In attesa…

Pubblico un articolo molto bello di Fulvio Scaglione preso da Avvenire.

“Su quanto avviene in queste ore in Egitto si appuntano, e con giusta causa, gli occhi del mondo. Occorre che questo avvenga, però, per le ragioni che davvero contano, e non per quanto conviene alla retorica del momento. È inutile, per esempio, cercare nella deriva autoritaria del presidente egiziano Morsi, espressione politica dei Fratelli Musulmani, la conferma di un fallimento della Primavera araba. Al contrario: la protesta contro le decisioni di Morsi dimostra che la Primavera ha aperto un vaso di Pandora di coscienza civica, prima assente, che sarà impossibile richiudere. Quello che invece deve inquietare è la bozza di Costituzione (da approvare con referendum) che il Presidente ha fatto licenziare in fretta e furia da un’Assemblea costituente popolata solo da Fratelli musulmani e salafiti dopo l’abbandono dei cristiani e dei laici per l’evidente impossibilità di svolgere un lavoro decente. La bozza, all’articolo 2, detta: «I principi della sharia sono la principale fonte della legislazione».morsi.jpg

È un dramma perché lo fa Morsi in Egitto? No, al contrario: è un dramma perché lo fanno tutti. Intanto, l’articolo in questione è tal quale a quello presente nel testo dei tempi di Mubarak. La Costituzione adottata dall’Iraq ha un articolo 2 identico quasi alla lettera. Quella dell’Arabia Saudita, all’articolo 1, dice: «Il Regno dell’Arabia Saudita è uno Stato sovrano arabo islamico con l’islam come religione; il Corano e la Sunnah del suo Profeta… sono la sua Costituzione ». Abbiamo citato per primi due Paesi molto “amici” dell’Occidente, ma se passiamo all’Iran troviamo all’articolo 4: «Tutte le leggi e i regolamenti civili, penali, finanziari, economici, amministrativi, culturali, militari e politici… devono essere fondati su criteri islamici ». E in Tunisia, dove elezioni democratiche hanno dato la maggioranza al partito islamista Ennadha come in Egitto ai Fratelli Musulmani, il tentativo di sottoporre le leggi dello Stato alla legge islamica è stato finora contenuto solo dalla forte mobilitazione dell’opinione pubblica. Questo è uno dei crinali più critici nei rapporti con il mondo islamico. È chiaro infatti che il monopolio della legge affidato a una sola fede, anche se maggioritaria, mina alle radici quel principio della libertà di religione che, al contrario, è uno dei capisaldi della nostra civiltà e della nostra cultura. Con quel che poi ne deriva in termini di reciprocità, sia nei rapporti tra cittadini sia nelle relazioni tra Stati. Ma non basta.

Restando alla bozza egiziana, troviamo che l’articolo 2 è pericolosamente integrato dall’articolo 4, quello in cui si ribadisce che, in materia di legge islamica, può essere sollecitato il parere del grande imam di Al Azhar, la moschea del Cairo che è anche il più prestigioso centro teologico del mondo sunnita. Questo configura non solo la sottomissione della legge dello Stato alla legge islamica, ma anche la subordinazione del potere giudiziario all’autorità religiosa. Mentre noi ben sappiamo che l’indipendenza della magistratura è una delle architravi del nostro Stato democratico. Questo va sottolineato. Perché la violazione del principio della libertà di religione, pur gravissima per ciò che sottintende, potrebbe in teoria scaricarsi solo sui non musulmani, che peraltro in Egitto sono almeno il 10% della popolazione, quindi non pochi. Mentre l’asservimento del potere giudiziario si scaricherebbe su tutti, musulmani e non musulmani, senza distinzioni, aprendo senza scampo la strada a un regime autoritario. In questa battaglia coloro che protestano in tante città dell’Egitto non vanno lasciati soli. Perché è una battaglia che in qualche modo combattono anche per noi.”

Quanti Islam?

Riporto due notizie che sembrano provenire da pianeti lontanissimi.

Da La Stampa

“Dopo diciannove ore consecutive di seduta, iniziata ieri a mezzogiorno e protrattasi per l’intera notte, l’Assemblea Costituente egiziana dominata dai Fratelli Musulmani e dai salafiti ha adottato la bozza della nuova Costituzione, che dovrebbe rimodellare le istituzioni del Paese in modo che riflettano i cambiamenti intervenuti nell’era post-Hosni Mubarak, grazie all’avvento anche nel Paese nord-africano della Primavera Araba: nell’annunciare l’approvazione dei 234 articoli del provvedimento il presidente dell’organismo, Hossam el-Ghiriani, ha precisato che è avvenuta all’unanimità, malgrado i lavori fossero stati boicottati dalle forze di opposizione laiche e liberali, oltre che dalla minoranza copta, soprattutto a causa del mantenimento della contestata norma in base alla quale la sharia, la legge coranica, costituisce la principale fonte giuridica.

corano.jpgOra il testo sarà trasmesso al neo-presidente della Repubblica, l’islamista Mohamed Morsi, affinché lo ratifichi entro domani. Il documento sarà poi sottoposto a referendum popolare confermativo nel giro di due settimane, vale a dire per la metà di dicembre. In proposito Morsi, intervenendo a tarda sera alla televisione nazionale, ha puntualizzato che i poteri quasi illimitati che lui stesso si era attribuito il 22 novembre con un contestatissimo decreto, non a caso definito ufficialmente “Dichiarazione Costituzionale”, sono legati esclusivamente a una «fase eccezionale», e che cesseranno di essere validi «non appena il popolo avrà votato sulla Costituzione», perché nell’Egitto contemporaneo «non c’è alcuno spazio per la dittatura»: con buona pace dei tanti che vedono invece nella mossa del capo dello Stato un ritorno all’autoritarismo di Mubarak. Quest’ultimo peraltro rimase al potere per quasi tre decenni, mentre la Costituzione testé approvata prevede un massimo di due mandati presidenziali ciascuno, per un totale di otto anni, oltre a imporre una serie di meccanismi di controllo sulle prerogative delle Forze Armate; sebbene, anche in tal caso, per i contestatori si tratti di misure più che altro di mera facciata.”

Da Le monde des religions

“«Le Coran ne fait aucune référence explicite à l’homosexualité» : c’est fort de cet argument que Ludovic-Mohamed Zahed, a décidé d’ouvrir, vendredi 30 novembre, une mosquée dite «inclusive» : les femmes, voilées ou non, ne seront pas séparées des hommes; des couples homosexuels pourront se marier religieusement… «Il s’agit d’ouvrir un lieu de culte où tou-tes seraient accueilli-es comme des frères et des sœurs humains avant tout, quels que soient leur sexe, leur identité de genre ou leur ethnicité», écrit-t-il sur LeNouvelObs.com.

Selon lui, le mot arabe qui désigne l’époux ou l’épouse dans le Coran, «zawjan», est n’est ni féminin ni masculin, deux hommes ou deux femmes pourraient donc se marier. D’ailleurs, les musulmans ne considèreraient pas le mariage comme un sacrement, comme les catholique, mais simplement «un contrat social entre deux individus consentants, devant deux témoins au moins, célébré en communauté», celles et ceux qui les reconnaissent en tant que couple. Enfin, tranche le jeune homme, «l’interprétation univoque et dogmatique de certains versets du Coran [qui légitimeraient l’homophobie et la misogynie] ne fait plus l’unanimité.»

Cette argumentation peut sembler partiale voire inexacte: de nombreux hadiths — des paroles attribuées au prophète Mahomet — paraissent condamner l’homosexualité; le Coran comporte un récit analogue au mythe de Sodome et Gomorrhe, etc… Mais pour l’imam de Bordeaux, Tareq Oubroux, nulle interprétation ne fait autorité. «Aucun texte univoque, authentique, ne fait mention d’une quelconque sanction contre les homosexuels, affirme-t-il avant de nuancer. Éthiquement parlant, le Coran n’admet pas l’homosexualité. Mais le passage de cette condamnation morale à une condamnation juridique n’existe pas.»

Quoi qu’il en soit, l’islam sunnite ne reconnaissant aucun clergé, Ludovic-Mohamed Zahed peut tout à fait ouvrir une mosquée sans l’aval du Conseil français du culte musulman ou d’un autre autorité. Des établissements similaires existent d’ailleurs aux Etats-Unis ou au Canada. La semaine dernière, selon le quotidien Métro, une imam de la mosquée de Los Angeles, Ani Zonneveld, devait à Paris pour célébrer le mariage de deux femmes — «deux Françaises de confession musulmane», précisait Ludovic-Mohamed Zahed. Cette union était organisée à l’initiative de la Confederation of Associations LGBT, European or Muslims (Calem) qui regroupe des musulmans du monde entier.”

Quale ortodossia?

Prendo dal Corriere.

sposa_promessa_rece_mini.jpgMinuta, graziosa e ancora frastornata per il successo inaspettato. Hadas Yaron, 22enne di Tel Aviv, ha vinto la Coppa Volpi all’ultima mostra di Venezia e ora arriva a Roma per accompagnare l’uscita del film-sorpresa che ha convinto giuria, pubblico e critica della Laguna: «La sposa promessa» di Rama Buhrstein (attualmente nelle sale, distribuito dalla Lucky Red). Una pellicola che racconta, in maniera semplice e oggettiva, i principi della comunità ebrea ultra ortodossa chassidica di cui fa parte la stessa regista. Una comunità chiusa a a qualsiasi forma di modernità, niente tv, niente cinema. E anche le donne, immerse in una cultura così patriarcale, vivono secondo rigidi precetti di separazione dei sessi e i loro matrimoni spesso vengono combinati. «Anche Shira, la protagonista del film, fa parte di questo mondo e il suo futuro sarà scelto dalla famiglia. E per me, da laica, era difficile entrare in questa prospettiva. Ho chiesto alla regista di darmi i compiti a casa, di indicarmi dei libri da studiare. Lei però mi ha detto solo di leggere attentamente la sceneggiatura e di non riempirmi la testa di queste cose. Dovevo solo leggere la sceneggiatura e cercare di provare le stesse sensazioni di Shira».

Shira ha 18 anni ed è promessa sposa ad un giovane della sua stessa età: un matrimonio combinato che però le fa battere il cuore. Il suo sogno d’amore, però, va in frantumi quando durante la festa del Purim la sorella maggiore Esther, muore di parto mettendo al mondo il suo primogenito. Poco dopo a Yochay, il marito di Esther, viene proposto di unirsi ad una vedova belga. Per evitare che l’uomo lasci Tel Aviv e porti con sé il suo unico nipote, la mamma propone un’unione tra la giovane Shira e Yochay. Shira dovrà dunque scegliere se ascoltare il suo cuore o seguire la volontà della famiglia. «Shira è una ragazzina che durante il film diventa donna. In questo senso mi sento anche io molto vicina perché sono in un’età di passaggio- racconta Hadas – Tra noi, però, c’è una grande differenza: quello che Shira vive nel film, le emozioni travolgenti, la storia d’amore e il matrimonio sono tutte cose che lei vede e sperimenta per la prima volta. Un esempio banale: lei non ha mai visto nemmeno un film d’amore e non sa cosa voglia dire innamorarsi. Io ho visto la mia prima commedia a nove anni… ».

La forza straordinaria del film è che a prima vista sembra non contestare in alcun modo i precetti religiosi, anche quando impongono a una ragazzina di sacrificare il suo futuro e i suoi sentimenti. Eppure, dietro questo sguardo di accettazione, i silenzi, le esitazioni e i comportamenti dei protagonisti compongono un ritratto meno schematico e semplicistico. Insinuano dubbi, insomma, su ciò che sia veramente giusto. E questo è merito della regista – nata a New York e diventata molto religiosa solo dopo il diploma – che usa il cinema proprio per far conoscere la comunità ultra ortodossa al mondo. «Conoscere Rama è stato conoscere l’intera comunità – dice Hadas – Tutti i venerdì sera durante la lavorazione del film andavamo a cena a casa sua, abbiamo assistito di persona a tutte le cerimonie che si vedono nel film: un matrimonio, una circoncisione e abbiamo parlato con un importante rabbino di Gerusalemme. Tutto quello che si vede nel film noi lo abbiamo vissuto per cercare di calarci nei nostri personaggi e nella storia».

Ma lei Hadas, giovane e laica, cosa ne pensa di questo mondo di femmine remissive in una società che non tiene conto dell’evolvere dei tempi?la-sposa-promessa.jpg

«Chi guarda da fuori la comunità chassidica pensa che le donne siano messe in un angolo, che non abbiano diritto di parola. Ma quello che ho imparato dalla regista Rama e dalle altre ortodosse che ho conosciuto sul set è che queste donne sono molto forti, prendono decisioni e scelgono».

In effetti le donne hanno un ruolo predominante come madri (quindi anche trasmettitrici dell’ortodossia) e consigliere. Ma, va ricordato, il matrimonio è quasi un obbligo e spesso è combinato dalla famiglia. Inoltre, le donne non possono studiare la Torah nelle yeshivah (scuole religiose) e dall’infanzia fino all’età adulta, vivono completamente separate dagli uomini proprio perché è vietato ogni contatto fisico prima delle nozze. «Grazie a questo film ho scoperto che esiste una grande comunità di ultra ortodossi a Tel Aviv di cui io non sapevo quasi nulla – ammette la protagonista – Vivono in centro, in una zona molto frequentata, piena zeppa di centri commerciali, negozi e locali. Dopo le riprese, un giorno stavo passeggiando per la strada principale con indosso i vestiti di tutti i giorni e ho incontrato la figlia della regista, una ragazzina molto bella che fa parte della comunità. Lei mi aveva conosciuto solo con gli abiti di scena, simili a quelli che portava lei. Ci siamo salutate, ma l’incontro è stato davvero strano e interessante. Adesso che so dell’esistenza di questa comunità ci farò molto più caso e la guarderò con occhi diversi».

