – especially as I am not normally religious. Perhaps the ceremony focuses me and also gives me confidence. But more than anything, this is just a habit which has its roots in childhood.
I was born a Melkite. It is a version of Christianity from Lebanon that has traces of Greek Orthodoxy but follows the Pope and the Vatican. From the age of eight I was educated in Catholic schools. This was not a conscious decision by my parents but a happy accident. I was expelled from the French state school I went to, and ended up at a small private school for boys, which we lived next door to. Religious history and ethics were drummed into us every day and religious music was the first serious singing I did.
Today I find myself with a contradictory opinion on the Roman Catholic Church and religion. I hate so much about it yet cannot get away from it. Religion has given me a code of ethics and an ability to embrace spirituality. Whenever I see a church I am attracted to it. I step inside and love the escape and detachment I feel within those walls. As an institution, it has never felt more detached from the world we live in. I seek refuge in their buildings, I say prayers, I believe in God, but my God is tolerant and inclusive.
At my school we had a close association with the Roman Catholic Brompton Oratory. We knew many of the priests, had confession and lessons with them. It was a general assumption among the boys that quite a few of our priests were probably gay. We had no issues with this. But for me, as an eight year old boy, I started to feel like the Church was used as a hiding place, that homosexuality was wrong, and that repression was encouraged.
I quickly realised this was rubbish. I had the luck to have life and family teach me so. All organized religions need infrastructure, money and have political influence. But in the world we live in today, when power and influence can be found at the click of a computer keyboard, the religious organizations feel more out of touch than ever. Gold crosses and wealth do not impress and are irrelevant when compared to the most important things that faith can offer. Bin the gold cross and get a wooden one. Let the Church impress with an open heart and not a heavy wallet.
It is an organization, it has good and bad and we must be brave enough to take what we like and not have them impose what we do not believe in. The Church is in crisis. Its scandals are being made public and its faults are more evident than ever. In order to survive it must welcome back with open arms the people that it has driven away. I am 27, I am pro choice, pro contraception, pro gay union, pro tolerance, and most of all pro faith if not religion.

Perdonare e dimenticare

Il 26 settembre su Repubblica è uscita questa intervista molto interessante che riprenderemo in IV quando parleremo di giustizia, pena, colpa e perdono

intervista a ENZO BIANCHI, a cura di CHIARA CAROLI

«Dimenticare le colpe? Quello lo può fare solo Dio. Il perdono non può essere cancellazione, né oblio, né gesto di vanità o di arroganza. È un percorso arduo, faticoso. È un dono elargito senza opportunismo, nel nome della fiducia nei confronti dell’uomo». Un’assunzione di responsabilità condivisa, per costruire una giustizia davvero al servizio di una società fondata sui valori più alti: la solidarietà, la pace, la pietà. È una sfida intellettuale impegnativa quella che lancia padre Enzo Bianchi dal palcoscenico di Torino Spiritualità, dove ieri mattina, nel Cortile di Palazzo Carignano, ha dialogato con Gustavo Zagrebelsky sull’idea del perdono, del perdono concesso al “nemico”, inteso come realizzazione estrema della gratuità. «Il perdono non è un patteggiamento di pena – dice il priore di Bose – ma è il fondamento dei rapporti più limpidi e profondi. È reciprocità. È la riconciliazione, è l’andare oltre che offre una possibilità di futuro. E che si applica all’intera vicenda umana, dal privato di un tradimento tra marito e moglie a una grande vicenda storica come il conflitto tra Israele e Palestina».

forgive.jpgPadre Bianchi, come distinguere il perdono dall’impunità?

«Il perdono non cancella la colpa ma è il riconoscimento che la persona è più grande del male che ha compiuto. È un atteggiamento costruttivo, che porta a sfuggire il rancore e rinunciare alla vendetta».

Zagrebelsky teme che la deresponsabilizzazione produca una società di eterni bambini perennemente ricondotti allo stato di fanciullezza, che dalla storia dei loro errori non sono in grado di imparare nulla. È d’accordo?

«Questa idea non mi convince e credo non aiuti il futuro. Non è la fanciullezza la malattia della nostra società, ma l’illegalità. In questo paese da almeno dieci anni è accettato come un fatto naturale che abbiano diritto di esistenza il sopruso e la mancanza di regole. È questa la causa dell’imbarbarimento».

Può esistere felicità senza responsabilità?

«No. Se parliamo della beatitudine evangelica, essa non può che realizzarsi nella responsabilità non solo di sé ma anche dell’altro, dell’altro che è mio fratello. Questa condivisione di responsabilità è la strada che fa crescere tutti e realizza una società matura».

Lei sostiene che una vera “communitas” contrassegnata dalla qualità della convivenza sociale e dalla solidarietà non può escludere “ciecamente” il perdono dal concetto e dalla prassi della giustizia. Come distinguere questa idea dall’iper-garantismo?

«La giustizia contiene in sé il concetto di perdono. La filosofia del diritto lo sta elaborando. L’idea di perdono non esclude quella di memoria. La colpa va ricordata, non dimenticata né cancellata. Il fine di una società umana costruita sull’amore deve lavorare per la riconciliazione e per la riabilitazione di chi ha peccato».

Riconciliazione in Sudafrica, in Israele. E qui, in Italia, tra carnefici e vittime del terrorismo. È possibile?

«Il cammino della riconciliazione è difficile. Nel privato è affidato alla coscienza e ai sentimenti dei parenti delle vittime. Ma a livello politico mi pare che lo Stato abbia già perdonato, attraverso l’indulto o gli sconti di pena. Il che non significa annullare la responsabilità ma offrire a chi ha commesso un delitto una via d’uscita per non essere identificato con la propria colpa e ricominciare una vita con dignità. C’è una virtù in tutti gli uomini, che la Bibbia chiama “immagine e somiglianza di Dio”, che nessun misfatto può cancellare del tutto».

Non crede che il buddismo, che quest’anno a Torino Spiritualità è stato protagonista con tre grandi maestri tibetani, abbia riposte più efficaci del Cristianesimo ai disagi interiori dell’uomo contemporaneo?

«Credo che la religione cristiana abbia qualcosa da imparare dal buddismo in materia di compassione e il buddismo dalla religione cristiana sul tema del perdono. Ma mi pare che l’approccio alle discipline orientali sia più intellettuale che autenticamente spirituale. È effetto della globalizzazione. Tutti vogliono conoscere un po’ di tutto. Ma non credo al bricolage dell’anima. Prendere sulle bancarelle un po’ di questo e un po’ di quello non può produrre che una spiritualità omologata e superficiale. Un pizzico di tutto non fa la buona cucina».

