“Ho scelto questa canzone perché mi ha fatto riflettere molto sull’importanza della famiglia e della relazione tra genitore e figlio e o capito che, anche se apparteniamo a due mondi differenti e magari noi ci sentiamo incompresi e soli, dobbiamo ritenerci fortunati ad avere persone come loro che ci aiutano ad affrontare la vita proteggendoci, come dice la canzone, dalle nostre paure, dai turbamenti e dalle ingiustizie e ci sostengono nei dolori e nei fallimenti.” E’ così che S. (classe seconda) ha presentato e poi commentato “La cura” di Franco Battiato. Personalmente uno degli aspetti che più mi piace di questo brano è quello del sollevamento-sollievo, parole che hanno la stessa etimologia e che fanno riferimento alla dinamica dell’innalzamento a cui mi pare corrisponda il verso “Supererò le correnti gravitazionali”. Quello di allontanarsi verso l’alto dalle vicende terrene, anche solo per osservarle da lontano per valutarle meglio, è un tema molto caro a Battiato e a molti uomini spirituali. Afferma Richard Bach ne “Il gabbiano Jonathan Livingston”: “Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano”.
E’ una gemma storico-letteraria quella proposta da R. (classe quarta). E’ il libro “Il mio nome è Nessuno. Il ritorno” di Valerio Massimo Manfredi. “Di solito è un genere che non piace molto, ma a me sì. E’ la storia della vita di Ulisse, del suo ritorno: mette in luce il percorso verso gli affetti e le cose importanti della vita e penso sia una cosa che si possa vivere ogni giorno. Mi è piaciuta questa modernizzazione della storia. Lo consiglio anche per l’equilibrio tra le descrizioni e i dialoghi. Ci tengo a leggere un breve pezzetto del dialogo tra Penelope e Ulisse poco prima della partenza dell’uomo per l’ultimo viaggio”.
Nella canzone “Buon sangue” Jovanotti canta:
“Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse al grande eroe e ai suoi uomini faceva pranzi e cene anche a lui fu dato l’ordine che non ascoltasse passando da quell’isola il canto delle sirene. Ma lui si addormentò e non si mise la cera e quando si svegliò credette di avere sognato, ma invece l’esperienza era stata vera: quel canto misterioso lui l’aveva ascoltato e misteriosamente anche dimenticato. Restò dentro di lui quel richiamo del vuoto che hanno tutti gli uomini che hanno vissuto un tuffo inconsapevole nell’assoluto. Da lui ho imparato a vivere la realtà come un sogno e i sogni come fossero una cosa reale, a vivere ogni viaggio come fosse un ritorno e che anche i grandi eroi han bisogno di mangiare.”
Un libro di Herman Hesse è stato portato in aula da T. (classe quarta): “Narciso e Boccadoro”. “Ce l’aveva consigliato in estate la prof. Ero riluttante perché avevo i miei libri da leggere; poi a fine estate ho ceduto e ho scoperto un libro fantastico, che fa apprezzare il bello della vita, un bello legato alla spiritualità. Mi ha avvicinato anche alle arti figurative. Parla di donne, di amore. E’ scritto in un modo particolare, come se fosse distaccato dalla realtà, dai problemi, e questo mi mette serenità.” Riporto due citazioni che amo particolarmente:
“«Mai più!» Diceva imperiosa la sua volontà. «Domani ancora!» Supplicava il cuore singhiozzante.”
“Talvolta scrivo una lettera greca, un theta o un omega, e girando appena un pochino la penna vedo la lettera che guizza; è un pesce, mi ricorda in un attimo tutti i ruscelli e i fiumi del mondo, tutto ciò che esiste di fresco e di umido, l’oceano di Omero e l’acqua su cui camminava Pietro; oppure la lettera diventa un uccello, mette la coda, rizza le penne, si gonfia, ride, vola via… Ebbene, Narciso, tu non dai molta importanza a lettere di questo genere, vero? Ma io ti dico: con esse Dio scrisse il mondo.”
Se una persona ama la montagna e la natura, le rispetta, e cerca e trova in esse tracce di trascendenza, e se ama anche il fumetto, allora il volume “K”, scritto da Shiro Tosaki e disegnato da Jiro Taniguchi, è molto interessante, soprattutto se ha affinità con la spiritualità orientale. “K dice di riuscire a comprendere il cuore delle persone dalla montagna… da come la parte più intima dell’animo recepisce il rispetto e il timore per la natura! K agisce in armonia con i grandi cicli divini… non ha mai fretta! Aspetta di diventare una cosa sola con la volontà divina… Nell’immensità del cielo echeggia una voce diversa da quella che gli esseri umani conoscono!”
“Lettera a mio figlio sulla felicità” di Sergio Bambarén (2010) è il libro che C. (classe quinta) ha portato in classe. “E’ un regalo di mia mamma di 2 anni fa. L’ho riletto; è un padre che scrive una lettera sulla felicità, sul modo di vivere, al figlio Daniel intervallandola con racconti della sua vita personale. Leggo alcune frasi importanti anche per la mia vita: sono le cose che ci aiutano a vivere meglio. Le ho prese dalla lettera e non dalle esperienze del padre.” Ed ecco le pagine del libro:
“Sono persuaso, come lo ero da bambino, che il segreto di un’esistenza felice e realizzata dipenda dalla direzione che si sceglie. E la chiave, figlio mio, è imboccare la tua strada, nessun’altra, solo quella che ti detta direttamente il cuore. Infatti, soltanto chi osa spingersi un po’ più in là scopre quanto può andare lontano, soltanto chi segue il proprio cammino ha la possibilità di vivere una vita basata sull’autenticità, l’amore, l’armonia. Soltanto chi cammina al cammino della propria musica è davvero libero. Perciò non seguire il sentiero tracciato da qualcun altro; piuttosto va’ dove una strada ancora non c’è e lascia la tua scia: se cadi, rialzati, affronta le avversità e trova sempre il coraggio di proseguire. Fai della tua esistenza qualcosa di spettacolare! Si vive una volta sola, ma se percorrerai la strada che appartiene a te e a te soltanto, una volta giunto al termine del viaggio avrai la sensazione di aver vissuto mille vite. La vita è meravigliosa, non importa che cosa ti diranno gli altri. Non dimenticare che la bellezza è negli occhi di chi guarda, sempre.” (pagg. 51-52)
“Poi passiamo a credere che la felicità arriverà quando noi o il nostro partner guadagneremo di più. Quando avremo i soldi per comperare una macchina più grande, quando potremo andare in vacanza, quando otterremo una posizione migliore in azienda, quando finalmente butteremo giù quei chili di troppo attorno al giro vita, quando andremo in pensione… E potrei andare avanti a oltranza. La verità, Daniel, a mio modesto parere, è che non c’è momento migliore per essere felici di adesso, qui e ora. Quando altrimenti? La vita sarà sempre piena di nuove sfide, di infinite posticipazioni. Tanto vale ammetterlo e convincersi che – lo ripeto – il momento per essere felici è semplicemente quello presente. Non illudiamoci che ci siano un domani o una strada da percorrere fino in fondo per raggiungere la felicità! La felicità e la strada per conquistarla iniziamo a costruirle a partire da questo istante, attimo dopo attimo. Perciò dai sempre valore al presente, mio piccolo Daniel, e non dimenticare mai che il tempo non aspetta nessuno. Negli anni a venire, non rimandare in attesa di finire la scuola, di innamorarti, di trovare un buon lavoro, di sposarti, se è ciò che vuoi, o di avere dei bambini… Perché un giorno i figli lasceranno il nido ed il tuo matrimonio potrebbe finire. Non abituarti ad aspettare un venerdì sera, un sabato mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno … Ma soprattutto non aspettare di avere esaurito il tuo tempo per capire che non c’è momento migliore per essere felice di questo! Non mi stancherò mai di ribadirlo: la felicità non si trova una volta tagliato il traguardo, ma proprio sulla strada che stai percorrendo, lungo il sentiero per raggiungere i sogni che hai deciso di inseguire. Tanto tempo fa ho letto da qualche parte queste parole. Mi auguro che siano per te un promemoria prezioso:
Lavora come se non ti servisse denaro,
ama come se non avessi mai dovuto soffrire,
e balla come se nessuno ti stesse guardando.
