Ieri sera sono stato nel Salone d’Onore del Municipio di Palmanova a sentire la storia di Eugenio. Eugenio è il papà di una mia compagna di squadra ed è allenatore di pallavolo. L’anno scorso, insieme alla moglie Tiziana e a due amici Anna e Mario con il piccolo Matty, ha fatto un viaggio in Uganda. Lì ha conosciuto molte realtà locali fuori dalle rotte tradizionali del turismo. Una di queste è stata Kisenyi, un villaggio sul lago Edward. Qui ha visitato la locale scuola e si è innamorato degli occhi dei bambini, del loro sorriso, delle loro smorfie, delle loro lacrime, che parlano e fanno riflettere. Ha visto le condizioni della scuola, ha parlato con i maestri e una volta tornato in Italia ha pensato di fare qualcosa di concreto per aiutare Kisenyi. Eugenio è appassionato di fotografia; ha quindi creato un semplice book fotografico che ora sta presentando per il Friuli e ha fondato una Onlus per raccogliere fondi e ristrutturare quattro aule della scuola. Qui trovate maggiori notizie www.onluskisenyi.com. Appena ci organizziamo un attimo lo invito a scuola per farvi conoscere una persona normalissima che ha deciso di fare qualcosa di speciale… Dice Eugenio: “Sarà una goccia nell’immenso lago Edward ma vi assicuro che ne basta una per veder sorridere chi non ha nulla… e nonostante tutto ci sorride!”.
Chiara e Francesco
Prendo da Avvenire un articolo di Roberto I. Zanini su san Francesco e santa Chiara.
Chiara e Francesco? Molto diversi da come li presenta la vulgata che si è affermata con film, libri, fiction e canzoni. Se proprio abbiamo bisogno di immagini è «meglio affidarsi all’iconografia giottesca di Assisi». Nei fatti, sottolinea la medievista Chiara Frugoni, autrice per Einaudi, del libro Storia di Chiara e Francesco «sono due persone che hanno avuto una vita piena di sofferenze, di incomprensioni. Vivono per un progetto che riescono a realizzare solo in parte. Il Francesco degli ultimi anni, cieco, provato dalle malattie» sfigurato nel volto, quantunque trasfigurato dalle stimmate, «è lontano dal santino sorridente che solitamente ci si immagina. Comincia in maniera gioiosa con l’idea di mettere in pratica il Vangelo, insieme ai compagni di sempre, gente entusiasta e di alto livello. Poi arriva il successo, il numero dei frati aumenta a dismisura e il livello di spiritualità e volontà di sacrificio si abbassa, iniziano le divergenze e le divisioni».
Vuole dire che il “francescanesimo” pensato da Francesco non è quello che si realizza? «Per esempio, nella prima regola (quella non approvata) si afferma, lo ricordo a senso: “Coloro che per divina ispirazione vogliono andare a vivere fra i saraceni o altri infedeli vadano, e il superiore non li fermi”. Nella regola del ’23 (quella approvata), è il contrario: possono andare solo coloro che il superiore (ministro) pensa siano adatti. E non c’è più il concetto del “vivere fra i saraceni”».
Un’idea tanto innovativa da riemergere solo con personaggi come Charles de Focauld, sette secoli dopo. «Francesco pensa a una vita fra i musulmani in reciproco rispetto. Se poi piace a Dio, allora si parli di Dio. Per lui è l’esempio nella carità che diventa lievito. E aveva stima degli islamici, tanto che nella lettera ai Reggitori di popoli, di ritorno dall’Egitto, promuove l’istituzione di persone che dai campanili delle chiese, come dai minareti, invitino la gente alla preghiera».
Gli ultimi sono anni difficili, ma sono anche quelli delle stimmate. «Era disperato, solo, con poca stima dei compagni. Le stimmate ricevute alla Verna, secondo Tommaso da Celano, il primo biografo, costituiscono per lui l’estrema pacificazione: capisce di dover accettare la volontà del Padre come Cristo nel Getsemani».
È il racconto famoso del Santo che per tre volte apre il Vangelo. «In realtà i racconti sono due. Secondo Tommaso da Celano per tre volte lo apre alla pagina del Getsemani a conferma di dover bere al calice della volontà di Dio, che si materializzano nelle stimmate. Anni dopo, Bonaventura da Bagnoregio racconta il medesimo episodio, ma la pagina del Vangelo diventa quella del Golgota, e attraverso le stimmate il sacrificio di Francesco viene accomunato a quello di Cristo».
Diceva di una vita piena di sconfitte. «Dal punto di vista dello storico certamente. Una vita triste, piena di ostacoli. Quattro anni prima di morire Francesco è costretto a dare le dimissioni dal vertice dei frati minori. Chiara vede approvata la sua regola solo il giorno prima di morire e non è la stessa che lei voleva… È la grande spiritualità dei due santi a volgere tutto in gioia».
Che rapporti c’erano fra i due? «Una profonda intesa spirituale. Chiara giovinetta vede in Francesco l’immagine stessa del suo futuro. E colpisce la sua capacità, a 18 anni, di fare una scelta radicale senza più tornare indietro. Resiste alle pressioni di Gregorio IX. Dopo la morte di Francesco si affida a frate Elia che però si schiera con Federico II e viene scomunicato. Trova appoggio nella principessa Agnese di Boemia divenuta monaca, ma il Papa obbliga Agnese a non seguire Chiara. Alla fine diventa la prima donna a scrivere una regola solo per le donne. Anche se dopo la sua morte Urbano IV la modifica ammorbidendola, così che ancora oggi le Clarisse hanno due regole possibili: Monache Clarisse e Clarisse Urbaniste».
Francesco e Chiara avevano un’idea comune della vita religiosa? «Identica. Francesco pensa a un progetto aperto a uomini e donne: Fratres minores e Sorores minores. Gli uni indipendenti dalle altre, ma con la stessa regola. Un progetto uguale e parallelo che fonda sulla grande stima di Francesco per le donne. Poi Francesco, angosciato dalle difficoltà per l’approvazione della regola, visti gli ostacoli posti dalla gerarchia e dai confratelli è costretto a stralciare la posizione del ramo femminile. Però non abbandona mai Chiara alla sua sorte. E mai Chiara si sente abbandonata».
Poi, anche lei trova enormi difficoltà. «Non voleva la clausura, che per molti secoli ancora sarà l’unico modo di concepire la vita religiosa al femminile. Aveva un’idea modernissima di suore che si alternano nella vita contemplativa e in quella attiva fra la gente».
È l’attualità che permea l’idea originaria di Francesco. «Tornando al dialogo con le religioni, invita a cercare i punti che avvicinano, non quelli che allontanano. Ai musulmani, come a tutti, chiede di fare frutti degni di penitenza, intesa nell’accezione evangelica di conversione, perché solo ripensando le proprie scelte si possono trovare punti di contatto. Fa conoscere i concetti di solidarietà e di ascolto, con l’idea di dare la giusta importanza al punto di vista dell’altro».
Due cose totalmente mutuate dai Vangeli. «La vera modernità è nel Vangelo. Francesco e Chiara non fanno altro che metterlo in pratica in maniera radicale».
La patrona di teologi, filosofi e studenti
Domani è Santa Caterina d’Alessandria patrona dei teologi, filosofi e studenti. Visto che tocca da vicino il mondo della scuola, ecco una sintesi della sua storia.
Caterina è una diciottenne cristiana, figlia di nobili e vive ad Alessandria d’Egitto. Qui, nel 305, arriva Massimino Daia, governatore di Egitto e Siria. Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane, un atto obbligatorio per tutti i sudditi, e quindi anche per i cristiani, ancora perseguitati. Caterina si presenta a Massimino, invitandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità, e rifiutando il sacrificio. Massimino allora convoca un gruppo di intellettuali alessandrini, perché la convincano a venerare gli dèi. Ma è Caterina che convince loro a farsi cristiani; per questa conversione così pronta, Massimino li fa uccidere tutti, poi richiama Caterina e le propone addirittura il matrimonio. Nuovo rifiuto, sempre rifiuti, finché il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo. Un miracolo salva la giovane, che poi viene decapitata: ma gli angeli portano miracolosamente il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) si chiama Gebel Katherin. Questo avviene il 24-25 novembre 305. Dal Gebel Katherin, infine, e in data sconosciuta, le spoglie vengono portate nel monastero a lei dedicato, sotto quel monte. A una sua biografia così poco attendibile si contrappone la realtà di un culto diffuso anche fuori dall’Egitto.