Leggenda indù

E allora mettiamoci anche questa antica leggenda indu

Una antica leggenda Indù racconta che un tempo gli uomini erano degli dei, ma abusavano talmente della loro divinità che Brahama, capo degli dei, decise di togliere loro la potenza divina e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata. Scorci di cielo 054 fb.jpgDove nasconderla divenne quindi il grande problema. Quando gli dei minori furono chiamati a consiglio per valutare la situazione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra.” Ma Brahama disse: “No, non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà”. Allora gli dei dissero: “Bene, allora affonderemo la sua divinità nell’oceano più profondo.” Ma Brahama rispose ancora: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie.” Allora gli dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nasconderla perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe, eventualmente, raggiungerla”. Allora Brahama disse: “Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo. La nasconderemo profondamente in lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio lì.” E da allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per la terra, arrampicandosi, tuffandosi, esplorando e scavando per cercare qualcosa che aveva sempre racchiusa in sé.

Genetica e libertà

Oggi è stato il primo giorno di scuola di questo 2010-2011. Non ho avuto delle classi, per cui il mio vero primo giorno sarà domani. Solitamente posto un articolo di benvenuto o qualcosa per accogliere i neo percotiani. Quest’anno invece parto con un articolo pengio pengio (bon dai facciamo pengetto, altrimenti manco lo leggete) sulla libertà e sul determinismo genetico pubblicato da Avvenire e scritto dal teologo Moltmann, utile in particolare al triennio e agli ex-studenti che passano ancora su questo blog 🙂

 

Moltmann: i geni non spiegano il genio

Determinismo o libero arbitrio? Questo antico dibattito torna oggi d’attualità nella ricerca genetica e in quella sui neuroni. Veniamo generati nei nostri geni? I geni esistono nella loro peculiarità prima che sorga la nostra coscienza? Pilotano il nostro io nei suoi comportamenti? Determinano quindi il corso delle nostre vite e spiegano perché diventiamo come siamo?deter.jpg

Il noto giornalista americano David Brooks ha scritto nel 2007 (Herald Tribune): «Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e dalla lezione della biologia evoluzionista è diventato chiaro che la natura è costituita da competizione e conflitti di interessi. L’umanità non è venuta prima delle lotte per la propria affermazione, le lotte per l’affermazione sono profondamente radicate nelle relazioni umane».

Ne traeva come conseguenza la naturale disposizione alla competitività del capitalismo e una “visione del mondo tragica”: «Siccome la natura umana è predisposta così aggressivamente alla lotta per il potere abbiamo bisogno di uno Stato forte, di un’educazione dura e di una visione del mondo tragica». Si tratta del risultato di una ricerca o dell’interesse di un’ideologia? Io credo si tratti di pura ideologia naturalistica, perché si fonda sulla riduzione dell’imprevedibile sistema “uomo” ai suoi geni e neuroni prevedibili. Così sorge la fatale impressione di vivere in un mondo chiuso nella sua causalità, come se la nostra libertà, che pure percepiamo nel «tormento della scelta», fosse un’illusione. Se così fosse qualsiasi criminale davanti a un tribunale dovrebbe appellarsi all’incapacità di intendere e di volere, per poi essere assolto in quanto non imputabile. Craig Venter è stato il primo a decifrare il genoma umano. Ha decodificato anche il proprio genoma, che è stato pubblicato su tutti i maggiori quotidiani. Se lo potessimo leggere sapremmo poi chi è Craig Venter? Se egli stesso può leggerlo viene poi a conoscere se stesso? Quando l’ho incontrato di persona a Taiwan due anni fa mi ha raccontato quanto la guerra in Vietnam, combattuta da giovane, lo avesse cambiato. Il suo genoma non esprime nulla di tutto ciò, naturalmente, ma allora perché la tesi deterministica secondo la quale saremmo pilotati dai nostri geni e non avremmo alcuna libertà di reagire alle esperienze di guerra in questo o quell’altro modo?

Facciamo ancora un esempio: nella rivista scientifica Nature Genetics è uscito di recente un articolo nel quale veniva dimostrato da ricerche svolte in tutto il mondo che sono i geni a determinare se i giovani diventino o meno fumatori. Lo studio documentava per la prima volta i fattori genetici a causa dei quali nei recettori cerebrali della nicotina si determina in quale modo si sviluppi la dipendenza e il comportamento rispetto al fumo. Io ho fumato molto dal 1956 al 1976, poi ho smesso da un giorno all’altro. Come ho potuto farlo? La ricerca genetica, per quanto ho potuto seguirla, ha da tempo oltrepassato, nei suoi seri esponenti, questo riduzionismo ideologico. L’immagine della competitività del gene egoista, delineata da Richard Dawkins nel 1978, è influenzata dal darwinismo sociale. I geni sono di fatto più flessibili dei corpi solidi, si «attivano e disattivano» e reagiscono essi stessi agli influssi ambientali. Le nostre esperienze e le nostre relazioni con altre persone, in cui facciamo esperienza di accoglienza o di rifiuto, influenzano anche il funzionamento dei nostri geni. Il medico tedesco Joachim Bauer, che si occupa di psicosomatica, afferma quindi: «I geni non pilotano soltanto, sono anche pilotati» (Principio Umanità, 2006). Anche nelle ricerche sull’intelligenza vengono considerate oggi più le condizioni di vita che le predisposizioni genetiche. Giungo al risultato secondo cui il determinismo genetico e neurologico non è in grado di abolire la nostra libertà, la nostra responsabilità né la nostra imputabilità. Lo si può approvare o rincrescersi, ma le ideologie non spiegano solo i risultati di alcune ricerche, rappresentano anche sempre gli interessi di una parte. Chi ha oggi interesse ad abolire la nostra libertà e a rendere manipolabili gli uomini?

Jurgen Moltmann

Confesso a Dio onnipotente

Conoscere se stessi significa avere il coraggio di guardarsi allo specchio senza ingannarsi, senza indossare maschere, senza far finta di essere quel che non si è, senza negare gli errori che commettiamo, riconoscendoli come sbagli o come peccati. E questo riconoscersi ha una valenza che si apre dal mondo personale al mondo sociale. Allora posto questo articolo di Vito Mancuso comparso su “Diario” di Repubblica http://www.vitomancuso.it/stampa/2010/Peccato%2020.05.10.pdf

“Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato”. Queste parole, seconde solo al saluto del celebrante e alla relativa risposta, si trovano all’inizio della messa cattolica. La liturgia in questo modo fa sì che ogni fedele percepisca se stesso anzitutto come peccatore, anzi, come uno che ha “molto” peccato. Le occasioni nella vita del resto non mancano, sono “pensieri, parole, opere e omissioni”, e più ci si avvicina alla luminosa sorgente del bene, più si percepisce il male che opprime la coscienza.ecc128085e7a61b63314a9625b0de94bjpeg.jpg

