Vita nell’aria

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Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, 
talvolta vediamo la vita nell’aria.
E la chiamiamo polvere.

(Stefano Benni, Margherita Dolcevita)

Una piacevole noia

C’è noia… e noia…

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“La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma non dimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto l’universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, è però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.” (Giacomo Leopardi)

Un viso inenarrabile dal sole

I momenti in cui si affrontano le ore buie e cupe del dolore; i momenti in cui si vive l’abbandono; i momenti in cui non si riesce a vedere un domani; i momenti in cui si cerca ovunque speranza. Le parole degli amici sembrano non dare sollievo, non bastare. Pare che l’uomo non sia fatto per sopportare questo ingombro nel cuore, per vivere questo stato. Eppure, scrive Luzi, si ritrovano le proprie orme, i propri riferimenti consueti, anche dietro le curve improvvise e impreviste. E lì riprende la speranza e l’attesa di uno spiraglio di luce. E che ognuno lo legga come crede: riferimento all’infinito se penso al sole, riferimento all’umano se penso al viso. In ogni caso incontro che porta all’inenarrabile.

Dove l’ombra procede e le strade ristanno

tra i fiori, ricordarmi le parole

e le grida dell’uomo è forse un inganno.sole.jpg

Ma sempre sotto il cielo consueto

ritrovo le mie tracce, il mio sole

e gli alberi remoti del tempo

fissi dietro le svolte. E sempre,

ancor che mi sia noto il dolce segreto,

sulla polvere quieta, tra le aiuole,

m’indugio ad aspettare che sporga

un viso inenarrabile dal sole.

(Dove l’ombra, Mario Luzi)

Sdrang!

Corsi per essere vincenti, master per potersi affermare, soggiorni per numeri “uni”. Consigli spassionati “al giorno d’oggi devi guardare il tuo” oppure “ma chettefrega di lui, l’importante è che sia dietro”. Mazzate nascoste dietro a un “devo dirti una cosa, sai, io preferisco dire le cose in faccia, non parlare alle spalle” e … SDRANG! Mi viene alla mente il folgorante e paradossale incipit di “Golden gate” dello statunitense Raphael Aloysius Lafferty:

“Avendo sparato ad un uomo, ed avendolo ammazzato, avete in una certa misura chiarito il vostro atteggiamento verso di lui. Avete dato una risposta definita ad un problema definito. Nel bene o nel male avete agito in maniera decisiva. In un certo senso, la mossa successiva spetta a lui.violenza-domestica2.jpg

 

Il mare lontano

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Un brano di letteratura e una canzone: li ho uniti perché li sento affini, come se facessero vibrare in me le stesse corde. Il nodo è quello di cercare il senso, l’anelito, la scintilla da cui poi derivano le passioni, le motivazioni, le ragioni del nostro agire. C’è chi lo trova in sé, chi lo trova negli altri, nella natura, in Dio, nell’idea di uomo. Antoine de Saint Exupéry ne scrive come di una sete da risvegliare, un qualcosa che quindi per l’uomo è esigenza, bisogno fondamentale, necessità di sopravvivenza; e che quando riceve soddisfazione dona piacere, un piacere atavico. Sergio Cammariere ne canta come di un punto in mezzo al mare, lontano dalla terra, dalle case e dal porto, un posto dove ricordi e cose note si confondono per dare spazio a una nuova possibilità, a una nuova creazione in cui dare un nome nuovo ai sentimenti.

“Se vuoi costruire una nave non devi chiamare gente che procuri la legna e prepari gli attrezzi necessari, o distribuire compiti e organizzare il lavoro. E non devi raccogliere le persone per dar loro ordini e spiegare ogni dettaglio o dire loro dove trovare qualunque cosa. Prima, invece, risveglia la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà svegliata in loro questa sete, le persone si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”. (Antoine de Saint Exupéry)

Dalla pace del mare lontano fino alle verdi e trasparenti onde

dove il silenzio non ha più richiamo e tutto si confonde

Dalle lagune grigie e nere, dal faticare senza riposo

dalla sete alla fame allo spavento al più segreto tormento

Avemmo padri avemmo madri fratelli amici e conoscenti

Ed imparammo a dare un nome nuovo ai nostri sentimenti

E così un giorno a camminare su questa terra sotto a un sole avaro

Per un amore che sembrava dolce e si è scoperto amaro

Ma è solo un’eco nel vento nel vento che mi risponde

Venga la pace dal mare lontano venga il silenzio dalle onde

E in mezzo al mare c’è un punto lontano così lontano dalle case e dal porto

Dove la voce delle cose più care è soltanto un ricordo

Ma da quel punto in poi non si distingue più

La linea d’ombra confonde ricordi e persone nel vento

Avemmo padri avemmo madri …

Tra terra e cielo

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Io – terra dentro la terra e davanti alla terra – non sono altro,

non posso conoscere altro che terra;

sia che cammini, sia che mangi, sia che mi sieda, tutto è terra.