Dalla Siria
Una testimonianza di un siriano, tratta da Il Regno
Le mani di Shadi si alzano sopra il tavolo, come due fusi che lo aiutano a tessere i suoi pensieri. E come no? La straordinaria calamita della sollevazione siriana esercita la sua attrazione su tutte le parti, muovendole verso un’unica direzione: «rivoluzione» pacifica sino alla vittoria. Shadi è un medico che completa la sua specializzazione in Europa, senza alcun precedente impegno politico o di opposizione. La sollevazione di Daraa è stata uno shock. Dopo le prime manifestazioni ha iniziato a darsi da fare su Facebook. Le voci dei suoi amici hanno preso a levarsi. Come molti, all’inizio è stato male e ha sentito di avere poche scappatoie: «Cosa faccio? Vado fuori e urlo?». La cosa è così iniziata alzando la voce per iscritto, poi è venuta la formazione di gruppi di dibattito sul social network e da lì è partita l’attività sul campo. Ora la sollevazione siriana riceve il sostegno da un numero straordinario di volontari a diversi livelli: si mettono in piedi ospedali da campo, si offrono servizi agli attendamenti di profughi in Turchia e Libano, si raccolgono fondi per cibo e medicinali, si provvede ad aiuti logistici. In aggiunta a questo, ci sono l’informazione e gli interventi continui sul social network, persino la fondazione di una corale musicale e il lancio di un’emittente radio in onda sul web. Parliamo di «rete» anche se non ha nome e indirizzo: «Una rete straordinaria», dice Shadi, che per sua richiesta chiamiamo con uno pseudonimo. Una rete aperta alla partecipazione di chiunque voglia impegnarsi nella sollevazione. Shadi la chiama «sollevazione dei tecnocrati», e spiega: «La sollevazione non sono soltanto attività umanitarie o manifestazioni di piazza, ma un movimento che si compone di mille dimensioni, irriducibili a un solo aspetto, perché ciascuno interviene con il suo apporto creativo. Quando si presenta una certa necessità specifica, si va alla ricerca di chi sappia occuparsene in collaborazione e vi si provvede». Con i suoi sforzi la «rete» è stata in grado di portare soccorso medico alle zone maggiormente esposte, «ad esempio Idlib e Homs», come spiega Shadi con un sospiro di sollievo. La situazione dei rifugiati in Turchia è cattiva, come hanno potuto constatare i volontari che l’hanno visitata: «Portiamo aiuti ai rifugiati bloccati in Turchia, paese che dovrebbe occuparsi di loro, dal momento che sono profughi. Ma ciò non avviene». Anche in Libano gli aiuti arrivano attraverso i volontari. Lì la situazione è un po’ speciale. Perché? Shadi risponde: «A causa del sistema libanese, che cerca di impiantare lì degli informatori». La questione degli informatori richiede una riflessione sul problema della sicurezza della «rete». È una storia lunga. All’inizio la stragrande maggioranza degli attivisti aveva poca esperienza: «Non avevano abilità sul piano della sicurezza». Ciò ha portato all’arresto di moltissimi ragazzi a causa delle comunicazioni telefoniche. Attraverso gli arrestati i servizi di sicurezza hanno compilato liste di nomi da perseguire. L’esperienza stessa è stata maestra e il movimento spontaneo ha iniziato a organizzarsi. È necessaria una ricognizione dei quadri degli attivisti: c’è chi è stato arrestato e poi liberato e chi invece è ancora detenuto.
Tutti sanno quanto sia pericolosa la detenzione. Ne è un esempio la morte tra le torture di Ghayath Mattar, il giovane che a Daraya, periferia di Damasco, ha avuto l’idea di affrontare le forze speciali offrendo fiori e acqua. E Yahya, amico del martire Ghayath, è detenuto dal 6 settembre. Shadi si rende perfettamente conto della gravità del pericolo: «Noi qui siamo in Europa, ma il pericolo diretto lo corrono gli attivisti sul campo. Per questo, alla fine della chat con un amico gli dici: “Sta’ bene, bada a te stesso. E te ne esci con il cuore ulcerato”». Essere arrestati è una possibilità costante, ma ciò non ferma il movimento attivista: «Ora ogni cittadino è un attivista o uno che progetta di diventarlo». Hisam, un amico di Shadi, è invece impegnato maggiormente sul fronte dell’opposizione politica. Il carattere pacifista della rivolta accomuna le voci di Shadi e Hisam, e questo carattere è per loro la «linea rossa». Sono disturbati dall’elevarsi di voci stonate che chiedono l’intervento straniero o vogliono la trasformazione armata della sollevazione, dicendo: «Perché la sollevazione deve restare pacifica?». Dice a questo proposito Shadi: «Chi invoca ciò vuole la caduta del regime solo per prenderne il posto. Quei tali useranno i fucili soltanto per imporre una nuova dittatura. Lo slittamento dalle posizioni pacifiste è respinto completamente e per ragioni ben provate: la soluzione militare comporterebbe la perdita di un gran numero di vite e gravi danni alla società, cose che fondamentalmente tornano a vantaggio del regime». La posizione matura dei due giovani insiste invece sul fatto che la soluzione poggi sulla sopportazione e sul tenersi attaccati all’orientamento pacifista. Quanto al regime, a loro avviso sta cadendo: «L’appesantirsi di questi elementi farà affondare la barca del regime, e porterà alcuni suoi membri a prenderne le distanze o a saltare sulle scialuppe di salvataggio. Il regime va a pezzi, è come un cadavere che si decompone poco a poco. Il regime siriano cadrà per la «rivoluzione» pacifista del suo grande popolo e dei suoi sacrifici cruenti senza fine».
Moderne miserie
Un pezzetto della storia di Ali, preso dal sito del Centro Astalli
Ali è un ragazzo di 26 anni, sudanese, del Darfur, giunto in Italia vivo per miracolo. È uno dei tanti arrivati dal mare. Dopo essere stato 60 giorni nel centro di prima accoglienza a Lampedusa e 30 giorni nel centro di permanenza temporanea di Agrigento, è stato espulso dall’Italia senza la possibilità di chiedere asilo. Una volta giunto in Inghilterra, nel rispetto della Convenzione di Dublino, gli hanno spiegato che doveva presentare richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui era stato. Ora, con un permesso per motivi umanitari che finalmente gli è stato concesso dalle autorità italiane, sogna di fare il fornaio, il mestiere che gli ha insegnato suo padre.
Il mio viaggio per arrivare in Italia è iniziato in un tir: eravamo in 105 stipati uno vicino all’altro, ognuno con il suo posto pagato 100 dollari per attraversare il deserto fino in Libia. Il viaggio è durato una settimana, il cibo era poco e l’acqua meno. Ci facevano sgranchire le gambe una volta al giorno per cinque minuti. Una volta arrivato in Libia sono stato due mesi a Tripoli prima di poter partire per l’Italia. Non sapevo bene come fare a contattare chi organizza i viaggi, ma ci ho messo poco a capire a chi mi dovevo rivolgere per lasciare la Libia. Ho incontrato un gruppetto di sudanesi che mi hanno messo in contatto con un tizio, anch’egli sudanese. Poche parole, niente convenevoli: 1200 dollari è il prezzo di un posto su un gommone per un viaggio che – mi dicevano – “dura al massimo 12 ore: in questo periodo non c’è da preoccuparsi, il mare è calmo e non c’è vento”. Il 1 agosto del 2004, un giorno prima della partenza, sono stato avvertito che l’indomani all’una di notte mi sarei dovuto trovare in una spiaggetta nascosta non molto lontana dal porto. Oltre a me quella notte c’erano altre 16 persone ad aspettare. Eravamo tutti giovani uomini sudanesi, tranne un ragazzo e una coppia di coniugi ghanesi. Il marito si era offerto di guidare il gommone e per questo non aveva pagato la sua quota. Sapevamo che il viaggio doveva durare un giorno e avevamo con noi un panino a testa, un pezzo di formaggio e una bottiglia d’acqua per tutti. Ci avevano detto di non portare nulla perché sul gommone non c’era spazio per i bagagli. In realtà non c’era spazio nemmeno per diciassette persone, eravamo tutti molto stretti uno vicino all’altro. Comunque pensavo che dodici ore le avrei sopportate abbastanza facilmente. Ci abbiamo messo sei giorni ad arrivare. Cinque di noi non ce l’hanno fatta. Un vero incubo: dopo 25 ore di navigazione entrava acqua nel gommone e avevamo finito cibo e acqua da bere. Abbiamo avuto un barlume di speranza quando è comparsa all’orizzonte un’enorme nave bianca. Ci siamo avvicinati per chiedere soccorso. Dalla nave ci dicevano di allontanarci, che non ci avrebbero fatto salire. Vedevamo la nave allontanarsi insieme all’unica possibilità di salvarci tutti. Dopo altri due giorni così ormai eravamo esausti, pensavo di morire, che non ce l’avrei fatta e che era stato tutto inutile. Durante la notte tra il quarto e il quinto giorno, quando l’acqua ormai ci arrivava al collo, abbiamo deciso di tentare il tutto per tutto, tanto ormai non avevamo più nulla da perdere. E così abbiamo staccato il motore dal gommone per alleggerirne il peso e inoltre abbiamo buttato in acqua le taniche di benzina che avevamo a bordo. Quattro di noi hanno deciso di mantenersi a galla con le taniche vuote, abbondando per sempre l’imbarcazione che era inservibile. Io e gli altri non ce la siamo sentiti di seguirli e così siamo rimasti tutti vicini uno sopra l’altro appoggiati alla parte anteriore del gommone. I quattro che avevano scelto di affidarsi alle taniche vuote, spinti dalla corrente, non sarebbero mai arrivati in Italia. Al sesto giorno eravamo tutti consapevoli che non avremmo visto la notte…
Notizie dal Burundi
Il 24 settembre ho pubblicato un “post preoccupato” sulla situazione in Burundi e ho ricordato un amico missionario. Oggi ho trovato nella cassetta della posta il numero di ottobre di Nigrizia, ho sfogliato la rivista e ho letto una lettera di padre Claudio Marano, l’amico missionario, che così scrive:
“La nostra situazione in Burundi permane disastrosa. Da più di una settimana si corre
dietro alla pompa di benzina, perché non c’è carburante. Da mesi la luce appare 3-4 volte al giorno. Spesso manca l’acqua. Sui mercati e nei magazzini sono sparite molte cose. Si dice apertamente che, se si vuole uscire dalla presente situazione critica, bisogna triplicare i raccolti. I prezzi aumentano continuamente. Sono riapparse le monete da 50, 10 e 5 franchi (CFA), perché le banconote di carta sono finite. L’inflazione è alle stelle. La disperazione è di casa per tutti. Qualcuno parla di colpi di stato… I gruppi armati sono presenti in tutto il Paese. I morti e i feriti aumentano di settimana in settimana. Le ingiustizie sono all’ordine del giorno. Ieri un senatore è stato malmenato dagli agenti della documentazione, colpevole di aver chiesto loro cosa stessero scaricando dal loro camion. Invece di una risposta, ha avuto botte. Il nostro Centre Jeunes Kamenge risente di questa situazione. Siamo all’ultima settimana di campi estivi, ma non possiamo permetterci grandi cose. Siamo sempre senza fondi. La banca ci ha consentito di andare in rosso di 30 milioni di franchi, pagando ovviamente interessi altissimi. Ma noi non ci scoraggiamo. E voi tutti ricordatevi di noi.”
