Vorrei sbrigarmi a uscire dalla vergogna

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Sotto Natale ho letto in un boccone “Tutto torna” di Giulia Carcasi. L’inizio per me è stato fulminante, una scossa perché qualche anno fa ho scritto un breve racconto simile al suo incipit. E mi è tornata in mente Anna, mia nonna, e il pensiero oggi va a lei, lassù…

“Il mio bambino, non trovo il mio bambino,”grida una donna, s’aggrappa a chi passa.

Le chiedono: calma, cos’è successo.

Il bambino vuole camminare senza essere tenuto per mano, certe volte s’impunta così tanto che lei lo lascia fare, ma lo segue con lo sguardo, sta attenta. È stato un attimo, giura, un battito di ciglia e il bambino non c’era più. Maledice se stessa.

Le chiedono com’è fatto, quanti anni ha, come si chiama.

È un bambino sensibile al buio, risponde, come bastasse a riconoscerlo tra mille, di notte vuole la luce accesa sennò non s’addormenta. Gesù, se il bambino sta al buio è capace che impazzisce. Lei ha paura soltanto al pensiero che lui possa averne, nessuno in una vita intera, nessuno potrà arrivare a conoscerlo come lei lo ha conosciuto subito da subito, sentirlo come lei fa. Si piega sulle ginocchia e nello spavento si culla.

Quando vedo la folla intorno e lei al centro, porca puttana penso.

Un poliziotto chiede a tutti di stare indietro: un bambino è stato rapito. Mi faccio avanti e dico quello che devo.

“Questa favola la racconterà in commissariato,” m’interrompe l’agente appena inizio a spiegargli: ha il sospetto che io stia tentando d’intralciare o, addirittura, depistare le indagini.

“I documenti,” vuole, intanto guarda lei e ciecamente le promette giustizia.

“I documenti,” ripete mentre li sto cercando e penso che è assurdo: a un’emozione si crede, la verità ha bisogno di prove.

“Non li trova?” insinua, allora gli domando se anche a lei li ha chiesti.

“Le domande le faccio io,” mette in chiaro il poliziotto: non li ha chiesti.

Da una cartella tiro fuori i documenti, i miei e quelli di lei, l’agente li controlla con la faccia di uno che ha mischiato giorno e notte. “Prenda la signora e se ne vada,” mi avverte: che non accada più, come se lei e io avessimo scelta.

Provo ad alzarla da terra, mi scaccia, io la scacciavo quando voleva tenermi per mano. “Mi lasci”, non si muoverà da quel punto finché non ritrovano suo figlio.

Mi avvicino ancora, le parlo sottovoce, è un segreto nostro: il poliziotto mi ha detto che il bambino è in salvo, lo riporteranno direttamente a casa, dobbiamo andare a casa ad aspettarlo, altrimenti busserà alla porta e non la troverà.

“Dice davvero?”

C’è un istante, ogni volta che non mi riconosce, un tempo minuscolo e immenso in cui anche io dubito di me.

Glielo assicuro e non so se sono sincero o mento o tutt’e due, so che non ci farò mai l’abitudine, mentre lei ride ride e ringrazia il cielo. La prendo sottobraccio, gli altri ci fissano, con lentezza lei si alza e io vorrei sbrigarmi a uscire dalla vergogna. “Su, andiamo, mamma.”

Non mi sono perso e non mi hanno rapito.

Sono cresciuto e lei lo dimentica.

Noi bussiamo alla soglia

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I primi soldi di quest’anno 2013 mia moglie ed io li abbiamo spesi in una libreria: spero sia di buon auspicio. Tra i nove libri portati a casa ho iniziato a leggere “Tu, mio” di Erri De Luca e sono rimasto affascinato, tra le altre cose, da queste parole:

“Non ho avuto intimità col fondo, con quelli che s’immergono coi fucili. Nicola non sapeva nuotare e mi ha trasmesso il rispetto per il fondo. Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi, dai pescatori. Chi va sotto a prendersela con le sue mani la risposta, fa il prepotente col mare. A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua. Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell’acqua, non dobbiamo entrare in casa sua da padroni.”

