“Ho scelto questo video sia per la canzone (una delle mie preferite, è quel tipo di canzoni di cui ascolto ogni singola parola e che sento almeno una volta al giorno) sia per il momento in cui l’ho ascoltata di più: ero in crisi con la danza, disciplina che pratico da quando ho quattro anni. Grazie a questo brano mi sono resa conto di cosa rischiavo di perdere.” Sono parole di B. (classe quarta). Tempo fa avevo letto qualcosa di Christian Bobin sulla danza. Sono riuscito a rintracciarla: “Stamattina, davanti al vetro di sinistra, un ragno appeso a un filo invisibile faceva ginnastica. Guardando quel corpicino scuro salire e scendere nell’aria nitida, ho pensato che avevamo ricevuto entrambi il dono dell’esistenza. Ero di pessimo umore, mi ero svegliato male. Il ragno, invece, danzava. Della vita, che ci era stata donata nello stesso modo, in quel momento esso faceva un uso migliore del mio. Questo appunto è un po’ lungo, lo riassumo: stamattina ho preso lezioni di danza da un ragno e questo pomeriggio sto molto meglio.” (Autoritratto al radiatore)
Non pubblicherò la gemma portata da F. (classe quarta) in quanto si tratta di un video privato: “E’ un filmato di 7 minuti fatto con mia sorella per il compleanno di un’altra sorella. Abbiamo rappresentato i momenti più importanti della sua vita utilizzando come interpreti i bambini, figli e nipoti. E’ stata dura perché i bimbi erano scatenati. Ho portato questo video perché è fatto con mia sorella e ci sono i bambini, una delle cose più belle. Ritrae momenti importanti della famiglia, fondamentale per me”. Erma Bombeck afferma: “La famiglia. Eravamo uno strano piccolo gruppo di personaggi che si facevano strada nella vita condividendo malattie e dentifrici, bramando gli uni i dolci degli altri, nascondendo gli shampoo e i bagnoschiuma, prestandoci denaro, mandandoci a vicenda fuori delle nostre camere, infliggendoci dolore e baci nello stesso istante, amando, ridendo, difendendoci e cercando di capire il filo comune che ci legava.”
“Ho scelto come gemma una canzone un po’ vecchia, che ho scoperto pochi anni fa, e che contiene un messaggio importante. Andrebbe ascoltata spesso per riflettere su quello che sta succedendo”. A. (classe seconda) ha presentato in questo modo “Heal the world” ai compagni di classe. Il brano è un invito a prendersi cura del mondo, a darsi da fare per renderlo un posto migliore. Nella seconda parte riecheggiano toni biblici: “E il sogno in cui stavamo credendo rivelerà un volto migliore e il mondo in cui una volta credevamo splenderà ancora nella grazia. Allora perché continuiamo a reprimere la vita, a ferire questa terra crocifiggendo la sua anima anche se è semplice da capire che questo mondo è luce di Dio? Noi potremmo volare così in alto. Lasciamo che i nostri spiriti non muoiano mai. Nel mio cuore io sento che voi siete tutti miei fratelli, create un mondo senza paura, insieme noi piangeremo lacrime di felicità guardando le nazioni trasformare le loro spade in vomeri.” In Isaia 2, 4 si legge:
“Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra.”
Siamo a quota 100 gemme. Le abbiamo viste, ascoltate, osservate, lette, toccate. Oggi ce n’è stata un’altra che non comparirà nell’elenco insieme alle altre. Questa gemma è stata fatta. Qualche settimana fa avevo accennato in un post all’esperienza e all’opera di Eugenio Borgo a favore della scuola di Kisenyi; l’ho chiamato in una classe a raccontare quello che stava facendo e come era nato tutto. Ho poi chiesto a studentesse e studenti che lo volessero di scrivermi le loro impressioni su questo incontro. Da parte loro (e senza alcuna sollecitudine da parte mia) è venuta poi l’idea di raccogliere una somma da regalare a Eugenio e ai bambini di Kisenyi. Questa gemma è tutta per loro.
“Ciò che più mi ha colpito dell’esperienza di Eugenio Borgo è stata la forza d’animo che ha impiegato per poter portare avanti il suo progetto. Penso che la sua sia stata una delle esperienze più belle che si possano compiere nell’arco della propria vita. Un’esperienza che mi ha fatto capire che a volte basta davvero poco per rendere felici delle persone che effettivamente non possiedono nulla se non un grande cuore. Mi hanno emozionato i sorrisi dei bambini e la loro felicità nel rivedere Eugenio quando è tornato la seconda volta nella scuola. Un grande esempio di gratitudine che mi ha fatto capire che bisognerebbe dire più spesso GRAZIE per quello che possediamo e lamentarci di meno per ciò che non abbiamo. Nonostante quei bambini vivano in una situazione di miseria sono riusciti a trasmettermi una grande felicità e gran voglia di vivere e di scoprire il mondo. Eugenio secondo me è riuscito a portare avanti un progetto stupendo, ha dato SPERANZA a quei bambini, ha fatto capire a quei ragazzi che con un po’ di forza e di costanza e di aiuto si possono cambiare le cose. La sua esperienza è un grande esempio, penso che lo abbia arricchito moltissimo sotto tutti i punti di vista e spero anche io un giorno di poter conoscere quella realtà e magari fare qualcosa per poterla migliorare e donare un sorriso alle persone di quella terra. Se dovessi descrivere Eugenio con una frase direi sicuramente che è una persona con un grande cuore!” (S.)
