Gemme n° 494

Amo questo film: penso che attraverso la risata insegni tantissime cose. L’ho rivisto spesso e molti aspetti non riesco ancora a comprenderli bene. Una delle cose che mi ha trasmesso è l’importanza di cercare di cambiare fino a quando non si trova la propria strada. Penso che cambiare sia bellissimo e porti sempre a qualcosa di buono. E poi, quando abbiamo trovato la soluzione, non è detto che sia quella definitiva: possono arrivare vicende che rimettono in discussione tutto. E penso che ciò sia il bello e il brutto della vita.” Con queste parole L. (classe terza) ha presentato la sua gemma.
La scrittrice statunitense Elizabeth Gilbert (quella di Mangia, prega, ama, per capirci) ha scritto: “Se sei abbastanza coraggioso da lasciarti dietro tutto ciò che è familiare e confortevole, e che può essere qualunque cosa, dalla tua casa ai vecchi rancori, e partire per un viaggio alla ricerca della verità, sia esteriore che interiore; se sei veramente intenzionato a considerare tutto quello che ti capita durante questo viaggio come un indizio; se accetti tutti quelli che incontri, strada facendo, come insegnanti; e se sei preparato soprattutto ad accettare alcune realtà di te stesso veramente scomode, allora la verità non ti sarà preclusa”.

Gemme n° 481

Piuttosto composita la gemma presentata da T. (classe quinta): “Ho scelto la parte finale del primo video e il secondo soprattutto per la frase in cui si afferma che le cose a cui teniamo di più sono quelle che ci possono distruggere. Inoltre voglio proporre una canzone di Tina Turner che mi rilassa molto”.
Mi soffermo sulla scena finale del secondo video, con uno dei protagonisti che è stato influenzato dal pensiero altrui. Lo collego a una citazione di Orwell, tratta dal capolavoro 1984: “Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Sopratutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne implicava l’utilizzazione”.

Gemme n° 480

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La mia gemma è il libro «Mille splendidi soli»: mi ha fatto molto riflettere sulla situazione delle donne protagoniste, sottomesse agli uomini del regime talebano. Nonostante io sia una persona che si lamenta di continuo, penso a loro e alla loro situazione e penso che le mie siano stupidaggini. L’altro aspetto che voglio sottolineare è che in una storia di dolore, violenza e sofferenza possono nascere amicizie e amori: anche dalle cose tragiche possono nascere cose belle.” Con queste parole A. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Ecco uno dei passi in cui si descrive la situazione delle donne: “Donne, attenzione: Dovete stare dentro casa a qualsiasi ora del giorno. Non è decoroso per una donna vagare oziosamente per le strade. Se uscite, dovete essere accompagnate da un mahram, un parente di sesso maschile. La donna che verrà sorpresa da sola per la strada sarà bastonata e rispedita a casa. Non dovete mostrare il volto in nessuna circostanza. Quando uscite, dovete indossare il burqa. Altrimenti verrete duramente percosse. Sono proibiti i cosmetici. Sono proibiti i gioielli. Non dovete indossare abiti attraenti. Non dovete parlare se non per rispondere. Non dovete guardare negli occhi gli uomini. Non dovete ridere in pubblico. In caso contrario verrete bastonate.” Una delle conseguenze? “L’amore era un errore pericoloso e la sua complice, la speranza, un’illusione insidiosa.” La negazione dell’essere umano.

Gemme n° 476

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Un libro è stato il protagonista della gemma di M. (classe seconda): “Questo è il primo libro dei Beatles che ho ricevuto. Ricordo bene quel momento: ero in V elementare, avevo appena sostenuto degli esami a scuola, mi pare fosse un giovedì, c’era il sole e in macchina c’era questo libro. Ci sono molto affezionata: le prime volte lo avvolgevo in una coperta e lo portavo anche a dormire con me. Questo è il primo, ne ho anche altri, ma questo è il più importante”.
Ci sono fotografie che vengono scattate dal nostro cervello. Questa è una di quelle: si ricordano molti particolari legati ad un momento significativo della nostra vita. Grazie a M. per averci regalato un suo scatto interiore.

Gemme n° 462

Ho deciso di portare questo film: in esso Jack Nicholson interpreta un uomo arrestato per reati violenti e che fa finta di essere pazzo per evitare il carcere. Il sistema però è severo. Lui cerca di portare la libertà agli internati e far loro vivere la vita senza farli sentire in colpa. Mi ha colpito questo personaggio che cerca di immedesimarsi negli altri e di portare loro dignità e vita”. Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Commento la gemma con l’aggiunta di una breve sequenza dal testo molto breve ma anche molto significativo:

Gemme n° 452

Ho portato questa canzone perché mi piace il testo e mi hanno colpito soprattutto alcune parole, dove si fa riferimento all’importanza di credere in quello che si fa per il raggiungimento dei propri obbiettivi nonostante gli ostacoli”. Questa è stata la gemma di D. (classe seconda).
Nel 1938 Napolene Hill scriveva: “Come un grande musicista è capace di attingere la composizione musicale più bella dalle corde di un violino, così anche voi potete destare il genio che dorme nel vostro cervello attingendo alla sua forza per innalzarvi ovunque vi conduca l’obiettivo che volete conseguire”.

Gemme n° 446

Spotlight è il nome del gruppo di giornalisti che si è occupato delle indagini riguardanti alcuni preti pedofili negli Usa, e soprattutto la loro copertura da parte dell’arcivescovo Bernard Francis Law della diocesi di Boston. Trovo la cosa oltraggiosa, un insabbiamento che è un tradimento sia nei confronti delle famiglie che credevano nella Chiesa Cattolica sia nei confronti della Chiesa stessa. Nel 2002 Bernard Law si è dimesso ed è stato mandato in Italia come arciprete della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore. Solo ultimamente, secondo alcune fonti, è stato allontanato. Alla fine del film compare anche il numero delle vittime e dei preti coinvolti (non solo in America). La vicenda è anche raccontata dal libro “Tradimento” edito da Piemme”. Con queste parole A. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Così, qualche anno fa don Antonio Gallo: “Lo scandalo dei preti pedofili, nascosto per anni dagli apparati ecclesiali, è stato a ben vedere una questione di difesa dell’istituzione temporale. Certo, la Chiesa è fatta di uomini e gli uomini sbagliano. Tuttavia, una delle più gravi vergogne in epoca moderna è stata il silenzio degli uomini di curia su un peccato che grida al cospetto di Dio! E questo per salvaguardare l’apparato istituzionale-gerarchico, per proteggere ipocritamente uomini malati, che avrebbero dovuto essere sospesi dalla loro funzione e affidati agli psicoterapeuti, piuttosto che spostati da una parrocchia all’altra, da una comunità religiosa all’altra, in incognito. C’è la crisi innegabile delle vocazioni sacerdotali, l’esercito dei preti nel mondo sta diventando una piccola truppa, ma ciò non giustifica il mantenimento di persone consacrate con gravi problemi di sanità mentale.”

Gemme n° 441

La mia gemma è il Libro «The help», uno dei miei preferiti, ambientato nel Mississippi del 1962. Si intrecciano le storie di tre donne, una domestica di colore che da 40 anni si occupa dei bambini dei bianchi, una domestica che sa cucinare benissimo ma ha un caratteraccio (licenziata 19 volte), una the help.jpgdonna bianca che aspira a diventare scrittrice: costei raccoglie le storie delle domestiche di colore nelle case dei bianchi. Le tre diventano amiche e alla fine altre domestiche si aggiungono per parlare delle loro vicende. Desidero citare una frase: God says we need to love our enemies. It hard to do. But it can start by telling the truth”. Così S. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Nessuno mi aveva mai chiesto cosa provavo ad essere me stessa. Quando ho detto la verità mi sono sentita libera.” è un’altra citazione tratta da The help. Non penso sia facile dire la verità quando riguarda se stessi, ma devo ammettere che aiuta a camminare con la schiena dritta, senza avvertire sulle spalle il peso della menzogna o dell’incoerenza.