La cronaca di questi giorni impone una riflessione più ampia. Il film racconta una minoranza ma è anche un esempio di convivenza, sottolinea principi e valori che a prima vista si contraddicono e poi trovano una sintesi. E’ questa la chiave del dialogo tra Israele e Palestina? «Non so, mi piacerebbe poter avere la risposta. Quello che è accaduto sul set è che persone diverse, laiche e religiose, hanno lavorato insieme e si sono rispettate a vicenda. Nessuno ha cercato di indottrinare gli altri. Abbiamo capito che ci trovavamo di fronte esseri umani come noi e c’è stato un dialogo profondo» ricorda Hadas. «Forse è questo il segreto: riuscire a dialogare e a rispettare gli altri, a guardarli sempre come semplici esseri umani, al di là della loro religione o in altri casi la fazione politica o il paese d’origine. Se questo succedesse ovunque, se noi guardassimo il prossimo come un essere umano degno del nostro rispetto, forse riusciremo cambiare le cose per davvero. Almeno è quello che spero».

Di che scegliere

Su Avvenire Lorenzo Fazzini commenta un libro di Pascal Morand sul rapporto tra lusso e religioni. Sotto lo pubblico per intero, ma lo faccio precedere da un passo preso dal libro “Fuori dal tempio” di Pierluigi Di Piazza in cui vengono riportate le parole di pre Toni Beline.

Il 18 ottobre 1975, fra le tante persone presenti quando sono stato ordinato prete, c’era anche don Antonio Bellina, allora parroco di una zona della montagna; dotato di intelligenza viva, di rara capacità di espressione orale e scritta, uomo e prete libero e critico. Venni a sapere della sua presenza perché ricevetti da lui una lettera, datata 19 ottobre, poi diventata pubblica, nella quale rifletteva sull’essere prete, concludendo provocatoriamente: «Hai tre strade da scegliere. La prima è quella della verità. Presentandoti come sei, devi dare una mano al popolo a liberarsi da tutte le catene che lo tengono prigioniero. Devi farlo crescere nella libertà, camminando davanti a lui verso la terra promessa. Se scegli questa strada, ti troverai contro immancabilmente il vescovo, i preti, i politici, i padroni, i bigotti, forse anche i tuoi amici. Avrai solo il conforto di Cristo e quello della tua coscienza. Puoi scegliere la seconda, che è quella della gran parte dei preti: non mettersi contro nessuno, fare funzioni religiose, dottrina, avvicinare coloro che sono ritenuti “poveracci’, dare ragione a tutti e non coinvolgersi con nessuno. Lasciare che la povera gente vada per la sua strada, soffra e muoia. Poi ti chiameranno per il funerale. Se scegli di non essere né pepe né sale, non avrai contro nessuno, farai solo pena. La terza strada l’hanno scelta in molti. Fregarsene della gente e mettersi dalla parte dei potenti. Avrai soldi, amici, ti faranno monsignore, potrai mettere da parte anche qualche soldo. Avrai il potere di trovarti molto bene in questo mondo. Avrai solo qualche imbarazzo a rispondere a Colui che ti aveva inviato a fare tutto tranne queste porcherie. Come vedi, hai di che scegliere”.

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Ecco il pezzo di Avvenire.

“Per un Gesù che loda la donna che spreca un vaso di olio profumato per fargli onore, vanno rammentati quei Padri della Chiesa durissimi sulla ricchezza ostentata: «Il tempo dei cristiani è un tempo di ferro e non d’oro» (Tertulliano); «Il superfluo del ricco è il necessario del povero» (san Girolamo). E se per l’islam i giardini dell’Eden sono – scrive il Corano – popolati di persone «con braccialetti d’oro, vestiti di abiti di seta», è pur vero che nella umma islamica vi sono correnti, come il wahabismo, dove ogni superfluo viene contestato. In Oriente il buddismo non è così ostile al lusso dell’esistenza, come si potrebbe pensare. Mentre l’induismo prevede, tra gli obiettivi degli adepti, proprio il piacere della persona. Insomma, chi l’ha detto che il credere faccia a pugni con l’essere bon viveur, o meglio con il lusso e la ricchezza? Pascal Morand, docente di economia all’Escp Europe, si è preso la briga di confrontare i principi di 8 diverse confessioni religiose con la pratica di quella che lui stesso definisce «ciò che oltrepassa l’uso» corrente delle cose, ovvero il lusso. Con una premessa del romanziere Marcel Proust, secondo cui il primo lusso dell’uomo è nientemeno che il tempo: «Se il tempo non è sinonimo di piacere, l’assenza di tempo è sicuramente fonte di dispiacere». Ma dunque come si rapportano secondo Morand i diversi credo con l’ostentazione della ricchezza? (en passant: la sua ricerca Les religions et le luxe. L’éthique de la richesse d’Orient en Occident, Editions du Regard, pp. 244, euro 22, è stata cofinanziata dalla Fondazione Pierre Bergé di Yves Saint Laurent: per cui, un tantino di precauzione nel trattarne i risultati è auspicabile…).

In sostanza il ricercatore transalpino trova più ambiguità e compromessi tra credere e lusso che non intemerate e scomuniche. Il caso cattolicesimo è quello che pone più problemi: se, come si diceva, i Padri della Chiesa (che accomunano del resto le diverse confessioni cristiane) erano molto duri su chi si lascia andare al superfluo, è proprio sant’Agostino a sancire la linea rigorista che andrà per la maggiore nella Chiesa: «Possedere il superfluo è possedere le cose altrui», scrisse il celebre teologo di Ippona. Figurarsi mostrarle e farne oggetto di esibizione! Epperò è il pensiero medievale che apre – secondo Morand – una possibilità di compresenza tra fede e lusso: la polarità interna al monachesimo cistercense e a quello di Cluny è paradigmatica: «Da un lato chiese bianche e solo funzionali, dall’altro il gusto dei vasti edifici, quello che si può chiamare “lusso per Dio”». È poi il barocco a consacrare la legittimità di un lusso divino che «rappresenta e provoca i movimenti dell’anima donando libero corso all’immagine, all’emozione e alla sensualità». Morand indaga poi altri due “territori” cristiani: il protestantesimo, con le sue varianti calviniste e anglicana, e l’ortodossia. In terra ortodossa è da segnalare che, con l’ascesa degli imperatori macedoni a Costantinopoli, «le arti sontuose divennero più che mai indispensabili all’esercizio del potere imperiale e alla gloria di Dio». E infatti sono numerosi i racconti di pellegrini russi e latini che, passando per la “seconda Roma”, riferiscono di «reliquie e icone coperte d’oro, pietre preziose e perle accumulate nei santuari». Insomma, visto che l’ortodossia «accorda meno importanza all’enunciato della morale rispetto al suo omologo occidentale» (il cattolicesimo, ndr) ecco che «l’aspirazione alla ricchezza e il desiderio del lusso ostentato sono un marchio di fabbrica della tradizione bizantina». Se si passa alle altre due religioni del Libro, Morand vede anche nell’ebraismo e nell’islam spiragli consistenti per far convivere lusso e fede. Arrivando a citare, nell’analisi dell’ebraismo, il noto economista Jacques Attali. Per il quale «nell’ebraismo è auspicabile essere ricchi, mentre per i cristiani è raccomandato di essere poveri. Per gli ebrei la ricchezza è un modo per servire meglio Dio; per i cristiani essa non può che nuocere alla salvezza». Ma anche qui le differenze non mancano: il celebre scrittore viennese ebreo Stefan Zweig sosteneva che «la ricchezza non è che un grado intermedio, un modo di raggiungere uno scopo vero. La volontà reale dell’ebreo consiste nell’elevarsi spiritualmente e raggiungere un livello culturale superiore». Morand rintraccia nell’ebraismo anche correnti più rigoriste e anti-lusso, come la cabbala. In sintesi, però, la fede abramitica «non considera il lusso che deriva dalla ricchezza un fattore di colpa. Ma è importante preservare l’ostentazione dell’eccesso».

E in Oriente? Qui si rintracciano le conclusioni più curiose del lavoro di Morand. Si scopre che l’induismo ha un rapporto ambiguo con il lusso: da un lato il maharadjah, figura contemplata nella società induista, è decisamente associato al benessere; dall’altro nella scala sociale della dea Shiva compare anche la figura dell’asceta. «L’induismo rivendica esplicitamente il piacere sensuale, dal momento che il kama, cioè il desiderio – nella sua valenza di soddisfazione carnale e voluttà –, è uno dei quattro obiettivi dell’uomo». E non si pensi che l’assenza del desiderio, che è il fondamento del pensiero buddista, contempli l’esclusione del denaro e della sua rappresentazione sociale. «È erroneo pensare un comportamento opposto e univoco del buddismo verso il lusso: bisogna distinguere tra quel che è auspicato e incoraggiato e quanto tollerato e permesso. La vita dei “laici” non obbedisce alle stesse esigenze di quella monastica». Così, il buddismo nascente che si confrontava con l’induismo «doveva costruire santuari, reliquiari monumentali e monasteri, acquisendo così un vantaggio sul brahmanismo che quest’ultimo non recuperò mai più». E anche la vita monastica dei bonzi ha subito derive lussuose non infrequenti: «Sono plausibili le lamentazioni periodiche su alcuni monasteri buddhisti infiltrati da uomini e donne interessate solo da una vita confortevole. La tendenza dei monasteri a una vita lussuosa è particolarmente ben dimostrata dall’estensione delle loro proprietà e porta a regolari domande di purificazione». Insomma, tra i discepoli di Buddha, scrive Morand, «se è preferibile evitare il lusso e la voluttà, questi comunque non devono essere banditi».

Infine una noterella sul confucianesimo. Qui si apre indirettamente il capitolo Cina, dove il pensiero di Confucio ha plasmato una società oggi diventata una tumultuosa potenza economica. Le due cose sono collegate? Secondo Max Weber il confucianesimo era un ostacolo allo sviluppo economico. Ma ora che il Dragone è la patria di 150 milioni di nuovi ricchi, tale assioma non vale più. E infatti secondo Morand «per il confucianesimo la ricchezza ha diritto di cittadinanza, è un fatto di cui è possibile beneficiare senza problema perché è qualcosa di realmente sceso dal cielo».”

Sette settimane: quasi due mesi?

L’altroieri avevo una riunione con alcuni colleghi. Una di loro mi ha raccontato di un articolonumero7.jpg di Repubblica che mi ha fatto sorridere. Il riferimento era la frase del generale israeliano Eyal Eisenberg sulla durata della battaglia nella striscia di Gaza: “Un periodo di combattimento di sette settimane”. L’articolo di Repubblica afferma che la battaglia durerà quasi due mesi. Ecco in poche righe un esemplificazione delle ragioni secondo cui è importante conoscere le religioni e la cultura religiosa. Sette settimane non sono semplicemente meno di due mesi. Posto qui sotto un articolo di Marco Mostallino pubblicato su Lettera43 (di cui non capisco il punto di vista secondo il quale Levitico e Deuteronomio siano testi ignorati dai cristiani: personalmente ho fatto pure un esame su di essi…).

“Il 50esimo giorno nella Bibbia è quello del giubileo, della festa, della vittoria. Arriva dopo «sette settimane» di sacrifici e patimenti: esattamente il tempo che il comandante delle truppe israeliane sul confine di Gaza, il general Eyal Eisenberg, ha annunciato come possibile durata dell’offensiva di terra contro Hamas. Certo, la previsione di 49 giorni di conflitto è basata anche su fattori militari e geografici, sulla stima della possibile resistenza delle truppe nemiche e sull’efficienza delle proprie. Ma la coincidenza con i testi religiosi è troppo netta e precisa per essere casuale: i riferimenti alle sacre scritture ebraiche e alla cabala non sono rari nella strategia delle Forza armate israeliane.

Nel Levitico, uno dei libri della Bibbia trascurati dai cristiani, ma preziosi per gli ebrei, si legge che la preparazione all’anno giubilare dura «sette settimane di anni», ovvero 49 anni, mentre il 50esimo sarà l’anno della festa. Il testo parla di «settimane di anni»; lo stato maggiore israeliano, invece, intende le settimane come noi le conosciamo, eppure il riferimento è evidente e voluto. I versetti 8-10 del capitolo 25 recitano: «Dichiarate santo il 50esimo anno e proclamate la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia». Per i credenti, per gli antichi ebrei privati della terra promessa, è questo il volere di Dio: la conquista o riconquista della patria, la «liberazione del Paese». Non stupirebbe sentir parlare i generali israeliani di un’offensiva militare messa in campo al fine di permettere ai propri cittadini di «tornare nella loro proprietà», la terra che a giudizio di Israele i palestinesi occupano illegalmente. Si tratta dei concetti del Levitico, il momento centrale della festa religiosa, e coincidono con i piani di battaglia del moderno esercito di Gerusalemme.