“L’intervento di Eugenio Borgo mi ha decisamente colpita e alla fine dell’ora mi sentivo molto vicina a quei bambini anche solo con il pensiero. Il progetto presentato mi è piaciuto molto perché secondo me, pensare ai bambini è la prima cosa da fare, tutto il resto viene dopo. Vedere i loro visi allegri e speranzosi attraverso le foto mi ha riempito il cuore e il solo pensiero di averli aiutati (da parte di quest’associazione) a perseguire il loro desiderio (imparare) personalmente mi ha fatto sorridere. Nel momento in cui, poi, ci sono stati mostrati i “giocattoli” in classe (la “macchinina” e la palla fatta con bucce di banana) mi sono sentita ancora più vicina a loro, in particolare quando ho toccato la palla, perché ho pensato al fatto che prima di me essa è stata utilizzata da questi bambini a cui un semplice ammasso di bucce di banana ha fatto e continua a far sorridere e divertire, e proprio per questo motivo ho sentito un’emozione. Ci sono moltissimi altri villaggi africani che sono in serie difficoltà e spero che nei prossimi anni questi tipi di associazioni si moltiplicheranno, perché secondo me non c’è cosa più bella nel vedere un bambino sorridere.” (M.)
“L’intervento di Eugenio della scorsa lezione è stato molto importante per me. E’ da qualche anno che cerco di informarmi riguardo problematiche del genere, in quanto pur interessando paesi lontani, le sento vicine a me. E’ stato proprio così che quest’estate ho scoperto il video ‘Water in Zambia’, che mi ha subito colpito ed emozionato. Quando Eugenio ha esordito dicendo che questo video, e le parole che ho detto presentandolo, sarebbero diventati parte della sua presentazione, sono rimasta davvero felice, perché in qualche modo mi sono sentita utile, anche se in minima parte. Ciò che mi ha colpito di più di Eugenio è stato il suo coraggio, la sua determinazione e la sua voglia di portare avanti un progetto. Il modo in cui è stato ripagato da quei bambini penso sia immenso. Per noi è anche solo difficile immaginare delle realtà dove mancano i beni che stanno alla base di quel cammino definito vita, ma molte persone nel mondo e molti bambini questi beni non li hanno. Non rimane che aiutare, per fare del bene al prossimo, ma anche a sé stessi. Infatti si tratta di un aiuto reciproco. Come ci ha detto Eugenio, lui è tornato dall’Uganda arricchito, non di beni materiali, bensì di valori, esperienze ed emozioni. Stringere un bambino al quale si ha regalato un sorriso o anche vedere una famiglia felice o ancora delle mamme più serene perché consapevoli che i loro figli si recano in una scuola più sicura, penso sia qualcosa di davvero grande. Tutti hanno qualcosa da regalare al prossimo, non è detto che siano soldi, ma possono essere anche solo sguardi, sorrisi, pianti, emozioni, gesti e parole che valgono molto di più dei beni materiali.” (V.)
“Io penso che l’esperienza di Eugenio Borgo sia stata bellissima e tanto costruttiva, sembra quasi impossibile che da una semplice “visita” al paese sia poi lui riuscito a fondare una onlus di così grande importanza. Ho sempre pensato che per realizzare ciò che Eugenio ha fatto, ci volessero “miracoli” e invece no..basta “solo” tanta determinazione. Ormai si conoscono molto bene le condizioni dell’Africa, l’ho potuto osservare nei mille documentari visti in tv, nelle foto che amici mi hanno fatto vedere, nei video su Internet..però ciò che è sempre presente in queste persone è il sorriso. E anche quando Eugenio faceva vedere i video di questi bambini che pur non avendo niente in mano sorridono, sorridono alla vita, mi sono venuti i brividi. Quanti di noi sono in grado di sorridere quando si trovano davanti a un ostacolo? Ciò che è bello notare è come dal nulla, fanno tutto. Mi ricordo la macchinina che ci ha portato Eugenio e che avevano fatto i bambini. Oggi sono tutti davanti a smartphone a tablet, ma se si chiede a uno di loro di costruire qualcosa partendo da delle bottiglie e basta dubito che riescono a fare qualcosa. (tra questi mi includo anch’io, magari questa può sembrare una critica verso i giovani d’oggi, ma parte da un’autocritica) Ho avuto la possibilità di lavorare quest’estate presso un centro di suore che accoglieva i bambini orfani o comunque con una storia difficile alle spalle e mi creda, non mi sono mai sentita così soddisfatta e così felice in tutta la mia vita. Apprezzo moltissimo ciò che sta facendo Eugenio, penso sia molto soddisfacente, ma non tanto per noi stessi, ma per i bambini, per il loro futuro e per i loro sorrisi.” (C.)
Il commento di C. (classe quinta) al filmato scelto come gemma è stato molto sintetico e “raffreddato”. “Questo film mi è molto piaciuto e soprattutto questa sequenza: dobbiamo inseguire quello a cui teniamo e che desideriamo”. A commento e a ulteriore stimolo di riflessione, una scena di Coach Carter:
“Questa canzone è la mia gemma: non è la mia preferita e non la ascolto spesso, ma è importante perché mi rimanda a momento preciso, quando ho vinto il campionato con la mia squadra, dove gioco fin dall’inizio. Non è una squadra grande, però ci sono molto legato perché è la squadra del mio paese; avrei potuto andare via, ma non ho voluto. Considero i miei compagni come dei fratelli. In questi anni sono anche stato preso in giro perché ho scelto di restare a giocare in una “squadretta”, ma mi sono sempre trovato bene. Mi ero ripromesso di mettere a tacere tutti, soprattutto gli ex compagni che avevano sputato nel piatto in cui avevano mangiato. Dopo tre anni siamo riusciti a vincere. In questa canzone, nel ritornello c’è qualcosa di importante: il lavoro duro, vedere negli altri lo stesso tuo obiettivo. «E ci hanno detto che non saremo mai stati in grado di farcela.Ma ci siamo messi in cammino».” Così M. (classe terza) ha voluto presentare la propria gemma.