Gemme n° 440

Ho dato al brano una mia interpretazione: dopo la scomparsa di mio nonno avevo detto che non credevo. Adesso le cose sono cambiate, sono molto più contenta e positiva, e non passo il tempo a deprimermi come facevo prima. Ho capito che c’è qualcosa dopo questa vita, non so ancora cosa, ma sento che c’è. Da sei mesi ho iniziato ad avvicinarmi al Gospel. Questo brano lo devo cantare tra 3 giorni, le parole sono semplici: avere sempre la speranza, anche nei periodo negativi”. Queste sono le parole con cui V. (classe quarta) ha presentato la propria gemma.
Non trovo migliore commento di questo:
«Ogni volta è un miracolo.
Tutta questa gente, tutte le preoccupazioni, tutti gli odi e i desideri, tutti i turbamenti […] tutto questo scompare di colpo quando i coristi si mettono a cantare. Il corso della vita è sommerso dal canto, d’improvviso c’è una sensazione di fratellanza, di profonda solidarietà, persino d’amore, e le brutture quotidiane si stemperano in una comunione perfetta. Anche i visi dei coristi sono trasfigurati […].
Vedo degli esseri umani votati al canto. Ogni volta è la stessa storia, mi viene da piangere, ho un nodo alla gola e faccio di tutto per controllarmi, ma quando è troppo è troppo: a stento riesco a trattenermi dal singhiozzare. E quando c’è un canone, guardo per terra perché l’emozione è troppa tutta in una volta: è troppo bello, solidale, troppo meravigliosamente condiviso.
Io non sono più me stessa, sono parte di un tutto sublime al quale appartengo anche gli altri, e in quei momenti mi chiedo sempre perché questa non possa essere la regola quotidiana, invece di un momento eccezionale del coro. Quando il coro s’interrompe tutti quanti, con i volti illuminati, applaudono i coristi raggianti.
È così bello. In fondo, mi chiedo se il vero movimento del mondo non sia proprio il canto».
(M. Barbery, L’eleganza del riccio)

Rewind: domenica

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-1602, olio su tela, 139×195 cm, National Gallery, Londra

Infine, ecco la domenica.
Semplice è l’origine.
«Dio onnipotente, cerca / (sforzati), a furia d’insistere / – almeno – d’esistere». Così il poeta Giorgio Caproni scriveva in una delle sue poesie, e commentava in un’intervista: «Dio è il mistero di tutti i misteri, non si sa nulla di lui. È inafferrabile, ci vivifica e ci uccide. Eppure ricerco la sua presenza da anni».
Dove è questo Dio? Su quali strade? Su quella di Emmaus. Un santo contemporaneo ha detto infatti che tutte le strade del mondo sono diventate Emmaus (san Josemaría Escrivá, “Cristo presente nei cristiani”). Si riferisce, con intuizione folgorante, ad una delle pagine del Vangelo più belle, con la quale non a caso Luca (cap. 24) conclude il suo Vangelo e dà il “la” alla storia del cristianesimo così come sarà sempre.
Vi si narra la scena in cui due discepoli dopo la morte di Gesù se ne tornano, disperati, da Gerusalemme al loro paesino, Emmaus, con il cuore pesante dopo essersi illusi che Cristo fosse veramente il Salvatore.
La morte ha spazzato via tutto: l’ennesimo fuoco fatuo. Ora rimane solo il tempo della tristezza e il ritorno al grigiore di prima. Ma proprio su quella strada, Cristo risorto, senza essere riconosciuto dai loro occhi tristi, come uno qualsiasi si mette a camminare con loro e chiede perché sono così appesantiti. Li tira fuori da dove si trovano, dalla loro tristezza, non con l’evidenza schiacciante della resurrezione (si sente dare persino dell’ignorante perché non sa nulla di ciò che è successo a Gesù Cristo: mi è sempre piaciuto il gioco che fa con noi, la sua paziente ironia per farci arrivare da soli alla realtà, senza schiacciarci), ma con una chiacchierata pacata e forte di amico, sul far della sera, come quando nella Genesi si narra che Dio passeggiava con gli uomini al fresco della sera: è ricominciato tutto. Poi fa per andar via quando loro si fermano alla locanda per mangiare, non si impone, si fa desiderare, la sua delicatezza verso la nostra libertà mi appassiona e mi appassiona che l’unica vera preghiera che lo costringe a rimanere sia il nostro semplice desiderio che resti con noi.
E a tavola, mentre mangiano come amici, li sorprende e si fa riconoscere nello spezzare il pane, come per due volte Caravaggio ha raccontato nelle sue tele in età diverse della sua vita con un realismo che non è altro che il realismo del cristianesimo: il quotidiano trasfigurato dall’incarnazione di Cristo. In quel momento lo riconoscono e proprio in quel momento lui si sottrae alla loro vista.
Paradossalmente se ne va, rimanendo: proprio in quel pane.
Tutte le strade del mondo sono percorse da uomini e donne impegnati nelle loro battaglie quotidiane, con il volto tirato, presi dai loro pensieri, dalle loro lotte, dalle loro tristezze, dalle loro incertezze, dalla caduta quotidiana delle loro umanissime speranze. Magari hanno inseguito l’ennesima che li ha delusi e sono a caccia di un’altra o di qualcosa che lenisca la delusione, che possa dare senso al ripetersi dei giorni, rinnovandoli sempre, qualcosa per cui valga veramente la pena alzarsi la mattina. Su quelle strade qualcuno con uno sguardo diverso li raggiunge, è esattamente come loro, condivide le loro lotte e pensieri, ma ha una luce negli occhi. Si affianca con la normalità di chi sa essere amico, fa la stessa strada, lo stesso lavoro, condivide le stesse passioni, sogni e sconfitte. Non giudica, ma guarda gli occhi e chiede: perché sei triste? Sa ascoltare la tristezza del volto degli altri, che si sentono tranquilli a confidarsi lungo il cammino, perché finalmente hanno trovato qualcuno a cui possono affidare il peso del loro cuore: un amore tradito, una relazione familiare piena di dolore, un lavoro insopportabile, una condizione fisica critica, un pianto mai affiorato…
Hanno sperato per anni che tutto potesse cambiare, avevano creduto con tutto il loro slancio alla vita come promessa, ma niente: è stata un’illusione. Adesso si limitano a sopravvivere perché vivere fa troppo male, perché per vivere bisogna sperare e non ci sono più le forze, né la voglia di essere ancora delusi e si accontentano di piccolissimi noiosissimi rituali. Eppure l’amico che ascolta ha una luce che illumina proprio quella situazione, una luce che non gli appartiene e che non viene meno, proprio per questo non è triste, anche se porta sul viso gli stessi segni di stanchezza degli altri, perché la vita è dura anche per lui, proprio allo stesso modo. Parla di un modo di guardare il mondo pieno di passione e fuoco, come se avesse il potere di trovare la bellezza in ogni angolo, anche il più oscuro. Non pretende di cambiare il mondo, ma il modo di guardare il mondo: dice le cose con forza, senza lesinare sulla verità, ma lo fa con un tale affetto che non ci sente amari, ma amati. Ci libera dalla tristezza, perché è oltre la tristezza, che ben conosce perché l’ha attraversata, ma che ha disinnescato con una formula che ora ci intriga, ci seduce, ci attira, come una promessa. Il dialogo continua lungo il cammino, ed è fatto di giorni, di settimane, di mesi, stagioni e anni e di cose ordinarie. E quella luce non viene meno e illumina ogni età e stagione, ogni fatica e ogni gioia, ogni sconfitta e ogni desiderio.
Il mondo è lo stesso per tutti, ma per quell’amico il modo di guardarlo è sempre da innamorato. Come fa? Da dove trae origine questa forza ardente e appassionata? Come fa ad essere così pieno di eros? La curiosità e il calore sperimentati portano a chiedere di rimanere di più, di approfondire l’amicizia, di arrivare al segreto che guida quella vita, perché un segreto deve esserci se è così capace di far ardere il cuore e le speranze, in mezzo a tutte queste rovine. Si sta insieme, si cena insieme, si condividono non solo le lotte ma anche il riposo, un bicchiere di vino e il pane. E proprio in quella intimità d’amicizia, il vero dono che un cristiano deve fare al mondo, si fa strada la verità sconvolgente, quasi incredibile proprio per il suo essersi nascosta nella vita di tutti i giorni ed essere lì accessibile, a tavola, e non nei recessi e nelle altezze in cui gli uomini hanno cercato inutilmente Dio per secoli. No, ci dice Caravaggio, è qui, a tavola, con te e me.
Il segreto è che l’Emmanuele è Dio con noi, per questo l’amico non ha paura, perché lui ha scoperto che Dio è con lui, tutti i giorni, sino alla fine, è il Dio vicino, di strada e di tavola: parola e pane. Sentiamo le forze rinvigorirsi e le parole di prima non rimanere fuori di noi, ma entrare dentro di noi, anzi di più: farsi noi, trasformandoci in Parola e Pane per gli altri, per questo lui è sparito, ci sei tu, tocca a te. Così di corsa torniamo per strada a dirlo a tutti, la strada dell’andata, piena di tristezza, la ripercorriamo a ritroso con lena nuova, anche se è notte fonda, anche se siamo stanchi, perché adesso è cambiato tutto, c’è una ragione per camminare, anzi c’è una ragione per correre, c’è una ragione per alzarci ogni mattina. E la ragione è che Dio è mio e io sono suo, nelle 24 ore che ho disposizione, con tutto quello che ci sta dentro, perché l’unità di misura del Vangelo, fateci caso, è “ogni giorno”. Adesso siamo pieni di vita, come uno che ogni giorno s’innamora, perché questo innamoramento non dipende principalmente da noi, ma è dato, se lo vogliamo. Qualcosa ci fa rinascere dall’alto ogni giorno, ed è capace di far rinascere altri.
Non ci sono più strade anonime, c’è solo Emmaus: ogni strada umana, ogni lavoro umano, ogni amore umano, ogni tristezza umana è proprio il luogo dove Cristo cammina con noi, magari con il volto ordinario di un amico, di un’amica. E quell’amico o amica sei tu per gli altri, che cammini con loro (dopo aver camminato e mangiato con Lui), tu che ascolti le loro tristezze e riporti il cuore ad ardere (come Lui ha fatto con te), fino a metterli faccia a faccia con Cristo, in una catena senza fine. Quello è il momento in cui devi farti da parte, adesso tocca a lui. La Resurrezione non è una lezione, non è uno sfolgorare schiacciante, ma è una passeggiata accorata tra amici con parole vere, fino a trovare l’origine di ogni speranza nella Parola e nel Pane. E subito ripartire, perché è tutto troppo bello, tutto troppo grande, per restarsene paralizzati e tristi. Adesso è tutto nuovo. E tu e io sappiamo il segreto.
Niente è più erotico del cristianesimo, perché nessuno ama come Cristo e il cristianesimo è diventare un altro Cristo, lo stesso Cristo, tanto da poter dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».”

