Dai Pink Floyd ad Allegri

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Facciamo un triplo salto mortale rispetto ai Pink Floyd di stamattina o a Cesare Cremonini dell’altro giorno. Sono musicalmente onnivoro, ma quando ascolto il Miserere di Allegri (sì, va bene, con degli acuti più moderni rispetto all’originale) resto estasiato, a bocca aperta. Da ascoltare con calma, nell’assoluto silenzio. E oggi lo associo a queste parole di Flannery O’ Connor: “Seppe che non esisteva peccato troppo mostruoso che non potesse rivendicare come suo e, poiché Dio ci ama in misura di quanto perdona, si sentì pronto, in quell’istante, a entrare in paradiso”.

 

Dire grazie

Fusine_0102 fb.jpgUna canzone semplice semplice per un concetto semplice semplice. E’ il solito refrain del “ti rendi conto delle cose belle solo quando non le hai più”. In più ci aggiungerei la bellezza del quotidiano, del saper apprezzare quel che c’è, del riuscire a dire grazie ogni giorno, magari anche là dove è più difficile. Anche solo per il morso a una fragolina. Che poi il grazie sia rivolto a un dio, a un destino, o semplicemente ai propri genitori, ognuno lo sa. La canzone? Eccola, esce dal cassetto dei ricordi del 1999 e da un concerto, l’anno dopo, a cui sono stato “costretto” ad andare e in cui mi sono sentito un nonnetto di 25 anni…

“Quello che volevo, come sempre non c’è! Solo un po’ d’amore che diventa polvere che almeno fosse stata magica, la buttavo su di te… e invece in mano ho una lettera, due rose e una canzone ancora da scrivere… E non mi riesce facile parlare di questo soprattutto adesso, soprattutto adesso che non c’è… che non c’è… sarebbe molto più bello, per non dire stupendo tornare a dirti quanto ancora ce n’è di bene per te… di bene per te… ma in fondo fa lo stesso, in fondo quello che voglio è che tu sia contenta, vederti sorridere… e niente di più… E invece tu dici che non hai più voglia di me, e invece tu dici che non hai più tempo per me… più tempo per me…”

E rileggendola c’è anche un altro spunto: il senso di un TVB. “in fondo quello che voglio è che tu sia contenta, vederti sorridere”…

Tra Gerolamo e Faber

Sono arrivato al settimo capitolo dedicato alla canzone Buon sangue di Jovanotti e al settimo avo. E’ la volta di un uomo vissuto ai tempi di Gerolamo Savonarola. Mi vien da sorridere perché ho studiato un libro sul frate domenicano per l’esame finale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. L’antenato di Jovanotti è un ammiratore di Savonarola, ne ammira la tempra morale, la forza, il rigore, la fede, ne è affascinato; poi però, quando torna a contatto con una realtà di “artisti, bordelli, mercati” si sente più a suo agio. Si definisce un condannato. Forse Savonarola non gli bastava… forse un predicatore non gli bastava… forse serviva qualcuno che percorresse le sue stesse strade… forse serviva qualcuno disponibile a condividere la sorte di un condannato… forse serviva qualcuno che si facesse punire come due ladroni senza gridare “ehi, fermatevi, i ladroni sono loro, non io”…

Un mio antenato visse al tempo di Savonarola,savo.jpg

ascoltava i suoi anatemi parola per parola.

Ammirava nei suoi occhi quella luce interiore

che hanno gli uomini di fede, di forza, rigore.

Poi però quando tornava a casa dopo i sermoni,

passava piazza della Signoria, via Tornabuoni,

le botteghe degli artisti, bordelli, mercati:

si sentiva a suo agio tra i condannati.

(e non posso nascondere l’ennesimo incrocio: mentre scrivo ascolto su Spotify una playlist di Jovanotti sulla musica italiana. Cosa c’è ora? Fabrizio De Andrè che canta: “questa gente di cui mi vai parlando è gente come tutti noi, non mi sembra che siano mostri non mi sembra che siano eroi, e non mandarmi ancora tue notizie nessuno ti risponderà se insisti a spedirmi le tue lettere da via della Povertà” …)

L’ultimo brindisi

Ed ecco qui, ancora una volta, uno di quegli incroci misteriosi che capita di attraversare. Ieri sfogliavo il libricino che sto scrivendo con le citazioni dei libri letti negli ultimi anni. Mi sono imbattuto in alcune parole del cardinal Martini citate nel libro “Storia di un uomo” di Aldo Maria Valli:

“Vi sono anche fasi della mia vita in cui non ho sentito di essere redento” (pag. 27)

“Le mie difficoltà non hanno riguardato la sfera del quotidiano, quanto piuttosto un grande interrogativo: non riuscivo a capire perché Dio lascia soffrire suo figlio sulla croce. Perfino da vescovo, a volte, non riuscivo ad alzare lo sguardo verso il crocifisso perché questa domanda mi tormentava. Me la prendevo con Dio” (pag. 163)altman1.JPG

Ed ecco che oggi, navigando in rete, incontro la poesia “Ultimo brindisi” di Anna Achmatova, tratta da Il giunco (1934)

Bevo a una casa distrutta,

alla mia vita sciagurata,

a solitudini vissute in due

e bevo anche a te:

all’inganno di labbra che tradirono,

al morto gelo dei tuoi occhi,

ad un mondo crudele e rozzo,

ad un Dio che non ci ha salvato.

Quell’uno sei tu

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Solita passeggiata per i campi in compagnia di Mou. Ascolto un podacast di Uomini e profeti di Radiotre con Moni Ovadia che cita i “Racconti dei chassidim” di Martin Buber.

Rabbi Mosche Löb diceva: «Non esiste qualità o forza nell’uomo che sia stata creata inutilmente. E anche tutte le qualità, anche quelle basse e malvagie, possono essere sollevate al servizio di Dio. Così, per esempio, l’orgoglio: quando viene innalzato, si trasforma in nobile coraggio nelle vie di Dio. Ma a che scopo sarà stato creato l’ateismo? Anch’esso ha il suo innalzamento: nell’atto di pietà. Poiché quando uno viene da te e ti chiede aiuto, allora tu non devi raccomandargli di avere fiducia e rivolgere la sua pena a Dio. Ma devi agire come se Dio non ci fosse, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo: e quell’uno sei tu».

Il pensiero dell’uomo

Il modo in cui Alda Merini racconta il suo rapporto con Dio e con Gesù è stupefacente. Mi gesù, dio, alda merini, amore, relazionichiedo come possa essere così sottovalutata nello stesso ambito cristiano. Pubblico qui un breve testo che è una miniera, tratto da “Corpo d’amore”.

“Gesù era stato preannunciato persino dagli elementi, i profeti non erano che forme che custodivano l’ombra di questa grande catastrofe che fu Gesù.

Gesù è stato una grande catastrofe, ci ha avvicinati tutti l’uno all’altro.

Dopo Gesù qualcuno ha imparato a guardare negli occhi, a porsi delle domande, a vedere che l’altro non era solo una merce.

Fu scoperto il pensiero, l’uomo scoprì che il suo simile aveva un pensiero, che poteva leggere nel suo pensiero.

La grande paura fu questa: che gli altri vedessero negli occhi ciò che tu pensavi di loro, per questo abbattevano gli schiavi.

La grande paura dell’uomo è che il proprio compagno conosca ciò che tu pensi e la gioia che abita nel cuore dell’uomo quando lui ama.

Quando si parla di Dio come di un amore, si pensa proprio a questo fenomeno, e che Dio ci ha dato in mano una creatura palpitante, libera, tenerissima, che è il pensiero dell’uomo, talmente labile, talmente piccola, ma che può diventare gigante.”

Un viso inenarrabile dal sole

I momenti in cui si affrontano le ore buie e cupe del dolore; i momenti in cui si vive l’abbandono; i momenti in cui non si riesce a vedere un domani; i momenti in cui si cerca ovunque speranza. Le parole degli amici sembrano non dare sollievo, non bastare. Pare che l’uomo non sia fatto per sopportare questo ingombro nel cuore, per vivere questo stato. Eppure, scrive Luzi, si ritrovano le proprie orme, i propri riferimenti consueti, anche dietro le curve improvvise e impreviste. E lì riprende la speranza e l’attesa di uno spiraglio di luce. E che ognuno lo legga come crede: riferimento all’infinito se penso al sole, riferimento all’umano se penso al viso. In ogni caso incontro che porta all’inenarrabile.