Ecco il mio ricordo condiviso Claudio.
L’Abbé Pierre
Riprendo la pubblicazione della sezione TESTIMONI. Oggi presento la figura dell’Abbé Pierre: l’articolo è vecchiotto, dell’anno 2000, e l’Abbé era ancora vivo. Se ne è andato nel 2007. Una delle cose che mi piace di più è la profonda umanità di quest’uomo che non lo fa sentire lontano, invincibile, perfetto, superman…
HENRY GROUÉS, L’ABBÉ PIERRE
di Teresio Bosco
Basco nero tirato a destra, occhiali con montatura pesante, barba che con gli anni diventa sempre più rada e bianca sulla faccia minuta, scarpacce impolverate che vengono sempre da “luoghi dove bisogna infangarsi”. E’ così che l’Abbé Pierre è presente nella mente di milioni di persone, specialmente francesi, come una delle ultime “icone viventi”.
GLI ANNI CON SAN FRANCESCO
A15 anni, legge e rilegge una biografia di san Francesco, insieme al vangelo. Decide di imitare Francesco, che ha trovato Dio e si è fatto fratello dei poveri.
L’Abbé Pierre ha compiuto 88 anni il 5 maggio scorso (anno 2000, ndr), e ha celebrato il 50° della sua opera più conosciuta, Emmaus, che
nacque per giovani studenti e gli si trasformò tra le mani per le persone «rifiutate dalla vita». Neppure lui (che pure di libri ne ha scritti tanti) ha tentato di far ordine e di condensare in una narrazione la sua lunghissima attività, sbalzata senza schemi preordinati in tante direzioni diverse dal doppio motore che l’ha sempre testardamente guidato: l’amore di Dio e del prossimo. Fin dai primi anni si è trovato incapsulato in quel temperamento «impeto e furore» che sarà sempre la sua luminosità e il suo limite. E ha pagato sempre la tassa ai tre difetti che ammette tranquillamente di avere: poco ordine, poca pazienza, poca salute. Terzo figlio della famiglia lionese dei Groués, Henry (è il suo nome di battesimo) ha la fortuna di trovare tra gli scout, dove si trova come a casa sua, degli amici formidabili. Uno, adolescente, gli scrive dalla scuola che frequenta: «Vecchio mio, ciascuno fa della vita quello che vuole. Alcuni la trascinano nel fango. Approfittiamo della lezione e rendiamola splendida». A 15 anni incontra san Francesco. Non in un viaggio ad Assisi (come più volte si è scritto), ma leggendo e rileggendo la biografia di J. Jorgensen. Suo padre (impegnato nelle opere parrocchiali di carità) gli aveva regalato il vangelo, ma non l’aveva ancora letto. Lo legge insieme alla vita di san Francesco, durante una lunga convalescenza da difterite. Capisce il vangelo alla luce di Francesco, che ha trovato Dio e perciò si è staccato dalle cose e si è fatto fratello dei poveri e dei sofferenti. Sarà questa, per sempre, la lettura evangelica di Henry Groués, detto l’Abbé Pierre.
NOVE ANNI PER AVVICINARE DIO
A 19 anni (nel lontano 1931) dice a suo padre e a sua madre che vuole diventare francescano. Entra nel noviziato dei cappuccini di Saint-Etienne e prosegue nel convento di Crest. La disciplina è subito durissima: testa rasata, piedi scalzi nei sandali, saio ruvido, cella fredda, assegnazione di un nome nuovo, frate Filippo, per nascere una seconda volta a una vita di mortificazione totale. Henry ha fame, ha freddo, ha sonno perché la campana suona a ogni mezzanotte, e bisogna andare in cappella per due ore di preghiera notturna. La salute va in pezzi una decina di volte, ma Henry non si sogna nemmeno di tornare indietro. Per nove anni piega con violenza se stesso. Impara ad adorare Dio, che è l’Amore, che è tutto, senza il quale non c’è niente. «Mio Dio e mio tutto» è la preghiera di Francesco e sua. Il cardinale Gerlier l’ordina prete il 24 agosto 1938. Subito dopo paga carissimo quello sforzo sovrumano: arriva la depressione che lo riduce a uno straccio umano. Non mangia più, non dorme più, dimagrisce a vista d’occhio, il corpo s’incurva, il volto è cereo e scavato. Il cardinale Gerlier, che lo stima, lo incontra e cerca di capire cosa sta capitando in quel giovane religioso. Poi gli dice: «II tuo fisico non è in rapporto con il tuo entusiasmo e i tuoi desideri. Andare avanti così è uccidersi, e il suicidio non è una grande soluzione». Gli consiglia di lasciare il convento e di entrare tra i preti della diocesi di Grenoble: l’aria di montagna e la vita attiva possono far miracoli. Dal 1939 il prete Henry Groués non è più cappuccino, ma scrive al suo ex-superiore: «II buon Dio ha voluto donarmi un tesoro inestimabile con gli anni passati nell’Ordine». In quei nove anni, Henry aveva avvicinato Dio, si era lasciato possedere da lui. Negli anni che sarebbero seguiti Dio gli avrebbe fatto avvicinare i poveri, gli avrebbe insegnato a lasciarsi possedere da loro.
SULLE MONTAGNE A SALVARE EBREI
20 luglio 1942. Henry è vicario della cattedrale di Grenoble, e a notte si è ritirato nella sua stanza a fianco della grande chiesa. In questi tre anni ha visto la Francia entrare nella seconda guerra mondiale. Lui pure mobilitato, in alcune giornate gelide è quasi stato stroncato da una violenta pleurite. Ha visto la sua patria travolta dalle divisioni corazzate di Hitler, ha sentito la voce stanca del vecchio generale Pétain annunciare l’armistizio. Sembrava la salvezza per quella Francia apparsa senza forza e senz’anima. Invece all’ombra di Pétain si era scatenata la ferocia dei filonazisti che cominciarono a dare la caccia e a consegnare a Hitler migliaia di ebrei, destinati alle camere a gas (saranno in tutto 75.721). L’anima della Francia aveva cominciato a ridestarsi. In quella notte di luglio, alla porta del vicario bussano con insistenza. Apre. Sulla soglia due uomini impauriti. «Abbia pietà, padre. Siamo ricercati. Le nostre famiglie sono giù che aspettano». Fa entrare tutti. Per le strade, la polizia filo-tedesca dà la caccia agli ebrei con i moschetti. Da quel 20 luglio, la camera di Henry è sempre occupata da clandestini. Li smista in conventi, chiese, famiglie amiche. Senza accorgersene, è entrato nella «Resistenza». Nel mese di agosto, con in tasca l’ordine medico che gli prescrive aria di alta montagna, guida una cordata di dodici ebrei fino alla Svizzera. La ripete una ventina di volte. Tra le montagne la Resistenza si organizza. I tedeschi salgono a bruciare i villaggi, a torturare per conoscere i nomi delle guide clandestine. Il prete Henry è scoperto, una taglia viene messa sulla sua testa. Tra peripezie varie riesce a spostarsi a sud. Lo chiamato Abbé Pierre, un nome di copertura che lo coprirà tutta la vita. Fa da guida sui passi montani dei Pirenei. Arrestato da zelanti «franchisti», viene consegnato alla Croce Rossa da un vescovo basco. In uno «scambio», può raggiungere Algeri per due tonnellate di grano. Ad Algeri ci sono de Gaulle e il governo della Francia libera. Viene nominato cappellano di marina sul Jean Bart. Ma è appena salito sulla nave che la salute ha un nuovo crollo. Difterite recidiva. Per sei mesi in mano ai medici.
DEPUTATO A 33 ANNI
Nella Francia libera e fragile torna all’aria delle sue montagne. Ha il petto coperto di decorazioni: croce di guerra, legion d’onore, medaglia della Resistenza…
Nell’ottobre 1945 si annunciano le prime elezioni del dopoguerra. Si tratta di dare alla Francia una nuova costituzione e di cominciare a ricostruire. La nazione è coperta di macerie, di case e di uomini. È assediata dalla povertà. I giornali parlano di centinaia di neonati che muoiono perché le madri non hanno latte per nutrirli, mentre nuovi ricchi ostentano lusso e arroganza. Da Parigi i compagni di lotta chiamato l’Abbé Pierre. Vogliono che diventi deputato. Lui si consulta con il cardinale di Parigi, Suhard, e accetta. Si presenta nell’MPR (Movimento Popolare Repubblicano) che ha per programma la giustizia sociale, ma come «indipendente». Un legame politico troppo stretto incatenerebbe la sua libertà, la sua schiettezza, la sua passione poco politica per la verità. Viene eletto, deputato a 33 anni. Non ha ancora messo piede in Parlamento, che è sommerso di lettere, petizioni, suppliche, inviti. Sono persone senza casa, senza lavoro, senza più nulla. Paesi distrutti che l’invitano ad «andare a vedere». Fortunatamente a Parigi incontra una vecchia amicizia del tempo della Resistenza, Lucie Coutaz. Ha 13 anni più di lui, è solida e ordinatissima, e gode di buona salute da quando è stata miracolata dalla tubercolosi ossea a Lourdes. «Signorina, mi vuole aiutare?». «In che cosa?», risponde lei, aggiustandosi gli occhiali e ricordando quante volte ha dovuto mettere in ordine le carte di quella coraggiosa e disordinata guida alpina. «Legga e capirà», e le tende la pila di telegrammi, lettere, fascicoli che dovrà ammucchiare, insieme agli altri che sommergono già la sua scrivania, e che lo stanno seppellendolo nel disordine. Lucie Coutaz farà attendere il suo sì otto giorni. Ma sarà un sì che durerà 40 anni, e salverà l’Abbé Pierre dal caos.
