Gemme n° 422

A volte mi riconosco in Novecento e credo che l’età in cui siamo sia critica, non siamo né bambini né adulti. Penso che quella scaletta di Novecento, per noi, possa fungere da slancio: il mondo avanti è infinito con miliardi di scelte, sotto c’è l’oceano in cui rischiamo di affondare, dietro c’è la nave, il nostro guscio in cui abbiamo vissuto a lungo. Guardando avanti abbiamo paura per quello che potrebbe esserci e temiamo di essere l’ultima ruota del carro. Queste sensazioni ed emozioni le provo, anche se cerco di soffocarle perché magari non è ancora il momento di preoccuparsi; tuttavia le scelte che devo fare mi fanno già pensare, mi fanno paura”. Questa è stata la gemma di C. (classe seconda).
Nella canzone “E’ necessario” i Tiromancino cantano: “Io so che non è facile riuscire a proiettarsi nel futuro immaginando come sarà la vita andando avanti; le scelte che farò saranno sempre più importanti dei dubbi che ho che oggi sono ancora tanti”. Da un lato ci sono sicuramente la paura e il timore, ma dall’altra c’è anche la possibilità di mettersi in gioco, di sentirsi padroni della nostra vita, registi e non attori o spettatori dell’esistenza.

Gemme n° 415

Ho ascoltato la prima volta questa canzone qualche anno fa, dopo di che è finita nel dimenticatoio. Due mesi fa l’ho risentita durante un periodo complicato e mi sono soffermata sul suo messaggio, sulla pioggia in un giorno di sole. Le tempeste arrivano quando meno te l’aspetti e ti trovi impreparato e sembra andare tutto male. Penso però che le tempeste alla fine possano servire a insegnarti qualcosa e soprattutto ad apprezzare la calma dopo la tempesta: è bello tenere in considerazione quello che prima, magari, si dava per scontato.” Queste le parole di J. (classe quarta).
Fornisco uno spunto alternativo di un autore secondo me sottovalutato, Pacifico: “Pioggia che mi balli intorno, pioggia cadi su di me sui posti che ho vissuto, che ho visitato, copri le mie tracce il mio passato, il tempo scritto dietro, il mio alfabeto”.

Gemme n° 414

B. (classe quinta) ha commentato con queste parole la sua gemma: “Si tratta di una pubblicità per sensibilizzare le persone; la prima volta che l’ho vista al cinema mi stavo per mettere a piangere. Condivido quello che viene detto; molte volte sfruttiamo gli animali come se fossero degli oggetti, eppure loro non ci appartengono, non possiamo usarli. Loro ci hanno sempre dato fiducia nonostante quello che abbiamo fatto noi. Loro ci sono sempre.”
Mi è venuto naturale pensare al film “Into the wild” mentre scorrevano le immagini del cortometraggio di Gabriele Salvatores: “C’è una gioia nei boschi inesplorati, c’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, c’è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c’è musica nel suo boato. Io non amo l’uomo di meno, ma la Natura di più”.

Gemme n° 388

Ho deciso di portarvi “Sempre e per sempre” come gemma non perché sia una persona sdolcinata ma perché ritengo che in quest’ultimo periodo, citando i Bluvertigo, “il mondo è così privo di amore, che disimparo ad odiare”. Viviamo in un mondo sempre più cupo, materialista, convenzionale che ci induce ad essere vittime dell’odio, dell’indifferenza e delle nostre stesse paure, un mondo privo di sogni per cui lottare, privo di speranze e di qualsiasi cosa in cui credere. “Sempre e per sempre” è una canzone di De Gregori (una delle mie preferite in assoluto), è una poesia o meglio un inno all’amore, quello vero che non muore mai, quell’amore vero che sopravvive a tutto, che non si arrende di fronte alle difficoltà, alla distanza, ai bivi che la vita ci fa incontrare… Un amore che non cambia mai che non fa cambiare mai… e non importa cosa sia successo o dove ci si trovi… Chiunque sia disposto ad amare, ad aspettare e a lottare riuscirà a conoscere questo sentimento, questo grande amore, il più grande di tutti. E’ un sentimento prezioso, puro, che fa comprendere l’importanza della vita. Martin Luther King sostiene che l’amore sia l’unica forza in grado di sconfiggere l’odio. Sarò un po’ ingenua a considerare l’amore quasi come l’ossigeno, eppure da esso nascono le cose migliori, i sogni che colorano la nostra vita, aiutano a non farci arrendere, ci danno la forza necessaria per rialzarci ed essere più sicuri, più forti, più maturi. Impegno, passione, coraggio di ascoltare i proprio cuore, elementi che contribuiscono a migliorare la propria vita e talvolta il mondo intero, e per concludere, cito una frase del film Moulin Rouge: “La cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare”.” Questa la gemma di C. (classe quinta).
Nel 1990 Lucio Dalla scrive uno dei suoi capolavori, la canzone Le rondini (che è stata poi letta al suo funerale). Canta così nella seconda parte:
Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
per capire cosa succede dentro
e cos’è che lo muove,
da dove viene ogni tanto questo strano dolore
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
dov’è che si prende, dov’è che si dà…”
L’amore alla radice dell’essenza della vita.

Gemme n° 297

5208582043_b5a039eceb_o

«E’ una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. E’ una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio.» Ho deciso di portare queste frasi per augurare a tutti voi di trovare la forza di rialzarvi dopo un brutto periodo. Beh, le frasi si spiegano da sole. Magari può sembrarvi banale, potete pensare che sono le solite frasi di incoraggiamento, ma io ho deciso di presentarle ugualmente perché ogni tanto può essere utile sentirle nuovamente, soprattutto all’inizio dell’anno scolastico quando arrivano le prime insufficienze…”. Questa è stata la gemma di L. (classe quarta).
La cantante Alice in “Prospettiva Nevskij”, una canzone che adoro scritta da Franco Battiato, dice alla fine “Il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Uno sforzo che penso valga la pena fare…