Mi sono venute in mente le relazioni tra le persone, le prepotenze che talvolta si manifestano senza il rispetto per le varie profondità che si custodiscono dentro gli uomini, le violenze di piegare gli altri ai propri fini e alle proprie aspettative. Mi sono venute alla mente le parole di Henri Nouwen che sembrano essere quasi un controcanto di accoglienza verso chi si ama: “A volte immagino che il mio intimo sia come un posto irto di aghi e di spilli. Come accogliere qualcuno se non vi può riposare pienamente? Un cuore agitato di preoccupazioni, rabbia e gelosia, causa delle ferite a chi vi entra. Devo creare in me una zona libera per poter invitare gli altri ad entrare e a guarire… Ciò significa una interiorità dolce e non un cuore di carne e non un cuore di pietra, uno spazio dove si camminare a piedi nudi” (Al di là dello specchio).

Voglia di cielo

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Per quanto cerchiamo di saltare o di volare in alto, noi non riusciremo mai a raggiungere il cielo. Se, invece, ci mettiamo a contemplarlo e a fissarvi il nostro sguardo, il cielo scenderà, ci avvolgerà e ci abbraccerà… (Simone Weil).

Il postino di Natale

Sempre per creare un po’ di spirito natalizio posto il piccolo racconto pubblicato sul suo blog da Alessandro D’Avenia.

“Stefano Occhipinti è un postino che fa le sue consegne in bicicletta, anche quando nevica. E in questo Natale di crisi la neve si è accanita contro le strade della città, quasi potesse lavarle definitivamente. Ma si sa che la città degli uomini è troppo polverosa per essere lavata dalla neve. Il 24 dicembre è l’ultima giornata di lavoro dell’anno. Stefano solca la neve lentamente e sul suo volto c’è la stanchezza buona di un lavoro compiuto. Stefano ha imparato da suo padre che nella vita non è importante la parte, ma la recitazione. Che tu sia Re, Buffone o Postino, quel che conta è che tu sia un bravo Re, Buffone o Postino. Per lui essere un buon postino è portare le lettere al destinatario, anche quando ne è rimasta solo una e si è fatto tardi e si potrebbe rimandare al giorno dopo.

E in fondo al sacco ne è rimasta una.

Stefano è rimasto solo con la neve. La gente ha già acceso le luci colorate della vigilia e le facciate dei palazzi sembrano aver perso la loro ordinaria e ripetitiva tristezza.

Legge sulla busta: non c’è l’indirizzo. C’è il francobollo e c’è una lettera da un foglio a giudicare dal peso della busta, conosce bene il suo mestiere, le sue dita sanno determinare il contenuto di ogni busta dal solo peso. Ma purtroppo la busta è bianca come la neve che, nuova, si poggia sulla vecchia.

Stefano è un postino a fine giornata, il 24 dicembre. La neve continua a cadere e lo trasforma in un fantasma nel buio. Ha una busta senza destinatario. Il suo turno è finito. Si avvicina ad un cestino per buttare la lettera. E se fosse una lettera importante? Se ne dipende qualcosa di vitale, in quel Natale?

La apre. Spiega il foglio e legge:

…ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo…

Si ferma perché quella parola è scritta sul fronte e sul retro di quel foglio centinaia di volte e assomiglia ad una poesia, dal momento che gli a capo non sono regolari. Guarda i fiocchi di neve, che – si sa – sembrano tutti uguali, ma a guardare bene si scopre che non uno è uguale all’altro, perché ciascuno dispone i suoi cristalli in modo perfettamente geometrico, ma sempre nuovo e diverso. Un caos ordinato, o un ordine caotico?

Stefano riprende a leggere. Anche se c’è scritta una sola cosa, ogni «ti amo» ha una nevicata.jpggrafia leggermente diversa, ora una «t» è più lunga, ora una «o» più arrotondata, ora una «a» più schiacciata, ora una «i» più slanciata. Come se ogni «ti amo», apparentemente uguale all’altro, fosse unico e nuovo a saperlo scrivere e a saperlo leggere come si deve. Ma per vedere certe cose bisogna averci gli occhi aperti. Spalancati. E questo Stefano lo sa, perché se c’è una cosa che il suo mestiere gli ha insegnato è che l’essenziale è leggere bene nome e cognome e indirizzo su una busta.

