Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, opinioni

Dal basso

fiore

Abbassarsi, mettere il cuore vicino alla terra, per cogliere la bellezza…

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Saperi e sapori

mostra

SABATO 25 GIUGNO INAUGURAZIONE

DOMENICA 26 GIUGNO Festa tutto il giorno per le vie del Borgo: mostra aperta fino a tarda sera!

E poi dal 1° al 10 LUGLIO: venerdì 18.00-21.00; sabato e domenica 10.00-13.00 e 15.00-19.00 (sì sì, 19.00)

Un percorso in cui ho raccolto tre grandi passioni: la fotografia, il cibo, i libri.
Diciotto fotografie, diciotto libri.

Vi attendo a Clauiano!!!

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Gemme n° 498

Una canzone è stata la gemma di A. (classe seconda): “Ho scelto Photograph perché mi ricorda una persona importante e perché la ascoltavo sempre con le mie amiche in Inghilterra”.
La fotografia è quello che, in questa canzone, permette di abbattere le distanze, di far sentire presente chi è lontano, di rendere vicino chi non c’è. Spesso dietro ad una di esse si nascondono mondi e significati preclusi a chi non ne conosce la vera storia. Sono diari per immagini.

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Gemme n° 491

Ecco la gemma di A. (classe terza): “Questa canzone l’ho ascoltata da piccola; la prima volta mi ha destato tante emozioni. Personalmente ho sempre dato molto valore a oggetti e vecchie foto. Amo molto gli album con foto stampate, oppure girare vecchie foto e leggere il commento che c’è dietro. Per questo motivo mi piace immortalare i momenti di adesso: immagino quando, tra qualche anno, rivedrò le foto, mi commuoverò e mi emozionerò pensando ai momenti felici o alle persone speciali con cui li ho passati. Questa canzone sa prendermi e raccontare le emozioni che provo”.
C’è una frase di S. Littleword: “La fotografia è un istante catturato dai Poeti del Tempo. E’ scrivere gli attimi per regalarli al futuro”.

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Gemme n° 451

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La mia gemma è l’album di foto regalatomi per i 18 anni dalla mia migliore amica: ci conosciamo dall’asilo, e nell’album lei hai incollato tutte le foto scattate da quando ci siamo conosciute fino ad adesso. Ci siamo emozionate entrambe”. Questa la gemma di E. (classe quinta).
Fissare un ricordo, un’emozione, uno stato d’animo per riuscire a riviverne poi un sentore penso sia un inno alla vita.

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Gemme n° 437

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Ho portato una fotografia: sono con mia sorella e un’amica alla prima comunione di mio fratello. Passo molto tempo con mia sorella, condividiamo tante cose e ci confidiamo; lei è un po’ distaccata e anche se litighiamo sempre, le voglio molto bene. Con la mia amica condivido tutto da quando siamo piccole”. Questa la gemma di A. (classe seconda).
Mi piacciono le vecchie foto. Di per sé ogni foto è vecchia nel senso che l’attimo abbiamo immortalato appartiene immediatamente al passato. Ma le foto un po’ datate in cui sono presenti delle persone mi affascinano perché inverano una frase di Gibran: “Il ricordo è un modo di incontrarsi”.

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Gemme n° 385

Ho portato come gemma la sequenza di un film che consiglio perché ricco di scene e discorsi belli e commoventi: questa è una delle mie preferite”. Così si è espressa M. (classe quarta).
Riporto la frase del film tratto da “Novecento” di Alessandro Baricco: “Sapeva leggere Novecento, non i libri. Quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso, posti, rumori, odori. La loro terra, la loro storia, tutta scritta addosso. Lui leggeva e con cura infinita catalogava, sistemava, ordinava in quella immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l’aveva visto mai, ma erano quasi trent’anni che il mondo passava su quella nave. Ed erano quasi trent’anni che lui su quella nave lo spiava. E gli rubava l’anima.” Novecento lo fa attraverso un pianoforte; a me piace farlo da dietro l’obiettivo di una macchina fotografica. Immortalare una persona sconosciuta, immaginarne la storia, i pensieri, le emozioni; farli miei, darne un’interpretazione personale. Non è detto che corrisponda alla verità, non è quello che conta.