Dove l’ombra procede e le strade ristanno

tra i fiori, ricordarmi le parole

e le grida dell’uomo è forse un inganno.sole.jpg

Ma sempre sotto il cielo consueto

ritrovo le mie tracce, il mio sole

e gli alberi remoti del tempo

fissi dietro le svolte. E sempre,

ancor che mi sia noto il dolce segreto,

sulla polvere quieta, tra le aiuole,

m’indugio ad aspettare che sporga

un viso inenarrabile dal sole.

(Dove l’ombra, Mario Luzi)

Perché no?

“Mi sapete dire il motivo per cui non fareste un’esperienza del genere?” Stefano ha concluso con questa domanda l’intervento in tre classi ieri mattina.

2012_Lettera_volontari1.jpgCristina, Elisa, Marta e, appunto, Stefano sono entrati in 3 classi, due quarte e un quinta non per tenere una lezione, ma per cercare di trasmettere l’entusiasmo con cui vivono in estate delle giornate insieme a delle persone diversamente abili nel mare di Bibione. E’ l’esperienza del DUM, Dinsi une man (Diamoci una mano per i non furlanofoni :-). Hanno raccontato tanto in un’ora che è sembrata troppo stretta per contenere le loro parole, la loro forza, la loro voglia di condividere e il loro desiderio che altri ragazzi possano percorrere un cammino simile al loro. Da qui è venuta la domanda di Stefano: perché no? Perché no a permettere delle vere vacanze a persone per le quali altrimenti sarebbero difficili se non impossibili, perché no a fare un’esperienza in cui ricevi molto di più di quello che dai, perché no a un qualcosa che ti cambia in meglio, perché no a un periodo in cui entri in contatto con delle parti di te che non conosci, perché no a vivere lo spirito di una comunità in cui non sei mai solo, perché no alle prime notti in cui ti chiedi “ma chi me lo ha fatto fare?” e alle altre in cui ringrazi chi te lo ha fatto fare, perché no a comprendere meglio, vivendolo, il concetto di persona e di talento…

Grazie Cristina, Elisa, Marta e Stefano per la vita che avete trasmesso, come hanno commentato alcuni studenti di quinta. Qui sotto c’è spazio per i commenti di chi vi ha ascoltato…

Per info Dum Tube e pagina su Fb.

Neruda in cattedra

E continuando con il post precedente, pubblico un altro contributo di oggi in classe. Una allieva, per parlare dell’amore, ha proposto questo sonetto di Pablo Neruda. Sotto lo propongo in un video pescato dalla rete, con la musica di Ludovico Einaudi e la voce di Paolo Rossini.

 

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio

o freccia di garofani che propagano il fuoco:

t’amo come si amano certe cose oscure,

segretamente, entro l’ombra e l’anima.

 

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca

dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;

grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo

il concentrato aroma che ascese dalla terra.

 

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,

t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:

così ti amo perché non so amare altrimenti che così,

 

in questo modo in cui non sono e non sei,

così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,

così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

L’amore che si muove dal cuore

Se faccio un tuffo nel passato e ripenso a cosa aveva nella testa e nel cuore un Simone adolescente, occhialuto, spigoloso (nell’aspetto e nel carattere), lungagnone, trovo un’anima in cerca d’amore, in cerca di una presenza femminile che lo potesse completare e che lo sollevasse un po’ dal peso che sentiva dentro. Era un po’ come sentire la mancanza di qualcosa che comunque non sapevo cosa fosse. Un’immagine fissa avevo davanti agli occhi: io seduto davanti al mare e all’improvviso due braccia che mi cingevano le spalle da dietro. Nessun volto, nessuna voce, nessun profumo, nessun tratto distinto. Una prese0.jpgnza calda, premurosa, serena. Una presenza che mi innalzasse e mi facesse volare. Mi vengono allora alla mente oggi, in cui mi sento decisamente sollevato, le parole di Elisa: “Ti vorrei sollevare, ti vorrei consolare, ti vorrei sollevare, ti vorrei ritrovare, vorrei viaggiare su ali di carta con te, sapere inventare, sentire il vento che soffia e non nasconderci se ci fa spostare quando persi sotto tante stelle ci chiediamo cosa siamo venuti a fare? cos’è l’amore? Stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore.”

E poi c’è una canzone di Lucio Dalla intitolata Henna. E’ del 1993. Parla del dolore che cambia le persone e parla soprattutto dell’amore che salva, tutti i tipi di amore. Stamattina in prima una ragazza per parlare dell’amore ha portato un suo disegno di mamma e papà, fatto quando era bambina: “penso che il modo in cui ama un bambino sia uno dei modi più belli, più completi e puri”. Grazie.

