“Ho portato questa collana che rappresenta la bandiera dell’Albania, l’aquila a due teste perché sono nata in Italia ma ho origini albanesi e mi sento più albanese che italiana. Come la maggior parte delle persone che hanno origini diverse da quelle italiane, c’è sempre stato qualcuno che scherzava o prendeva in giro per queste origini, ma non mi sono mai vergognata per questo motivo, anzi. Quando vado in Albania, quasi ogni estate, mi sento proprio bene, spensierata e allegra, anche perché là ci sono tutti i nonni e due delle mie zie: là ci ritroviamo con la maggior parte dei miei cugini e ogni anno impariamo a conoscerci meglio, ad apprezzare i cibi, le abitudini, le tradizioni. Anche la lingua, sin da piccola, sono sempre stata io a volerla imparare: sentivo i miei genitori parlarla ed ero molto curiosa di capire e conoscere. Questo è come il mio portafortuna”.
Sento le parole di G. (classe seconda) e provo a interiorizzarle. Quello che sento è qualcosa che mi lega ad una terra, all’infanzia, alle esperienze vissute, alle lingue parlate, alle tradizioni che hanno segnato la mia vita e che mi fanno pensare al Friuli e all’Italia. Prima al Friuli, poi all’Italia. Prima o poi troverò il tempo di analizzare tutto questo.
“La mia gemma sono due cose strettamente legate tra loro. La prima è un foglietto con due cuoricini che sono stati fatti dai miei nonni e che tengo sempre con me: credo che quando sarò maggiorenne farò un tatuaggio così. La seconda è un brano di musica classica di Chopin, il preferito dei miei nonni. La prima volta che l’ho sentito è piaciuto subito anche a me, pur essendoci tanti bei brani di classica. Ogni volta mi trasmette molta leggerezza e mio padre, che sa suonare bene, me lo suona sempre e mi piacerebbe diventare brava e impararlo.”
Il legame con le radici (i nonni), la relazione col presente (il papà che suona al piano lo studio Op. 10 No. 3 di Chopin), la proiezione sul futuro (il tatuaggio, la voglia di imparare il brano). C’è tutta una vita in questa gemma di G. (classe prima). E pensare che proprio Chopin ha detto “Bach è un astronomo che ha scoperto le stelle più belle. Beethoven si misura con l’universo. Io cerco solo di esprimere il cuore e l’anima dell’uomo.”
“Ho portato delle foto con mio fratello di quando eravamo piccoli ed eravamo molto legati. Col passare del tempo ci siamo allontanati e, anche se il rapporto è cambiato, lui per me è molto importante, soprattutto nei momenti di difficoltà in cui mi mostra la sua vicinanza”.
Le parole con cui S. (classe prima) ha concluso la sua gemma sono quelle che descrivono una relazione importante: esserci nei momenti di difficoltà è ciò che differenzia un rapporto superficiale da uno profondo.
“Ho portato questo sasso: mia cugina ci ha dipinto una coccinella e me l’ha regalato come portafortuna. E’ importante perché mi ricorda lei e ci vediamo una o due volte all’anno: mi fa pensare a tutti i momenti passati assieme come la scorsa estate”.
Ci sono oggetti, nelle nostre case e nei nostri cassetti, dei quali possiamo parlare e raccontare tanto, come quello che ha portato L. (classe prima). Mi chiedo, talvolta, cosa racconterebbero loro di noi.
“Ho deciso di portare il ricordo dei miei nonni: loro sono morti un paio di anni fa a distanza di un anno l’uno dall’altra. Ho sempre cercato di negare la loro morte, anzi più che negare cercavo di non pensarci in modo da non rendere vera la loro assenza. Però a fine gennaio c’è stato il compleanno di mia nonna e due settimane fa quello del nonno e ho pensato a loro. Ho capito che quando penso a loro non voglio pensare al fatto che non ci sono più: la gemma vuol significare che il loro ricordo è una cosa preziosa che voglio conservare, e che è rimasto sempre presente con me. Penso a loro non come a due persone che non ci sono più nella mia vita ma che ci resteranno sempre; pensare a loro voglio che mi porti felicità e non tristezza. E’ una cosa che ho realizzato da poco il fatto che il loro ricordo sia una cosa preziosa che ho sempre avuto dentro di me”.