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Lassù

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Là in cima tutto è chiaro, nitido. Qui tutto è confuso, non a fuoco. Mi prometti che una volta là capirò tutto, che i dubbi spariranno e le cose da fare si mostreranno nella loro chiarezza? Perché vedi, quel corrimano non finisce… gira… E gira per finire? O gira perché poi c’è un’altra rampa? Non è che mano a mano che salgo il fuoco si sposta sempre più su, vero? La tettoia della pensilina ti copre solo quando sei in stazione, e solo se resti sul marciapiede… Lo vedi, lassù? Per mettermi sui binari, per essere pronto per il viaggio… devo essere disponibile a non avere protezione sulla testa e neppure corrimano a cui tenermi… Che dici, vado?

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Gemme n° 373

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Non so dire le bugie, e allora la verità è che mi ero scordata della gemma. L’idea iniziale era di portare la polaroid che mi è stata regalata dalla classe; non avendola porto allora la prima foto fatta con una mia amica. Mi viene da ridere a vederla per l’idea stupida di fare una foto al buio.” Questa la gemma di K. (classe quinta).
Per me la fotografia deve suggerire, non insistere o spiegare” diceva Brassaï.

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Gemme n° 291

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Ho voluto mostrare alcune delle mie foto scattate in due anni. Ho iniziato ad appassionarmi alla fotografia nel 2013 con una macchina compatta. Poi mi hanno prestato una reflex e dopo poco ne ho acquistata una; ho iniziato a far foto grazie alla passione per i cavalli ai concorsi. Poi ho comprato un obiettivo macro per foto più dettagliate. Quello che ritengo speciale nella fotografia è riuscire a fermare il momento in cui si scatta e che non succederà più così come si è verificato. Si possono anche vedere dettagli che altrimenti non si vedrebbero. Penso di aver imparato a osservare meglio la realtà e ad apprezzare gli attimi vivendoli”. Questa la gemma di V. (classe seconda).
Condivido la passione di V. e anche la sensazione della fotografia come una sorta di parentesi temporale, un fermare il tempo, una sospensione, un modo di fermarsi per vivere un tempo parallelo. Affascinante. Amo citare Henri Cartier-Bresson: “Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento”.

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Gemme n° 266

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Nell’ultimo anno ho potuto scoprire come la fotografia sia un modo per esprimersi e anche per conoscere come una persona vede le cose o magari le modifica: si vede il suo lato interno e come osserva i vari aspetti del mondo. Si capisce anche cosa la gente pensa vedendo le tue foto, e fa piacere che vengano apprezzate e condivise da qualcuno che le vedo allo stesso modo.”
Questa la gemma di N. (classe seconda). Mi piace fotografare e ammirare gli scatti delle altre persone: è come fare un viaggio dentro di loro. Mi diverto anche a mettermi al posto loro: avrei fatto lo stesso scatto? Cosa mi stanno dicendo con quello scatto? Il grandissimo Ansel Adams diceva: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato.”

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Gemme n° 155

Ho trovato questo video per caso… stavo cercando altro… ma mi ha molto colpita: accettarsi alla nostra età è difficile, siamo continuamente giudicati da altri, da riviste. Se potessimo modificarci saremmo forse tutti uguali. E’ importante accettarsi per quello che si è, tanto si viene comunque giudicati e comunque chi giudica non è perfetto. Perché farmi giudicare da chi avrà sempre qualcosa da dire su di me?”. Così E. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Una delle ultime canzoni di Marco Mengoni gira molto in radio in questi giorni. Non mi piace molto perché la trovo eccessivamente ripetitiva, ma il testo lo trovo molto calzante:
Oggi la gente ti giudica, per quale immagine hai.
Vede soltanto le maschere, non sa nemmeno chi sei.
Devi mostrarti invincibile, collezionare trofei.
Ma quando piangi in silenzio, scopri davvero chi sei.
[…] Ma che splendore che sei, nella tua fragilità”.
Inoltre, aggiungo anche un’altra cosa: amo fotografare. Una delle cose che mi piace immortalare è il primo piano delle persone, anzi il primissimo piano, se non addirittura un particolare del volto. Quando lo faccio mi accorgo di quanto bello sia. Più mi avvicino, più aumenta la bellezza. Potessi entrare nel cuore, ne sarei travolto.