Adesso basta sangue ma non vedi,

non stiamo nemmeno più in piedi… un po’ di pietà

Invece tu invece fumi con grande tranquillità

Così sta a me, a me che debbo parlare fidarmi di te

Domani domani domani chi lo sa che domani sarà

Oh oh chi non lo so quale Dio ci sarà io parlo e parlo solo per me

Va bene io credo nell’amore, l’amore che si muove dal cuore

che ti esce dalle mani e che cammina sotto i tuoi piedi

L’amore misterioso anche dei cani e degli altri fratelli animali

delle piante che sembra che ti sorridono anche quando ti chini per portarle via

L’amore silenzioso dei pesci che ci aspettano nel mare

L’amore di chi ci ama e non ci vuol lasciare

Ok ok lo so che capisci ma sono io che non capisco cosa dici

Troppo sangue qua e là sotto i cieli di lucide stelle nei silenzi dell’immensità

Ma chissà se cambierà oh non so se in questo futuro nero buio

forse c’è qualcosa che ci cambierà

Io credo che il dolore è il dolore che ci cambierà

Oh ma oh il dolore che ci cambierà

E dopo chi lo sa se ancora ci vedremo e dentro quale città

Brutta fredda buia stretta o brutta come questa sotto un cielo senza pietà

Ma io ti cercherò anche da così lontano ti telefonerò

In una sera buia sporca fredda brutta come questa

Forse ti chiamerò perché vedi

Io credo che l’amore è l’amore che ci salverà

Vedi io credo che l’amore è l’amore che ci salverà

Cercatori d’oro

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Brigitte Tregouet è medico generico in un quartiere popolare di La Roche-sur-Yon: tenta di vivere nel quotidiano il doppio comandamento dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Su www.lavie.fr dà dei consigli semplici ma molto preziosi; vengono tradotti da www.finesettimana.org e me li ha spediti dal Brasile un caro amico, Federico, che ringrazio.

“Non giudicate: si può eventualmente giudicare un atto, in particolare gli atti di violenza, ma non si può mai giudicare una persona. Sbagliamo sempre quando giudichiamo. Non siamo al posto di quelle persone. Sono loro che giocano la loro partita. Noi siamo solo quelli che incoraggiano, che accompagnano. Il non-giudizio è come la muscolatura. Deve essere mantenuta ogni giorno.

Cercate la bellezza nell’altro: quando abbiamo difronte una persona alcolizzata o paranoica, se vogliamo che la nostra cura abbia senso, dobbiamo riuscire a trovare la bellezza di quell’uomo, di quella donna. Bisogna diventare, in un certo senso, dei cercatori d’oro. A volte si cerca nel fango una pepita. A volte è complicato, ma ogni persona possiede questa parte di dignità inviolabile che bisogna saper proteggere e valorizzare.

Abbiate cura di voi stessi: non ci si può prender cura degli altri se non si prende cura di se stessi. Ognuno deve trovare il proprio modo per farlo: comperarsi qualcosa nel periodo dei saldi, guardare una trasmissione, suonare il pianoforte, correre… Se la mia gioia di vivere non ha valore, come può averne quella degli altri?

Condividete la vostra esperienza: non si vive da soli. Bisogna confrontare la propria azione di persona che cura con altri professionisti, attraverso scambi profondi. Per prendere una certa distanza dalla propria attività. È anche l’occasione di ricevere consigli perché la propria azione di cura sia più efficace.

Leggete “grandi” testi: ognuno sceglie il proprio testo: il Vangelo per un credente, scritti di grandi pensatori per gli altri. Testi che permettono di rileggere la propria attività di cura, di inserirla in una storia e, così, di avere una prospettiva più ampia. Mettere delle parole sulla propria esperienza.”

Il mio sangue è il tuo sangue

Ho scoperto in rete il sito Notizie Geopolitiche, da cui ho preso questo articolo di Enrico Oliari.