Anche nel Deuteronomio, un altro dei testi biblici ignorati dai cristiani, si legge (capitolo 16) la seguente prescrizione: «Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane: poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto». Ritornano, quindi, le sette settimane di fatica, di sofferenza, per celebrare al 50esimo giorno il raccolto, la vittoria, la lode a Dio che «non dimentica il suo popolo».

Il numero sette, d’altronde, è ricorrente e importante nella Bibbia: dai sette giorni della creazione fino al dettato evangelico di «perdonare 70 volte sette», le scritture sacre sono piene di eventi e precetti importanti sottolineati con questo numero. Così come le campagne militari delle forze armate israeliane: nel 1967 le truppe di Tel Aviv combatterono e vinsero la Guerra dei sei giorni, programmata a tavolino per questa durata precisa, così da sorprendere i comandanti di Siria ed Egitto, ma anche per ricalcare lo schema della Creazione biblica, dove per sei giorni Dio costruisce un mondo, per poi potere riposare e gioire nel settimo giorno. Potenza della fede o delle armi? Oppure, ancora, si tratta di richiami magici di una religione che convive con l’esoterismo, separata da una frontiera assai incerta e penetrabile? Al di là di quella che possa essere la durata reale della guerra con Hamas, quando comunica agli israeliani di prepararsi a «sette settimane di combattimento», il generale usa un linguaggio simbolico ben compreso nel proprio senso profondo dalla popolazione civile. Credenti o non credenti, i cittadini del moderno Stato di Israele sono cresciuti dentro la cultura ebraica e ne colgono e utilizzano simboli e riferimenti: così sanno che, almeno negli intenti, si tratta di una guerra che potrebbe essere in qualche modo decisiva.

Sette è un numero considerato perfetto, sacro ma anche magico, potente ed esoterico, nato dalla somma o fusione dell’elemento umano (numero quattro) dell’esistenza e di quello divino (il tre). È un numero che ha tra i propri molteplici significatici cabalistici quello della «forza»: la forza umana delle armi insieme con l’aiuto di Dio possono condurre le forze armate israeliane a una vittoria altrimenti impossibile, almeno nell’auspicio dei generali che scelgono le strategie militari. Del resto, i militari di ogni epoca e ogni parte del mondo sono stati spesso legati alla scaramanzia.

Lo stato maggiore israeliano aggiunge alla tradizione l’appello al divino, anche nelle parole. Così i poderosi carri armati prodotti in Israele sono chiamati «Merkavà», un termine che nella Bibbia indica il carro di fuoco che il profeta Ezechiele vede correre nel cielo lanciando saette e fiamme.

Ezechiele, poi, viveva, insieme con il suo popolo, negli anni dell’esilio di Babilonia, in attesa di tornare alla terra promessa, la Palestina dove oggi israeliani e Hamas si scambiano missili e bombe.

Insomma, gli alti comandi israeliani vedono l’attuale campagna militare come una prosecuzione della «guerra santa» che l’antico popolo ebraico dovette combattere contro i «malvagi» Filistei (in arabo moderno i palestinesi sono chiamati «filistin») e contro Amalek, dal nome delle genti che abitavano la Palestina biblica, diventato pian piano sinonimo di male assoluto, di demonio.

Curiosamente, infine, anche la postura dei comandanti dei carri armati israeliani, ritti con il busto fuori dalla torretta blindata, richiama la posizione di Mosè il quale, durante la guerra contro Amalek, su una collina, dritto in piedi, tiene alte le braccia al cielo per chiedere l’aiuto divino: e, racconta la Bibbia, quando Mosè teneva le braccia alte, gli ebrei avevano la meglio in combattimento, per poi rischiare di essere sopraffatti se il loro capo, stanco, lasciava cadere le braccia lungo i fianchi per riposare. La storia è ricca di simili esempi: le sette settimane dell’esercito israeliano a Gaza sono una sorta di amuleto, come la scritta in hoc signo vinces che l’imperatore romano Costantino fece apporre, insieme con la croce, nelle bandiere del suo esercito che a ponte Milvio avrebbe poi sconfitto Massenzio. E come il gioco del solitario con le carte cui Napoleone, uno dei più grandi strateghi della storia, pare si affidasse prima di ogni battaglia per cercare il contatto con quelle forze occulte, divine o naturali, che potevano guidarlo alla vittoria sul campo militare.”

Vescove? No, thanks

La notizia girava ancora ieri, ma non ho avuto tempo di postarla. L’avevo preannunciata in qualche classe lunedì mattina. Ecco l’esito, tratto da Rainews24.

chiesa anglicana, donne vescovo, welby, canterbury“Il sinodo della Chiesa d’Inghilterra ha votato contro la nomina di vescovi donne. Il tema aveva diviso la comunità anglicana. L’attuale arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, e il suo successore Justin Welby sono entrambi a favore dell’ordinazione di donne vescovo. A vent’anni dall’introduzione delle donne sacerdoti, la questione continua a creare divisioni tra tradizionalisti e liberali. Attualmente le donne costituiscono un terzo del clero della Chiesa d’Inghilterra. Il Sud Africa ha approvato nei mesi scorsi l’ordinazione della prima donna vescovo, mentre la Chiesa episcopaliana degli Stati Uniti, che fa parte della Comunione anglicana, è addirittura guidata da una donna. Resta il fatto che in ogni caso la Chiesa d’Inghilterra non si e’ per ora spaccata anche se è prevedibile che da parte dell’ala riformatrice non mancheranno le critiche verso quanto è accaduto. “Dobbiamo portare a termine il lavoro e dobbiamo farlo adesso”. Un messaggio chiaro e forte quello di Justin Welby, nuovo arcivescovo di Canterbury designato, che assumerà ufficialmente la guida della Chiesa d’Inghilterra il prossimo marzo e che oggi è intervenuto nella discussione fiume in corso a Londra dove da ieri è riunito il sinodo generale per votare sull’ordinazione delle donne vescovo, invitando a votare a favore. “E’ arrivato il momento di portare a termine il lavoro e votare a favore di questa misura”, ha detto Welby in un accorato intervento. “Ma la chiesa d’Inghilterra ha anche bisogno di mostrare come sviluppare la sua missione nella diversità e non nella divisione”.

Quello dibattuto a pochi passi dall’abbazia di Westminster è un tema di cui nella chiesa d’Inghilterra si parla dal 1966, data in cui si considera appunto ‘aperto’ un forum di discussione. Quasi un decennio più tardi, nel 1975, il sinodo generale stabilì che non vi fossero “impedimenti fondamentali” all’ordinare donne vescovo. E’ del 1985 la prima nomina di donna diacono e nel 1992 l’ordinazione delle donne prete riceve l’approvazione dei due terzi del sinodo.”

Di Ghoul in Ghoul…

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Sul numero di ottobre di XL, nella sezione “mondo”, Anna Lombardi scrive dello spettacolo organizzato dalla diocesi della Cattedrale di New York: una processione di mostri emerge dalla cripta di una chiesa neogotica e avanza lungo le navate sottolineata da ululati e musica sinistra e grida di orrore del pubblico. L’orchestra è composta da scheletri e anche il pubblico dà il suo contributo: streghe, vampiri, zombie, fantasmi. Il climax si ha con l’arrivo dei Ghouls, demoni infernali che aggrediscono il pubblico con urla e gestacci. Infine uno scheletro-papa con il piviale minaccia i presenti dal pulpito con un forcone. Dove siamo? St John Divine, nel cuore di Harlem.

Mi sposto di parecchi chilometri, molto lontano da Harlem, molto vicino a casa nostra. L’esorcista don Ermes Macchioni di Sassuolo afferma a Martina Castigliani: “Venite all’oratorio e portate i vostri bambini vestiti di bianco, o meglio ancora travestiti da santi. Proteggete i vostri figli quella notte, perché, anche senza volerlo e a loro insaputa, gioirebbero e danzerebbero per quello che viene chiamato “il Grande Cornuto” e che non può salvarli. Portateli in Chiesa l’indomani, giorno dei Santi e custoditeli da queste frottole spirituali e di moda che purtroppo non sono mai innocue… Alla fine dell’800, gli spiriti hanno confessato. Anche se i riti vengono fatti con superficialità, ogni volta che li evochiamo, loro si sentono chiamati in causa e legittimati a tornare. Per questo, io dico, ognuno può fare quello che vuole, però la sera del 31 ottobre se i battezzati non vogliono essere ipocriti vengano a festeggiare la festa della luce vestiti di bianco. Anche lì si balla e si danza, solo rievochiamo la luce e non le tenebre.”

That’s all folks…

Femminile plurale

A volte qualche studente mi chiede: “Prof, ma come si fa a scegliere di essere una suora di clausura? Che vita è?”. La mia mente va subito a un incontro che ho avuto in quarta liceo: gita di classe in Umbria, giornata ad Assisi, monastero di S. Chiara. Lì ho potuto ascoltare il racconto di vita di una clarissa e ho potuto respirare la pace che arrivava dalle sue parole. Oggi, sul Corriere ho trovato due articoli. Il primo riporta gli esiti dell’incontro tra la giornalista Laura Ballio con la clarissa Nella Letizia (lo ammetto, il nome fa sorridere…), il secondo è una testimonianza diretta della stessa monaca.

2957040519_2ec871e392_m.jpg“Quando ci pensavo immaginavo mura spesse, grate, buio, silenzio, isolamento, la ruota dove venivano lasciati i neonati abbandonati, il “di qua” e il “di là”, la separazione, l’oblio. Come il Manzoni descriveva il monastero di Gertrude, la monaca di Monza. E come mi ricordo da qualche vecchio reportage televisivo, con ombre di veli dietro reti fitte e voci deformate per renderle irriconoscibili. Invece, no. A Rimini, qualche settimana fa, ho conosciuto suor Nella Letizia, 45 anni, viso aperto al sorriso, velo beige su tonaca marrone-francescano, e ho scoperto – da laica ignorante di cose di chiesa – che la clausura nel 2012 è tutta un’altra cosa. L’incontro è avvenuto durante il Festival Francescano dedicato a Femminile, plurale, nella chiesa del Convento delle Clarisse di Rimini, dove suor Nella Letizia vive da 17 anni con 9 consorelle. Quel pomeriggio la chiesa era gremita, donne, uomini, anziani, ragazzi e bambini, seduti anche per terra e dentro i confessionali. Lei, che mi chiedevo come potesse essere una monaca di clausura, era in piedi dietro una cancellata puramente simbolica, e parlava di Chiara d’Assisi e dell’esperienza del corpo nella preghiera: con lievità e sapienza, declinando il suo femminile plurale, concludendo con un «la preghiera porta allegria e voi non lasciatela solo alle suore». E poi ha abbracciato decine di persone, stretto mani, scambiato battute. E a me – che la guardavo francamente sorpresa – ha dato il suo indirizzo di posta elettronica, attraverso il quale abbiamo avviato una conversazione che ha portato al post che segue questo, nel quale suor Nella Letizia (un nome, una garanzia) racconta la sua scelta e la sua vita di clausura. Nel 2012.

Ps. 1) in Italia ci sono circa 90mila suore, di cui 7mila sono in clausura e l’ordine religioso con più monasteri (nel 2004 erano 114, dati più recenti non disponibili) è quello delle clarisse.

2) la prima blogger religiosa è stata suor Elvira de Witt, ex cantante lirica olandese, così attiva sul facebook del suo paese (Hyves) e così abile nel muoversi nella rete, che il 13 luglio del 2011 è stata chiamata a tenere una lezione a porte chiuse per poche elette sul tema La suora nell’epoca digitale.

3) l’altra sera un’amica psicologa mi raccontava che, tra tutti i suoi pazienti, a prescindere da sesso età e occupazione, nessuno le ha mai posto il problema della spiritualità

 

“Femminile, plurale”: è l’originale titolo di una manifestazione svoltasi a Rimini dal 28 al 30 settembre scorso. Niente a che vedere con quanto la location potrebbe far pensare, bensì un ricco programma di conferenze, mostre, celebrazioni, spettacoli e tanto altro, incentrato principalmente su S. Chiara d’Assisi, nell’VIII centenario della sua consacrazione, nell’ambito del Festival Francescano. In quei giorni circa 30.000 persone sono state in qualche modo attirate da una donna vissuta tra il 1100 e il 1200, che ha trascorso 42 dei suoi 60 anni tra le mura di un monastero. Lo trovo sorprendente, anche se non dovrei essere sorpresa dal fascino suscitato da Chiara, dal momento che faccio parte di quel “femminile plurale” generato dal suo carisma e da quello del suo “piantatore” Francesco, come amava definirlo lei. Da clarissa non sono abituata alla frequenza di questi grandi numeri e, seppure nel nostro monastero non siano passati tutti e 30.000 (neanche allargando i nostri spazi all’ennesima potenza avrebbero potuto…), ho guardato con stupore le diverse migliaia di persone di tutte le età che hanno gremito quasi ininterrottamente la chiesa, per venerare le reliquie di S. Chiara e di S. Elisabetta d’Ungheria ospitate per l’occasione, e per partecipare alla nostra liturgia e ai due incontri sull’esperienza della preghiera di S. Chiara che ho proposto. Ho guardato con stupore e mi sono resa conto che, a mia volta, sono stata guardata con stupore, come per esempio dalla giornalista del Corriere, che è la causa della mia presenza su questo blog. Provo ad interpretare lo stupore che ho colto sul suo viso e su quelli di molti altri. Il primo inevitabile passaggio di meraviglia è susseguente ad una domanda: “Va bene che una donna come Chiara abbia vissuto la vita claustrale 800 anni fa, ma che ci fa una donna del XXI secolo tra quattro mura?” Immediatamente dopo, è la memoria degli studi liceali (o degli stereotipi che ne sono seguiti…) a far constatare con sorpresa che la claustrale che si ha davanti non ha nulla a che vedere con la Gertrude di manzoniana memoria. Non sembra monacata a forza, anzi addirittura sembra felice della sua scelta; non vive in catacombe buie e solitarie, ma in una comunità di sorelle, che si ritengono davvero tali, e si relaziona al mondo “di fuori”, talora anche via internet. Rispondo brevemente per chi ha avuto la pazienza di continuare a leggere fin qui. Non so spiegarmi perché si continui a pensare e a presentare la vita delle claustrali con tinte fosche e misteriose. Nei monasteri oggi non abitano più “monache di Monza”, ma donne normali, che provengono da estrazione sociale, professione, regione e talora anche nazione diverse (un piccolo mondo davvero variegato e plurale!), che insieme cercano di vivere la propria vocazione con amore e nell’amore, come qualsiasi persona, servendosi anche di quanto la tecnologia ci mette a disposizione, per incontrare e ascoltare i fratelli e le sorelle e offrire loro la vicinanza di preghiera.