Nella seconda strofa della canzone i Linkin Park raccontano la difficoltà prima di prendere la decisione di darsi da fare e poi il momento risolutivo: “Quando tutto questo è cominciato eravamo costantemente rifiutati e sembrava che non avremmo potuto fare nulla per essere rispettati. Nel migliore dei casi, eravamo presi di mira. Al peggio si è detto probabilmente che siamo patetici. Avevo tutti i pezzi del puzzle e solo il modo di collegarli. Combattevo con ogni verso, rafforzando ogni rima senza mai smettere di chiedermi se fossi fuori di testa. E alla fine è arrivato il momento di farlo o lasciar perdere. Quindi abbiamo messo le carte in tavola e detto che era ora di prendere in mano la situazione”. Sembra di ascoltare la parte finale de “La linea d’ombra” di Jovanotti che abbiamo ascoltato in classe poco dopo: “domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire, getterò i bagagli in mare studierò le carte e aspetterò di sapere per dove si parte, quando si parte e quando passerà il monsone dirò “levate l’ancora, diritta, avanti tutta, questa è la rotta, questa è la direzione, questa è la decisione””.
Ritengo che Raimon Panikkar (1918-2010) sia stato uno dei pensatori che maggiormente hanno contribuito al rispetto e al dialogo interreligioso. Pubblico oggi un articolo, non di semplice lettura per la verità, di Fausto Ferrari tratto dal sito Dimensione Speranza, a sua volta sintesi di una conferenza tenuta da Panikkar nel novembre del 2004 a Montserrat.
“Credere che le nostre categorie occidentali rendano possibile capire tutto è una chiara dimostrazione d’imperialismo culturale, se non di colonialismo culturale. Questa forma di violenza si è diffusa ovunque; dobbiamo costantemente chiederci se abbia o meno anche influenza su di noi. 1. I rischi di un modo di pensare occidentale a) Un’analisi della situazione attuale C’era una volta un amante sconsolato il quale, per molti, molti anni, aveva mandato appassionate lettere d’amore alla sua bella in una terra lontana. Un bel giorno, lei finalmente gli rispose informandolo che aveva sposato il postino… Come la bella della favola, l’Occidente si è innamorato del proprio messaggero. Si è infatuato di un approccio razionale alla realtà. La ragione, però, il regno della razionalità, è solo un intermediario. La religione in Occidente le ha sacrificato troppo. È ora di rendersi conto che il nostro compito è di dimenticare la lettera e aggrapparci al Signore. L’Occidente ha insistito anche sull’importanza della Storia. Si vedono missionari che cercano di convincere gli hindū che il cristianesimo è vero perché Gesù era un personaggio storico, mentre Krishna è solo un mito. Ma questo modo di pensare, per un hindū, non ha alcun senso. Anche Napoleone era un personaggio storico… e allora? «Krishna vive nel mio cuore!». Culture diverse hanno una diversa nozione del tempo. In sanscrito, la stessa parola può significare «oggi» o «domani». Del pari, l’Occidente ha praticamente divinizzato la legge. Ma un Dio legislatore è assai poco significativo per un non-occidentale. In Occidente ci sforziamo sempre di mettere in risalto ciò che è essenziale e specifico. Il vantaggio di questo approccio riduzionistico alla realtà è che ci consente di dominarla. Il successo della cultura occidentale dimostra quanto sia efficace questo metodo. Ma che senso ha che i monaci tentino di dare risalto alla «specificità del dialogo interreligioso monastico»? Dobbiamo infine evidenziare il rischio insito nella tendenza a sottolineare sempre il dato misurabile e quantitativo. Che senso può avere riferirsi a un incontro in termini di percentuale? «Il mio pensiero è ora al 50% buddhista»! b) Che cosa comporta questo modo di pensare È assolutamente necessario prendere in considerazione i rischi che comporta un modo di pensare che è stato usato per giustificare l’imperialismo ed esclude ogni possibilità di dialogo. Credere che le nostre categorie occidentali rendano possibile capire tutto è una chiara dimostrazione d’imperialismo culturale, se non di colonialismo culturale. Questa forma di violenza si è diffusa ovunque; dobbiamo costantemente chiederci se abbia o meno anche influenza su di noi. Quando diciamo che Brahman è il Dio degli hindū, diamo per implicito di sapere esattamente che cosa sia un dio. Tuttavia, per gli hindū, Brahman non è un creatore né esercita alcuna provvidenza. Brahman non è maschile, non è trascendente. Riusciremo mai ad ammettere che ci sono dei limiti nell’idea di Dio che ci viene dalle tradizioni semitica e greco-romana? Abbiamo il coraggio di ammettere che è limitata anche la nostra idea di religione (quando ad esempio ci chiediamo se il buddhismo lo sia) e di preghiera (quando ci chiediamo se possiamo pregare con chi non crede che Dio sia Persona)? Dovrebbe essere chiaro che l’aspetto interreligioso e quello interculturale sono inseparabili. Inoltre, malgrado i suoi lati positivi, il modo di pensare occidentale ha impedito lo sviluppo di alcuni aspetti del cristianesimo. Quando il «Simbolo» degli apostoli è diventato l’«insegnamento» degli apostoli, il cristianesimo si è avviato a diventare un’ideologia. Una riflessione critica sul significato e sui rischi del nostro modo occidentale di pensare è quindi indispensabile quando partecipiamo a un dialogo interreligioso. 