Gemme n° 296

gruppo

Ho portato la foto del gruppo animatori del centro estivo. I primi due anni di superiori ero una persona molto chiusa e avevo paura di qualsiasi cosa. Mi escludevo dagli altri, solo in classe avevo qualche relazione. Mi isolavo per paura degli altri. Poi un’amica mi ha portata in questo centro aggregazione con ragazzi più grandi e più piccoli, ma nessuno della mia età. Conoscendomi avevo timore, però ho continuato a frequentare il gruppo. Ho fatto molte attività e grazie a loro sono quella che sono ora: siamo un gruppo d 45 ragazzi. Se potessi cancellerei quei due anni della vita, ma ormai sono parte del passato…”. Questa la gemma di A. (classe quinta).
Pam Brown scrive “Tutti abbiamo incontrato lo sguardo di qualcuno e sentito una specie di “riconoscimento” che avrebbe potuto essere l’inizio di un’amicizia. Ma poi le luci cambiano, il treno parte, la folla fa ressa tutto intorno… e non sapremo mai”. Volgendola al positivo penso sia bello invece sapere, sapere e riconoscere il momento in cui siamo stati riconosciuti o abbiamo riconosciuto l’altro come presenza amica.

La stessa musica

overhead

Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica”.
(D. Pennac, Diario di scuola, 2007)
Far conoscere la stessa musica, questa è la sfida.

Gemme n° 122

Lo spartito di “Happy” è stata la gemma presentata da M. (classe seconda). “L’ho portato per due motivi. Il primo è perché la musica è la mia passione: suono il clarinetto da quando avevo 4 anni. Il secondo è perché attraverso la musica ho fatto l’esperienza della banda giovanile regionale, che ha significato crescita musicale e umana. Vi ho conosciuto una delle mie più grandi amiche”. Riprendo e sottolineo una delle frasi che appaiono nel video proposto da M. e che unisce i suoi due motivi: “L’amicizia è come la musica: due corde parimenti intonate vibreranno insieme anche se ne toccate una sola” (Francis Quarles).

Gemma n° 99

Questa canzone è la mia gemma: non è la mia preferita e non la ascolto spesso, ma è importante perché mi rimanda a momento preciso, quando ho vinto il campionato con la mia squadra, dove gioco fin dall’inizio. Non è una squadra grande, però ci sono molto legato perché è la squadra del mio paese; avrei potuto andare via, ma non ho voluto. Considero i miei compagni come dei fratelli. In questi anni sono anche stato preso in giro perché ho scelto di restare a giocare in una “squadretta”, ma mi sono sempre trovato bene. Mi ero ripromesso di mettere a tacere tutti, soprattutto gli ex compagni che avevano sputato nel piatto in cui avevano mangiato. Dopo tre anni siamo riusciti a vincere. In questa canzone, nel ritornello c’è qualcosa di importante: il lavoro duro, vedere negli altri lo stesso tuo obiettivo. «E ci hanno detto che non saremo mai stati in grado di farcela. Ma ci siamo messi in cammino».” Così M. (classe terza) ha voluto presentare la propria gemma.

Nella seconda strofa della canzone i Linkin Park raccontano la difficoltà prima di prendere la decisione di darsi da fare e poi il momento risolutivo: “Quando tutto questo è cominciato eravamo costantemente rifiutati e sembrava che non avremmo potuto fare nulla per essere rispettati. Nel migliore dei casi, eravamo presi di mira. Al peggio si è detto probabilmente che siamo patetici. Avevo tutti i pezzi del puzzle e solo il modo di collegarli. Combattevo con ogni verso, rafforzando ogni rima senza mai smettere di chiedermi se fossi fuori di testa. E alla fine è arrivato il momento di farlo o lasciar perdere. Quindi abbiamo messo le carte in tavola e detto che era ora di prendere in mano la situazione”. Sembra di ascoltare la parte finale de “La linea d’ombra” di Jovanotti che abbiamo ascoltato in classe poco dopo: “domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire, getterò i bagagli in mare studierò le carte e aspetterò di sapere per dove si parte, quando si parte e quando passerà il monsone dirò “levate l’ancora, diritta, avanti tutta, questa è la rotta, questa è la direzione, questa è la decisione””.

Gemme n° 53

“Ho portato la canzone che accompagna la mia storia d’amore; è anche il brano che ha ispirato quella che per me è la canzone migliore che io abbia scritto.” Così A. (classe quinta) ha introdotto la sua gemma. “Mi piacciono il testo e la melodia, e il pezzo esprime il rapporto all’interno degli Slipknot, che è quello che dovrebbe esserci all’interno di ogni gruppo: amore, amicizia, esserci per gli altri.”

Per restare su genere e tematica mi affido a “Alone in heaven” dei Sonata Arctica: il concetto è semplice. Che senso ha una gioia, una felicità se sono da solo a viverla, se non posso condividerla con nessuno? “Mi chiedo soltanto, tutto questo può essere il paradiso se i miei migliori amici bruciano all’inferno? Paradiso. Che diavolo farei in quel luogo senza te? In paradiso, solo in paradiso… Non ti lascerò mai indietro. È tutti per uno, e tutti per la vita.”

