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Uno sguardo sullo Yemen

yemen_sanaa-388x250Pubblico un articolo di Giorgio Cuscito sullo Yemen. Nonostante sia fresco (comparso ieri qui), l’attualità è molto stringente: rispetto a quanto scritto nel pezzo, il presidente Hadi è fuggito e l’Arabia Saudita sta intervenendo (Ansa).
Lo Yemen è sull’orlo di una guerra civile. I ribelli huthi, che nei mesi scorsi hanno preso il controllo della capitale Sana’a e obbligato il presidente Rabbu Mansour Hadi a dimettersi, continuano la loro avanzata verso Sud. Il 25 marzo, questi hanno occupato l’aeroporto di Aden, città portuale dove Hadi si era rifugiato. Il presidente si troverebbe in un “luogo sicuro”, ma non avrebbe lasciato il paese. Gli huthi hanno anche attaccato la grande base aerea di al Anad a 60 chilometri da Aden. Nei giorni precedenti hanno conquistato Taiz, la terza città più grande del paese, inoltre sono entrati ad al Mukha, 80 chilometri a Nord dallo stretto di Bab al Mandeb, che collega il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Bab el Mandeb è uno snodo fondamentale lungo le rotte del petrolio proveniente dalla penisola arabica.
Inoltre, pochi giorni fa, una milizia jihadista affiliata allo Stato Islamico (Is), che afferma di chiamarsi semplicemente “Provincia di San’a” ha rivendicato gli attentati sferrati in due moschee sciite della capitale, che hanno provocato la morte di circa 150 persone. La presenza del franchising del “califfo” al Baghdadi può complicare ulteriormente lo scenario yemenita. Gli huthi, conosciuti anche come Ansar Allah (Partigiani di Dio) sono sciiti e appartengono alla comunità yemenita degli zaydi, che rappresenta almeno il 30% della popolazione. Gli zaydi hanno controllato il Nord dello Yemen per circa mille anni fino a quando nel 1962, in seguito a un colpo di Stato, hanno perso il loro potere. Il gruppo degli huthi è nato nel 1992, con il nome di “Gioventù credente”. Quello attuale viene da Hussein Badr al-Din al Huthi, che nel 2004 ha guidato la loro prima insurrezione nella provincia di Saada, loro roccaforte.
Lo Yemen si trova nella penisola arabica, a Nord confina con l’Arabia Saudita (tra i principali esportatori al mondo) e a Est con l’Oman. A Sud si affaccia sul golfo di Aden (Oceano Indiano), al di là del quale, a poche decine di chilometri di distanza, vi è l’Africa Orientale. In pratica il paese è una sorta di cerniera tra il Continente Nero e il Medio Oriente e un punto di transito dei flussi del jihad. La sua stabilità è importante sia per garantire il trasporto delle forniture di petrolio provenienti dal golfo di Aden, sia per ostacolare il terrorismo. La moderna repubblica dello Yemen è stata fondata nel 1990 con la fusione tra lo Yemen del Nord e quello del Sud. Da allora il paese, tra i più poveri al mondo, è stato segnato da numerosi conflitti interni. Nel 1994, forze secessioniste nel Sud hanno tentato (fallendo) la via dell’indipendenza e negli anni Duemila gli huthi si sono confrontati in più occasioni con l’esercito yemenita. Le proteste iniziate nel 2011 e ispirate dalle cosiddette “primavere arabe” in Egitto e Tunisia hanno costretto il presidente Ali Abdullah Saleh a dimettersi l’anno successivo. Questi aveva ricoperto tale carica per circa trent’anni, prima alla guida dello Yemen del Nord (1978-1990) poi di quello unificato (1990-2012).
La crisi cominciata nel 2011 ha consentito ad al Qaida nella penisola arabica (Al qaida in the arabian peninsula, Aqap) di consolidare qui il suo ruolo, creando delle roccaforti nel Sud del paese. Nel 2012 Hadi è diventato presidente ma ciò non è bastato a contrastare efficacemente il terrorismo e l’ascesa degli huthi. Come accennato prima, a gennaio 2015 i ribelli sciiti hanno obbligato il governo a dimettersi. Nel 2014, il presidente Hadi aveva proposto una riforma che avrebbe trasformato lo Yemen in una federazione di sei regioni. Una soluzione che gli huthi consideravano dannosa. La creazione della macroregione di Azal, densamente popolata, scarsa di risorse energetiche, priva di sbocchi sul mare, avrebbe incluso la maggioranza degli storici territori settentrionali dello sciismo zaidita. Hadi, che ha dichiarato le sue dimissioni non valide, è poi fuggito nella città portuale di Aden, nel Sud, insieme a truppe e forze di polizia a lui fedeli.