Gemme n° 275

Ho scelto di portare questo brano non perché Elisa sia la mia cantante preferita, ma perché sono rimasta colpita dalle parole. Anche se la canzone è dedicata alla figlia, io ho interpretato il testo come un invito a guardare il futuro e a cercare di andare avanti anche se si presentano delle difficoltà e rialzarsi sempre.” Questa è stata la gemma di V. (classe terza).
Durante la mia adolescenza ho letto una buona parte della bibliografia di uno scrittore amante del volo: Richard Bach, diventato famoso soprattutto per Il gabbiano Jonathan Livingston. In un altro dei suoi testi, Biplano, scrive: “Se io non compissi il dovere elementare di curarlo quando le sue ruote sono sul terreno, non avrei mai il diritto di chiedergli un favore speciale, una volta ogni tanto, quando è in volo, Il favore, forse, di andare avanti anche se la pioggia si abbatte come un solido muro sul suo motore, o di resistere con i suoi tiranti e i suoi montanti ai vortici improvvisi e furiosi dei venti di montagna. E magari anche l’estremo favore di sfracellarsi sulle rocce di un deserto durante un atterraggio di fortuna, lasciando però che il suo pilota ne esca incolume.”

Gemme n° 257

Una presentazione di foto e testi accompagnati da questa canzone è stato il modo con cui M. (classe quarta) ha esposto la sua idea di felicità e la sua gemma: “la mia ragazza, il migliore amico, la migliore amica, tutte quegli amici senza i quali ci sarebbe un vuoto incolmabile (se potessi li metterei tutti), la mia famiglia e in particolare mia cugina, non prendermi sul serio, viaggiare, fotografare paesaggi, o soggetti inconsci di essere nel mio obbiettivo, il tennis, perdermi nei ricordi, i tramonti, addormentarmi con il rumore della pioggia, la spensieratezza che solo la mia età e l’estate mi concedono, rientrare a casa dopo lungo tempo, il caffè, dormire ad oltranza, essere di conforto alle persone che amo, essere un punto di riferimento per le persone che amo, immergermi nella vasca da bagno calda in inverno e al buio, ascoltando le mie canzoni preferite, rendermi conto di essere un ragazzo immensamente fortunato (i miei genitori hanno fatto il possibile per rendermi felice, e sono sempre più conscio di essere circondato da persone che mi amano veramente), ridere, ma fino alle lacrime, fino ad avere i crampi alla pancia, fantasticare su dove mi troverò tra 5 anni e realizzare di avere tutto il futuro davanti”.
Proprio oggi, in un’altra quarta, una ragazza ha proposto la visione di questo breve video:

