Io sono la terra

Il video punta un po’ sull’epica. Il mio pensiero, leggendo il testo tradotto, preso qui, è andato agli emigranti di ieri e di oggi, al loro carico, di dolore, sofferenza, sacrifici, aspettative, sogni. Del pezzo si può anche fare una lettura metaforica: il cammino di ogni vita col suo bagaglio di speranze per il domani e un sogni di libertà. Loro sono i Sonata Arctica e il pezzo si intitola “Flag in the ground”

“Lasciando alle spalle la mia vita, il mio giovane amore e il nascituro, avevo solo una ciocca dei suoi capelli… E bruciavo d’amore dentro. Dopo quaranta giorni pieni di lavoro e notti insonni, le vele sono illuminate dalle luci di Boston… Ed eccoci… Giù dalla nave! Verso l’avventura, l’unica per definire le nostre vite. Faticaccia quotidiana e una piccola stanza. “Sono arrivato sano e salvo, Amore. Ho un indirizzo, fino alla primavera, poi dovrei girare per il paese, spero di sentirti presto…”. Le sue lettere lette… “Per favore, dimmi che va tutto bene. Ti penso, pensando che sei fuori dalla mia vista ogni notte, quando mi corico, le mie lacrime mi trovano. Per favore sbrigati, caro, torna indietro e salvami…”

Flag_in_the_Ground_by_Cyrgaan.jpgOra che ho fatto i soldi che ci occorrono per il sogno, il miglior cavallo che io abbia mai visto, un carro e tutto ciò che mi serve… Andrò per la mia strada verso l’ignoto, in ogni momento spero che tu sia qui con me… “Per favore, dimmi che va tutto bene. Ti penso, pensando che sei fuori dalla mia vista ogni notte, quando mi corico, le mie lacrime mi trovano. Per favore sbrigati, caro, torna indietro e salvami…”

No, non sono uno sconosciuto, tra la gente di qui… Tuttavia non mi sono mai sentito così solo… A mezzogiorno il rumore rimbomberà e comincerò a viaggiare per il paese che possiamo chiamare casa. Pianto la mia bandiera sul terreno, urlando e gridando. Non mi sono mai sentito così orgoglioso, amore! Adesso siamo salvi dalla servitù eterna. Ti sto per portare a casa, mia luce! Nove, otto, sette, sei, contando i giorni. Solo! Cinque, quattro, tre, due, insieme per sempre! Solo! Ho fatto la mia strada verso l’ignoto, una terra vicino al fiume e una nuova casa costruita. Io sono la terra e la terra è me. La libertà è tutto e noi siamo liberi. Ho fatto la mia strada verso l’ignoto, una terra vicino al fiume e una nuova casa costruita. Ogni notte, quando guardo la nuova luna piena ti stringo e so che siamo liberi…”

Quel caos davanti

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“Ancora adesso ho questo caos davanti, non solo su di me, ma vedo che questo caos permane in generale. Per cui dico: mi raccomando, non perdetelo completamente questo caos, perché credo sia un segno divino nella vita dell’individuo… una sorta di mistero che viene dall’alto” (Lucio Dalla)

Greco-ortodossi di Turchia

Scrive Giuseppe Mancini su Limes a proposito dei greco-ortodossi presenti in Turchia:

halki.jpg“Sono molti gli insoddisfatti per il contenuto del “pacchetto di democratizzazione”, presentato il 30 settembre scorso dal premier turco Recep Tayyip Erdoğan: la delusione maggiore è stata quella dei greco-ortodossi (rum in turco, romei in italiano), gli ultimi rimasti – secondo le stime, da 2 mila a 4 mila – della fiorente e influente comunità d’epoca ottomana. Ancora una volta è mancato ciò che invocano da decenni: la riapertura del seminario teologico sull’isola di Heybelianda/Halki, proprio di fronte a Istanbul, chiuso nel 1971 per motivi di laicismo e ostilità; al suo interno tutto è pronto, le aule e i vecchi banchi in legno sono rimasti quelli di allora: solo gli studenti, futuri sacerdoti e patriarchi, sono assenti. La sua riapertura è stata promessa più volte dal governo turco, che però si aspetta mosse analoghe da parte del vicino greco nei confronti delle proprie minoranze turcofone e musulmane. I rum, che sono cittadini turchi a tutti gli effetti, a seguito del conflitto greco-turco e del trattato di Losanna del 1923 si sono trovati a vivere in condizioni di inferiorità formale e sostanziale: minoranza poco tollerata, soggetta a vessazioni di ogni tipo e indotta all’emigrazione (come poi avvenuto nel corso di diverse ondate), i rum si sentono tutt’oggi come stranieri in casa propria. Il momento più basso di questo odioso processo è stato toccato nel 1955 con il pogrom del 6 e 7 settembre, nel corso del quale furono distrutti negozi, profanate chiese, assalite e umiliate le persone. L’esodo cominciò allora, inarrestabile. Non è un caso, tantomeno un vezzo letterario, se Méropi Anastassiadou e Paul Dumont, autori di Les Grecs d’Istanbul (Cerf, 2011), hanno titolato l’introduzione del loro saggio “Il rifiuto dell’estinzione” in quanto tributo verso i tenaci superstiti. Si tratta per la maggior parte di cristiani ellenofoni, benché ad Antiochia esistano anche dei gruppi turcofoni e arabofoni: il turco rimane comunque la lingua franca, parlata da tutti. L’istruzione infatti – anche nelle scuole private, gestite autonomamente – è bilingue.

Negli ultimi anni la loro condizione “sta cambiando drasticamente”, racconta Laki Vingas, rappresentante delle fondazioni non-musulmane e uno degli artefici della rinascita della comunità. Le riforme varate dal Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) stanno infatti restituendo ai diversi gruppi etnici e religiosi che compongono il mosaico nazionale turco diritti, dignità e visibilità; dall’agosto del 2011, anche parte dei beni immobili – orfanotrofi, scuole, chiese, ospedali, terreni, persino cimiteri – confiscati dall’establishment kemalista a rum, armeni, siro-ortodossi ed ebrei. Ne è un esempio la scuola elementare greco-ortodossa di Galata, trasformata in centro culturale, che ospita la Biennale del design, la Biennale di arte contemporanea e concerti di musica classica. Il risveglio culturale è uno degli aspetti che più colpisce: il ritorno del coloratissimo e rumorosissimo carnevale nelle vie di Tatavla, la formazione a opera di Stelyo Berber del gruppo di musica tradizionale Café Aman (con composizioni in fasıl e rebetiko), la nascita nel 2012 della Istos, casa editrice che pubblica in greco i suoi scritti, mentre il quotidiano Apoyevmatini – il cui primo numero risale al 1925 – non ha mai cessato di pubblicare. Secondo Vingas “La Turchia sta tornando a essere polifonica” e i rum di Istanbul stanno contribuendo fattivamente al ripristino dei meccanismi pluralisti di origine ottomana, sacrificati sull’altare del nazionalismo esclusivista. “I turchi stanno riscoprendo il loro passato e la loro storia”: per lunghi secoli fatta di condivisione, rispetto e armonia. Il passo successivo, sostenuto a gran voce da tutte le minoranze di Ankara, è presto detto: la riforma della cittadinanza, su base individuale e non più etnica, da inserire nella carta costituzionale attualmente in fase di revisione.

Il cardine della comunità greco-ortodossa è il patriarca ecumenico Bartolomeo, originario dell’isola di Imbros (situata all’imbocco dei Dardanelli) e in carica da 20 anni; tra l’altro, anche lui ex allievo del seminario di Heybeliada. È il punto di riferimento per tutti i rum, dai più anziani fino alle nuove generazioni; ha trasformato il patriarcato del Fener in tappa obbligata per i leader politici stranieri di passaggio in città; visita incessantemente le piccole parrocchie e celebra messe in chiese ormai chiuse da decenni: come avviene ogni 15 agosto dal 2010 nel monastero di Sümela, sito nei pressi di Trabzon.

Il fenomeno più inatteso è la recente inversione delle dinamiche demografiche. Tutto merito della crisi: perché al patriarcato e alle varie fondazioni caritatevoli arrivano richieste sempre più numerose da parte di rum emigrati in Grecia che vogliono tornare in Turchia per trovare un lavoro e recuperare le proprietà immobiliari; o anche di greci – soprattutto giovani e intraprendenti – che sempre per motivi economici desiderano stabilirsi sul Bosforo. Gli adolescenti greco-ortodossi di Istanbul, fino a non molto tempo fa destinati a espatriare dopo gli studi superiori, sono ben felici di poter rimanere in Turchia.”

