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Gemme n° 487

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La mia gemma è una lettera: sei anni fa ho perso mia madre e da 4 o 5 anni le scrivo delle lettere, come se le parlassi. Oggi ne voglio leggere una; non l’ho mai fatto, ma oggi desidero condividerne una”. Questa è stata la toccante gemma di C. (classe seconda).
E’ qualcosa di molto prezioso quello che C. ha deciso di regalare alla sua classe. Si chiama vita. “Ma come? Se ha parlato di una persona che non c’è più…” Penso che C. ci abbia parlato di qualcosa che è fortemente vivo, al di là delle distanze, e che è l’amore che lega lei e sua madre. Con queste lettere la continua a far vivere e continua a dire tutto l’affetto che prova per il suo “dolcissimo angelo”. Grazie.

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Gemme n° 456

M. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Questa canzone non è stata concepita secondo l’interpretazione che ne ho dato io. E’ la prima canzone ascoltata in modalità casuale il giorno dopo la morte di mia nonna nel maggio 2012; lei se n’è andata 15 minuti prima della mezzanotte del mio compleanno. Ero particolarmente triste perché era stata una cosa molto improvvisa: in soli venti giorni si era ammalata e se n’era andata. Questa canzone mi ha colpita perché dava voce ai miei pensieri: parla di una domenica che appare vuota e insignificante per l’assenza di qualcuno. Ligabue si chiede se la persona che manca riesca a sentire il suo pensiero e il suo sentimento; si stupisce che il mondo vada avanti e sembri lo stesso mentre lui non accetta questa assenza nella sua vita. Io l’ho interpretata così e quando la ascolto riprovo le stesse sensazioni di quell’orribile domenica”.
Sembra strano e contraddittorio che certe assenze siano così presenti. D’altro canto penso anche che sia proprio attraverso momenti come quello appena descritto che il rapporto con chi non è più di questa terra continui, in qualche maniera. E’ un modo per rinnovare l’amore e l’affetto che si provano per quella persona, una voce per dire “non ti dimentico, sei sempre con me, ti voglio sempre bene”.

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Gemme n° 216

La mia gemma è la scena finale di “Fast & Furious 7”, con l’omaggio a Paul Walker, deceduto mentre le riprese del film erano ancora in corso: mi fa riflettere sulla morte e sull’amicizia, sia quelle rappresentate sul set che quelle della vita. Nella sequenza finale le auto dei due amici prendono strade diverse mentre uno dice «Tu sarai sempre con me. E sarai sempre mio fratello». Noi siamo in quarta e il prossimo anno ci divideremo, i rapporti saranno difficili da mantenere, m penso che le amicizie vere restano”. Questa la gemma presentata da V. (classe quarta).
A un certo punto si sente “Dovunque voi siate, non importa se a un quarto di miglio o dall’altra parte del mondo…”. E la canzone di Wiz Khalifa in sottofondo dice: “Accidenti, chi conosceva tutti gli aerei su cui abbiamo volato, bei momenti che abbiamo passato, che sarei in piedi proprio qui a parlare con te, a parlarti di un altro percorso. So che ci piacerebbe partire in viaggio e ridere ma qualcosa mi ha detto che non sarebbe durato. Abbiamo dovuto cambiare piano, guardare cose diverse, vedere il quadro complessivo. Quelli erano i giorni, il duro lavoro paga sempre, ora ti vedo in un posto migliore”…