Le 12 tesi di Spong. 2

Pubblico la seconda tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

Dal momento che Dio non può essere concepito in termini teisti, non ha senso cercare di intendere Gesù come “l’incarnazione di una divinità teista”. I concetti tradizionali della cristologia sono, pertanto, in bancarotta.
Il cristianesimo è nato da un’esperienza di Dio associata alla vita di un ebreo del I secolo chiamato Gesù di Nazareth. Quali siano state le dimensioni precise di quella esperienza è difficile da dire. I vangeli sono stati scritti tra 40 e 70 anni dopo la condanna a morte di quest’uomo, cosicché non sappiamo come articolarono realmente tale esperienza quelli che furono i suoi primi discepoli nella prima generazione della storia cristiana. La maggior parte di questi era morta prima che si scrivessero i vangeli. Fin dove possiamo sapere, i primi discepoli erano convinti che tutto quello che avevano sempre pensato su Dio lo avevano sentito presente nella vita di Gesù. Questo è stato il nucleo del messaggio ed è così che è iniziato il cristianesimo. Pare che al principio i seguaci di Gesù si limitassero a proclamare il nucleo della propria esperienza: “Dio era in Cristo”. Questo è tutto ciò che l’apostolo Paolo dice all’inizio della sua vita cristiana (2Cor 5,19). (…). Dopo, tuttavia, intorno all’anno 56 o 58, quando scriveva ai romani (…), Paolo suggerì che nella resurrezione Dio avesse elevato l’umano Gesù fino a renderlo Dio (Rm 1,1-4). (…). Con il tempo, questa sarebbe diventata un’eresia, l’adozionismo, ma fin qui era arrivato il pensiero sulla natura divina di Gesù a metà e alla fine degli anni cinquanta del I secolo. Il problema era quello già indicato. La mente umana poteva concepire Dio solo in termini teisti. (…). Se questa era la definizione di Dio, allora la questione era: come era entrato questo Dio esterno nella vita di Gesù perché la gente ne sperimentasse in essa la presenza? Questa era la domanda a cui sentivano di dover rispondere e le risposte, nella misura in cui venivano sviluppate, cominciarono, nel corso degli anni, a configurare il cristianesimo in modi nuovi.
Quando il Vangelo di Marco, il primo, venne scritto, intorno all’anno 72, venne introdotta nelle menti dei Battesimo-di-Gesuseguaci di Gesù una nuova spiegazione del legame tra lui e Dio. Nel primo capitolo, Gesù, adulto e pienamente umano, è condotto al fiume Giordano perché lo battezzi un uomo chiamato Giovanni Battista. Nel suo racconto del battesimo, Marco dice che i cieli – il regno di Dio – si aprirono. Si concepiva l’universo come una superficie coperta da una cupola gigantesca. Il cielo era il tetto che separava il regno di Dio da quello degli umani (…). Così, un buco apparve nel tetto e il Dio che viveva lassù semplicemente mandò lo Spirito Santo sull’umano Gesù (…), uno spirito che, in ultima istanza, ridefiniva la sua umanità. Marco dice che, in quel momento, la voce di Dio proclamò dal cielo che Gesù era suo figlio, il figlio in cui si era compiaciuto. (…). Si cominciò a pensare a lui come a un essere umano pieno di Dio. A questo stadio si trovava la comprensione cristiana di Gesù negli anni settanta del I secolo.
Questo processo è andato avanti nella nona e nella decima decade, quando sono stati scritti i vangeli che chiamiamo di Matteo (intorno all’anno 85) e di Luca (89-93). In questi due vangeli, si pensava a Gesù non solo come a un essere umano permeato da Dio, ma come a una presenza di Dio nella sua forma umana.
Il momento in cui si dice che il Dio teista si è unito a Gesù si è andato spostando indietro: dalla resurrezione, che è quando Dio adotta Gesù secondo Paolo, al battesimo, che è quando Dio entra in Gesù secondo Marco, fino ad arrivare al concepimento (…). È stato allora che la tradizione della nascita verginale si è incorporata al racconto cristiano. (…). Nel pensiero cristiano, si è passati a pensare allo Spirito Santo come al padre biologico di Gesù. La sua umanità era ormai permanentemente compromessa. (…). Per quanto importante sia tale cambiamento, non sarebbe stato tuttavia il punto d’arrivo di questo sviluppo cristologico. Quando si completò il quarto Vangelo, verso la fine degli anni novanta dell’era cristiana (anni 95-100), si disse che Gesù era già parte di Dio; era il Verbo di Dio che era con Dio dal principio della creazione. (…). Giovanni stava affermando che il Dio teista che è nell’alto dei cieli aveva assunto forma umana in Gesù e che in lui Dio abitava tra noi. (…). Si erano così poste le basi tanto della dottrina dell’Incarnazione quanto di quella della Santissima Trinità. (…).
Tuttavia, se l’idea di un Dio nell’alto dei cieli è in bancarotta, lo è ugualmente, di conseguenza, l’idea che questo Dio teista si sia incarnato nel Gesù umano. (…). Ebbene, ciò significa che l’esperienza che tale spiegazione intendeva esprimere non è reale né valida? Non credo. Ma significa, questo sì, che bisogna cercare nuove parole che la spieghino. Le antiche non funzionano più. (…). Allora, (…) cosa c’è stato intorno a Gesù da far sì che la gente credesse di aver incontrato Dio in lui? Questo è quanto la ricerca della verità ci chiama oggi a scoprire. (…). L’esperienza di trovare Dio in Gesù deve essere stato qualcosa di originale e trasformatore. (…). Forse le persone hanno visto e sperimentato nella sua vita “la Fonte della Vita”, nel suo amore “la Fonte dell’Amore” e nel suo essere “il Fondamento dell’Essere”. Forse hanno sentito in lui e da lui la chiamata a vivere in pienezza, ad amare generosamente e ad essere tutto ciò che ciascuno poteva essere. Forse con questa esperienza sono arrivati a capire che si erano incontrati con la santità nelle dimensioni dell’umano. (…). Forse l’esperienza è reale e, una volta respinte le spiegazioni antiquate e irrilevanti, la realtà di tale esperienza può allora proporsi ancora una volta. Che realtà è stata quella che ha portato i seguaci di Gesù a sviluppare dottrine come quelle dell’Incarnazione e della Trinità? Come descrivere oggi tale realtà? Possiamo ancora pensare a Gesù, oggi, come essere divino senza intenderlo come incarnazione di una divinità soprannaturale che vive al di là del cielo? Quando è stata formulata la dottrina dell’Incarnazione, la gente pensava in termini dualisti. Il divino e l’umano si opponevano. Ma supponiamo che il divino e l’umano non siano due regni separati, ma una sola realtà continua. Forse il cammino verso la pienezza e anche verso il divino consiste nel farsi profondamente e pienamente umani. Forse l’impulso biologico verso la sopravvivenza non è il valore supremo per gli umani; forse questo valore supremo consiste piuttosto nel trascendere la necessità di sopravvivere e nell’essere capaci di donare se stessi nell’amore per gli altri.
Forse quando oltrepasseremo i limiti della nostra sicurezza tribale, di genere, di orientamento sessuale, di razza, di credo o di status, sperimenteremo un’umanità non legata all’istinto di sopravvivenza. Forse si incontra Dio nella libertà di permettere – e, in realtà, di accettare – la responsabilità di aiutare gli altri a essere quello che ciascuno è stato creato per essere, senza imporre loro le nostre idee. (…).
Interpretata letteralmente, l’Incarnazione non ha senso in un mondo il cui pensiero non è più dualista. Ma è infinitamente significativa quando la si vede non come una spiegazione ma come un’esperienza. Possiamo recuperare questo concetto cristiano per il XXI secolo? Credo di sì. Se il cristianesimo deve sopravvivere, credo che dobbiamo farlo. E il cristianesimo potrebbe risultare molto più profondo di quanto avevamo immaginato.”