Forse per questo Søren Kierkegaard, dando voce a una tradizione millenaria, scriveva nell’Esercizio del cristianesimo del 1850 che «l’unica porta d’ingresso al cristianesimo è la coscienza del peccato”, non senza aggiungere di suo che lo scrupolo è «una categoria eminentemente cristiana». Io non sono d’accordo con questa impostazione, detta tecnicamente amartiocentrismo (amartía è l’equivalente greco di peccato), ma non posso fare a meno di notare che essa ha avuto e continua ad avere un largo seguito sia nel cattolicesimo sia nel protestantesimo dove, ben prima di Kierkegaard, Lutero insegnava “pecca fortiter sed crede fortius” (pecca forte, ma più forte credi) legando all’esperienza del peccato lo stesso atto di fede. Contro questo cristianesimo amartiocentrico, per lui l’unico possibile, Nietzsche intraprese un titanico combattimento speculativo che lo portò a una filosofia senza morale, al sogno di poter entrare in un territorio “al di là del bene e del male” (il saggio omonimo è del 1886). Mentre sono convinto che la pars construens della filosofia nietzschiana sia insostenibile perché un tale territorio vergine privo di dimensione etica non esiste, sono altrettanto convinto che la sua pars destruens abbia svolto e debba ancora svolgere un’azione salutare con l’abbattere ancestrali e dannosi complessi di colpa. Il principale merito di Dietrich Bonhoeffer e della teologia preannunciata nelle sue lettere dal carcere nazista pubblicate col titolo Resistenza e resa consiste proprio nella ricezione della ribellione nietzschiana contro l’inquietante senso del peccato e della colpa (mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa) inteso quale condizione preliminare della fede cristiana. Senza Nietzsche, Bonhoeffer non avrebbe mai sostenuto, soprattutto lui che era luterano, che «Dio non è un tappabuchi, non deve essere riconosciuto solamente ai limiti delle nostre possibilità, ma al centro della vita, nella vita, nella salute e nella forza».

Ciononostante l’esperienza del peccato permane, perché la terra promessa da Nietzsche di una vita al di là del bene e del male, non esiste. Per noi uomini tutto, qui e ora, è “al di qua” del bene e del male. C’è una politica buona e una politica che non lo è. C’è un’economia buona, e una che non lo è. C’è una cronaca buona, e una che non lo è. A partire dalle più elementari esperienze della vita quali l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo, fino alle più elevate produzioni della mente, tutto ciò che procede e ritorna alla vita dell’uomo è sempre invalicabilmente “al di qua” del bene e del male. La libertà dell’uomo esiste, ed esistendo opera, e quindi può agire bene oppure male in ogni dimensione del vivere. Volenti o nolenti, siamo rimandati all’esperienza del peccato. Il concetto di peccato infatti è sorto nella coscienza etica e spirituale di tutta l’umanità in seguito allo sforzo della mente di catalogare le azioni che contribuiscono alla diminuzione del grado di ordine (armonia, salute, bene) in relazione agli altri e a se stessi. Si spiegano così gli elenchi dei peccati e i cataloghi dei vizi che il pensiero ha stilato, ragionando ora secondo l’oggetto come avviene nel caso dei peccati (omicidio, furto, adulterio…), ora secondo la disposizione soggettiva come nel caso dei vizi (ira, gola, lussuria…).

Si aprirebbe a questo punto una questione senza fondo: perché, così spesso, l’uomo è attratto non dal bene ma dal male, non dall’ordine ma dal disordine? Fin dalla notte dei tempi questo interrogativo incombe sul pensiero. La dottrina cattolica vi risponde mediante il dogma del peccato originale, che ha il merito di segnalare il problema ma il demerito ben maggiore di presentare una soluzione teoreticamente insufficiente e moralmente indegna. Ha scritto Kant al riguardo nel suo mirabile saggio sul male radicale nella natura umana del 1792: «Qualunque possa essere l’origine del male morale nell’uomo, non c’è dubbio che… il modo più inopportuno è quello di rappresentarci il male come giunto fino a noi per eredità dei primi progenitori». Rimane da chiedersi come la coscienza contemporanea percepisca oggi il peccato, e come possano anche i non credenti arrivare lo stesso a dire “confesso a voi fratelli che ho molto peccato”. Penso infatti che il ritrovarsi inadempienti di fronte all’imperativo etico sia inevitabile in chiunque conosca se stesso e che la percezione delle proprie colpe abbia precise implicazioni sociali. Penso altresì, però, che la dimensione giuridica che ritrascrive il peccato mediante il concetto di reato non sia sufficiente a esprimere tutta la densità umana del fenomeno. Come la legalità è solo una pallida immagine della giustizia, così lo è il concetto di reato rispetto alla tensione che manifesta la coscienza del peccato. Forse chi ha espresso al meglio questa dialettica è stato Dostoevskij in Delitto e castigo, il romanzo che nel 1866 inaugura il ciclo narrativo che l’ha reso immortale.

Globalizzazione e religioni

Posto questo articolo che ho trovato su http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=5954&Cat=1&I=immagini/Foto%20R-T/rising_sun1_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Cultura&Codi_Cate_Arti=28 . Penso che possa essere interessante soprattutto per le quinte: non si sa mai un testo allo scritto di italiano…

 

La religione può costruire una globalizzazione più umana?

di Giulio Battioni

“Jacques Derrida lo aveva intuito: «la religione è una questione inquieta ma è anche la questione delle questioni». Già, proprio così. Il revival del fenomeno religioso è la costante anomala del processo di globalizzazione. L’odierno scenario pubblico internazionale è infatti contrassegnato dal grande protagonismo delle religioni, un protagonismo che smentisce il pronostico illuministico e marxista per il quale la modernità e la secolarizzazione avrebbero definitivamente consumato l'”oppio dei popoli”. Al contrario, sembra che della religione i popoli non vogliano proprio fare a meno e, anzi, pare che continuino a gustarne le consolazioni e i vantaggi, al di là di qualche inedito “effetto stupefacente” provocato dalla sua mistificazione ideologica.

Le religioni sono oggi vive, vegete e in discreta espansione. Il mondo globalizzato e post-ideologico del nostro tempo assegna alla religione un ruolo pubblico considerevole, l’importante funzione sociale di unire aggregati umani sempre più complessi e di mediare fra domande di senso, stili di vita e culture diverse. Il pluralismo culturale e religioso è il dato strutturale dell’era globale, un’epoca dominata da grande fluidità, incertezza, instabilità. Se nei paesi in via di sviluppo la religione costituisce un fattore permanente di mobilitazione sociale, nei paesi industrializzati avanzati, pur dissipandosi le percezioni culturali e identitarie della religione, non è certo marginale il suo positivo, naturale contributo alla vita associata. Certo, non mancano le circostanze polemiche. Si pensi all’obbligo o al divieto del burqa, a seconda dei confini geografici in cui ci si trova. Ma dalla laicità alla libertà religiosa, dalla bioetica alla giusta applicazione della pena negli ordinamenti legali-giudiziari, dalla pace fra i popoli alla tutela dei diritti umani, la religione offre un contributo di giustizia sociale e progresso umano insostituibile.