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Nel bianco

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Ci sono volte in cui monto sulla macchina fotografica il teleobiettivo e perlustro l’ambiente intorno a me come se guardassi dal mirino di un fucile. In questo modo mi capita di cogliere particolari che non avrei potuto vedere a occhio nudo; ma succede anche di rischiare di perdersi cose come queste. E’ stata Sara a battermi con la mano sulla spalla a indicarmi i due gabbiani sulle croci. Sono su un piccolo lembo di terra che emerge tra Grado e Barbana. I due gabbiani assomigliano a due sentinelle che scrutano l’orizzonte. Sotto di loro le due croci, di altezze diverse (o piantate più o meno in profondità) ma gemelle con un crocifisso identico. Più sotto ancora la pietra commemorativa che parla di un tempo passato. Immagino che non sia difficile riuscire a

Doviersapere chi siano le due persone chiedendo a qualche amico di Grado; ho provato a fare una veloce ricerca su internet e ho trovato una notizia del 14 gennaio 1910 riportata su “Il Paese. Il giornale della democrazia”: “D’oltre confine. Tragedia accidentale tra fratelli. Grado — Un ragazzo tredicenne Giusto Dovier, maneggiando un fucile carico, lo puntò per ischerzo contro il fratello Felice d’anni 7. Disgraziatamente partì un proiettile che fulminò sull’attimo il piccolo Felice. Immaginarsi la costernazione dell’involontario fratricida”. Non so se si tratti della stessa persona.
Sotto le croci erbe selvatiche, rami secchi, e più sotto ancora pietre umide ad arginare un mare che può essere solo intuito. Oltre le croci, il bianco, che per me vuol sempre dire molte e variegate cose: la luce, la pienezza, il vuoto, il nulla, lo scrivibile, la purezza, la cecità, il bagliore, la speranza, la carta, l’ignoto.

 

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Zoom

schema_angolo_di_campoNon mi capita di frequente di leggere un libro di cui non solo so già la trama, ma di cui ho persino già visto la riduzione cinematografica (un film che mi è piaciuto!). Spero che l’effetto sia migliore di quello che generalmente si crea quando si vede un film tratto da un libro amato: la delusione. Il libro in questione è “Febbre a 90’” di Nick Hornby. Un attimo fa ho letto questa frase, da collocare nel 1969: “E comunque l’assenza di qualsiasi diretta televisiva di calcio significava che spesso non sapevamo chi era veramente bravo e chi no: la sintesi delle partite mostrava giocatori bravi che segnavano, piuttosto che giocatori scarsi che sbagliavano”. Mi rendo conto che, a volte, nella mia vita ho bisogno di fare la stessa cosa: guardare alcuni aspetti con un occhio meno analitico e selettivo per percepire uno sguardo d’insieme che mi faccia cogliere la bellezza, più i pregi che i difetti. E’ un po’ come quando mi arrabbio con le riprese televisive di certi avvenimenti sportivi: per godere della bellezza dello spettacolo bisogna porsi in una determinata e corretta prospettiva. Se durante una diretta l’operatore stringe l’inquadratura eccessivamente si perde lo sguardo d’insieme, l’armonia del gesto, il movimento del tutto. Certo, ci sarà poi anche il momento dell’analisi, ma preferisco che questo venga dopo aver buttato almeno un’occhiata all’insieme.

