“Ho deciso di portare questo video di Franco 126 a Lignano della scorsa estate. E’ vero che sono solo 15 secondi, ma sono 15 secondi di normalità dopo questi due anni di reclusione: è un video che mi dà serenità e quindi spesso me lo riguardo”.
Una delle cose belle delle gemme è farmi conoscere mondi che non conosco, dalla musica al cinema, dai libri all’arte. Così oggi, grazie a G. (classe seconda), mi sono messo a cercare in rete alcuni testi di Franco 126 e mi sono imbattuto in Che senso ha (non è la canzone del video di G.). Vi consiglio la visione del video che metto sotto e scrivo le ultime parole del pezzo: “Forse non c’è nessun forse e nemmeno una ragione, a volte basta tirare un filo per disfare l’intero maglione, ma passerà come una stazione o un raffreddore di stagione o uno sbalzo d’umore, come tutto per forza di cose. Me ne vado con la giacca sulla spalla, giro l’angolo e in un attimo è già l’alba e non è nulla di che se non so nulla di te. E me ne vado con la giacca sulla spalla, lascio indietro dubbi e punti di domanda e ci sta un silenzio che sembra che parli per te”. Si parla di una routine fatta di abitudini che hanno bisogno di essere spezzate; mi fa pensare a questo periodo di straordinarietà che ha bisogno di gesti che spezzino questa straordinarietà che rischia di diventare e di essere vissuta come triste abitudine.
“Ho scoperto questa canzone un anno fa; appena visto il video mi è subito piaciuta e lo guardavo ogni giorno. Quando ero triste mi faceva sentire meglio. E’ diventata la mia canzone preferita e vi sono molto affezionata”.
La gemma di E. (classe seconda) consiste nel video di 4th of July di Aidan Gallagher. Ci sta bene il 14 febbraio. Per non essere accusato di essere mieloso, cito il libro Scheletri di Stephen King (va bene?): “Ora aggrappati al mio braccio, tieniti forte. Visiteremo luoghi oscuri, ma io credo di sapere la strada. Tu bada solo a non lasciarmi il braccio. E se dovessi baciarti nel buio, non sarà niente di grave: è solo perché tu sei il mio amore.” (Fregati! :D)
“Ho portato una foto di me mentre ballo al mio primo saggio di quattro anni fa. Ho deciso di portare questa perché è da qui che è nato tutto, sia i concorsi a cui ho partecipato col mio gruppo, sia la stessa passione per la danza che sta diventando parte della mia vita”.
Non sono mai andato del tutto d’accordo col mio corpo che balla. Di certo non come B. (classe prima). Penso che una parte della colpa sia legata alle vacanze estive della prima liceo: in quei tre mesi sono passato da 181 cm a 193 cm. Un’altra parte della colpa risiede nel Ballo di Simone e in tutte quelle simpatiche volte che hanno tentato di mettermi in mezzo alla stanza per farmelo ballare. L’esperienza più positiva è stata sicuramente quella di un corso di salsa e merengue: ecco, lì sono riuscito a divertirmi. Ma è del tutto evidente che quello di cui ha parlato B. sia tutt’altra cosa, pertanto lascio spazio alle parole di Shirley Maclaine: “Ballare significa confrontarsi con se stessi. È l’arte dell’onestà. Si è completamente allo scoperto quando si balla. La propria salute fisica è allo scoperto, la propria autostima è allo scoperto. La propria salute psichica è allo scoperto, è impossibile ballare senza essere se stessi. Quando si balla si dice la verità. Se si mente, ci si fa male.”
“Ho portato una macchina fotografica istantanea: l’ho acquistata subito dopo gli esami, all’inizio della scorsa estate. Pensavo di non riuscire a riempirla, sono 27 scatti, perché mi aspettavo un’estate un po’ così, invece li ho fatti tutti perché ci sono stati molti momenti belli con gli amici. Mi è piaciuto anche portare a sviluppare le foto per poi rivivere questi momenti.”