Gli anni 1949-55 sono i più conosciuti della vicenda dell’Abbé Pierre, quelli che lo resero famoso in tutta la Francia. Sono stati anche portati sullo schermo da un film di Denis Amar. In Parlamento diventa l’avvocato degli indifesi. Riceve migliaia di sollecitazioni, e interviene, intenta cause, si piazza nei ministeri: Sanità, Ex-combattenti, Giustizia, Famiglia… Intenta cause sempre su un dossier preparato rigorosamente da Lucie, che a differenza di lui (fortunatamente) possiede buone nozioni di diritto. Trentadue cause in due mesi, molte vinte, molte perse. L’Abbé è furioso contro i partiti, anche il suo. Gli «indifesi» sono ammassati in stanze strapiene, non riescono a nutrirsi, non hanno un lavoro. E i deputati sono impegnati in dispute lontanissime dall’unica urgenza: quella del bene comune. Più volte è sul punto di lasciare la politica. In pochi mesi si trova sfrattato due volte. La concorrenza imbattibile degli americani, che stanno invadendo Parigi e pagano in dollari e sull’unghia, si allea alle macerie della guerra per produrre senzatetto e vagabondi. A Neuilly Plaisance, dodici chilometri a est di Parigi, c’è una grande rovina da affittare. «Andai a vederla. Era una casa abbandonata da parecchi anni prima della guerra e poi saccheggiata. Il pavimento del primo piano stava cadendo. Non c’era luce elettrica né riscaldamento. I tubi dell’acqua erano stati rubati e il pozzo nero si versava in cantina. Mi parve sciocco lasciarla andare in rovina, anche se Lucie era stupita di non vedere spuntare delle belve feroci dai cespugli che avevano invaso il giardino». Così un mattino di ottobre i passano vedono sbalorditi un prete-deputato che sul tetto fa il muratore. Sostituisce i pali marci, porta a spalla pile di tegole. L’idea dell’Abbé, approvata da Lucie, è di farne un luogo dove i giovani di Parigi vengano per incontrarsi, interessarsi degli indifesi, rompere la solitudine dell’egoismo. I giovani vengono per i fine-settimana e per le vacanze. L’Abbé sta con loro, stringe le mani, partecipa alle risate, e racconta le storie dei suoi indifesi.
EMMAUS
«Bisogna risuscitare il sentimento di comunità – dice -, il desiderio di stare insieme, di aiutarsi a vicenda». I giovani cominciano a chiamare quella casa «Emmaus», come il villaggio vicino a Gerusalemme dove alcuni discepoli hanno incontrato Gesù risorto. Al mercato delle pulci l’Abbé compra coperte, materassini, lettucci, tende per il giardino. «Ne faremo un accampamento della pace». Il suo stipendio da deputato se ne va sempre il giorno stesso in cui lo riceve per pagare i debiti. Il giorno dopo cominciano altri debiti. Ma un freddo giorno d’inverno tutto si trasforma nelle sue mani. Un giovane arriva gridandogli di correre: in un garage un uomo ha tentato di uccidersi. È un ex-galeotto di 40 anni, George, che dalla vita non ha ricevuto che schifezze. All’ospedale, dove l’Abbé l’ha portato, rinviene. Il prete gli domanda brusco: «Perché l’hai fatto?». George a pezzi e bocconi racconta una storia di orrori. Ma poi anche l’Abbé gli conta parecchie storie d’orrore: famiglie senza casa che l’aspettano da lui, donne e bambini che muoiono di fame e aspettano qualcosa da lui, lavoratori senza lavoro che l’aspettano con rabbia da lui, giovani studenti che lui cerca ogni settimana di far uscire dalle tane dell’egoismo. «Ci manca ancora che debba mettermi a correre dietro a chi vuole suicidarsi». Conclude brusco: «Ho bisogno che venga a darmi una mano». George rimane di sasso: è la prima volta che qualcuno non gli dice «Ti aiuterò», ma: «Ho bisogno che venga ad aiutarmi». Il prete e l’ex-galeotto lavorano fianco a fianco sul tetto, poi fanno incredibili pellegrinaggi ai luoghi della miseria, a portare annullamenti di sfratti, carte necessarie per entrare in un ospedale, cibo… George sente ripetere tante volte le parole che vorrebbe anche lui dire all’Abbé: «Grazie, lei mi ridà una ragione di vivere». Capita però una cosa che nessuno si aspettava. L’Abbé e l’ex-galeotto sono una strana coppia. Se ne parla nel paese e nei paesi vicini. E per molti (autorità e preti) diventa l’occasione di sbarazzarsi di barboni e mendicanti che stanno alle costole. Mettono loro in mano una moneta e dicono: «Prendi l’autobus e va’ a Neuilly-Plaisance, dall’Abbé Pierre. C’è un cartello con scritto “Emmaus”». I poveracci arrivano, bussano, entrano. «Cerco l’Abbé Pierre». Nessuno li manda via. Gli danno da mangiare, da dormire. Il giorno dopo se ne vanno o rimangono. Molti rimangono. A tutti il prete dice: «Datemi una mano».
COSTRUTTORI E STRACCIAIOLI
E ogni giorno l’Abbé trova alla porta sei, dieci, dodici uomini che in silenzio chiedono tutto. Il posto per i giovani di Parigi, nella grande casa, si riduce sempre più. E quei relitti umani gli danno realmente una mano. L’inverno del 1950 si annuncia glaciale, le famiglie sfrattate si contano a migliaia. Ci sono vecchie baracche militari in vendita. L’Abbé le compra, e i «compagnons d’Emmaus» (così ormai li chiamano) le smantellano, le rimontano nel giardino della grande casa. Arrivano famiglie con bambini violacei di freddo mentre ancora si piantano gli ultimi chiodi. È la solita storia: la voce si diffonde, e le famiglie che vengono a Neuilly si moltiplicano. Non c’è posto per tutti, anche se con un gesto simbolico l’Abbé sfratta Gesù-Eucaristia dalla cappella per trasformarla in luogo riparato per due famiglie disperate. Nel «consiglio» che l’Abbé raduna attorno alla tavola dopo cena, e in cui tutti i compagnos hanno diritto di parola, l’Abbé espone la situazione, e domanda «Che fare?». Dalle parole smozzicate nascono due idee buone: comprare terreni liberi e costruirvi baracche e case di fortuna; per pagare mettersi a fare il mestiere che già alcuni facevano, gli stracciaioli. Frugare cioè nelle pattumiere con uncini di ferro, tirar fuori ciò che è ricuperabile per rivenderlo poi ai grossisti del ricupero. Si parte così. Mentre il Parlamento disegna piani grandiosi «per il futuro», e destina alla guerra d’Indocina i dollari del Piano Marshall che dovrebbero servire alla ricostruzione, i poveri lavorano in silenzio per i poveri. Si va avanti per anni, tirando fuori le famiglie dalle cantine, dalle auto senza ruote parcheggiate su sentieri di campagna. E cominciano le battaglie legali. Chiedere permessi di costruzione è come non chiederli, perché occorrono sempre anni per piani regolatori, fognature, impianti per acque e luce. E allora si costruisce lo stesso.
GENNAIO 1954: MENO VENTI GRADI
I francesi cominciano a conoscere questo prete scomodo e i suoi compagnons di Emmaus. I fari si accendono a sorpresa su di loro nel 1954. E non sono loro a volerlo…
Davanti agli ispettori venuti per l’ennesima volta a verificare i permessi e a minacciare la demolizione (e ai giornalisti che li accompagnano) l’Abbé perde la pazienza e grida: «Se tornate ancora una volta a chiedere il permesso di costruzione, e non portate i mezzi perché queste famiglie di lavoratori onesti possano comprarsi un alloggio con acqua e luce, metterò un grande cartello, e vi appenderò tutti i certificati di nascita dei bambini che sono qui, convocherò la televisione, e su quei certificati scriverò con la vernice rossa: Permessi di vivere!, perché io preferisco vederli vivere illegalmente che morire legalmente!». Il termometro scende a meno venti. Le previsioni annunciano tempeste di neve. Una circolare del ministero dell’Interno (col massimo tempismo) raccomanda rigore negli sfratti. Il 29 gennaio 1954, tornando dal cantiere, l’Abbé e i suoi compagnons vedono centinaia, forse migliaia di esseri umani stringersi presso gli spiragli di aria calda, cercare un angolo riparato sui marciapiedi avvolgendosi in fogli di giornale, ammassarsi in fondo alle uscite del metrò. La sera stessa l’Abbé telefona a un amico ebreo. Riesce a persuaderlo a mettere a disposizione per il giorno dopo un’enorme tenda da soldati. Nella mattinata del 30 i compagnons la riforniscono di paglia, stufette, una batteria per la luce, un grosso cartello all’entrata: Centro fraterno di soccorso. Girano con camion e auto, raccattano le persone che tremano di freddo, dicendo: «Venite, c’è un posto caldo per voi». In poche ore la tenda è piena zeppa. L’Abbé, dopo un testa-testa molto deciso con il direttore della Radio Nazionale, ottiene tre minuti per lanciare un appello prima del giornale radio. Tutta la Francia ascolta la sua voce piena di angoscia: «Amici, aiuto! Questa notte più di diecimila poveri rischiano di morire sui nostri marciapiedi, di freddo e di fame. Abbiamo creato il primo centro di soccorso sotto una grande tenda militare, in rue St. Geneviève. È già strapieno. Bisogna che questa sera, in ogni quartiere di Parigi, in ogni città della Francia, si aprano centri di soccorso, con paglia, coperte… Chi può porti ciò che può all’hotel Rochester… Risuscitiamo la meravigliosa anima della Francia!». La proprietaria dell’hotel Rochester, madame Larnier, non era stata avvisata, ma l’Abbé la conosceva come una brava cristiana. L’hótel, come gli uffici della radio, furono in poche ore sommersi di aiuti. Bisognò trasformare in deposito una parte della stazione ferroviaria di Orsay. Quella notte, in grandi tende militari montate dall’esercito, i poveri di Parigi poterono passare la loro prima notte al caldo. Quell’avvenimento, che ne trascinò molti altri, fu chiamato «l’insurrezione della bontà». Scosse Parigi e l’intera Francia, e la mobilitò in una gara di solidarietà per i senzatetto. In 48 ore, nella sola Parigi, furono aperti quaranta «Centri fraterni di soccorso».