Che cosa è in me che non è terra che mi fa riconoscere la non-terra;

“terra” sì, ma prima; altro che terra, infinitamente oltre alla terra

fino a stare davanti, fino a stare dentro a Colui che ha creato la terra?

Prima che la terra risorga, deve morire;

io non penso che la terra dei miei colori

si trasfiguri in immagine, se essi non muoiono a ciò che sono, …

ma essi, i miei colori, possono morire a ciò che sono

se io stesso non muoio alla terra che io sono?

Perché i colori mi sono affidati

solo in quanto sono impastati di me e io di essi.

L’opera d’arte – come immagine di Dio nelle cose – è un punto sospeso,

punto d’attesa come ponte fra cielo e terra.

Il cielo è sceso per riavere dalla terra, ormai in germoglio,

un brano di se stesso che come seme esso aveva prestato alla terra

perché questa lo trasfiguri e lo restituisca al cielo.

Tutto sarà stabilità quando ogni brano così prestato e trasfigurato

rientrerà nel cielo; la terra non ci sarà più; sarà tutta assunta.

(William Congdon)

Cosa si fa laggiù?

Sto leggendo “Margherita Dolcevita” di Stefano Benni e mi sono imbattuto in una pagina che mi ha fatto sorridere dolcemente, pensando al mio passato da studente e al mio presente da insegnante. Durante una lezione di matematica la prof. si accorge che in fondo alla classe ci sono chiacchiere e risate. Parte da qui la citazione di quella pagina:

“- Cosa si fa laggiù all’ultimo banco, si ride?

ridere scuola.jpgHa pronunciato “si ride” con un tono come se dicesse “si spaccia droga”, “si fabbricano bombe”.

Allora mi sono alzata e ho detto:

– Effettivamente, signora professoressa, stavamo ridendo in quanto ritenevamo buffo ciò di cui parlavamo, ma non c’era niente di oggettivamente malsano o criminoso nel nostro atteggiamento, io capisco bene che se ridessimo ininterrottamente per tutto l’orario scolastico ciò farebbe sospettare una nostra disattenzione, o spregio, o beata cretinaggine, ma ritengo che un po’ di umorismo anche in questa austera sede faccia bene allo spirito e, di riflesso, alla gioia dell’apprendimento. In quanto al rapporto fra riso e matematica….

Non mi ha fatto finire. Ha ringhiato: ”smetti-o-ti-do-due”, e per fortuna è suonata la campanella.

Ma insomma, ho pensato, quasi tutti i film e la tivù e i giochi per ragazzi ci invitano a ridere e stare allegri, così poi vediamo le puntate successive e compriamo i gadget. Però a scuola non possiamo ridere un minuto.

La morale è: non dobbiamo ridere quando siamo contenti noi, ma quando sono contenti loro.”

Quel desiderio inappagato di ritornare

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Nel romanzo “L’ignoranza” Milan Kundera scrive: “La nostalgia è la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare”. Non mi ha fatto pensare tanto a dei luoghi fisici, appartenenti allo spazio, in cui desiderare di fare una capatina, ma a dei luoghi afferenti alla dimensione del tempo. Di quelli sì, mi capita di avere nostalgia; sono momenti, attimi, situazioni ricche di profumi, voci, colori che mi piacerebbe poter rivivere, magari per un attimo appena. Basta magari, come pochi giorni fa, la musica del solco di un vecchio LP, o la fragranza di un profumo chiuso in una vecchia boccetta, o una fresca calligrafia su un vecchio biglietto scritto sui banchi di scuola: tutto si palesa davanti agli occhi dell’immaginazione come se fosse realmente lì. E nasce l’anelito a poter viaggiare nel tempo…

 