La gemma di M. (classe quarta) mi ha fatto pensare ad un testo di Khalil Gibran dal libro Il profeta: “Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore. Ed egli rispose: La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera. E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle vostre lacrime. E come potrebbe essere diversamente? Quanto più penetra e scava il dolore dentro di voi, tanta più gioia potrete contenere. La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa coppa che fu bruciata nel forno del vasaio? E non è il liuto che accarezza il vostro animo il legno stesso scavato dai vostri coltelli? Quando siete gioiosi, guardate a fondo nel vostro cuore e vedrete che solo quello che vi ha dato dolore vi dà ora gioia. Quando siete dolenti, guardate ancora nel vostro cuore, e vedrete che state in realtà piangendo per quello che vi ha dato diletto. Alcuni di voi dicono: “La gioia è più grande del dolore”, e altri dicono: “No, il dolore è più grande”. Ma io vi dico che essi sono inseparabili. Essi giungono insieme, e quando l’uno siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro dorme sul vostro letto. In verità siete come bilance oscillanti tra il dolore e la gioia. Soltanto quando siete svuotati, siete fermi e bilanciati. Quando il tesoriere vi solleva per pesare l’oro e l’argento, necessariamente gioia o dolore dovranno alzarsi o ricadere”.
“Ho portato una lettera che ho scritto a Lorenzo Parelli, morto il 21 gennaio a causa di un incidente sul lavoro mentre faceva stage. Con lui ho fatto le elementari e le medie. Il giorno del funerale, a sera, quando sono tornata a casa ho scritto questa lettera. Ciao Lore, ci manchi già sai? Oggi, 02/02/2022 ti abbiamo detto “arrivederci”. Appena sono arrivata e ho visto tutta quella folla di amici, parenti, conoscenti, il mio istinto è stato quello di cercarti; non so perché, ma ti ho cercato tra le persone e quando non ti ho trovato ho sentito un senso di vuoto che non so nemmeno spiegarti. È difficile da capire, ma fino ad oggi non avevo ancora realizzato che te ne saresti andato per sempre. Ad accompagnarti in chiesa c’era il rombo delle moto dei tuoi amici e sono sicura che a guidarli c’eri tu, tanta la passione che avevi; una cosa te la devo dire: hai degli amici con la A maiuscola e mi rende felice sapere che eri circondato da persone buone e genuine come te. Hai lasciato vuoto un po’ il cuore di tutti, tante persone che nemmeno conoscevi erano lì a salutarti per l’ultima volta, molti ragazzi hanno preso la tua storia come esempio protestando per la tua morte, per evitare che lassù vengano a farti compagnia altri giovani. Anche se io e te ci eravamo un po’ persi negli ultimi anni, ogni volta che ci incontravamo non mancavano mai le chiacchierate e le risate, sentirti tornare a casa con la moto ed esclamare “aje pariell!!” sorridendo. Ecco sono queste le cose che mi mancheranno, le particolarità che ti caratterizzavano, le tue abitudini che erano un po’ le abitudini di tutti, le domeniche a sgasare con la moto insieme ai tuoi amici in quel di gonny. Hai unito tutti quanti oggi pomeriggio, stringendoci in un abbraccio ed un pianto di dolore puro, ma non serviva che ci facessi questo scherzo perché succedesse eh!! Ho abbracciato la tua mamma quando ti abbiamo salutato in cimitero, mi ha riconosciuta e mi ha stretta a sé; l’ho stretta con tutta la forza che avevo, ma la debolezza dettata dal dolore ha prevalso. I suoi occhi erano spenti, bui, persi perché quella luce te la sei portata lassù proprio tu. Nonostante volessimo consolarla, era lei a fare forza a noi, assicurandoci che tu ci avresti osservato da lassù e dicendoci che eri felice, di questo ne era sicura e proprio mentre lo