A questo punto mi verrebbe voglia di iniziare una riflessione fotografica su grandangolo e teleobiettivo, ma me la riservo per un’altra volta…

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Scatto la storia

Ancora un pezzo splendido dall’Osservatorio Balcani e Caucaso: chi ama la storia, la fotografia, o semplicemente le storie lo saprà apprezzare. E’ la storia di uno scatto di 20 anni fa esatti. A scrivere è Mario Boccia, l’autore della foto.

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“Seduti fuori un piccolo bar, in via Radojka Lakić (partigiana nata nel 1917 e fucilata nel 1941) io e Edoardo aspettiamo il caffè. Qui, in piena guerra, ho gustato il miglior Nescafè della mia vita, preparato con cura maniacale, con lo zucchero sbattuto a mano, per mascherarlo da espresso con la crema. Per noi giornalisti, costa tre marchi tedeschi. Troppi, ma ben spesi.

Una giornata di lavoro sta per finire. La tregua sulla città regge. Dalle loro postazioni sulle montagne, i militari serbi non stanno sparando. La guerra sembra lontana anche se, a pochi chilometri da qui, gli ex-alleati croati e musulmani si combattono aspramente. Mostar est è allo stremo, assediata da soldati che pregano a Medjugorje. La pulizia etnica è spietata e reciproca ovunque. Nemmeno i villaggi più sperduti sono risparmiati. Perfino Pocitelj, sulla strada che costeggia la Neretva verso il mare, è rasa al suolo. Era il villaggio degli artisti e dei pittori. Hanno piantato una croce bianca alta cinque metri davanti alla moschea bruciata. Per intimidire, non per pregare.

L’altro ieri il “Bošnjacki Sabor”, un parlamento autoproclamato, tutto musulmano, ha respinto l’ennesima proposta di cessate il fuoco della diplomazia internazionale, basata sulla partizione su base etnica del paese. Oggi il parlamento bosniaco ufficiale ha ratificato quella decisione.

L’arrivo del caffè coincide con un sibilo agghiacciante sopra di noi, seguito da un’esplosione che fa male. Prendo le macchine fotografiche e corro dov’è caduta la granata, in via Maresciallo Tito (partigiano, presidente Jugoslavo e fondatore del movimento dei non allineati, nel 1961). Un altro sibilo mi paralizza le gambe. Sento vibrare il muro sul quale mi sono appiattito. Il secondo colpo ha colpito l’altro lato dell’edificio. Mi affaccio dall’angolo: la strada è deserta. Metto il ventotto e misuro la luce, piatta e senza ombre. Mi avvicino, ma un muro scheggiato e un po’ di calcinacci non significano niente. La foto non c’è. Penso ai feriti che ho visto. Non ai morti, ma alle urla dei feriti leggeri, con le schegge in corpo e le ossa fratturate.

Un uomo grida di mettermi al riparo. Vicino la “Vječna vatra” (la fiamma eterna di Sarajevo che dal 6 aprile 1946, anniversario della liberazione, ricorda i caduti nella guerra contro i nazisti), sull’altro lato della strada, c’è un androne. Una decina di persone sono lì dentro, strette in silenzio. “Rimani qui”, dice. Occhi che mi guardano, espressioni tese di gente dignitosa. Questa è la foto. Stringo la macchina, l’obiettivo è giusto, ma esito. Un’altra esplosione. Scappo fuori, senza avere avuto la forza di scattare. Lo rimpiango. Non ho retto quegli sguardi. Mi sentivo un estraneo. Privilegiato e giudicato per aver scelto di essere lì (forse sono arrossito). Almeno ora sono sotto tiro, come gli altri. Guardo quello che succede attraverso una lente. La macchina è uno scudo che protegge e tiene a distanza.

Un altro sibilo, meno forte, l’esplosione tarda (un paio di secondi?), è più lontana. Vedo movimento verso il mercato. Mi avvicino, monto il duecento, seleziono un tempo veloce, controllo la luce. Una ragazza mi corre incontro. Inquadro, scatto e maledico di non avere impostato il motore sullo scatto continuo (per non sprecare pellicola). Troppo tardi, ormai mi è addosso e mi supera, ignorandomi. E’ finita.