Potrebbe essere questa la sintesi dei lavori della conferenza internazionale Religions, Cultures, Human Rights: Complex Relations in Evolution, svoltasi presso il Ministero degli Affari esteri, sotto l’Alto patronato del presidente della Repubblica e con l’adesione di alcune tra le più importanti personalità della diplomazia, delle istituzioni religiose e della comunità universitaria di tutto il mondo. Ebrei, musulmani, sikh, buddhisti, cristiani evangelici e cattolici, rappresentanti di centri culturali, forum di idee, istituzioni pubbliche e organizzazioni non governative, dall’Accademia delle Scienze Umane e Sociali ad Amnesty International, dall’Unesco a Religions for Peace, da CasaAfrica all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, hanno animato una intensa due giorni di seminari, relazioni, dibattiti.

La ricerca sociale applicata ha dimostrato che le religioni sono sempre più presenti nella realtà internazionale perché la globalizzazione acuisce qual desiderio di verità e speranza intrinseco alla natura umana. La sociologia si ferma alla superficie dei dati empirici limitandosi a una diagnosi in cui la mondializzazione dei processi economici, il ruolo decrescente degli Stati nella strutturazione delle relazioni tra i popoli, la rivoluzione cognitiva determinata dalla tecnica, l’estrema mobilità-ubiquità-velocità delle possibilità di conoscenza ed esperienza umana hanno creato un circolo vizioso di aspettative-frustrazione-alienazione rispetto al quale la religione, una religione non meglio identificata, dovrebbe riuscire a porre un freno. Questo, almeno, nelle società occidentali.

Altrove, la religione si configurerebbe come fattore d’identificazione e coesione sociale, laddove alle necessità della naturale socievolezza umana si aggiungono “costruzioni” culturali e antropologiche legate alla tradizione primitiva o alla ideologia politica moderna. Ma anche in questo caso la sociologia resta nel vago. La filosofia e il diritto, forme di sapere più realistiche, guardano alla religione con maggiore profondità. La religione non è un semplice fenomeno sociale ma, come parte costitutiva dell’essere umano, del suo desiderio di salvezza, purificazione e trascendenza, ha una base antropologica. Inoltre, la storia delle religioni mostra come una forma spirituale, più di altre, ha introdotto un punto di non ritorno decisivo anche per la storia politica e giuridica internazionale.

La secolarizzazione della religione infatti, cioè la desacralizzazione e la neutralizzazione della violenza originaria delle religioni antiche, così come il superamento degli universalismi teocratici medievali, è stata la grande cesura introdotta dalla teologia biblica e dal monoteismo giudaico-cristiano. Le guerre di religione che in nome della Bibbia e del Vangelo sono state praticate nei secoli passati non sono che il tradimento di una rivelazione che fa dell’equilibrio tra fede e ragione, tra carità e verità dell’uomo una conquista e una profezia. Soltanto il monoteismo giudaico-cristiano e la Trinità cattolica “liberano” le religioni del loro contenuto sacrale, il sacrificio violento di una vittima, per dirla alla maniera di René Girard, su cui si fondano le civiltà pagane e i naturalismi religiosi a-teistici.

Come scrisse anche Emmanuel Lévinas, il monoteismo non unifica, né gerarchizza gli dèi, cioè le religioni naturali, ma li nega, neutralizzandone il potenziale disumanizzante. Riconoscendo la natura personale di Dio, il cristianesimo impedisce che la secolarizzazione si ritorca contro se stessa, inciampando nella disumanizzazione fondamentalista o nell’indifferenza laicista, e fonda il diritto e la relazione tra le culture particolari sull’universale dignità della persona umana.”

Il paradiso del samurai

Un breve racconto per fare un passo oltre l’egoismo

Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno.
Un angelo lo accontentò e lo condusse all’inferno.
Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.
«Com’è possibile?», chiese il samurai alla sua guida. «Con tutto quel ben di Dio davanti!».SAMURAI.jpg
«Vedi: quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all’estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca».
Il samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso.
Qui lo attendeva una sorpresa. Il Paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno.
Dentro l’immenso salone c’era l’infinita tavolata di gente; un’identica sfilata di piatti deliziosi.
Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
«Ma com’è possibile?», chiese il samurai.
L’angelo sorrise. «All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così nella vita. Qui, al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino».
Paradiso e inferno sono nelle tue mani. Oggi.

Una sana e lunga vita mortale?

Brian May ha scritto per i Queen la canzone “Who wants to live forever” che mi è venuta alla mente leggendo questo articolo pubblicato su Dimensioni Nuove http://www.dimensioni.org/maggio10/articolo8.html 

 

“Who wants to live forever?” cantavano i Queen qualche anno fa. E chi non ricorda i film come Cocoon, oppure The Fountain, o Highlander? Pare che vivere almeno 120 anni sia ormai alla portata di tutti. Infatti, la medicina “anti-aging”, quella che combatte l’invecchiamento, sta tornando a far parlare di sé. Perché nasce dalle conoscenze del Dna e si pone l’obiettivo di mantenere il più a lungo possibile la giovinezza delle nostre cellule per prevenire le malattie degenerative legate all’invecchiamento, con il risultato di aumentare la durata della vita. Negli ultimi 20 anni i progressi della medicina, soprattutto nella cura delle malattie cardiovascolari e dei tumori, hanno contribuito ad allungare di due anni la vita media degli italiani: le donne hanno superato la soglia degli 82 anni, gli uomini si stanno avvicinando a quella dei 77. Va chiarito subito che la scienza non si interessa all’immortalità. L’obiettivo non è allungare la durata della vita, ma la durata della sua qualità, cioè intervenire non sul tempo dell’esistenza, ma sul tempo senza malattia. La storica scoperta del professor Pier Giuseppe Pelicci sul “gene 66”, cioè che la durata della vita umana è scritta nei nostri geni, è stata accolta come la ricetta per la vita eterna. In realtà, le indagini molecolari che sta sviluppando all’Istituto Europeo di Oncologia mirano a ridurre il peso delle malattie degenerative come il cancro, l’Alzheimer e il Parkinson. DN lo ha incontrato alla Quinta Conferenza sul Futuro della Scienza, organizzata dalla Fondazione Cini di Venezia.

Prof. Pelicci, perché moriamo?