Questa la gemma di A. (classe prima). La fotografia è essenzialmente questione di luce e di tempo. Penso che ciò non riguardi soltanto il momento dello scatto, ma anche il momento in cui ti metti a rivedere il risultato ottenuto, soprattutto se lo stampi: sotto quale luce lo guardi e a che tempo ti riporta, se ti lascia una traccia luminosa o buia e in quale tempo ti proietta.
“Ho deciso di portare il primo vestitino che ho indossato quando sono nata: mi dicono che mi stesse persino grande. Pensare che ora ho 15 anni mi fa provare un po’ di nostalgia e ogni tanto vorrei tornare piccola ed essere coccolata com’era a quel tempo; ancora sono coccolata, però ugualmente vorrei tornare a quand’ero piccolina”.
Penso che abbia ragione A. (classe prima): non è la stessa cosa. Quando coccolo Mariasole le vedo fare una cosa di cui penso siano capaci solo i bambini così piccoli: si abbandona, si affida, è totalmente persa in quella coccola, senza altri pensieri. Se la gode, se la prende tutta quella coccola. Penso che crescendo perdiamo questa capacità, ci viene meno l’abilità di cogliere il 100% di quello che viviamo. Molti li chiamano filtri: a volte sono utili, a volte no.
“Ho portato questo giocattolino. Mi è stato regalato a 5-6 anni: ero con il nonno ad una fiera piena di bancarelle dedicate alla I guerra mondiale di cui lui era appassionato e, visto che mi annoiavo, mi ha portato in una bancarella di giocattoli e io ho scelto questo. Ora da anni il nonno non c’è più, ma è stato importantissimo per me e quindi questo giocattolo lo conservo come se fosse d’oro e ci tengo tanto tanto”.
Penso sia un segno dei tempi il numero così elevato di gemme dedicate ai nonni. Quella di R. (classe prima) va aggiungersi a tutte le altre in cui si sottolinea il forte legame che si instaura tra nipoti e nonni: d’altra parte, per chi ha la fortuna di averli vicini e in salute, sono una parte fondamentale di una famiglia che vede entrambi i genitori impegnati al lavoro. Dice il papa: “I bambini e i nonni sono la speranza di un popolo. I bambini, i giovani perché lo porteranno avanti, porteranno avanti questo popolo; e i nonni perché hanno la saggezza della storia, sono la memoria di un popolo.”
“Ho scelto questa canzone perché io e la mia amica la cantiamo sempre. Poi l’ho fatta ascoltare anche a mio fratello e ora, quando i nostri genitori vanno a dormire, la sera, siamo io e lui in salotto a sentire questa canzone”.
Friends dei Chase Atlantic è la gemma di J. (classe prima). Che tuffo nel passato il racconto della sua condivisione col fratello: c’è stata una fase della mia vita in cui tornavo a casa piuttosto tardi, i miei già a letto da un pezzo e mia sorella addormentata sul divano. La svegliavo e ci mettevamo a parlare e a condividere tante cose, anche per una o due ore prima di andare a dormire a nostra volta. Una delle cose che più mi mancano di quel periodo.
Metto in parte riviste, stralci di giornale, ritagli… Poi, di tanto in tanto, quando devo fare spazio, li riprendo in mano per vedere cosa buttare e cosa tenere. Così mi imbatto in articoli che mi piace condividere sul blog. E’ il caso di questo pezzo pubblicato su La Lettura (pubblicazione settimanale del Corriere sui libri) domenica 19 luglio 2020: è un articolo di David Lloyd Dusenbury tradotto da Matteo J. Stettler, articolo che necessita di una lettura attenta e concentrata e che pertanto inserisco nella sezione “pensatoio”.