Dopo l’ultimo «ti amo», non c’è scritto più nulla. Follie da innamorati. Neanche una firma. Anzi al posto della firma, in basso a destra galleggiava un altro «ti amo». Quasi fosse quella la firma, il nome e il cognome del mittente.

Stefano alza gli occhi dal foglio e li costringe a ripercorrere al contrario la caduta dei fiocchi come chi cerca la sorgente di un fiume. Si perdono, fiocchi e occhi, nel cielo buio e compatto della vigilia, come se si potesse spaccare da un momento all’altro. Tutto sembra così simile a quella lettera in quella notte. Tutto è così calmo in quella notte. Tutto è così consueto e nuovo in quella notte. Come un «ti amo» pronunciato all’infinito, ma sempre diverso. Basta guardare la neve cadere dal cielo nelle proprie mani.

L’essenziale è visibile agli occhi.”

Sotto la pianta dei piedi

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“Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un viaggio di mille miglia ha inizio sotto la pianta dei tuoi piedi”. Lao Tzu

Tempo di attesa

Natale si avvicina e il tempo dell’Avvento ormai si è fatto breve, l’attesa sta per terminare. Spesso mi capita di parlare con persone che vivono in modo tormentato l’attesa di un Dio di cui non riescono ad avvertire la presenza. Oggi ho trovato sul blog Dal dentro delle cose questa poesia-preghiera di Jean Debruynne che riflette sull’attesa e sui suoi tempi visti come periodi di grande attività e opportunità e non come perdita di tempo.

Dio,

tu hai scelto di farti attendereattesa.jpg

tutto il tempo di un Avvento.

Io non amo attendere.

Non amo attendere nelle file.

Non amo attendere il mio turno.

Non amo attendere il treno.

Non amo attendere prima di giudicare.

Non amo attendere il momento opportuno.

Non amo attendere un giorno ancora.

Non amo attendere perché non ho tempo

e non vivo che nell’istante.

 

D’altronde tu lo sai bene,

tutto è fatto per evitarmi l’attesa:

gli abbonamenti ai mezzi di trasporto

e i self-service,

le rendite a credito

e i distributori automatici,

le foto a sviluppo istantaneo,

i telex e i terminali dei computer,

la televisione e i radiogiornali…

Non ho bisogno di attendere le notizie:

sono loro a precedermi. Oppure

posso chiedere all’oroscopo…

 

Ma tu Dio

tu hai scelto di farti attendere

il tempo di tutto un Avvento.

Perché tu hai fatto dell’attesa

lo spazio della conversione,

il faccia a faccia con cosa è nascosto,

l’usura che non si usura.

L’attesa, soltanto l’attesa,

l’attesa dell’attesa,

l’intimità con l’attesa che è in noi

perché solo l’attesa

desta l’attenzione

e solo l’attenzione

è capace di amare.

 

Tu ti sei già dato nell’attesa,

e per te, Dio,

attendere,

significa pregare.

 

Jean Debruynne, Attendere è pregare (Parigi 1988)

Una storia della salvezza fantasy

Quando, alla fine della prima, parliamo dei miti faccio riferimento anche alla saga di Narnia e ai contatti tra il leone Aslan e la figura di Gesù. Sul Corriere, a proposito del genere fantasy, di Tolkien e di Lewis, c’era questo articolo di Dario Fertilio.

tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narnia“Se avesse potuto scegliere dove nascere, J.R.R. Tolkien avrebbe dichiarato immediatamente: «l’Islanda». Senza pensarci avrebbe messo da parte Bloemfontein in Sudafrica, dove casualmente era venuto al mondo nel 1892, come pure l’Inghilterra dei genitori e la Oxford del prediletto Magdalen College, dove avrebbe mosso i primi passi verso la fama, e letto ad alta voce i brani del suo Signore degli anelli. Anche se, a dire la verità, persino l’Islanda era un’approssimazione: perché quello che veramente lo attirava fin da ragazzo era il «Nord senza nome». Da un lato le distese fumanti di lava e ossidiana, dove le forme modellate dal vento ricordano le rovine di città perdute, e là dove anneriscono sembrano l’ingresso nel regno del male, quello di Mordor. Dall’altro le saghe dell’«Edda» e di Snorri Sturluson, da leggersi in quella stessa lingua vichinga che affascinava più o meno negli stessi anni Jorge Luis Borges. Solo che per Tolkien – da leggersi correttamente lasciando scivolare l’accento sulla i – la vocazione era arrivata prestissimo. Orfano di padre a quattro anni, e di madre a dodici, aveva trovato in un libro di fiabe il racconto di Sigurd il Volsungo, uccisore del drago Fafnir. Da allora, probabilmente reagendo così alla solitudine e al grigiore di Birmingham dove viveva, era caduto nell’incantesimo dell’altrove. Che un biografo avrebbe così sintetizzato: «desiderava i draghi con profondo desiderio».