277-0-34092_dalai-lama trento.jpg“Nel corso della recente visita a Trento, Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama premio Nobel per la Pace nel 1989 e fino al 2011 capo del Governo tibetano in esilio, ha ribadito la dottrina della non-violenza e della fratellanza universale: “quando incontro voi – ha spiegato in occasione della conferenza stampa indetta presso il Palazzo della Provincia – mi sento univoco, uguale a tutti. Tutti noi cerchiamo la felicità e, come si dice presso le isole Hawaii, il mio sangue è il tuo sangue, le mie ossa sono le tue ossa: sulla Terra siamo sette miliardi, dobbiamo essere tutti fratelli, senza discriminazione di alcuno. Se non siamo ‘noi’, ma ‘io e gli altri’, io mi isolo e questo è alla base di tutte le ansietà e di tutti i conflitti; per questo motivo è necessario liberarsi dell’‘io’ e, per raggiungere la felicità, vedere gli ‘altri’. Se ci stringiamo le mani, ma nella mente ci sono sentimenti di differenza, allora dobbiamo prendere delle decisioni. L’amicizia, invece, va donata agli altri senza aspettative e l’essere sinceramente amici non è qualcosa che deriva dalla pratica religiosa: io ho un gatto che capisce che gli sono amico, per cui mi viene vicino; mentre se ho nella mia testa ansietà, questi si allontana. Ecco, noi dovremmo prendere esempio come se quel gatto fosse un guru”.

Riferendosi agli operatori della stampa presenti ha poi indicato che “la felicità nasce dentro e proprio voi giornalisti potreste far capire messaggi di felicità e non vedere solo gli aspetti economici della professione: voi giornalisti avete questa missione”.

Notizie Geopolitiche ha posto al Dalai Lama domande di carattere politico, ovvero quale messaggio dà al popolo tibetano a fronte dei 105 arsi vivi dal 2009 in segno di protesta per l’occupazione della loro terra ed i soprusi da parte dei cinesi e se vede spiragli per un possibile dialogo con la nuova dirigenza cinese guidata da Xi Jinping e da Li Kequiang: “Non appena avvenne il primo caso di tibetano immolatosi in segno di protesta – ha raccontato il Dalai Lama – , ho cercato di mandare messaggi ed inviti a desistere da tali gesti. Sono un sintomo importante di malessere ed io, che vivo al di fuori del Tibet, ho chiesto ai cinesi di prendere provvedimenti. Coloro che si danno fuoco sono persone offese, non ubriaconi. Spesso escono dalle prigioni traumatizzati e persino menomati. Quello tibetano è un popolo di sei milioni di persone che soffrono ed io sono qui per servirli: si tratta di un problema che, come aveva detto lo stesso Deng Xiaoping, non può essere risolto con la forza ed io auspico che questi nuovi leader politici usino la saggezza, non la forza”.”

Mi ama!!!

Parlando nelle prime di amore, infatuazione, cotta, colpo di fulmine, innamoramento, amore sempre e comunque …  🙂

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Custodi con tenerezza e speranza

Dal giorno della rinuncia di Benedetto XVI (11 febbraio), in classe abbiamo parlato delleBFuDmOeCAAASidz.jpg large.jpg motivazioni di Ratzinger, del conclave, dei papabili… e la scorsa settimana, prima dell’elezione avevamo concordato che ora, dopo esserci informati consapevolmente, saremmo tornati al “programma normale”. Fatto sta che entro nelle classi e mi si chiede: “Prof, parliamo un attimo del papa?”. E per vagliare e saggiare l’interesse ogni tanto provo a buttare lì: “Beh, ne stanno parlando tutti, accendete la tv o leggete un quotidiano e c’è scritto tutto”. Niente da fare, gli studenti richiedono la mediazione del prof. Oppure quelli che erano in viaggio d’istruzione: “Prof, eravamo via, ci racconti bene quello che è successo”. Allora cerco di fare un’altra piccola “mediazione”… Immagino che non tutti i miei studienti abbiano la voglia o la pazienza di leggersi l’intero sermone della messa di oggi (per quanto non sia lungo). E allora gli do una sforbiciata (piccola in realtà, non so cosa eliminare!) ed evidenzio alcuni passi. Qui trovate l’intero: si parla di custodia, di attenzione e amore per le persone, i famigliari, gli amici, e gli sconosciuti che hanno bisogno, e per il creato; si parla di speranza (e l’eco del santo di Assisi è forte).

“Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa…

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e con amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita… Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio…

In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo.

E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!

E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? … Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli…

Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza!…”

Su piume leggere

Prendo da un sito che si occupa di poesia queste parole del perugino Sandro Penna, a commento di questo scatto di qualche anno fa che ho “rivisitato” stanotte.