Riguardo al senso della vita di clausura, devo dire che anch’io mi sono fatta questa domanda quando per la prima volta ho conosciuto le clarisse. La loro vita, apparentemente inutile, è stata per me utilissima, perché mi ha spronato a cercare il significato della ma esistenza, non accontentandomi dei vari surrogati di felicità a cui pure potevo avere accesso. Tuttavia, non avrei mai pensato che la loro vocazione sarebbe potuta diventare la mia, perché mi sembrava irragionevole vivere col Signore in un full time, e non con un più conveniente part time… E invece eccomi qui donna del XXI secolo, irragionevolmente ma felicemente, clarissa da quasi 20 anni, innestata in un Ordine ottocentenario nella Chiesa bimillenaria, di cui talora si vedono solo le “rughe”, ma non è solo così, almeno fino a quando continuerà a generare figure come Francesco e Chiara, e come i tanti santi/e, che hanno costellato la sua storia e continuano a costellarla (vedi don Oreste Benzi, di cui qui a Rimini sta per aprirsi la causa di beatificazione), rivelando un modello di persona che, pur non perseguendo le logiche del successo e del piacere ad ogni costo, si rivela realizzata e lieta. Guardo a questa schiera beata con la viva speranza di farne parte anch’io, insieme alle sorelle della mia comunità, e così auguro anche a te lettrice/lettore, offrendoti la nostra preghiera.

Europa laica?

Venerdì scorso ho pubblicato un post su una sentenza emessa da un tribunale tedesco quest’estate. L’argomento in questione era la circoncisione. Condivido ora, sulla stessa questione un articolo del sociologo dell’università di Padova Stefano Allievi. La fonte è la rivista Popoli.

“Dopo i veli e i crocifissi, toccherà ai prepuzi diventare oggetto di dibattito culturale, di 49 Guido Reni - la circoncisione.jpgconfronto politico, di iniziativa legislativa? La polemica religiosa estiva di quest’anno è emersa in Germania. Una sentenza del tribunale di Colonia – relativa a un bambino musulmano di quattro anni che aveva dovuto patire fastidiose complicazioni a seguito di una circoncisione – ha di fatto definito reato la circoncisione per motivi religiosi, in quanto «lesiva dell’integrità fisica» della persona. Una decisione che ha allarmato i musulmani, ma ancora di più gli ebrei – che condividono con i musulmani identica pratica -, il cui peso, in Germania, anche se numericamente inferiore, è per ovvie ragioni storiche culturalmente molto superiore. Ed è stato a causa delle durissime proteste ebraiche – la Conferenza europea dei rabbini ha addirittura definito la decisione «il peggior attacco agli ebrei dal tempo dell’Olocausto» – che il caso ha innescato una polemica pubblica di rilievo. Nella sua iniziativa di protesta, la comunità ebraica tedesca ha incassato l’appoggio – oltre ovviamente dei musulmani – anche della Chiesa evangelica e della Chiesa cattolica tedesca. Per ragioni che non sono di mera solidarietà, come vedremo, ma di principo.

Il Parlamento tedesco, per la verità, si è affrettato a votare a larga maggioranza una risoluzione favorevole alla circoncisione. Ma un sondaggio rivela che quasi la metà della popolazione (45%) sarebbe contraria, in nome della libertà di scelta in età adulta del bambino. Principio apparentemente ragionevole, il cui riferimento sono i diritti dell’individuo. Ma che, estensivamente applicato, potrebbe portare davvero molto lontano: ovvero ben al di là delle scelte e delle problematiche religiose, andando a implicare (e vietare?) ogni pratica educativa, religiosa o meno.

Il vantaggio di questa polemica, se così possiamo dire, è che non vale per una singola comunità religiosa. Si fosse trattato di un’usanza solo islamica, avremmo visto la stanca e ripetitiva prassi delle strumentalizzazioni politiche e degli schieramenti su posizione avverse. Ma il fatto che sia condivisa da ebrei e musulmani (come del resto la questione della macellazione rituale, ciclicamente rimessa in questione in vari Paesi, talvolta da partiti islamofobi ignari che riguardi anche gli ebrei), e praticata da molti altri per motivi igienici, come accade negli Usa (secondo alcuni studi, la maggioranza dei maschi americani è circoncisa, e molti ospedali la offrono come prestazione standard), aiuta a far andare la polemica dritta verso snodi teorici fondamentali che toccano i principi fondativi delle società pluralistiche. Ci sono certo aspetti pratici che toccano la questione: come ad esempio chi sia il soggetto autorizzato a praticarla (rabbini e imam o solo medici?) e il luogo in cui ciò è consentito (solo l’ospedale o anche una casa privata o un locale religioso?). Ma fin qui siamo nel novero delle technicalities, facilmente risolvibili. Ricordiamo che su questi aspetti ci sono state accuse e processi anche in Italia, a proposito di imam che avevano operato maldestramente provocando infezioni e lesioni a un bambino.

È chiaro invece che la questione cruciale è di principio, ed è grande come i fondamenti stessi del vivere in comune, dei principi fondativi della società, e del riconoscimento, tra le altre libertà, della libertà educativa e religiosa. Quali sono i limiti della libertà di religione? Può essa includere pratiche contrarie alla legge? No, evidentemente. Ma quali limiti può porre la legge, e in base a quali principi? Un primo limite è certamente l’integrità della persona fisica. Nessuno, nei Paesi occidentali, lo mette in questione. Tanto è vero che sulla base di questo criterio si è bandita ogni tolleranza di fronte all’escissione e all’infibulazione. Ma come si definisce questa integrità? Il limite è estendibile anche a pratiche, come la circoncisione maschile (ma potrebbe essere anche l’imposizione di un orecchino o di un tatuaggio), che non provocano un danno all’individuo, ma semmai ne sanciscono una diversità? Ancora, dove porre il limite alla libertà personale, inclusa quella degli educatori e dei genitori? Perché un’interpretazione estensiva del principio dell’intangibilità della persona, non solo sul piano fisico, potrebbe portare a vietare, sulla base di questi presupposti, anche il battesimo o qualunque altra pratica che attribuisca al soggetto minorenne uno status particolare o un’etichetta sociale: dal portare simboli religiosi, all’imporre un determinato codice vestiario, anche non religiosamente motivato.

Così facendo il rischio è che emerga un’idea di società che – come nella legge francese introdotta per combattere il velo islamico nella scuola pubblica – espunge i simboli religiosi dalla sfera pubblica, ma non tutti gli altri simboli (politici, culturali o di moda). Una società e una legislazione che, in pratica, decidono sulla base di un criterio ideologico, o meramente di potere, ciò che è consentito e ciò che non lo è. Sarebbe un paradosso, in società che sono sempre più plurali, e quindi contengono al loro interno diversità sempre maggiori. È sulla base di questi interrogativi che la sentenza di Colonia esce dal folklore per diventare un possibile segnale di dove stanno andando le società europee. E apre una discussione, anziché chiuderla. Sulle religioni, ma anche sull’idea di laicità che stiamo costruendo: una laicità aperta e includente, o al contrario, come sembra adombrare la sentenza di Colonia, una laicità esclusivista e, di fondo, ideologica?”

Bloody sunday nigeriana

Ne avevamo parlato in classe a fine settembre. Avevo detto di tenere d’occhio la situazione della Nigeria per capire se si trattasse di proteste legate al filmato contro Maometto o di una ripresa delle violenze di qualche mese fa. Mi sa che si sta andando verso la seconda ipotesi… L’articolo è di Massimo A. Alberizzi.

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“Ennesima domenica di sangue in Nigeria: ieri di prima mattina un terrorista suicida ha fatto esplodere la sua auto imbottita di dinamite nella chiesa cattolica di Santa Rita in Ungwan Yero a Kaduna, nel nord del Paese. Subito dopo è scattata la vendetta dei cristiani che hanno colpito case e negozi dei musulmani, ammazzando a sangue freddo alcuni fedeli di Allah. Un funzionario del NEMA (National Emergency Management Authority) ha confermato che i morti “sono almeno 10” ma sul numero di feriti non ha voluto essere preciso: “Decine e decine, almeno un centinaio”. Tra gli altri, in condizioni critiche, il sacerdote che stava officiando la messa. Subito dopo l’attacco suicida è partita la rappresaglia dei cristiani furibondi. Armati di bastoni e machete bande di giovani hanno assalito i musulmani e i loro beni. Il guidatore di un mototaxi, creduto seguace dell’islam, è stato bloccato dalla folla inferocita: l’uomo prima è stato picchiato, poi gli è stata rovesciata addosso la sua moto con il serbatoio aperto. Una volta ben inzuppato di benzina, gli assalitori gli hanno dato fuoco. Non è stato l’unico a essere stato ucciso per vendetta, ma la polizia non ha voluto fornire altri dettagli.

Secondo padre Anthony Zaka, il vicedirettore dell’ufficio stampa dell’arcidiocesi di Kaduna, il terrorista che ha devastato la chiesa doveva conoscere molto bene il posto. Probabilmente l’aveva visitato più volte in precedenza. Aveva scelto un angolo particolare dove immolarsi, per poter causare il maggior numero di vittime. Le chiese in Africa sono spesso in spazi aperti, in grandi parchi dove viene sistemato un altare. Così è quella di Kaduna, dedicata a Santa Rita. L’attentatore suicida ha superato il muro di cinta ed è entrato del giardino. Ha poi parcheggiato in una zona che si sarebbe riempita di folla da lì a poco. E’ rimasto seduto in auto finché la gente, per seguire la messa, non ha occupato tutto lo spazio disponibile, e solo allora si è fatto saltare in aria. “Cinque persone sono morte sul colpo – ha spiegato padre Zaka – e altre cinque subito dopo in ospedale per le ferite. Temo che il bilancio potrebbe aumentare perché ci sono parecchi ricoverati in fin di vita”. Nessuno ha finora rivendicato l’attacco, ma fonti diplomatiche non hanno dubbi: “E’ da attribuire a Boko Haram”, il gruppo islamista radicale che combatte il governo centrale del presidente Goodluck Jonathan. Ma è sbagliato ridurre la violenza che sta sconvolgendo la Nigeria a una semplice guerra interreligiosa tra cristiani e musulmani. La crisi ha radici più profonde: corruzione, povertà, disoccupazione degrado anche ecologico. La Nigeria è ricchissima di petrolio (ottavo produttore al mondo e primo africano) ma i proventi restano in mano a poche famiglie di miliardari. La scoperta di nuovi giacimenti a nord, nel bacino del lago Ciad ha moltiplicato i problemi. Sono troppe le mani rapaci che vogliono impadronirsi di quella fortuna. Leader senza scrupoli vogliono destabilizzare il nord. Plagiano i giovani, cui promettono lotta alla corruzione e alla miseria, opportunità di lavoro per tutti e salvaguardia della natura e dell’ambiente, e li convincono a combattere la guerra santa.”