Ma come si passa dalle innocue infatuazioni infantili a quella specie di allucinazione adulta che sconfina nella grande letteratura? La risposta all’interrogativo si può sintetizzare in una parola sola: «inkling». Termine difficilmente traducibile, che include l’idea dell’inchiostro e quella dello schizzo informe: negli anni Trenta diventò il nome di una confraternita speciale di letterati. Si riuniva ogni giovedì sera nel salotto oxfordiano del Magdalen College, sotto la direzione di C.S. Lewis, destinato alla celebrità per il ciclo di Narnia. Al suo fianco sedeva Tolkien insieme a un altro scrittore, Charles Williams, anch’egli attratto dalla magia, preferibilmente nera. La loro trinità tenne a battesimo il moderno genere fantasy (il quarto, Owen Barfield, era sopratutto un teosofo). All’interno di questo circolo ristretto si verificò però un fatto strano. Ispirati dal cattolicesimo rigoroso di Tolkien, gli altri inkling cominciarono a mettere in relazione le loro predilezioni per il fantastico con la fede in Dio. In un’epoca che sperimentava le ideologie totalizzanti e la crudezza realistica della guerra, gli inkling concepirono l’idea antitetica che il dovere di uno scrittore cristiano consistesse anzitutto nel riflettere l’immagine di Dio. Ma poiché quest’ultimo esisteva dall’inizio dei tempi – questa era una delle argomentazioni chiave di Tolkien – anche le invenzioni dell’immaginazione umana dovevano derivare da lui, e di conseguenza riflettere parte della verità eterna. Ecco dunque il segreto della loro forza narrativa: la convinzione che i grandi miti del passato, non meno di quelli destinati a uscire dalla loro galoppante fantasia, fossero non solo da prendere sul serio, ma addirittura da considerarsi «arte sacra». Altro che deliri di onnipotenza per adulti frustrati, come i critici più malevoli avrebbero detto a proposito dei romanzi apocalittici di Philip Dick o di quelli eroici del Robert Howard di «Conan il Barbaro»! I personaggi di tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narniaTolkien parlano nientemeno che della lotta fra il bene e il male come percorso soprannaturale di Salvezza.

Il bello è che tutto ciò funzionò: Lewis, ad esempio, si convertì al cristianesimo per la forza di queste argomentazioni. E Tolkien visse un matrimonio esemplare con la moglie Edith (la quale al cattolicesimo si era convertita per lui). Eppure, sulla loro tomba (lui le sopravvisse di poco e morì nel ’73) volle che fossero incisi i nomi dei due incrollabili amanti di una sua saga pagana: Luthien e Beren.”

Tra il niente e l’infinito

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“Che cosa è l’uomo nella natura? Un nulla di contro all’infinito, un tutto di contro al niente, un mezzo tra niente e tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, la fine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile, ugualmente incapace di vedere il niente da dove è venuto come l’infinito in cui è inghiottito.” (Blaise Pascal)

Il tesoro

Mohammed el-Magrebi abitava al Cairo, in una casetta dove c’era un giardino, un fico e una 0019582a_medium.jpegfontana. Era povero. S’addormentò e sognò un uomo bagnato zuppo che si tolse una moneta d’oro di bocca e gli disse: “La tua fortuna è in Persia, a Isfahan…troverai un tesoro…vai!”.