Questa è la vita!” (pagg. 56-58)
Le parole di Bambarén sono talmente pregne e cariche di significato che riesco solo a trovare una canzone che canti l’incredibilità della vita:
Sto leggendo “I giorni dell’eternità” di Ken Follett. Che impressione posare gli occhi su queste parole proprio oggi, 9 novembre. “I fuggiaschi attraversavano a nuoto fiumi e canali, scavalcavano barriere di filo spinato, si nascondevano in auto e camion. I tedeschi occidentali che avevano il permesso di entrare a Berlino Est si procuravano falsi passaporti della Germania Ovest per i loro parenti. I militari alleati potevano andare ovunque volessero, così un tedesco orientale si era comprato un’uniforme dell’esercito americano in un negozio di costumi teatrali e aveva superato senza problemi un posto di controllo. «E molti muoiono» disse Rebecca. I poliziotti di frontiera non avevano pietà né ritegno. Sparavano per uccidere. A volte lasciavano che i feriti morissero dissanguati nella terra di nessuno, come monito per tutti gli altri. La pena per il tentativo di lasciare il paradiso comunista era la morte.. Rebecca e Bernd avevano pianificato di fuggire da Bernauer Straße. Una delle tristi ironie del Muro era che in alcune strade gli edifici si trovavano a Berlino Est, ma il marciapiede era in Occidente. Il 13 agosto 1961, una domenica, i residenti del lato est di Bernauer Straße avevano aperto i portoni di casa e si erano trovati davanti una barriera di filo spinato che impediva loro di uscire. All’inizio, molti erano saltati dalle finestre dei piani superiori per raggiungere la libertà, alcuni riportando ferite, altri buttandosi sul telone sorretto dai vigili del fuoco di Berlino Ovest. Ma ormai quegli edifici erano stati evacuati e le porte e le finestre chiuse con assi.”
Si è avvicinata alla cattedra con due libri e una scheda sd F. (classe terza). “Nella scheda ci sono le parole di spiegazione della gemma che può mettere sul blog; qui in classe sarò molto più breve”. Ha mostrato alla classe due libri di Alessandro Baricco Oceanomare e Castelli di Rabbia: “In realtà le due cose che avrei voluto portare erano altre, ma erano intrasportabili in classe. Una è il mare l’altra è il treno”. Ecco il motivo:
“Trovo molto difficile dover scegliere le gemme più belle tra tutte. Se qualcuno mi dicesse così, immediatamente, “ma le prime che ti vengono in mente proprio, dimmi quelle!”, allora penso che risponderei due cose, che sono molto diverse tra loro: il mare, i treni. Il mare, quello che unisce le terre e le separa, che mangia le navi, «Il mare che raccoglie e disperde vite», dice Baricco. Nel mare, per me, c’è la risposta alla vita. Io la chiamo così, una risposta, anche se forse potrei capire qualora qualcuno mi facesse notare che non è esatto definirla così. Dico solo che se c’è un luogo al quale i problemi dell’esistenza non possono avvicinarsi, quello è il mare. Solo nel mare. Sott’acqua ma anche seduti in riva, tra le onde o nel suo rumore, nelle sue curve e nella sua fine, che non finisce mai.
Una cosa così importante, quando la si scopre, bisogna tenersela stretta poi. Ho letto un libro, I pesci non chiudono gli occhi e ho trovato una frase per la quale sono d’accordo in tutto e per tutto con De Luca: «Sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua.»
È così. Dal mare non ci si aspetta mai niente eppure ciò che regala, insegna, è così prezioso che sono sicura sia impossibile lasciarlo cadere nell’oblio. Ma che ne sappiamo noi del valore di tutto questo? Non ne sappiamo abbastanza da apprezzarlo, di certo, quindi per tutti il mare è sì bello ma è solo… bello. Forse non lo è nemmeno tutto l’anno, forse solo d’estate, forse d’estate è bello solo quando è calmo, quando non pretende che tu stia lì ad ascoltarlo, a sentire i suoi problemi. Ma cos’è il mare. È un infinito di vita. il mare è vivo. È la mia cura ve lo assicuro. «Dentro il mare. C’era da non crederlo. L’appestato e putrido mare, ricettacolo di orrori, e antropofago mostro abissale – antico e pagano – da sempre temuto e adesso, d’improvviso, ti invitano, come una passeggiata, ti ordinano, perché è una cura, ti spingono con implacabile cortesia dentro il mare.»
Baricco dice, perché ti ci mandano, al mare? È un mostro, fa orrori, ma ti ci mandano. Allora io ho scoperto perché il mare è una cura. Non lo dirò in questa gemma per due motivi: il primo è che è senza dubbio troppo, troppo lungo da spiegare, il secondo è per il fatto che se mai qualcuno dovesse leggere tutto ciò e volesse provare il mare al posto delle gocce che si prendono in farmacia perché si è troppo stressati, se mai voleste farlo di scoprire perché il mare è una cura, fatelo da soli. Tanto ognuno troverà un aspetto diverso che amerà più di qualche altro in un particolare.
Questo è quanto, e non mi stancherei mai di correre in riva durante una notte di forte pioggia e meglio ancora se arrivasse anche il temporale a fare compagnia a me e al mare.