I’m flying

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Pubblico una foto che ho visto sul profilo facebook di una ex studentessa di diversi anni fa, quando appena avevo iniziato a insegnare, al liceo di Gemona. E aggiungo due frasi che hanno sempre a che fare con l’ottimismo. La prima è proprio per quella studentessa, visto il suo orientamento scientifico: afferma Galileo “Non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono”. Troppo spesso vediamo quel che crediamo… La seconda frase è invece del filosofo cinese Laozi, che affermava “Invece di maledire il buio è meglio accendere una candela”. Accendiamo, accendiamo che c’è bisogno…

Una vita appesa ad un fax

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Ho da poco terminato di leggere il fumetto di Joe Kubert “Fax da Sarajevo”. Racconta la storia, vera, della famiglia Rustemagić, marito, moglie e due figli, della loro vita durante l’assedio di Sarajevo del 1992 e della loro fuga. Ervin Rustemagić racconta tutto attraverso dei fax inviati fortunosamente. Lascio qui alcuni estratti della vita di Ervin, della moglie Edina, della figlia Maja e del piccolo Edvin.

“Oggi nevica a Sarajevo, e nessuno sa cosa ci riservi questa giornata, né quanto sangue colerà sulla neve.

Per noi che siamo qui, appare oggi ridicolo ripensare agli attentati terroristici in Italia, in Francia, in Inghilterra… quando i terroristi uccidevano 5, 6 o una dozzina di persone. Quanto chiasso è stato fatto per quegli attentati!! Noi qui abbiamo centinaia di attentati terroristici di quel genere ogni giorno e tutti se ne fregano! New York, Londra, Parigi, Roma, Amburgo sono sotto shock quando una bomba esplode in una stazione o nella metropolitana… Solo nel nostro quartiere di Dobrinja finora sono esplose 250.000 fra bombe e granate…

Maja compirà dieci anni il 20 luglio e il suo unico desiderio è che rimaniamo in vita.

Ieri era il 114° giorno di assedio a Sarajevo e un amico qui ha detto: ‘Perfino le Hawaii dopo 114 giorni di vacanza risulterebbero insopportabili’. Mi inquieta pensare a quello che succederà dopo la guerra. Ho paura che non ci potrà mai più essere una vita normale qui.

‘C’è gente che muore troppo presto, altra troppo tardi. Raramente al momento giusto’. Ebbene, le decine di migliaia di persone che sono morte in Bosnia durante questi ultimi mesi sono morte troppo presto. Un bambino è morto ieri nel ventre di sua madre, uccisa da una granata, venti giorni prima di nascere.

Un milione e cinquecentomila granate sono esplose nella città di Sarajevo (tre granate per abitante fino ad ora), e nessuno potrà mai dire quanti milioni di proiettili siano stati sparati. E’ il barbaro assedio di una città all’alba del 21° secolo.”

2+2

Stamattina, in quinta, parlavamo dei fondamentalismi religiosi, dei rischi che comportano le religioni quando si fanno ideologie e le idee quando si fanno assolutismi. E abbiamo letto una breve citazione presa da 1984 di George Orwell provando a immaginare un fondamentalismo religioso al posto del termine Partito:

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“Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci. Era inevitabile che prima o poi succedesse, era nella logica stessa delle premesse su cui si basava il Partito. La visione del mondo che lo informava negava, tacitamente, non solo la validità dell’esperienza, ma l’esistenza stessa della realtà esterna. Il senso comune costituiva l’eresia delle eresie. Ma la cosa terribile non era tanto il fatto che vi avrebbero uccisi se l’aveste pensata diversamente, ma che potevano aver ragione loro. In fin dei conti come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo? … Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente”.

Domenica

ulisse.jpg“Questa storia comincia di domenica e non poteva cominciare in un altro giorno.

La domenica per te è un avanzo di settimana, per me è una zingara che fruga tra scatoloni e panni usati, che cerca roba ancora buona in mezzo a quello che è stato buttato via.

Credo che i migliori propositi si facciano di domenica.

Credo che le guerre finiscano di domenica.

Credo che Ulisse sia tornato di domenica, dopo il ballo delle onde, è tornato a casa come torni tu, dopo il ballo delle onde, ogni domenica.”

(Giulia Carcasi, “Io sono di legno”)

L’universo ci fissa in volto

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“Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.”

(Gilbert Keith Chesterton, “Eretici”)

Percezione

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Se si pulissero le porte della percezione, ogni cosa apparirebbe all’uomo come essa veramente è, infinita. (William Blake)

Neruda in cattedra

E continuando con il post precedente, pubblico un altro contributo di oggi in classe. Una allieva, per parlare dell’amore, ha proposto questo sonetto di Pablo Neruda. Sotto lo propongo in un video pescato dalla rete, con la musica di Ludovico Einaudi e la voce di Paolo Rossini.