2. Il compito dei contemplativi nel terzo millennio I monaci hanno una missione storica. Oggi il loro compito, come tutti i contemplativi, è quello di liberare la fede cristiana dai lacci della cultura occidentale. Il che non significa una nuova forma d’iconoclastia, quanto piuttosto la continuazione del processo iniziato con il Concilio di Gerusalemme. Saremo in grado di andare oltre la cultura occidentale solo se la ragione, che ha esercitato su di essa un dominio così profondo, sarà rimessa al posto che le compete. In ogni caso, il dialogo interreligioso avviene sempre in un determinato contesto culturale. Prima di fornire indicazioni più precise sul metodo tipico di questa forma di dialogo, dobbiamo però richiamare alcuni punti basilari. a) Abbracciare l’intera realtà Una «riforma» non basta: dobbiamo impegnarci in una «trasformazione» – ancora meglio, un cambiamento di mente e di cuore. Letteralmente, il termine metanoia indica un superamento della razionalità. I mistici dell’Occidente sanno bene che cosa è in gioco qui. Già i teologi vittorini del XII secolo dicevano che, oltre all’oculus sensuum e all’oculus rationis, c’è l’oculus fidei. È vero che la parola «misticismo» ha assunto connotazioni negative, ma, fino a quando non avremo trovato un’espressione migliore per indicare questa realtà, non potremo farne a meno. Il misticismo non è un sostituto della verità o qualcosa di extra… un lusso per gente che abbia un sacco di tempo libero. Esso è parte integrante della realtà; senza di esso, la realtà viene deformata. Dio non è una monade, una sostanza, ma è Trinità, relazione. Ecco perché dobbiamo andare oltre un monoteismo che si lascia esprimere mediante una semplicistica reductio ad unum. Meister Eckhart disse che Dio, è al tempo stesso, incommunicabilis e omnicommunicabilis. Se il «terzo occhio» mistico è aperto, si può vedere Dio dovunque. Per questo motivo possiamo dire che il pluralismo, correttamente inteso, è uno degli aspetti migliori del misticismo. Se mettere in evidenza e isolare il dato specifico significa semplicemente identificare ciò che differenzia una cosa da un’altra (ad esempio, ciò che distingue il dialogo monastico interreligioso da altri tipi di dialogo), c’è ben poco da ricavarci. L’essenza di qualcosa non consiste in ciò che lo rende diverso, quanto piuttosto nel suo aroma, in ciò che lo rende unico – e questo è ineffabile. Se proprio insistiamo a voler parlare della specificità dei monaci, allora dirò che essa consiste nel fatto che il monachesimo va oltre ogni specificità! L’unità a cui aneliamo è quella della «beata semplicità» e della «nuova innocenza». Advaita non significa «non dualità» (un rifiuto della dualità, che implicherebbe che esiste qualcos’altro «là fuori»), ma a-dualità (con la a privativa). Di conseguenza, non è molto sensato definire «doppia appartenenza» l’atteggiamento che si riscontra in alcuni ambiti religiosi, perché così dicendosi dimostra di avere ancora un punto di partenza dualistico. La saggezza la si ottiene trasformando tensioni distruttive in polarità feconde. Ma, se ti senti interiormente diviso nella tua appartenenza, allora decidi per una delle due parti. Non puoi restare sospeso nel mezzo. b) Accettazione della kenosis Nel corso di due millenni, la tradizione cristiana dell’Occidente ha elaborato una simbiosi tra due o tre culture. Possiamo a ragione andare orgogliosi di questo risultato. Ma, in questo inizio terzo millennio, anche se gran parte dell’umanità è bombardata di messaggi promozionali dell’American way of life, sappiamo che i tre quarti della popolazione mondiale rimangono sostanzialmente estranei alla nostra cultura cristiana e postcristiana. Perciò, se crediamo nel mistero di Cristo, è giunto il momento di diventare veramente «cattolici», ossia appartenenti al mondo intero. Perché ciò avvenga non è necessario inventare nuovi modi di esprimere il Mistero, quanto piuttosto acconsentire a un «impoverimento» e perfino a una «spogliazione». Sì, dobbiamo cominciare con lo spogliare Cristo di tutti i paramenti occidentali di cui lo abbiamo rivestito. Saremo allora in grado di porre in atto un cambiamento analogo a quello che gli apostoli osarono compiere quando esentarono i cristiani dalla circoncisione, al primo Concilio di Gerusalemme. È tempo di prepararci a un Gerusalemme II! Ma la via della kenosis è estremamente esigente. Superare convinzioni profondamente radicate comporta una rigorosa ascesi spirituale. Si rischia di perdere tutto. Per essere più esatti, la kenosis esige che ci si impegni a una revisione radicale della propria fede. A questo punto è importante fare una distinzione tra fede e credenza. Le credenze sono molte e spesso incompatibili. (Possiamo annotare en passant che, anche se esse sono incommensurabili – come il raggio di un cerchio e la sua circonferenza –, sono tuttavia in relazione reciproca, quindi si può stabilire tra loro un dialogo). In quanto alla fede, essa si situa al di là di queste incompatibilità perché non ha, propriamente parlando, un oggetto: è piuttosto un atto di adesione. Per diventare veramente liberi, dobbiamo sviluppare una fedeltà che non conosce limiti. Tuttavia, il rifiuto di assolutizzare le nostre credenze non implica affatto l’intenzione di assolutizzare i nostri dubbi! Fede e dubbio non sono incompatibili, come l’acqua e il fuoco. Fanno ambedue parte della vita. c) Elaborare un metodo per il dialogo A che tipo di dialogo sono quindi chiamati i monaci? Sarebbe bene ricordare il genere di dialogo in cui molte comunità monastiche sono già state coinvolte. Prima di tutto, si deve accettare una conversione «senza se e senza ma», se si vuole