La mia seconda gemma, seconda ma non meno importante, sono i treni e non solo loro. Le stazioni e le rotaie anche, ma i treni.
Da piccola chiedevo sempre a mia madre di andare a vedere i treni. Dai mamma, andiamo a vedere treni. Spaventosa. C’è da preoccuparsi quando una bambina non ha altro per la testa che andare a vedere i treni, e c’è da preoccuparsi quando tutta quella velocità con la quale viaggiano non la spaventa, ma anzi la meraviglia ancora e ancora di più ogni volta. In realtà il loro fascino, il fascino dei treni, è dato dalla loro utilità, dal loro fine. Loro ti portano, dove tu vuoi, mangiano le distanze come se non avessero un briciolo di paura, e io ho sempre avuto paura delle distanze. In realtà io ho paura di molte cose, ma le distanze sono brutte e non si può capire se non si prova. Allora era successo che mi ero innamorata di quelle macchine coraggiose che erano le mie eroine e poi, crescendo, mi ero un po’ allontanata dal mio mito e dalla storia della paura e della lontananza. È da poco, a dire il vero, che i treni sono una gemma, che lo sono di nuovo, voglio dire, e questi mi rendono una sognatrice. Ecco, questo è il motivo di tutto, io sogno tanto grazie ai treni. Ma ve le immaginate, le rotaie, nel loro corso, sempre insieme eppure mai veramente vicine, mai lo saranno, più vicine di così, che potrebbero amarsi alla follia ma lo sanno che il loro destino è quello. Grazie a loro mille ragazzi scappano, mille persone raggiungono i loro amori della vita, mille altre si appoggiano su di esse, due rette parallele, perpendicolarmente ad esse, e aspettano di morire, o di vivere forse. Ma loro non ci possono fare niente, più di farti compagnia e avvisarti, con quelle vibrazioni e subito quei suoni striduli, che arriva il treno. Tanto sono importanti, per me, le stazioni. Di notte soprattutto. Dio, quanto sono belle.
Alcuni frammenti del libro Castelli di rabbia che potrei aver scritto io: «Meno facile da capire era perché lui, di tanto in tanto, partisse. Non c’era mai una vera, plausibile ragione perché lo facesse, né una stagione o un giorno o una circostanza particolari. Lui, semplicemente, partiva.»
Qui si parla di un uomo che prende il treno quando decide che deve partire. E non si sa dove vada o quanto tempo stia o altro. Io sono come quest’uomo, cioè parto a volte, e non so neanche dove mi piacerebbe andare, ma solo l’idea di salire su un treno e aspettare di arrivare, in silenzio… «Sui treni, per salvarsi, per fermare la perversa rotazione di quel mondo che li martellava di là dal vetro, e per schivare la paura […]»
E penso che questa frase si commenti da sola.”
Benedetto il momento in cui ho avuto l’idea di fare questa cosa delle gemme! Grazie alle gemme che portate mi è più facile capire le gemme che siete. Suggerisco una citazione e una foto di qualche anno fa: “In quel momento capii che ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno che valga tutta quell’acqua d’attraversare” (A. D’Avenia, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, pag. 180).
Una gemma letteraria quella presentata da V. (classe quarta). Ha proposto il libro “Se ti abbraccio non aver paura”. “Il libro racconta la storia del viaggio intrapreso da un ragazzo autistico insieme al padre. Leggendolo sono tornata ai tempi dell’asilo, quando nella mia sezione c’era un bimbo autistico, che spesso veniva lasciato solo perché aveva uno strano comportamento. Col libro ho chiarito dei dubbi che erano rimasti e soprattutto ho acquisito una visione diversa delle cose”. Ne avevo già scritto sul blog qui Ora pubblico questo video come ulteriore contributo alla riflessione:
Pesco ancora una volta dal blog di Matteo Andriola. E’ una riflessione su laicità, politica, stato, chiesa, democrazia, potere, rappresentanza a partire da Marsilio da Padova e Guglielmo di Ockham.
“Seppur con le dovute cautele del caso, il dibattito relativo alla natura del potere spirituale è quanto mai vivo e attuale. In un’epoca come la nostra, preoccupantemente monca di teorie politiche, la questione stuzzica il mio interesse e, senza nascondere le mie perplessità per una figura, quella del pontefice, che ritengo anacronistica almeno nella forma, trovo incredibile che, pur modificandosi nel tempo, il dibattito relativo al rapporto fra potere temporale e potere spirituale abbia mantenuto inalterata la propria vitalità. Soltanto un ottuso potrebbe sostenere che la società sia effettivamente laica, e nella fattispecie, la figura del papa ha consolidato nel corso dei secoli la propria connotazione politica, e in questo senso, con i caratteri che il ruolo stava assumendo, fu molto più coerente Bonifacio VIII di quanto non lo sia stato il casto e puro Celestino V, costretto a gettare la spugna di fronte all’impossibilità di rendere puro un potere oramai vittima di se stesso e dell’imperante corruzione. Ancora oggi, come detto, la querelle relativa agli eventuali limiti del potere spirituale è percepita come straordinariamente attuale, soprattutto in una società che professa laicità senza crederci veramente. Sostengo la laicità dello Stato, ma più mi guardo attorno e meno la scorgo, e per quanto lo si voglia negare, forse oggi più di ieri, il pontefice è un alleato cui pochi si sentono di rinunciare. Come spesso mi accade, per comprendere il Presente, certo di non sbagliare, attingo al Medioevo, culla naturale di una disputa che ieri toglieva il sonno a Dante Alighieri e che oggi, seppur in maniera diversa, mantiene inalterata la propria vigoria. Due pensatori hanno affrontato la questione con una veemenza che, quasi contraddittoriamente, trova un’incredibile modernità nella propria essenza profondamente Medioevale: Marsilio da Padova e Guglielmo di Ockham. Marsilio decide di incamminarsi su un sentiero piuttosto impervio, ponendosi l’obiettivo di far crollare la pretesa assolutistica di un papato che agli occhi di molti aveva perso notevolmente prestigio. Parallelamente, Ockham contempla addirittura, in maniera certo clamorosa, la possibilità di un papa eretico, giustificando un’eventuale resistenza nei suoi confronti da parte dei fedeli. Secondo Marsilio, la società è il frutto del desiderio insito in qualunque individuo di condurre un’esistenza che meriti essere effettivamente vissuta; dal canto suo, Ockham assume una posizione destinata a suscitare non meno scalpore, sostenendo la possibilità che il potere temporale prevarichi quello spirituale, riconoscendo a un sovrano temporale la possibilità di deporre un pontefice che non si mostri ossequioso verso le Scritture. Contrariamente ad alcune correnti