“E di nuovo a processo. Com’è noto, Friedrich Nietzsche firmò le sue ultime lettere come «l’Anticristo» (a Cosima Wagner) e «Il Crocifisso» (al cardinale Rampolla, il segretario di Stato del Vaticano). È difficile isolare la causa dell’ultimo crollo di Nietzsche, ma la sua mente cedette definitivamente nel dicembre 1888. Già nel gennaio 1889 era caduto in uno stato catatonico dal quale non sarebbe più riemerso. Un decennio prima che iniziasse a firmare le proprie lettere come «il Crocifisso», Nietzsche scrisse un paragrafo di Umano, troppo umano dal titolo «Assassinii giudiziari» (Justizmorde). In questo passaggio, egli nota una sorprendente somiglianza tra quelli che chiama «i più grandi assassinii giudiziari della storia del mondo», con cui intende le morti di Socrate e Gesù. «In entrambi i casi», dice, «si volle morire». E, in entrambi i casi, «ci si fece piantare dalla mano dell’ingiustizia umana la spada nel petto». Nel tardo XIX secolo, le morti di Socrate e di Gesù costituiscono per Nietzsche le pene capitali più simbolicamente cariche nella storia. Ciò rimane valido ancora oggi, agli inizi del XXI secolo. A differenza della maggior parte dei commentatori su Socrate e Gesù, Nietzsche è incuriosito da un tratto psicologico che afferma si possa rilevare in entrambi. Egli sostiene che Socrate e Gesù abbiano entrambi drammatizzato le proprie morti. In definitiva, la coppa avvelenata di Socrate e la croce di Gesù non sono pene sentenziate dalla corte, ma epiloghi auto-inflitti. Qualunque morale gli europei abbiano tratto da queste morti, afferma Nietzsche, questi non la trassero da due martiri, ma da due suicidi. L’immaginario europeo è così alla mercé di quelle morti inscenate secondo il copione dettato dalle pulsioni tanatologiche dei suicidi più ispirati della storia, quello del «più grande dialettico ambulante di Atene» (come Nietzsche, sogghignando tra sé e sé, chiama Socrate, in Umano, troppo umano), e quello de «l’uomo più nobile» (come egli, in maniera del tutto disarmante e senza ironia alcuna, si riferisce a Gesù nel medesimo libro). Nessuno che abbia letto le opere di Nietzsche ne rimarrà scioccato. A prima vista, la riflessione nietzschiana sull’assassinio giudiziario si trasforma in una riflessione sul suicidio. Allo stesso tempo, Nietzsche persevera nel voler attribuire le morti di Socrate e Gesù alla «mano dell’ingiustizia umana [Ungerechtigkeit]». Le ordalie legali che sono commemorate nelle aule e nelle chiese europee, e interpretate da filosofi e teologi, sono dei suicidi segreti. Eppure, come Nietzsche sembra insistere nel sostenere, la corte di cinquecento giudici-cittadini che condannarono Socrate (quasi la metà dei quali favorevoli all’assoluzione) e il giudice romano che condannò Gesù (dopo avere tentato di rilasciarlo) non sono innocenti. Gli antichi suicidi che la cultura europea santifica come martiri non sono semplicemente suicidi. Le morti storiche di Socrate e Gesù rimangono, per Nietzsche, degli assassinii-giudiziari. Ciò è interessante. Nietzsche è uno dei pochi filosofi moderni (Søren Kierkegaard è un altro) a riflettere sul fatto che la cultura europea è stata inaugurata, anche solo simbolicamente, da questi due processi. (Sebbene esistano anche importanti tradizioni giudaiche e islamiche riguardanti questi processi e queste morti). L’ultimo George Steiner scrisse più di vent’anni fa che «stranamente, fino ad ora non è stata fornita alcuna trattazione completa di questo topos centrale». Per quanto ne so, ciò è ancora vero.