Le 12 tesi di Spong. 1

teismo

Pubblico la prima tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

Il teismo come modo di definire Dio è morto. Non può più intendersi Dio in modo credibile come un essere dal potere soprannaturale, che vive al di sopra del cielo ed è pronto a intervenire periodicamente nella storia umana, perché si compia la sua divina volontà. Pertanto, oggi, la maggior parte di ciò che si dice su Dio non ha senso. Dobbiamo trovare un nuovo modo di concettualizzare Dio e di parlarne. (…).
La persona che, a mio giudizio, diede inizio a una nuova visione della realtà che ancora oggi sfida la credibilità del modo tradizionale di esprimere la mentalità cristiana fu un devoto monaco polacco del XVI secolo, Niccolò Copernico. Tuttavia, (…) nessuno comprese la profondità della rivoluzione che aveva cominciato, tant’è che, alla sua morte, egli venne accolto nel seno della Madre Chiesa.
Il successore intellettuale immediato di Copernico fu un astronomo italiano del XVII secolo, Galileo Galilei, anche lui, come Copernico, profondamente cattolico. (…). La teoria di Copernico sulla localizzazione del sole al centro dell’universo era qualcosa di cui Galileo era giunto a convincersi. (…). A differenza di Copernico, tuttavia, Galileo, non viveva in convento. Era un noto scienziato, una figura pubblica abituata a pubblicare le proprie scoperte. Fu allora che scoprì che le sue opere stavano provocando dibattiti e controversie che lo avrebbero inevitabilmente condotto a uno scontro diretto con la gerarchia della Chiesa cattolica.
In quel momento storico, la Chiesa era ancora una potente forza politica. Il suo potere era nella sua pretesa, ampiamente accettata, di avere l’autorità per parlare in nome di Dio. (…). Di certo, qualunque dubbio che – da qualsiasi parte venisse – potesse erodere questo aspetto del ruolo della Chiesa avrebbe rappresentato una sfida alla sua autorità. (…). La Chiesa e il suo sistema di fede funzionavano, così, come un sistema di controllo incredibilmente potente del comportamento umano. Era questo, in sostanza, che tanto Copernico quanto Galileo sembravano mettere direttamente in discussione. Era una sfida non solo a ciò che si percepiva come la verità, ma anche al potere politico. (…) Così, Galileo venne accusato di eresia. (…).
Il processo ebbe molta risonanza. (…). La visione di Galileo era considerata contraria alla “Parola di Dio” così come era rivelata nelle Sacre Scritture, che, in quel momento, si credeva fossero state dettate da Dio in maniera letterale. Se Galileo aveva ragione, la Bibbia e la Chiesa si sbagliavano. Questa era la conclusione ecclesiastica che avrebbe segnato il destino di Galileo. Quasi in ogni pagina della Bibbia c’era un racconto secondo cui Dio viveva al di sopra del cielo, nello strato superiore di un universo organizzato su tre livelli. (…). Galileo aveva sfidato questa antica e universalmente accettata visione del mondo (…). Aveva alterato la forma dell’universo. L’intuizione di Galileo espelleva Dio dalla sua divina dimora e, in fin dei conti, lo trasformava in un senza tetto. Se Dio non abitava in cielo, dove si trovava? (…). Non sorprende che al processo fosse ritenuto colpevole di eresia. (…).
La verità, tuttavia, non può essere respinta semplicemente perché non risulta conveniente, e le scoperte di Galileo avevano la verità dalla loro parte. Nel dicembre del 1991 il Vaticano annuncerà finalmente che Galileo aveva ragione. (…).
Le antiche interpretazioni sulla configurazione del mondo e sul concetto di Dio a essa vincolato iniziarono a venir meno. Le nuove definizioni non si erano ancora chiarite del tutto, era ancora difficile assumerle intellettualmente ed emotivamente. Il cristianesimo e la sua autorità, tuttavia, cominciavano a traballare. Questo traballare sarebbe diventato più intenso, molto di più di quanto si percepisse allora, nella misura in cui, nella coscienza umana, iniziavano a farsi strada altre scoperte, in altre discipline. Galileo aveva fatto sì che il mondo sperimentasse un periodo di trasformazione e di crescita rapide, cosicché, precipitando tutti questi cambiamenti sulla coscienza umana, sarebbe presto divenuto ovvio come il cristianesimo, così come era stato inteso tradizionalmente, non trovasse più posto nel nuovo mondo che stava nascendo.
L’anno della morte di Galileo nacque, in Inghilterra, Isaac Newton. (…). Studiò la causalità, la gravità e l’interrelazione di tutti gli esseri viventi. Non c’era posto nell’universo di Newton per un Dio esterno che interviene in maniera soprannaturale nella storia umana. I margini per la realizzazione di ciò che chiamavamo “miracoli” si riduceva sensibilmente. (…). Dio, espulso dal cielo da Galileo, cominciava ora a essere svincolato da qualunque funzione relativa ai modelli climatici. (…). I traumi nel concetto tradizionale di Dio avrebbero continuato a farsi sentire nella misura in cui l’esplosione della conoscenza influiva su di noi, derivante anche da altre fonti. Ora, Dio non solo era un senza tetto, ma, progressivamente, stava diventando un disoccupato. (…).
Negli anni ’30 del XIX secolo, il naturalista inglese Charles Darwin iniziò il suo viaggio intorno al mondo a bordo della Beagle. (…). Nel 1859, pubblicò le sue scoperte nel libro L’origine delle specie. Pochi anni dopo, sarebbe seguito il libro L’origine dell’uomo. In quelle opere, Darwin sosteneva che la vita si fosse evoluta nel corso di milioni e anche di miliardi di anni, a partire dalle semplici cellule. Cosicché tutta la vita era connessa: nessuna specie esisteva in forma permanente, bensì era sempre in divenire; l’umanità era sorta dalla famiglia dei primati e il racconto della creazione della Genesi non era corretta né biologicamente né storicamente. Iniziava a farsi evidente che non eravamo stati creati, in nessun senso, a immagine di Dio, bensì che Dio era stato creato a immagine dell’umanità. E, anche, che gli esseri umani non erano poco meno degli angeli, come suggeriva il libro dei Salmi (Sal 8), ma, di fatto, poco più delle scimmie. (…). Con sempre maggiore rapidità il concetto teista di Dio veniva messo all’angolo nella coscienza umana.
Al principio del XX secolo, il medico tedesco Sigmund Freud iniziò a esplorare la mente umana con il suo studio sulla natura dell’inconscio, sulle emozioni e sulle attività di quella che una volta chiamavamo “anima”. (…). Molti dei simboli che un tempo costituivano il nucleo del racconto cristiano apparivano ora assai diversi se analizzati nella prospettiva freudiana. Il “Dio Padre” del cielo era una mera proiezione dell’autorità paterna umana? Il potere della colpa, su cui si era basata una parte così importante della vita cristiana, era qualcosa di più di una forma di controllo del comportamento umano? Questa potente forza della colpa si era proiettata anche nell’altra vita, vita di eterna beatitudine o di eterni tormenti, ma ora, in modo piuttosto repentino, sembrava derivare non dalla rivelazione divina, ma da disordini psichici. (…). Il timore di Dio, che costituiva buona parte del cristianesimo, con le sue immagini del cielo e dell’inferno, iniziò a venire meno. (…).
Sempre nel XX secolo, il fisico tedesco Albert Einstein (…) cominciò a studiare quella che si sarebbe chiamata “relatività”. Si scoprì che il tempo e lo spazio non erano infiniti, ma finiti, e relativi sempre l’uno all’altro. (…). Tutto quello che facciamo e diciamo, lo facciamo e lo diciamo in mezzo alla relatività dello spazio e del tempo. Ciò significa che non c’è un qualcosa come una verità assoluta. Anche se ci fosse una verità assoluta, non potrebbe essere pensata né espressa nel quadro dell’esperienza umana.
Con questa conclusione, qualsiasi pretesa religiosa di oggettività veniva meno. Non c’è un qualcosa come “la religione autentica” o “la vera Chiesa”. Come un papa o una Bibbia infallibili. Come (…) una dottrina particolare che possa definirsi vera per tutti i tempi. La vita umana è vissuta, piuttosto, in un mare di relatività. (…). Nessuna istituzione umana, inclusa la Chiesa, possiede la verità eterna, né può possederla. Gli esseri umani e le loro istituzioni possono solo, per dirla con le parole di Paolo, vedere «come in uno specchio, in maniera confusa» (1Cor 13,12).
Questa cronaca dell’articolazione della conoscenza umano dal XVI secolo a oggi, così breve e pertanto imperfetta, ci rende almeno coscienti del fatto che la maniera in cui gli esseri umani hanno pensato a Dio nel passato è stata stravolta nei suoi fondamenti. E, tuttavia, nelle liturgie di tutte le Chiese cristiane continuiamo a usare concetti del passato come modello su cui disegnare il culto. Anche se, intellettualmente, tali concetti sono stati già rifiutati. Così, diciamo ancora «Padre Nostro che sei nei cieli». Una preghiera che si rivolge a un Dio concepito come essere dal potere soprannaturale, che abita nell’alto dei cieli di un universo disposto su tre livelli da cui crediamo ancora che controlli il nostro mondo. (…). Ci avviciniamo ancora a questo Dio, concepito come giudice, in ginocchio, supplicando misericordia, chiedendo favori e cercando salute. Quando una tragedia ci colpisce, ancora ci chiediamo perché e ancora ci domandiamo se tale tragedia sia un riflesso della volontà di Dio di punirci per i nostri peccati. «Che ho fatto per meritare questo?», ci chiediamo.
Definiamo “teismo” questo modo di intendere Dio. (…). Un concetto che non ha più senso nel nostro mondo. Non c’è una divinità soprannaturale al di sopra del cielo in attesa di venire in nostro aiuto. (…). Questo linguaggio, pertanto, è privo di senso. Ebbene, questo significa che Dio non ha senso? Questa è la questione più importante che il cristianesimo ha oggi di fronte a sé. (…). Possiamo rinunciare alle nostre definizioni teiste di Dio senza dover negare al tempo stesso la realtà di Dio? Credo che possiamo e so che dobbiamo provarci. (…). Se il cristianesimo, come religione, deve sopravvivere, deve sviluppare una comprensione del divino che abbia senso nel XXI secolo. Questa è diventata la nostra massima priorità.
(…). Tutti gli dei che gli esseri umani hanno concepito nella storia assomigliano sempre agli umani, ma senza i loro limiti. Ricorriamo ancora al linguaggio della liturgia. «Dio onnipotente ed eterno», diciamo nelle preghiere. Quello che stiamo dicendo è: Dio, tu non sei limitato nel potere o nel tempo. Questo Dio è anche quello che sa tutto, che scruta i segreti del nostro cuore. Questa divinità onnisciente è in definitiva poco più di una costruzione umana.
Se la comprensione teista di Dio è morta, allora si pone la questione se è Dio a essere morto o la definizione umana di Dio. (…). La Bibbia ha definito l’idolatria come il culto a qualcosa che è costruito da mani umane. Il teismo è una comprensione di Dio sviluppata da menti umane. (…). Il teismo è una manifestazione dell’idolatria umana. Di modo che respingiamo il teismo come una definizione creata da noi, gli umani, e ci proponiamo di cambiare strada, verso la realtà di Dio. Un passo molto più rivoluzionario di quanto la maggioranza di noi può immaginare, ma questo è il mondo nel quale il cristianesimo deve imparare a vivere.”