Tra bicchiere e mare

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Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di spirito. “Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile”. Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: “Queste sono le tue sofferenze”. Tutta l’acqua del bicchiere s’intorbidì e s’insudiciò. Il maestro la buttò via. Il maestro prese un’altra manciata di cenere, identica alla precedente, la fece vedere all’uomo, poi si affacciò alla finestra e la buttò nel mare. La cenere si disperse in un attimo e il mare rimase esattamente com’era prima. “Vedi?” spiegò il maestro. “Ogni giorno devi decidere se essere un bicchiere d’acqua o il mare”. (Bruno Ferrero)

Ci sono volte in cui ho saputo essere mare, altre in cui non sono riuscito ad essere altro che bicchiere. Ammetto anche che la quantità di cenere non è indifferente e che ci possono essere bicchieri grandi e profondi e mari piccoli con l’acqua bassa… Ma esserne consapevoli mi pare già un bel passo.

Il drappo nero

Si è da poco concluso il periodo clou del pellegrinaggio a La Mecca (Hajj), tra il 13 e il 18 ottobre. Scrivo per far conoscere uno degli aspetti forse meno conosciuti: ogni pellegrinaggio-mecca-2013-01.jpganno la kiswa, il drappo nero che ricopre la Kaaba, viene calato e sostituito con uno nuovo (di notevole valore e peso: si tratta di quattro teli di circa 13 m per 13 m, di seta nera, con scritte e versetti coranici decorati in oro, dal peso complessivo di circa 670 kg). I pellegrini sperano di essere tra quei fortunati che riceveranno una striscetta del vecchio drappo che nell’occasione viene sminuzzato. Nel video qui sotto la sostituzione di quest’anno. Aggiungo anche che da quest’anno è stato installato un nuovo percorso sopraelevato per permettere anche ai fedeli con disabilità, di percorrere i canonici 7 giri intorno alla Kaaba.

Moda nascosta a Teheran

Ancora da Sette prendo questa breve notizia di Stefano Torelli:

url.jpg“Se la moda non conosce limiti, sicuramente ciò è vero anche per l’Iran. Nonostante l’immagine di Paese conservatore, quasi bigotto, che viene spesso presentata in Occidente, la Repubblica islamica è sempre capace di riservare sorprese e di presentare una generazione di ragazzi e ragazze che, in termini di modernità e avanguardia, non hanno niente da invidiare ai coetanei europei o statunitensi. E così, mentre a livello politico il nuovo presidente Rouhani sembra volersi impegnare sulla strada del dialogo e del disgelo delle relazioni con gli Stati Uniti e il mondo occidentale in generale, Teheran è interessata da un fenomeno di natura sociale ed economica sempre più diffuso. Si tratta delle cosiddette maison iraniane, di fatto delle piccole boutique di moda, costituite per lo più da appartamenti e locali privati e concessi in affitto ai gestori. Lontano dai riflettori della vita pubblica. Il motivo di tanta riservatezza è semplice: gli stilisti e i curatori di immagine sono declinati al femminile. Una generazione di donne che, sfidando gli stereotipi di una società comunque ancora patriarcale, ha deciso di mettersi in proprio e dare libero sfogo alla propria passione, quella della moda, appunto. Le maison sono dei locali in cui le donne svestono il velo e lasciano libere le chiome con pettinature alla moda, in cui si concedono a manicure e trucchi sul viso. E in cui, soprattutto, si emancipano non solo dal punto di vista sociale, ma anche economico. Spesso in queste boutique le proprietarie, infatti, vendono le proprie creazioni e i propri capi di abbigliamento, traendone un profitto che, in alcuni casi, si rende necessario per il proprio mantenimento. Molte ragazze sono single, oppure donne vedove che non hanno più l’aiuto dei mariti e devono guadagnarsi da vivere. La pubblicità viene fatta attraverso i giornali locali o chiamando direttamente i potenziali clienti e il giro di affari si alimenta con il passaparola. Le sanzioni economiche imposte all’Iran sulle importazioni di alcuni beni industriali rendono i prezzi dei capi d’abbigliamento piuttosto fluttuanti, ma tutto sommato ancora in grado di reggere alla concorrenza dei canali tradizionali di vendita. Ed è anche così, tramite lo shopping clandestino, che una nuova generazione porta avanti la propria piccola rivoluzione.”

Messico-Usa, Usa-Messico

In classe abbiamo visto queste due foto a proposito della frontiera tra Stati Uniti e Messico.

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Rocco Cotroneo scrive su Sette:

“Un tempo il Messico era sinonimo di emigrazione disperata verso il sogno del Nord, oggi è uno dei Paesi al mondo che più attrae manodopera straniera. Il numero di immigrati legali è più che raddoppiato dal 2000 al 2010 e continua a crescere. Merito di una economia in buona salute e di una serie di leggi che stimolano soprattutto l’arrivo di “cervelli”: l’ultima, entrata in vigore lo scorso settembre, ha ulteriormente snellito le procedure, facendo scattare un nuovo aumento del 10 per cento delle richieste di residenza. Un reportage pubblicato dal New York Times entra nelle pieghe del fenomeno e scopre, per esempio, che il 75 per cento degli emigrati legali in Messico sono statunitensi. Il clamoroso sorpasso sarebbe addirittura già avvenuto: ci sono cioè più cittadini Usa che messicani a varcare la frontiera che corre lungo il Rio Grande. I primi, ovviamente, non attraversano il deserto illegalmente. Il presidente messicano Enrique Pena Nieto ha usato un’espressione colorita («finalmente gli astri si stanno allineando a nostro favore») per definire il momento magico dell’economia, nonostante il suo Paese resti all’attenzione del mondo per gli elevati indici di violenza (causati dal narcotraffico), mentre i grandi problemi non sono certo spariti: sistema scolastico di basso livello, diseguaglianza, sacche significative di povertà. La creazione di opportunità è dovuta soprattutto alla rinascita di molti posti di lavoro legati all’economia Usa, che negli ultimi decenni se n’erano andati verso l’Estremo Oriente. Poi si è visto che non sempre ne valeva la pena: il vantaggio della manodopera cinese a buon mercato si è ridotto, e il Messico è alle porte di casa.”

E se Al Gore…

Su Sette del Corriere della Sera uscito l’11 ottobre Danilo Taino fa un’interessante osservazione che richiama anche quella previsione del 2003 sul clima che abbiamo visto in classe: Dal 1998 la temperatura media della Terra non aumenta. Ma perché gli organismi preposti a tenerla sotto controllo mantengono toni allarmistici?

Ecco l’articolo pepato.

“C’era una domanda alla quale il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite sul clima, Serra.jpgpubblicato a fine settembre, avrebbero dovuto rispondere. Era la più interessante. Perché dal 1998 la temperatura media sulla faccia della terra non aumenta? Gli scienziati dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, avevano pubblicato il loro ultimo report nel 2007: catastrofico, in linea con le previsioni di disastri globali avanzate in conferenze e al cinema da Al Gore. D’altra parte, sempre nel 2007, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti e l’Ipcc stesso furono insigniti del Premio Nobel per la Pace, grazie agli allarmi che lanciavano. Da allora, i risultati scientifici del rapporto 2007 si sono rivelati in alcuni punti sbagliati: ad esempio nell’esagerazione della velocità con la quale i ghiacciai dell’Himalaya si stanno sciogliendo. Ora, nell’attesissimo report di quest’anno, però, l’Ipcc dedica ai 17 anni di temperatura piatta una semplice nota. A loro non sembra interessare: potrebbe mettere in discussione le teorie che hanno sostenuto per anni. Preferiscono tenere i toni dell’allarmismo elevati, presentare come una grande novità il fatto che la probabilità che i cambiamenti climatici siano prodotti dall’attività umana sia passata dal 90 al 95%. Diamine. E preferiscono fare dichiarazioni roboanti sulle catastrofi possibili mentre essi stessi ridimensionano le previsioni allarmistiche che avevano fatto. Ora, l’Ipcc prevede che la temperatura della Terra aumenterà “probabilmente” più di 1,5 gradi centigradi entro il secolo. Nel 2007 sosteneva che sarebbe cresciuta “probabilmente” più di due gradi: e due gradi è il limite sopra il quale potrebbero esserci catastrofi. Su questa, che è la novità del rapporto, buona parte del pigro sistema dei media globali ha sorvolato. L’Ipcc inoltre ammette che è difficile legare l’attività dell’uomo alle maggiori siccità e al numero più elevato di uragani. La questione non è irrilevante. Nessuno nega che un problema di effetto serra esista. È che se lo si esagera e si prevedono catastrofi si finisce con il mettere in campo politiche di altissimo costo e inutili: ad esempio i sussidi a pioggia a fonti di energia pulita inefficienti, sussidi spesso accaparrati dalle mafie. E si continua a sollevare il mostro, a dire che esiste una lobby del petrolio che vuole negare il climate change: quando in realtà la lobby vincente è quella e si nutre – denaro, carriere e Nobel – dell’allarmismo di Al Gore.”