Scatto ancora. Una coppia che corre, una donna dall’altro lato della strada, ma tutto sembra di meno. Ho in testa lo sguardo della ragazza che corre. Quella ragazza non correva per paura, ma per rabbia. Essere entrambi sotto tiro non ci mette sullo stesso piano. La sua rabbia la posso intuire, ma non condividere. Lei è a casa sua e stanno sparando sulla sua città, le sue abitudini, la sua vita. Io sono un ospite volontario (e retribuito). Parte della sua rabbia deve essere anche per me, che ho rubato l’intimità di quella corsa. Che ci faccio qui? “Dovere di cronaca”, certo, ma ripeterselo non è sufficiente. Lo stomaco si contrae di nuovo per un’esplosione più vicina, e i pensieri spariscono.

Passano alcuni minuti. Ora c’è silenzio. Penso che uno scatto buono forse l’ho fatto. Non ho mai smesso di camminare, di guardarmi intorno. Non ho visto feriti, per fortuna. Mi sono sempre sentito uno sciacallo, dopo quelle foto.

Cerco di ragionare. Pochi giorni fa il primo ministro serbo bosniaco Vladimir Lukić, a Pale, ci aveva rilasciato un’intervista rassicurante. Sembrava estraneo a quello che succedeva nel resto della Bosnia. Per lui la guerra era una storia residua di terre contese tra croati e musulmani, poi si sarebbe ufficializzata la divisione del paese. E adesso? Perché hanno ripreso a sparare su Sarajevo? Volevano contestare la decisione del “Bošnjacki Sabor”? Qualcuno scriverà che queste granate sono solo un monito. Si può morire per un “monito”? Che pensava la ragazza che correva? Perché non intervistare lei, piuttosto che i soliti tromboni? Non devo pensarci adesso, sono qui per scattare foto e raccontare fatti.

Torno verso il bar. I caffè sono ancora sul tavolo. Edoardo mi chiama urlando e insultandomi. Per sdrammatizzare, faccio un piccolo coup de théâtre: prima di entrare prendo i piattini con le tazzine piene. Voglio dire che va tutto bene con un gesto. Anche nel bar è pieno di gente, come nell’androne. Entro e le mani iniziano a tremare forte, non posso farci niente. Il caffè, ormai freddo, schizza fuori. Tutti ridono. Almeno è servito a questo.

Edo mi abbraccia (sento ancora quella stretta). Una ragazza con un occhio bendato mi offre una grappa. Si chiama Amra. Sorride. Poi saprò che il padre le è morto davanti pochi mesi fa, proteggendola con il corpo, quando una granata esplose mentre uscivano di casa, in via Mehmed Pascià Sokolović (Gran Visir ottomano che fece costruire il ponte sulla Drina a Višegrad, nel 1571. Suo fratello era Makarije Sokolović, Patriarca cristiano ortodosso di Peć).

Le targhe stradali, color rosso bruno, raccontano storie di resistenza e inclusione. Non potrebbe essere altrimenti. Siamo a Sarajevo.”

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso)

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L’eternità attraverso il momento

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Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento. (Henri Cartier-Bresson)

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni

Un clic sul buddhismo

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Amo fotografare. Ho trovato su Style Magazine un articolo (non molto approfondito, per la verità) su Nicholas Vreeland: in una sola persona l’amore per il buddhismo e per la fotografia. Sul sito di Vogue ho recuperato queste notizie, un po’ scarne, ma sufficienti per dare un’idea del personaggio. “Ha ereditato dalla nonna Diana Vreeland la passione per l’immagine, ma anziché rimanere nella moda, ha preferito un percorso di vita diverso: Nicholas Vreeland, nipote della celebre direttrice di Vogue America, a quindici anni muove i primi passi nel mondo della fotografia per non lasciarlo mai più. Assistente di Irving Penn e Richard Avedon, assimila dai maestri i segreti della tecnica e sviluppa una sensibilità che lo porterà nell’arco di trent’anni a realizzare alcune delle immagini più significative del misticismo orientale. Già, perché in questo arco di tempo si avvicina al buddhismo diventando prima monaco e in seguito dottore in filosofia buddista, entrando nel Monastero di Rato. Le sue immagini in bianco e nero che raccontano un mondo fatto di dedizione, silenzio e pace sono una delle testimonianze più sofisticate della sua religione”.