L’ALT IMPOSTO DALLA SALUTE
Dopo l’inverno 1954, l’Abbé Pierre è conosciuto in tutta la Francia. Viene chiamato a parlare davanti a migliaia di persone in molte città. Dice: «Sogno una Francia in cui tutti partecipino alle sofferenze dei più sfortunati. Una Francia in cui politica sia sinonimo di speranza». All’inizio di questa specie di trionfo ci prende gusto, lo confessa: «È lusinghiero sentire la simpatia, l’ammirazione…». La sua impetuosità e il suo candore lo spingono anche ad errori gravi. Lascia che il governo si serva del suo nome per lanciare un «prestito senza interessi» per la costruzione di villaggi di emergenza. Si rivelerà una mezza truffa. Permette perfino che la sua figura faccia da sponsor al detersivo Persil, la cui proprietà versa contributi per i poveri. Ma nell’attività frenetica la sua salute varca i confini di guardia. Una grave infezione lo porta in ospedale una prima volta nell’estate 1954. Seguono guarigioni e ricadute continue, fino all’esaurimento fisico e psichico, alla cura del sonno. Tra il giugno 1954 e la fine del 1958 trascorse 22 mesi in clinica. Nel silenzio forzato dell’ospedale riacquista «le giuste dimensioni di me stesso». Passa lunghe ore in adorazione, a tu per tu con Dio. Appunta sul taccuino che gli serve per comunicare con Lucie e gli altri collaboratori: «La grande rivolta si è conclusa. Ritorna il tempo dei lavori lenti e pazienti… Voglio essere solo un uomo che parla con altri uomini di buona volontà della liberazione dei poveri e dei miseri». Gli fanno sapere che il movimento Emmaus sta attecchendo in altre nazioni. Occorre dargli una fisionomia. Egli pensa a una federazione che ha alla base un grande amore concreto per i poveri. Per il resto, piena libertà. Nel dicembre 1957 sembra vicina la sua fine. Scrive in due righe il suo testamento: «Non possiedo nulla. Se resta qualcosa, è dei poveri». Ma il suo fisico reagisce oltre le previsioni. È ospite dell’abbazia di Hauterive nell’estate del 1958, e scrive a Lucie Coutaz: «Continuo a offrire…».
IL PARLAMI DEI POVERI DEL MONDO
Nell’autunno torna la salute. Il corpo rimane fragilissimo, ma l’energia è intatta. Sorride quando gli annunciano che è diventato papa Giuseppe Roncalli, già Nunzio e Parigi e suo amico, che gli diceva: «Lei è il mio carbone ardente». C’è una ventata di aria nuova sulla Chiesa. Con la cautela e le pause raccomandate dai medici, l’Abbé riprende a girare per città e nazioni. Non più organizzatore né fondatore, ma umile fratello che dice a tutti: «Aprite gli occhi sulla povertà!». Incontra Emmaus che è arrivato prima di lui in molte nazioni. Sorride ed esorta ad amare i deboli, ad aiutare gli emarginati. Nella Pentecoste del 1969, in Svizzera, si tiene la prima assemblea generale del Movimento Emmaus. 60 organizzazioni che si presentano come «II Parlamento dei poveri del mondo». Nel 1988, a Verona, la sesta assemblea generale vede 317 organizzazioni. Lo spirito, sostanza del Movimento, è: lottare contro la miseria, l’emarginazione, la disperazione degli ultimi. Tutto il resto è condensato nelle parole: «Fai come puoi e come sai». Papa Giovanni Paolo II ha voluto incontrare l’Abbé nel 1991. La fotografia che ricorda l’avvenimento ritrae papa Woytjla fiorente di energica salute che appoggia la mano sulla spalla fragile dell’ormai ottantenne Abbé Pierre. Eppure fu in quella occasione che il vecchietto fragile disse al papa: «A 75 anni tutti i vescovi del mondo devono dare le dimissioni. Mi pare che dovrebbe farlo anche il vescovo di Roma». Giovanni Paolo II sorrise e gli rispose: «È una cosa a cui dovrò pensare». Al compimento dell’80° anniversario (1992) l’Abbé lascia la direzione del Movimento e si ritira a «La Halte» (La Sosta), una fattoria di campagna dove si ritirano i compagnons quando devono cessare la vita attiva: pregano, allevano polli e conigli, badano all’orto. Lo vanno a trovare ogni tanto gruppi di giovani, sacerdoti e religiosi, gli attuali dirigenti del Movimento. A questi ultimi ha detto: «Senza i nove anni di adorazione nel convento dei Cappuccini, non avrei restito al turbinio della mia vita».
(Da “Dimensioni Nuove” Agosto/Settembre 2000, pagg.29-35)
Ingroia a Zugliano
SABATO 26 FEBBRAIO – ORE 17.00 Zugliano, Centro Balducci (dietro alla chiesa)
La testimonianza di un protagonista della lotta contro la criminalità organizzata
I luoghi dove la giustizia affronta le mafie sono quelli di frontiera, quelli più pericolosi per coloro che vi operano, ma anche quelli in cui più nette dovrebbero essere le differenze tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra buoni e cattivi.
Così, invece, non è. E mentre continua a sopravvivere quella fascia grigia in cui vivono coloro che non partecipano alla vita mafiosa, ma non fanno neppure nulla per avversarla, sembra diventare sempre più potente la mafia che non si riconosce a prima vista, che non opera con la coppola e con la lupara, ma con l’economia, la finanza e la politica in un patto di mutuo soccorso che finisce per avvelenare la nostra società.