Mohammed si svegliò e partì di corsa. Dopo mille pericoli arrivò a Isfahan! Qui, cercando da mangiare, stanco morto, venne scambiato per un ladro. Lo picchiarono con canne di bambù e quasi l’ammazzarono. Fino a quando il capitano gli domandò: “Chi sei, da dove vieni, perché sei qua?”. Quello gli disse la verità: “Ho sognato un uomo zuppo che mi ha ordinato di venire qua perché avrei trovato un tesoro. Bel tesoro, le bastonate!” Il capitano fece una risata e gli disse:”Scemo, e tu credi ai sogni? Eh,…io ho sognato tre volte una povera casa del Cairo dove c’è un giardino e oltre il giardino un fico e oltre il fico una fontana e sotto la fontana un tesoro enorme! Ma io non mi sono mai mosso da qui, scemo! Vattene, credulone!”.

L’uomo tornò a casa, e sotto la fontana del suo giardino dissotterrò il tesoro!

(da “Le mille e una notte”).

22.000 colpi di pistola

Nella notte tra venerdì e sabato della scorsa settimana (erano le 4.15 quando ho guardato la sveglia) ho finito di leggere “L’inverno del mondo” di Ken Follett, il secondo libro della trilogia The Century (l’ultimo volume dovrebbe uscire tra due anni). Si parla, in breve, della II guerra mondiale e dintorni e l’autore sta ben attento a creare una ricostruzione storica che non condanni i disastri del nazismo senza stigmatizzare la realtà russa (e ciò che fecero i soldati russi alla popolazione tedesca, di Berlino in particolare). Tutto questo mi è venuto in mente leggendo, oggi, la posta del Corriere, in cui Sergio Romano risponde a un lettore. Ne parleremo, dopo le vacanze di Natale, nelle quinte.

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Lettore: “Perché sull’eccidio di Katyn, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, calò il silenzio? Anche gli Stati Uniti hanno coperto ciò che Stalin e Beria avevano fatto nel 1940. Perché preferirono tacere? Perché si è voluto coprire una azione di cui tutti sapevano e mettendo in evidenza solamente i crimini contro gli ebrei? Perfino Gorbaciov sapeva. Eltsin fu forse l’unico che ha tentato di far luce.”

Sergio Romano: “Caro Binelli, dopo la fine della guerra, gli Alleati vollero che la vittoria fosse coronata da un processo che avrebbe condannato le guerre di Hitler e rivelato al mondo la spietata politica con cui il regime nazista, tra l’altro, aveva sterminato circa sei milioni di ebrei. Occorreva che alla punizione politica e militare si accompagnasse una punizione giudiziaria. Se gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia avessero ufficialmente sollevato il problema dell’eccidio degli ufficiali polacchi seppelliti nelle fosse di Katyn, scoperte dalle forze armate tedesche nella fase iniziale del conflitto, il processo di Norimberga non avrebbe avuto luogo. Mosca aveva attribuito il massacro alla Germania hitleriana e non avrebbe mai permesso che la liturgia processuale di Norimberga mettesse l’Unione Sovietica, sia pure incidentalmente, sul banco degli accusati. Aggiungo che accanto a questa motivazione etica e giuridica vi fu anche, forse soprattutto a Washington, un calcolo politico. Alla conferenza di Yalta del febbraio 1945, due mesi prima della sua morte, Franklin D. Roosevelt aveva discusso con Stalin la creazione di una nuova Società delle nazioni — l’Organizzazione delle nazioni unite — e aveva raggiunto l’accordo sulla composizione di un organo direttivo, il Consiglio di sicurezza, in cui le maggiori potenze avrebbero avuto il diritto di veto. Nel futuro sognato dal presidente americano vi era quindi, alla fine della guerra, il sogno di una gestione concordata degli affari mondiali. Una pubblica discussione sulla responsabilità del massacro di Katyn avrebbe reso questa prospettiva impossibile. Se la Guerra Fredda fosse scoppiata subito dopo la fine del conflitto, anziché tra la fine del 1947 e gli inizi del 1948, la rottura dell’alleanza avrebbe certamente influito sull’impostazione del processo di Norimberga. L’uomo che maggiormente si prodigò perché l’Urss riconoscesse le sue colpe fu Aleksandr Jakovlev (1923-2005), un comunista eretico e coraggioso che aveva preso posizioni eterodosse ancor prima di Gorbaciov ed era stato allontanato da Mosca con un incarico diplomatico. Durante la perestrojka ebbe compiti che gli permisero di allargare considerevolmente i confini della glasnost; e dopo la morte dell’Urss, Eltsin lo chiamò a presiedere una commissione per la riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche. Quegli incarichi gli permisero di riaprire il «caso Katyn» e di rendere noti molti documenti segreti, fra cui il verbale della riunione del presidium del Comitato centrale del Partito comunista dell’Urss durante la quale fu autorizzata l’esecuzione degli ufficiali polacchi. Di quel verbale esistono fotocopie che circolavano a Mosca nel 1992. Riuscii a procurarmene una.”