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Gemme n° 182

Ho portato questa canzone perché “The script” sono la mia band preferita, e questo brano mi piace in particolare. Sono poco conosciuti, ma io penso che siano veramente bravi”. Questa la presentazione della gemma da parte di M. (classe quarta). Ho cercato in rete la traduzione del brano e penso valga la pena riportarla perché sotto la gemma di M. c’è altro, scende una lacrima dai miei occhi e le mando un abbraccio:
Se potessi vedermi ora, se potessi vedermi ora
Era il 14 febbraio, San Valentino, arrivarono le rose, ma ti portarono via
Tatuato sul mio braccio c’è un amuleto per disarmare il male
Devo rimanere calmo, ma la verità è che te ne sei andato
E non avrò mai l’opportunità di farti sentire queste canzoni
Papà, dovresti vedere tutti i tour che faccio!
Ti vedo vicino alla mamma, cantate insieme, sotto braccio
E ci sono giorni in cui perdo la fede
Perché quell’uomo non era buono, era grandioso
Mi diceva “La musica è il rifugio per il dolore”
e mi spiegava, benché fossi giovane mi diceva
“Prendi quella rabbia, scrivila su un foglio, porta il foglio sul palco e fai saltare il tetto!”
Sto provando a renderti orgoglioso facendo tutto quello che hai fatto tu
Spero che tu sia lassù con Dio dicendo “Quello laggiù è il mio ragazzo!”
Cerco ancora il tuo volto tra la folla oh se solo potessi vedermi ora
Ti vergogneresti di me, o mi faresti un inchino, oh se solo potessi vedermi ora
Se poteste vedermi ora mi riconoscereste?
Mi dareste delle pacche sulla schiena o mi critichereste?
Seguireste tutti i solchi del mio viso provocati dalle lacrime
Mettereste la mano sul mio cuore che è freddo
sin dal giorno in cui vi hanno portati via da me
Lo so che ne è passato di tempo ma vorrei sentirvi dire che bevo e fumo troppo
ma se non potete vedermi ora questa merda è una routine
Mi dicevate che non avrei riconosciuto un vento prima che mi avesse colpito
e che avrei conosciuto il vero amore solo se avessi amato e l’avessi perso.
Se tu hai perso una sorella, qualcuno ha perso una madre
e se hai perso un padre, qualcuno ha perso un figlio
E mancano, mancano tutti
Se avete un secondo per guardarmi da lassù, mamma, papà, mi mancate
Cerco ancora il tuo volto tra la folla oh se solo potessi vedermi ora
Ti vergogneresti di me, o mi faresti un inchino oh se solo potessi vedermi ora
Mi chiameresti un santo o un peccatore?
Mi amereste comunque se fossi un perdente o un vincitore?
Ogni qual volta che mi guardo allo specchio
Ci assomigliamo così tanto, e la cosa mi fa venire i brividi”

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Gemme n° 160

Ho portato una poesia che viene recitata alla fine del film Papà ho trovato un amico. La trovo molto emozionante.

Salice piangente con lacrime a forma di ramo,
perché piangi e non rispondi se ti chiamo?
E perché un giorno lui ti ha dovuto lasciare?
E perché non è potuto restare?

Sulle tue fronde si arrampicava e con la sua piccola mano leggera ti accarezzava.

Nella tua ombra vinceva l’estate, pensavi fossero eterne le sue risate?

Smetti di piangere salice piangente, perché questo piangere non servirà a niente.
Credi che la morte te lo abbia tolto, che non tornerà mai.
Ma cercalo nel tuo cuore, lo ritroverai”.

Questa la gemma di F. (classe quarta). Pubblico il pezzo di film da cui è tratta:

Questa, invece, è una canzone di Vasco Rossi che ha una storia lunga. Metto anche il testo, si intitola “La favola antica”. Mi sembra che possano essere colte delle somiglianze.

C’era una volta una favola antica quasi da tutti ormai dimenticata
che continuava a volare nell’aria aspettando colui che l’avrebbe di nuovo narrata
era una favola vecchia era un poco svanita come un barattolo di aranciata aperta
ma non voleva rassegnarsi e cercava di “non dimenticarsi”!