Rewind: sabato

Ecco il sabato
Sabato Santo, il giorno dell’attesa
Il Sabato Santo è il giorno più femminile dell’anno, perché è il giorno dell’attesa. Solo la donna sa cosa vuol dire attendere, perché porta in grembo la vita per nove mesi e la si dice per questo in dolce attesa.

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Annibale Carracci, 1600 ca., olio su tela, 121×146 cm, Ermitage

Attesa e attenzione hanno la stessa radice, per questo le donne sono attente ai dettagli sino a rischiare di perdersi in essi, perché ogni talento ha la sua ombra. Solo la donna sa cosa vuol dire tessere la vita, prendersene cura e donarla al mondo. Solo la donna conosce questo accadere in lei e ne stupisce nel corpo e nell’anima. Il Sabato Santo è infatti il giorno delle donne. Alle donne è affidato il compito di prendersi cura, cioè di ‘attendere’ al corpo di Cristo, prima che inizi il sabato ebraico: con i profumi e le essenze ne preparano la sepoltura provvisoria, in tutta fretta, in attesa di quella definitiva dopo l’obbligatorio riposo sabbatico. In qualche modo anticipano, inconsapevolmente, la risurrezione con quel gesto umanissimo della mirra e dell’aloe, che avevano funzione non solo di profumare ma di rallentare la corruzione del corpo. È proprio della donna dare la vita, è proprio della donna profumare e preservare dalla corruzione, è proprio della donna prendersi cura del corpo. Ed è a una donna che viene dato il lieto annuncio della risurrezione, della vita preservata dalla morte che si scopre sconfitta, quando credeva ormai di aver vinto la partita su un cadavere, che è il Corpo più vivo della storia umana. Le parole di Luca, apparentemente soltanto descrittive, svelano il motivo per cui alle donne per prime è dato l’annunzio, loro così attente a quel corpo perché in attesa di quel corpo: «Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato».
Il silenzio del sabato per gli uomini è sconfitta e disfatta. Tutto è finito. Per gli uomini che cercano sempre soluzioni efficaci ai problemi, la morte non ha soluzione: Cristo è stato un’illusione, non è la soluzione al problema, che differenza vuoi che facciano gli aromi e gli oli profumati (solo Nicodemo fa eccezione, proprio quello a cui nottetempo Gesù aveva spiegato che bisogna rinascere dall’alto). Per le donne c’è qualcosa di diverso, intuiscono che Cristo è come loro, che danno ai loro figli il loro sangue e il loro corpo, perché i figli abbiano la vita. Il punto per loro non è trovare la soluzione al problema, ma accompagnare chi ha il problema, non lasciarlo solo. Il chicco di grano muore a sé, come chi è in dolce attesa, per dare frutto: la donna questo lo sa nel corpo e quindi anche nell’anima, il suo dischiudersi è dolore che dà la vita. L’uomo invece vede la morte con freddo realismo: senza soluzione, e basta. Altro che risurrezione. Anche nella nostra vita molte cose devono morire (e noi moriremo), perché appartengono al mondo vecchio, mortalmente ferito dal peccato.
Ma su questo se ne innesta uno nuovo, inaugurato da Cristo, che fa risorgere la vita e la restituisce intatta, prendendosene cura come fa una donna incinta: il realismo del cristianesimo non ha nulla a che fare con le favole. Si muore realmente e con tutte le sofferenze del caso, ma si risorge altrettanto realmente, per intervento del Padre a cui la vita è affidata. Questa buona notizia, l’unica buona notizia nel naufragare continuo delle cose umane, è data a una donna, a Maria di Magdala, perché sono le donne che sanno dare la vita e sono loro che devono trasmettere agli uomini il messaggio che la vita è ricominciata. Sono loro ad attendere preparando aromi e oli, non sono in fuga, c’è ancora qualcosa da fare per il corpo di Cristo: preparano la loro umanissima ricetta di risurrezione.
Tutto questo avviene nel giardino del sepolcro, così come nel giardino la donna aveva mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, decidendo che poteva essere lei a dare la vita in proprio, senza il consenso di Dio, e quindi avrebbe potuto anche non attendere la vita, non attendere alla vita. Nello stesso giardino tutto viene riparato: «Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio». Quella donna si era alzata prima dell’alba, probabilmente dopo ore insonni, ed era andata di fretta al sepolcro. Ecco perché il sabato è donna, perché la donna ha atteso trepidante tutto il sabato e quando può scatta in avanti, corre in fretta, come una molla compressa, per curare la vita, anche quella più ferita, si alza quando è ancora buio, per nutrire la vita, come le madri che allattano nel cuore della notte.
Non si cura del fatto che il sepolcro è chiuso da una pietra che non potrà mai spostare, a lei quello che interessa è stare il più vicino possibile al suo amore, essere lì presente, fisicamente. Proprio a lei, innamorata folle, allora viene concesso il privilegio di essere chiamata per nome («Maria!») dal risorto, e così riconoscerlo. Una nuova vita viene attesa dagli uomini, scegliendo il nome che ne inaugurerà l’inedito essere al mondo.
La nuova vita di Cristo risorto si mostra pronunciando il nome di Maria come nessuno lo ha mai pronunciato, con un tono tale che sentiamo risuonare tutta la meraviglia del nostro essere, che non solo è amato così come è, ma è voluto dall’eternità e per l’eternità proprio da chi non può morire più, perché è risorto una volta per tutte. Come quando lo sposo dice alla sposa nel Cantico dei Cantici: «Sei tutta bella», e quel ‘tutta’ non indica solo la totalità del corpo ma la totalità del tempo, bella in ogni tempo, passato presente e futuro. Lei che era andata a prestar cura a un corpo senza vita si ritrova a essere chiamata per nome, per prima, dalla Vita stessa, che non può più morire. E la sua vita rifiorisce, dall’alto. Lei ora sa che non può più appassire, grazie a quella Vita che pronuncia il suo nome come nessun amore umano potrà mai fare.
In quel giardino la donna che era in attesa, era in realtà la donna attesa. Lei che voleva in qualche modo ridare vita a quel corpo con i suoi profumi, rinasce dall’alto, a partire dal suo nome. Lei per prima viene a sapere la buona notizia, sin dentro al suo nome, perché piena di fede e di cure, che poi è lo stesso. Lei la prima a dare la notizia, la buona notizia, perché lei è la prima, vigile, scattante, ad aspettarla quella notizia per un intero trepidante malinconico sabato d’attesa.”