Il riconoscimento da parte di Nietzsche dell’«ingiustizia umana» che pone fine a entrambi i processi sembra suggerire che, a suo avviso — l’avviso di un critico frenetico dell’eredità platonico-cristiana —, la cultura europea è inaugurata da una coppia di ordalie legali in cui sono condannate persone innocenti. Non può che avere avuto effetti profondi e diffusi sull’Europa che il suo dramma della verità sia iniziato non una, bensì due volte, con un testimone innocente in un tribunale — il significato greco di «martire» — che viene condannato a morte. Il rispecchiamento di questi eventi è accentuato dal fatto che Socrate, il protomartire della filosofia europea, e Gesù, il protomartire della teologia cristiana, sono figure liminali condannate per il più alto crimine politico (il tradimento) e il più alto crimine religioso (la blasfemia). Socrate non smette mai di essere un problema per Nietzsche. In uno dei suoi libri del 1888, Crepuscolo degli idoli, egli riafferma la sua teoria iniziale. «Socrate volle morire», scrive Nietzsche mesi prima del suo crollo. «Non fu Atene, ma lui stesso a darsi la coppa del veleno». Il Socrate nietzschiano è un decadente, e la filosofia platonica è per lui una tradizione che annulla la vita. Ma Nietzsche non firma mai le sue lettere come «l’AntiPlatone» o «L’Avvelenato». Lui è «l’Anticristo» e — come lui stesso si definisce, misteriosamente, durante le ultime ore di semi-lucidità — «Il Crocifisso». Soffermiamoci solamente sul senso che Nietzsche dà dell’eredità di Gesù nella storia europea. La prima cosa da dire è che Nietzsche è un filologo di prim’ordine. La sua psicologia è modellata dai testi greco-romani pre-cristiani (e anti-cristiani). Questo gli impedisce di vedere il cristianesimo secondo il modello stereotipato dell’Illuminismo: come la fede più sanguinosa nella storia umana (la plus sanguinaire, come diceva Voltaire). Inoltre, questo impedisce a Nietzsche di leggere i Vangeli come un dramma oscuratamente gerarchico o patriarcale. Come i critici pagani del cristianesimo nei primi secoli della nostra era — come Celso, che derideva l’importanza delle donne nei Vangeli — Nietzsche riconosce che i Vangeli, in questo contesto, non rappresentano nulla del genere.Gesù è un «grande simbolista», scrive, e il «decadente più interessante» nella storia. Gesù è una figura di tolleranza irrazionale e amore senza limite. Ne L’Anticristo, Nietzsche ne abbozza la morte in questo modo: «Questo “lieto messaggero” morì come visse […] La pratica della vita è ciò che egli ha lasciato in eredità agli uomini: il suo contegno dinanzi ai giudici, […] il suo contegno sulla croce. Egli non resiste. […] E prega, soffre, ama con loro, in coloro che gli fanno del male». L’amore senza limite è decadente — «contro la vita» — e il cristianesimo è, per Nietzsche, una «negazione della volontà di vita trasformata in religione». Tuttavia, quando Nietzsche vede per la prima volta questo amore nelle ultime ore di Gesù, quest’ultimo diviene puro — divino, addirittura. «Questi in verità è stato un uomo divino», ci dice nell’Anticristo (attraverso le labbra di un criminale morente). Sfortunatamente, il Vangelo di Nietzsche muore con Gesù. I Vangeli canonici sono una cosa completamente diversa dalle «buone novelle» di Gesù — sebbene anche loro siano il non plus ultra della decadenza. Ciò a cui i Vangeli «ci introducono», scrive Nietzsche, è «un mondo che sembra uscito da un romanzo russo, in cui i rifiuti della società, le malattie nervose e un’“infantile” idiozia paiono essersi dati convegno». Il «romanzo russo» evocato qui è senza dubbio uno di quelli di Fëdor Dostoevskij, dal momento che Nietzsche s’imbatté in uno dei romanzi di Dostoevskij a Nizza nel 1887 (mentre scriverà L’Anticristo nel 1888). Affascinato dal suo contemporaneo ortodosso, Nietzsche lesse di tutta furia diversi romanzi di