Morire è biologicamente necessario: è parte del programma di ogni cellula ed è, per me, anche un nostro “dovere biologico”, perché significa lasciare posto a nuove generazioni, sempre più forti, che possono contribuire all’evoluzione. Tuttavia, non vedo perché “eticamente” dovremmo opporci a un prolungamento della vita, in condizioni di lucidità di pensiero e autonomia fisica. Oggi abbiamo moltissime informazioni sull’invecchiamento e la biologia molecolare ci permette di ipotizzare che il controllo sulla vecchiaia, intesa come fenomeno cellulare, sia un traguardo raggiungibile. Se una persona è messa in grado di godere della propria esistenza, non c’è ragione di temere un mondo più longevo.

Ma come possiamo arrivare fino a quella età? Riusciremo a mantenerci in buone condizioni?

La ricerca sta arrivando a decodificare i geni preposti all’invecchiamento, per capire come bloccarli. Bisogna dire, però, che questo tipo di studi non è finalizzato all’eterna giovinezza. Punta, prima di tutto, a curare i mali che accorciano o rovinano la vita. Dal cancro all’Alzheimer. Ed è qualcosa di realisticamente raggiungibile. Me lo sono detto quando, nel 1999, sono incappato in uno dei geni dell’invecchiamento: si chiama p66shc. Ebbene, ho scoperto con la mia équipe che, senza quel gene, i topi vivevano il 35% in più. La notizia ha fatto scalpore: lo studio è finito in copertina sulla rivista scientifica Nature e anche i giornali italiani ne hanno parlato, pensando alla tappa successiva: l’uomo.

Perché gli animali di laboratorio diventavano più longevi?

Ci siamo resi conto che riuscivano ad arginare molto meglio quei danni che fanno invecchiare la cellula e la fanno degenerare, innescando patologie come tumore, demenza senile, infarto, arteriosclerosi. Si capisce, dunque, come il ruolo della ricerca sia duplice: allungare la vita e, soprattutto, eliminare le malattie degenerative.

Invecchiamo per colpa del gene p66shc?

Dopo tanto lavoro, siamo arrivati a nuovi risultati, pubblicati sulla rivista Cell. Abbiamo scoperto il meccanismo di funzionamento del p66 e il motivo per cui nell’organismo esiste un gene che lo danneggia e lo fa invecchiare. La proteina p66, che ha lo stesso nome del gene, favorisce la produzione di acqua ossigenata da parte dei mitocondri, che propongono gran parte dell’energia necessaria alla cellula. L’acqua ossigenata è molto reattiva e induce danno a proteine, lipidi e Dna: quello che si chiama stress ossidativo. La cellula si difende attivando meccanismi di riparazione o, addirittura, un programma di suicidio. Se tutto questo non avviene, degenera e può, per esempio, innescare un tumore.

Qual è la funzione del p66?

Durante l’invecchiamento si ha un aumento progressivo dello stress ossidativo. Come mai? Colpa anche del p66, che induce a produrre acqua ossigenata. E perché fa questo? Per regolare funzioni biologiche come il metabolismo degli zuccheri e il mantenimento della temperatura corporea. Infatti, nelle cellule, questi processi sono sottomodulati dalle concentrazioni di acqua ossigenata. La cellula, per sopravvivere, ha bisogno di energia e l’energia viene prodotta al suo interno da una sorta di centralina elettrica: il mitocondrio. Tutto avviene attraverso uno scambio di elettroni, che corrono da una proteina all’altra fino all’ossigeno. È come l’elettricità in un filo che va verso la lampadina e l’accende. Ogni tanto, uno di questi elettroni salta via dal percorso e va a reagire con l’ossigeno anzitempo, producendo alla fine acqua ossigenata. Gli scienziati hanno sempre pensato che la sua formazione fosse un prezzo da pagare: l’uomo spende energia, la produce mediante la cosiddetta respirazione cellulare, la recupera mangiando e respirando, con un costo finale obbligato che è di acqua ossigenata. Una sorta di rifiuto tossico, causa di malattie e invecchiamento. In realtà, non è solo così: esistono proteine nelle cellule che, per mestiere, prendono gli elettroni dalla catena energetica e formano acqua ossigenata. Una delle proteine è quella prodotta dal gene p66. Ecco la nostra scoperta.

Fra quanto tempo sarà completata la vostra scoperta?

Fra non molto potremo essere facilmente ultracentenari e in forma. Siamo programmati per vivere 120 anni, è scritto nel nostro Dna, a prescindere da malattie e incidenti la nostra durata è fissata. L’obiettivo non è l’immortalità ma vivere più a lungo e più giovani, ammalandosi meno.

Maria & Enrico Marotta

 

Alle origini della religione

In prima abbiamo visto una presentazione in ppt sull’origine delle religioni, sul senso del mistero, sulle domande di senso. Posto l’estratto in word di quella presentazione con alcune piccole aggiunte.

Alle origini della religione.doc

Questioni di dialogo

FATHER & SON (Dall’album “Tea for the tillerman”, Cat Stevens)

Questa vecchia canzone sta ormai attraversando le generazioni, grazie anche a una versione remix che l’ha fatta conoscere anche a persone più giovani; parla del difficile dialogo tra un padre e il proprio figlio.

cat-stevens.jpgNella I, II e IV strofa è il genitore a parlare, a invitare il figlio a prendere le cose con calma, a non avere premura, a non affrettare i propri passi. Riconosce che non è facile “rimanere calmi quando hai trovato qualcosa che funziona”, tuttavia mette in guardia il figlio e lo fa con una frase molto interessante: “per te sarà ancora qui il domani, ma forse non i tuoi sogni”.

E’ una frase bella e che potrebbe  piacere pure al figlio: invita a conservare i sogni, a mantenerli in vita. Fa paura l’ipotesi di un domani senza sogni, senza quei pensieri belli e carichi di aspettative di cui soprattutto i figli sono capaci. Sono parole che vanno in controtendenza rispetto a un mondo che ci fa fare ogni giorno i conti con la realtà e ci dice continuamente di stare con i piedi per terra.

Al padre risponde il figlio, un figlio arrabbiato che usa parole cariche di astio e rancore. Non entro nella dinamica del rapporto tra i due, ma osservo semplicemente ciò che il ragazzo lamenta. Non si è sentito ascoltato; ha provato a spiegare, ma ha poi concluso che era meglio tenere tutto dentro (ma è la soluzione giusta…?). Ha infine scoperto l’esistenza di una sua strada e ha deciso che è venuto il tempo di andarsene: “Dal momento in cui potevo parlare, mi fu ordinato di ascoltare. Ora c’è una strada e so che devo andarmene”.