diceva le si sono illuminati gli occhi per un istante, istante che non dimenticherò mai. Tanti giornalisti hanno scritto molto su di te in questa settimana, ma nessuno di loro ti conosceva davvero; il tuo obiettivo era essere felice, finire scuola, cominciare a lavorare, divertirti e realizzare i tuoi sogni più grandi e questo non te lo potrà ridare indietro nessuno. Come ha detto la tua famiglia durante l’omelia: “Lore, tu che ci guidavi verso sentieri sperduti, guidaci ora nel buio che ci hai lasciato affinché non ci perdiamo nel dolore della tua perdita”, anch’io ti chiedo di proteggerci da lassù e stampare un sorriso su di noi ogni volta che ti ricorderemo, proprio come stai facendo adesso mentre ti scrivo questa lettera. Ti voglio bene, G. La foto riporta due emoji perché la famiglia ha consegnato a noi ragazzi un foglietto dove c’era scritto che Lorenzo si manifesterà secondo loro attraverso un fiore o una foglia.”
Queste le parole di G. (classe quinta). Penso che non ci sia un dolore più grande di quello di sopravvivere ad un figlio, in particolare quando ciò avviene in giovane età. Credo che sia fuori dalla comprensione umana, fuori dalle logiche, dai pensieri, dalle aspettative. E’ una vita che si spezza e che spezza con sé altre vite, perché nulla può essere più come prima. E’ un punto di rottura e penso che ci voglia molto tempo prima di raggiungere, se mai sia possibile farlo, un nuovo punto di equilibrio. Nuovo, perché quello di prima non si può ricreare.
“Ho deciso di portare questa canzone perché quando ero piccola mia mamma lavorava e rimanevo coi miei famigliari o andavo all’asilo. Le maestre me la facevano sentire ogni volta che piangevo, mi faceva stare bene, essere felice e smettevo di piangere.”
Mi aspettavo Whisky il ragnetto o Il coccodrillo come fa, non Baby one more time di Britney Spears! A parte la sorpresa iniziale della gemma di S. (classe terza), penso sia un bell’esercizio quello di concentrarci su quali siano le cose/persone in grado di calmarci quando perdiamo la pazienza o di tirarci su il morale quando siamo tristi. Tra l’altro io sono una di quelle persone che quando sono giù hanno bisogno di stare un po’ lì, sul fondo, prima di tornare su: se qualcuno cerca di sollevarmi prima che io sia pronto, mi infastidisco pure!
“Ho portato delle pagine di giornali degli anni in cui mio papà giocava a calcio. La mia prima idea di gemma era un’altra però non la trovavo più; poi un giorno mi sono messa a sfolgiare con il nonno delle foto che aveva in casa e mi ha suggerito di portare questa come gemma. Mio papà è una figura molto importante nella mia vita ed è stato lui a trasmettermi la passione per il calcio. Lui ha giocato in tante squadre, anche nella primavera dell’Udinese che ora è la mia squadra del cuore”.
Sono stato appassionato di calcio. Ora guardo qualche partita ogni tanto, ma ci sono stati gli anni degli abbonamenti in curva Nord, delle partite passate tutte in piedi a saltare, cantare, gridare (fine anni ‘90 – inizio anni ‘00). Non è stata una passione trasmessami da qualcuno come invece è successo a C. (classe seconda). Forse è per questo che nel tempo si è affievolita, mancava di radici.
“In questi lavori tendo a essere molto personale; la prima cosa a cui ho pensato è stato l’anello che ho al dito, quello che era di mia mamma. Poi a novembre è venuto a mancare mio fratello e quindi è iniziata l’indecisione. Cosa porto? L’anello di mia mamma o il fiocco di mio fratello? Poi a febbraio c’è stato Sanremo e Irama, il mio artista preferito, ha portato Ovunque sarai e l’ha dedicata alla nonna e alle persone che non ci sono più. L’ho sentita molto, davvero tanto, perché rispecchia tante cose a cui penso ogni giorno.