Gemme n° 432

Vorrei leggere una frase di Huxley: ho letto molti suoi libri, questa è tratta dal suo saggio «Le porte della percezione»: “Sensazioni, sentimenti, intuiti, fantasie, tutte queste cose sono personali e, se non per simboli e di seconda mano, incomunicabili.” Mi sono sempre chiesto, fin da quando abbiamo affrontato Cartesio, da dove arrivassero emozioni, sensazioni: perché riusciamo a concretizzarle attraverso arti ma mai a trasmetterle in modo puro? Come siamo anima e corpo, penso che abbiamo anche bisogno di rendere corpo le parti dell’anima. Ho anche spesso riflettuto su coscienza, spirito e su quello che sentiamo di essere, la nostra identità. Mi sono avvicinato anche al mondo della psichedelia. Ora penso che sarebbe più razionale provare a chiedersi: ha senso ammettere qualcosa di altro o di spirituale? Aggiungo la canzone White rabbit che molti conoscono: è legata al movimento hippy e l’ho pensata, in questo ultimo anno, come un augurio a tutti a indagare ogni curiosità, a dar da mangiare al cervello.” Questa la gemma di D. (classe quinta).

Mi è venuto naturale pensare a queste parole di Albert Einstein: “La cosa importante è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità”.

Gemme n° 422

A volte mi riconosco in Novecento e credo che l’età in cui siamo sia critica, non siamo né bambini né adulti. Penso che quella scaletta di Novecento, per noi, possa fungere da slancio: il mondo avanti è infinito con miliardi di scelte, sotto c’è l’oceano in cui rischiamo di affondare, dietro c’è la nave, il nostro guscio in cui abbiamo vissuto a lungo. Guardando avanti abbiamo paura per quello che potrebbe esserci e temiamo di essere l’ultima ruota del carro. Queste sensazioni ed emozioni le provo, anche se cerco di soffocarle perché magari non è ancora il momento di preoccuparsi; tuttavia le scelte che devo fare mi fanno già pensare, mi fanno paura”. Questa è stata la gemma di C. (classe seconda).
Nella canzone “E’ necessario” i Tiromancino cantano: “Io so che non è facile riuscire a proiettarsi nel futuro immaginando come sarà la vita andando avanti; le scelte che farò saranno sempre più importanti dei dubbi che ho che oggi sono ancora tanti”. Da un lato ci sono sicuramente la paura e il timore, ma dall’altra c’è anche la possibilità di mettersi in gioco, di sentirsi padroni della nostra vita, registi e non attori o spettatori dell’esistenza.

Gemme n° 421

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La mia gemma è il libro “Wonder”, semplice e poco impegnativo. L’ho letto in II media, e mi è rimasto impresso il suo messaggio: non giudicare un libro dalla copertina e quindi le persone dal loro aspetto esteriore. Invece, purtroppo noi lo facciamo spesso, quasi un istinto, e dovremmo cercare di limitarci. Il libro racconta la storia di ragazzino con la sindrome di Treacher-Collins che rende sua faccia diversa, quasi deforme: chiunque lo guardi resta impressionato e ha voglia di girarsi dall’altra parte. Dopo anni di studio assistito a casa il protagonista va a scuola e si deve confrontare con i compagni che faticano a vederlo come una persona normale; ma poi lo conoscono e le relazioni cambiano. Volevo leggere la motivazione dell’autrice: “Un giorno ero seduta su una panchina con i miei due figli e ho visto passare una bambina che aveva evidentemente la sindrome di Treacher-Collins, una rara malattia ereditaria che colpisce le fattezze di una persona lasciando inalterato tutto il resto. Ciò che mi ha colpito non è stata la ragazzina, ma la mia reazione: sono stata presa dal panico, temevo che mio figlio di tre anni vedendola avrebbe reagito urlando, come aveva fatto alla festa di Halloween. Mi sono alzata di scatto, come punta da una vespa, ho chiamato l’altro figlio e mi sono allontanata di corsa. Alle mie spalle ho sentito la madre della ragazzina che, con voce molto calma diceva: “Forse è ora di tornare a casa”. Mi sono sentita un verme e non sono riuscita a dimenticare questa esperienza”. Con queste parole C. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Un leggero racconto di Anthony de Mello per riflettere sui preconcetti:
Lo zio Joe era loro ospite per il fine settimana e il piccolo Jimmy era estasiato all’idea che il suo eroe preferito avrebbe dormito nel suo letto. Appena ebbero spento la luce, Jimmy si ricordò di una cosa. «Accipicchia!» esclamò. «a momenti me ne dimenticavo!»
Saltò giù e si inginocchiò accanto al letto. Per non dare cattivo esempio al piccolo, lo zio Joe scese faticosamente dal letto e si inginocchiò dall’altra parte. «Ehi!» mormorò il bambino intimorito, «domani, quando la mamma se ne accorge, vedrai che cosa ti succederà! Il vasino è da questa parte».”