Dostoevskij, definendo Umiliati e offesi «uno dei libri più umani mai scritti» (un gran complimento, quello che viene dall’autore di Umano, troppo umano). Ma Nietzsche intuì che la mentalità cristiana di Dostoevskij si sarebbe presto scontrata con quello che chiamava il suo «istinto più elementare». E cosa c’è nei Vangeli — quella raccolta canonica di «romanzi russi» — che Nietzsche trova di così ripugnante? Cosa c’è, più precisamente, nella politica dei Vangeli che lo terrorizza? È lui stesso che ce lo dice. «Non sottovalutiamo la sorte funesta che dal cristianesimo si è insinuata fin nella politica!», avverte gli europei del XIX secolo. «Nessuno oggi ha più il coraggio di vantare diritti particolari, diritti di supremazia [Herreschafts-Rechte]». Gli effetti politici del cristianesimo sono dannosi per la gerarchia, perché il cristiano «è per profondissimo istinto un ribelle contro tutto quanto è privilegiato — egli vive, combatte sempre per “diritti uguali”». Ciò che i Vangeli rappresentano è una fede i cui istinti più elementari portano al riconoscimento del malato, del povero, del marginale. Questa, per Nietzsche, è l’eredità del cristianesimo in Europa. «Il movimento cristiano, in quanto movimento europeo», egli scrive, «è fin da principio un moto collettivo d’ogni sorta di elementi di rifiuto e di scarto». Ciò che egli detesta di più è quello che chiama «la tendenza democratica degli istinti cristiani». Potrebbe esserci più di un buon motivo per prestare attenzione a uno dei nemici più risoluti del cristianesimo, così come per «transvalutare» il cristianesimo europeo per il XXI secolo. Nietzsche «il filologo» è certo che il primo cristianesimo «non era “nazionale”, non era condizionato dalla razza [nicht rassebedingt]». Al contrario, egli trova di che ridere del fatto che il cristianesimo «si volgeva a ogni specie di diseredati della vita». Quella tendenza propria del XXI secolo a denunciare l’eredità cristiana — e l’eredità platonico-cristiana — come gerarchica, patriarcale e così via, potrebbe non riuscire a convincere in termini storici. E potrebbe indebolire ulteriormente una tradizione europea il cui istinto più elementare è — riprendendo la frase di Nietzsche — di «combattere sempre per “diritti uguali”». Se avessimo ascoltato Nietzsche più attentamente, saremmo più riluttati nell’accusare i due più grandi condannati della storia del mondo — Socrate e Gesù — di nuovi crimini.”
“Questo è il tatuaggio che ho sulla caviglia ed è importante perché l’ho fatto insieme alla mia migliore amica a metà dicembre. Ci conosciamo da quando siamo piccole, facciamo sempre tutto insieme ed è come una sorella per me: è una cosa che ci ha legate ancora di più. Infatti quest’altro è il suo.”
Questa è stata la gemma di C. (classe terza). La tatuatrice Lucille Niniviaggi afferma: “Continuamente, nella vita di tutti i giorni, subiamo dei per sempre che non decidiamo noi, ci vengono imposti, ma quando scegliamo di tatuarci siamo solo noi a decidere quale parte di storia dichiarare come per sempre nostra.”
“Ho portato Yoghi, il mio peluche da quando ero piccola, tutti i ricordi sono legati a lui. Si chiama così perché secondo i miei genitori assomiglia all’orso di Yoghi e Bubu, secondo me no. Ieri ho chiesto a mia madre da dove arrivasse perché non ricordavo e mi ha detto che mi è stato regalato da lei perché a un anno e mezzo sono andata a fare una prova per un gioco della Trudi e me l’hanno dato. E’ un bel ricordo della mia infanzia”.
Sì, neppure a me il peluche di V. (classe quarta) assomiglia a Yoghi. La poetessa australiana Pam Brown scrive: “L’orsacchiotto di peluche è l’ultimo dei giocattoli da cui ci si separa. E’ tutto ciò che rimane di questo nostro mondo infantile dove c’erano soluzioni a tutto. E’ un amico che non ci trova difetti, che non ci dà la colpa, che ci attende ancora sulla vecchia sedia.”