Antonio Ingroia è uno degli uomini che con più determinazione partecipa a questa nuova forma di lotta alle mafie e che deve subire non soltanto i rischi che derivano dalla malavita, ma anche gli intralci posti lungo la strada da una politica che talvolta poi risulta connivente con la delinquenza organizzata. Anche per far comprendere meglio questa situazione drammatica, che non è più soltanto appartenente alle zone dove le mafie si sono sviluppate, ma che tocca tutti noi, Antonio Ingroia ha scritto “Nel labirinto degli dèi – Storie di mafia e antimafia” in cui narra le sue vicende di magistrato dando una lezione di giustizia, di etica e di dedizione civile che è difficile dimenticare ,di una storia umana che contiene tante storie umane, a cominciare da quelle dei maestri e amici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Un ricordo di Samuel Ruiz
Nel settembre 2003 ho avuto il privilegio di ascoltare a Udine, al convegno “Da vittime a protagonisti della storia; persone, comunità, popoli del pianeta” organizzato dal Centro Balducci di Zugliano, la testimonianza di don Samuel Ruiz, scomparso lo scorso gennaio. Posto qui sotto un estratto del ricordo tracciato da Claudia Fanti per Adista
“Con lui se ne è andato uno degli ultimi grandi profeti della Chiesa della liberazione: Samuel Ruiz García, Tatic Samuel, padre degli indios, si è spento il 24 gennaio, all’età di 86 anni, in un ospedale di Città del Messico (soffriva da alcuni anni di diabete e di problemi cardiaci), assistito dal suo “fratello di lotta” Raúl Vera López […]
Nato a Irapuato, nello Stato del Guanajuato, nel 1924, Samuel Ruiz giunse in Chiapas, nel Sudest messicano, nel 1959, chiamato a ricoprire la carica di vescovo della diocesi di San Cristóbal, il più giovane del suo Paese. Vi sarebbe rimasto quarant’anni. La realtà poverissima della Regione, in cui gli indigeni vivevano in condizioni di schiavitù, lo colpì come uno schiaffo. Era andato a evangelizzare, don Samuel, ma, secondo le sue stesse parole, fu lui ad essere evangelizzato […]
Prese così avvio un’esperienza pastorale nella linea della liberazione che lo rese popolare in tutto il mondo, attirandogli, come è avvenuto per tutti i grandi profeti, molto amore e molto odio: un processo di costruzione di una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice, animata da uno spirito di servizio, in comunione e sotto la guida dello Spirito”. Sono, questi, i sei tratti distintivi della Chiesa chapaneca fissati dal Terzo Sinodo Diocesano, convocato da Ruiz nel 1995 e conclusosi nel 1999, sullo sfondo delle grandi opzioni pastorali della diocesi: la creazione, nello spirito della collegialità conciliare, di strutture di comunione più vicine allo spirito evangelico; l’accompagnamento pastorale integrale al popolo di Dio nella concretezza della sua realtà terrena; la ricerca del dialogo e della riconciliazione come unico cammino per risolvere i conflitti. E, naturalmente, l’opzione per i poveri, quell’opzione che il Concilio, alle cui sessioni Ruiz aveva preso parte, non aveva saputo cogliere, malgrado la sollecitazione di Giovanni XXIII e gli sforzi del card. Lercaro. […]
Nel 1994, quando prese il via l’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), il vescovo venne accusato di essere il responsabile della rivolta – in linea con il pregiudizio razzista che riconduce sempre ogni iniziativa india a un qualche attore non indigeno – e minacciato dal governo di arresto per sedizione. Ma don Samuel non si lasciò intimidire. E, dal 1994 al 1998, esercitò il ruolo di mediatore nel conflitto tra Ezln e governo federale, attraverso la Commissione Nazionale di Intermediazione (Conai), prendendo parte alla firma, il 16 febbraio del 1995, degli “Acuerdos de San Andrés”, poi completamente disattesi dal governo. Malgrado il suo impegno a favore della pace, l’allora presidente Zedillo, nel 1998, lo accusò di promuovere una «pastorale della divisione» e una «teologia della violenza». La gerarchia ecclesiastica non fu da meno. Il card. Juan Sandoval Íñiguez, per esempio, individuò una delle cause della ribellione armata in Chiapas proprio nella divisione creata dalla strategia pastorale di don Samuel, dominata da un «tipo di teologia della liberazione ispirata al marxismo» (Milenio, 25/1). Invano Girolamo Prigione, nunzio apostolico in Messico dal 1978 al 1997, si adoperò per farlo cacciare: il protagonista di tante crociate contro la Teologia della Liberazione e la Chiesa più fedele allo spirito del Concilio e di Medellín non ha potuto vantare tra i suoi trofei – fra i quali spicca in particolare l’opera di distruzione del lavoro pastorale di mons. Sergio Méndez Arceo a Cuernavaca – la rimozione del vescovo degli indios dalla diocesi di San Cristóbal per «gravi errori dottrinali, pastorali e di governo». Tuttavia, allo scopo di frenare il processo diocesano, viene inviato nel 1995 a San Cristóbal il domenicano mons. Raúl Vera Lopez, come coadiutore con diritto di successione, destinato, quindi, secondo il diritto canonico, a sostituire mons. Ruiz. Ma il Vaticano non poteva prevedere che il contatto con le comunità indigene e con il lavoro svolto nella diocesi avrebbero trasformato don Raúl nel più fedele alleato del vescovo di cui avrebbe dovuto correggere le presunte deviazioni. E così, a “conversione” consumata, Roma corre ai ripari, trasferendo mons. Vera Lopez direttamente all’altro capo del Paese, a Saltillo, ai confini con gli Stati Uniti. A succedere a don Samuel – che, per non fare ombra al suo successore, preferisce lasciare il Chiapas e trasferirsi a Querétaro, nel Messico centrale – viene infine chiamato un altro vescovo del Chiapas, mons. Felipe Arizmendi, già vescovo di Tapachula, moderatamente conservatore, ma non abbastanza da non comprendere, poco per volta, la necessità di dare continuità al lavoro svolto […]
Lo stesso Arizmendi, in una sua riflessione dal titolo “L’eredità di Samuel Ruiz”, elenca peraltro alcuni degli aspetti dell’opera di Ruiz «che non devono andare perduti, per le loro radici evangeliche», malgrado alcuni di essi appaiano “delicati”, per la difficoltà «tanto di intenderli secondo il Vangelo quanto di applicarli in comunione ecclesiale»: la promozione integrale degli indigeni, l’opzione per i poveri e la liberazione degli oppressi, la libertà di denunciare le ingiustizie di fronte a qualunque potere arbitrario, la difesa dei diritti umani, l’inculturazione della Chiesa, in direzione della creazione di «Chiese autoctone, incarnate nelle differenti culture, indigene e meticce», la promozione della dignità della donna e della sua corresponsabilità nella Chiesa e nella società, la teologia india come «ricerca della presenza di Dio nelle culture originarie», il diaconato permanente. Ma quanto poco tale eredità venga apprezzata dalla gerarchia non ha mancato di farlo notare, persino all’indomani della scomparsa del vescovo, il vicedirettore di Radio y Televisión dell’arcidiocesi di Città del Messico, José de Jesús Aguilar, il quale, intervistato da Formato 21, ha ricordato Samuel Ruiz come «una figura controversa» che «si lasciò condurre dal principio della Teologia della Liberazione», per quanto «lo andò adattando a tutti gli insegnamenti del magistero ecclesiale»; un vescovo «ammirato da gente che non appartiene alla Chiesa cattolica, proprio per questo rischio di vivere la fede cattolica in altra maniera». A rendere al vescovo il «migliore omaggio», come ha evidenziato La Jornada (26/1), sono stati però quelli che più contavano per don Samuel, gli indigeni del Chiapas (dove il corpo è stato trasportato), giunti da ogni angolo dello Stato per sfilare di fronte al feretro del loro Tatic, nella cattedrale di San Cristóbal. Ripercorrendo a ritroso, così, la strada battuta in quarant’anni, a piedi o a cavallo, da El Caminante – come si identificava don Samuel – in visita alle più sperdute comunità indigene della regione. Ora, ha scritto dom Pedro Casaldáliga in un suo messaggio, «el caminante vescovo del Chiapas è giunto al Grande Villaggio, nella Pace, e da lì continuerà ad essere, ora con piena libertà, vero profeta nella società e nella Chiesa, in mezzo ai popoli della nostra Amerindia. (…). Con San Bartolomé de las Casas, con Taita Leonidas Proaño e con Tatic Samuel Ruiz, tutti noi andremo avanti nelle lotte nelle speranze del Vangelo del Regno».
Giorgio Perlasca
Carissimi, quasi due mesi di assenza dal blog… Chiedo perdono, ma da un lato avevo bisogno di tirare il fiato e dall’altro ero impegnato a tenere una tre sere di formazione che terrò a Palmanova tra fine gennaio e inizio febbraio dal titolo “L’algoritmo di Dio”. Per riprendere, visto che ci stiamo avvicinando al 27 gennaio, giorno della memoria, posto un vecchio articolo di Dimensioni Nuove del 2001 su Giorgio Perlasca. Nella sezione di STORIA si possono trovare molti altri articoli sull’argomento che, riguardando la memoria, “non scadono mai”…
I 90 GIORNI DI GIORGIO PERLASCA
di Teresio Bosco
Hoppi Palmer è oggi impiegata nella «Comunità Ebraica» di Budapest. Accompagna Enrico Deaglio alla casa protetta dove da bambina visse giorni terribili. Indicando un angolo: «Lì stava seduta la mia povera mamma, e accanto a lei stava una cantante lirica, che ogni tanto cantava. Là c’era il mucchio di carbone. Ogni volta che c’era un pericolo grave, noi bambini venivamo coperti con il carbone. Perlasca veniva a portarci da mangiare, a farci coraggio. Se non fosse stato per lui, non saremmo sopravvissuti. Saremmo finiti ammazzati sulle rive del Danubio». Quelle rive si vedono dai balconi dei piani superiori. Nell’inverno 1944 erano coperte di neve, che diventava rossa quando gli ebrei venivano portati al fiume ed erano uccisi. In quell’inverno i rifugiati nella casa protetta ne videro migliaia trascinati sugli argini. Legati a coppie con filo spinato, venivano liquidati con una pallottola alla testa e spinti nel fiume… Hoppi vide per l’ultima volta Perlasca alla fine dell’assedio di Budapest, quando diede loro l’addio. «Ci disse che ormai non ci sarebbe più stato bisogno di lui. Ci augurò di farcela. Poi scomparve, e risentii parlare di lui solo 45 anni dopo, su un trafiletto di giornale. Annunciava un suo ritorno a Budapest per essere ringraziato dal Parlamento…».
LA RIVELAZIONE DELLA CONTESSA IRENE
Quel trafiletto di giornale che la signora Hoppi aveva letto nel 1989 diede inizio alla «scoperta di Perlasca», dopo anni di silenzio e di oblio. Era andata così. A Berlino, nel 1987, la ricercatrice universitaria Eveline B. Willinger radunava notizie su Wallenberg, il leggendario inviato del re di Svezia a Budapest, misteriosamente scomparso all’arrivo dei russi. La contessa Irene von Borosceny andò da lei e le disse: «Io Wallenberg l’ho conosciuto personalmente. Ma, oltre a lui, ho conosciuto un altro uomo eccezionale, un italiano di nome Giorgio Perlasca. Un uomo che ha rischiato più volte la vita per gli ebrei, e di cui nessuno si ricorda».
Da quel momento la ricerca di Eveline si concentrò su Perlasca. Il 15 maggio 1988, sulla rivista della comunità ebraica di Budapest comparve questo appello: «Cerchiamo tutti coloro che nel 1944-45 conobbero Giorgio (Jorge) Perlasca, di origine italiana e a quel tempo incaricato dell’ambasciata di Spagna…». Il risultato di quell’appello fu esplosivo. Centinaia di persone si presentarono portando i passaporti e i salvacondotti firmati «Giorgio Perlasca». A Budapest il parlamento ricevette l’italiano in seduta straordinaria, e gli conferì il più alto riconoscimento: la Grande Stella d’oro dell’Ungheria. A Gerusalemme, il 24 settembre 1989, fu proclamato giusto fra i giusti e fu invitato a piantare, come segno di massimo riconoscimento, un albero ai bordi della Strada dei Giusti, sul monte del Ricordo. Nel settembre 1990, a 80 anni compiuti, fu invitato a un viaggio d’onore degli Stati Uniti. A Washington e a New York fu premiato, abbracciato, intervistato, invitato a grandi banchetti. Dalla Spagna arrivò al «magnifico impostore», per decreto del re Juan Carlos, l’insegna di commendatore numerario dell’ordine di Isabella.