Stare sulla soglia

Quella di Simone Weil è una figura della quale ho sempre subito il fascino. Pubblico qui uno scritto di Simone Novara pubblicato su Filosofiablog.
Simone_Weil_04Simone Weil ha sempre opposto una strenua resistenza a quei cattolici suoi conoscenti, in primis il suo confidente spirituale, Padre Perrin, che la esortavano a ricevere il sacramento del battesimo. Dietro il suo rifiuto ci sono diversi motivi. Innanzi tutto si sentiva indegna per il suo stato di imperfezione. Il domenicano padre Perrin riteneva che la Weil rifiutasse il battesimo per eccesso di scrupoli. Ella, inoltre, non ebbe nemmeno il tempo di completare il suo itinerario spirituale, dal momento che morì all’età di trentaquattro anni, lasciando una marea di pensieri espressi in modo provvisorio [1]. Lo stesso Perrin era d’accordo con questa tesi: “Ha espresso le sue idee in una forma provvisoria, non destinata alla pubblicazione. Le sue sono solo delle note, sia quelle consegnate a me, sia la lunga lettera destinata al padre Couturier. Sono state pubblicate, commentate e perfino idolatrate da alcuni, ma si tratta pur sempre di note” [2]. Un’altra ragione per la quale Simone Weil non avrebbe accettato il battesimo è rappresentata dal fatto che ella credeva sinceramente che Dio stesso le avesse chiesto di rimanere fuori dalla Chiesa. Simone riteneva che Dio stesso la volesse lontana dalla Chiesa per una qualche ragione misteriosa, che per lei corrispondeva ad una vocazione. Nelle dense pagine di Attesa di Dio si può cogliere come ella desiderasse stare dalla parte dei lontani, per potersi così confondere con la massa dei tanti, che appartengono a tutte le razze e culture, che non hanno avuto la fortuna di incontrare il Cristo nel passato e nel presente. Era troppo importante per lei restare vicina ai non credenti, agli eretici, ai credenti di altre religioni. La Weil sentiva che il suo posto era tra loro. Padre Perrin la paragonò ad una campana che sta all’esterno dell’edificio e suona invitando ad entrare in chiesa. Per Simone diventava cruciale mantenere una posizione esterna. Il suo era uno stare sulla soglia. L’intellettuale E. Vilanova è un grande sostenitore di questa teoria, tanto che scrive in proposito: “Simone Weil può essere collocata tra i carismatici della soglia, tra quei “teologi non computabili ecclesiasticamente” che hanno ricevuto un dono simile a quello del Battista” [3]. Un altro studioso, Dom G. Aubourg, parlando di Simone Weil, crede che ella si sentisse parte integrante di quei cristiani fuori della Chiesa, i quali aiutano coloro che sono dentro ad essere più consapevoli della loro vocazione universale, in sintonia con il Padre [4]. La Weil, inoltre, rifiutò sempre di concepire l’autorità ecclesiale come espressione di potere, in grado di definire che cosa sia la verità, avocando a sé il compito di esercitare l’intelligenza. Senza dubbio attribuiva grande importanza alla libertà dell’intelligenza, che, secondo lei, doveva essere assoluta nel suo campo e rigorosamente individuale nel suo metodo; proprio per questo ella non riusciva ad accettare che Dio scegliesse degli uomini cosiddetti “privilegiati”, col compito di pensare per tutti arrivando a formulare una verità in modo dogmatico. Allo stesso modo, la Weil non poteva sopportare che Dio avesse un popolo “eletto”. Riteneva infatti che la nozione stessa di elezione fosse del tutto incompatibile con il Dio di tutti. Tuttavia, nonostante le espressioni piuttosto irruente contro l’abuso di potere della Chiesa, in alcuni appunti le riconobbe un ruolo di indirizzo: “Le riconosco la missione, in quanto depositaria dei sacramenti e custode dei testi sacri, di formulare decisioni su alcuni punti essenziali, ma solo a titolo di indicazione per i fedeli” [5]. È inevitabile domandarsi come sia stato possibile per Simone Weil restare in una posizione che appare per molti versi del tutto individualistica, dopo aver fatto un’esperienza di comunione spirituale con il Cristo. A detta sua coloro che vivono la vita intima di unione con il Cristo costituiscono di fatto la vera Chiesa, che siano o meno membri della Chiesa visibile. A più riprese dichiarò che l’amore per tutto ciò che stava fuori dal cristianesimo la tratteneva fuori dalla Chiesa visibile; questo “attesta che ella sente di appartenere alla famiglia degli amici del Cristo, figli del Padre, guidati dallo Spirito, in sintonia con la schiera innumerevole e invisibile di gente che viene nutrita costantemente e segretamente dal Cristo” [6]. Per Simone Weil la Chiesa invisibile si fondava sugli apostoli, i quali conobbero la gloria e la potenza di Dio, e si decisero a partecipare all’avventura della Chiesa nascente, mentre la Chiesa visibile, quella istituzionale, ha costruito il suo prestigio e la sua visibilità sociale esclusivamente sulla Risurrezione. La figura evangelica corrispondente alla Chiesa invisibile non si identifica con Pietro e neanche con Maria o Giovanni, bensì con il buon ladrone, messo dalla sorte vicino al Cristo crocifisso. Il buon ladrone apre dunque le fila di coloro che vengono salvati per una via inedita, non accreditata che dall’amore imponderabile di Cristo. La Weil si riconosceva nel buon ladrone, sia per il significato simbolico esemplare di un tale personaggio, sia perché egli non si converte per i miracoli, per l’attrazione della potenza visibile della Chiesa nascente, ma solo dal momento che s’inchina di fronte al mistero della condanna a morte di un innocente: “se non potrà essermi concesso di meritare di condividere un giorno la croce di Cristo, spero mi sia data almeno quella del buon ladrone. Fra tutti coloro di cui si parla nel vangelo, al di fuori di Cristo, il buon ladrone è quello che invidio di più. […] Essersi trovato al fianco di Cristo, nella sua stessa situazione, durante la crocifissione, mi sembra un privilegio molto più invidiabile dell’essergli alla destra nella sua gloria” [7]. Essere vicini al Cristo della Croce è il compito di quaggiù, essergli vicino nella gloria, quello di lassù. Il buon ladrone esprime la capacità di penetrare il senso misterioso della sventura dell’innocente anche da parte di chi non ha fede esplicita in Dio, dimostrando che non è la certezza della fede la via obbligata [8].”

[1] Di Nicola-Danese, Abissi e vette, percorsi spirituali e mistici in Simone Weil, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, p. 87.
[2] D. Canciani, Tra sventura e bellezza. Riflessione religiosa e esperienza mistica in Simone Weil, Esperienze, Fossano 1998, pp. 33-36.
[3] E. Vilanova, Storia della teologia cristiana, vol. 3, Borla, Roma 1995, p. 484.
[4] Dom. G. Aubourg, Simone Weil, un signe dressé sur le seuil de l’Eglise, Correspondance et documents (1950-1967), Association ‹‹Les amis du Père Aubourg››, Paris 1986, p. 47.
[5] Di Nicola-Danese, Abissi e vette, percorsi spirituali e mistici in Simone Weil, p. 90.
[6] Ivi, pp. 206-208.
[7] Ivi, p. 209. Cfr. Lc 23, 40-43: ‹‹L’altro invece si mise a rimproverare il suo compagno e disse: “Tu che stai subendo la stessa condanna non ha proprio nessun timore di Dio? Per noi due è giusto scontare il castigo per ciò che abbiamo fatto, lui invece non ha fatto nulla di male”. Poi aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”››.
[8] Ibid.

Gemme n° 416

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La mia gemma è questo libro, l’autobiografia di Malala Yousafzai in cui racconta della vita della sua famiglia in Pakistan e di come essa sia cambiata con l’arrivo dei talebani. Presenta la sua attività per l’istruzione e per i diritti delle donne, fino al tentato omicidio che ha subito. Oltre a far capire le differenze della sua cultura, fa apprezzare cose che sembrano banali come la scuola e il diritto all’istruzione”. Questa è stata la gemma di G. (classe seconda).
L’unica cosa che mi sento di fare è di dar voce a Malala: “Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola… Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie.”