Il mio fanciullo ha le piume leggere.

Ha la voce sì viva e gentile.

Ha negli occhi le mie primavere perdute.

In lui ricerco amor non vile.

Così ritorna il cuore alle sue piene.

Così l’amore insegna cose vere.

Perdonino gli dèi se non conviene

il sentenziare su piume leggere.

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Due mistiche in una

 

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In questa domenica di quaresima per i cristiani, posto un articolo per chi è un po’ più addentro la teologia: Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, fa un parallelismo tra le mistiche degli ultimi due pontefici sintetizzandole nella mistica dell’amore. Il suggerimento viene da un amico di facebook che ha consigliato questo articolo de Il Sole 24 ore.

“Il paragone fra le scelte compiute da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI davanti al venir meno delle loro forze fisiche, è stato avanzato da più parti, talvolta soltanto per immaginare una contrapposizione e ipotizzare retroterra inquietanti. In realtà, l’accostamento fra i due Papi, figure dall’evidente diversità e dalla non meno profonda sintonia, può risultare particolarmente fecondo nell’aiutare a comprendere ciò che sta avvenendo al vertice della Chiesa cattolica e il suo possibile significato per il prossimo futuro. La chiave di lettura più adeguata per interpretare il modo di porsi davanti alla malattia, alla sofferenza e alla morte del Papa polacco, è la mistica slava della Croce.

Avendo avuto il singolare privilegio di predicare a Giovanni Paolo II gli ultimi esercizi spirituali cui egli abbia potuto partecipare, ho avuto anche modo di ascoltare dalle sue labbra parole che restano scolpite nella mia memoria e nel cuore: «Il Papa deve soffrire per la Chiesa». Ciò che mi colpì fu l’intensità con cui le diceva, in particolare la forza posta su quel “deve”.

I Vangeli, d’altra parte, testimoniano che davanti alla sua passione Gesù usò parole simili. Si legge in Marco: «E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…» (8,31). E nel racconto di Luca il Maestro dice: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire…» (9,22). La cristianità slava si riconosce particolarmente in questo destino, connesso alla sequela di Cristo. Essa sa di essere stata generata nel segno della Croce: «Nella comunità dei popoli europei – scrive P. Tomas Spidlik -, gli slavi ricevettero il battesimo come operai dell’ultima ora. Ciò nonostante, il sangue dovette bagnare i nuovi campi seminati dal Vangelo… Perciò i pensatori slavi si sono sempre soffermati a indagare sul vero senso del dolore». Per essi, «la sofferenza è una grande forza, perché santifica non soltanto gli innocenti, ma anche coloro che hanno peccato e accettano che il “castigo” sani il “delitto”».

Nicolaj Berdiaev non esita ad affermare: «L’intensità con la quale si sente la sofferenza può essere considerata come un indice della profondità dell’uomo. Soffro, quindi sono». E Boris Pasternak chiude il suo romanzo Il Dottor Zivago con queste parole: «L’anima è triste fino alla morte… Eppure il libro della vita è giunto alla pagina più preziosa… Ora deve compiersi ciò che fu scritto. Lascia dunque che si compia. Amen». In questa luce, non meraviglia che il Papa slavo comprendesse la sua missione come martirio, e che abbia voluto proclamare dalla cattedra del vissuto ciò che aveva insegnato con la parola e gli scritti: quanto era detto nella sua lettera apostolica Salvifici doloris dell’11 Febbraio 1984 sul senso incomparabile della sofferenza offerta per amore, Giovanni Paolo II lo proclama al mondo con l’eloquenza silenziosa della sua passione, fino a quel gesto muto di dolore, compiuto spontaneamente quando – affacciato alla finestra su una Piazza San Pietro gremita di folla silenziosa – non poté dire più alcuna parola.

Benedetto XVI si muove in un diverso orizzonte culturale e simbolico, quello della mistica occidentale del servizio. Egli è l’uomo che sa di dover dare gratuitamente quanto ha gratuitamente ricevuto. E sa che questo dare senza ritorno è il servizio cui è stato chiamato, tanto come pensatore della fede, quanto come pastore e apostolo, posto dal Signore a lavorare nella Sua vigna, umile operaio impegnato a spendere tutti i doni d’intelligenza e di fede, ricevuti da Dio, a favore della causa di Dio in questo mondo. Anche questo servizio non è che una “imitatio Christi”, un ripresentare con la parola e con la vita Colui che «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Marco 10,45). Gesù stesso si presenta così: «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Luca 22,27). Da fine conoscitore dell’opera del mondo, Joseph Ratzinger non ignora quanto questa mistica del servizio sia alternativa alla logica del potere terreno. È quello che afferma Gesù: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Matteo 20, 25-27).