davvero accogliere l’alterità dell’altro. L’altro non è solo another (uno dei tanti, un caso all’interno di una serie) ma an other, «un altro», qualcuno che è diverso, unico. Di questi tempi non possiamo pretendere di conoscere la nostra stessa religione, se non ne conosciamo un’altra. Come spesso si dice oggi, per essere religiosi bisogna essere interreligiosi. Le parole possono ingannare. Le traduzioni sono spesso approssimazioni, e i termini si evolvono nel corso della storia. L’insegnamento di Confucio sulla «politica delle parole» è valido ancora oggi. Sappiamo quanto spesso le nostre incomprensioni – peggio, le nostre caricature – abbiano sfigurato le altre religioni. La prima cosa da fare è rimediare a questa situazione, ed evitare ogni genere di distorsione. Se, da una parte, è evidente che dobbiamo studiare le altre religioni, è importante in particolare ricordare che l’essenza del dialogo è l’incontro tra persone. Per capire (under-stand) gli altri dobbiamo «stare al di sotto» (stand-under), ascoltando con umiltà. Un incontro ha luogo quando i partecipanti sono vulnerabili. Questi incontri portano all’amicizia. O più precisamente: senza contatti interpersonali amichevoli e fiduciosi, il dialogo non può nemmeno cominciare. La caratteristica precipua del dialogo interreligioso tra monaci e monache è che esso è un «dialogo di esperienza». Ci si raduna in silenzio, si lavora insieme senza aspettarsi alcun profitto personale, ci si impegna nel dialogo intrareligioso – ogni forma di dialogo che non sia esclusivamente intellettuale è un’esperienza, un’esperienza comune. Sebbene non si dia mai un’esperienza pura e semplice, talvolta è possibile percepire una profonda comunione nel silenzio. Qual è il significato di queste esperienze? A un certo punto ci toccherà cercare di spiegarle, ma sappiamo che il nucleo di tali eventi non può essere espresso a parole. In breve, potremo dire che queste esperienze ci avvincono più strettamente gli uni agli altri. Questo tipo di dialogo richiede una specifica «metodologia», che però non è stata ancora messa a punto. Infine, va aggiunto che per questo genere di dialogo occorre tempo, magari molti anni. Coloro che si sentono chiamati a lasciarsi più profondamente coinvolgere nell’opera del dialogo interreligioso, devono compiere una full immersion in un’altra religione. Per evitare che questa immersione si riduca a una forma di turismo spirituale – o peggio, a una forma di «inculturazione» colonialista – occorrerà almeno un anno. Non molti sono in grado di affrontare questo impegno. Ma evitiamo di cedere alla tirannia dei numeri. La Storia dimostra che un manipolo di pionieri può fare miracoli. […] Raimon Panikkar (Traduzione dallo spagnolo di Milena Carrara Pavan).
“Ho voluto mostrare questo video perché questo è il mio sport anche se io riesco fare una piccola parte di quello che qui si vede. Si vedono pochi filmati in cui sono le ragazze ad essere protagoniste e ciò mi sprona a continuare e a portare a compimento quello che ho iniziato. Sento di non dovermi arrendere davanti agli ostacoli, non devo aggirarli: essi vanno affrontati insieme alle mie paure. Penso sia una disciplina che aiuti anche nel resto della vita: non si può far finta che gli ostacoli non ci siano. E uno degli aspetti che mi piacciono maggiormente è quello di far sembrare facili le cose difficili.” Così oggi A. (classe seconda) ci ha spiegato cosa significhi per lei il parkour. Non ho potuto fare a meno di pensare ai tanti film che ho visto con Bruce Lee e Jackie Chan e credo che proprio una frase del primo renda bene la sensazione che provo guardando queste sequenze: “Siate come l’acqua che trova la propria via attraverso fessure. Non essere assertivo, ma regolati sull’oggetto, devi trovare un modo per circolare o attraversarlo. Se non si rimane con una forma rigida, le cose si riveleranno per come sono. Svuota la tua mente, sii informe, senza forma, come l’acqua. Se si mette l’acqua in una tazza, essa diventa la tazza. Metti l’acqua in una bottiglia e diventa la bottiglia. Mettila in una teiera e diventa la teiera. Ora, l’acqua può fluire o può bloccarsi. Sii acqua amico mio”.
Una canzone “colonna sonora” è stata quella scelta da G. (classe terza) come sua gemma. Non le interessa il testo, ma il ruolo che “Heroes” ha nella sua vita: “mi ricorda momenti belli passati in estate a Lignano insieme a degli amici e a persone appena conosciute ma diventate presto importanti; inoltre mi fa pensare all’addio a una persona cara che si è trasferita in un’altra scuola: il brano di Alesso è stato suonato alla sua festa di addio.” Afferma Gibran: “I sentimenti sono la musica della nostra anima, tocca a noi trarne dolci armonie o confusi suoni”.
“Life Starts Now è una canzone che ascolto sempre. Dice di vivere la propria vita e questo mi fa continuare a essere positivo e ottimista e ad andare avanti”. Lo ha detto T. (classe seconda).
La canzone dei Three Days Grace (che sembra rispondere immediatamente alla gemma 95) incoraggia chi sta attraversando un brutto periodo: “Tutto questo dolore, prendi questa vita e falla tua, tutto questo odio, prendi il tuo cuore e lascia che ami ancora, tu in qualche modo sopravviverai a questo”. E’ una spinta a lasciarsi il dolore alle spalle, prendere la vita e piene mani e buttarsi con coraggio e fiducia verso il futuro. C’è una frase di Hemingway che mi pare calzare bene qui: “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi” (Per chi suona la campana).