Gemme n° 408

Non sapevo cosa portare come gemma. Poi ho pensato a questa breve presentazione fatta tempo fa per un’amica a cui voglio molto bene e che qui ho un po’ riadattato per tutta la classe. E’ un invito a me stessa a non vivere sempre nel passato e al fatto che la vita presenta sempre delle possibilità. Vorrei che provaste a capire e a interpretare liberamente la spiaggia, la conchiglia, la perla.
Il guerriero
L’avevo preparato una per persona che affrontava un momento non bello anche perché lei mi aveva sempre aiutato nelle difficoltà. Per me la spiaggia è la vita: da piccoli siamo contenti e i momenti di tristezza sono solitamente legati a piccoli motivi. Poi arrivano le tempeste, le esperienze che provocano turbamenti. Però qualcosa succede: qui è arrivata l’ostrica, la possibilità unica: le perle sono sempre diverse e nascono dal dolore. La cosa che arriva ci cambia, e penso che anche le lacrime possano riflettere la luce. Una speranza c’è sempre, e da qui deriva la voglia di vivere e crescere anche se può sembrare difficile. Ecco perché ho scelto il titolo “Il guerriero”: si può vincere o perdere, ma si deve sempre tentare. Si può fallire per un po’ ma non smettere di combattere. Averci provato è fondamentale.
Concludo con una frase di Paulo Coelho tratta da Il cammino di Santiago: «Per questo è importante lasciare che certe cose se ne vadano, si distacchino. Non aspettarti che riconoscano i tuoi sforzi, che capiscano il tuo amore. Bisogna chiudere i cieli. Non per orgoglio, per incapacità o superbia. Semplicemente perché quella determinata cosa esula ormai dalla tua vita. Chiudi la porta, cambia musica, rimuovi la polvere. Smetti di essere chi eri e trasformati in chi sei». Ecco, il mio invito alla classe è questo, che poi è un augurio: basta vivere nei fallimenti, chiudete le porte del dolore e apritene altre.” Questa è stata la gemma di K. (classe quarta).
C’è una vecchia canzone di Claudio Baglioni del 1985, “Notte di note note di notte” in cui descrive con molte istantanee non una notte buia: c’è la luna, ci sono le stelle, ci sono fari. Neppure una notte in solitudine: ci sono cani, ci sono vagabondi, ci sono fornai, ci sono suonatori, c’è un figlio. Viene augurata una buona notte ai piccoli dolori, a tutti i suonatori, a queste nubi d’inchiostro, a questo figlio nostro, ad ogni nota d’argento, a un sollievo di vento, a questo silenzio d’oro, a un tesoro. E’ una notte in cui riaffiorano ricordi riportati alla mente da odori ed è una notte capace di allontanare la sete e di dare sollievo a cuori affaticati da giorni sbagliati, perché la notte è promessa e premessa di una speranza di luce che arriva dal cielo (“quando verrà dal cielo dove si trova una speranza di luce”). Ragnatele, fili notturni sul viso, mani che invece di contenere la vita contengono il nulla, uomini la cui vita è fugace, veloce e confusa come scarabocchi su un foglio… eppure “che cos’è mai che mi fa credere ancora, mi riga gli occhi d’amore e mi addormenterà dalla parte del cuore”. Speranza, luce.

Tante belle teste

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Essendo insegnante in tutte le cinque classi di un liceo mi rendo conto del percorso e della crescita dei miei studenti ai quali cerco di concorrere ponendo ostacoli e quesiti via via crescenti. Non di rado con i grandi dell’ultimo anno forzo un po’ le cose, oso… ricavando a volte le loro rimostranze “prof, ma è incasinata ‘sta cosa!”. Ecco, in questo passo scritto da Mircea Eliade negli anni’30, si può trovare la ragione di quelle sfide:
Comprendere il senso dell’esistenza è divenuto estremamente raro per un moderno. Comprendere l’uomo o il suo destino è ancora più raro. Tutto questo fa si che ci si chieda se l’intelligenza non abbia funzionato per troppo tempo a vuoto, applicandosi a oggetti accessori o a un numero minore di oggetti di quello che era assolutamente indispensabile. La maggioranza delle persone che ho incontrato si guardavano dall’accogliere tutte le domande che si ponevano loro. La superstizione più pericolosa consiste nell’ignorare certe questioni fondamentali, o nel risolverle automaticamente, con una semplice formula che, a un’analisi più profonda, si dimostra priva di senso.” (Oceanografia, pag.8)
E devo ammettere di essere molto cresciuto grazie alle risposte di quelle belle teste che mi sono passate sotto gli occhi in questi 18 anni… (mamma mia! Sono un prof maggiorenne adesso!!!)

Tra Giobbe e Moby-Dick

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Un articolo di Pietro Citati per chi ama la letteratura e la lettura.