In attesa dello Hobbit

Un articolo per chi è appassionato di Tolkien, un’intervista di Antonio Gaspari all’esperto the-hobbit-poster.jpgPaolo Gulisano.

Lo Hobbit: un “prequel” de Il Signore degli Anelli, una fiaba per bambini, o un’opera minore del grande Tolkien?

Gulisano: Questa storia è molto più che un prequel del Signore degli Anelli, come molti dei lettori- o spettatori- più recenti potrebbe credere. Non è una storia- come molto spesso accade nel caso dei prequel, appunto- per spiegare a posteriori gli antecedenti, i segreti, i misteri di un’opera. Il racconto delle avventure di Bilbo Baggins e di altri personaggi ormai familiari ai lettori della saga dell’Anello, come Gandalf, Gollum, Elrond, nani ed elfi, uscì dalla fantasia di Tolkien molto tempo prima che le vicende della Guerra dell’Anello venissero immaginate. In realtà, il Signore degli Anelli fu concepito come il seguito de Lo Hobbit, e per molto tempo, nella corrispondenza che intercorreva tra Tolkien e l’editore, il libro in gestazione veniva chiamato “il nuovo Hobbit”. “In un buco della terra viveva un Hobbit”. Questa strana frase venne improvvisamente alla mente del giovane professore che in un caldo pomeriggio estivo, nella sua casa di Oxford, correggeva i compiti di ammissione all’università. Uno degli esaminandi aveva lasciato il suo elaborato di letteratura inglese in bianco, e il professor Tolkien, per una misteriosa ispirazione, scrisse su quel foglio bianco quella frase. Era nato un nome, Hobbit, e in breve tempo il nome sarebbe diventato un personaggio, la più originale creatura del vasto mondo fantastico del più geniale scrittore di Letteratura dell’Immaginario. Senza quel buffo personaggio, lo Hobbit, probabilmente tutto l’universo fantastico che Tolkien andava elaborando da anni non avrebbe mai conosciuto la pubblicazione.

Lei scrive nel suo saggio che il libro nacque non solo dall’erudita conoscenza dei miti e delle leggende antiche del suo autore, ma anche dalla sua esperienza di padre…

Gulisano: Esatto. Tolkien raccontava ai propri quattro figli storie di buffi personaggi: Mister Bliss, il cagnolino Roverandom, ed infine favole dove coraggiosi piccoli protagonisti, come gli Hobbit, si battevano contro il male. La storia era nata certamente,nelle intenzioni dello scrittore, come una fiaba per bambini, narrata con un tono colloquiale in cui il narratore si rivolge ai piccoli lettore invitandoli ad avventurarsi loro stessi nella storia. Nel corso dei diversi anni di preparazione del libro, tuttavia, il racconto si arricchì progressivamente dei contenuti del Legendarium tolkieniano. Era una storia dal sapore antico, in cui si avvertiva l’eco delle antiche leggende, e in più arricchita di un piacevolissimo tipo di quella gioia che qualche anno prima Gilbert Chesterton aveva lamentato essere la grande assente dalla narrativa moderna: “Nella sua sostanza, la letteratura contemporanea è quasi totalmente priva di elementi gioiosi. E penso che sia giusto dire, parlando genericamente, che non è abbastanza infantile per essere gioiosa”. Tolkien possedeva questo spirito infantile, inteso non come puerilità, ma come capacità di guardare alla realtà con occhi di bambino, pieni di domanda e di stupore

Anche Lo Hobbit, come Il Signore degli Anelli, è carico di simbologie cristiane?