Per la sua posizione geostrategica, il futuro dello Yemen interessa agli Stati Uniti e ai principali attori regionali, Arabia Saudita e Iran.
L’impegno di Washington dipende sia dalla vicinanza del paese all’Arabia Saudita, presunto alleato e uno dei suoi principali fornitori di petrolio, sia da ragioni di sicurezza. Aqap, infatti, sarebbe ispiratrice di molti attentati contro l’Occidente. Tra cui quello al cacciatorpediniere Uss Cole, ormeggiato al porto di Aden, nel 2000, quello – fallito – il 25 dicembre 2009 sul volo Amsterdam-Detroit e quello sferrato a Parigi presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Ragion per cui, dal 2002 Washington si serve dei droni per condurre uccisioni mirate. Lo scorso mese, gli Stati Uniti hanno chiuso la loro ambasciata a Sana’a ed evacuato il personale restante a causa del deterioramento della situazione. Washington ha fornito allo Yemen armi per oltre 500 milioni di dollari e ora teme che queste possano finire nelle mani dei ribelli oppure di al Qaida.
L’Arabia Saudita sostiene Hadi e accusa l’Iran, suo principale avversario regionale, di appoggiare militarmente ed economicamente gli huthi (con cui Teheran condivide la matrice sciita) per danneggiare indirettamente Riyad. Il presidente yemenita a sua volta accusa il suo predecessore Saleh e le truppe che sono ancora a lui fedeli di sostenere i ribelli huthi, con l’obiettivo di tornare alla guida del paese.
Lo Stato Islamico è la new entry nel quadro yemenita, anche se non è chiaro quanto sia forte il legame tra i miliziani affiliati nel paese e il nucleo dell’organizzazione in Iraq e Siria. Spesso, i jihadisti locali cercano di consolidare il proprio ruolo sul territorio e incutere timore nel nemico reclamando l’appartenenza a un gruppo terroristico più grande. Un fatto che tuttavia non ne riduce la pericolosità.
Il vuoto di potere nel paese, la consolidata presenza jihaidsta e gli interessi dei grandi attori regionali (Arabia Saudita, Iran, Qatar) rendono lo scenario yemenita molto simile a quelli siriano, iracheno e libico. Gli huthi, con il supporto delle truppe fedeli a Saleh, sembrano ora avere la meglio. Tuttavia, la loro avanzata verso Sud potrebbe essere ostacolata non solo dai soldati di Hadi, ma anche dall’opposizione delle tribù sunnite e dai miliziani di Aqap ed eventualmente dell’Is. Le organizzazioni terroristiche potrebbero far leva sull’avanzata degli sciiti huthi per intensificare l’opera di reclutamento nella comunità sunnita. Tutto ciò potrebbe far aumentare il rischio di un conflitto tra confessioni. Resta poi da vedere quali saranno le mosse di Iran e Arabia Saudita. Lo Yemen è un paese molto povero, in cui l’acqua scarseggia e gli aiuti umanitari sono da sempre indispensabili. Questo potrebbe essere un fattore chiave. Non è da escludere che qualora gli huthi consolidassero il loro potere nel paese, dialoghino anche con Riyad per avere assistenza finanziaria. Del resto, l’Arabia Saudita confina direttamente con lo Yemen e potenzialmente ha più soldi da offrire rispetto all’Iran, che dista circa 2 mila chilometri e in questo momento è sotto il giogo delle sanzioni economiche occidentali per la questione del nucleare ( i negoziati con gli Usa non si sono ancora conclusi). Nel frattempo, Riyad ha schierato delle truppe al confine con lo Yemen. Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha espresso il proprio sostegno al presidente Hadi e affermato “il suo forte impegno a favore dell’unità, della sovranità, indipendenza e dell’integrità territoriale” del paese. Poi ha sottolineato la necessità di una soluzione politica per riportare qui la pace, in collaborazione con il Consiglio per la cooperazione nel Golfo. Il problema è che al momento né la il governo di Hadi (che ha chiesto un intervento militare dei paesi arabi e dell’Onu) né gli huthi sembrano intenzionati a dialogare. L’impasse potrebbe far scoppiare la guerra civile, creando i presupposti per un altro Stato fallito e facendo gli interessi delle organizzazioni terroristiche presenti sul territorio.”