“Sia circonciso tra voi ogni maschio”

Cosa deve fare un medico se si presenta una coppia che chiede di circoncidere il figlio? Ferdinando Fava è Antropologo all’Università di Padova e su Popoli ha risposto alla domanda, facendo riferimento alla sentenza di un tribunale tedesco.

circoncisione (copia).jpg“È lecito per un medico circoncidere un bambino per motivi religiosi su richiesta dei suoi genitori? Secondo un tribunale tedesco, questa pratica contiene alcuni elementi per la configurazione di un reato, ma poiché la giurisprudenza al riguardo non è uniforme, se il medico accettasse commetterebbe un inevitabile errore di diritto, proprio per questa mancanza di omogeneità. Egli agirebbe dunque non solo senza intenzionalità dolosa, ma neppure per negligenza o superficialità. Così si conclude la sentenza pronunciata il 7 maggio 2012 dal tribunale regionale di Colonia, resa pubblica il 26 giugno successivo, e che è immediatamente rimbalzata, in parte deformata, nel circuito mediatico scatenando reazioni molto contrastanti e dai toni molto duri. Perché questa sentenza e questa risonanza? I fatti cui si riferisce risalgono al novembre 2010. I giudici del tribunale respingevano il ricorso della procura contro l’assoluzione, in primo grado, di un medico incriminato di avere arrecato lesioni personali a un bambino di quattro anni, nella sentenza indicato come «K1» (per tutelarne la minore età), circoncidendolo nel proprio ambulatorio. I genitori del bambino, a distanza di due giorni dall’intervento, erano dovuti ricorrere al pronto soccorso del dipartimento pediatrico dell’ospedale universitario della città per arginare un’inarrestabile emorragia. Il perito esterno cui i giudici si erano rivolti confermava che il medico aveva agito correttamente secondo gli standard sanitari correnti (l’anestesia locale, la sutura di quattro punti e la visita domiciliare la sera stessa del giorno dell’intervento) ma asseriva anche che la circoncisione, almeno in Europa centrale, non è assolutamente necessaria come cura profilattica. I giudici respingevano l’appello confermando il giudizio di assoluzione del tribunale di primo grado.

Il dispositivo della sentenza è proprio ciò che è all’origine del dibattito che ne è seguito, multiforme e dai toni molto aspri. Ci sembra utile ripercorrerlo brevemente. La corte stabiliva che il bisturi usato con perizia dal medico incriminato non poteva essere considerato uno strumento pericoloso (come sostenuto invece dalla procura), ma riconosceva ciononostante che al bambino era stata certo arrecata una lesione personale. Secondo il tribunale, l’adeguatezza sociale della circoncisione per motivi religiosi, anche se operata in modo corretto da un medico su un bambino incapace di dare il proprio consenso e quindi solo grazie a quello dei suoi genitori, non la assicura dal non presentare elementi di reato. Detto diversamente, per la circoncisione non si prospetta apparentemente il problema della sua corrispondenza a un’ipotesi di reato, perché essa «va da sé» cioè è «socialmente invisibile, generalmente accettata e storicamente approvata e quindi non soggetta allo stigma formale della legge». Questo, però, non implica che la sua conformità alla aspettativa sociale la preservi dalla presenza di possibili elementi di reato: per il tribunale questa conformità dice proprio l’impossibilità di formulare un giudizio di disapprovazione legale. L’azione del medico inoltre, secondo il tribunale, non può essere giustificata dal consenso: il bimbo di quattro anni non ha la maturità per darlo, e quello dei genitori non giustifica la lesione personale che ne consegue. Il diritto all’educazione dei figli concerne quelle misure prese nel loro migliore interesse e questo non può risolversi in una lesione personale permanente.

Pertanto per il tribunale, a questo punto facendo appello alla letteratura accademica, la circoncisione di un bambino non capace di consenso non è una pratica che promuove il suo più grande interesse, che sia quello di evitare la sua esclusione dalla sua stessa comunità religiosa o di adempiere il diritto costituzionale dei genitori alla sua educazione. Questo diritto fondamentale è, infatti, secondo la corte, ristretto da quello altrettanto fondamentale del bambino alla propria integrità fisica e all’autodeterminazione. I diritti civili e politici non sono limitabili dall’esercizio della libertà religiosa: vi sarebbe dunque una fondamentale «barriera costituzionale» al diritto all’educazione dei genitori. Nel giudizio di proporzionalità cui ricorrere quando questi due diritti fondamentali vengono a collidere, la violazione irrimediabile dell’integrità fisica del bambino dovuta alla circoncisione implicata per la sua educazione religiosa, non è commisurata a questo fine anche se necessaria. Essa, infatti, cambia il suo corpo in modo irreversibile e irreparabile: cambiamento che potrebbe in seguito essere contrario agli interessi stessi del bambino, al suo decidersi indipendente, più avanti negli anni, circa la propria appartenenza religiosa. Il diritto fondamentale dei genitori, secondo i giudici, non sarebbe inaccettabilmente meno leso nel chiedere loro di aspettare il momento in cui il figlio possa decidere da se stesso l’assunzione di un segno visibile della propria affiliazione alla religione, in questo caso, musulmana. Il tribunale confermava così l’assoluzione del medico, senza colpa, per avere commesso allora un inevitabile errore sulla legge penale.

Il dibattito che la sentenza ha scatenato è apparso subito composito, sviluppandosi su piani interpretativi molteplici e correlati: quello giuridico, quello religioso, quello socio-culturale e politico. Ma non poteva essere diversamente. Nella sentenza, infatti, si cristallizzano le tensioni chiave che segnano il divenire oggi delle nostre democrazie liberali e i cui tentativi di soluzione, a loro volta, contribuiscono a costruirne la coesione e l’identità: la tensione e l’articolazione tra i diritti universali (umani, civili e politici) e quelli particolari (religiosi e culturali), tra il diritto del singolo, quello del suo gruppo culturale e della società più ampia in cui sono situati, la natura e i limiti dell’intervento dello Stato sull’educazione dei figli nella privacy famigliare. E tutto questo in una congiuntura storica nella quale i giudici, bisogna notarlo, proprio per l’oggetto, il dispositivo della sentenza e il contesto politico e geografico, si espongono all’accusa, tanto superficiale quanto politicamente strumentale, di islamofobia, di antisemitismo, o più in generale d’intolleranza alla religione di matrice razionalistica e liberale.

La sentenza tenta di definire una posizione terza non riconducibile alla separazione rigida e riduttiva che pone in tensione la legge dello Stato da una parte e le pratiche culturali e religiose dei suoi cittadini dall’altra. Essa appare molto più articolata delle caricature che di essa sono state fatte in molte delle sue critiche roventi. Non è nostro obiettivo valutare se essa riesca a salvare tutti i diritti in gioco e se l’argine che pone, la priorità dell’integrità fisica del bambino, sia giuridicamente fondato. Ma certo è che essa, mettendo in primo piano la circoncisione maschile religiosa, non solo ci invita ad approfondire il senso di una pratica che agli orecchi europei suona ancora scontata, innocua o salutistica, sopratutto nella sua versione medicalizzata routinaria, ma anche – e da qui allargando il cerchio dell’analisi -, a sollevare il problema dell’equità di genere rispetto alla facile criminalizzazione della sola circoncisione religioso-culturale femminile o ancora, estendendo l’ascolto e lo sguardo, ad analizzare l’iscrizione corporea del rapporto tra individuo e società come esso si configura proprio nella sempre più diffusa e invadente chirurgia estetica genitale. Insomma, è l’occasione per interrogarci oggi sulle pratiche di manipolazione dei corpi. Anche attraverso queste, il «corpo sociale» ormai globalizzato mantiene le sue molteplici gerarchie e pone in essere i propri confini, inscrivendoli nel corpo individuale proprio perché corpo sessuato. Quest’ultimo è portatore, infatti, rispetto al primo, di un’irriducibile ambiguità: fonte rassicurante della riproduzione del corpo sociale, esso è anche la costante minaccia del suo disfacimento. L’iscrizione corporea ordina il corpo sessuato al corpo sociale, ma di quest’ultimo ne dissimula così la radicale precarietà e dipendenza. Queste pratiche del corpo sono dunque «fatti ambivalenti»: sono fatti sicuramente religiosi e culturali, i cui rituali cristallizzano ideologie e dotano gli individui d’istruzioni per agire circa la personalità, i rapporti di genere, la cosmologia, lo status sociale, ma sono anche «fatti» irriducibilmente fisio-anatomici, modifiche irreversibili, che non possono non interpellare la riflessione etica e l’impalcatura giuridica, trovando nei diritti umani quel possibile fondamento condiviso, tanto universale quanto precario e problematico.”

1700 anni di cosa?

A Milano si è aperta una mostra che celebra i 1700 anni dall’editto di Milano (editto di Costantino). Sui giornali si celebra la bellezza dell’iniziativa e i tanti capolavori esposti. Spicca il parere tranciante di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma. Ecco cosa dice al giornalista Giacomo Galeazzi.

Rabbino Di Segni, perché teme un “uso strumentale” delle celebrazioni del 17° centenario costantiniano? 

«La conversione dell’imperatore al cristianesimo non è affatto l’inizio della tolleranza religiosa, anzi è da lì che hanno preso il via le persecuzioni inflitte alle altre religioni. Da quell’infausta data in poi tutti i non cristiani iniziarono ad essere perseguitati. Perciò costituisce palesemente una truffa fornirne un’interpretazione in termini positivi ed addirittura esaltarla come un passo in avanti per l’umanità».

Teme un’operazione di politica culturale? 

«Mi pare evidente. Ed è ancora più pericoloso e preoccupante se si vuole strumentalizzare un remoto passato per diffondere nell’odierna società globalizzata modelli inquietanti di predominio religioso che ostacolano la pacifica convivenza tra i credenti. La lezione da trarre da questa triste pagina semmai è un’altra. E questa sì andrebbe attualizzata».

E cioè quale? 

«Forzature così assurde testimoniano ancora una volta il dato amaro e incontrovertibile che la storia viene sempre scritta dai vincitori. Per questo, diciassette secoli dopo si può celebrare la conversione di Costantino decontestualizzandola e contrabbandando per autentica una finta “pacificazione” che in realtà altro non fu che l’inizio delle persecuzioni da parte dei cristiani».

Perché la ritiene una data infausta? 

«Con la conversione di Costantino è cambiato tutto. Quell’evento ha inciso in maniera decisiva sulla storia ed è strettamente connesso alla persecuzione antiebraica. Nulla dopo quella data fu più come prima e nessuno meglio del popolo ebraico può testimoniarlo. La conversione di Costantino costituisce uno spartiacque epocale, ha diviso la storia tra un prima e un dopo, determinando un drammatico sconvolgimento a cui ha inutilmente tentato di porre rimedio l’ottimo imperatore Giuliano ribattezzato per questo polemicamente e ingiustamente dai cristiani l’Apostata».

È compito degli storici porre rimedio alla “forzatura” che lei denuncia? 

«Negare ciò che quella data rappresenta va contro ogni evidenza storica. E questa vale in assoluto come principio, al di là del fatto che la conversione dell’imperatore fosse sincera oppure fosse solo un’astuta mossa politica».

Per una più completa informazione riporto l’editto:

editto.jpg“Già da tempo, considerando che non deve essere negata la libertà di culto, ma dev’essere data all’intelletto e alla volontà di ciascuno facoltà di occuparsi delle cose divine, ciascuno secondo la propria preferenza, avevamo ordinato che anche i cristiani osservassero la fede della propria setta e del proprio culto. Ma poiché pare che furono chiaramente aggiunte molte e diverse condizioni in quel rescritto in cui tale facoltà venne accordata agli stessi, può essere capitato che alcuni di loro, poco dopo, siano stati impediti di osservare tale culto. Quando noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, giungemmo sotto felice auspicio a Milano ed esaminammo tutto quanto riguardava il profitto e l’interesse pubblico, tra le altre cose che parvero essere per molti aspetti vantaggiose a tutti, in primo luogo e soprattutto, abbiamo stabilito di emanare editti con i quali fosse assicurato il rispetto e la venerazione della Divinità: abbiamo, cioè, deciso di dare ai cristiani e a tutti gli altri libera scelta di seguire il culto che volessero, in modo che qualunque potenza divina e celeste esistente possa essere propizia a noi e a tutti coloro che vivono sotto la nostra autorità. Con un ragionamento salutare e rettissimo abbiamo perciò espresso in un decreto la nostra volontà: che non si debba assolutamente negare ad alcuno la facoltà di seguire e scegliere l’osservanza o il culto dei cristiani, e si dia a ciascuno facoltà di applicarsi a quel culto che ritenga adatto a se stesso, in modo che la Divinità possa fornirci in tutto la sua consueta sollecitudine e la sua benevolenza. Fu quindi opportuno dichiarare con un rescritto che questo era ciò che ci piaceva, affinché dopo la soppressione completa delle condizioni contenute nelle lettere precedenti da noi inviate alla tua devozione a proposito dei cristiani, fosse abolito anche ciò che sembrava troppo sfavorevole ed estraneo alla nostra clemenza, ed ognuno di coloro che avevano fatto la stessa scelta di osservare il culto dei cristiani, ora lo osservasse liberamente e semplicemente, senza essere molestato. Abbiamo stabilito di render pienamente note queste cose alla tua cura perché tu sappia che abbiamo accordato ai cristiani facoltà libera e assoluta di praticare il loro culto. E se la tua devozione intende che questo è stato da noi accordato loro in modo assoluto, deve intendere che anche agli altri che lo vogliono è stata accordata facoltà di osservare la loro religione e il loro culto – il che è chiara conseguenza della tranquillità dei nostri tempi – così che ciascuno abbia facoltà di scegliere ed osservare qualunque religione voglia. Abbiamo fatto questo perché non sembri a nessuno che qualche rito o culto sia stato da noi sminuito in qualche cosa. Stabiliamo inoltre anche questo in relazione ai cristiani: i loro luoghi, dove prima erano soliti adunarsi e a proposito dei quali era stata fissata in precedenza un’altra norma anche in lettere inviate alla tua devozione, se risultasse che qualcuno li ha comprati, dal nostro fisco o da qualcun altro, devono essere restituiti agli stessi cristiani gratuitamente e senza richieste di compenso, senza alcuna negligenza ed esitazione; e se qualcuno ha ricevuto in dono questi luoghi, li deve restituire al più presto agli stessi cristiani.