Parlava di una bambina bionda che non voleva dormire da sola
e la sua mamma poverina doveva starle sempre vicina
Un giorno venne una bella signora tutta vestita di luce viola
prese la mamma per la mano e la portò lontano, lontano
La bimba pianse cento sere poi si stancò e si addormentò
Quando il mattino la venne a svegliare con un bellissimo raggio di sole
vide la mamma poverina che sotto un albero dormiva
e la signora vestita di viola disse “non devi più avere paura… di restare sola”

C’era una volta una favola antica quasi da tutti ormai dimenticata
che continuava a volare nell’aria aspettando colui che l’avrebbe di nuovo narrata
era una favola vecchia era poco svanita come un barattolo di aranciata aperta
e per non essere dimenticata diventò vera… diventò! oh oh oh! … la vita!

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E’ già abbastanza temere l’ignoto

Fusine_0032 fbPubblico anche questo piccolo dialogo sempre di Don DeLillo, sempre da “Rumore bianco”, in quanto sembra rispondere al precedente:
“- … Credi che la vita senza la morte sia in qualche misura incompleta?
– E come potrebbe? E’ proprio la morte a renderla tale.
– Non pensi che la nostra coscienza della morte rende la vita più preziosa?
– A che serve una preziosità basata su paura e angoscia? E’ tremendo, è terrificante.
– Vero. Le cose più preziose sono quelle di cui ci sentiamo più sicuri. Una moglie, un figlio. Questo eventuale figlio, lo spettro della morte lo rende più prezioso?
– No.
– No. Non c’è motivo di credere che la vita sia più preziosa perché fugge. Riflettiamo su questo. Bisogna che gli venga detto che deve morire, perché uno possa cominciare a vivere in tutta pienezza la propria vita. Vero o falso?
– Falso. Una volta stabilita la morte, diventa impossibile vivere una vita soddisfacente.
– Preferiresti sapere data e ora esatte della tua morte?
– Assolutamente no. E’ già abbastanza temere l’ignoto. Di fronte all’ignoto possiamo fingere che non esista. Le date esatte indurrebbero molti al suicidio, se non altro per farla in barba al sistema.”

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Nei luoghi dove una volta giocavamo

Le cose che il bambino ama8525308531_dff6e41fe2_o.jpg

rimangono nel regno del cuore

fino alla vecchiaia.

La cosa più bella della vita

è che la nostra anima

rimanga ad aleggiare

nei luoghi dove una volta

giocavamo.

(Gibran)

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Un piccolo fagotto di ruvido mistero

In quarta stiamo parlando di morte e aldilà. Un anno fa se ne andava Simoncelli e avevo scritto un post quella volta. Oggi trovo queste parole, sempre di D’Avenia.

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“Per sentire il polso di una civiltà bisogna tastare come affronta la morte e prova a redimersene.

I Greci antichi provarono a spezzare il pungiglione alla morte trasformando la vita di un uomo in ricordo: la sua tomba o il suo essere narrato. Aristocraticamente la morte era sopportabile e vinta solo per pochi eletti, quelli capaci di morire eroicamente e meritarsi una pietra più dura della pietrificazione della morte. L’alternativa era entrare nell’oblio assoluto. Non essendoci nulla di buono dopo la morte, l’unica forma di vita-dopo-morte era essere posti a fondamento della società, diventandone mito. Ma lo stesso Achille morto si dichiarerà sconfitto nel faccia a faccia con Ulisse in visita nell’aldilà: preferirebbe essere l’ultimo dei servi da vivo che il primo nel regno delle ombre. Lui che nel poema della consacrazione eroica, aveva scelto in dono dagli dei una vita breve ma gloriosa, piuttosto che lunga ma nascosta. Anche il mito vacilla sul ponte che unisce aldiqua e aldilà. Iliade e Odissea sono costruite sul ricordo di pochi grandi, che però sottovoce ammettono il fallimento, almeno per il morto stesso, di quella soluzione nobile e aristocratica.