 

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio

o freccia di garofani che propagano il fuoco:

t’amo come si amano certe cose oscure,

segretamente, entro l’ombra e l’anima.

 

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca

dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;

grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo

il concentrato aroma che ascese dalla terra.

 

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,

t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:

così ti amo perché non so amare altrimenti che così,

 

in questo modo in cui non sono e non sei,

così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,

così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

Un sentiero

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Nessuna paura
che mi calpestino.
Calpestata, l’erba 
diventa un sentiero.
(Blaga Dimitrova)

Questione di centesimi

25 gradi, una passeggiata per i campi con Mou e le riflessioni di Moni Ovadia nello smart-phone con questo racconto che mi ha fatto sorridere:

photofinish.jpg“Un rabbino, ogni venerdì sera si mette davanti all’armadietto di santità, dove sono riposti i testi sacri, e comincia a invocare il Santo Benedetto, con la sua voce terribilmente petulante: «Senti, mi ascolti? Qui le cose vanno male: viviamo nella miseria più nera e io sono pieno di acciacchi. Ma sono un buon servo e tutti noi siamo pii». E continuava: «Perché non mi mandi un milione di dollari, che sistemiamo tutto e finalmente anch’io avrò qualcosa di buono!?». Alla fine, dopo giorni e giorni – forse mesi o anni – il Santo Benedetto decide di parlargli. «Sono qui, Samuelino, ti ascolto», gli dice. «Davvero, sei tu!?», urla il rabbino, petulante. «Sono io. Ma che voce fastidiosa hai!? Te l’ho data io? Beh, è proprio vero che tutti sbagliano. Ti ascolto, Samuelino. Cosa vuoi?». E il rabbino: «Niente, niente, Santo Benedetto. Voglio solo fare un ragionamento con te. Ascoltami. Che cosa sono per te un milione di anni?». L’Eterno risponde: «E cosa vuoi che siano per me un milione di anni? Meno di un centesimo di secondo». E il rabbino: «E dimmi: cosa sono per te un milione di dollari?». E il Santo: «E cosa vuoi che siano per me un milione di dollari? Meno di un centesimo di dollaro». «Allora», incalzò il rabbino, «ti costa così tanto mandarmi quello che per te è meno di un centesimo di dollaro?». E l’Eterno: «Perché pensi che non te lo voglia dare? Ti chiedo solo di aspettare un centesimo di secondo».”

L’oggi

Facendo un po’ di zapping sulla rete (qualcuno lo definisce surfare, ma non mi piace) mi sono imbattuto in questa breve poesia di Percy Bysshe Shelley. Per non far passare l’oggi in attesa del domani, lasciando che così la nostra vita sia costruita da una serie di ieri…

Dove sei tu, amato Domani?

Da giovani e da vecchi, forti e deboli,

ricchi e poveri, attraverso gioia e pena,

sempre cerchiamo i tuoi dolci sorrisi.

Ma al tuo posto

noi troviamo quello che abbiamo fuggito. L’oggi.

oggi, domani, attesa, vita, shelley

Luoghi della memoria

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Mauro Corona scrive nel libro Il canto delle manére: “Le radici stanno dove siamo nati e cresciuti. Quelle radici non le tagli. Quelle radici sono elastici con un capo legato al campanile e l’altro intorno alla nostra vita. Più ti allontani e più gli elastici si tirano, finché diventano fini come corde di violino. Ma non si rompono. Quando sono tirati al massimo, passa il vento della memoria e questi elastici mandano i suoni dei ricordi. A sentirli pensi al paese e diventi debole. Molla le mani da dove ti tenevi aggrappato e gli elastici, con uno strappo, ti riportano a casa”. Questo pensavo oggi passeggiando per i campi, tra erba e canali. In realtà, non mi sono mai allontanato troppo dalle mie radici; sta diventando più una lontananza di tempo che di spazio… Però sono gli spazi che aiutano a far sentire più vicino il tempo: la campagna, le scale delle scuole elementari di Palmanova, il campetto dell’asilo, i bastioni, la Bordiga… In questi e in altri luoghi della memoria vado per ripensare al Simone di un tempo e comprendere il Simone di oggi.