Se coloro che hanno comprato questi luoghi, o li hanno ricevuti in dono, reclamano qualcosa dalla nostra benevolenza, devono ricorrere al giudizio del prefetto locale, perché nella nostra bontà si provvedeva anche a loro. Tutte queste proprietà devono essere restituite per tua cura alla comunità dei cristiani senza alcun indugio. E poiché è noto che gli stessi cristiani non possedevano solamente i luoghi in cui erano soliti riunirsi, ma anche altri, di proprietà non dei singoli, separatamente, ma della loro comunità, cioè dei cristiani, tutte queste proprietà, in base alla legge suddetta, ordinerai che siano assolutamente restituite senza alcuna contestazione agli stessi cristiani, cioè alla loro comunità e alle singole assemblee, osservando naturalmente la disposizione suddetta, e cioè che coloro che restituiscono gli stessi luoghi senza compenso si attendano dalla nostra benevolenza, come abbiamo detto sopra, il loro indennizzo. In tutto questo dovrai avere per la suddetta comunità dei cristiani lo zelo più efficace, perché si adempia il più rapidamente possibile il nostro ordine, così che grazie alla nostra generosità si provveda anche in questo alla tranquillità comune e pubblica. In questo modo, infatti, come si è detto sopra, possa restare in perpetuo stabile la sollecitudine divina dei nostri riguardi da noi già sperimentata in molte occasioni. E perché i termini di questa nostra legge e della nostra benevolenza possano essere portati a conoscenza di tutti, è opportuno che ciò che è stato da noi scritto, pubblicato per tuo ordine, sia esposto ovunque e giunga a conoscenza di tutti, in modo che la legge dovuta a questa nostra generosità non possa sfuggire a nessuno”.

A questo punto mi chiedo: è infausto l’editto o la storia che lo ha seguito? Fa problema l’editto o l’uso che ne ha fatto l’uomo? Non penso siano sofismi i miei. Certo, concordo col fatto che non si possa dire che da quel momento sono discesi 1700 anni di tolleranza religiosa, ma le premesse non mi parevano così negative.

Il terrorismo del Dalai Lama…

La Cina non sa più cosa fare per bloccare le auto immolazioni di coloro che manifestano a favore del Tibet. Ecco l’ultima trovata che ho letto su La Stampa.

“Taglia” anti-immolazioni da parte di Pechino: dopo più di un anno in cui decine di tibetani 2012_08_29_grabb_11804_0_rsz.jpge tibetane si sono dati alle fiamme per protestare contro le politiche cinesi sull’altipiano del Tibet, ecco che le autorità cinesi in alcuni villaggi tibetani hanno annunciato una sorprendente misura per contrastare il fenomeno, annunciando una ricompensa di 8000 dollari americani a chiunque sia in grado di fornire notizie su persone che stanno progettando di autoimmolarsi in protesta. Tremila dollari andranno invece a chi saprà fornire informazioni sui recenti casi già avvenuti – che hanno portato a 58 il numero di “torce umane” che hanno cercato di dimostrare la loro opposizione al controllo cinese del Tibet in modo così cruento, 48 delle quali sono morte. Già tre sono le persone che si sono date alle fiamme negli ultimi cinque giorni, dimostrando che l’ondata di tragici suicidi non fa che aumentare, e che i controlli sempre maggiori sull’altipiano non sono riusciti a invertire la tendenza. Le ultime autoimmolazioni sono avvenute nei dintorni del tempio di Labrang, nel Gansu, considerato una delle maggiori “università” della spiritualità tibetana, con una delle maggiori biblioteche di studio sul lamaismo (per quanto gli stessi monaci non abbiano accesso diretto alle scritture, la cui consultazione deve essere approvata da autorità laiche appartenenti al Partito, preposte alla sorveglianza del tempio). Pechino, fin d’ora, ha dato la colpa per i tragici eventi al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio, descrivendo le autoimmolazioni come “atti terroristici” ispirati dalla volontà di separare il Tibet dalla Cina del Dalai Lama. Come misura preventiva invece la polizia paramilitare cinese pattuglia le città e i villaggi tibetani con estintori, che sono stati aggiunti alle armi e divise d’ordinanza. E per quanto le autorità cinesi stiano cercando di moltiplicare i controlli preventivi per prevenire i suicidi, nessuna apertura politica che tocchi le ragioni profonde di tanto scontento è per il momento presa in considerazione. Anzi: mentre la Cina prepara l’apertura del 18esimo Congresso del Partito Comunista, a Pechino, il prossimo 8 novembre, nel corso del quale verrà selezionata la nuova classe dirigente cinese, sia le regioni a forte presenza di gruppi etnici minoritari, che le altre, stanno subendo un giro di vite per contrastare dissenso e proteste. (articolo di Ilaria Maria Sala)

Mi viene naturale chiedermi cosa ne possa essere di coloro additati come possibili auto immolatori da parte di qualcuno ingolosito dagli 8000 dollari…

A scuola di logica dalle monache tibetane

Prendo da un articolo di Ilaria Linetti pubblicato a fine febbraio 2012 qui.

IMG_2200.jpgDolma Ling è un convento di suore tibetane che si trova poco lontano dalla cittadina dove risiede il Dalai Lama. «La logica è il fondamento della nostra scuola»: questa è una delle spiegazioni che dà Dolma Tsering, la coordinatrice del convento. Per le straniere uno dei requisiti è imparare la lingua. Tutte le ragazze studiano logica: le basi si imparano nei primi due tre anni, mentre corsi di inglese e informatica permettono di approfondire conoscenze che serviranno anche nel mondo esterno. Gli studi di solito durano fino a 15 anni. Il centro di Dharamsala, costruito dalle stesse monache, ha seguito criteri di sostenibilità: il bagno del centro è riscaldato con energia solare e l’acqua usata nelle docce è riciclata per annaffiare le piante. I pasti, vegetariani, sono preparati dalle suore che realizzano anche il tofu: realizzare cibi freschi permette anche di evitare gli imballaggi, ma la plastica viene comunque raccolta e fornita al governo per realizzare il manto stradale. I rifiuti organici vengono utilizzati come mangime per le mucche oppure mescolati agli escrementi dei bovini e usati come fertilizzante. Le suore realizzano anche prodotti vari, dalla carta ottenuta mescolandola con petali e avanzi di stoffa per renderla più bella a bambole, borse, mandala e sculture che, vendute, permettono di finanziare la scuola. Ci sono, oltre ai dormitori e alle stanze comuni, anche una foresteria, un tempio, un cortile per i dibattiti e una biblioteca con testi in tibetano.

Al risveglio, prima dell’alba, le suore cominciano con lo studio dei testi religiosi, poi pregano per la lunga vita del Dalai Lama. La colazione prevede solo tè accompagnato da pane. I bambini seguono le lezioni per tutta la mattina, comprese grammatica, poesia e calligrafia tibetana. Le ragazze più grandi possono scegliere una compagna con cui praticare il dibattito: viene scelto un soggetto, una studentessa, seduta, deve rispondere in modo veloce e preciso. La sua “avversaria” decide se la risposta è soddisfacente: in caso positivo passa alla domanda successiva, altrimenti apre e chiude le braccia rapidamente, imitando il movimento delle mandibole di un coccodrillo. Sono gli insegnanti a dover dirimere eventuali controversie.

Le monache assomigliano ai loro colleghi maschi: stessi vestiti porpora e arancione, stessi capelli rasati e soprattutto stesso metodo di studio. La fede, per i buddhisti, non è tutto: le rivelazioni dell’illuminato si capiscono solo se si applica proprio la logica. Si studiano a memoria molti brani, imparandoli in modo ritmico, ma dopo averli recitati è importante valutarli con il ragionamento. «Aiuta ad approfondire la conoscenza dei testi» spiega la responsabile. Finora, però, i grandi pensatori buddhisti sono stati uomini anche perché, spiega la direzione, le suore non sono state istruite in maniera adeguata. È stato in particolare l’attuale Dalai Lama a spingere perché questa situazione cambiasse. Esiste addirittura un evento lungo un mese, chiamato Jang Gonchoe, un dibattito che schiera gli studenti migliori di diverse scuole nello stesso luogo. Una volta era riservato agli uomini ma dal 1995 il governo in esilio lo organizza annualmente anche per le monache.

Turchia d’Africa

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La più grande moschea di tutto l’emisfero australe si trova in un paese in cui i musulmani rappresentano il 2% dell’intera popolazione. E tale costruzione è l’edificio religioso più grande di quel paese. Sto parlando del Sudafrica, della strada fra Pretoria e Johannesburg, dove da poco è stata inaugurata Nizamiye: quattro minareti di 55 metri, una cupola da 24 metri di diametro, tre anni di lavoro e annessi una scuola, un bazar, un centro sportivo e una clinica chiesta da Mandela. Si tratta di una replica della moschea del 16esimo secolo di Selimiye che si trova nella città turca di Edirne, protetta dall’Unesco; non è un caso che all’inaugurazione abbiano partecipato il ministro dell’economia turco Caglayan e diversi imprenditori turchi. La Turchia sta cercando proprio in Africa nuovi spazi di influenza e nuovi mercati. Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha affermato che il tempio servirà a promuovere la tolleranza fra le diverse religioni.

Libertà e democrazia

In classe abbiamo parlato a lungo proprio di quello di cui scrive su Sette Stefano Jesurum. L’argomento è ancora il video Innocence of Muslims. Ecco un interessante estratto dell’articolo.

“… l’involontario cortocircuito credo imponga di ragionare su un tema vitale per le nostreislam, democrazia, tolleranza, laicità (e le loro) società: il rapporto tra sensibilità cultural-religiosa e democrazia come libertà di espressione. Perché la reazione dei fondamentalisti che hanno devastato e ucciso non ha affatto per bersaglio stupide vignette o pellicole blasfeme bensì la natura stessa degli Stati che ne permettono la diffusione e non esercitano la censura: le democrazie appunto. Ciò che sarebbe necessaria, dunque, è una profonda primavera araba delle idee. Tuttavia è pur vero che, lo ha ricordato Branca (Paolo, docente di Islamistica all’Università Cattolica di Milano), la libertà va sempre coniugata con la responsabilità. O ci serve forse una legge che dica fino a che punto è legittimo insultare gli altri? O vogliamo educare i giovani a fare ciò che passa loro per la testa ignorandone le conseguenze? Sono interrogativi non più rimandabili, che tornano a riproporsi ciclicamente attraverso fatwe come la condanna a morte di Salman Rushdie per i suoi Versi satanici, insurrezioni e sgozzamenti per vignette danesi o francesi che siano, pellicole e altro materiale più o meno volgarmente in contrasto con l’aniconismo, che non è prerogativa unicamente dell’Islam. Non si tratta affatto di scusare chi considera la laicità un peccato da punire con la morte né tanto meno di tacere di fronte alle farneticazioni criminali di sedicenti guardiani di non si sa quali ortodossie. Si tratta però di non cadere negli stereotipi, evitando l’insensata paura, evitando di vivere l’arabo come popolo truce che brandisce la scimitarra contro il mono esterno. Anche perché, constata il professor Branca, loro sono un miliardo e mezzo, e se fossero tutti come quelli che hanno infiammato le piazze noi non saremmo qui a parlarne.”

Prosecco halal

“Cosa si perde chi non l’ha mai provato” mi ha detto poco tempo fa, a una cena, un amico che stava sorseggiando un prosecco. Devono averlo pensato anche i fratelli Polegato, che si sono inventati lo spumante halal. Questo qui sotto è un estratto dell’articolo intero.

zerotondo.jpg“Metti una sera un gruppo di extracomunitari a degustare vino insieme a un produttore trevigiano, e nasce lo spumante ‘Halal’. Non un vero e proprio vino, in realtà, ma un succo d’uva spumante rigorosamente biologico. Un prodotto capace quindi di andare incontro alle esigenze religiose degli islamici, ma anche di aprire nuovi mercati per il Prosecco trevigiano. E’ la nuova idea di Astoria Vini, azienda di Refrontolo (Treviso) guidata dai fratelli Paolo e Giorgio Polegato, che lanciano in questi giorni ‘Zerotondo’, spumante che può fregiarsi del marchio ‘Halal’, l’ente che certifica i prodotti conformi alle regole islamiche di liceità (halal). Idea che nasce da una serata, ma soprattutto dal rapporto particolare che da sempre lega l’azienda con le varie realtà etniche presenti sul suo territorio e che negli anni l’ha vista protagonista di numerose campagne sociali e iniziative con le comunità multiculturali. “Abbiamo sempre avuto -racconta a Labitalia Paolo Polegato- un approccio multiculturale con il territorio. E un giorno abbiamo organizzato con un ristorante arabo di Treviso un corso per sommelier dedicato ad extracomunitari, ma tra i partecipanti ovviamente c’è stato chi si è rifiutato di assaggiare i vini in degustazione. Così, abbiamo pensato di realizzare uno spumante analcolico che potesse essere bevuto anche da loro. Da qui abbiamo sviluppato un progetto anche commerciale, destinato al consumo da parte dei musulmani presenti sul nostro territorio, ma anche all’esportazione nei paesi arabi”. E lo spumante ha già dato vita a un nuovo aperivito, ‘Tondospritz’, dove ‘Zerotondo’ viene miscelato con un bitter concentrato analcolico: uno spritz analcolico, insomma, destinato soprattutto ai giovani.”