di pensiero che auspicavano l’unione dei due poteri, Ockham, tanto cauto quanto lungimirante, si mostra invece accanito sostenitore della loro divisione, utile a suo giudizio per preservare una sorta di equilibrio bipolare. I due filosofi, in un moderno quanto sorprendente slancio di inconsueto sapore democratico, sono concordi nel ritenere il popolo quale depositario del potere, ed entrambi accettano il rischio di sostenere una tesi che inevitabilmente avrebbe finito per scontrarsi contro un potere, quello del papa, mai troppo incline ad accettare di essere messo in discussione. A mio giudizio, anche in relazione al tempo in cui vive, Marsilio, individuando la società quale risultato dell’opportunismo dei singoli, è di una modernità sconvolgente nel ritenere che gli uomini si associno soltanto per andare oltre la mera sopravvivenza, tentando così di realizzare appieno le proprie potenzialità. Le contese, di esempi il Medioevo ne offre molti, dominano la società e la pace può essere garantita solo a patto di impedire che ognuno persegua il proprio vantaggio. Solamente le leggi e un “guardiano” in grado di imporle e vigilare sulla loro pedissequa applicazione, possono garantire la sopravvivenza di uno Stato e tali norme, a suo giudizio ritrovano la propria essenza nell’essere imposte con la forza da chi ne ha l’autorità. La loro validità dunque, secondo Marsilio, non dipende da una qualsivoglia subordinazione a un’entità superiore, quanto piuttosto dall’esclusivo fatto di essere emanate correttamente. Chi conosce il Medioevo sa bene che gli slanci democratici erano merce rarissima al tempo, e per questo, che due pensatori concordino nel conferire ai cittadini una responsabilità legislativa, è da considerarsi un fenomeno straordinariamente all’avanguardia. Sia Marsilio che Ockham, infatti, sono in perfetta sintonia nel riconoscere ai cittadini il delicato compito di entrare nel meccanismo legislativo, e laddove il primo sostiene che i sudditi debbano stabilire le normative in grado di regolare la vita della comunità, il secondo, individuando negli uomini il tramite tra Dio e il potere dello Stato, attribuisce ai cittadini la facoltà di assegnare il potere. Anche se Ockham, ritornando parzialmente suoi propri passi, in casi eccezionali contempla la possibilità che il papa destituisca un sovrano temporale divenuto pericoloso, i due pensatori, troppo acuti per cadere in errore, non faticano a riconoscere nel papato una subdola macchina politica e tentano encomiabilmente di riportarlo entro i ranghi attraverso le proprie teorizzazioni. Marsilio infatti, consapevole del fatto che la Chiesa ricorra troppo spesso a Dio come strumento persuasivo, ridimensiona la forza terrena della legge divina, negando che essa possa risultare vincolante nell’esistenza temporale degli individui; essa infatti, per natura eterna e infallibile, non può né potrà mai possedere nel mondo terreno quella forza coercitiva necessaria per renderla effettivamente valida. Il potere spirituale, che né Marsilio né Ockham negano, può trovare la piena realizzazione soltanto esercitando un ruolo per così dire didattico, educando religiosamente i fedeli in maniera non coercitiva. Testi come il Defensor pacis e il Dialogus, a conti fatti, non meritano di giacere impolverati dimenticati su uno scaffale, ma il loro contenuto, straordinariamente lungimirante, necessita più che mai di una riscoperta in grado di rinvigorirne freschezza e vitalità.”
Ne avevo accennato ieri. Un libro che mi ha fatto male. Però bello. Vi ho ritrovato tracce del passato: delle volte in cui ho visitato delle persone in manicomio, degli anni passati a fare volontariato in casa di riposo, dei racconti della zia di mio padre. Pino Roveredo tocca questi temi con una umanità disarmante, non indossa difese o armature, ma pone il lettore davanti alla realtà, non alla sua costruzione; il suo occhio scende nell’anima, va a fondo, vede e poi dà voce scritta a quanto ha sperimentato. E scrive un libro che attraverso un periodo al tempo stesso determinato (vi sono intere pagine dedicate allo scorrere degli anni con dei lampi fugaci ma ben identificabili) e indefinito (le vite dentro le mura di San Giovanni non tengono conto delle vicende esterne) :“… non avevo tenuto conto che il tempo apre varchi nel passato solo con l’immaginazione astratta del ricordo, altrimenti, nella fame assurda del presente, è sempre impegnato a rincorrere l’utopia del futuro”. (pag. 58) Mi porterò nel cuore molte parti di questo libro, ma due voglio fissarle qui, come monito. Questa è la prima: “Ti ricordi quando mi urlavi «Mario, svegliati, svegliati… Ma ti sei accorto che stai vivendo?». Dio santo, come avevi ragione, mia cara, se è vero che rivisitandomi l’età oggi mi accorgo di tutta l’inutilità della mia esistenza…”. (pag. 99) La seconda citazione, parlando di trapianti di cuore:
“– Ma davvero scambiano i cuori?
– Sì, signora, sì! Pensi, tolgono via quelli ammalati e li sostituiscono con quelli sani… – Ma va’?! Ma senti un po’, ma quando cambiano i cuori, dentro, ci mettono anche l’amore? – Come?! L’amore?… No, signora Cecilia, l’amore no! Ancora no… – Che peccato!” (pag. 107)
“Ho visto questo filmato in estate e mi è venuto in mente appena il prof ci ha proposto questo lavoro delle gemme. Mi piace l’idea che c’è dietro, quella di dare speranza, di regalare un sorriso e dei sogni a chi ne ha bisogno. La vita è troppo breve per essere sprecata, dice la canzone. Penso che noi possiamo e dobbiamo essere il cambiamento per chi ha perso la speranza.”
Ecco il video proposto da C. (classe quarta).
Nelle spiegazioni del video i ragazzi spiegano che per questo filmato hanno utilizzato un attore perché non trovavano giusto filmare una persona nel disagio senza chiedere l’autorizzazione né sapere chi fosse. Mi sono venute in mente le pagine del libro che sto leggendo: “Ballando con Cecilia” di Pino Roveredo. Si racconta l’approccio di una persona a un ex Manicomio e ai suoi abitanti, un approccio che si basa su cose semplici, essenziali: “E’ anche vero che le sigarette, come i calici di vino o i caffè che si offrono alle soste indigenti appoggiate al bancone, diventano un ottimo motivo per frequentare il saluto, la discussione breve, o la battuta che muove la noia”. Il protagonista riesce a far breccia con una cioccolata bianca nella scontrosa difesa di Cecilia, che afferma “Sì, le cioccolate, e tutto quello che ha a che fare con il gusto dolce… Io ho sempre pensato che se mettessero lo zucchero sopra il dolore si soffrirebbe di meno e si guarirebbe prima, ma molto prima…”.