E se facessimo tutti come Lady Gaga?

timidezza, ricerca, introverso, audaceUn anno fa, giorno più giorno meno, scrivevo a proposito della timidezza. Ecco che, sull’ultimo numero di Internazionale, trovo un articolo piuttosto interessante. Partendo dall’osservazione del comportamento di salamandre e cinciallegre, trote arcobaleno e sialie, si cerca di dedurre qualcosa di utile per l’uomo. Il motivo del mio interesse per l’argomento è contenuto in una delle frasi dell’articolo: “Il problema è che nella società dove trionfa l’audacia le persone insicure hanno vita difficile, tanto da far considerare la loro timidezza un disturbo psichiatrico”.

Pubblico il pdf dell’articolo (l’originale è su “New Scientist”) che ho recuperato sulla rassegna stampa dell’università di Pisa (che consiglio).

Dall’hic et nunc al nowism

Mi piace leggere Zygmunt Bauman. In questo articolo di Dario Ronzoni per Linkiesta, per quanto breve, si possono trovare molti spunti di riflessione e la nuova declinazione dell’hic et nunc.

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“Sulla modernità, sulla vita online e offline, sull’impatto della tecnologia sulla vita dell’occidente, sui profughi, sulla globalizzazione, sul concetto di tempo, sulla fine degli stati sovrani. Zygmunt Bauman, ha un’opinione su tutto: a domanda, risponde. Il sociologo (uno dei più famosi e citati al mondo) è a Milano per partecipare al ciclo di incontri Meet the Media Guru, organizzato dalla Camera di Commercio di Milano. Il tema è la vita tra online e offline. Ma all’incontro con la stampa in mattinata parla anche di altro, cioè di quasi tutto il resto: passa senza problemi dalla finzione che tiene in piedi gli stati nazionali alle idiosincrasie della vita quotidiana, fino alle chat e le rotte dei migranti. Del resto, è l’uomo giusto per navigare a suo agio in questa modernità liquida (definizione sua e diventata subito celebre – e declinata in ogni modo). Forse non sempre in modo originale, ma senz’altro interessante.

E allora è vero che vivere connessi «impone un altro modo di vedere il tempo». In cui «tutto resta schiacciato nell’immediato». Si vuole «un caffè? Dev’essere istantaneo». La pazienza è scomparsa e a dominare l’epoca delle comunicazioni immediate è il qui e ora, «il nowism». Le conseguenze sono numerose. In primo luogo, scompare la pianificazione a lungo termine. Come applicazione e prima ancora, come concetto: non solo si dimentica l’attitudine su progetti di ampio respiro, ma la società stessa impone una flessibilità sull’immediato: tradotto, non vale più studiare a lungo per imparare un lavoro perché nel frattempo il lavoro stesso sarà cambiato, «e tutto quello che si è appreso sarà già obsoleto». Ma vivere connessi ha conseguenze anche sul piano della politica: la rete permette un livello di interazione «mai visto». Prima «occorreva passare attraverso giornali, ottenere notorietà lungo livelli istituzionali. Internet permette a tutti una visibilità indipendente e questo «lo rende l’elemento naturale della democrazia». Anche se sorvola sull’elemento Beppe Grillo e si concentra sulla natura stessa della politica, e del potere. E nota che «ormai le due cose sono separate – a meno che si resti in una scala locale. A livello globale lo stato nazionale sovrano è solo una finzione». Un’epoca finita: gli organismi politici che reggevano il novecento nella modernità liquida non hanno più senso. Anche perché, se «la politica è l’abilità di decidere le cose che devono essere fatte», in un mondo schiacciato sul presente ogni previsione è impossibile. E allora «la politica segue solo le richieste dell’elettorato, preoccupandosi solo di avere un’offerta adeguata ai desideri del pubblico». Senza una visione di lungo periodo.

«Adesso è un momento di interregno», in cui si registra un passaggio di poteri dalle forme tradizionali alla borsa, ci sono altre cose da imparare. Interrogato sulla strage di Lampedusa, Bauman ha ricordato che «anche il mondo dell’accoglienza è cambiato». Col tempo, si è modificato il pensiero con cui si considera lo straniero: «prima la politica era di assimilazione, adattamento, integrazione». Lo straniero, inserendosi nella nuova società imparava la lingua, i modi, imitava lo stile di vita. Smetteva cioè di essere straniero. «Ora è diverso: chi arriva mantiene salda la propria identità. E allora il destino sarà di vivere sempre accanto a uno straniero». Una condizione nuova e tutta da definire. Ma impossibile da programmare…”

Svegliami, salvami

Bring_Me_To_Life.jpgIl 4 aprile di 10 anni fa il mondo conosce Amy Lee e gli Evanescence. E’ in quel giorno, infatti, che esce il singolo “Bring me to life”, una canzone che parla di un risveglio a nuova vita, di un incontro che dà colore e calore alle giornate grige, spente e gelide. E’ come se fino a quel momento lì la vita fosse stata un sogno, anzi un incubo, in attesa che arrivasse qualcuno capace di vedere attraverso gli occhi per scendere nell’intimo e rimettere in moto qualcosa che si era inceppato. Quel qualcuno sveglia Amy, le fa tenere gli occhi aperti e la salva. Essere chiamati per nome (e quindi riconosciuti e accettati nella propria identità), essere salvati dalle tenebre prima di essere distrutti, far sì che il sangue torni a scorrere nelle vene… come molti testi hard-rock e metal il vocabolario risente notevolmente di testi mitici e religiosi.

Come riesci a vedere dentro i miei occhi come se fossero porte aperte,

arrivando nelle profondità del mio corpo, dove sto diventando così insensibile.

Senza un’anima, il mio spirito sta dormendo in qualche luogo freddo

fino a che non lo ritroverai e lo riporterai a casa.

Rit. (Svegliami) Svegliami dentro (Non riesco a svegliarmi)

Svegliami dentro (Salvami)

Chiama il mio nome e salvami dalle tenebre (Svegliami)

Ordina al mio sangue di scorrere (Non riesco a svegliarmi)

Prima che io venga distrutta (Salvami)

Salvami dal nulla che sono diventata

Ora che so cosa mi manca non puoi lasciarmi

Respira in me e rendimi vera Riportami in vita

Rit.

Riportami in vita (Ho vissuto nella menzogna non c’è niente dentro)

Riportami in vita

Ghiacciata dentro, senza il tuo tocco, senza il tuo amore, caro

Solo tu sei la vita in mezzo alla morte

Per tutto questo tempo non potevo credere,

non riuscivo a vedere, chiusa nell’oscurità

ma tu eri lì di fronte a me

Mi sembra di aver dormito un migliaio di anni

Devo aprire i miei occhi di fronte a tutto

Senza un pensiero senza una voce senza un’anima

Non lasciarmi morire qui

Ci deve essere qualcos’altro da fare Riportami in vita

Rit.