Buon’ultima, si mosse anche l’Italia (in gioventù Perlasca era stato fascista, e quindi nessuno osava…). Il presidente Cossiga lo nominò Commendatore Grand’Ufficiale, e poiché Perlasca era vecchio e povero, il governo gli concesse il contributo vitalizio della «legge Bacchelli», destinato alle persone insigni e povere. Appena in tempo, perché Perlasca se ne andò in pace il 15 agosto 1992, a 82 anni.
LA SUA STORIA
Ma chi era Giorgio Perlasca? A 25 anni, convinto fascista, parte volontario per la conquista dell’Etiopia. A 26, artigliere, ancora volontario per la guerra di Spagna. È uno dei 70 mila che il dittatore Mussolini manda in aiuto al generale Franco che tenta di abbattere il governo social-comunista di Madrid. Quando, dopo la vittoria di Franco, ripartì per l’Italia, ricevette un attestato in cui era scritto: «Caro camerata, in qualsiasi parte del mondo tu ti troverai, rivolgiti alla Spagna». Quel «pezzo di carta» si sarebbe rivelato più prezioso dell’oro. Nel 1938, sollecitato da Hitler, il dittatore fascista Mussolini vara le «leggi razziali» contro gli ebrei. Perlasca affermò: «Mi diedero molto fastidio. Ho smesso di essere fascista. Io sono nato da una famiglia cattolica. Per me, tutti gli uomini sono uguali». Nel 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco dei tedeschi. Perlasca non fu richiamato: di guerre ne aveva già combattute due. Sposò la triestina Nerina Dal Fin, si impiegò alla SAIE (importazione di bovini) e partì con la moglie per la Jugoslavia e poi da solo per Budapest. «Era un gran bell’uomo», ricordava Nerina. «Molto alto, occhi azzurri, capelli chiari, elegante. Le donne gli ronzavano intorno. E lui non era insensibile!».
NELL’AMBASCIATA SPAGNOLA
La sera dell’8 settembre 1943 arrivò a Budapest la notizia che l’Italia, abbandonando l’alleato tedesco, si era arresa e si ritirava dalla guerra. Perlasca riuscì a fermare gli ultimi 12 vagoni di bestiame che stava spedendo in Italia. Un mese dopo, l’Italia del re dichiarò guerra alla Germania. Perlasca (poiché l’Ungheria era alleata e semioccupata dai tedeschi) pensò a salvare la pelle. La Spagna era una nazione neutrale. Perlasca ricercò quindi l’attestato rilasciatogli a Madrid e si recò all’ambasciata spagnola. Il primo segretario Angel Sanz Brin lo ricevette con onore. Il 18 marzo 1944 otto divisioni tedesche occuparono interamente l’Ungheria, e per le strade iniziò la caccia all’ebreo. Le case protette dall’ambasciata spagnola (erano cinque e molto grandi) cominciarono a riempirsi di persone ebree che chiedevano rifugio alla Spagna. Perlasca ne domandò il motivo, e venne a sapere che nel lontano 1492 gli ebrei spagnoli erano stati cacciati dalla Spagna. Si chiamavano sefarditi, poiché la Spagna, in ebraico, viene chiamata Sepharad. Per cancellare questa pagina nera, nel 1924 il dittatore Primo del Ribera aveva concesso ai discendenti degli ebrei sefarditi (ovunque fossero) la cittadinanza spagnola. Dovunque si scatenava la persecuzione razziale di Hitler, quindi, le ambasciate spagnole e le case da loro dipendenti divenivano rifugio per gli ebrei sefarditi (o dichiarati tali).
Perlasca ora possiede un passaporto spagnolo. Sanz Brin gli chiede di dargli una mano nell’aiutare gli ebrei. «Ne fui felice. Ero contento di fare qualcosa di utile».
I TRENI DEI DEPORTATI
Cominciarono così i 90 giorni di Perlasca. Davanti all’ambasciata c’era una folla sterminata di ebrei che chiedeva rifugio. Perlasca procedette con il suo stile impetuoso: il salvacondotto che certificava la protezione spagnola non si concedeva dopo aver esaminato i documenti, ma subito, a chiunque lo richiedesse. Così si abbreviavano enormemente i tempi. Le case protette si riempirono di colpo di 3000 ebrei, il massimo di capienza. I rifugiati in soprannumero, dopo alcuni giorni, venivano consegnati alla Croce Rossa che pensava all’espatrio in Spagna. Perlasca andava alla stazione dove partivano i treni dei deportati, e tirava giù dai vagoni gli anziani sfiniti, le donne con bambini. Gridava. «Questi sono cittadini spagnoli! Nessuno li può toccare!». Sanz Briz dovette partire per la Svizzera. Dal 1° dicembre 1944 al 16 gennaio 1945 Perlasca rimase l’unico rappresentante dell’ambasciata. Non era né spagnolo, né diplomatico. Se i tedeschi l’avessero sospettato l’avrebbero giustiziato. Lui lo sapeva, e continuò spavaldo a giocare con la sua vita. Un giorno in cui la tensione era altissima, successe un fatto strano. Una bimba di dieci anni, tremante di terrore, gli disse con voce alterata: «Se lei salva mia mamma, io vengo a letto con lei». Perlasca le diede uno schiaffo, come per svegliarla da un incubo. Alla mamma accorsa, raccontò ciò che era accaduto e disse: «Dobbiamo salvare la nostra dignità, altrimenti saremo perduti». Il 16 gennaio le truppe russe si impadronirono di Budapest. Alle case protette arrivò un gruppo di soldati ubriachi. Sfondarono le porte, picchiarono tutti, rubarono gli orologi.
IL RITORNO IN ITALIA E IL SILENZIO
Solo il 29 maggio, munito di un documento del nuovo governo socialdemocratico e salutato da una piccola folla di persone alle quali aveva salvato la vita, Perlasca potè ripartire per l’Italia. Mentre sull’Ungheria si stendeva pesantissima la «cortina di ferro», Perlasca riabbracciò Nerina e il figlio Franco, e cominciò la vita grama del dopoguerra. Vivendo tra Trieste e Padova (non tornò mai a Como dov’era nato) credeva che la sua avventura fosse ormai dimenticata. Ma a Berlino, una sera del 1987, la contessa ungherese Irene parlò, a chi cercava notizie di Wallenberg, di Giorgio Perlasca…
(Da “Dimensioni Nuove” Maggio 2001, pagg.46-48)
Pino Puglisi
Ho sentito l’esigenza di aprire nel blog una nuova sezione che ho chiamato Testimoni. Ne ho sentito il bisogno perché mi sono ritrovato a essere intristito da modelli ed esempi che ci ritroviamo davanti ogni giorno e che ci vengono proposti da mezzi di comunicazione che ormai hanno il solo obiettivo di creare audience, scalpore, disagio, casi… La nuova sezione comprenderà testimonianze sia di fede che di profonda umanità.
Inizio con un articolo pubblicato nel lontano 2002 su Dimensioni Nuove e dedicato a don Pino Puglisi
PINO PUGLISI PARROCO
di Teresio Bosco
Salvatore e Gaspare decisero di attenderlo sotto casa. Gaspare gli disse: «Padre, questa è un rapina». Lui si girò, lo guardò, sorrise. Allora Salvatore gli sparò un colpo alla nuca.
I ragazzotti lo prendevano in giro, e lui ci stava. Gli affibbiarono il nomignolo «3P» (Pino Puglisi Parroco), e lui se ne appropriò firmando biglietti e lettere allo stesso modo. Mimarono alla sua entrata in scuola la favola di Cappuccetto Rosso: il prete ha bocca grande (e l’aveva) per meglio divorarci, ha mani grandi (e le aveva) per picchiarci meglio, ha piedi grandi (e li aveva) per meglio prenderci a pedate. Lui ci rise di gusto, e aggiunse: «Avete dimenticato la mia pelata grande, per illuminare gli ignoranti!». E risero tutti insieme. Ma quando cominciava a insegnare religione, allora più nessuno scherzava. Parlava piano, cercando con difficoltà le parole giuste. Sembrava che nell’universo, per lui, esistessero solo i suoi alunni. Cercava veramente di comunicare loro ciò che era la luce e la sostanza della sua vita, con lucidità, con ordine perfetto, con una carica di entusiasmo contenuto che andava ben più lontano e più in alto del testo (che del resto usava molto poco). Comunicava le sue certezze, quello per cui viveva, per cui rischiava la vita ogni giorno, nel quartiere Brancaccio di Palermo.
«L’ho conosciuto tra i banchi all’ora di religione – testimonia Francesco Deliziosi, che poi diventerà suo biografo con un libro coraggioso e documentatissimo -. Prima di lui entrava il suo sorriso. Entrava in classe infreddolito nel suo immutabile, logoro giubbotto blu. Non l’ho mai visto con un cappotto. Sotto le sue ali siamo cresciuti io e Maria, la compagna di classe che è divenuta mia moglie».