“Ho portato una foto: ci siamo io, mia sorella e mio nonno. Siamo a casa del nonno, su questa collina da cui si può vedere tutto il Friuli. In questo posto mi sento libera, mi siedo e non penso a nulla. Ci sono anche due generazioni a confronto: quando ci sediamo con il nonno e lui inizia a raccontare la sua storia, la sua vita, lo ascoltiamo sempre volentieri e ci permette di dare anche alle nostre esperienze altri significati”.
Quelle di A. (classe terza) sono parole e immagini che sanno proprio di Friuli per chi, come me, in questa terra ci è nato e ci è cresciuto, per chi questa terra la ama profondamente. Prendo le parole friulane di Celso Macor da una pubblicazione curata dal collega Gabriele Zanello: Svualâ senza slaifs tun zîl diliberât da rimis e da pauris cun pinsîrs a slàs, come ch’a’ vegnin e si fermin culì come zïuladis di anima tal sburît dal timp. Volare senza freni / in un cielo liberato da rime / e da paure / con pensieri in disordine, / così come vengono / e si fermano qui come grida di anima / nel precipitare del tempo. (da Svualâ senza slaifs, 2018, Società filologica friulana)
“Questa borsa ce la siamo scambiata all’interno della classe delle medie, alla fine di un percorso importante. Anche se a causa del Covid tante cose non le abbiamo potute fare, eravamo una classe unita, non solo come compagni di classe ma anche come amici; abbiamo fatto diverse uscite e ancora ci scriviamo e ci troviamo. Questa borsa è un ricordo di quei tre anni e abbiamo scritto “Dalle capre della 3^A” perché la nostra professoressa di lettere ci chiamava sempre capre: questo è un ricordo anche di lei, una prof amata da tutti”.
Ho giocato a calcio, a basket e a pallavolo, tutti sport di squadra. Un ex allenatore di basket NBA, molto vincente tra Chicago e Los Angeles, Phil Jackson, ha detto delle parole che commentano bene la gemma di E. (classe prima): “La forza della squadra è ogni singolo membro. La forza di ogni membro è la squadra.”
“Ho portato questo braccialetto che è anche un regalo. L’avevo preso per mia nonna, ad una gita scolastica a Padova perché a lei piaceva tanto il rosa confetto. Glielo avevo portato e lei lo metteva sempre su, anche nell’ultimo periodo in cui era tanto magra e pertanto le scappava. Quando è morta l’ho tenuto io e ogni sera lo tengo sotto il cuscino.”
Della gemma proposta da F. (classe prima) voglio soffermarmi sull’ultima parte, il posto dove conserva il braccialetto: sotto il cuscino. Immagino che ci appoggi sopra la testa e mi piace pensare che sia un po’ come appoggiarla sopra le gambe della nonna a prendersi una coccola, a lasciare che mani rugose intreccino giovani capelli a stringere nodi tra generazioni impossibili da sciogliere.
“Ho portato varie cose. Il tema centrale sono le lettere e le foto. L’estate scorsa ho conosciuto il mio ragazzo, ci siamo fidanzati ed è la cosa migliore che mi sia capitata nel 2021 e mi ha letteralmente svoltato la vita. E’ stato qualcosa di inaspettato. Tutte le cose belle accadute e tutti i ricordi belli collezionati ho deciso di renderli concreti in qualche modo, per mantenerli nel tempo. Così ho deciso di fare un album e ho pensato di scriverci delle lettere ogni volta che ci vediamo. Collegato a questo volevo citare il film Le pagine della nostra vita, il primo film che mi ha fatto commuovere. La protagonista si ammala di Alzheimer e gli unici momenti di lucidità sono quando il marito le legge la storia della loro vita che lei ha scritto quando era giovane.”