Cambia la popolazione, cambia la religione

Uno sguardo sulla Cina e sulla situazione delle religioni. Articolo di Fabrizio Mastrofini preso da Vatican Insider.

malacca_tempio_cinese.jpg“Nel vasto «pianeta cinese» è in corso una profonda trasformazione che investe la religione. Il punto di partenza è dato dall’esodo dalle campagne verso le città, un fenomeno che ha dimensioni bibliche. Secondo le statistiche ufficiali gli abitanti nelle città hanno superato quelli delle campagne: 690,79 milioni contro 656,56 alla fine del 2011. Gli effetti sul piano religioso sono rilevanti. A dedicare servizi a questi aspetti e a documentare i problemi ci sono due agenzie stampa specializzate sull’Asia: Ucanews con sede a Honk Kong ed Eglise d’Asie della Società delle Missioni Estere di Parigi, con sede nella capitale francese. I dati raccolti, le testimonianze, le analisi, convergono nel sottolineare che la trasformazione demografica ha cominciato ad avere effetti sul piano religioso. Ucanews ha preso ad esempio la storia di Bosco Wang, migrante cattolico, dalla campagna a Guangdong e poi da qui in una cittadina a sud di Shangai. Il primo gravissimo problema che ha affrontato è stato linguistico: trovarsi con sacerdoti in grado di esprimersi solo in cantonese e non in mandarino. «Ho visto – ha raccontato – numerose persone che durante la messa recitavano il rosario senza seguire la celebrazione. Poi ho capito che non erano in grado di comprendere il sacerdote». E casi simili sono in grande aumento. Eglise d’Asie in un recente servizio sul problema nota come l’esodo dalle campagne stia ristrutturando sia la Cina sia il cattolicesimo. Come accade nel villaggio di Erquanjing, nel nord-ovest della provincia di Hebei, diocesi di Xiwanzi. Qualche anno fa contava oltre duemila abitanti, praticamente tutti cattolici; oggi sono ridotti ad un centinaio. E secondo le statistiche dell’Istituto di antropologia dell’Università di Pechino ogni giorno spariscono tra 80 e 100 villaggi a causa dell’esodo massiccio verso le città. Un parroco – don Joseph Yang, nel distretto di Yang – ha dichiarato che ogni settimana si trova davanti a volti nuovi nelle sue messe, con la conseguente grande difficoltà di dare risposte pastorali efficaci.

Ma anche le altre religioni e confessioni cristiane affrontano sfide difficili. Ad esempio il mondo buddista, in grande crescita e nonostante sia favorito dal governo perché viene visto come una religione tradizionale dell’Asia, a differenza del cristianesimo che viene percepito come una religione occidentale, dunque importata. Il professor Ji Zhe, sociologo e specialista in storia delle religioni cinesi, dirige un progetto di ricerca internazionale sull’evoluzione del buddismo in Cina. Attualmente – ha dichiarato a Eglise d’Asie – delle cinque religioni ufficialmente riconosciute (buddismo, taoismo, cattolicesimo, protestantesimo, islam), i buddisti costituiscono il più numeroso gruppo di credenti e praticanti». In particolare parliamo del buddismo Mahayana Han, con 100 milioni di fedeli, mentre sono 7,6 milioni i buddisti tibetani e 1,5 milioni i buddisti Theravada. Secondo lo studioso il buddismo è sostenuto dal governo per motivi politici e per interessi economici. Per questi ultimi il caso esemplare è quello del tempio Shaolin nella provincia di Henan, molto famoso per la grande tradizione nelle arti marziali. È un luogo di turismo che raccoglie decine di migliaia di visitatori ogni anno ma i proventi del biglietto di ingresso vanno al 70% al governo locale. E la comunità monastica è sottoposta ad uno stringente controllo amministrativo su come spende quel 30% di introiti che ha a disposizione. Inutili le vibranti proteste che ogni anno vengono sollevate dai monaci. Quanto ai motivi politici l’analisi del professor Ji Zhe è precisa. «La religione che si sviluppa di più in Cina è il protestantesimo, soprattutto evangelico, che è più attivo e rivendicativo, non esita a invocare la libertà religiosa ed il rispetto dei diritti dell’uomo, anche grazie ai legami con l’estero e grazie all’organizzazione specifica, difficile da controllare per lo stesso governo. Cattolicesimo ed islam sono ugualmente problematici per il governo centrale, sia sul piano diplomatico, sia sul piano etnico. Ed allora si cerca di favorire l’espansione del buddismo Mahayana Han – gli Han sono l’etnia maggioritaria alla quale appartiene il 92% della popolazione cinese – per tentare di contenere l’espansione di altre religioni».”

Come reagirà la Turchia?

La decisione della Chiesa Armena di canonizzare tutte le vittime del genocidio armeno sta rimbalzando in rete. Come reagirà la Turchia? Prendo la notizia da Asianews.

armena.jpg“Con una mossa che ha colto di sorpresa la Turchia, la Chiesa Armena sta per procedere alla canonizzazione delle vittime del genocidio armeno, perpetrato dallo Stato turco nel 1915, usando elementi kurdi come manovalanza per le uccisioni. Il genocidio, perpetrato con metodo scientifico, è descritto dallo storico turco Taner Akcam come “un atto vergognoso” (è il titolo di un suo volume). Ma il governo di Ankara non lo ha mai riconosciuto e rifiuta la definizione di “genocidio”. Secondi fonti citate dai giornali turchi, la canonizzazione avverrà nel 2015, nel centenario del genocidio dei 1,5 milioni di armeni, trucidati nell’Asia Minore. La fonte principale di tale notizia è l’ASAM, il centro di ricerche di strategia euroasiatica della Turchia, secondo il quale a Erevan capitale dell’Armenia, è stato convocato il grande sinodo della Chiesa Armena. Fatto importante: a questo sinodo hanno partecipato, per la prima volta dopo 400 anni – cioè dopo il 1651 – vescovi accorsi da tutto il mondo: una vera novità nella storia della Chiesa Armena. Al sinodo – tenutosi alla fine di settembre – hanno partecipato l’arcivescovo di Etsmiatzin, (considerata la città più sacra per gli armeni); l’arcivescovo armeno del Libano, dove si trova anche una grande comunità, sfuggita in gran parte al genocidio; i vescovi di Stati Uniti, Gerusalemme, Sud America, Francia e dei luoghi dove vi sono comunità armene della diaspora. Durante la riunione si è deciso di canonizzare tutte le vittime dell’orrendo genocidio perpetrato dagli ottomani prima e poi dai turchi di Kemal Ataturk. La canonizzazione seguirà la formula della tradizione delle Chiese orientali, che consiste nel proclamare i santi riportando il nome del luogo del martirio e non i nomi delle singole persone.

La decisione del sinodo armeno, ha agitato la Turchia. Il presidente dell’ASAM, Ömer Özkaya, facendo una lettura politica del gesto, sottolinea che tutti i vescovi della Chiesa Armena, si sono riuniti per la prima volta dopo 400 anni con lo scopo di dare la massima visibilità al “presunto” (secondo i turchi) genocidio degli Armeni, procedendo alla canonizzazione delle vittime del genocidio. Ömer Özkaya, ha comunque rilevato che in questo modo, gli Armeni, danno un’altra dimensione, quella religiosa, alla controversia che oppone la comunità della diaspora e la Turchia. Non sfugge neppure il fatto che per dare maggiore enfasi a questa decisione, il sinodo è stato convocato nel centro religioso dell’Armenia, l’Etsimiatzin, che costituisce il grande simbolo di riferimento religioso degli Armeni.”

Sfide plurali

Prof, ma che attinenza ha l’argomento della globalizzazione con l’ora di religione? Un articolo pepato di Stefania Friggeri dà alcune risposte (il pezzo è del 23 gennaio 2012: ciò spiega il riferimento a Ratzinger come papa).