E allora, sulla spinta di questa canzone potremmo interrogarci sul rapporto genitori-figli, sulla necessità ma anche sulla difficoltà di dialogo. E pure sul rapporto giovani-adulti, sulla ricerca del loro riconoscimento reciproco: a tal proposito un esempio biblico. Gesù, da ragazzino, si ferma a parlare nel tempio con i dottori della legge e questi si stupiscono per la sua arguzia e la sua intelligenza. Se lui non si fosse posto in tal maniera, non sarebbe stato ascoltato. E’ allora necessario, a mio avviso, chiedersi se si debba arrivare a questo: devo obbligare l’altro a venire sul mio piano per rendere possibile il dialogo? Devo costringere i giovani alla seriosità per parlare agli adulti? Devo costringere mamma e papà ad ascoltare i 50 cent o i Coldplay per riuscire a interagire con i figli? Devo costringere i giovani all’alfabeto ecclesiastico per parlare di Dio? Devo costringere la Chiesa agli slang per parlare ai giovani? Dove si possono incontrare?

 

Father

It’s not time to make a change,

Just relax, take it easy.

You’re still young, that’s your fault,

There’s so much you have to know.

Find a girl, settle down,

If you want you can marry.

Look at me, I am old, but I’m happy.

I was once like you are now, and I know that it’s not easy,

To be calm when you’ve found something going on.

But take your time, think a lot,

Why, think of everything you’ve got.

For you will still be here tomorrow, but your dreams may not.

 

Son

How can I try to explain, when I do he turns away again.

It’s always been the same, same old story.

From the moment I could talk I was ordered to listen.

Now there’s a way and I know that I have to go away.

I know I have to go.

 

Father

It’s not time to make a change,

Just sit down, take it slowly.

You’re still young, that’s your fault,

There’s so much you have to go through.

Find a girl, settle down,

if you want you can marry.

Look at me, I am old, but I’m happy.

 

Son

All the times that I cried, keeping all the things I knew inside,

It’s hard, but it’s harder to ignore it.

If they were right, I’d agree, but it’s them you know not me.

Now there’s a way and I know that I have to go away.

I know I have to go.

 

Il dono del cervo

Cosa c’entra una canzone che può essere intesa come una presa di posizione contro la caccia con l’argomento della religiosità? Il brano “Il dono del cervo” di Angelo Branduardi racconta la storia di un cervo che incontra un cacciatore e gli dice «Aspetta, non tirare, perché io sto per morire e ti regalo sette pezzi del mio corpo, così per sette volte rivivrò». Probabilmente, adesso, la nostra è la stessa impressione che ebbe Angelo Branduardi quando, alla fine di un suo concerto a L’Aquila, venne avvicinato da una suora: «Complimenti per la canzone sulla risurrezione». Branduardi tentò di spiegare che forse la suora stava sbagliando cantante, ma ella intendeva proprio la canzone del cervo.

Tutta questa premessa mi serve per dire che molte esperienze, in particolare nell’ambito religioso e spirituale, sono significative per le persone che le vivono e la percezione di esse cambia molto da soggetto a soggetto. Un’esperienza positiva per un gruppo (che ne so, immaginiamo un ritiro spirituale), può essere molto meno positiva per un altro. Non solo; penso che oggi questa differenza percettiva scenda dal livello del gruppo al livello delle singole persone che compongono quel gruppo. Un gruppo funziona se le singole persone che lo formano si sentono soddisfatte da un punto di vista personale: insomma, il gruppo non copre, non risolve più le magagne personali, anzi tende a farle emergere e a lasciarne la soluzione alla persona o al massimo al coordinatore. Lo stesso accade anche nel gruppo-chiesa o comunità locale. L’esigenza primaria che deve essere soddisfatta, almeno a livello giovanile, penso sia quella del soddisfacimento personale: attenzione, non voglio ricoprire di un’accezione negativa il termine soddisfacimento. Voglio solo intendere che se qualche tempo fa la realizzazione del giovane era prima a livello di gruppo e poi a livello personale, ora ho la sensazione che avvenga l’esatto contrario: se manca il soddisfacimento personale, è molto difficile che ci sia una buona esperienza di socializzazione.
Ciò, a mio avviso, comporta vantaggi e svantaggi. Un indubbio vantaggio è che i giovani che stanno facendo una buona esperienza di fede siano convinti di quel che stanno vivendo, siano felici e che quindi riescano a trascinare amici e coetanei. Essi hanno spesso un ottimo rapporto con i loro animatori e anche con il prete (soprattutto se giovane, o meglio, se sa stare con i giovani) e vivono effettivamente bene la dimensione della parrocchia, sovente impegnandosi nei vari ambiti pratici e formativi. Chiaramente ciò comporta un rischio: nel momento della crisi del rapporto personale con l’educatore può andare in difficoltà tutto l’ambito della fede, segno di un modo di credere che ha ancora bisogno di radicarsi, che è ancora a un livello emotivo. Molti oggi cercano proprio l’esperienza emotivamente forte e coinvolgente (si pensi all’emozione suscitata dalla scomparsa di Giovanni Paolo II). Il rischio più grosso, però, secondo me lo corrono tutti quei giovani che non possono fare questi tipi di esperienze, perché magari vivono in piccole realtà o semplicemente perché, e capita, inutile nasconderlo, hanno incontrato le persone sbagliate che non hanno fatto scoprire la vera persona importante nella fede, che è quella di Cristo.
La scommessa per una pastorale giovanile parrocchiale e diocesana, è quella di riuscire a offrirsi in mille modi diversi, a incontrare ognuno dei ragazzi che desidera lasciarsi incontrare, a costruire e progettare mille strade diverse lungo le quali i giovani possano fare conoscenza con l’unico oggetto-soggetto di tale incontro: Cristo. Si tratta di fare un po’ come il cervo, che poi non è nient’altro che il seme che muore per dare frutto
“ed in dono allora
a te io offrirò
queste ampie corna
mio buon signore,
dalle mie orecchie
tu potrai bere,
un chiaro specchio
sarà per te il mio occhio,
con il mio pelo
pennelli ti farai.
E se la mia carne cibo ti sarà,
la mia pelle ti riscalderà,
e sarà il mio fegato
che coraggio ti darà.
E così sarà buon signore
che il corpo del tuo vecchio servo
sette volte darà frutto, sette volte fiorirà…”

Padre della notte

Una canzone che è una preghiera, non solo per il verso finale che se lo auspica (“Fa’ che questa mia canzone diventi una preghiera”), ma per tutto il contenuto e il tono delicato del brano. Il Dio invocato da Sergio Cammariere è quello della creazione e quello del Nuovo Testamento. E’ quello della creazione per i continui rimandi agli elementi naturali: “Padre della notte che voli insieme al vento”, “Padre della notte che le stelle fai brillare, tu che porti vento e sabbia dalle onde del mare”, “Padre della terra, Padre di ogni uomo, Padre della notte della musica e dei fiori, Padre dell’arcobaleno dei fulmini e dei tuoni”. Ed è anche quello del Nuovo Testamento, quello di Gesù, quello che viene percepito dall’uomo come un “Padre” affettuoso che si prende cura dei figli: “Tu che ascolti i nostri cuori, quando soli poi restiamo nel silenzio della notte, solo in Te noi confidiamo” (Salmo 71)