M. ha proposto la seconda gemma. Ha portato in classe due libri: “Educazione siberiana” e “Il razzismo spiegato a mia figlia”. Ha detto “In realtà potevo portare qualsiasi libro: i libri per me sono evasione dalla realtà e mezzo per conoscere altre culture”.
Adoro leggere, chi frequenta assiduamente il blog lo sa. Desidero solo scrivere brevemente cosa mi piace dell’oggetto libro rispetto all’e-book:
prima di tutto l’odore, il profumo
poi il materiale cartaceo, opaco e ruvido, certamente non lucido e liscio
vedere l’avanzamento fisico della lettura, il passare delle pagine e il rumore che fanno
il rumore della matita sulla carta mentre prendo un appunto
l’estetica: che dire? mi piacciono i rettangoli (i libri quadrati, pochi fortunatamente, non li amo troppo)
Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa.
C. (classe seconda) ha proposta questo video, tratto dal film “Mr. Nobody”. Il video presenta i sottotitoli in quanto in Italia non è uscito. C. è stata colpita dalle scelte e dalle responsabilità che sono presenti dietro ad una decisione. “Dopo averlo visto, beh, questo pezzo di video mi viene in mente ogni volta che faccio una scelta”. A me è venuto in mente il libro “Uno” di Richard Bach, uno dei primi libri facenti parte della mia vita da lettore consapevole, iniziata proprio ai tempi del liceo. Lo consiglio. Immaginiamo che accanto al nostro mondo ci siano tanti mondi paralleli abitati da dei me stesso che hanno scelto le possibilità che io ho scartato: che vita stanno facendo? Cosa sarei diventato? Chi sarei diventato? E se io e questi me stesso ci potessimo incontrare?
“Shin Dong-hyuk è l’unica persona nata, cresciuta e poi riuscita a fuggire da un campo di internamento della Corea del Nord. Come tutti i prigionieri, conosceva bene le regole del Campo 14: «Ogni testimone che non denunci un tentativo di fuga sarà ucciso all’istante». Per questo, quando una notte sentì la madre e il fratello parlare di un piano per scappare, il suo istinto di sopravvivenza gli disse che doveva salvarsi. Tradire i suoi familiari. Fare la spia. Era il suo dovere del resto, quello che gli avevano insegnato fin dalla nascita. E forse avrebbe potuto pure guadagnarci qualcosa. Una razione in più di cibo, magari. Le cose andarono diversamente. Le guardie pensarono che avesse anche lui intenzione di fuggire. Lo portarono in cella e lì lo torturano per mesi. «A quel tempo odiavo mia madre per avermi messo al mondo in un campo di tortura. Oggi invece, se fosse ancora viva, le chiederei perdono».” Ho trovato sul sito del Corriere della Sera un reportage sulla vicenda di Shin (vi è anche un breve video della presentazione del libro di Blaine Harden che ne racconta la storia). Non amo mettere solo il link nei miei post. D’altra parte l’articolo era troppo lungo. Ne ho fatto un pdf da poter scaricare. Le parole sono dure, come anche un disegno e una foto in particolare. Mi riprometto di leggere quanto prima il libro “Fuga dal campo 14”. Ecco il file Corea
Penso che “Pochi inutili nascondigli” sia il libro che meno mi è piaciuto di quelli scritti da Giorgio Faletti. Tuttavia, vi ho trovato un bel passo, che voglio legare all’inizio dell’anno scolastico, a ogni inizio, al momento in cui a una persona viene chiesto di mettersi in gioco, di provare a immaginare e disegnare il proprio futuro, che sia alunno o insegnante.
“Non sarebbe mai riuscito a spiegare a un profano che cosa era un foglio bianco per un disegnatore, quale e quanta speranza ci fosse ogni volta che si metteva di fronte allo spazio immenso di quel rettangolo immacolato da riempire di segni, sogni, colori, idee. Forse Dio, se c’era, proprio quello aveva fatto. Prima l’universo era un grande cosmico foglio di carta bianco e lui con la stessa speranza e la stessa fantasia aveva chiuso un attimo gli occhi e poi si era messo al lavoro e aveva disegnato tutto. Fece scorrere la copertina ripiegandola dietro al blocco ed ebbe anche lui davanti il suo piccolo universo da creare. Si lasciò andare contro lo schienale della poltrona, impugnò la matita e guardò il mondo davanti a lui.” Giorgio Faletti, Pochi inutili nascondigli, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2008, pag. 51
Aggiungo ai libri letti quest’estate “Habibi” di Craig Thompson, consigliatomi e imprestatomi da una collega. Andrò a comprarlo: uno dei più bei fumetti che abbia mai letto, un capolavoro assoluto! Splendidi disegni, ricchissimo racconto (oltre 650 facciate). L’ho iniziato stamattina e non sono riuscito a smettere; ho interrotto malvolentieri la lettura per prepararmi il pranzo. Vi sono contenuti riferimenti a racconti spirituali e mitologici delle tradizioni monoteiste, coranica e biblica, a filosofi, alla calligrafia, all’etimologia e alla semantica, all’ecologia e all’inquinamento, al problema della risorsa dell’acqua, alla numerologia, alla simbologia. Fantasia enorme e splendida creatività!
Siccome so che la domanda ci sarà tra quindici giorni, metto qui la risposta insieme alle mie opinioni, con il link alla libreria su Anobii, così se qualcuno vuol chiedermi in prestito qualche libro lo può trovare
Il mondo di Aisha. Storie di donne dello Yemen Di Ugo Bertotti Finito il Aug 27, 2014 Metti un autore di fumetti nato a Trento e che vive in Romagna (Ugo Bertotti); metti una fotoreporter che finisce in Yemen per raggiungere il marito che lavora per il Comitato Internazionale della Croce Rossa (Agnes Montanari). E hai questo bel libro che ho divorato in poco tempo. Non l’ho trovato il classico libro di denuncia di lesione dei diritti umani, in particolare di quelli delle donne. Ho avuto per le mani un testo che descrive storie e realtà certamente molto lontane e diverse dalla nostra. E a testimoniare il dato di realtà ci sono anche le foto che fanno capolino tra le vignette (e che chi vuole trova anche qui http://agnesmontanari.photoshelter.com). Emergono i punti di vista diversi. Scrive, nelle ultime pagine Agnes Montanari: “Camminando per le stradine della città vecchia di Sana’a si ha l’impressione di incrociare degli uccelli misteriosi, delle ombre nere, che solo la taglia permette di distinguere. E poiché queste donne non mostrano il viso, elemento essenziale di conoscenza e riconoscimento nelle nostre società occidentali, si conclude rapidamente che esse non esistano”. Poche righe sotto Aisha afferma: “Qui gli uomini non sono abituati a vedere le donne con il viso scoperto e noi ci sentiamo a disagio. Questo non ha niente a che vedere con la religione” Conclude la Montanari: “Alla fine del mio soggiorno, il velo per me non esisteva più. Benché coprisse sempre il loro viso, era diventato trasparente. Io sapevo che dietro di esso si celava una donna fatta di carne, di intelligenza e di emozioni.”