Gulisano: Ne Lo Hobbit appare per la prima volta il grande tema della rinuncia, del sacrificio, che per Tolkien era una delle più grandi virtù, una delle forme più alte di eroismo, tema che sarà sviluppato profondamente nel Signore degli Anelli. La rinuncia al possesso di qualcosa, non per masochismo, non per un “di meno”, ma per guadagnare “un di più” di umanità e di virtù. Bilbo Baggins della Contea è la testimonianza di come si possa divenire eroi, pur non essendo grandi e grossi, pur non appartenendo ad una élite, affrontando le sfide che la vita pone di fronte, per quanto insormontabili esse possano apparire. L’avventura che aveva vissuto gli aveva inoltre insegnato che le grandi imprese non sono opera di un eroe solitario, ma di una compagnia. L’amicizia fu per Tolkien uno dei sentimenti più importanti della vita, e così anche i suoi personaggi la coltivano con passione. La compagnia reciproca è una delle cose più gratificanti. E’ condivisione di interessi, di sentimenti, e anche di avvenimenti. E’ correzione fraterna, e magari richiamo all’essenziale, come quando, alla fine della storia, ricordando le avventure trascorse insieme, Gandalf rammenta a Bilbo i suoi limiti, dopo aver valorizzato tutti i suoi meriti: “Sei una bravissima persona, signor Baggins, e io ti sono molto affezionato, ma in fondo sei solo una creatura in un mondo molto vasto!” “Grazie al cielo! disse Bilbo ridendo”.

La sua ultima fatica è “La Mappa dello Hobbit”, di cosa si tratta?

Gulisano: Da tanti anni mi occupo di Tolkien: lo leggo e lo rileggo, ne scrivo, ne parlo, ma soprattutto mi accorgo che l’opera di Tolkien è una miniera inesauribile. Tolkien è un maestro che non smette di insegnare, e il suo mondo continua ad essere per me un punto di riferimento, una Casa Accogliente presso cui rifugiarsi nelle traversie della vita. C’è ancora molto da dire, da scoprire, da sottolineare nelle sue pagine. Così ho pensato che sarebbe stato bello consegnare ai lettori, quelli che da anni frequentano i mondi creati dal nostro amato Professore come da quelli che lo scoprono solo oggi, questa sorta di “diario di viaggio” nel mondo dello Hobbit. Una guida, una mappa, appunto. Era un vecchio progetto, che nutrivo fin da quando, anni fa, feci un lavoro analogo per i mondi del Signore degli Anelli e del Silmarillion. Sognavo dunque di completare questa mia trilogia, e quando ho avuto l’occasione di incontrare Elena Vanin, un’artista straordinaria, ben nota nel mondo fantasy per essere l’autrice delle orecchie da elfo in lattice (“Neraluna”) che ogni appassionato vorrebbe indossare, e di vedere il sacro fuoco dell’Arte brillare nei suoi occhi, ho capito che la cosa era fattibile. E così eccoci qua con questa nuova fatica,”La Mappa dello Hobbit” (Editrice Ancora) ovvero libro più “piantina”, che ci auguriamo possa essere gradita a tutti i lettori del mondo tolkieniano e per chi ne voglia sapere di più.

Assetato di parole buone

Una poesia di Dietrich Bonhoeffer tra domande su se stessi e abbandono in Dio. La scrisse nel carcere militare di Tegel, a Berlino.

Chi sono, io? Mi dicon spesso

che esco dalla mia cella

calmo e lieto e saldo

come il padrone del suo castello.

Chi sono, io? Mi dicon spesso

che parlo alle mie guardie

libero e amichevole e chiaro

come fossi io a comandare.

Chi sono, io? Mi dicon anche

che sopporto i giorni della sventura

impavido e sorridente e fiero

come chi è avvezzo alla vittoria.

Io, in realtà, son ciò che gli altri dicono di me?

O sono solo ciò che so io di me stesso?

Inquieto, nostalgico, malato come un uccello in gabbia

bramoso d’un respiro vivo come mi strozzassero alla gola

affamato di colori, di fiori, di voci d’uccelli

assetato di parole buone, di presenza umana

tremante di collera davanti all’arbitrio e alla più meschina umiliazione

roso per l’attesa di grandi cose

impotente e preoccupato per l’amico ad infinita distanza

stanco e vuoto per pregare, per pensare, per creare

esausto e pronto a prendere congedo da tutto?