La richiesta del cantautore è quella della speranza, quella di un abbraccio e di uno sguardo affettuoso e caloroso nel momento in cui tutto si fa buio: “togli dal mio cuore la rabbia ed il tormento e fammi ritornare agli occhi di chi ho amato quando è poca la speranza che resta nel mio cuore”. Sembra paradossale, ma l’uomo sente il bisogno di continuare a sperare e sognare anche là dove sembrano non esserci possibilità, anche là dove tutto sembra vano: “Tu che accendi i nostri sogni e li mandi più lontano come barche nella notte che da terra salutiamo e fammi ritornare tra le braccia di chi ho amato quando è vana la speranza che resta nel mio cuore”. Insuccessi, delusioni e disillusioni a volte ci fanno vedere i nostri sogni non come delle prospettive o delle possibilità da realizzare proiettate nel futuro, ma come se fossero presenti negli specchi retrovisori della vita, o nel treno che ci parte davanti agli occhi mentre stiamo arrivando in stazione, o come barche viste dalla riva mentre si allontanano. “Dammi una pace limpida come un limpido amore” è la richiesta dell’uomo in preghiera. Ultimo suo appiglio resta quel Padre il cui mistero è ovunque, un ovunque che si colloca non solo nello spazio ma anche nel tempo: “dentro ogni secondo come in ogni giorno intero”. La possibile risposta dell’uomo si colloca all’interno di un dono fatto da Dio stesso, un dono che ha tutti i caratteri della naturalità: “Tu che hai dato a noi la fede come agli uccellini il volo”. E la fede trova risposta concreta nell’amore: “Fammi ritrovare un giorno l’amore che ho aspettato”.

 

Venerdì santo

Nel 1987 è uscito un film di Damiano Damiani intitolato “L’inchiesta”, in cui il protagonista Tito Valerio Tauro ha il compito di cercare e trovare il corpo di un uomo ucciso qualche anno prima, un certo Gesù, falegname galileo. Alla fine del film queste sono le sue conclusioni:El Greco. Crocifissione.jpg

La mia missione è fallita, non ho trovato quel corpo e nemmeno un ribelle annidato fra le montagne … … Se c’è qualcuno che chiede di essere liberato, non dagli eserciti, ma dagli insegnamenti di un uomo crocifisso, allora il mondo sta già cambiando; questo è ciò che temevi, non è vero Tiberio, mio amato imperatore? … … La mia inchiesta è finita. Gesù di Nazareth è morto; sulla croce, dove lo abbiamo inchiodato. Ma i suoi seguaci hanno la certezza che è morto e risorto e aspettano il suo ritorno, senza sapere quando e come apparirà. … … Qui, in questa strana terra è nato un pericolo per l’impero. Bisogna indagare meglio: capire che cosa significano certe parole come “Ama il tuo nemico”. Capisci Pilato? Io dovrei amare te, e tu me! … … Con questa spada Roma ha conquistato il mondo. Lungo questo filo sottile corre la logica e la morale nella quale sono cresciuto… e se fosse tutto? e niente… Aiutami Trifone! Spingimi nel mistero”.

Il modo per entrare nel mistero in questo caso è la morte… Ma penso che l’amore sia già un ottimo invito al mistero. E allora posto un brano di bellezza incredibile del corregionale David Maria Turoldo

“Teologi e chiesasti, pulite (o complicate) quanto volete la fede, ma lasciatemi credere.

Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti.

E, distrutto, sempre si ricompone dalla sua e nostra morte, per la sua e nostra risurrezione.

Non già “la causa dell’uomo che continua”, ma dimensione biologica, tensione della terra: sempre vivo mistero del genere umano.

Egli è il solo frutto possibile, l’eterno presente ove t’infuturi, dandogli tu la carne e il sangue.

Nessuno può narrare l’evento. Leggenda che muove il mondo, essa è la storia più vera: allora finalmente crederemo.

Lingua non serve a dire le ragioni dell’ultimo donarsi, la suprema gratuità dell’amore.

Abbiamo appena fragili simboli; e cercare prove e sillogi alla fede è come voler spegnere il sole o incatenare il vento.

E quanto pagheremo amaramente: fede di atei, fede senza incantesimo e senza mistero.

Egli è la luce fattasi corpo, nato dalla creazione pura, nato da donna vergine per opera dello Spirito, venuto sotto la legge per amore.

Era nel principio e nulla ha vita senza di lui: e la vita è venuta e vive.

Cristo, unico uomo: l’uomo povero e libero, l’ultimo di tutti gli uomini! Mio Cristo, vero sacramento di Dio.”

(D.M. TUROLDO, Mio atto di fede, in O sensi miei, Rizzoli, Milano 1990).

Getsemani

Posto il video in inglese e sottotitolato in spagnolo della scena del Getsemani presa da Jesus Christ Superstar. Più sotto la traduzione del duro testo

Voglio soltanto dire 
Se c’è un modo
Allontana da me questo calice poiché non voglio assaggiarne il veleno
Sentirne il bruciore, Io sono cambiato, non sono piu’ cosi’ sicuro 
Come quando abbiamo iniziato
Allora ero ispirato 
Adesso sono triste e stanco
Ascolta… Non c’è dubbio che ho superato ogni aspettativa
Ho tentato per tre anni, che sembrano trenta
Potresti chiedere altrettanto a qualsiasi altro uomo?
Ma se io muoio
Se vado fino in fondo e faccio quello che tu mi chiedi

Se lascio che mi odino, che mi colpiscano, che mi feriscano, che mi inchiodino al loro legno
Vorrei sapere, vorrei sapere mio Dio
Vorrei sapere, vorrei sapere mio Dio
Vorrei capire, vorrei capire mio Dio
Vorrei capire, vorrei capire mio Dio
Perché devo morire
Sarei notato più di quanto lo sono mai stato prima?
Le cose che ho detto e fatto avrebbero maggior peso?
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei capire, dovrei capire mio Signore
Dovrei capire, dovrei capire mio Signore
Se muoio quale sarà la mia ricompensa?
Se muoio quale sarà la mia ricompensa?
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Perché, perché dovrei morire?
Oh perché dovrei morire?
Puoi mostrarmi ora che non verrei ucciso invano?
Mostrami almeno un po’ della tua mente onnipresente
Mostrami che c’è un motivo per cui tu vuoi che io muoia
Sei anche troppo preciso sul dove e sul come,
Ma non altrettanto sul perché
Va bene, morirò!
Oh, oh guardami morire!
Vedi come, vedi come morirò!
Oh, guardami morire!