“La crisi di dimensioni planetarie che viviamo ci costringe a fare i conti col fenomeno della pluralismo.jpgglobalizzazione i cui aspetti tuttavia non investono solo il campo economico. Infatti, essendosi spezzato il legame che ieri teneva insieme, entro lo Stato nazionale, territorio popolo e religione (una fusione che si esprimeva sia attraverso la tradizione, le credenze e i riti, sia attraverso le istituzioni) anche le religioni hanno mutato volto. L’evoluzione si manifesta non solo a livello delle comunità religiose organizzate, ma soprattutto a livello della fede praticata dai singoli poiché il fenomeno dell’individualizzazione, che ormai caratterizza le istituzioni dell’Occidente (diritti civili, politici, sociali) ha modificato anche il sentire dei credenti e la loro domanda di sacro. Di fronte alla loro ricerca, con sempre maggiore indipendenza, di una “narrazione” religiosa che meglio si adatti alla biografia personale, Ratzinger muove ripetute condanne contro il relativismo, figlio di quell’individualismo che ha trasformato lo spirito e l’ossatura della società, e dunque della Chiesa. Dove oggi un gran numero di fedeli rivendica la libertà soggettiva di seguire, o no, le parole del Papa come norma divina, sentendosi libero di ritagliarsi uno spazio personale nella vita quotidiana (vedi contraccezione, coppie di fatto e simili). E giudica che l’autentica missione della Chiesa sia quella di rispondere all’insopprimibile bisogno di trascendenza, anziché farsi dottore e guida su tutto, compreso il cibo, gli abiti, la vita sessuale, familiare e politica. Quando il fedele diventa cittadino del mondo, dove le risposte alla domanda di spiritualità degli esseri umani sono molteplici e diverse, la prossimità porta al confronto, in un orizzonte che qualcuno ha paragonato ad un libero mercato: in un’età di meticciato nascono forme nuove di religiosità, frutto di quell’individualismo che consegna al proprio Sé l’autorità di distinguere fra il Bene e il Male e mette in primo piano l’impegno di arricchire l’anima. Ormai lo sguardo degli abitanti del mondo si è fatto cosmopolita, insieme locale e globale o, come si dice, “glocale”, e la scomparsa dei confini territoriali si è accompagnata ad una omogenea scomparsa dei confini fra le religioni. Globalizzazione vuol dire conoscere non una sola voce ma la plurivocità di un mondo liquido e poroso, dai confini sfumati e impermeabili, in un rimescolamento generale che può generare non solo incertezza ma anche paura; e quando l’identità entra in crisi, per non ritrovarsi senza volto e senza radici, molti si aggrappano alla memoria, alla terra, alle tradizioni. Se però l’Io si rafforza attraverso il non-Io ritorna la xenofobia, una malattia che strumentalizza la religione dei padri per giustificare la negazione dell’Altro e la pretesa di alzare confini. Ma costruire la propria identità sulla dicotomia Noi-Loro nell’età della globalizzazione è anacronistico poiché la prospettiva nazionale è stata sostituita da quella cosmopolita e dunque anche in campo religioso il legame terra, etnia, religione sfuma. Questo legame negli Stati-nazione europei, grazie al patto trono-altare, si esprimeva in passato nel concetto di religione di Stato e di “religio licita” (concessione del diritto di culto alle minoranze religiose, in cambio ovviamente di tasse). Questa forma di compromesso fra il lecito e l’illecito, instabile perché non salvava né dalle persecuzioni né dalle espulsioni periodiche, è stata storicamente superata dalla proclamazione dei diritti dell’uomo, bollati da Leone XIII come ispirati a “libertà sfrenata”. Oggi però le Chiese cristiane ne rivendicano la paternità quale naturale sviluppo del loro messaggio, anche se la confessione cattolica, mossa dalla categoria mentale della “purezza”, rimane la più chiusa alla promozione dei diritti. Infatti l’alto magistero, sentendosi investito della missione di preservare un’identità “pura” (un ideale che, se portato alle estreme conseguenze, arma la mano dei terroristi) rimane rigido su alcune posizioni di principio, ad esempio sul tema della contraccezione (anche di fronte alla tragedia dell’Aids) o su quello del sacerdozio femminile, un istituto che aiuterebbe a contrastare quella mortificante visione della donna che vive tuttora nell’immaginario collettivo, frutto di secoli di cultura patriarcale e misogina. Ma la Chiesa Valdese in Italia è guidata da una “pastora” e il sacerdozio femminile è presente in altre chiese cristiane, fra gli ebrei ed alcuni movimenti religiosi (o sette?) nate da sincretismo favorito dalla globalizzazione. Può la Chiesa cattolica rimanere chiusa entro i suoi confini senza aprirsi alla contaminazione, alla “rivoluzione” di un secolo cosmopolita?”

Con parole non mie

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Toccare quel che è successo a Lampedusa senza entrare nel merito di torti e ragioni, senza entrare nelle tristi polemiche superficiali a cui mi sono rifiutato di partecipare sui social network. Lo voglio fare con parole non mie, lasciando che il cuore mi porti verso alcune delle pagine lette in questi due anni, con lo scopo di suscitare riflessioni e domande più approfondite… (già il 23 luglio citavo Bacone: “chi scava in profondità nella realtà attraverso il pensiero scopre orizzonti sempre nuovi che lo conducono ad essere molto più esitante nell’attribuire alla ragione risposte definitive”).

Ecco i passi che mi fanno compagnia in questi giorni:

“Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. E’ così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura di sempre” (“Nel mare ci sono i coccodrilli”, F. Geda, pag.73)

“Quando si verifica una catastrofe, le persone vicine vengono traumatizzate fino a provare un senso di impotenza. Per certo le catastrofi acute producono tale effetto. Sembra che ci si aspetti che le catastrofi abbiano breve durata. Ma le catastrofi croniche sono così spiacevoli per i vicini che quest’ultimi gradualmente diventano indifferenti sia alle catastrofi, sia alle loro vittime, quando non sviluppano in proposito una vera e propria impazienza… Quando l’emergenza si protrae troppo a lungo, le mani che si protendevano a offrire aiuto tornano a infilarsi nelle tasche, i falò della compassione si spengono” (J. Roth citato in “Le sorgenti del male” di Z. Bauman, pagg.93-94)

“Val la pena che il sole si levi dal mare

e la lunga giornata incominci? Domani

tornerà l’alba tiepida con la diafana luce

e sarà come ieri e mai nulla accadrà”

(C. Pavese)

“A sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare lungo il filo spinato e dal mio cuore si innalza sempre una voce che dice: la vita è una cosa splendida e grande. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto d’amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere” (E. Hillesum)

“In quel momento capii che ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno che valga tutta quell’acqua d’attraversare” (A. D’Avenia, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, pag. 180)

“Li ha visti quei barconi carichi e puzzolenti come barattoli di sgombro. I ragazzi del Nord Africa, i reduci dalle guerre, dai campi profughi, e gli imbucati. Ha visto gli occhi allucinati, il passaggio dei bambini sopravvissuti, le crisi di ipotermia. Le coperte d’argento. Ha visto la paura del mare e la paura della terra.

Ha visto la forza di quei disperati, io voglio lavorare, voglio lavorare. Voglio andare in Francia, in Europa del nord a lavorare.

Ha visto la determinazione e la purezza. La bellezza degli occhi, il candore dei denti.

Ha visto il degrado, il porcile.

Le schiene dei ragazzi contro un muro, i militari che toglievano i lacci delle scarpe e le cinture.

Ha visto la gara degli aiuti, i panni trovati per i bambini, le collette dei poveri davvero incazzati perché Gesù Cristo chiede sempre a loro.

Ha visto la saturazione, la paura delle epidemie. La gente protestare, bloccare i moli, gli approdi. E poi ricominciare, buttarsi nel mare in piena notte per tirare su quei disperati che nemmeno sanno nuotare.

E non sai davvero chi salvi, magari un avanzo di galera. Uno che ti ruberà il cellulare, che guiderà contromano ubriaco, che stuprerà una ragazza, un’infermiera che torna a casa dal turno di notte.

Ne ha sentiti di discorsi così Vito, affastellati, rozzi. La rabbia dei poveri contro gli altri poveri.

Salvare il tuo assassino, forse è questa la carità. Ma qui nessuno è un santo. E il mondo non dovrebbe aver bisogno di martiri, solo di una ripartizione migliore.” (M. Mazzantini, “Mare al mattino”, pagg. 113-114)

Ascolto dal silenzio

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“Prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all’altro. Un silenzio che ci permette di cogliere verità che altrimenti resterebbero celate per sempre. Solo allora capiremo che ascoltare non è solo porgere l’orecchio ma aprirci al mondo che ci circonda.” (Simone Weil)

Turchia: quale direzione?

Prendo la notizia dall’Huffington Post, un pezzo di Francesco Cerri.

“Cade nella Turchia targata Recep Tayyip Erdogan uno degli ultimi grandi simboli dello stato laico di Mustafa Kemal Ataturk: il divieto di indossare il velo islamico negli uffici pubblici.

Il premier di Ankara ha annunciato oggi la revoca del divieto del “turban” per funzionarie, erdogan.jpgpostine, insegnanti nel quadro del pacchetto di riforme di “democratizzazione” varato dal governo per cercare di tenere in carreggiata il fragile processo di pace avviato da dicembre con i ribelli curdi del Pkk. Con il divieto del velo cade anche per i funzionari il bando della barba, altro simbolo dell’Islam vietato dallo stato laico kemalista turco.

L’opposizione da tempo accusa il “sultano” di Ankara di volere “reislamizzare” la repubblica turca fondata da Mustafa Kemal Ataturk nel 1923 sulle rovine dell’impero ottomano.

Ataturk aveva imposto al paese, prevalentemente musulmano, una svolta occidentale, e tentato di allontanare lo stato dalla religione. Negli ultimi anni il partito islamico Akp di Erdogan, al potere dal 2002, ha progressivamente cancellato i vari divieti del “turban” introdotti dallo stato kemalista, nelle università, nelle scuole durante i corsi di religione, nelle cerimonie ufficiali, nei tribunali fra gli avvocati donne. Ora, ha spiegato oggi Erdogan, le sole a non poter portare il velo saranno le donne magistrato, le poliziotte e le donne soldato, perchè per loro è prevista una specifica uniforme.