Rileggo Moby-Dick o la balena di Herman Melville nella bellissima traduzione di Ottavio Fatica, uscita da Einaudi. Quale libro tremendo. Non è un romanzo ma un’enciclopedia, che si propone di distinguere e classificare le balene e i capodogli: pensiamo alle grandi enciclopedie medioevali, come quella di Isidoro di Siviglia. Tutto vi è, in ogni parola, infinitamente minuzioso e grandioso: enciclopedia di animali e di dèi. L’universo delle balene, che prima di allora non era mai stato rappresentato — Melville vi insiste di continuo — viene per la prima volta alla luce; e ci travolge con la sua novità senza pari, sebbene si ricordino tutti coloro che hanno appena accennato ai capodogli, i più grandi abitanti della terra e del mare. Quello di Moby-Dick è un sistema: un sistema precisissimo; eppure questo sistema resta incompiuto, come la cattedrale di Colonia. «Dio mi guardi mai dal completare alcunché! Tutto questo libro non è che un abbozzo, anzi l’abbozzo di un abbozzo»: un abbozzo grottesco, rabelaisiano. Chi ha composto questo abbozzo? In apparenza, Ishmael, sebbene non possiamo essere nemmeno certi del suo nome. Non è un baleniere, ma un grammatico, che possiede una cultura strana; e diventa un baleniere dilettante. Se lo studiamo con attenzione, ci accorgiamo che egli non è altri che Giobbe: ha scritto il più paradossale libro della Bibbia: testo che ci sfugge come un’anguilla o una piccola murena: più forte lo si prende, più velocemente sfugge dalle mani.
Nel Libro di Giobbe, Dio prende la parola, e come sua abitudine esalta sé stesso. Egli si esalta come autore dell’immensa e meravigliosa creazione di cui è sommamente fiero. Non c’è nessun evento che ignori ripercorrendo la Genesi e i Salmi: versetto dopo versetto. Ricorda il giorno in cui le stelle lo acclamarono e gridarono la loro gioia: il giorno in cui Egli dominò il mare, spezzando il suo slancio e imponendogli confini, spranghe e battenti, dicendogli «fin qui verrai e non oltre»: quando fece sorgere l’aurora, distribuì la luce e la tenebra, controllò i serbatoi della neve e della grandine, diresse piogge e rugiada, accese le Pleiadi, Orione, lo Zodiaco, l’Orsa, foggiò la sapienza dell’ibis, la perspicacia del gallo, la leonessa cacciatrice, il cervo, l’asino selvaggio, lo struzzo; e quando, sopratutto creò i grandi mostri che realizzarono la Sua immaginazione furibonda, Behemoth e il Leviatano.
Il Libro di Giobbe rinasce in Moby-Dick: Melville rivaleggia miracolosamente con la Bibbia: Giobbe diventa Ishmael; e il Leviatano riappare con la propria enorme grandezza nella figura di Moby-Dick, il capodoglio, la balena bianca. Il capodoglio si muove quasi sempre da solo, affiorando inaspettatamente alla superficie nelle acque più remote: possiede una potenza e una velocità così mirabili, che sfidano ogni inseguimento da parte dell’uomo. È una creatura ultraterrena: vive nel mondo senza essere del mondo: conosce l’universo con occhi piccolissimi e orecchi più esili di quelli della lepre. Diffonde attorno a sé un soavissimo profumo di muschio. Ezechiele aveva detto: «Tu sei come un leone delle acque e come un drago del mare».
Il capodoglio è più intelligente dell’uomo, e schernisce la sua intelligenza limitata. Scuote in aria la propria coda tremenda, che, schioccando come una frusta, riecheggia a tre o quattro miglia di distanza. Obbedisce a Dio. Moby-Dick è molto più che un capodoglio: è una balena bianca: una fontana di neve; discende dalla «grande figura bianca dal volto velato», che conclude ed incorona il Gordon Pym di Poe. Questo bianco ha un doppio significato: colore divino ed infernale: culmine religioso ed orrore nefando: simbolo della passione di Gesù Cristo e di Satana; figura celeste e terrificante male assoluto. Vive in un mare diverso dal resto dell’oceano: un mare sacro come quello che solcavano gli antichi persiani: immagine dell’inafferrabile fantasma della vita; magnanimo, inconoscibile, imperscrutabile. Soltanto in esso risiede la suprema verità di Dio, il quale non conosce né limite né sponde: «Meglio perire in quell’infinito urlio smosso di onde che farsi ingloriosamente sbattere sottovento, anche se vivi». I balenieri e gli uomini devono abitare nel mare come il gallo prataiolo che abita nella prateria, e nascondersi tra le onde, come i cacciatori di camosci scalano le Ande.
Nel Primo libro dei Re era apparso il re Ahab, il quale peccò agli occhi del Signore molto più di tutti i suoi predecessori, costruendo un altare al dio Baal e prosternandosi davanti a lui, fino a quando i cani leccarono il suo sangue. In Moby-Dick il re Ahab diventa il capitano di una baleniera, il Pequod: ha una gamba sola; l’altra è stata «divorata, maciullata, torturata» dalla balena bianca e sostituita da una gamba d’avorio. Egli ha studiato all’università: è empio: possiede una stravagante cultura; e si chiude nel silenzio. Scorge nella balena bianca una forza oltraggiosa, una malvagità imperscrutabile, che lo angoscia. Egli è dominato da una sola ossessione: quella di ritrovare negli oceani e di uccidere Moby-Dick. «Chi di voi — grida ai marinai — mi segnalerà una balena con la testa bianca, la fronte rugosa e la ganascia storta; chi di voi mi segnalerà quella balena con la testa bianca e tre buchi nella pinna; chi di voi mi segnalerà proprio quella balena bianca, avrà un’oncia d’oro». «Sì, sì — urlarono ramponieri e marinai affollandosi attorno al vecchio esagitato —. Aguzza l’occhio per la Balena Bianca; aguzza il rampone per Moby-Dick!». Sia per Ahab sia per i marinai, tutto il male del mondo è personificato da Moby-Dick: nel loro desiderio di punizione e di vendetta, essi riversano sulla balena tutto l’odio e la rabbia, che l’intera umanità ha accumulato dai tempi di Adamo. La loro caccia è doppia, come tutto è doppio in Moby-Dick: obbedisce a un sovrano messaggio del Signore, ed esprime una demenza totale, ignobilmente blasfema, una furia diabolica, che si rivolge contro il Signore.
Altre volte un capodoglio era stato ucciso da una baleniera: il mostro aveva diguazzato oscenamente nel proprio sangue, con una folle spruzzaglia ribollente e impenetrabile, sbatacchiando contro la nave la sua pinna ferita. Ma la caccia a Moby-Dick è immensamente più difficile, perché essa era protetta dalla mano di Dio che la maledice. Ogni onda del mare era intrisa di barlumi demoniaci. Finalmente, sulla nave, tutti gli uomini di guardia avvertirono l’odore particolare propalato dal capodoglio anche a grande distanza; e scorsero la gobba bianchissima e il getto silenzioso, scagliato a intervalli regolari.
Moby-Dick era una specie di Iddio, sia del bene sia del male. Sbandierò la coda in aria come un monito: si rivelò in tutta la sua grandezza, si inabissò, disparve, risalì alla superficie. La sua bocca aperta e scintillante con la mandibola circonvoluta si spalancò sotto la nave come una tomba scoperchiata. Prese in bocca l’intera prua assaporandola lentamente: il bianco perla turchiniccio all’interno della mandibola giunse a meno di sei pollici dalla testa di Ahab, soverchiandola.
Come un’immensa cesoia, la mascella troncò di netto il legno della nave: Ahab cadde in mare a faccia in avanti, gridando: «Fate vela sulla balena!». Moby-Dick scomparve. Si udì un sordo rumorio, un rombo sotterraneo. Tutti trattennero il fiato, mentre una forma immensa balzò per lungo ma di sbieco contro la nave: sembrava un salmone scagliato contro il cielo. Scomparve in un gorgo brulicante. Ahab risalì sulla nave con una gamba sola; la gamba d’avorio gli era stata strappata via un’altra volta; ne restava uno spezzone corto ed aguzzo. Egli scagliò il ferro feroce, con una maledizione ancora più feroce, sull’odiata balena. Gridò: «Ti vengo incontro rollando, balena che tutto distruggi e non riporti vittoria; fino all’ultimo mi batterò contro di te; dal cuore dell’inferno ti pugnalo; in nome dell’odio ti sputo in faccia l’ultimo respiro». Tutto scomparve all’inferno: Moby-Dick, la nave, Ahab, i marinai, il libro meraviglioso che in questo momento finiamo di leggere. «Come cinquemila anni fa — diceva Melville — il grande sudario del mare si srotolò rollando». Sopravvisse solo Ishmael, il grammatico dietro il quale Melville si era nascosto durante la traversata del mare e del libro. Venne tenuto a galla da una bara. Il secondo giorno un veliero si portò più vicino a lui, sempre più vicino, e alla fine lo raccolse. Così, dice Ishmael di nuovo con le parole di Giobbe, «io tutto solo sono scampato per rappresentartelo».”