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Sullo Stato Islamico

Faccio seguito alle lezioni sostenute in classe sullo Stato Islamico e sul contesto geopolitico con alcuni articoli che riportano punti di vista variegati sulla situazione. Li ho trasformati in pdf per non perderli, ma indico di volta in volta anche il link corrispondente.

Il primo è tratto da Limes: Così noi Europei inventammo il Medio Oriente

Il secondo da Oasis: Dove nasce la violenza del risveglio islamista

Il terzo da Geopolitica: Isis_ Cui prodest_

Il quarto dal Corriere della Sera: La debolezza delle regole

Il quinto sempre da Oasis: Lo stato slamico spiegato a mio figlio

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Pena di morte in calo

Qualche dato aggiornato sulla pena di morte: situazione dell’anno 2012 e primi sei mesi del 2013. La fonte è Nessuno tocchi Caino a cui rimando per ulteriori approfondimenti che qui ho tralasciato.

mondolegenda
“I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 158. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 100; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 5; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 46. I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 40 (al 30 giugno 2013) rispetto ai 43 del 2011. I Paesi mantenitori sono progressivamente diminuiti nel corso degli ultimi anni: erano 42 nel 2010, 45 nel 2009, 48 nel 2008, 49 nel 2007, 51 nel 2006 e 54 nel 2005.
Nel 2012, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 22, rispetto ai 20 del 2011, ai 22 del 2010, ai 19 del 2009 e ai 26 del 2008.
Nel 2012, le esecuzioni sono state almeno 3.967, a fronte delle almeno 5.004 del 2011, delle almeno 5.946 del 2010, delle almeno 5.741 del 2009 e delle almeno 5.735 del 2008. Il calo delle esecuzioni rispetto agli anni precedenti si giustifica con la significativa riduzione stimata in Cina dove sono passate dalle circa 4.000 del 2011 alle circa 3.000 del 2012.
Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state circa 3.000 esecuzioni (circa 1.000 in meno rispetto al 2011), il dato complessivo del 2012 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 3.879 (il 97,8%), in calo rispetto al 2011 quando erano state almeno 4.935.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni (43) nel 2012.
In Africa, nel 2012, la pena di morte è stata eseguita in 5 Paesi (erano stati 4 nel 2011) e sono state registrate almeno 42 esecuzioni: Sudan (almeno 19), Gambia (9), Somalia (almeno 8), Sudan del Sud (almeno 5), Botswana (almeno 1). Nel 2011 le esecuzioni effettuate in tutto il continente erano state almeno 24.
In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2012 tre uomini sono stati giustiziati per omicidio.
Dei 40 mantenitori della pena di morte, 33 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 17 di questi Paesi, nel 2012, sono state compiute almeno 3.909 esecuzioni, il 98,5% del totale mondiale.
Un Paese solo, la Cina, ne ha effettuate circa 3.000, circa il 76% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 580; l’Iraq almeno 129; l’Arabia Saudita almeno 84; lo Yemen almeno 28; la Corea del Nord almeno 20; il Sudan almeno 19; l’Afghanistan 14; il Gambia 9; la Somalia almeno 8; la Palestina (Striscia di Gaza) 6; il Sudan del Sud almeno 5; la Bielorussia almeno 3; la Siria almeno 1; il Bangladesh 1; gli Emirati Arabi Uniti 1 e il Pakistan 1. Molti di questi Paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.”

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Fessure di dialogo

Stamattina si è tenuta, in piazza San Pietro l’udienza generale del papa. Subito dopo Bergoglio ha incontrato l’ambasciatore saudita in Italia Salh Mohammad Al Ghamdi, che ha consegnato al papa un messaggio del re Abdullah. Il giornalista Giacomo Galeazzi su Vatican Insider fa il punto della situazione sull’Arabia Saudita per quanto riguarda le libertà religiose e i diritti delle donne.