Le 12 tesi di Spong. Intro

Oggi inizio una serie di 13 pubblicazioni che metterò nella categoria “Pensatoio” (ma non solo). Si tratta di un insieme di riflessioni del vescovo episcopaliano Spong su un tema che ho già toccato qualche giorno fa, quello del futuro delle religioni e del cristianesimo in particolare. Sono raccolte in 12 tesi, all’inizio delle quali metterò sempre il link a questa prefazione. La fonte è la rivista Adista. Qui l’introduzione di Claudia Fanti:
Spong_portrait_2006Tra i teologi più impegnati nel compito di riformulare il messaggio cristiano in un linguaggio che possa risultare comprensibile – e dunque nuovamente rilevante e significativo – alle donne e agli uomini contemporanei, il vescovo episcopaliano John Shelby Spong appare senz’altro in prima fila. E ciò fin da quando, attento ai numerosi segnali di declino evidenziati da ogni parte dalla religione cristiana, ha compreso, «come vescovo e come cristiano impegnato», che l’unica maniera di «salvare il cristianesimo come forza per il futuro» è quella di trovare nella Chiesa il coraggio che la renda «capace di rinunciare a molti schemi del passato». Un impegno, il suo, tradottosi, alla vigilia del XXI secolo, in un libro diventato una pietra miliare in questo cammino di riflessione teologica: Why Christianity Must Change or Die (“Perché il cristianesimo deve cambiare o morire”), successivamente ridotto a un manifesto in 12 tesi attaccato, «alla maniera di Lutero», all’ingresso principale della cappella del Mansfield College, all’Università di Oxford, nel Regno Unito, e poi inviato per posta a tutti i leader cristiani del mondo. Non poteva dunque assolutamente mancare un suo contributo nell’importante numero della rivista di teologia Horizonte (pubblicata dalla Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais; n. 37/2015) dedicato al “Paradigma post-religionale”, cioè al tema della presunta morte della religione – intesa come la configurazione storica, contingente e mutevole che l’insopprimibile dimensione spirituale dell’essere umano ha assunto dall’età neolitica – in direzione di una nuova espressione religiosa compatibile con le recenti acquisizioni scientifiche: senza dogmi, senza dottrina, senza gerarchie, senza la pretesa di possedere la verità assoluta. Su invito della rivista Horizonte, Spong ha così ripreso le sue celebri 12 tesi, ripercorrendole una ad una nella sua rilettura post-teista del cristianesimo (oltre, cioè, il concetto di Dio come un essere che dimora al di sopra di questo mondo e che da “lassù” interviene nelle vicende umane al di fuori delle leggi naturali).”