È servendo che si diventa umili e fedeli lavoratori della vigna del Signore. Scriveva Benedetto XVI nella sua prima enciclica, la Deus caritas est (2005): «Servire rende l’operatore umile. Egli non assume una posizione di superiorità di fronte all’altro… Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare… Egli riconosce di agire non in base ad una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono. A volte l’eccesso del bisogno e i limiti del proprio operare potranno esporlo alla tentazione dello scoraggiamento. Ma proprio allora gli sarà d’aiuto il sapere che, in definitiva, egli non è che uno strumento nelle mani del Signore; si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza» (35). Come mostrano chiaramente queste ultime parole, rinunciare al servizio quando le forze vengono meno è umile riconoscimento dell’imperscrutabile volontà di Dio, espressione delle fede incondizionata nella Sua fedeltà, che si manifesta secondo tempi e modi che non sono quelli della logica del potere di questo mondo.

La mistica della Croce del Papa slavo e quella del servizio del Papa tedesco si rivelano così volti di uno stesso amore: l’amore a Cristo redentore dell’uomo e al Padre che l’ha donato a noi; l’amore alla Chiesa e all’umanità, per il cui bene maggiore si è chiamati a offrire tutto di sé e a servire. È, insomma, la mistica dell’amore che unisce i due Papi, che hanno saputo essere ciascuno se stesso, fedeli alle loro diverse identità spirituali e alle radici culturali di esse. Proprio così si potrà immaginare chi verrà dopo di loro: anche il prossimo Papa sarà chiamato a vivere la mistica dell’amore. Gli si chiederà di offrire se stesso senza riserve e di servire, mettendo a disposizione del popolo di Dio e dell’umanità i doni ricevuti. E forse, anche grazie al segnale lanciato dalla rinuncia del Papa di fronte alla presa di coscienza della propria fragilità, gli si chiederà in modo particolare di esprimere questa mistica dell’amore in una fraternità sempre più grande, affettiva ed effettiva, con coloro che con lui sono incaricati della sollecitudine per tutte le Chiese.

La collegialità episcopale, volto e strumento della carità che si dona e serve, richiamata dallo stesso Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato come priorità decisiva, dovrà conoscere gli sviluppi rimasti ancora impliciti in quanto indicato dal Vaticano II. Ciò esigerà un sussulto di amore da parte del prossimo Successore di Pietro, come della Chiesa tutta con lui. L’agenda del prossimo pontificato, sulla base della consegna che lascia in eredità proprio il Papa ritiratosi nel silenzio, sarà segnata da questa priorità. Ed essa andrà perseguita con l’unica forza che la giustifichi e la renda possibile ed efficace: l’amore ricevuto da Cristo, per essere vissuto e donato a tutti, senza misura, dai suoi discepoli.”

E’ quel che è

Questi erano anche i miei pensieri di quella primavera-estate del 1995.

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dice la ragione

E’ quel che è

dice l’amore

E’ infelicità

dice il calcolo

Non è altro che dolore

dice la paura

E’ vano

dice il giudizio

E’ quel che è

dice l’amore

E’ ridicolo

dice l’orgoglio

E’ avventato

dice la prudenza

E’ impossibile

dice l’esperienza

E’ quel che è

dice l’amore

(Erich Fried)

Questo acconsentire è l’amore

Oggi ho voglia di distogliere lo sguardo e seguire Simone Weil: “Privarsi della propria falsa divinità, negare se stessi, rinunciare a essere nell’immaginazione il centro del mondo, distinguere tutti i punti del mondo come centri allo stesso titolo e il vero centro come esterno al mondo, significa acconsentire al regno della necessità meccanica nella materia e della libera scelta al centro di ogni anima. Questo acconsentire è l’amore. Il volto di questo amore rivolto alle persone pensanti è carità del prossimo; il volto che guarda la materia è amore dell’ordine del mondo, o, che poi è la stessa cosa, amore della bellezza del mondo.”

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Inginocchiarsi

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“Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino” (Ermanno Olmi)