Poi la morte diventò più democratica col cristianesimo. Il pungiglione non veniva spezzato solo per pochi, ma per tutti quelli che volevano. Non era questione di essere eroi agli occhi della società, ma agli occhi di Dio, che scruta il cuore dell’uomo. Non era più necessario conquistare Troia e magari morirne, per diventare eroe. Lo era anche chi rimaneva a casa. Il quotidiano venne improvvisamente illuminato in ogni suo angolo, perché la morte non aveva l’ultima parola, e il gesto eterno non era più solo quello eroico e coraggioso, ma quello fatto con amore, spesso eroico e coraggioso, proprio perché quotidiano come la carne di un Dio che sembra vivere e morire come vivono e muoiono gli uomini, ma poi torna dalle tenebre della morte, a dire, ribaltando Achille, che l’ultimo dei servi di qua è il primo dall’altra parte.

E oggi cosa accade nella nostra cultura post-moderna? Ad un anno dalla morte di Simoncelli ricordo ancora il silenzio dei miei ragazzi il giorno dopo l’accaduto. Parlavano a bassa voce come in un luogo sacro, eppure era la stessa grigia classe di sempre. Era il silenzio di chi parla di una morte senza senso, perché la sua direzione, il suo traguardo, si era spezzato proprio sulla strada che ne doveva essere il compimento. Una promessa interrotta sul campo di battaglia. Un destino tradito. E che cosa teme un ragazzo più di questo? Eppure, paradossalmente, la morte di Simoncelli non ha paralizzato, ma ha dato vita a moltissimi, suonando senza sosta la campana, perché ogni vivo non è un’isola, ma il pezzo di un continente. Lo dimostra la sua foto usata da molti ragazzi al posto della loro sul proprio profilo nei social network, punta dell’iceberg di molte altre iniziative. Ha qualcosa degli antichi Greci questo ricordo rituale e virtuale che prova a strappare alla morte un giovane, scomparso quando ancora era una promessa. Ha qualcosa di antico questo «cuore collettivo» che la rete ha creato. Non a caso la nostra epoca viene definita di «oralità secondaria», un ritorno alla società orale di Omero, in cui il racconto occupava la coscienza individuale creandone una collettiva, in una sorta di metafisica fantastica, sopravvissuta nei bambini che ascoltano le favole. La nostra oralità non è però verbale, ma digitale, fatta com’è di immagini digitali. Quelle della morte di Simoncelli in diretta, quelle di lui sorridente con le braccia aperte e la chioma al vento come il Centauro di un mito post-moderno. Qualcosa dentro la rete, qualcosa dentro questo «cuore collettivo e digitale» non vuole lasciare andare Simoncelli, come facevano gli antichi con la loro poesia eroica e le loro tombe. E quella memoria, ieri come oggi, faceva da collante e da paradigma sociale: ieri di un eroismo aristocratico da imitare, oggi di qualcosa di diverso. Di che cosa mi chiedo.

Forse della paura che la vita sia una promessa che si interrompe, un’illusione che la morte spazzerà via quando meno te lo aspetti, anzi forse proprio perché non te l’aspetti. L’emozione collettiva crea un talismano per allontanare, almeno allontanare, il pungiglione della morte. La memoria sociale testimonia il desiderio di eternità e la ribellione contro una vita dal copione tragico. In un ritorno aristocratico, il caso unico o raro di pochi aggrega una società senza verità condivise, che alla ripetizione rituale e virtuale del ricordo si abbarbica. La morte ordinaria, silenziosa e democratica, quella del vicino di casa, l’abbiamo rimossa, nascosta, obliata. Per questo, soprattutto i giovani, non possono fare a meno di creare memoria e senso, cioè un codice culturale, attorno a una morte «eccezionale», che poi di eccezionale – a rifletterci – non ha nulla, se non la sfortuna. Un codice culturale che crea senso e memoria sull’emozione, per quanto possa sembrare paradossale.