Ho perso la mamma da piccola, mentre mio fratello se n’è andato da piccolo. Questo mi fa capire davvero nel profondo quanto sia importante ogni momento passato con le persone che si amano. Amare quel che si fa, cogliere l’attimo al massimo: se c’è qualcuno a cui volete una marea di bene, diteglielo perché non si sa mai purtroppo nella vita quando potrebbe essere l’ultima volta. Apprezzate ogni istante della vostra vita”.
Quando, anni fa, ho iniziato a fare queste gemme mi ero immaginato uno spazio per dar voce alle cose belle, ai sorrisi, alle emozioni positive. Infatti invito ragazze e ragazzi a portare una cosa per loro significativa, preziosa, luminosa come una gemma appunto. Ed è andata proprio così, solo che stupisce come tante di quelle cose significative, preziose, luminose siano frutto di esperienze dolorose, siano generate dall’elaborazione di una sofferenza. E’ la direzione delle parole di Irama. All’inizio una serie di elementi naturali nei quali si riserva la possibilità di trovare tracce di presenza della nonna (vento, acqua, luce, luna); poi le azioni (in ogni gesto io ti cercherò) e un silenzio non muto (nel silenzio io ti ascolterò); infine la certezza di un rapporto che non finisce (Se sarò in terra mi alzerai, se farà freddo brucerai e lo so che mi puoi sentire). G. (classe terza) prende queste parole, tutti questi verbi declinati al futuro e le sue dolorose esperienze e li fa diventare insegnamento, accorato suggerimento, caldo consiglio a sfruttare al 100% il tempo che ci è dato di vivere e a dirsi i sentimenti belli che ci portiamo nel cuore. Non perdo l’opportunità che G. mi offre in questo contesto: vi voglio un mondo di bene ragazze e ragazzi.
“Ho deciso di portare una collana e un bracciale che mi hanno regalato le mie nonne al Battesimo. Ci tengo molto anche perché loro ci sono sempre state, mi hanno anche cresciuta, sono state punto di riferimento con cui confidarsi. In particolare la nonna che vive vicino a casa la vedo ogni giorno e si confida con me, così come faccio io con lei. Sono come delle seconde mamme su cui contare sempre.”
Voglio commentare la gemma di C. (classe terza) con una brevissima scena di Coco, soprattutto per il modo in cui la nonna entra in scena. Mi fa morire ogni volta.
“Ho deciso di portare delle foto di mia nonna materna: penso sia la persona a cui sono più legata di tutta la mia famiglia. Da piccola ero sempre con lei e con il nonno. Ci prendevamo spesso i pomeriggi per vedere queste foto e lei raccontava di quando era giovane; ora quando sono triste o la vedo giù ritiro fuori l’album con le foto e stiamo bene e facciamo una cosa insieme”.
Guardo con calma le cinque foto portate in classe da I. (classe prima), volti di persone a me sconosciute e mi sovviene il ricordo di una frase di Einstein. So che potrebbe starci bene ma non ricordo affatto il contenuto per intero. Una ricerca su qualche sito ed eccola: “Una fotografia non invecchia mai. Voi ed io cambiamo, tutte le persone cambiano nel corso dei mesi e degli anni, ma una fotografia resta sempre la stessa. Com’è bello guardare una foto di mamma e papà scattata molti anni fa. Li vedi così come te li ricordi. Ma mentre la gente continua a vivere, cambia completamente. Questo è il motivo per cui penso che una fotografia possa essere gentile”.
“Ho portato una statuetta regalatami da mio padre per il compleanno: anche se non poteva essere presente perché era in missione, ha voluto comunque farmi sentire la sua vicinanza e quindi ci tengo molto”.