Ragionevoli dubbi Di Gianrico Carofiglio Finito il Aug 26, 2014 Citare o meno un collega avvocato a dispetto delle consuetudini? Difendere o meno la persona che venticinque anni prima ci ha turbato l’adolescenza? Andare o meno al di là della possibile ragionevolezza per lasciare spazio a una remota possibilità? Questi alcuni dei dubbi dell’avvocato Guerrieri nel terzo romanzo della serie di Carofiglio, di cui apprezzo sempre lo stile e le scelte musicali e letterarie citate.
L’armata dei sonnambuli Di Wu Ming Finito il Aug 22, 2014 La scrittura del collettivo per me è sempre piacevole. Ho trovato eccessivi lo spazio e il rilievo dati al magnetismo e al mesmerismo, mentre mi è piaciuto tuffarmi nell’atmosfera confusa, complessa, oscura della rivoluzione francese, del periodo del terrore. La sensazione più netta che mi ha accompagnato durante la lettura di tutto il libro è la possibilità del ribaltamento delle sorti: da vittima a carnefice, e viceversa, in un amen. Bella l’idea della strutturazione dei capitoli in atti e l’intercalarli coi documenti.
Ad occhi chiusi Di Gianrico Carofiglio Finito il Aug 11, 2014 Non mi ha deluso il secondo libro di Carofiglio che vede per protagonista l’avvocato Guerrieri: sempre scorrevole, avvincente, piacevole. Amo poi le numerose citazioni discografiche (se poi son vinili meglio ancora) e letterarie; a volte le uso come sottofondo per la lettura. Mi è molto piaciuto l’incipit dedicato allo smettere d fumare, o meglio, al non smettere di fumare.
Franny e Zooey Di J.D. Salinger Finito il Aug 6, 2014 Lettura molto piacevole quella di questo breve romanzo. E’ diviso in due capitoli, ma preferisco scinderlo in tre dialoghi: quello tra Franny e Lane, quello tra Zooey e la madre, quello tra Franny e Zooey. Il primo è quello che amo di più, vivace e frizzante. Il secondo è quello che più mi ha colpito, tutto ambientato nella ristrettezza di un piccolo bagno. Il terzo è quello che rileggerei per complessità e profondità. Riporto una chicca: “Non dirmi che Mosè lo sapeva. Era un brav’uomo, era sempre in contatto col suo Dio e via di seguito: ma è proprio qui il punto. Lui doveva tenersi in contatto. Gesù invece capì che non c’era separazione da Dio.” Alto il numero di sigarette e sigari accesi in questo libro, alto anche quello di sigarette e sigari consumati senza essere fumati con i loro aspiranti fumatori persi dietro a pensieri e parole capaci di conquistare il lettore e inchiodarlo alla poltrona. Il modo in cui scrive Salinger merita da solo la lettura.
Le scelte che non hai fatto Di Maria Perosino Finito il Aug 2, 2014 Vi sono libri che se vengono letti in determinati periodi della propria vita, possono dire molto. Dalle recensioni molto positive che leggo qui su “Le scelte che non hai fatto”, immagino che questo non era per me il periodo giusto per leggere questo libro. L’ho trovato noioso e devo ammettere che se non fosse stato per la brevità, ne avrei abbandonata la lettura che ho condotto sbuffando non poco. Letta la presentazione, avevo delle aspettative che non hanno trovato soddisfazione. Alcuni passi divertenti come anche il personaggio di Orsetta, ma nulla più.
La regina scalza Di Ildefonso Falcones Finito il Jul 29, 2014 Un altro tuffo in un periodo storico del passato. Questo è quello che cercavo nell’ultimo libro di Falcones. E l’ho trovato. Secondo me è sempre notevole la capacità di questo scrittore di far entrare il lettore nelle atmosfere che racconta. Pare proprio di essere lì, di percepire il calore di quella strada, il puzzo di quelle fogne, il suono di quella musica. Non nascondo di essere andato alla ricerca di musica gitana mentre scorrevo le pagine del libro. Non mi ha affatto deluso.
Il punto di vista del cavallo. Caravaggio Di Vittorio Sgarbi Finito il Jul 23, 2014 Quando finisco un libro pensando felicemente “Dimmi qualcosa di più” è un ottimo segno. Scritto in modo semplice, si porta dietro la comodità delle immagini, senza costringere a ricerche su internet. Amavo già Caravaggio, ora ho aggiunto motivi alla mia passione. Infine, prediligo il Vittorio Sgarbi cartaceo, rispetto a quello televisivo.
Denti bianchi Di Zadie Smith Finito il Jul 14, 2014 E’ un libro ricchissimo. Di personaggi, di atmosfere, di episodi, di fantasia, di freschezza, di contrasti, di conciliazioni. Si passa da frasi folgoranti come questa “Mi ha sentito, signore mio? Non abbiamo la licenza per i suicidi, da queste parti. Questo posto è halal. Kosher, capisce? Amico, se ha veramente intenzione di morire qui, tempo che prima dovrà essere svuotato di tutto il sangue” a passi profondi come questo: “In sé il dolore è solo Dolore. Ma Dolore + Lontananza può essere = Intrattenimento, voyeurismo, interesse umano, cinéma verité, una bella risatina di pancia, un sorriso pietoso, un sopracciglio inarcato, un disprezzo contenuto”. Immigrazione è l’argomento centrale, ma vi si parla anche di religioni, fondamentalismi, famiglia, adolescenza, memoria, ricordo, radici, origini, convivenza, nuove città, scienza, etica. Un libro che tratta di melting pop, essendolo.
Male – È possibile vivere senza il male? Le domande della filosofia, 4 Finito il Jun 27, 2014
Testimone inconsapevole Di Gianrico Carofiglio Finito il Jun 26, 2014 L’ho letto tutto d’un fiato, sono rimasto incollato alle pagine. Scrittura gradevolissima, sia la parte giallistico-giudiziaria, sia quella sulle relazioni del protagonista e il suo approfondimento psicologico. Fa venire voglia di leggerne subito un altro. Uno dei passaggi preferiti: “Ci si affeziona anche al dolore, persino alla disperazione. Quando abbiamo sofferto moltissimo per una persona, il fatto che il dolore stia passando ci sgomenta. Perché crediamo significhi, una volta di più, che tutto, veramente tutto finisce”.