Qui un estratto della premessa di Spong alle sue 12 tesi:
Alla vigilia del XXI secolo, con le celebrazioni del millennio alle porte, mi sentii sempre più chiamato a esaminare lo stato della religione cristiana nel mondo. Da tutte le parti si vedevano molteplici segni del suo declino e persino, forse, di una sua morte imminente. Sempre meno persone frequentavano le chiese in Europa, e quelle che lo facevano erano sempre più anziane. Le Chiese del Nord America affondavano o in vuoto tanto liberale quanto insulso, o in un fondamentalismo anti-intellettuale. Le Chiese sudamericane si allontanavano sempre di più dalle preoccupazioni della gente e nessuno dei leader sembrava capace di rispondere a queste preoccupazioni con autorità. Nulla di tutto ciò era nuovo. Nel corso degli ultimi 500 anni, spong bookdinanzi a ogni scoperta proveniente dal mondo della scienza riguardo alle origini dell’universo e della vita stessa, le spiegazioni offerte dalla Chiesa cristiana sembravano sempre più sorpassate e irrilevanti. I leader cristiani, incapaci di assumere la rivoluzione della conoscenza, sembravano credere che l’unico modo di preservare il cristianesimo fosse quello di non alterare i vecchi modelli e di non prestare attenzione alle nuove conoscenze (e tanto meno metterle in pratica).
Nella misura in cui affrontavo tali questioni come vescovo e come cristiano impegnato, giunsi a convincermi che l’unica maniera di salvare il cristianesimo come forza per il futuro fosse trovare nella Chiesa il coraggio che la rendesse capace di rinunciare a molti schemi del passato. Cercai di articolare questa sfida nel mio libro Why Christianity Must Change or Die (“Perché il cristianesimo deve cambiare o morire”), pubblicato proprio alla vigilia del XXI secolo. (…). Poco dopo la pubblicazione di questo libro ridussi il suo contenuto a 12 tesi, che attaccai, alla maniera di Lutero, all’ingresso principale della cappella del Mansfield College, all’Università di Oxford, nel Regno Unito. E che dopo inviai per posta a tutti i leader cristiani del mondo, compresi il papa, il patriarca dell’ortodossia orientale, l’arcivescovo di Canterbury, i leader del Consiglio Ecumenico delle Chiese, quelli delle Chiese protestanti tanto negli Stati Uniti come in Europa, e alle più note voci televisive del cristianesimo evangelico. Un tentativo di invitarli a un dibattito sui veri problemi che – ero certo – la Chiesa cristiana ha di fronte a sé oggi. (…). Recentemente, gli editori della rivista Horizonte mi hanno chiesto di spiegare (…) le ragioni per invitare al dibattito intorno a queste 12 tesi. Sono felice di avere l’occasione di farlo. (…).”

Ciao Marina

Dimaro_392 copia fb
Ciao Marina, come stai oggi?”
Eh, son qua, ma non voglio parlare di me. Raccontami di te, della scuola… come sono le nuove classi? I colleghi, sempre quelli? E’ cambiato qualcuno? E tu, che progetti hai?”
Ciao Marina, compagna di un tratto di viaggio, salutaci il futuro cui guardavi…

Una porta nel Tetragramma

Yahuwdah2YaHuWaH

Rientra in quei nomi detti “teomorfici”, nomi che sono “portatori del nome di Dio”. […] Il termine ebraico yehudah (“ebreo”) è formato da cinque lettere (yod, he, waw, dalet, he): sono le quattro lettere del tetragramma, con l’aggiunta della lettera dalet. Questa in ebraico significa “porta”; il dalet è come la porta d’entrata nelle parole. Essere yehudah significa letteralmente, mettere una porta nel Tetragramma […] entrare in un tempo che non “accetta” l’adesso. Significa aprire la porta del presente, scardinarla, per proiettarsi incessantemente nel passato e nel futuro. Essere ebreo significa portare le tre dimensioni del tempo: passato, presente, futuro, ossia la memoria, la vita, la speranza. Per l’ebreo, “essere” significa “divenire” e non stabilizzarsi su un’identità, sul “medesimo”.”
(Marc Alain Ouaknin, Le dieci parole)

5AL 5BL 5CL 5DL

Scorci di cielo 013 fb

E’ un titolo che non attira, che non cattura, quello che ho scelto per questo post. Ma chi frequenta il Liceo dove insegno, capisce.
Domani quinta ora, lunedì prima, mercoledì seconda, giovedì terza. Preferirei non arrivassero. Ci sono alcuni momenti nel mio mestiere che non mi piacciono proprio, anzi, che mi fanno male: quell’Arrivederci mormorato l’ultima volta che esco da una quinta e che invece so bene essere un Addio. E’ senz’altro un momento ricco anche di soddisfazioni, di immagini legate ai cinque anni passati insieme, ai cambiamenti, loro e miei. Mi capita spesso di ripensare alle prime lezioni, nel febbraio del 1998 alle scuole medie di Latisana: tutto preparato nei minimi dettagli, al minuto, persino quando fare una battuta… nulla lasciato al caso… tutto sotto controllo e ben poco naturale, col terrore che qualche alunno alzasse la mano per fare una domanda. Ripenso con un sentimento di tenerezza a quel che sono stato. Ma tornando a quelle quattro ore che mi aspettano, e a tutte le altre volte di questi anni, in quell’attimo in cui do le spalle alla classe ed esco, sento la mancanza di un rapporto che si è costruito; e più avanti vanno gli anni, più è forte quel sentimento che diventa immediatamente nostalgia. E’ vero, dico “arrivederci”: ci si vedrà ancora, durante gli esami, dopo gli esami, in giro, su fb… Ma non posso negare di sentire che è anche un addio a quella classe e a quel gruppo; e ciò indipendentemente dal fatto che siano stati uniti o meno tra loro. E’ semplicemente qualcosa che non ci sarà più e che avverto come qualcosa di mio e che trovo difficile spiegare. Vero, bellissimo, stimolante e affascinante vederli crescere e diventare adulti, però la nostalgia resta. Chi saranno nella loro vita? Chi decideranno di essere? Saranno felici? Realizzeranno le loro aspettative? Faccio un respiro profondo e li accarezzo tutti col pensiero: “Arrivederci”.