Allora ero ispirato
Adesso sono triste e stanco
Dopo tutto ho provato per tre anni che sembrano novanta
Perché allora ho paura di finire ciò che ho cominciato?
Ciò che hai cominciato tu, non io
Dio, la tua volontà è dura
Ma sei tu che comandi il gioco
Berrò il tuo amaro calice, inchiodami alla tua croce e spezzami
Fammi sanguinare, battimi, uccidimi, prendimi adesso – prima che io cambi idea.

La notte nel Getsemani

E’ giovedì santo. Nel post del 20 marzo 2008 http://oradireli.myblog.it/archive/2008/03/20/giovedi-santo.html avevo messo quella che resta, a mio avviso, una delle pagine più belle e profonde sulla notte passata da Gesù nell’orto del Getsemani, scritta da Turoldo. Oggi posto un testo di Boris Pasternak, “L’orto del Getsemani”

Lo scintillio di lontane stelle un’indifferente

luce gettava alla curva della strada.

La strada aggirava il Monte degli Ulivi,El Greco. L'orazione nell'orto 2.jpg

giù, sotto di lei, scorreva il Cedron.

Il prato a metà s’interrompeva.

Dietro cominciava la Via Lattea.

Canuti, argentei ulivi tentavano

nell’aria passi verso la lontananza.

In fondo c’era un orto, un podere.

Lasciati i discepoli di là dal muro,

disse loro: «L’anima è triste fino alla morte,

rimanete qui e vegliate con me. »

E rinunciò senza resistenza,

come a cose ricevute in prestito,

all’onnipotenza e al miracolo,

e fu allora come i mortali, come noi.

Lo spazio della notte ora pareva

il paese dell’annientamento e dell’inesistenza.

La distesa dell’universo disabitata,

e soltanto l’orto un luogo capace di vita.

E guardando quei neri sprofondi,

vuoti, senza principio e fine,

perché quel calice di morte via da lui passasse

in un sudore di sangue pregò il padre suo.

Lenito dalla preghiera lo spasimo mortale,

tornò al di là della siepe. Per terra

i discepoli, vinti dal sonno,

giacevano nell’erba lungo la strada.

Li destò: «Il Signore vi ha scelti a vivere

nei miei giorni, ed eccovi crollati come massi.

L’ora del figlio dell’uomo è venuta.

Egli si darà in mano ai peccatori. »

E aveva appena parlato che, chissà da dove,

ecco una folla di servi, una turba di schiavi,

luci, spade e, davanti a tutti, Giuda

col bacio del tradimento sulle labbra.

Pietro tenne testa con la spada agli sgherri

e un orecchio a uno di loro mozzò.

Ma sente: «Non col ferro si risolve la contesa,

rimetti a posto la tua spada, uomo.

Pensi davvero che il padre mio di legioni alate

qui, a miriadi, non m’avrebbe armato?

E allora, incapaci di torcermi un capello,

i nemici si sarebbero dispersi senza lasciar traccia.

Ma il libro della vita è giunto alla pagina

più preziosa d’ogni cosa sacra;

Ora deve compiersi ciò che fu scritto,

lascia dunque che si compia. Amen.

Il corso dei secoli, lo vedi, è come una parabola

e può prendere fuoco in piena corsa.

In nome della sua terribile grandezza

scenderò nella bara fra volontari tormenti.

Scenderò nella bara e il terzo giorno risorgerò,

e, come le zattere discendono i fiumi,

in giudizio, da me, come chiatte in carovana,

affluiranno i secoli dall’oscurità.»

Il color indaco dei Baustelle

Il 26 marzo 2010 è uscito il nuovo album dei Baustelle “I mistici dell’Occidente”. Vi rimando alla rete per tutte le notizie correlate e tutte le possibili interviste. Desidero intanto soffermarmi sulla prima traccia “L’indaco”. Premetto che il brano non mi piace particolarmente: lo trovo piuttosto noioso, salvo l’impennata finale che mi ricorda un po’ i Jethro Tull con quel flauto. Il testo però mi ha colpito e lo trovo interessante. L’invito generale della canzone è quello a non angustiarsi per i vari motivi di dolore che possono affliggere l’uomo: dal semplice andarsene delle rondini, segno però del passare delle stagioni e dell’avvicinarsi dell’inverno, all’interrogarsi davanti all’enigma della morte rappresentata dal carro funebre. Non buttarsi giù, non soffrire più è l’auspicio dei Baustelle: lascia andare le rondini, lascia passare il carro funebre, c’è un azzurro oltre le nubi,  c’è forse un mare color indaco oltre lo stretto di Gibilterra… C’è un infinito oltre il finito?

indaco.jpg

Qui sotto il testo. Il brano è http://www.youtube.com/watch?v=puujNlHcInk

Non angosciarti più

che bisogno c’è

quando partono le rondini

lasciale andare

 

non domandare più

che ragione c’è

quando passa il carro funebre

fallo passare

 

e non buttarti giù

che in fin dei conti c’è

un azzurro che fa piangere

oltre le nubi

 

e non soffrire più

che in fondo forse c’è

al di là di Gibilterra

un indaco mare

Vissi d’arte… perché?

Quando le cose non vanno come noi vorremmo o non vanno bene proprio, vien spesso da chiedersi perché. A volte ci si ferma lì, alla domanda e non si cerca neppure la risposta. Altre volte si tira in ballo il caso, il destino, la sfiga. Altre volte ancora la nostra domanda scavalca l’umano e desidera interrogare il divino. Ci aveva provato anche Ligabue con una domanda banale (chi prende l’Inter?) e due esistenziali (dove mi porti? soprattutto perché?). Ma il perché l’uomo se lo pone fin dall’inizio dei tempi e allora vado all’indietro anche con la musica…

Siamo nel 1800 e la famosa cantante Floria Tosca viene ricattata dal barone Scarpia, capo delle guardie del papa: se ella non gli si concederà, il fidanzato di lei, il pittore Mario Cavarodossi, morirà. Tosca si rivolge allora a Dio, quasi a rimproverarlo, a ribellarsi: mi sono sempre comportata bene, non ho mai fatto male ad alcuno, ho aiutato chi era nella miseria, ho sempre pregato e messo fiori agli altari e ho abbellito il cielo col mio canto… perché ora, nel momento del dolore, Dio mi ringrazia così? Il brano “Vissi d’arte” è stato recentemente ripreso da Roberto Vecchioni quale prima traccia del cd “In Cantus”.

Vissi d’arte, vissi d’amore,

non feci mai male ad anima viva!

Con man furtiva

quante miserie conobbi, aiutai.

Sempre con fe’ sincera,

la mia preghiera

ai santi tabernacoli salì.

Sempre con fe’ sincera

diedi fiori agli altar.

Nell’ora del dolore

perché, perché Signore,

perché me ne rimuneri così?

Diedi gioielli

della Madonna al manto,

e diedi il canto

agli astri, al ciel, che ne ridean più belli.

Nell’ora del dolore,

perché, perché Signore,

perché me ne rimuneri così?