“Ho scelto la canzone Weight of Living dei Bastille perché rappresenta un’amicizia importante. Il peso della vita citato nel titolo rappresenta entrambi perché non abbiamo avuto una vita facilissima: avrei potuto scegliere altre tremila amicizie, ma questa è quella più importante, anche se ci conosciamo da poco. Il mio amico mi ha aiutato e supportato in ogni cosa”. Questo è quanto è riuscita a dire D. (classe terza) commuovendosi e trasmettendo la sua emozione ai compagni di classe. Cantano i Bastille: “Tutto ciò che desideravi quando eri un bambino era essere grande, era essere grande. Adesso che lo sei, improvvisamente temi di aver perso il controllo, hai perso il controllo. Ti piace la persona che sei diventato?”. Ecco allora che mi sento di citare un pensiero di Gandhi che spesso è stato fonte d’aiuto e d’ispirazione: “Mantieni i tuoi pensieri positivi, perché i tuoi pensieri diventano parole. Mantieni le tue parole positive, perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti. Mantieni i tuoi comportamenti positivi, perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini. Mantieni le tue abitudini positive, perché le tue abitudini diventano i tuoi valori. Mantieni i tuoi valori positivi, perché i tuoi valori diventano il tuo destino.”
“Ho portato una breve sequenza di Quasi amici” ha detto S. (classe seconda). “Questo film presenta vari temi: l’amicizia (possibile anche tra persone diverse che iniziano a conoscersi e si apprezzano), i pregiudizi e giudizi (qui si va oltre da ambo le parti: Driss accetta l’incarico e si mette in gioco), il tema della disabilità (“Esattamente questo quello che voglio, nessuna pietà. Spesso mi passa il telefono, sai perché? Perché si dimentica”), le relazioni (ogni rapporto è diverso, ogni amicizia è unica); e il bello è che non è solo un film, ma una storia vera”.
Prendo un pezzo dell’intervista da “Il Giornale” di Vittorio Macioce a Abdel Sellou, il “vero” Driss.
“«La storia di Quasi amici. Intouchables ormai la conoscono quasi tutti. È quel film francese che racconta l’amicizia tra il ricco aristocratico in carrozzella e quella simpatica canaglia del suo badante. Corse a 200 all’ora sull’autostrada e risse nei parcheggi di Marrakech. Philippe Pozzo di Borgo e Abdel Sellou. L’uomo che non può più camminare e l’ex mascalzone che lo assiste. Finora c’era solo la versione del primo. Ora c’è quella di Abdel: Mi hai cambiato la vita (Salani, pagg. 221, euro 13,90). Abdel è in gamba. È divertente. È intelligente. È disincantato. Non cerca scuse. Non rinnega nulla. Vuole un bene dell’anima a Philippe. Ha 41 anni e per una gran parte della sua vita ha cercato di fregare il prossimo. «Mi sono messo al servizio di Philippe perché ero giovane e coglione, perché volevo andare in giro su una bella macchina, viaggiare in prima classe, dormire nei castelli, pizzicare il culo alle ragazze di buona famiglia e ridere dei loro gridolini soffocati». E invece? «Mi ha offerto la sua sedia da spingere. E quella sedia è diventata la stampella a cui appoggiarmi». Cosa hai pensato quando ti sei ritrovato a casa di Philippe? «Mi sono guardato intorno e ho fatto il conto di quanta roba potevo rubare». Sul serio? «Certo. In ogni angolo c’erano pezzi di valore. Mi sono detto: caspita, quanto è ricco il presidente di questa società tetracomecavolosichiama». Tetra che? «Tetraplegico. Non sapevo che volesse dire disabile. Pensavo fosse il nome di una società». … Ti accusano di aver sfruttato la bontà di un uomo debole. «Non mi sorprende. Philippe comunque non è né debole, né stupido né ingenuo. Di me dico quello che mi pare, quando mi pare, se mi pare. Preferisco chi mi attacca a chi mi commisera. Non sopporto la mania dei francesi di analizzare tutto, perdonare tutto, perfino l’imperdonabile, con il pretesto di una cultura diversa, della mancanza di istruzione, di un’infanzia infelice. Io non ho avuto un’infanzia infelice. Sono cresciuto come un leone nella savana. Io ero il re. Ero il più forte, il più intelligente, il più affascinante. E non avevo pietà per nessuno. Non cerco giustificazioni». Quando hai capito che non stavi lì per fregarlo? «Quando mi ha insegnato a leggere. Non nel senso letterale. Non ero analfabeta. A leggere veramente. Poi l’allievo ha superato il maestro e ha scritto un libro più bello del suo». Pozzo di Borgo che dice? «Che il mio non venderà mai come il suo. Abbiamo scommesso. Quindi io mi sto impegnando a batterlo. Quindi dammi una mano». Devo scrivere di non comprare Il diavolo custode? «No. Io dico che se volete piangere leggete il suo, ma se volete ridere allora non c’è partita. Il mio è un’altra cosa». Ricordi il primo libro che ti ha consigliato di leggere? «Camus. La Peste». Lo hai letto? «Sì, ma non l’ho finito. Il bello è che ho scoperto che è facilissimo diventare un intellettuale. Adesso Camus e io siamo colleghi».”