Abbino alla gemma di L. (classe prima) un pezzettino del Sonetto 47 di William Shakespeare. Certo, lui non si rivolgeva al padre in missione, ma quelle parole penso che qui ci possano stare bene: Con la tua immagine e con il tuo amore, tu, benché assente, mi sei ogni ora presente. Perché non puoi allontanarti oltre il confine dei miei pensieri; ed io sono ogni ora con essi, ed essi con te.
“Inizialmente, a settembre-ottobre, avevo intenzione di portare una cosa, un altro oggetto, ma poi a novembre è successo qualcosa cha ha cambiato in peggio la mia vita e quindi ho deciso di portare questo, un semplice anello che può sembrare insignificante e che porto sempre con me qui alla mano sinistra. L’anello mi ricorda la persona che me l’ha dato: mia nonna, per me una seconda mamma. L’anello mi sta dando la forza di andare avanti e la convinzione che, nonostante tutti i problemi, scuola compresa, un giorno tornerà a valer la pena vivere e sentirsi viva”.
La voce di A. (classe terza) è flebile, le parole sono macigni. Essere attraversati da un’esperienza di dolore lancinante segna un’esistenza e c’è bisogno di arrivare al fondo di quel dolore per trovare i segni che ti riportino in superficie dopo la lunga apnea. Il grande dolore ti lascia senza fiato ma poi quei segni ti fanno prima risalire e prendere le prime boccate d’aria e saranno boccate disordinate, esagerate, fameliche di ossigeno. Poi ritroverai il tuo respiro normale, ma prima di riprendere la navigazione avrai bisogno di un po’ di tempo per restare a galla a riposarti dopo quello che hai vissuto e cercare di raccordare il ritmo del cuore e del respiro con quello delle onde. Dopo, soltanto dopo, tornerà il momento di rimettere vento nelle vele e risentirti vivo. Hai ragione A., quel giorno tornerà.
“Ho deciso di portare il primo vestitino che ho indossato quando sono nata: mi dicono che mi stesse persino grande. Pensare che ora ho 15 anni mi fa provare un po’ di nostalgia e ogni tanto vorrei tornare piccola ed essere coccolata com’era a quel tempo; ancora sono coccolata, però ugualmente vorrei tornare a quand’ero piccolina”.
Penso che abbia ragione A. (classe prima): non è la stessa cosa. Quando coccolo Mariasole le vedo fare una cosa di cui penso siano capaci solo i bambini così piccoli: si abbandona, si affida, è totalmente persa in quella coccola, senza altri pensieri. Se la gode, se la prende tutta quella coccola. Penso che crescendo perdiamo questa capacità, ci viene meno l’abilità di cogliere il 100% di quello che viviamo. Molti li chiamano filtri: a volte sono utili, a volte no.
“Ho portato questo giocattolino. Mi è stato regalato a 5-6 anni: ero con il nonno ad una fiera piena di bancarelle dedicate alla I guerra mondiale di cui lui era appassionato e, visto che mi annoiavo, mi ha portato in una bancarella di giocattoli e io ho scelto questo. Ora da anni il nonno non c’è più, ma è stato importantissimo per me e quindi questo giocattolo lo conservo come se fosse d’oro e ci tengo tanto tanto”.
Penso sia un segno dei tempi il numero così elevato di gemme dedicate ai nonni. Quella di R. (classe prima) va aggiungersi a tutte le altre in cui si sottolinea il forte legame che si instaura tra nipoti e nonni: d’altra parte, per chi ha la fortuna di averli vicini e in salute, sono una parte fondamentale di una famiglia che vede entrambi i genitori impegnati al lavoro. Dice il papa: “I bambini e i nonni sono la speranza di un popolo. I bambini, i giovani perché lo porteranno avanti, porteranno avanti questo popolo; e i nonni perché hanno la saggezza della storia, sono la memoria di un popolo.”
“Ho scelto questa canzone perché io e la mia amica la cantiamo sempre. Poi l’ho fatta ascoltare anche a mio fratello e ora, quando i nostri genitori vanno a dormire, la sera, siamo io e lui in salotto a sentire questa canzone”.