Un poeta purtroppo troppo poco conosciuto in Italia scrisse una poesia attorno ad un suo amico morto sotto i suoi occhi: «Se lui si fosse mutato in pietra / in una pesante statua di marmo / indifferente e dignitosa / che sollievo sarebbe stato». Non vuole vederlo precipitare nel nulla e preferirebbe pietrificarlo nel freddo marmoreo di una statua. «Sic» non è un mito dei morti, ma un mito dei vivi, necessario ad avere un po’ di quel sollievo. Perpetuarne l’emozione in una sorta di pietrificazione digitale lenisce la sete di eternità. O la rinvia a data da definire. «Sic», come l’amico morto del poeta, ci interpella, con il suo «piccolo fagotto di ruvido mistero» (Z. Herbert, Il Signor Cogito). Il mistero chiuso in un fagotto interroga inesorabile la «mente collettiva» nascosta e confusa dietro al «cuore collettivo»: basterà pietrificare l’emozione e perpetuarla, basterà un talismano digitale, basterà un mito tragico e socializzato dalla rete a spezzare il pungiglione della morte?”

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Hanno bisogno del cielo

Stamattina, in una quarta abbiamo cominciato a riflettere su morte e aldilà. Ho trovato questo breve ma stimolante articoletto di Claudio Rossi Marcelli su Internazionale:

“Io e mio marito siamo atei e orgogliosamente anticlericali. La conseguenza è che le stella_14.jpgnostre figlie conoscono molto meglio Garibaldi di Gesù e che non hanno ancora ben chiara la differenza tra una chiesa e un castello. E nonostante ci sia uno sciame di parenti che ancora ci implora di battezzare i nostri bambini, noi due coviamo il sogno di sbattezzarci. Certo, quello che il Vaticano va predicando sulle famiglie come la nostra non ci ha spinti ad abbracciare la fede cattolica, ma in ogni caso abbiamo una visione piuttosto razionale della realtà e crediamo che dopo la morte non ci sia nulla. E quindi, questi due atei fieri e militanti, cosa hanno risposto quando le figlie gli hanno chiesto dove vanno le persone che muoiono? Ma è ovvio: in paradiso. Diventano stelle, camminano sulle nuvole, volano libere nel blu. Anche se non le vediamo più, si può comunque parlare con loro, perché ci ascoltano. “E ci sono tante caramelle in cielo?”, certo che sì e chi più ne ha più ne metta. Insomma, quando si dice due genitori coerenti con i loro princìpi. Non so se è una reazione da codardi o perfino da irresponsabili, non sono un esperto, ma so che le mie bambine non sarebbero in grado di capire le nostre convinzioni. Hanno bisogno del cielo. E quindi metto da parte i princìpi e lascio che credano nella vita eterna. Sperando, in fondo, che alla fine abbiano ragione loro.”

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Non avrà dominio

Un pensiero a una cara persona che ho salutato due settimane fa, con le parole di Roberto Mussapi.

«E la morte non avrà dominio». È il verso finale di una poesia memorabile del grande Dylandylan-thomas-1941.jpg Thomas. Un verso che risponde alla domanda fondamentale dell’uomo, se tutto cessa con la morte, o se esiste una vita ulteriore. La domanda primigenia, a cui cercano risposte le religioni, i filosofi, i poeti. La risposta di questi ultimi è piuttosto una scoperta: a differenza del filosofo, che ricerca attraverso la ragione, il poeta, più similmente al mistico, viaggia spiritualmente e incontra delle visioni. Come risponde Dylan Thomas? Nel modo drammatico e complesso, che la poesia esige. Affermare che la morte non esiste, a chi sta perdendo una persona amata, o sta sentendo spegnersi la propria vita, è inefficace. E sarebbe anche una scappatoia, per un poeta, che deve guardare il mondo con gli occhi degli uomini, non dei profeti, e parlare con la lingua dei profeti, umanata. La risposta, il verso finale, ha qualcosa dell’esperienza del mistico ma una tremenda forza di fango umano. Un poeta non sopporta la sofferenza dei suoi simili, spesso sta male anche per quella di un uccellino o di una pianta. Non può rivolgersi a un malato terminale tranquillizzandolo con l’affermazione che la morte non esiste. Non è nella sua natura e nel suo compito. No, ma può cantargli a piena voce che la morte esiste, e non avrà, non avrà dominio.