Per qualche anno sono stato abbonato a Diogene Magazine, una rivista di filosofia applicata alla vita quotidiana. L’altroieri è apparsa una copia in aula insegnanti e ho letto il bell’editoriale di Mario Trombino che qui riporto. Consiglio di visitare il sito e pure l’abbonamento annuale che agli studenti costa solo 10 € (quattro numeri)…
“Se pensare è calcolare, quella branca di ricerche che oggi va sotto il nome di intelligenza artificiale riuscirà nel suo intento: far pensare enti progettati e costruiti dall’uomo, che non sono l’uomo. In effetti i computer già oggi sono in grado di svolgere operazioni che simulano il pensiero umano e lo superano per velocità e precisione. Queste operazioni sono frammenti del pensiero, importanti, ma frammenti: operazioni matematiche di ogni tipo, gestione di testi, immagini, connessioni di reti, e tanto altro, come ognuno di noi ben sa. E comunque simulano il pensiero, nel senso che la coscienza è un’altra cosa rispetto alle operazioni di quella che rimane una macchina. I computer fanno il loro mestiere: calcolano. E lo fanno molto bene, su svariati fronti lo fanno molto meglio di noi (e questa non è l’ultima delle ragioni per cui li usiamo). Tuttavia è davvero solo questo il pensiero? Se si tratta di calcolare, è indubbio che il pensiero sia uno strumento eccellente, per quanto limitato sia, e l’aiuto delle macchine estende un po’ questi limiti. Vorrei fare due esempi. Primo esempio. Ieri con due colleghi andavamo in macchina alla Biblioteca Ariostea che è in centro a Ferrara, convinti di sapere la strada abbiamo calcolato il percorso, ci siamo persi, abbiamo chiesto aiuto a due vigili, che hanno con difficoltà calcolato a loro volta il percorso (la difficoltà nasceva dal fatto che eravamo riusciti a sbagliar tutto e a infilarci in zone di difficile movimento in macchina, tra sensi unici e ZTL), abbiamo sbagliato di nuovo i nostri calcoli, ci siamo arresi e abbiamo acceso il navigatore. Tre minuto dopo eravamo sotto l’Ariostea. Se pensare è calcolare, il navigatore (che al contrario di noi è parte di una rete che comprende cose complicatissime come satelliti e molto altro) si è rivelato più bravo si noi. Secondo esempio. Se pensare è calcolare, per uccidere un uomo o un bambino in guerra occorre calcolare per bene le proprie forza e pensare ad una strategia, supportata da tattiche vincenti. E’ indubbio che anche in questo caso un drone intelligente o un missile a sua volta intelligente fa meglio di noi: sono macchine che uccidono senza esporci a pericoli, calcolano molto meglio le traiettorie, e se pensare è calcolare pensano quindi meglio di noi. In guerra poi si possono usare i media in tanti modi, come le recenti esperienze ci hanno ricordato, e i media sono supportati da macchine. Tecnologie vincenti per veicolare pensieri – pensieri calcolati per quelle tecnologie. Parliamone. Pensare è calcolare? Non c’è dubbio che pensando calcoliamo molto, e il calcolo è parte del pensiero. E da questo punto di vista forse un missile intelligente è davvero intelligente. Ma è anche intelligente l’uomo che ne ordina il lancio? E intendo: il suo pensiero è ordinato? Cartesio dà questa definizione di pensiero (è una definizione a cui sono molto affezionato, la propongo volentieri ai lettori di Diogene Magazine, nella lingua in cui Cartesio l’ha pensata e scritta, la traduco dopo): «Mais qu’est-ce donc que je suis? Une chose qui pense. Qu’est-ce qu’une chose qui pense? C’est-à-dire une chose qui doute,qui conçoit, qui affirme, qui nie, qui veut, qui ne veut pas, qui imagine aussi, et qui sent». “E dunque,cos’è che sono? Una cosa che pensa. E che cos’è una cosa che pensa? E’ una cosa che dubita, che elabora concetti, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, e anche che immagina, e che sente”. Chiedo scusa per il richiamo al francese, ma non volevo che ci fossero dubbi: Cartesio dice che io sono una cosa qui sente, e sentire è parte integrante del mio essere una cosa pensante. Un pensiero ordinato è il pensiero di un uomo che fa ordinatamente non una sola, ma tutte le cose indicate da Cartesio. E le unifica nell’atto del pensare. E le bilancia, altrimenti l’ordine non c’è. Ad esempio, a voi sembra che chi ordina il lancio di un missile intelligente abbia immaginato e sentito quel che sente un bambino che lo vede scoppiare e vede morire intorno a sé i suoi? Se non lo ha fatto, poiché questo è parte del tutto prevedibile della realtà, il suo è pensiero ordinato? Io sto dalla parte di Cartesio e dico che non è ordinato. Cartesio, e dopo e prima di lui molti altri filosofi, ha insegnato come fare a pensare con ordine. E’ difficile? Sì. E’ possibile? Yes, we can. Oh, scusate, Cartesio è francese: Oui, nous pouvons.”
E’ appena rientrata da tre mesi passati in Australia V. (classe quarta), giusto il tempo di capire “Come funziona questa cosa delle gemme?” e subito dire “Beh, io allora l’avrei qui, già pronta! E’ una mia foto con un koala. E’ uno dei momenti più belli, in vacanza con le mie due sorelle ospitanti, in mezzo a koala e canguri. E’ stata un’esperienza molto significativa, quella australiana: sono cresciuta senza la mia famiglia sempre vicina e a volte ho dovuto arrangiarmi da sola. L’inglese è migliorato e poi mi porto nel cuore tutte le persone conosciute.” Se penso al Simone del triennio del liceo, mi viene in mente un ragazzo a cui non sarebbe passata neanche per l’anticamera del cervello l’idea di andare tre mesi in Australia (ma neppure in Austria…). E’ vero erano altri tempi, ma ci vuole anche coraggio e voglia di buttarsi e di adattarsi. E magari ricordare quanto diceva Arthur Schnitzler: “Solo la direzione è reale, la meta è sempre fittizia, anche la meta raggiunta… anzi soprattutto questa.”