La revoca del divieto del velo è cosi diventata la misura più forte del pacchetto preannunciato da tempo dal governo per rafforzare la democrazia nel Paese. Gli altri provvedimenti sembrano però non rispondere alle aspettative delle varie minoranze, in particolare dei curdi (20% della popolazione).

Erdogan ha annunciato che si potrà studiare in lingue diverse dal turco, perciò anche in curdo, nelle scuole private. Sarà inoltre abrogato il divieto di impiegare nei documenti pubblici le lettere Q, X e W, usate dai curdi, ma escluse dall’alfabeto turco, saranno ripristinati i nomi curdi di località del Kurdistan “turchizzate”. I partiti potranno inoltre fare campagna in curdo, otterranno rimborsi elettorali a partire del 3%, la soglia del 10% per il parlamento potrebbe essere abbassata.

Timide le aperture verso le altre minoranze. Gli aleviti (per sapere chi sono, consiglio questo articolo, ndr) attendevano un riconoscimento dei loro luoghi di culto – le cemevi – che non c’è stato. Ai siriaci è stata promessa la restituzione delle terre del monastero di Mor Gabriel confiscate dallo stato. Ai Rom una fondazione.

I curdi si sono detti insoddisfatti. “Questo pacchetto non risponde alle esigenze democratiche della Turchia, e alle attese dei curdi”, ha chiarito subito la copresidente del partito legale curdo Bdp, Gulten Kisanak. Il Pkk ha sospeso ai primi di settembre il ritiro dei suoi armati previsto dagli accordi di pace con Ankara, accusando Erdogan di non stare ai patti e di non varare le riforme promesse. Chiede maggiore autonomia per il Kurdistan turco, il curdo nella scuola pubblica, una modifica delle leggi anti-terrorismo, la liberazione delle migliaia di attivisti, sindacalisti, universitari e giornalisti arrestati.

Erdogan ha invece definito “storiche” le riforme varate oggi.

Per il giornale Cumhuriyet, è l’inizio della campagna elettorale del premier, che in giugno spera di essere eletto nuovo capo dello stato.”

Scatto la storia

Ancora un pezzo splendido dall’Osservatorio Balcani e Caucaso: chi ama la storia, la fotografia, o semplicemente le storie lo saprà apprezzare. E’ la storia di uno scatto di 20 anni fa esatti. A scrivere è Mario Boccia, l’autore della foto.

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“Seduti fuori un piccolo bar, in via Radojka Lakić (partigiana nata nel 1917 e fucilata nel 1941) io e Edoardo aspettiamo il caffè. Qui, in piena guerra, ho gustato il miglior Nescafè della mia vita, preparato con cura maniacale, con lo zucchero sbattuto a mano, per mascherarlo da espresso con la crema. Per noi giornalisti, costa tre marchi tedeschi. Troppi, ma ben spesi.

Una giornata di lavoro sta per finire. La tregua sulla città regge. Dalle loro postazioni sulle montagne, i militari serbi non stanno sparando. La guerra sembra lontana anche se, a pochi chilometri da qui, gli ex-alleati croati e musulmani si combattono aspramente. Mostar est è allo stremo, assediata da soldati che pregano a Medjugorje. La pulizia etnica è spietata e reciproca ovunque. Nemmeno i villaggi più sperduti sono risparmiati. Perfino Pocitelj, sulla strada che costeggia la Neretva verso il mare, è rasa al suolo. Era il villaggio degli artisti e dei pittori. Hanno piantato una croce bianca alta cinque metri davanti alla moschea bruciata. Per intimidire, non per pregare.

L’altro ieri il “Bošnjacki Sabor”, un parlamento autoproclamato, tutto musulmano, ha respinto l’ennesima proposta di cessate il fuoco della diplomazia internazionale, basata sulla partizione su base etnica del paese. Oggi il parlamento bosniaco ufficiale ha ratificato quella decisione.

L’arrivo del caffè coincide con un sibilo agghiacciante sopra di noi, seguito da un’esplosione che fa male. Prendo le macchine fotografiche e corro dov’è caduta la granata, in via Maresciallo Tito (partigiano, presidente Jugoslavo e fondatore del movimento dei non allineati, nel 1961). Un altro sibilo mi paralizza le gambe. Sento vibrare il muro sul quale mi sono appiattito. Il secondo colpo ha colpito l’altro lato dell’edificio. Mi affaccio dall’angolo: la strada è deserta. Metto il ventotto e misuro la luce, piatta e senza ombre. Mi avvicino, ma un muro scheggiato e un po’ di calcinacci non significano niente. La foto non c’è. Penso ai feriti che ho visto. Non ai morti, ma alle urla dei feriti leggeri, con le schegge in corpo e le ossa fratturate.

Un uomo grida di mettermi al riparo. Vicino la “Vječna vatra” (la fiamma eterna di Sarajevo che dal 6 aprile 1946, anniversario della liberazione, ricorda i caduti nella guerra contro i nazisti), sull’altro lato della strada, c’è un androne. Una decina di persone sono lì dentro, strette in silenzio. “Rimani qui”, dice. Occhi che mi guardano, espressioni tese di gente dignitosa. Questa è la foto. Stringo la macchina, l’obiettivo è giusto, ma esito. Un’altra esplosione. Scappo fuori, senza avere avuto la forza di scattare. Lo rimpiango. Non ho retto quegli sguardi. Mi sentivo un estraneo. Privilegiato e giudicato per aver scelto di essere lì (forse sono arrossito). Almeno ora sono sotto tiro, come gli altri. Guardo quello che succede attraverso una lente. La macchina è uno scudo che protegge e tiene a distanza.

Un altro sibilo, meno forte, l’esplosione tarda (un paio di secondi?), è più lontana. Vedo movimento verso il mercato. Mi avvicino, monto il duecento, seleziono un tempo veloce, controllo la luce. Una ragazza mi corre incontro. Inquadro, scatto e maledico di non avere impostato il motore sullo scatto continuo (per non sprecare pellicola). Troppo tardi, ormai mi è addosso e mi supera, ignorandomi. E’ finita.

Scatto ancora. Una coppia che corre, una donna dall’altro lato della strada, ma tutto sembra di meno. Ho in testa lo sguardo della ragazza che corre. Quella ragazza non correva per paura, ma per rabbia. Essere entrambi sotto tiro non ci mette sullo stesso piano. La sua rabbia la posso intuire, ma non condividere. Lei è a casa sua e stanno sparando sulla sua città, le sue abitudini, la sua vita. Io sono un ospite volontario (e retribuito). Parte della sua rabbia deve essere anche per me, che ho rubato l’intimità di quella corsa. Che ci faccio qui? “Dovere di cronaca”, certo, ma ripeterselo non è sufficiente. Lo stomaco si contrae di nuovo per un’esplosione più vicina, e i pensieri spariscono.

Passano alcuni minuti. Ora c’è silenzio. Penso che uno scatto buono forse l’ho fatto. Non ho mai smesso di camminare, di guardarmi intorno. Non ho visto feriti, per fortuna. Mi sono sempre sentito uno sciacallo, dopo quelle foto.

Cerco di ragionare. Pochi giorni fa il primo ministro serbo bosniaco Vladimir Lukić, a Pale, ci aveva rilasciato un’intervista rassicurante. Sembrava estraneo a quello che succedeva nel resto della Bosnia. Per lui la guerra era una storia residua di terre contese tra croati e musulmani, poi si sarebbe ufficializzata la divisione del paese. E adesso? Perché hanno ripreso a sparare su Sarajevo? Volevano contestare la decisione del “Bošnjacki Sabor”? Qualcuno scriverà che queste granate sono solo un monito. Si può morire per un “monito”? Che pensava la ragazza che correva? Perché non intervistare lei, piuttosto che i soliti tromboni? Non devo pensarci adesso, sono qui per scattare foto e raccontare fatti.

Torno verso il bar. I caffè sono ancora sul tavolo. Edoardo mi chiama urlando e insultandomi. Per sdrammatizzare, faccio un piccolo coup de théâtre: prima di entrare prendo i piattini con le tazzine piene. Voglio dire che va tutto bene con un gesto. Anche nel bar è pieno di gente, come nell’androne. Entro e le mani iniziano a tremare forte, non posso farci niente. Il caffè, ormai freddo, schizza fuori. Tutti ridono. Almeno è servito a questo.