A Brancaccio c’era nato, don Puglisi, nel 1937. Suo padre Carmelo faceva il calzolaio e sua madre Giuseppina la sarta, nella zona più povera di Palermo. Lungo la via del mare, Pino incontrava la chiesa di san Giovanni Bosco. Nel 1950 conosce il vecchio parroco don Calogero. Ricordava: «Era un uomo di grande cultura. Dimostrava una libertà di pensiero non comune, soprattutto per quanto riguardava l’indipendenza della chiesa dai politici. Cacciò via a male parole, sotto i miei occhi, un galoppino elettorale che gli offriva un ricco assegno in cambio di un appoggio al suo deputato. Era amico del grande don Sturzo, aveva aiutato a costruire le casse rurali per sostenere i contadini. Oltreché parroco era professore di greco e latino al liceo Gonzaga di Palermo».
IL SACCO DI PALERMO
Don Calogero lo preparò al seminario, dove Pino fu ordinato sacerdote il 2 luglio 1960. La prima nomina lo manda vice-parroco a Settecannoli, limitrofo a Brancaccio e rettore della chiesa di san Giovanni dei Lebbrosi. Da lì don Pino assiste al «sacco di Palermo», cioè allo stravolgimento della città, lasciata senza piano regolatore per vent’anni. Scrive Deliziosi: «II centro storico fu svuotato a forza, le radici culturali di un popolo sepolte tra crolli e macerie. I poveri furono portati nei casermoni-dormitorio, la borghesia si trasferì nei nuovi quartieri residenziali, costruiti grazie a licenze edilizie consegnate a raffica e con una densità mai viste di edifici multipiano, acciaio e cemento. Finirono in cancrena non solo il cuore della città vecchia ma la Conca d’Oro e l’intera costa orientale, trasformata da stazione balneare in fognatura a cielo aperto».
In quella zona dov’era nato, don Pino mise la sua tenda tra gli ultimi. Abitò in un ammasso di case popolari senza strade asfaltate e senza luce. Poi si trasferì in una bidonville di baracche di legno e di lamiera. E, naturalmente, appoggiò ogni battaglia per i diritti civili della gente, si unì alle proteste che sfilavano in strada, le assemblee le ospitò nella sua chiesa. Accettò le telecamere della tv, diede interviste ai giornali portando i giornalisti sui luoghi del «sacco di Palermo». Fu quindi accusato di essere un «prete rosso». Cominciarono le accuse dei benpensanti: «I panni sporchi si lavano in casa, non alla televisione»; «È ora che la smetta di farci fare brutta figura davanti a tutta l’Italia».
Nel 1967 per il «viceparroco scomodo» Pino Puglisi cominciano i trasferimenti. Cappellano presso l’Istituto per orfani di lavoratori Roosevelt, parroco di Godrano, un piccolo paese arrampicato su un cocuzzolo di montagna.
RICHIAMATO DAL CARDINALE
Nel 1977 a Palermo è cardinale Salvatore Pappalardo, che nomina don Pino direttore spirituale del Seminario maggiore. È come dirgli: «Forma dei preti come te». Il 29 settembre 1990 (a 53 anni) è parroco a Brancaccio, e rimane direttore spirituale del Seminario. Don Pino continua a Palermo la vita dei poveri. Indossa maglietta e pantaloni recuperati alla San Vincenzo. Regala tutto il suo tempo agli altri, non ha conto in banca, ha le tasche vuote e la casa (popolare) con lo scaldabagno rotto e i rubinetti che schizzano acqua dappertutto. Ma ha la parete occupata da uno scaffale pieno di libri, e il tempo che riesce a rubare al sonno lo passa a pregare e a studiare.
Nel gennaio 1992, al «Centro diocesano vocazioni» espone una lucida analisi del luogo e della situazione: «La borgata rurale di Brancaccio aveva tremila persone, oggi sono ottomila. Non esiste una scuola media… Il primo strato sociale è costituito dagli antichi abitanti nati nella zona. Hanno venduto i campi e gli agrumeti, e abitano in palazzi nuovi. Sono agiati… Lo strato più miserabile è formato da famiglie di sfrattati che vivono in una zona posta tra due passaggi a livello. Si vive in catoi, baracche-fantasia affittate per pochissimo. Povertà materiale e morale che fa paura: il bene e il male si stabiliscono in base alle necessità e alla situazione del momento. Non si riconosce nessuna dignità, né propria né altrui. Ragazzi sono stati ospiti dell’istituto penale minorile. Ragazzi e ragazze si mettono insieme a 14-15 anni e si lasciano quando gli pare».
I FATTI CHE FANNO PAURA
Nella «Sentenza» del processo per la uccisione di don Puglisi, alle pagine 73-74, si legge: «Nella variegata galassia delle cosche mafiose, quella di Brancaccio era saldamente nelle mani dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano… Il collaboratore Emanuele Di Filippo ha spiegato che “tutto quello che succedeva (estorsioni, rapine, omicidi), tutto quello che veniva comandato, noi dovevamo saperlo”». Nella relazione al convegno «Chiesa e mafia» don Pino specificò: «Pure la microcriminalità a Brancaccio deve rispettare certe regole. Tutto deve essere fatto “con il permesso di”. Ad esempio, subito dopo l’arrivo degli sfrattati dal centro storico ci fu un’ondata di furti d’auto. Alcuni di questi ladruncoli, per punizione, sono improvvisamente scomparsi. Agivano senza seguire le regole imposte dai mafiosi del luogo: chissà, forse li ritroveremo dentro qualche pilastro di cemento. Poi, evidentemente, c’è stata la sottomissione, e da allora non è più scomparso nessuno. I furti colpiscono, ma colpiscono solo chi non è protetto dalla mafia e non paga puntualmente il pizzo».
I TAVOLI DAVANTI ALLA CHIESA
Davanti a questi fatti, don Pino si circonda prima di tutto di amici e di volontari disposti a lavorare per la comunità senza nessuna ricompensa eccetto quella promessa dal Signore. A essi espone le linee scarne di ciò che occorre realizzare, e con fiducia si incomincia: Primo obiettivo: le fogne. Bisogna mettere fine alla faccenda che spurghi, acqua inquinata e topi siano il luogo dove giocano i bambini.
Secondo obiettivo: l’istituzione del distretto socio-sanitario. Non è tollerabile che Brancaccio sia lontano dall’assistenza medica e dagli assistenti sociali come una zona del Burundi.
Don Pino, per la raccolta delle firme, fa piazzare i tavoli anche davanti alla chiesa, e durante l’omelia della messa invita i fedeli a sostenere l’iniziativa. Terzo obiettivo: si chiede ancora una volta la realizzazione della scuola media, la prima in un rione di ottomila abitanti. Don Pino sa che una scuola media significa togliere dalla strada i ragazzi quando cominciano a ricevere le offerte di manovalanza mafiosa. L’istruzione e la formazione possono dar loro una diversa conoscenza del mondo e di se stessi. La scuola fa crescere. La mafia invece ha interesse che non crescano: non conoscano la Costituzione, i diritti del cittadino, le leggi. Si rassegnino a credere che solo obbedendo alla mafia si ha lavoro, soldi, rispetto.
In quel 1992 la Sicilia è devastata da due orrendi attentati. Vengono assassinati Falcone e Borsellino, due giudici che lottano contro la mafia. Nel primo anniversario, don Pino guida una marcia silenziosa per le vie del quartiere. Sfilano anche i giovani del liceo. La manifestazione, in parte, è trasmessa in diretta dal TG3. Ma a un convegno di assistenti sociali, don Pino dice amaramente: «Per molti di quelli che hanno sfilato, il problema vero è riuscire a mangiare ogni giorno. Nella zona dei catoi, dopo aver agitato bandiere, in una stanza tornano ad ammassarsi sette bambini con papà e mamma disoccupati. Che cosa volete che facciano? La prima proposta della mafia l’accettano come una grazia, per non morire di fame». Bisogna occuparsi urgentemente del lavoro delle famiglie, del pane quotidiano. Il piccolo e mite prete comincia a dar fastidio. Cominciano gli avvertimenti. Una per una vengono incendiate le porte delle case dei suoi volontari. Due giorni dopo la sfilata silenziosa, da una moto gettano bottiglie molotov davanti alla chiesa.
Gli scoppi e le fiamme spaventano la gente.
I DUE KILLER
II 13 settembre 1993, nella cappella del Centro vocazioni, don Pino incontra l’amica Enza Maria Motellaro, e legge con lei un brano della liturgia delle ore di quel giorno. Sono parole di san Giovanni Crisostomo, l’arcivescovo di Costantinopoli martirizzato dai cristiani benpensanti per la sua disturbante coerenza cristiana: «Minacciose tempeste mi sovrastano, ma non ho paura di essere sommerso perché sono fondato sulla roccia. Cosa dovrei dunque temere? Per me vivere è Cristo e morire un guadagno. E se Cristo è con me, di chi avrò paura?». Dieci giorni prima la cupola l’aveva condannato a morte…
Nell’aula del processo, Salvatore Grigoli, il killer incaricato di eliminarlo (aveva già eseguito 39 omicidi) racconterà: «Decidemmo di attenderlo sotto casa. Lui arrivò. E io e Gaspare Spatuzza siamo scesi dalle auto. Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva il borsello nelle mani. Lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsello. E gli disse piano: “Padre, questa è un rapina”. Lui si girò, lo guardò, sorrise – una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte – e disse: “Me l’aspettavo”. Non si era accorto di me, che ero alle sue spalle. Io allora gli sparai un colpo alla nuca» (Verbale 7 luglio 1997 e Sentenza pp. 117-118).
(Da “Dimensioni Nuove” Agosto/Settembre 2002, pagg.50-52)