“La mia gemma è mia madre” ha detto C. (classe quinta). “E’ la persona per me più importante, è il mio esempio. Da piccola ho avuto la leucemia e i ricordi di quel periodo sono legati a lei. Ho il registratore della bambola che usavo quella volta: l’ho trovato qualche mese fa e mia madre si è commossa a sentirne la voce. Ne è anche nato un gioco, il bacio nell’orecchia per far ridere una persona”. Nicolás Gómez Dávila afferma: “L’uomo primitivo trasforma gli oggetti in soggetti, quello moderno i soggetti in oggetti. Possiamo supporre che il primo si illuda, ma sappiamo con certezza che il secondo si sbaglia”. Penso che sia bello che a volte ci leghiamo a piccoli oggetti insignificanti agli occhi dei più, ma profondamente significativi per pochi: sottendono relazioni, emozioni, pensieri, immagini che bazzicano i luoghi della memoria e gli angoli del cuore.
Non potendolo portare fisicamente in classe, I. (classe quinta) ha portato una sua foto: “La mia gemma è mio fratello, una delle persone più importanti della mia vita; penso che avere un fratello maggiore sia una cosa bellissima, lui farebbe di tutto pur di vedermi felice. E’ un esempio per me, per le scelte che ha fatto sul suo futuro. Dopo sacrifici ha ottenuto quel che voleva e questo mi ha insegnato che se vuoi una cosa devi alzarti, fare sacrifici e impegnarti per averla. So che è una delle poche persone che non mi deluderà mai”. Commento con una frase di Antistene, discepolo di Gorgia e Socrate: “Quando i fratelli vanno d’accordo, nessun fortezza è così solida come la loro vita in comune”.
Oggi M. (classe seconda) ci ha fatto conoscere Antonio Distefano e il suo libro “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?”. “Questo autore è riuscito ad avere un contratto con una casa editrice, e ieri gli è stato affiancato un manager per curare la sua persona. Lui ha creduto nel suo sogno e si sta battendo per i diritti delle persone di colore. Nel video dice che non si sente italiano, ora invece di sì: si sente sia italiano che africano, pur non essendo mai stato in Africa”.
Riporto, a commento, una favola giapponese presa dalla rete:
“Durante una spaventosa notte di temporale, una piccola capretta bianca ed un lupo nero cercano rifugio in una capanna abbandonata, sul pendio di una collina. A causa dell’oscurità totale, dell’infuriare del temporale e dello scrosciare della pioggia, i due non si rendono conto di chi sia il proprio compagno di sventura: il lupo non si accorge che il suo compagno è una succulenta capra, mentre questa non capisce che, vicino a lei, c’è il suo atavico nemico, un lupo goloso di carne di capra! Grazie a questo equivoco, il lupo e la capra iniziano una lunga conversazione, che li porta a scoprire di avere molte cose in comune: l’amore per le verdi colline e per il buon cibo, ma soprattutto la gran paura del temporale! I due entrano in gran confidenza, raccontandosi della loro infanzia ed incoraggiandosi a vicenda in questa situazione difficile. L’amicizia tra loro è ormai dichiarata, tanto che, prima dell’alba, quando ormai i tuoni e la pioggia sono svaniti, il lupo e la capra si danno appuntamento per il giorno successivo, alla luce del sole… Il finale è aperto: cosa succederà l’indomani, quando i due personaggi s’incontreranno faccia a faccia?”
La parte finale del film “La musica nel cuore” è stata la gemma proposta da E. (classe quarta). “Non sono esperta di musica, però questo concerto mi piace molto e ho bei ricordi legati a questa sequenza. Inoltre, nel finale del film, qui non presente si dice: “La musica è ovunque, basta saperla ascoltare”. Secondo me anche nel silenzio c’è la musica, basta saperlo ascoltare.” C’è una vecchia canzone del 1968 di Tony Del Monaco che qualche anno fa è stata reinterpretata da Andrea Bocelli (qui insieme ad Elisa): tocca l’argomento del silenzio e secondo me è molto affascinante.
“Ho portato una canzone che è la colonna sonora di un anime. Quando la ascolto mi sento come estratto dalla realtà. Questo è anche il motivo per cui amo fantasy, anime e manga: tralasciare la realtà e scoprire altro mondo. Devo però ammettere che è piuttosto complicato, anche se ci si sforza di capire.” Sono state le parole di A. (classe quarta).
Riporto come ulteriore spunto di riflessione una frase di Tsubasa Reservoir Chronicle. «Kurogane: “Se ci si sforza di non piangere, è inevitabile che poi ci si rafforzi… è bene cavarsela senza piangere, qualsiasi cosa succeda…” Fay: “Sì… però… quando si vuole piangere, bisogna pure possedere la forza per farlo!”».
La gemma proposta da S. (classe quarta) è consistita in un video mostratole dalla sorella e per lei molto significativo. Ho concordato con S. che non lo pubblicherò nella versione originale ma in quella con la traduzione, in quanto il video è eccessivamente esplicito: “Penso che in esso sia rappresentata parte della verità, cioè che si giudica spesso senza conoscere. Mi piace la parte finale perché penso che un amico possa salvare una vita”.
Una delle frasi ripetute nel testo è “Non potrei mai essere ciò che tu vuoi”. Penso che una parte della formazione dell’autostima passi per l’autoaccettazione e per l’accettazione di sé da parte degli altri. Si ha bisogno di qualcuno a cui importi di noi, soprattutto nelle prime fasi della nostra esistenza. Amicizie e relazioni sono fondamentali, anche se non sempre possono bastare. Senz’altro l’amicizia è significativa e importante, uno dei valori essenziali della vita, ma non può essere caricata troppo di aspettative e responsabilità.