Gemme n° 236

Ho portato un video ambientato a scuola con un prof che cerca di tener uniti tutti gli alunni senza distinzioni, con il coinvolgimento di alunni diversamente abili”. Così P. (classe quarta) ha introdotto la propria gemma.
Due sono le cose che mi hanno colpito guardando il video. La prima è che sembra che ognuno abbia dato il proprio contributo sentendosi parte di quello che sta facendo. Prese singolarmente le sequenze non hanno molto senso, ma viste nell’insieme hanno tutt’altro peso. La seconda è la modalità con cui sono fatti questi video, la cui diffusione è esplosa in questi ultimi anni. I protagonisti generalmente camminano in avanti, procedono e noi non riusciamo a intravvedere la strada che li attende. Non sappiamo dove stiano andando: loro vedono, mentre noi indietreggiamo guardandoli. Il loro futuro è proiettato alle nostre spalle. Siamo noi a temere, molto più di loro. Ci dobbiamo fidare, come alla fine ha fatto questo padre nei confronti del figlio. Invito a leggere il breve scambio, poi dico di chi è il padre (e quindi il figlio).
– Dove sei stato?
– Con Dave, Adam e gli altri.
– Ancora con questo gruppo?
– Sì, perché?
–  Non ti porterà da nessuna parte, lo sai meglio di me.
– Vedremo. Vedremo, papà.
– Stai perdendo il tuo tempo, Paul. Fai come Norman, cercati un lavoro, guarda gli annunci. A Dublino qualcosa si trova.
– Questa cosa con la band potrebbe farci guadagnare dei soldi.
– Un lavoro vero, intendo. Che razza di mestiere è quello che fareste voi, eh?
– Suonare. Lo fanno in tanti in città.
– Lascialo fare agli altri, allora. Senti Paulie, lo fai un patto con me?
– Che tipo di patto?
– Ti do un anno di tempo. Puoi stare a vivere qui ancora un anno, ma se alla fine di quest’anno non hai trovato un lavoro, beh, allora te ne devi andare.
– Mi sta bene.
E’ un dialogo tra Bob Hewson e suo figlio Paul David Hewson, in arte Bono, leader degli U2 (Da “U2. The name of love” di Andrea Morandi).

Gemme n° 206

E’ la prima canzone in inglese che io abbia ascoltato, pertanto mi ricorda l’infanzia. Racchiude molti significati: personalmente l’ho sempre vista come un’immagine in cui le donne vengono un po’ snobbate dagli uomini e non considerate come dovrebbero. Ricorda anche la guerra: spesso non si guarda al passato riflettendoci. E poi il protagonista del video sembra la persona che si lascia trascinare dalle cose frivole e superficiali”. Questa è stata la gemma di A. (classe quarta).
All’inizio della canzone, alla fine della strofa, si sente: “between this world and eternity there is a face you hope to see”. Mi viene da pensare che possa essere lo spazio del futuro umano, quello di questa vita come luogo della possibilità, del sogno ad occhio aperto, della realizzabilità delle cose…

Gemme n° 198

Cappella SistinaLa gemma di D. (classe seconda) inizia con la lettura di parte di un articolo preso dal blog di Gabriele Norcia “beativoiblog“:
Molti dei nostri sorrisi sono alimentati da lacrime altrui. Questo è un fatto, non mera retorica.
Dunque, il problema di dove trovare i mezzi per gestire il fenomeno delle migrazioni è un falso problema, come quello con cui si confronta una maestra se di due bimbi uno ha dieci giocattoli e l’altro nessuno. Non esiste un numero ‘troppo alto’ di migranti, non esiste una ‘risorsa non adeguata’ ad accoglierli. Chi viene qua ha tutto il diritto di farlo, di chiederci da quale terra violata proviene il Coltan dei nostri cellulari, il rame dei nostri fili elettrici, l’oro dei nostri gioielli, il legno dei nostri parquet.
Chi viene non fugge da guerre combattute con archi frecce e catapulte, ma da armi che noi produciamo, fabbrichiamo e vendiamo, ricavandone quanto basta per organizzare una scuola e una sanità pubbliche per i nostri peones, e ville a Montecarlo per i grassi furboni che gestiscono l’affare, indisturbati, rispettati, ascoltati, autorevoli sostenitori di chi vorrebbe affondare i barconi. Con le armi che distruggono le scuole di figli altrui, noi costruiamo le scuole per i nostri, le strade asfaltate per gli Scuolabus che ce li portano e le piscine dove imparano a nuotare.
Cosa vogliamo respingere? Cosa vogliamo impedire? E soprattutto, cosa vogliamo risparmiare, sulla pelle degli altri?
La mia soluzione è più semplice. È naturale, è cristiana ( ma abbiamo ancora il coraggio di pronunciare il nome di Cristo, come ispiratore della nostra cultura, se poi pensiamo e agiamo così?) è buddista, è… umana. Accogliere. Tutti. Chiunque arrivi. Sempre.
Quel che abbiamo è pure loro, se condividerlo significherà non poter più avere un tablet, la pelliccia di finto visone, la Spa o due bistecche al giorno, pazienza. Davvero. Che importa? Ci saranno nuovi amici, tante lingue da imparare, magari un solo paio di scarpe vecchie, ma per giocarci tutti insieme a pallone. Il nostro Dna godrà di corroboranti rimpasti e la nostra lacerata e imbrattata coscienza di un’epoca d’oro. E magari tra mille anni qualche bimbo romano o milanese dalla pelle scura e gli occhi a mandorla, studierà i versi di un Poeta meticcio, vate di una nuova cultura e, in una gita gratuita con la scuola rimarrà qualche minuto assorto a contemplare gli affreschi di chissà quale novella, meravigliosa, cappella Sistina, in cui uomini di tutti i colori si abbraccino in un Giudizio davvero universale”.
Così poi D. ha motivato la propria scelta: “Mi è capitato di leggere questo articolo, mi ha fatto venire i brividi perché sembra una realtà molto lontana dalla nostra e volevo condividerlo con la classe”.
Nel caso in cui ci si chiedesse perché Norcia faccia riferimento a una soluzione cristiana, mi limito a citare il vangelo di Matteo: «Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”». (Mt 25, 37-40)

Gemme n° 197

scoutHo portato come gemma il mio quaderno scout: significa tre anni di percorso. Raccoglie le esperienze, i pensieri, insomma, tutta la mia crescita personale”. Queste le parole di T. (classe quarta).
C’è una frase di Robert Baden-Powell molto breve, ma molto efficace e secondo me adatta alla gemma di T.: “Quando la strada non c’è, inventala!”. In fin dei conti tutta la vita è una strada che si inventa; il momento da vivere deve ancora essere stato scritto, deve ancora essere inventato. Questo nasconde una potenzialità molto grande, apre prospettive, spalanca al futuro.