Un osso nella gola

Mara Gergolet racconta, sul Corriere di oggi, un capitolo di storia contemporanea non molto distante dalle nostre terre: ci fa percepire quanto “fine della guerra” non significhi per forza “pacificazione”.

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“BANJA LUKA – «Non chiedo molto. Padre, lo dica lei: è vero che non vi ho chiesto molto?». Elemosinare no. Tutto si sopporta, un’unica stanza per vivere, senza acqua e senza bagno («quando piove, vado fuori con l’ombrello»), stufetta elettrica perché non c’è il camino. Ma non di essere scambiati per mendicanti. Vent’anni fa, prima di questo misero rifugio con pizzi di nylon alla finestra Marija Abdulic, 70 anni, la casa con i documenti in regola ce l’aveva. «Entrarono in sei – dice rivolta a padre Davor – in cinque minuti me ne andai». Soldati, civili? «Non voglio ricordare». Serbi. Cacciarono migliaia di croati dalle case di Banja Luka tra il ’92 e il ’93. «Se ho provato a riaverla, la casa? Ho speso tutti i soldi per gli avvocati. Ho avuto solo bugie». Ora, dice, a casa sua vive il figlio d’un amico del presidente Dodik. «Aspettano che moriamo tutti, noi vecchi. Poi nessuno più reclamerà indietro la nostra roba». E quel che non ha fatto la pulizia etnica, lo completerà il tempo.

Banja Luka, Republika Srpska. Qui, basta vedere i viali di vecchi platani, non è caduta una granata. I serbi erano maggioranza, ora questo è il capoluogo della loro entità «semiautonoma». Dei 40 mila croati ne sono rimasti tremila. E croato vuol dire cattolico. «Stiamo scomparendo, vogliono farci estinguere», dice il vescovo Franjo Komarica. Perché in un Paese che si divide non su linee religiose (nessuno mette in discussione la convivenza religiosa) ma etniche, i gruppi nazionali hanno un’origine religiosa. Komarica l’ha detto [Esplora il significato del termine: BANJA LUKA – «Non chiedo molto. Padre, lo dica lei: è vero che non vi ho chiesto molto?». Elemosinare no. Tutto si sopporta, un’unica stanza per vivere, senza acqua e senza bagno («quando piove, vado fuori con l’ombrello»), stufetta elettrica perché non c’è il camino. Ma non di essere scambiati per mendicanti. Vent’anni fa, prima di questo misero rifugio con pizzi di nylon alla finestra Marija Abdulic, 70 anni, la casa con i documenti in regola ce l’aveva. «Entrarono in sei – dice rivolta a padre Davor – in cinque minuti me ne andai». Soldati, civili? «Non voglio ricordare». Serbi. Cacciarono migliaia di croati dalle case di Banja Luka tra il ’92 e il ’93. «Se ho provato a riaverla, la casa? Ho speso tutti i soldi per gli avvocati. Ho avuto solo bugie». Ora, dice, a casa sua vive il figlio d’un amico del presidente Dodik. «Aspettano che moriamo tutti, noi vecchi. Poi nessuno più reclamerà indietro la nostra roba». E quel che non ha fatto la pulizia etnica, lo completerà il tempo. Banja Luka, Republika Srpska. Qui, basta vedere i viali di vecchi platani, non è caduta una granata. I serbi erano maggioranza, ora questo è il capoluogo della loro entità «semiautonoma». Dei 40 mila croati ne sono rimasti tremila. E croato vuol dire cattolico. «Stiamo scomparendo, vogliono farci estinguere», dice il vescovo Franjo Komarica. Perché in un Paese che si divide non su linee religiose (nessuno mette in discussione la convivenza religiosa) ma etniche, i gruppi nazionali hanno un’origine religiosa. Komarica l’ha detto ] dieci giorni fa a San Gallo, in Svizzera, alla conferenza dei vescovi europei, prima ancora all’Europarlamento, lo ripete da anni. «A noi non hanno dato una chance di sopravvivere – spiega nell’episcopato -. In questi saloni ho ricevuto delegazioni di europei, americani, la Nato. E uno, un grande nome, è sbottato: “Per noi, voi valete al massimo quanto i cavalli nelle stalle”. L’ho ringraziato: “Eccellenza, lei almeno ha detto la verità. Io non tradirò il suo nome, ma può star certo che ripeterò questa sua frase a tutti”».

È questa la grande accusa dei cattolici all’Europa del Nobel per la pace: d’aver sì imposto la fine della guerra con gli accordi di Dayton, ma fallito la pacificazione. «Dayton ha legalizzato i crimini», dice Komarica. Per Ivo Tomasevic, portavoce della Conferenza episcopale, «non c’è peggior ingiustizia di quella imposta per legge». Quegli accordi andrebbero riscritti, ma l’Ue non ci sente. La mappa etnica della Repubblica Srpska è impietosa: 152 mila cattolici prima della guerra, 11.900 adesso. Una comunità di vecchi. Per i giovani, niente lavoro né case. A Zlatan Psudka l’hanno occupata nel ’95 i profughi serbi in fuga dalla Croazia della reconquista di Tudjman. La sua famiglia ha accettato uno dei famigerati «scambi», il baratto immobiliare tra profughi, spostati nella regione come patate. Ma era una truffa: arrivati a Navir, in Croazia, hanno trovato una casetta per il weekend senza finestre, mai registrata al catasto. Da allora, 17 anni e 10 mila euro dopo, ha vinto due processi: entrambi annullati. Casi simili ce ne sono a centinaia. Darja Rakic, unico magistrato croato a Banja Luka, licenziata per far posto a una serba, lotta da 10 anni nei tribunali e giura che per riavere il posto andrà fino a Strasburgo. È in questo lento ostruzionismo dei tribunali, una «farsa istituzionalizzata», dice, che i serbi spengono i tentativi di ricostruire una comunità. «Qui combatte solo la Chiesa».

Non si capiscono i croati bosniaci senza la Chiesa. Una comunità di 440 mila persone, 358 sacerdoti e 475 francescani, 158 seminaristi, chiese piene ogni domenica. Neppure la cattolica Polonia, in percentuale, può tanto. A Banja Luka la Caritas ha restaurato tremila case, costruito una casa di riposo, creato cooperative contadine («grazie anche ad aiuti italiani, da Mantova al Trentino»). «Per i serbi – dice Komarica – siamo un osso nella gola: non possono inghiottirci, non possono sputarci». Duecento chilometri a Sud, a Sarajevo, i cattolici sono di nuovo minoranza. Stavolta tra musulmani. Trentamila durante la guerra, 10 mila adesso. (Solo in Erzegovina, al Sud, comandano loro). Ma come si fa a restare, con la disoccupazione al 44%, se per 100 euro hai il passaporto di Zagabria in tasca e l’Europa oltre il confine?

Certo, non tutti sono pessimisti. Non monsignor Franjo Tomic: «Uno vede ciò che vuol vedere». Questo prete-intellettuale, che pare uscito da Todo Modo di Sciascia, dirige Napredak, durante la guerra sfamava la gente e ospitava Christian Amanpour della Cnn . Oggi guida la più potente associazione culturale bosniaca: concerti, mostre, una squadra in serie B, dove quasi tutti sono musulmani. «Dio ci ha creati diversi», dice, e lui tra i musulmani è popolarissimo. «Qui purtroppo anche la gente religiosa guarda con occhi nazionali». Nella Sarajevo invasa dai capitali del Golfo, si aspetta sette anni il permesso per costruire un centro cattolico giovanile. Renata lavora lì. «La convivenza con i musulmani? I 18enni vi diranno: ci amiamo». Ma a 35 anni, dice, si nota che i musulmani tra loro si salutano «salam aleikum» e a te dicono «dober dan», che il supermercato BBI non vende carne di porco, che a Ramadan nei bar sparisce la birra. «Prima della guerra era tutto… normale!». Non ha paura per sé. «Ma ho una figlia di nove anni. Che destino avrà?».”

No femminile alla sharia

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Una storia di coraggio tutta al femminile, presa dal Corriere. L’ha scritta Monica Ricci Sargentini

“Erano solo duecento ma è come se fossero state migliaia. Sì perché ci vuole coraggio per scendere in piazza a Timbuktu, una delle città nel nord del Mali finite sotto il controllo dei gruppi estremisti islamici, per protestare contro le limitazioni alle libertà imposte dai salafiti in nome dell’applicazione della sharia. Le donne hanno sfidato l’ira dei radicali manifestando contro l’obbligo a portare il velo, a girare per la città solo accompagnate dal marito o dal fidanzato, a essere frustate pubblicamente per la minima violazione di regole così rigide che impongono loro persino un coprifuoco serale. Gli islamici hanno sparato alcuni colpi in aria per disperderle. Fortunatamente non ci sono stati feriti. Timbuktu è la “città misteriosa” del Sahara, neo capitale del “nuovo Stato indipendente di Azawad”, autoproclamatosi tale nel nord del Paese. Indipendente e islamico in senso qaedista e wahhabita, per cui — a parte le considerazioni politiche — ogni deviazione dal più rigido monoteismo è “shirq”, idolatria. In un’area vasta quanto la Francia ormai si applica rigidamente la versione fondamentalista della legge islamica. Le distruzioni del patrimonio artistico, le amputazioni di mani e piedi, le lapidazioni, le fustigazioni e più di recente le esecuzioni sommarie sono fatti all’ordine del giorno denunciati in un recente rapporto di Amnesty International. Innumerevoli anche i casi di stupro di donne e il reclutamento sempre più massiccio di bambini soldato. Tutto questo sta spingendo la comunità internazionale a valutare seriamente l’ipotesi di un intervento militare per scacciare i terroristi, richiesto tra l’altro in più occasioni dal presidente ad interim maliano, Dioncounda Traorè. La Comunitá economica dei Paesi dell’Africa occidentale (Ecowas) ha già pronta una forza militare di 3.000 uomini circa, ma il Mali chiede una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Nei giorni scorsi, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha annunciato la nomina dell’ex primo ministro Romano Prodi come inviato speciale delle Nazioni Unite nel Sahel per cercare di risolvere la complessa crisi in cui versa l’area.”

Vite da donne ultraortodosse

Ho trovato su Jesus questo articolo di Barbara Schiavulli con la collaborazione di Cristiano Bendinelli. E’ molto interessante e descrive, soprattutto da un punto di vista prettamente femminile, il mondo dell’ortodossia ebraica, dell’ultraordossia, di quel mondo che sembra distante centinaia d’anni dalla nostra realtà. Buona lettura!

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“Sono voci difficile da ascoltare. Storie nascoste anche se non così lontane. L’ultimo Festival del cinema di Venezia, ha aperto uno spiraglio. Hadas Yaron ha vinto il titolo di miglior attrice, nel film israeliano Fill the void che racconta la storia di una famiglia ebrea ultraortodossa di Tel Aviv. Ci si immerge in quel mondo dove ogni decisione viene presa in base alle regole religiose. Una ragazza e la convinzione dei genitori che debba sposare il marito della sorella morta durante il parto. «Che cosa ha di speciale questo mondo? Questa mistura di gioia, dolore e tristezza che sa tenere assieme, senza scomporsi», spiega la regista Rama Burshtein. Uno spioncino su un mondo difficile da penetrare perché le donne ultraortodosse vivono separate. Lontano da sguardi indiscreti. A distanza dal rischio di poter essere anche solo sfiorate per sbaglio da un uomo. È questo il posto delle donne. In fondo agli autobus ben separate dai maschi. E anche se ancora guadagnano il 40 per cento in meno di un uomo, lavorano per mantenere la famiglia perché un buon marito possa passare la vita a studiare. Devono fare più figli possibile perché, per quanti interessi possano avere, le donne si realizzano solo procreando. Non devono parlare in pubblico, non devono cantare di fronte agli uomini. Non devono indossare jeans o abiti succinti, meglio non far uso di trucco. Non è bene che si facciano fotografare, non è bello vedere l’immagine di una donna su una pubblicità, e uomini e donne dovrebbero avere marciapiedi diversi su cui passeggiare. Devono essere sempre e soprattutto modeste. Non devono guardare gli uomini negli occhi, devono ubbidire al marito, al quale spetta l’ultima decisione. O al padre che, con la madre e l’aiuto di un rabbino specializzato combinano il loro matrimonio. Devono studiare, ma quanto basta per poter trovare un lavoro. Ragazzi e ragazze non possono leggere libri non autorizzati, non possono guardare la tv e neppure sfogliare riviste di musica.