Qui metto uno stralcio della bella intervista rilasciata a Marie Claire.

Come fotografa un monaco?

n.-vreeland-201820_0x440.jpgA volte cerco di cogliere un istante in una fotografia, mentre altre volte aspetto che le cose si calmino. La mente si evolve molto, molto lentamente, ma penso che il mio senso di armonia si sia evoluto nel tempo. In generale dobbiamo lavorare a diventare più pazienti, tolleranti e generosi, ma non dobbiamo aspettarci immediati cambiamenti fondamentali.

I tuoi luoghi preferiti a New York e in Tibet.

A New York mi piace stare seduto sotto l’albero di Krishna in Tompkins Square Park. Lì recito le preghiere e leggo. È l’albero intorno al quale nacque, negli anni Sessanta, il movimento Hare Krishna. Anche se non sono induista e non credo in Dio questo luogo mi rende felice. In Tibet, il Jokhang, il tempio principale nel centro di Lhasa che ospita Jowo Rinpoche, la statua di Buddha più preziosa in Tibet. Nel 2003 vi accompagnai il mio maestro quando fece ridorare la statua. Ci sedemmo di fronte al Buddha e recitammo le preghiere mentre i guardiani del tempio pregando svestivano la statua e un pittore applicava l’oro. Si dice che questo Buddha giovane fu realizzato da uno scultore celeste quando il Bhudda era ancora in vita.

Come ti sei avvicinato alla moda?

Il mio rapporto con la moda è iniziato quando ho iniziato a lavorare per Irvin Penn. Avevo 15 anni. Dovevo accendere il riflettore quando Penn aveva bisogno di mettere a fuoco. Dovevo anche contare quante fotografie esattamente aveva scattato in modo da potergli dire quando il rullino era da cambiare. Poi ho lavorato anche per Richard Avedon. Caricavo le pellicole sulle macchine fotografiche, le sviluppavo, facevo i provini e lo assistevo mentre fotografava. Non ho mai lavorato come fotografo di moda. Mi interessava la fotografia in senso lato.

La fotografia può essere considerata un mezzo per elevarsi?

Tutto può essere un mezzo per elevarsi. L’importante è coltivare la nostra motivazione per ciò che facciamo e mantenerla. Lo stesso vale per il lavoro: si può essere un cameriere o lavorare in banca e avere un desiderio vero di servire gli altri e quindi di sviluppare la propria qualità interiore di amore e di altruismo verso gli altri. Al contrario si può svolgere lo stesso lavoro con orgoglio e avidità.

Qual era il tuo abbigliamento abituale prima di vestire l’abito di monaco?

Mi è sempre piaciuta l’idea di una divisa, un codice di abbigliamento che non ti costringe a pensare. Le mie scarpe sono sempre lucide e ho molto cura dei miei vestiti e dei miei oggetti in generale. Non credo sia necessariamente un riflesso dell’attaccamento alla vita terrena, ma semplicemente rispetto verso gli strumenti che ci permettono di vivere le nostre vite. Se ci prendiamo cura delle nostre scarpe dureranno più a lungo, lo stesso vale per una macchina fotografica.

Tre consigli per diventare migliori.

Lavorare per sviluppare la nostra preoccupazione per gli altri piuttosto che per noi stessi, lavorare per sviluppare l’umiltà piuttosto che l’orgoglio o l’arroganza e lavorare per sviluppare la generosità piuttosto che l’egoismo sono tre consigli spirituali che mi sento di raccomandare. Io continuo a lavorare su me stesso. Non è facile, ma i nostri sforzi porteranno felicità a coloro che ci stanno intorno così come a noi stessi.