“Il Regno wahhabita continua ad essere indicato da tutti gli osservatori internazionali abdullah.jpgcome un «Paese di particolare preoccupazione» per la persistenza di violazioni gravi della libertà religiosa, nei fatti e nelle disposizioni legislative. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le dichiarazioni in cui responsabili sauditi hanno affermato la possibilità per i lavoratori non musulmani di celebrare il proprio culto in privato. Tuttavia, la nozione di “privato” rimane vaga. Il governo ha affermato che, finché le riunioni dei non musulmani avessero riguardato piccoli gruppi riuniti in case private, nessun organo della sicurezza sarebbe intervenuto. Questa posizione, sebbene ufficiale, viene comunque violata, dato che continuano a verificarsi casi in cui la polizia religiosa fa irruzione in abitazioni private in cui si svolgono simili riunioni di preghiera. Altro motivo di preoccupazione per i cristiani (come per tutti i non musulmani residenti nel Regno) è l’eccessivo lasso di tempo (settimane) necessario per l’espatrio delle salme di lavoratori stranieri deceduti. L’Arabia Saudita non autorizza la sepoltura nei propri territori di non musulmani e su tale questione ha richiamato l’attenzione una delegazione americana in visita nel Paese. Il rapporto Acs documenta diversi casi di arresto di fedeli cristiani; in alcuni casi, la notizia non sarebbe stata diffusa, per garantire il buon esito delle trattative per il loro rilascio che venivano stabilite tra governo saudita e il Paese di provenienza degli arrestati. Nel gennaio 2012, re Abdullah ha sollevato dall’incarico il capo della polizia religiosa Abdul-Aziz Humayen, sostituendolo con Abdul-Latif bin Abdul-Aziz Al Sheikh, appartenente alla famiglia degli Al Sheikh che guida l’establishment wahhabita. Non sono state fornite indicazioni sulle ragioni del cambio, anche se è utile segnalare che, nel 2009, il predecessore di Al Sheikh era stato scelto per riformare la polizia religiosa. Aveva assunto consulenti, incontrato gruppi per i diritti umani ed esperti d’immagine per migliorare la reputazione della polizia dopo episodi che avevano indignato l’opinione pubblica saudita. Gli agenti della polizia religiosa vegliano sull’applicazione delle leggi che regolano la sfera civile, religiosa e sessuale nel Paese. Tra i loro compiti c’è quello di verificare che i negozi siano chiusi durante la preghiera, fermare le coppie non sposate e le donne non coperte dalla testa ai piedi assicurandosi anche che esse non guidino automobili. Vita dura anche per gli sciiti e gli ismaeliti, così come per i blogger portatori di idee pseudo-rivoluzionarie.

Passo positivo l’istituzione per iniziativa del sovrano, in collaborazione con Austria e Spagna, di un Centro internazionale per il dialogo inter-religioso e inter-culturale. In Arabia Saudita per i cristiani non è possibile alcun culto pubblico. La situazione è particolarmente pesante soprattutto per l’altra metà del cielo. Muri divisori nei negozi per separare donne e uomini: è l’ultima forma di segregazione imposta nel regno saudita per “proteggere” commesse e clienti dagli sguardi maschili. La misura verrà applicata nei negozi in cui sono impiegati commessi di sesso diverso. Le barriere dovranno essere alte almeno 1,60 metri. Le donne possono lavorare solo in luoghi di sole donne oppure nella vendita di biancheria intima e cosmetici. Questi ultimi due settori di lavoro sono stati approvati nel giugno 2011, quando il governo impose che i commessi (in gran parte uomini di origine asiatica) fossero sostituiti con donne saudite. Un provvedimento che aprì 44mila nuove posizioni di lavoro per donne saudite (il tasso di inoccupazione femminile è del 36%, solo il 7% della popolazione occupata nel privato è composta da donne). Fu una decisione sollecitata dalle stesse saudite che si dicevano a disagio nell’acquistare biancheria intima e cosmetici dagli uomini. Ma l’arrivo di tante donne nei luoghi di lavoro misti – ad esempio i centri commerciali – aveva sollevato problemi diversi, non ultimi molti casi di molestie. La misura adottata per eliminare il problema è, come spesso è capitato nel Paese, drastica e orientata alla segregazione: i muri. Il cammino di emancipazione delle donne saudite è ancora allo stato embrionale. All’inizio dell’anno alle donne è stato permesso di partecipare al Consiglio consultiva della Shura, e 30 donne ne sono entrate a far parte – anche se per partecipare devono usare ingressi separati. Note ormai le campagne per il diritto di guida (soprattutto grazie alla popolare campagna di disobbedienza civile di Manal al Sharif divenuta popolare sui social network come #womentodrive), mentre il Regno del Golfo è uno dei pochi paesi al mondo che nega il suffragio universale. Le donne devono avere il permesso degli uomini per lavorare, viaggiare o aprire un conto corrente bancario.”