I comandamenti. Io sono il Signore Dio tuo Di Massimo Cacciari, Piero Coda Finito il Jun 25, 2014
Libertà – Quando si è davvero liberi? (Le domande della filosofia, 2) Finito il Jun 25, 2014
Il mondo di Anna Di Jostein Gaarder Finito il Jun 22, 2014 Una grandissima delusione questo nuovo libro di Jostein Gaarder, lontano anni luce dalla freschezza de “Il mondo di Sofia” e dalla fantasia de “L’enigma del solitario”. Se non fosse stato per la brevità del romanzo non penso sarei arrivato alla fine. Argomenti deboli e trama inconsistente, scontatezza e banalità. Purtroppo è uno dei libri più brutti e inutili che abbia letto negli ultimi anni. Il pensiero che ho avuto mentre procedevo nella lettura è stato: “Se non fosse a firma di Jostein Gaarder, un libro del genere sarebbe stato difficilmente pubblicato”. Tuttavia, il piacere che ho provato nel leggere altre opere dello scrittore norvegese mi spinge a dargli un’altra possibilità. Speriamo…
Illmitz Di Susanna Tamaro Finito il Jun 15, 2014 Ho scoperto solo alla fine del libro che si trattava dell’opera prima di Susanna Tamaro. E sono contento che l’abbia pubblicato. L’ho trovato accattivante e intrigante, con dei passaggi letterari molto belli: ho assaporato il puro e semplice piacere di leggerli (“Mi accontentavo di vivere la vita come una persona che mangia distratta”). E mi sono immedesimato molto in alcune parti, forse per le mie estati d’infanzia passate in mezzo a campi e vigne. L’ho trovato un bel viaggio introspettivo. Ecco, se dovessi trovare un elemento che non mi ha molto convinto è quello dei sogni raccontati, a parte l’ultimo…
Il bordo vertiginoso delle cose Di Gianrico Carofiglio Finito il Jun 13, 2014 Un uomo cerca di trovare il se stesso presente attraverso un viaggio fisico e mentale nel suo passato. Una storia narrata in seconda persona che si sdoppia fin dall’inizio tra un adulto di Firenze, scrittore diventato famoso per un unico libro pubblicato, e un liceale di Bari, invaghito della prof di filosofia. L’adulto si mette in viaggio verso Bari, alla ricerca della propria famiglia, delle amicizie, degli amori, del vero se stesso che fa fatica a trovare, mascherato nel passato, un po’ come fa fatica a trovare se stesso nel proprio presente di autore di libri sotto pseudonimo. Va alla ricerca di una nuova possibilità, ponendosi sul “bordo vertiginoso delle cose”, come se solo quello potesse essere il luogo del coraggio, delle scelte. Afferma un’amica del protagonista: “Nelle settimane precedenti mi ero detta continuamente che ero stata stupida, che avevo sprecato la mia vita e che se fossi potuta tornare indietro mi sarei comportata in modo diverso. Ed ecco che ero tornata indietro e avevo una possibilità, ma questo significava anche una responsabilità”. Gli auguro di trovare finalmente una meta, dopo tanto cercare, “Dopo l’ultima pagina, quando il romanzo finisce”. Per me vi sono spunti e passaggi interessanti, ma è come se il libro incarnasse lo spirito del suo protagonista: una possibilità mancata, un’occasione persa.
Bizzarrie della provvidenza Di Erri De Luca Finito il Jun 9, 2014 Classica e ormai periodica uscita di De Luca (a volte, forse, lui o l’editore potrebbero raccogliere un po’ di materiale in più per farci risparmiare qualche soldino…). Il libro è diviso in due parti, lo stesso vale per il mio giudizio: la prima, “Bizzarrie della provvidenza”, con una premessa e sette poesie, mi è molto piaciuta, come mi capita praticamente ogni volta che De Luca tocca personaggi e temi di cultura biblica; la seconda, “Gli improvvisi”, con venti poesie, non sono riuscito ad apprezzarla. Da qui si deduce il motivo delle due stelle. Tuttavia, c’è sempre, per me, un valido motivo per leggere De Luca, se non altro per chicche così:
“La terra siamo noi fatti di argilla e di un soffio venuto da lontano a riempire e poi scappare via.” PS: la citazione, peraltro, è contenuta nella seconda parte del libro 🙂
107 storielle di Žižek Di Slavoj Zizek Finito il Jun 8, 2014 Mi aspettavo di più da questo libro. Qualche spunto interessante, di cui l’autore, mi par di aver capito, è un divulgatore e non l’autore. Forse ci sono dei sottintesi che non sono in grado di cogliere e che non mi hanno permesso di cogliere la piena portata dell’opera (o forse dovrei semplicemente rivolgermi alle altre opere di Žižek). Avrei apprezzato qualche esplicitazione filosofica in più e qualche ripetizione in meno.
Lettera di una sconosciuta Di Stefan Zweig Finito il Jun 6, 2014 Un piccolo capolavoro, scritto benissimo, l’ho divorato lentamente, se si può dire. E’ una storia che si svela lentamente, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, anno dopo anno, non come l’amore che racconta, che si incendia immediatamente e si autoalimenta continuamente. E’ la storia di un’attesa che, seppur soddisfatta, resta attesa di un riconoscimento che non ci sarà mai: “L’indomani all’imbrunire ero di nuovo in umile attesa davanti alle tue finestre, in attesa, come lo sono sempre stata per l’intera mia esistenza, davanti alla tua vita che mi era preclusa.”