Potrebbe sembrare il profondo Afghanistan o l’Arabia Saudita, invece è l’anima nascosta di Israele. Nel Paese dove le differenze tra uomini e donne sono bandite per legge, dove le ragazze fanno il militare, scalano le vette politiche e professionali, una parte della società – circa un milione di persone tra ortodosse e ultraortodosse – vive imprigionata dalle regole, dalla paura di integrarsi, dal desiderio di chiudersi nella propria comunità e non lasciar trapassare niente che possa scuotere le fondamenta del proprio dogmatismo. Sono gli haredim, «coloro che tremano», i «timorati di Dio». In contrasto con lo Stato che spesso non riconoscono, ma completamente dipendenti da esso per sopravvivere. Un mondo frammentato, diverso a seconda dell’opinione di chi interpreta le regole, che cambiano rispetto al quartiere o al gruppo, o alla scuola a cui si appartiene. In questo milione di persone ci sono gli ortodossi, gli ultraortodossi e gli estremisti. Ci sono quelli che non si curano di nulla se non della propria famiglia e quelli che vorrebbero che tutto quello che li circonda fosse come desiderano loro. E la visione non è sempre edificante per le donne. «Indossa una gonna lunga fino alle caviglie, una maglia con le maniche lunghe e il collo abbastanza alto, altrimenti nessuno ti parlerà. Ricordati: niente deve essere scoperto al di sotto del collo, del gomito e al di sopra del ginocchio. E fai molta attenzione, sono abbastanza aggressivi con gli estranei», mi dice il rabbino quando parcheggiamo nel cuore di Mea Shearim, un quartiere di ebrei ultraortodossi a Gerusalemme. Un cartello sovrasta un palazzone decrepito. I caratteri grandi sono in nero e in rosso: «Gli stranieri non sono i benvenuti». E poi un altro: «Le donne devono vestirsi modestamente».

Dieci anni fa Gerusalemme era una città ben divisa: la città vecchia e quella nuova, da una parte gli arabi e dall’altra gli ebrei. All’interno di quest’ultima, i confini tra israeliani moderni e gli ortodossi erano distinti. Nessuno oltrepassava le linee. Ora non è più così. Con una media di due e tre figli per i moderni, e 8 o 9 per i religiosi, questi ultimi stanno crescendo notevolmente. E si stanno allargando oltre ai confini delle loro zone. Ora non è insolito camminare per la lunga Jaffa Street e vedere turisti in canotta e pantaloncini traboccanti di sacchetti di souvenir e madri ortodosse che trascinano nugoli di bambini vestite come 300 anni fa nell’Est dell’Europa. Nessuno si guarda. Nessuno si dice niente. È come se due mondi paralleli si sfiorassero senza incontrarsi mai. Da una parte le donne che vogliono fare la differenza, e dall’altra quelle che sono contente e realizzate nel ruolo di madre e di moglie. E alcune sembrano davvero felici. Felici nel loro mondo strutturato. Molte vengono dal Canada e dagli Stati Uniti, sono figlie di immigrati o si sono sposate e hanno affrontato una nuova vita credendoci. Ma chi non riesce a inserirsi non ha scampo. «Sicuramente ci sono delle situazioni estreme, e ci sono delle persone malvagie, ma non ci sentiamo segregate, non ci sentiamo bisognose di aiuto e salvezza. Io per prima preferisco salire in fondo all’autobus perché non voglio neanche per sbaglio essere toccata da un uomo che non sia mio marito. È questione di comodità e sicurezza, mi sento più a mio agio tra donne. Potrebbero anche essere gli uomini a stare dietro e noi davanti, ma poi ci guarderebbero e neanche quello mi piacerebbe, siamo donne modeste», ci racconta Rivka Segal, 46 anni, sei figli, insegnante giunta da Baltimora sette anni fa. Ma la modestia è un modo di vestirsi o un modo di comportarsi? «Un modo di comportarsi naturalmente, ma gli uomini sono deboli e non devono essere tentati. Qui per noi la vita è molto più facile rispetto all’America, abbiamo centri sanitari per noi, negozi, luoghi di ritrovo, la gente sa come ci si deve comportare. So che ci sono stati atti di estremismo, ma non è una caratteristica della nostra comunità. Sfortunatamente veniamo giudicati dalle azioni di queste persone che hanno problemi che riguardano la polizia, non la religione». Rivka allude a quegli uomini ortodossi che solo qualche settimana prima hanno insultato e sputato addosso a una bambina religiosa di otto anni mentre andava a scuola nella cittadina di Beit Shemesh, colpevole di aver la gonna della divisa scolastica, secondo loro, troppo corta. O quei due ragazzini arrestati perché pagati da un ragazzo più grande ultraortodosso per urlare con un megafono davanti a una delle porte della città vecchia di Gerusalemme che le donne devono sedersi in fondo. O quella ragazza che in un supermercato ortodosso è andata in jeans ed è stata costretta a scappare per gli insulti. O quell’altra religiosa, trasferitasi con due bambini nel quartiere di Mahane che ha ricevuto una lettera minatoria che le intimava di andarsene perché indossava dei pantaloni, considerati immodesti, firmata dai «Guardiani della Modestia», un gruppo di facinorosi che non disdegna la violenza quando vuole ottenere qualcosa. O le decine di telefonate che arrivano ai centri antiviolenza, che spesso possono solo ascoltare, perché anche se le strade non hanno cancelli, raramente si riesce a penetrare la comunità ultraortodossa per aiutare chi lo chiede. «Noi amiamo il nostro modo di vivere, pensiamo sia il percorso giusto», dice Rivka con convinzione e con uno sguardo affascinante che neanche il suo vestito largo e l’assenza di trucco, può cancellare. «Pensiamo di dover trasmettere questo ai nostri figli, e anche se a volte le tensioni sono fortissime, noi crediamo in Dio e la sua è l’ultima parola». È americana ma sembra venire da un altro mondo. Non ha la televisione, anche se usa internet, è ragionevole e disposta a discutere, ma è ferma sulle sue idee. Le risposte alle sue domande sono nella Torah, le altre non sembrano contare.

«Il nostro stile di vita si basa sulla Torah (i primi cinque libri della Bibbia, ndr) e sulle leggi e regole ebraiche che ne discendono», ci spiega Joseph Friedman, un ricco uomo di affari ortodosso. «L’uomo comanda sulle donne, ma non è una maledizione, deve comportarsi bene e fare del suo meglio. Sfortunatamente, i movimenti di liberazione delle donne stanno creando problemi che non ci sono stati per secoli. Ora le donne lavorano, studiano, e va bene, si chiede loro solo ubbidienza. E le donne lo sanno, lo vogliono. Gli ortodossi stanno aumentando perché la gente ha bisogno di dare un significato più religioso alla vita. La religione è certezza, la logica no».

Il quartiere di Mea Shearim è molto povero. Le case sono fatiscenti, i fili elettrici sono scoperti e rincorrono le mura degli edifici. Le donne sono guardinghe ma curiose, teste coperte spuntano dalle porte, osservano gli sconosciuti, si sentono mormorii. Alcune non parlano neanche l’ebraico, ma l’antico Yiddish. Altre – quelle più giovani, spesso incinte – lo hanno imparato a scuola. Generalmente sono più istruite degli uomini, che si dedicano solo agli studi religiosi. Sarah ha 40 anni, cinque figli, un fisico minuto che si perde in un brutto vestito pesante, nonostante nell’aria ci siano non meno di 35 gradi. Indossa dei collant spessi nel suo negozio di cose per la casa. «Lavoro, bado alla casa, tiro su i miei figli, mentre mio marito studia tutto il giorno. È sua l’ultima parola per qualsiasi questione, ma discutiamo». La strada verso casa sua è un labirinto, chiama il marito che acconsente ad avere ospiti, cammina in fretta per non dare nell’occhio. Il marito Avram Rassad è gentile, quasi contento di avere degli «alieni» in casa sua, saluta la moglie con uno sguardo. Sarah ha voglia di raccontare: «Ballo, canto, esco, faccio tutto quello che fai tu, solo con le donne: non è bene che uomini e donne stiano insieme. Il mio sogno? Che i miei figli siano persone perbene. Non voglio più di quello che ho. Non ho bisogno della tv o della lavatrice. Sono soddisfatta della mia vita, è piena dei sorrisi dei miei bambini».

Non lontano c’è una libreria, sulla vetrina ci sono ancora i segni della vernice che i vandali gli hanno tirato perché vendevano anche libri di autori non religiosi, scrittori stranieri, classici vietati. Moshe Heimlich è un vicino di Sarah, vuole che conosciamo la sua famiglia che sta per andare al mare a Tel Aviv in una spiaggia rigorosamente per donne e separata da tutti gli altri. Ha cinque figli e due occhi vivaci. Ha visto sua moglie una volta sola prima di sposarla, ma si ritiene moderno perché sua figlia ha già incontrato tre volte il suo futuro marito. La loro casa è modesta, camere da letto con letti separati, pochi mobili tranne per una credenza che contiene tutti gli oggetti che servono per le varie ricorrenze e i libri rigorosamente religiosi. Nella stanza delle figlie c’è un tocco di rosa, ma niente che fa pensare al nido di ragazze adolescenti.

«A Beit Shemesh non scendere neanche dall’auto, non far vedere che avete una macchina fotografica», suggerisce il rabbino che ci accompagna. A un’ora e mezzo da Gerusalemme, tra le colline, in un paesaggio che sembra lontanissimo dalla brulicante Città Santa, sorge una cittadina moderna di più o meno 70 mila abitanti, oggi per lo più ortodossi. C’è un intollerabile silenzio. Perfino i bambini che tornano da scuola sono quieti. «Sono andata in un nuovo supermercato che si diceva avesse ottimi prezzi», racconta Sonia, una residente di Beit Shemesh. «Quando sono arrivata un dipendente mi ha passato una gonna lunga e uno scialle chiedendomi di indossarli perché avevo i pantaloni. Mi sono rifiutata». Poi ha visto un’insegna che diceva che le donne dovevano vestirsi modestamente, mentre facevano la spesa. Qui hanno aggredito una bambina di otto anni e chiesto alle donne di andare su un marciapiede diverso da quello dei maschi. Chi non è religioso in questa città è esasperato. Chi lo è, si barcamena tra il voler essere lasciato in pace e la brutta immagine che provocano gli estremisti.

Non poco tempo fa a Gerusalemme durante un congresso di ginecologia, alle donne medico non è stato consentito di parlare in pubblico. Alcuni medici per protesta hanno abbandonato l’incontro, ma il congresso è andato avanti. Aumentano le occasioni in cui donne e uomini sono divisi, ma l’hadarat nashim, la segregazione femminile, non preoccupa le religiose, anzi le stimola. Il dibattito esiste. E quelle che lavorano hanno una buona carta in mano. Non sembrano così indifese e organizzano convegni e fiere per sole donne. L’ultimo, solo qualche settimana fa, dove le donne ortodosse imprenditrici si sono incontrate e conosciute in modo da potersi aiutare nel mondo del lavoro. C’erano traduttrici, artiste, donne d’affari. La maggior parte lavora da casa, anche perché sarebbe impossibile gestire tutti i figli. «Io ne ho 16», mi dice un’orgogliosa signora sulla sessantina con una bella parrucca importante. Le donne sposate non devono mostrare i capelli ad altri uomini che non siano i rispettivi mariti. Il business delle parrucche è fiorente più che mai. «Ci sono parrucche che vanno dai 10 dollari ai 2.000, dalle sintetiche a quelle con i capelli veri, ci sono per ogni occasione», ci spiega Aline Smadja. «Di solito se ne ha una per ogni giorno e una per gli eventi». Leah Eharoni ha una ditta di traduzioni, 36 anni, sei figli: «Io lavoro a casa, mio marito lavora fuori, e penso che non siamo diversi dalle altre famiglie, vogliamo tutti la stessa cosa, stare bene, solo che per noi significa seguire un’autostrada che porta verso Dio. Ci sono tante ramificazioni, tanti percorsi, ma alla fine tutti vogliono arrivare nello stesso posto. Non vogliamo essere liberate. E c’è una gran confusione in giro. Per quel che mi riguarda, devo essere molto organizzata, tra lavoro, famiglia e me stessa, ma ce la faccio. Per molti la carriera è importante, ma prova a pensare, quando sarai vecchia che cosa ti riempirà di più: le soddisfazioni che ti ha dato la carriera o quelle dei tuoi figli?».

Leah ha le idee chiare, le hanno tutte quelle che vivono questa vita, forse è rassicurante non avere dubbi e avere tante regole. Ha vissuto in Russia, in America, ma Israele è la sua casa, perché qui nessuno la giudica. «Abbiamo bisogno di muri alti per proteggerci», pensa Leah. Come anche Marci Rapp, che ha 4 bambini che cerca di proteggere dalle influenze esterne. Produce costumi da bagno «modesti», delle specie di mute da indossare al mare. «Mio marito è un compagno, e il matrimonio è un laboratorio per sviluppare una famiglia». Ma non tutte sono felici, soddisfatte e realizzate. E per queste non c’è scampo, i muri che costruiscono per difendersi dall’esterno sono invalicabili per chi non ce la fa a stare dentro.

Elisheva (non è il suo vero nome), ha 37 anni e cinque figli. Lavora come commessa in una gioielleria e sogna di fuggire dal marito dal giorno che l’ha sposato. È bellissima con i suoi grandi occhi azzurri, la parrucca alla moda e una gonna jeans che arriva poco sotto al ginocchio. «Credevo di aver sposato un principe, invece è un incubo. Mi alzo ogni giorno alle 5, vado a lavorare alle 6.30 e lui mi perseguita, mi segue, mi controlla, dice che sono una stupida, è geloso da morire e ha mandato i miei figli a una scuola ultrareligiosa, tanto che un giorno hanno mandato a casa la mia bimba di 3 anni perché aveva le maniche corte d’estate. È orribile. Ma non posso andarmene, come manterrei da sola 5 figli? Lasciarli col padre e scappare? Non potrei mai».”