Edo mi abbraccia (sento ancora quella stretta). Una ragazza con un occhio bendato mi offre una grappa. Si chiama Amra. Sorride. Poi saprò che il padre le è morto davanti pochi mesi fa, proteggendola con il corpo, quando una granata esplose mentre uscivano di casa, in via Mehmed Pascià Sokolović (Gran Visir ottomano che fece costruire il ponte sulla Drina a Višegrad, nel 1571. Suo fratello era Makarije Sokolović, Patriarca cristiano ortodosso di Peć).

Le targhe stradali, color rosso bruno, raccontano storie di resistenza e inclusione. Non potrebbe essere altrimenti. Siamo a Sarajevo.”

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso)

Pensiero d’Oriente in Italia

Avete un quarto d’ora di tempo? Un tempo calmo, rilassato, non rubato a mille impegni, di quelli che si portano dietro pure il senso di colpa del furto. Bene, chi vuole può dedicare quel tempo alla lettura di questa intervista di Sabrina Conti a Tamotsu Nakajima, Presidente Nazionale del Soka Gakkai (Società per la realizzazione del Valore). Va detto che in rete si trovano anche molti articoli contrastanti su questa corrente. Metto il link del Cesnur e quello a un articolo de L’Espresso di luglio, invitando a leggere i numerosi, variegati e vivaci commenti…

 

simbolo-della-soka-gakkai.jpgIl buddismo ha origini antichissime, ma la vostra comunità è stata fondata negli anni ’30 in Giappone da Tsunesaburo Makiguchi

Prima di tutto bisogna considerare la storia del buddismo che vediamo ora e quella che era in origine. Questo non è facile. Difficile fare chiarezza in questo. Spesso il risultato è frutto di un ragionamento, non della effettiva realtà derivata da fatti realmente accaduti e che hanno portato ad un mutamento.  La laicità, che altro non vuol dire se non che non ci sono Preti o Bonzi, è frutto di varie fasi della storia. Ecco perché è inutile analizzare un solo aspetto. Ecco il Soka Gakkai nasce sicuramente nel 1930, prima della fine della seconda guerra mondiale.

Portare l’Oriente in Occidente, voi avete fatto questo; ma la cultura Orientale è ricca di introspezione di momenti di ricerca all’interno di sé.

Ed il buddismo è semplicissimo: causa ed effetto; quale è stata la causa dell’attuale situazione?  Che cosa è stato fatto perché ci accadesse ciò? Ogni cosa dipende da questo: sia passato, presente o futuro. Anche noi siamo laici, prima avevamo i preti. Ma ad un certo punto, essere preti è diventato come un lavoro. Il buddismo è uguale per tutti: solo con la pratica si riesce realizzare quello che professa il buddismo. Anche i preti praticavano, come tutti.  Ma se questo diventa lavoro non c’è più illuminazione. Tanti preti pensano: noi siamo superiori, ed i credenti pensano noi siamo inferiori. Molti non spiegano, danno dei dogmi, senza raccontare le origini.

Forse, volendo dare una colpa, alla perdita delle origini, la si può ricercare nel consumismo, nell’allontanamento dalla natura, nella perdita di coscienza verso ciò che ci circonda e che è all’origine della Vita. Voi come vivete questo rapporto col Creato?

Nel buddismo l’essere vivente e l’ambiente che lo contiene non sono due realtà separate” altrimenti non si comprende questo principio fondamentale del buddismo.  Bisogna migliorare l’ambiente, per migliorare le persone stesse. Le persone sono nate dalla natura. Sono un elemento della natura, e non esseri superiori che hanno il diritto di dominarla. Questa convinzione deriva dall’uso dell’intelligenza errato, da tutto quello che l’uomo ha creato e che lo fa credere superiore. L’intento del buddismo è vivere in armonia con le persone, tra le persone, e con l’ambiente. Bisogna vivere ogni giorno singolarmente e gioire della vita. E’ appunto questo il punto critico a cui mi riferivo prima. La nostra società è quella del nulla, delle apparenze: questo viene trasmesso sin dalla prima infanzia. Sembra difficile vivere cercando al proprio interno l’energia positiva e propositiva.

Che buddismo seguite?

La nostra è la scuola buddista fondata da Nichiren Daishonin. Molte cose sono rimaste ai nostri giorni esattamente come aveva insegnato lui: l’oggetto di culto, la recitazione della Legge mistica “Nam-myoho-renge-kyo”, e l’atteggiamento fondamentale di lottare contemporaneamente per felicità degli altri e per la propria. Poi il risultato dipende dalla sincerità, dalle azioni e dal comportamento di ogni praticante. In origine si pregava solo per sé, ognuno si impegnava a realizzare la propria illuminazione.  Ma nel buddismo la pratica – come dicevo prima – significa pratica per sé e per gli altri.  È fondamentale sviluppare il desiderio di star bene tutti insieme e non solo se stessi. È questo il cambiamento dalle origini, di cui parlavamo prima. Ed è per questa ragione che si passa attraverso l’oggetto di culto e delle parole. La nostra pratica buddista è molto semplice: la mattina e la sera io recito due capitoli del Sutra del Loto e Nam-myoho-renge-kyo. In questo modo, attraverso questa causa, nasce l’effetto, con la comunità di pensiero, l’energia si muove. In realtà, nessuno mi regala niente, sono io che poi devo realizzare tutto attraverso i miei sforzi. Se io ho la capacità riesco, se non ho capacità non riesco. Ognuno ha la capacità, ognuno è potenzialmente un Budda: natura ed apparenza sono tutto in uno.

Chi si avvicina a voi crede già in questo?

Noi seguiamo l’insegnamento e l’esempio dei nostri Maestri (Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda), ma loro non sono i nostri guru, non li adoriamo. Sono un esempio. Il Maestro è uno che pratica il Buddismo e che indica la strada.

A parte l’esempio che può dare nella vita di tutti i giorni, passerà dei messaggi che lui trova dentro di sé e li trova perché ha fatto un percorso?

Senz’altro. Proprio così, il maestro sta facendo un percorso nella sua vita per diventare profondamente buddista. Non è facile praticare realmente il buddismo, e realizzare, mano a mano che si va avanti. Ognuno ha il suo modo di praticare. L’esempio è fondamentale: si guarda l’altro non con invidia ma come esempio, se lui è arrivato posso farlo anche io. La vita è da utilizzare, ci vogliono speranza e gioia, non disperazione. Quello che ognuno passa ora è stato vissuto prima da un altro, le difficoltà vanno superate e le persone incoraggiate. Cerchiamo di comportarci bene, la legge c’è. Che uno sappia o no la legge c’è. 

Vi avvicinano più giovani o persone adulte che hanno già un loro vissuto e, con quale realtà è più facile approcciarsi?

Cambia a seconda dei  periodi. Quando c’era il movimento dei giovani, in tanti cercavano qualche cosa in più. Una via da seguire.

E sono rimasti o si sono adeguati agli schemi precostituiti dalla Società?

Tante persone cercano un ideale da realizzare tutta la vita. Se non riescono a mantenere quell’ideale a metà strada si adagiano. E prendono strade più comode. La comodità, forse è illusione.

Apparenza?

Sì.

Si nasce, cresce e muore e basta così? In pochi pensano che la vita abbia uno scopo, un percorso di ricerca.

La gente ha paura di quello che non vede tangibilmente, questo è un biscotto ma se io non lo vedo … tanti anche vedendo il biscotto non lo mangiano.

Essere un Maestro, come Lei, cosa significa?

Io sono sempre un apprendista, ho i difetti come gli altri, ogni giorno devo imparare. Io non capisco mai abbastanza il buddismo. Ad esempio questi sono gli scritti di Nichiren Daishonin, il fondatore della nostra scuola buddista.  Lui esprime delle teorie ben precise sul buddismo: sono lettere mandate ai credenti, e noi abbiamo tradotto dal giapponese all’inglese e dall’inglese all’italiano. perciò il passaggio della traduzione un po’ cambia. Sono 172 pezzi in cui incoraggiava i credenti. Il buddismo non è negli scritti, il buddismo è come vive la persona, come ha vissuto. Il Sutra è composto di parole, è un insegnamento. È importante come si utilizza il Sutra nella vita stessa. Noi viviamo la vita ogni attimo. La situazione cambia sempre nessuna cosa è ferma, io stesso cambio ogni attimo. Un attimo prima sono riuscito a fare una cosa, l’attimo dopo non si sa. Siamo noi che influenziamo attimo dopo attimo. Il nostro lavoro è aiutare la persona quando è in difficoltà. Il buddismo pensa a come poter essere utile a quella persona.

Accade che i buddisti scelgano un altro credo?

Quello che ho potuto vedere, succede che sperimentano qualche altra cosa e poi tornano a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin.