Non sono frequenti le gemme che parlano d’amore, di due persone innamorate, come questa di G. (classe quarta). Per brindare alla sua storia cito dal film da lei proposto alcune parole che descrivono l’amore, i grandi sentimenti, ma anche l’impegno e la volontà di costruire insieme qualcosa: “Non sono una persona speciale. Sono un uomo normale con pensieri normali e una vita normale. Non ci sono monumenti dedicati a me, il mio nome sarà dimenticato. In una cosa sono riuscito in maniera assolutamente eccezionale. Ho amato una donna con tutto il cuore e tutta l’anima. Per me questo è sempre stato sufficiente. […] L’amore più bello è quello che risveglia l’anima, e che ci fa desiderare di arrivare più in alto; è quello che incendia il nostro cuore e porta la pace nella nostra mente. Questo è quello che tu mi hai dato. Ed è quello che speravo di darti per sempre. Ti amo. […] Sì, noi siamo così. Noi litighiamo. Tu dici a me che sono un arrogante figlio di puttana, e io ti dico quanto sei una rompi coglioni. E, lo sei il novantanove percento del tempo. E non ho paura di offenderti. Tanto ti bastano due secondi di recupero per passare alla rottura di coglioni successiva… e allora, non sarà facile, anzi sicuramente molto difficile, e dovremmo lavorarci ogni giorno. Ma io voglio farlo, perché io voglio te”.
“L’8 luglio mi stavo facendo la doccia e stavo ascoltando Ariete. Mi hanno colpito le parole Mi parli dei drammi a casa e di tuo padre che vuole scappare, mi dici che hai paura e che non sai quanto può continuare. Essere giovani fa schifo e non poter decidere fa tanto male, essere giovani non fa per me, non fa per me. Mi è venuto da pensare a quello che ho passato e ho realizzato che a quel punto lì, dopo tanto tempo, ero finalmente felice, serena. In salotto c’erano due mie amiche, eravamo insieme a Lignano: io sono arrivata piangendo e ho detto Ragazze, venite qua: Ariete ha detto una cosa… e volevo dirvi grazie perché senza di voi non ce l’avrei mai fatta e se sono qui adesso e se sono felice adesso è grazie a voi che siete sempre state con me a supportarmi in qualsiasi momento. Lì è partito un abbraccio di gruppo e un piantino. Questa data quindi è molto importante perché ho realizzato di essere felice dopo tanto e mi ricorda che, anche se dopo ho avuto altri periodi difficili, so che posso tornare ad essere felice, che c’è speranza”.
A. (classe quinta) ha portato una data come gemma. Ora, mentre scrivo, mi sono focalizzato sulle sue ultime parole e ho sentito arrivare da lontano, dal 2001, una canzone che ho molto ascoltato e che mi porta ad una spiaggia, ad una calda ma non torrida luce del tramonto di fine giugno (giornate lunghissime), ad una brezza sulla pelle e tra i capelli, ad uno sguardo fisso sulle onde… le vent nous portera
“La gemma che ho voluto portare quest’oggi è questa vecchia fotocamera che mi è stata regalata da una persona che adesso c’è ancora fisicamente ma purtroppo non mentalmente: mia nonna, che da qualche anno è affetta da una gravissima forma di Alzheimer. Ho usato questa fotocamera veramente tanto, ne ha passate di cotte e di crude: quando ha smesso di funzionare mi sono molto rattristato perché ho pensato a chi me l’aveva regalata. Adesso è stata sostituita da un’altra, però i ricordi che ho su questa e le foto che conservo ancora sono per me veramente importantissime”. Isabel Allende ha scritto delle parole che vedo ben adattarsi alla gemma di L. (classe seconda): “L’essenziale è spesso invisibile; è solo il cuore, e non l’occhio, a poterlo cogliere, ma la macchina fotografica a volte sfiora tracce di quella sostanza.”