Friends dei Chase Atlantic è la gemma di J. (classe prima). Che tuffo nel passato il racconto della sua condivisione col fratello: c’è stata una fase della mia vita in cui tornavo a casa piuttosto tardi, i miei già a letto da un pezzo e mia sorella addormentata sul divano. La svegliavo e ci mettevamo a parlare e a condividere tante cose, anche per una o due ore prima di andare a dormire a nostra volta. Una delle cose che più mi mancano di quel periodo.
“Ho portato Yoghi, il mio peluche da quando ero piccola, tutti i ricordi sono legati a lui. Si chiama così perché secondo i miei genitori assomiglia all’orso di Yoghi e Bubu, secondo me no. Ieri ho chiesto a mia madre da dove arrivasse perché non ricordavo e mi ha detto che mi è stato regalato da lei perché a un anno e mezzo sono andata a fare una prova per un gioco della Trudi e me l’hanno dato. E’ un bel ricordo della mia infanzia”.
Sì, neppure a me il peluche di V. (classe quarta) assomiglia a Yoghi. La poetessa australiana Pam Brown scrive: “L’orsacchiotto di peluche è l’ultimo dei giocattoli da cui ci si separa. E’ tutto ciò che rimane di questo nostro mondo infantile dove c’erano soluzioni a tutto. E’ un amico che non ci trova difetti, che non ci dà la colpa, che ci attende ancora sulla vecchia sedia.”
“Ho portato questo braccialetto che è anche un regalo. L’avevo preso per mia nonna, ad una gita scolastica a Padova perché a lei piaceva tanto il rosa confetto. Glielo avevo portato e lei lo metteva sempre su, anche nell’ultimo periodo in cui era tanto magra e pertanto le scappava. Quando è morta l’ho tenuto io e ogni sera lo tengo sotto il cuscino.”
Della gemma proposta da F. (classe prima) voglio soffermarmi sull’ultima parte, il posto dove conserva il braccialetto: sotto il cuscino. Immagino che ci appoggi sopra la testa e mi piace pensare che sia un po’ come appoggiarla sopra le gambe della nonna a prendersi una coccola, a lasciare che mani rugose intreccino giovani capelli a stringere nodi tra generazioni impossibili da sciogliere.
“La gemma che ho voluto portare quest’oggi è questa vecchia fotocamera che mi è stata regalata da una persona che adesso c’è ancora fisicamente ma purtroppo non mentalmente: mia nonna, che da qualche anno è affetta da una gravissima forma di Alzheimer. Ho usato questa fotocamera veramente tanto, ne ha passate di cotte e di crude: quando ha smesso di funzionare mi sono molto rattristato perché ho pensato a chi me l’aveva regalata. Adesso è stata sostituita da un’altra, però i ricordi che ho su questa e le foto che conservo ancora sono per me veramente importantissime”. Isabel Allende ha scritto delle parole che vedo ben adattarsi alla gemma di L. (classe seconda): “L’essenziale è spesso invisibile; è solo il cuore, e non l’occhio, a poterlo cogliere, ma la macchina fotografica a volte sfiora tracce di quella sostanza.”
“Ho portato una serie di foto che ho scattato durante le ultime vacanze di Natale quando sono andata a trovare i miei parenti in Puglia. E’ una cosa importantissima per me, ci vado 2-3 volte all’anno e sono momenti bellissimi a cui tengo tanto e che aspetto con ansia per tutto l’anno. Ho visitato Castel del Monte e Matera, una città che volevo visitare fin da piccola. Inoltre amo fotografare. Di qui la gemma.”
V. (classe quarta) ha portato una gemma che ha il profumo delle radici. Sì, lo so che sono i fiori ad avere profumo, mentre le radici sanno di terra. Ma senza quell’abbraccio sotterraneo in cui si stringono le radici, avremmo il profumo del fiore?