Gemme n° 187

IMG-20150423-WA0001

La mia gemma sono i miei nonni: appena nata ne avevo 11, tra nonni e bisnonni. Da piccola mio padre era in giro per lavoro e quindi, con la mamma, mi capitava di passare molto tempo insieme a loro. Mi trovo benissimo a parlare e confrontarmi con i nonni”. Queste sono state le parole con cui E. (classe terza) ha commentato le foto della sua gemma.
Sarà che sono affezionato a mio nonno che non c’è più, ma le pagine del libro “L’estate alla fine del secolo” di Fabio Geda le ho divorate in pochi giorni. Un bel libro, una bella storia, una lettura godibilissima. Due figure affascinanti, un nonno e un nipote; in mezzo tanti altri rapporti, tra genitori e figli, tra fratelli, tra amici, tra amanti, tra conoscenti, a volte facili, a volte complessi, come nella vita d’altronde. La maggior parte del libro è ambientato in Liguria, ma compaiono anche quadri siciliani e piemontesi. E poi alcune cose che amo: la montagna, i fumetti, la materia, i libri, le solitudini, il lago, il passato. Riporto un passaggio che mi ha particolarmente colpito: “Io, allora, mi sedevo di lato, così da scorgere un riflesso di luce nei suoi occhi, perché era come se lì si rispecchiasse una storia che, in qualche modo, era anche mia. Mi cercavo in lui, nelle rughe, nei gesti, nelle unghie e nell’odore, ma quasi mai mi trovavo. Mentre lo sguardo – perdio – quello era mio: ne avrei riconosciuto l’inclinazione e il peso tra mille. Solo la direzione era diversa. Io mi perdevo nel futuro. Lui in ciò che era stato.”

Gemme n° 145

Questa canzone da piccola mi accomunava a mia cugina; la ascoltavamo, ma non capivo cosa dicevano i Tokio Hotel. In autunno ho letto il testo e mi è venuto da piangere. La ascolto quando ho bisogno di conforto. Il testo dice “quando niente va più, sarò il tuo angelo”. In relazione a questo ho portato quanto ho scritto due anni fa; nel percorso di preparazione alla Cresima stavamo trattando l’argomento della speranza…
Avere la forza di ribellarsi,
di battere un piede per terra
e, per una volta, dire “no, non ci sto!”.
Credere in qualcosa
e non smettere di dirlo,
credere nella libertà
e lottare per ottenerla,
avere una luce negli occhi
in grado di sciogliere
anche l’anima più ghiacciata.
Sorridere
di fronte al nostro riflesso;
sorridere, anche se quel riflesso
è il più triste del mondo.
Lasciare che le lacrime
ci accarezzino dolcemente
il viso, le guance,
e pensare che presto
tutto sarà finito,
e pensare che presto
tutto andrà bene.
Avere un’esplosione di vita, di gioia
nel cuore
e nel profondo dell’anima,
dove la Speranza
possa germogliare indisturbata…
Avere un sogno,
anzi,
migliaia di sogni
e cercare di raggiungerli ogni giorno.
Guardare al Futuro,
senza scordarsi del Passato,
ed essendo consapevoli
del Presente.
Sperare.
Illudersi.
Deludersi.
Per tornare poi a sperare.
Amare.
Amare tanto.
Amare gli amici, i genitori, i fratelli,
i parenti, le persone;
Amare la Vita, le stelle, i tramonti,
il mare;
Amare il sole, che scalda l’anima
e rallegra i volti;
Amare la Luna, muta confidente
dei nostri segreti più irrivelabili…
Amare Lui,
Dio,
l’unica vera Speranza dell’uomo.
Amarlo per tutto questo.
Amarlo per le piccole cose
di ogni giorno.
Prenderlo per mano,
Fidarsi di Lui,
lasciarsi guidare lungo la via.
E non importa
quanto possa essere in salita
o faticosa,
non importa né come né quando.
L’importante è non arrendersi mai,
è arrivare dove Lui
vuole farci arrivare.
L’importante è avere fiducia
in Lui, e nel futuro.
L’importante è avere Speranza,
la Speranza di un mondo migliore.”
Ascoltando e leggendo le parole di A. (classe terza) mi sono venute alla mente le parole di un libro di André Frossard che ho appena terminato: “… chi entra nel Vangelo dalla porta giusta vedrà invece nel Cristo un essere eterno che a poco a poco acquisisce una conoscenza della condizione umana fondata sull’esperienza, fino all’agonia sulla croce, fino al grido straziante: «Dio mio , Dio mio, perché mi hai abbandonato?» che segna, se posso esprimermi così, la fine della lezione, il momento preciso in cui l’incarnazione, abolita l’ultima scintilla di luce soprannaturale, si compie nell’indigenza dell’abbandono. E chi avrà intuito l’immensità di un simile dono sentirà crescere dentro di sé un sentimento ignoto, il puro amore dell’amore: la definizione stessa dello Spirito Santo, che può nascere in noi solo dalla divinità del Cristo, umilmente racchiusa nella sua umanità” (André Frossard, Dio. Le domande dell’uomo, pag. 50)

Gemme n° 137

Mi piace il messaggio che emerge da questo spezzone di film: nonostante ostacoli e difficoltà non si deve mollare e cercare scuse, ma trovare la forza per andare avanti e sopravvivere”.
Le parole di P. (classe terza) fanno riferimento a un video che è già stato presentato come gemma. Questa volta mi soffermo sulla genitorialità, riportando un passo che amo molto de “Il profeta” di Kahlil Gibran, in cui il poeta si rivolge proprio ai genitori:
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.”