“Ho portato una serie di foto che ho scattato durante le ultime vacanze di Natale quando sono andata a trovare i miei parenti in Puglia. E’ una cosa importantissima per me, ci vado 2-3 volte all’anno e sono momenti bellissimi a cui tengo tanto e che aspetto con ansia per tutto l’anno. Ho visitato Castel del Monte e Matera, una città che volevo visitare fin da piccola. Inoltre amo fotografare. Di qui la gemma.”
V. (classe quarta) ha portato una gemma che ha il profumo delle radici. Sì, lo so che sono i fiori ad avere profumo, mentre le radici sanno di terra. Ma senza quell’abbraccio sotterraneo in cui si stringono le radici, avremmo il profumo del fiore?
“Ho portato un’esperienza vissuta in prima persona tra danza e teatro. Il regista dello spettacolo, amico della mia maestra di danza, le ha chiesto due ballerine della sua scuola. Una delle due sono stata io. Abbiamo prima imparato la coreografia per conto nostro e poi abbiamo provato con gli attori a Palmanova, Latisana e Udine. Per me è stata una novità, un inizio nel mondo del teatro, diverso da quello della danza: abbiamo dovuto imparare nuovi movimenti, nuove espressioni e maggiore espressione, abbiamo imparato i diversi ruoli (sarta, costumista, truccatrici). Ho conosciuto nuove persone. Ho ballato per la prima volta da sola sul palco. E’ stata un’esperienza che mi ha fatto crescere e ha rinforzato la mia autostima”.
Così G. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. Giorgio Strehler, uno dei più grandi registi teatrali che ha avuto l’Italia, diceva: “Io so e non so perché lo faccio il teatro ma so che devo farlo, che devo e voglio farlo facendo entrare nel teatro tutto me stesso, con quello che sono e penso di essere e quello che penso e credo sia vita. Poco so, ma quel poco lo dico”.
“Questa è una coperta, la coperta che mia mamma aveva all’asilo e c’è il suo simboletto, la mela. Quand’ero piccola questa coperta ce l’avevo sempre per dormire e me la metteva sempre la mamma. Prima di addormentarmi avevamo una tradizione: acqua, coccole, bacino, abbraccino. Penso si spieghi da sola. Recentemente ho avuto delle difficoltà ad addormentarmi, ho proprio passato delle notti in bianco, fino a quando un giorno ho chiamato mia mamma. Ha preso la coperta, me l’ha messa sopra, mi ha dato un bicchiere d’acqua ed è rimasta lì con me fino a quando mi sono addormentata. Questa coperta è proprio ciò che mi ricorda che la mamma c’è sempre, anche se io cresco e ho 16 anni e non più tre”.
Toccante e commovente la gemma di C. (classe terza), anche perché il primo pensiero è andato a uno dei libri preferiti di Mariasole. Si intitola Io ci sarò e ho trovato un video di 2 minuti che lo racconta e lo mostra. Una risposta alla domanda: “Ti prenderai cura di me anche adesso che sono cresciuto?”
“La canzone che ho scelto è The nights di Avicii, la conosco da tantissimi anni. Fino all’anno scorso mi piaceva solo musicalmente, ma quando ho avuto un momento no questa canzone mi ha aiutato ad uscirne e quindi oggi la ascolto anche per il ruolo che ha avuto per me”. Questa la gemma di R. (classe seconda). Mi fa molto strano vedere il video di questo pezzo, guardare quanta energia, entusiasmo, gioia emergano, e poi pensare al suicidio di Avicii. Colpisce ancor più sentire queste parole da lui cantate: Mio padre mi ha detto quando ero solo un bambino: «Queste sono le notti che non muoiono mai. Quando le nuvole di tuono iniziano a riversarsi, accendi un fuoco che non possono spegnere, scolpisci il tuo nome in quelle stelle splendenti». Ha detto: «Vai ad avventurarti ben oltre le rive, non abbandonare questa tua vita, ti guiderò a casa, non importa dove ti trovi».