Comprendere l’incomprensibile

Che cosa può esserci, in effetti, di più frustrante del tentativo di comprendere ciò che non può essere compreso? Pensare Auschwitz, soggetto altamente destabilizzante, è possibile solo in uno stato di permanente crisi del pensiero. Pensare Auschwitz significa fare di questo lager simbolo uno dei paradigmi della crisi della contemporaneità”.
Penso di leggere prossimamente il libro “Auschwitz e la filosofia” (Diogene Multimedia, 172 pagine, 12 euro) di Giuseppe Pulina. Per ora pubblico l’intervista all’autore di Serena Lietti pubblicata in maggio su Diogene MagazineLe_radici_del_pensiero.
Cos’è Auschwitz per l’uomo e per la storia?
Se dicessi che dipende dall’uomo e dalla storia a cui ci si riferisce, non solo devierei dalla domanda, ma cadrei in un fraintendimento che può risultare pericoloso. Contro tale rischio – contro cioè la possibilità di relativizzare Auschwitz, provando a costruire indici e unità di misura – ho argomentato le tesi di questo libro. Fatta questa premessa, devo dire che Auschwitz rappresenta per molti filosofi l’evento che ha forgiato la nostra condizione di contemporanei. C’è stato un tempo in cui ciò che era accaduto rappresentava il passato (ed è questa la classica percezione del passato); siamo ora invece in un tempo (un’era senza tempo, si potrebbe dire) in cui il presente non può più prendere le distanze da quello che è stato. Può essere che tutto ciò abbia a che fare con il senso di colpa derivato dalla gravità del fatto compiuto (Auschwitz, nella fattispecie) e con il disperato tentativo di riscattarlo. In parole povere, Auschwitz continua a essere una grossa insidia per tutte le teologie, ma anche per una filosofia che voglia fare i conti con la storia.
Si può “spiegare” Auschwitz?
Stando così le cose, spiegare Auschwitz può risultare un’impresa impossibile. Auschwitz, come direbbe Jankèlèvitch, è un abominio metafisico (e già in questa definizione c’è qualcosa di significativamente anti-heideggeriano), perché non vi è possibilità di farsene una ragione. Gli stessi negazionisti, se ci pensiamo bene, non spiegano ma negano lo sterminio. Se provassero a spiegarlo, dovrebbero innanzitutto ammetterlo e, in un secondo momento, provare a comprenderlo, ma, essendo un fatto così assurdo e incredibile anche per loro, si guardano bene dall’arrischiarsi in un’impresa in cui il fallimento è certo. Se non si può spiegare Auschwitz, che cosa resta da fare allora? La filosofia, soprattutto quando conduce la sua indagine nel campo delle azioni umane, ha il compito di comprendere e di non arrestarsi davanti a nessuna difficoltà, ma, in presenza di Auschwitz e di quello che rappresenta, ogni suo sforzo rischia di essere vano. Proprio questa consapevolezza però legittima le pretese della filosofia che, se non potrà spiegare Auschwitz, dovrà comunque interrogarsi in merito alla sua irriducibile incomprensibilità. Dovremmo, in realtà, chiederci, come faceva Primo Levi, se proprio questa incapacità di fatto non sia, tutto sommato, una garanzia. Potrà mai la ragione spiegare perché migliaia di bambini sono morti soffocati nelle camere a gas? Auschwitz mette in fuga anche la più temeraria delle teodicee.
copertina_Auschwitz_WEBChe ruolo ha il ricordo nella vita dell’uomo e dell’umanità? È qualcosa di meramente passivo o vi è una responsabilità del ricordare, una parte attiva compiuta dal soggetto, più o meno consapevolmente?
Auschwitz e la filosofia non è una rassegna ragionata delle posizioni che i filosofi, nel corso di epoche diverse, da Leibniz a Jonas, hanno assunto nei confronti del male. Ma Auschwitz non è nemmeno un pretesto per aggiornare la lezione filosofica sul male. Con Auschwitz abbiamo avuto la prova di essere capaci di concepire e realizzare l’inconcepibile. Mi domando allora se tanto dolore possa essere contenuto, compreso e metabolizzato. Ciò significa chiamare in causa la memoria, affidarsi ai suoi meccanismi, averne possibilmente cura, per assumere consapevolmente il ricordo. È chiaro che nella memoria convivono atti che avvengono spontaneamente (con cieca necessità, verrebbe da dire) e altri che innervano passivamente la trama del ricordo. Voglio dire che ci sono cose che non riusciamo a dimenticare e altre che scegliamo di ricordare. Come dico nel libro, citando Borges, siamo sempre responsabili di ciò che ricordiamo e di ciò che dimentichiamo. Se non noi stessi, chi può rispondere della memoria che ci appartiene? A questo punto, sarà chiaro che per me Auschwitz è memoria alla quale apparteniamo.
Che fisionomia ha la memoria di Auschwitz?
Si va ad Auschwitz per vedere con i propri occhi ciò che è stato. Si leggono libri su Auschwitz e sulla Shoah. Si vedono soprattutto film che raccontano lo sterminio. Si fanno ancora tavole rotonde sulla “soluzione finale” e si organizzano le Giornate della Memoria. Auschwitz assume una fisionomia composita, varia e complessa. La nostra percezione se ne arricchisce, facendosi sempre più analitica. In tutto ciò vedo il tentativo non facile di dare corpo alla memoria e di rinnovare e potenziare le modalità con cui si esplica. Un bel film sulla Shoah non è solo una speculazione hollywoodiana. È uno dei modi in cui oggi è forse più facile ingegnarsi per raccontare Auschwitz. Ma deve essere chiaro che non possono bastare le Giornate della Memoria per ricordare. Queste servono per ricordare che dobbiamo ricordare; sono un po’ come il nodo al fazzoletto che ci capita di fare per non dimenticare qualcosa di importante. Che cosa fare però quando non sappiamo spiegarci il perché di quel nodo che non riusciamo più a sciogliere? Di quale utilità è stato il nostro proposito di ricordare per ricordare?
Cosa si può dire di nuovo rispetto a un tema così discusso? In che modo lo affronta? Quali filosofi chiama in causa?
Su Auschwitz si è scritto e detto tanto in filosofia, e, quindi, dire qualcosa di nuovo è difficile. La novità, se così si può dire, può essere l’approccio, il modo in cui la questione viene presa e affrontata. Quello che compio è una sorta di esercizio per ripensare Auschwitz, partendo dal filosofo, Leibniz, che ha sostenuto essere questo nostro mondo il migliore dei mondi possibili. Che cosa avrebbe mai detto all’interno di una camera a gas? Quanto avrebbe trovato insoddisfacente la teoria di un male radicale per parlare di Auschwitz? Credere in Dio – e Leibniz, ricordo, era un credente – può aiutare ad accettare, se non proprio a comprendere, il male. Con Auschwitz, ho detto, la teodicea si scontra con un’insufficienza strutturale: quanto più è grande il male, tanto più il Dio che, non impedendolo, lo ha consentito, dovrà venire magnificato, perché solo ad un Dio che avrebbe potuto, ma non ha fatto, può essere consentito di agire così. Si fa allora inevitabile il confronto con il pensiero ebraico e l’idea di un essere divino di cui, come direbbe Jonas, bisognerebbe ridefinire il concetto. Jonas, appunto, ma anche Jankélévitch, Jabès, Adorno, Bauman, Ricoeur, Lévinas, Morin, Anders, Arendt sono i filosofi che interpello e interrogo. Non poteva non esserci Heidegger, anche se sono convinto del fatto che il “caso Heidegger” una volta risolto non archivierà affatto la questione delle responsabilità della filosofia di fronte ad Auschwitz, ammesso che non si voglia davvero fare di Heidegger il punto terminale di una bimillenaria, lineare e univoca tradizione di pensiero, cosicché regolati i conti con Heidegger, liquidiamo nello stesso istante l’intera filosofia.
Con un occhio rivolto all’oggi e uno al passato, l’uomo impara dalla Storia o incede ripetendo pericolosamente gli stessi errori?
Non credo che dalla storia si possa apprendere una qualche lezione per il futuro, ma nemmeno ritengo che, per questo motivo, sia da ritenere una cattiva maestra. Se poi fosse realmente una cattiva maestra, non è da escludere che la sua frequentazione possa esserci comunque di aiuto. In “Modernità e Olocausto”, Bauman sostiene che non siamo sostanzialmente diversi dai contemporanei di Hitler e Goebbels, e cioè da quegli uomini, non necessariamente solo tedeschi, che hanno consentito che Auschwitz si materializzasse. Anche l’uomo degli anni Trenta e Quaranta probabilmente ignorava che cosa sarebbe accaduto e, peggio ancora, in molti casi, continuò ad ignorarlo. Non diversamente dai contemporanei di Hitler anche noi viviamo in un tempo di cui avvertiamo e subiamo gli eventi e i meccanismi. La nostra coscienza planetaria, potrebbe dire Morin, è ancora deficitaria, e, per dirla questa volta con Bauman, niente, nemmeno la conoscenza di ciò che è stato, potrà scongiurare che Auschwitz si manifesti ancora una volta. Eccola qui l’utilità di un libro – l’ennesimo, si dirà – su Auschwitz.”