Chi sono, io? Questo o quello?

Oggi uno, domani un altro?

Sono tutt’e due insieme? davanti agli uomini un simulatore

e davanti a me stesso uno spregevole, querulo rottame?

O ciò che in me c’è ancora rassomiglia all’esercito sconfitto

che si ritira in disordine prima della vittoria del già vinto?

Chi sono, io? – domandare solitario che m’irride.

Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo sono io, o Dio!

Dietrich Bonhoeffer, Chi sono, io?

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Alla ricerca di un approdo

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«È metafora dell’infinito andare ver­so: verso se stesso, verso gli altri, verso la vita. Sempre alla ricerca di un approdo, di un luogo in cui fare esperienza della bellezza di vivere. E l’incontro con ‘ogni al­tro’ comporta un viaggiare, un andare, un cambiare. E questo o­gni uomo lo sa. E come il viaggio ci porta lontano per farci essere più vicini, la relazione con l’altro ci porta lontano, ad uscire da noi stessi per farci essere più vicini». (Mario Lusek)

 

Più in là del nostro oblio

La fatica che faccio a liberarmi delle cose, il piacere che mi danno certi oggetti, pur conoscendo il loro essere effimero… e il rischio di una vita effimera (il rosso specchio a occidente in cui arde illusoria un’aurora).

LE COSE

Le monete, il bastone, il portachiavi,mercato_antiquariato.jpg

la pronta serratura, i tardi appunti

che non potranno leggere i miei scarsi

giorni, le carte da gioco e la scacchiera,

un libro e tra le pagine appassita

la viola, monumento d’una sera

di certo inobliabile e obliata,

il rosso specchio a occidente in cui arde

illusoria un’aurora. Quante cose,

atlante, lime, soglie, coppe, chiodi,

ci servono come taciti schiavi,

senza sguardo stranamente segrete!

Dureranno più in là del nostro oblio;

non sapran mai che ce ne siamo andati.

(Jorge Luis Borges, da “Elogio dell’ombra”, 1969)

 

Forse ti aprirai

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Calma

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“Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso, per una volta.” (Emil Cioran, Confessioni e anatemi)

Potete camminare su di noi

Un piccolo ricordo a tre anni dalla scomparsa.

 

A tutti i giovani raccomando:poesia.jpg

aprite i libri con religione,

non guardateli superficialmente,

perché in essi è racchiuso

il coraggio dei nostri padri.

E richiudeteli con dignità

quando dovete occuparvi di altre cose.

Ma soprattutto amate i poeti.

Essi hanno vangato per voi la terra

per tanti anni, non per costruivi tombe,

o simulacri, ma altari.

Pensate che potete camminare su di noi

come su dei grandi tappeti

e volare oltre questa triste realtà

quotidiana.

(Alda Merini, da “La vita facile”)

Due

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“Quando saremo due saremo veglia e sonno

affonderemo nella stessa polpa

come il dente di latte e il suo secondo

saremo due come le acque, le dolci e le salate,

come i cieli, del giorno e della notte,

due come sono i piedi, gli occhi, i reni

come i tempi del battito

i colpi del respiro.

Quando saremo due non avremo metà

saremo un due che non si può dividere con niente.

Quando saremo due, nessuno sarà uno

uno sarà l’uguale di nessuno

e l’unità consisterà nel due.

Quando saremo due

cambierà nome pure l’universo

diventerà diverso.”

Due – Erri De Luca

Sbirciando fra i lembi di nuvole

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“E lì Sam, sbirciando fra i lembi di nuvole che sovrastavano un’alta vetta, vide una stella bianca scintillare all’improvviso. Lo splendore gli penetrò nell’anima, e la speranza nacque di nuovo in lui. Come un limpido e freddo baleno passò nella sua mente il pensiero che l’Ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza” (John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli)

Nel cuore un brivido

Oggi ho bisogno di freddo, ho trovato in rete questo frammento e ve lo lascio qui…

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quando il freddo giunge

e accarezza l’ultimo verde

si insinua nel cuore un brivido,

la terra gira e si espone

al momento del sonno

a un riposo aspettato;

il cuore continua e batte

ma il ritmo è diverso…