Vivendo nella società ci saranno problematiche comuni al resto della società, ad esempio il divorzio. Sembrerebbe impossibile che accada questo evento in una coppia buddista che dovrebbe vivere nell’armonia.

Tutto è lasciato libero. Se si rivolgono a me esponendo le difficoltà rispondo, aiuto, ma se non lo fanno, non posso fare nulla.  Comunque sia il momento che stiamo vivendo ora è nulla in confronto al passato, ai miliardi di persone che sono vissute prima di noi. Noi abbiamo un legame perché siamo qui in questo momento. Come italiani abbiamo pure un legame tra storia e vita attuale. Quello che noi sentiamo crea un legame, noi creiamo movimenti per la pace per la cultura. Tutto bello, ma noi dobbiamo ragionare su come agire nella vita quotidiana: coi vicini, il lavoro, i quartieri … Non sempre “contro qualcuno” ma “con qualcuno”. Chi arriva nella nostra comunità, sente il meccanismo dell’essere vicini e in più, sente l’importanza del legame, di aiutarsi l’uno con l’altro.

L’Italia è un paese difficile per il buddismo?

Fortunatamente è molto difficile, ma hanno delle necessità gli italiani, delle necessità differenti dagli altri Paesi, ed hanno molto cuore, sono umani.

Come vi siete posti con la strage dei monaci in Birmania, un martirio di pacifici e silenziosi uomini uccisi con una violenza tanto grande?

Ogni singola persona, in ogni singolo istante, vive sia una parte molto buona ma, al contempo, molto cattiva: bene e male sono due facce della stessa medaglia. Per noi buddisti questo punto di vista non è difficile da comprendere. Si parla di diritti umani. Ogni singola persona ha diritto.

E quindi come si spiega la diversità nel mondo?

Noi professiamo pace ed educazione.  Attualmente c’è solo egoismo o egocentrismo. Non ci si preoccupa di nulla … domani mi candido, domani tolgo l’Imu … di fronte ad un guadagno immediato personale … non importa il peggioramento.  Il buddismo parte sempre dalla comunità.

La vostra comunità è in crescita?

Si ma bisogna migliorare la qualità e la pratica.  Se tu vuoi cambiare una società confusa non è sufficiente la quantità ma il come. Ognuno deve guardare se stesso.

Voi aiutate nel sociale?

Noi facciamo solo attività religiosa in Italia, all’estero si fanno anche altre cose. Nello specifico in Italia cerchiamo di combattere contro le armi nucleari.  Abbiamo una università in California che non è una università “religiosa”. Il presidente Ikeda è stato insignito dall’ONU di un riconoscimento per la pace. Nei primi anni settanta ha riaperto il dialogo con Cina. La Soka Gakkai è anche intervenuta in aiuto alla popolazione della Cambogia.

Come vi ponete con le altre religioni, quali sono i punti di confronto?

Io non so, per cui prima devo sapere. Almeno cerco di ascoltare tutto quello che dice l’altra persona senza pregiudizi.

Con i cattolici che rapporto avete?

Cerchiamo di dialogare ma c’è qualche difficoltà.

Attuate dei progetti insieme?

Con la comunità di Sant’Egidio, abbiamo raccolto le firme per la moratoria sulla pena di morte.

Voi non vi occupate di politica?

No qui no, in Giappone sì: diciamo ai giovani di seguirla. La politica va intesa come interesse per le cose del Paese. Le singole persone devono interessarsi di tutto. La democrazia è una bella cosa, ma chiede impegno.

I giovani si possono aiutare?

I giovani d’oggi sono bravissimi. Io ho insegnato a scuola – 50 anni fa. Ogni anno gli studenti sono diversi. Dai 16 ai 22, 23 anni sono veramente in gamba. Hanno qualche cosa in più sono saggi anche se con poca esperienza. Ecco credo che tutte le credenze debbano aiutare i giovani.

E la donna?

La donna ha una sensibilità diversa nell’Occidente; cultura che forse nell’oriente è più sviluppata anche fra gli uomini. Qui si sono mantenute la storia e la tradizione. Nel buddismo non c’è differenza. È una domanda frequente questa che lei mi fa. Gli uomini seguono la famiglia: nonno padre nipote… le donne seguono la prosperità. Le donne hanno più forza. La loro vita è attaccata al quotidiano, educano i figli. L’educazione famigliare è fondamentale. Non intendo l’essere mammoni. Le donne hanno forza ovunque. Anche nella Soka Gakkai, sono le donne che portano avanti l’attività buddista, tranquille e costanti, gli uomini a volte la portano avanti solo per mettersi in mostra ma, per fortuna, il 60% dell’istituto è composto da donne.

Qual è il problema più grande oggi?

Egocentrismo, ognuno pensa per sé, per i suoi parenti ed amici. L’egoismo. L’ignoranza nel senso di non sforzarsi per conoscere di più. Sforzo considerato inutile. Chi domina la società vuole mantenere ignorante il popolo. Così dura di più … da sempre è così.

Questa migrazione dei popoli, questo mischiarsi può essere una chiave di salvezza per l’umanità?

Un aiuto sì, conoscersi di più scambiando le culture. Anche la tecnologia se usata bene è senz’altro positiva. Ma in molti casi non viene sfruttata correttamente, e l’essere umano rischia di diventarne solo schiavo. L’umanità deve prendere coscienza e ragionare. Le persone devono riappropriarsi dell’intelligenza.

La dittatura dell’essere

Oggi ho voglia di solleticare il pensiero, cercare di ragionare sul perché in seconda stiamo parlando di senso critico, di drizzare le antenne, di porci in maniera attenta davanti alla realtà… E’ un brano che può interessare anche le quinte in riferimento alla globalizzazione e a taluni fenomeni di massa che a volte si palesano. La fonte? “1984” di George Orwell. Faccio notare che il libro è stato scritto nel 1949! Quanto risente del recente passato bellico? Quanto riesce a intravedere del lontano futuro?

1984_2_george_orwell.jpg“O’Brien accennò un sorriso. «Tu sei una falla nel nostro disegno, Winston. Sei una macchia che dev’essere cancellata. Non ti ho detto forse, appena un minuto fa, che noi siamo del tutto diversi dai persecutori del passato? A noi non basta l’obbedienza negativa, né la più abietta delle sottomissioni. Allorché tu ti arrenderai a noi, da ultimo, sarà di tua spontanea volontà. Noi non distruggiamo l’eretico perché ci resiste: fino a che ci resiste, ci guardiamo bene dal distruggerlo. Noi lo convertiamo, ci impossessiamo dei suoi pensieri interni, gli diamo una forma del tutto nuova. Polverizziamo in lui ogni male e ogni illusione. Lo riportiamo al nostro fianco non solo apparentemente, ma nel senso più profondo e genuino, nel cuore e nell’anima. Ne facciamo uno dei nostri, prima di ucciderlo. È intollerabile, per noi, che anche un solo pensiero partecipe dell’errore possa esistere in qualche parte del mondo, pur se nascosto e innocuo. Anche nello stesso istante della morte non possiamo consentire alcuna deviazione. Nel passato, l’eretico marciava verso il rogo restando eretico, proclamando alta la sua eresia ed esultando in essa. E persino la vittima dei repulisti russi poteva recare il germe della rivolta, e anzi la rivolta stessa, chiusa nel cranio, mentre s’incamminava al luogo dove l’avrebbero fucilato. Noi invece rendiamo perfetto il cervello, prima di farlo saltare. Il comandamento dei vecchi regimi dispotici era: Tu non devi. Il comandamento di quelli totalitaristi era: Tu devi. Il nostro comandamento è: Tu sei. Nessuno tra coloro che portiamo qui ha mai fatto prova di resisterci. Ognuno viene completamente mondato e purgato. Persino quei tre miserabili traditori nella cui innocenza tu hai creduto una volta – Jones, Aaronson e Rutherford – dovettero cedere, infine. Presi parte io stesso ai loro interrogatori. Sono stato io stesso testimone del loro graduale logorio, delle loro lamentele, delle loro invocazioni, dei loro gemiti, dei loro pianti disperati e miserevoli… In fine non ci fu più dolore, né paura, ma soltanto pentimento. Quando avemmo definitivamente terminato con loro, non rimaneva di loro che il guscio. Non c’era, in loro, che doloroso pentimento per quel che avevano fatto e amore per il Gran Fratello. Era davvero commovente vedere quanto l’amavano. Chiesero essi stessi di esser fucilati al più presto possibile, per fare in modo che le loro menti si mantenessero immacolate.»”