Palline di pane Di Paola Mastrocola Finito il Jun 5, 2014 Begli scorci, bei passaggi, belle idee. Questo mi porterò dietro di “Palline di pane”. Di certo non mi porterò dietro, anzi, sono felice di aver abbandonato, l’antipatia di Emilia, la protagonista del romanzo, che mi dà l’impressione di un’eterna inconcludente che fa propria una delle frasi del libro: “L’arte di rimandare le scelte, possibilmente di non farle mai: sottile convinzione, deliziosa, che poi all’ultimo qualcosa o qualcuno intervenga a provocarla la scelta, a renderla in qualche modo obbligatoria. Bontà delle scelte oggettive. O della necessità: molto meglio i fatti necessari, rispetto a quelli volontari o casuali”. Spesso mi capita di essere d’accordo con il punto di partenza dei personaggi della Mastrocola, molto meno con il punto d’arrivo. “Ma noi non chiediamo più nulla ai figli, neanche «come stai». Abbiamo paura di disturbare. Di interrompere il loro sonno chiamato giovinezza. Quando gli chiediamo di studiare, siamo patetici. Glielo chiediamo così, perché si fa, perché ci è rimasto dalla tradizione che un figlio deve studiare, ma non lo sappiamo più bene neanche noi perché; e loro lo sentono che glielo chiediamo senza uno scopo, sentono che dietro quella richiesta c’è il vuoto. Perché in fondo non c’è più niente che vogliamo da loro. I miei genitori invece lo sapevano bene, i miei volevano che io andassi avanti, che io li superassi. Continuare la loro corsa, ecco; loro si fermavano a un certo punto perché di più non potevano, e a me chiedevano di oltrepassare quel punto. Era molto chiaro. Ed era anche molto commovente. Si piangeva il giorno della laurea, ad esempio. Si piangeva di una commozione che aveva in sé tutto: mio padre piangeva perché per lui era un sogno che la figlia di un operaio si laureasse in Lettere e Filosofia; mia madre piangeva perché aveva passato la vita a badare a me, in casa tutto il giorno a fare, come si dice, la casalinga e a risparmiare persino sull’aria che si respirava; e io piangevo perché non lo so, mi sembrava di avere il mondo in mano e che sarei diventata non so cosa.” Ho letto due volte questo passo perché sentivo che in me c’era qualcosa che suonava rotto… Mi sono immedesimato nell’unica delle due esperienze che fino ad ora ho vissuto sulla mia pelle: quella di figlio. E mi son detto: dipende da che genitori hai… Se tuo papà ha vinto il Nobel per la letteratura e tua mamma quello per la medicina, hai voglia a superarli… Fuor di facile banalizzazione: a che punto i genitori hanno collocato l’asticella del superamento? A che punto si sono fermati per fissare il sorpasso? E’ lì, immagino, che il genitore può dimostrare di essere veramente in gamba: spronarti, stimolarti, pungolarti ma desiderare per te, essenzialmente, il tuo essere felice, reale ed autentico, al di là dell’altezza dell’asticella e del punto di sorpasso.
Metti un autore di fumetti nato a Trento e che vive in Romagna (Ugo Bertotti); metti una fotoreporter che finisce in Yemen per raggiungere il marito che lavora per il Comitato Internazionale della Croce Rossa (Agnes Montanari). E hai il bel libro “Il mondo di Aisha” che ho iniziato stanotte e terminato nel pomeriggio. Non l’ho trovato il classico libro che denuncia solo la lesione dei diritti umani, in particolare di quelli delle donne. Ho avuto per le mani un testo che descrive storie e realtà certamente molto lontane e diverse dalla nostra. E a testimoniare il dato di realtà ci sono anche le foto che fanno capolino tra le vignette (e che chi vuole trova anche qui) e che non riguardano solo Aisha, ma anche Sabiha, Hamedda, Ghada e Fatin. Emergono i punti di vista diversi. Scrive, nelle ultime pagine Agnes Montanari: “Camminando per le stradine della città vecchia di Sana’a si ha l’impressione di incrociare degli uccelli misteriosi, delle ombre nere, che solo la taglia permette di distinguere. E poiché queste donne non mostrano il viso, elemento essenziale di conoscenza e riconoscimento nelle nostre società occidentali, si conclude rapidamente che esse non esistano”.
Poche righe sotto Aisha afferma: “Qui gli uomini non sono abituati a vedere le donne con il viso scoperto e noi ci sentiamo a disagio. Questo non ha niente a che vedere con la religione”
Conclude la Montanari: “Alla fine del mio soggiorno, il velo per me non esisteva più. Benché coprisse sempre il loro viso, era diventato trasparente. Io sapevo che dietro di esso si celava una donna fatta di carne, di intelligenza e di emozioni.”
Bellissimi i disegni, in particolare quello della città-harem qui sotto.
“Tra viaggiatori succede, ci si raccontano cose anche intime, tanto non ci si rivedrà mai più. Il paesaggio che scorre lateralmente offre loro un nastro su cui incidere le loro voci narranti, e lo scompartimento crea la necessaria cassa di risonanza, lo spazio chiuso perfetto, quasi un sito dove chiudersi filtrando solo ciò che interessa della realtà.” (E’ oriente, Paolo Rumiz)
Mi piace occupare il tempo libero, così come occupo le attese. Non vado mai dal medico, dal dentista, a prendere mia moglie in stazione, dal meccanico senza un libro o una rivista. Non è che ho paura di aver tempo per pensare, è che penso leggendo; il che mi porta, inevitabilmente, a dover rileggere certi passaggi. Oggi vado a Trieste, incontro a Sara che finisce di lavorare verso le 14.45-15.00. Ci vado in treno, al Lisert prevedono code verso la Croazia. Quel “verso le” e la scelta del treno sono un chiaro invito a portarmi dietro un libro, ma “L’armata dei sonnambuli”, che sto leggendo, è un tomo troppo pesante. Non mi resta che sceglierne e iniziarne un altro; e qui ringrazio la Sellerio con i suoi splendidi “libretti blu”. Vada per “Ad occhi chiusi” di Carofiglio. Ho fatto bene. A portarmi dietro il libro, intendo. Sara finisce alle 15.45 e mi consente di consumare una crema di caffè, mezzo litro di acqua e una ottantina di pagine. Ora accelero. Passeggiata, acquisti alla libreria Lovat (vinco io 3 libri a 2 e Sara perde pure una settantina di euro, che io chiamo investimento), ripasseggiata, tipico aperitivo abbondante triestino (che a Palmanova te lo scordi), stazione. Ora rallento. Oblitero male il mio biglietto, avviso il controllore che dice “Tranquillo, ci sono io su questo treno” (lo so, anche a me è sembrata una minaccia). Saliamo, prendo lo smartphone, apro Instagram e faccio uno scatto. Poi leggo una decina di minuti mentre Sara è al telefono con sua mamma, entrambe felici per una bella notizia. Partiamo, riprendo in mano lo smartphone e faccio un’altra foto, questa.
La guardo e penso che è strano: in treno hai la sensazione che sia il paesaggio fuori a muoversi, a venirti incontro e poi allontanarsi, mentre ti pare di essere fermo. Lo sintetizzo sotto la foto: a volte pensare che sia il fuori a passare e noi a restare. Riprendo in mano il libro e Carofiglio fa dire ad Emilio, un personaggio appena entrato nel romanzo: “«Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l’amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. E’ il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo.» Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato” (pag. 88). Ho scritto anche io al presente, non perché il mio tempo si è spezzato, ma perché ho voluto sospendere in questa notte il pensiero, anzi i pensieri che desidero mandare a tutte le persone che ho nel cuore e che vivono o hanno vissuto una situazione simile a quella di Emilio e che vorrebbero, almeno per un po’, che fosse il fuori a passare e noi a restare.