Famiglia e rugby

Mi ha scritto l’altro giorno uno studente, in risposta a un lavoro che avevo assegnato:

rugby2.jpg“Ecco. Il mio valore più importante è la famiglia… Ho scelto questa immagine perché penso che il Rugby sia come una famiglia: ci può essere qualsiasi persona in una squadra: c’è quello veloce, quello snello, quello tarchiato, quello alto, quello ciccione, quello grosso… Tutti questi con differenti personalità…. belle o brutte… E nonostante il carattere e l’aspetto fisico differenti l’uno dall’altro questa squadra è una sola: agisce, lotta, si aiuta a vicenda, ognuno ha il suo compito, proprio come una famiglia. Non deve mollare. Deve avanzare. Continuare il percorso anche durante le difficoltà…

Io gioco a rugby. Sono al primo anno dell’under diciotto e sono il più piccolo. Io ammiro molto i compagni più grandi di me. Essi hanno più tecnica, più fisico ed esperienza… Sono più forti, superiori a me, anche in partita, e ad allenamento (infatti le prendo molto spesso). Nonostante questo anche se ogni tanto fanno gli spavaldi con me, gli voglio bene, li rispetto con tutto il cuore e so che anche se mi legnano ad allenamento, nel vero match, nel momento del bisogno, quando sarò placcato, loro saranno lì a prendere la mia palla per poi portarla oltre la linea di meta. Con loro son sicuro: avrò sempre un sostegno, sia morale che fisico. Per questo ritengo che la famiglia sia importante, sia dal punto di vista sociale che sportivo.

Devo dire che riflettendoci, ci sono vari tipi di famiglia in questo mondo, anche se non ce ne rendiamo conto. La prima cosa che viene in mente appena qualcuno dice la parola famiglia, sono i genitori e i parenti. Se pensiamo bene invece ci sono anche altre famiglie. A scuola, al lavoro, nello sport, ovunque.

La famiglia condivide tutto nonostante le difficoltà.

Oggi uscendo dallo spogliatoio ho visto i due soliti fuori quota della squadra… Sono acerrimi nemici in campo. Quando si devono scegliere le squadre ad allenamento loro sono sempre separati, l’uno contro l’altro. Se le danno di santa ragione. Alla fine pero’ si chiamano a vicenda “mate”, vengono ad allenamento insieme, ridono insieme, c’è un’ intesa incredibile … Sono inseparabili… Io penso che ci sia qualcosa di magico in questo sport… Si condivide tutto: dalla fatica degli ultimi minuti impossibili da giocare, dove le ossa scricchiolano, i lividi si sentono di più e le gambe si indolenziscono, alla pasta del terzo tempo, dove si ride e scherza anche con la squadra avversaria.

Il rugby insegna tante cose. Ti insegna ad attribuire i valori alla vita, ti insegna a rispettare, a dare sostegno, a non mollare al primo tentativo, a perseverare…. ad essere UNITI… Come una famiglia…

Il rugby è come la vita. C’è tutto dentro: Difficoltà, dolore, amore, passione… Non per questo è definito dai gallesi “LO SPORT CHE VIENE GIOCATO IN PARADISO”… E lei cosa ne dice prof, pensa che qualche volta Dio si metta a fare qualche partita di rugby per insegnare a noi la vita?”

Un Boss a fior di pelle

E’ partito dalla Norvegia, da Oslo, il nuovo tour di Bruce Springsteen. Piero Negri ne ha scritto su La Stampa:

Bruce-Springsteen-la-scaletta-del-concerto-di-Oslo-video_h_partb.jpg“Alle sette e 35, con un leggero ritardo sull’orario previsto, Bruce Springsteen è salito sul palco della Telenor Arena, a Oslo, Norvegia, ha ceduto per pochi minuti l’onore della scena al vecchio compare Steven Van Zandt, tornato a suonare con lui dopo una licenza concessagli per girare una serie tv, e ha colpito il suo pubblico con un trittico ripescato dai suoi anni ’70-’80: Two Hearts, No Surrender, Badlands. Il messaggio è chiaro: lo show rock più potente del Pianeta è tornato in Europa per confermarsi, più che per sorprendere. E gli italiani, che già hanno portato vicino all’esaurito due date su quattro, potranno presto rendersene conto: a Napoli, il 23 maggio, a Padova, il 31, a Milano, il 3 giugno, a Roma, l’11 luglio (in occasione di Rock in Roma).

Un paio d’ore prima, concluse le velocissime prove, lo stesso Springsteen aveva spiegato a una rappresentanza della stampa europea che cosa attendersi da questi concerti: «Siamo cresciuti in un’epoca in cui i grandi maestri della costruzione degli show erano ancora attivi – aveva detto – e sto parlando di gente come James Brown, Sam and Dave, i maestri della musica soul che a loro volta avevano imparato l’arte dai pastori, alla Messa della domenica: domanda e risposta, vi dico qualcosa perché voglio da voi una risposta. È un’arte perduta, quella dello show, col tempo, chissà perché, si è cominciato a pensare che lo spettacolo sia artificio. Sbagliato, è una presentazione che se è fatta bene, rende più profondo e più efficace ciò che stai cercando di dire». Della perduta arte dello show, Springsteen si sente insomma l’ultimo sacerdote. Le immagini religiose nascono spontanee ad assistere allo show, che spesso ha accenti gospel, e ancor di più incontrando Springsteen, che questa volta indossa all’orecchio sinistro un minuscolo pendaglio a forma di croce: «È come dice Al Pacino nel Padrino: più cerco di uscirne, più mi spingono dentro. Ho avuta un’educazione cattolica, e dunque cattolico lo sarò sempre, almeno in parte, e si capisce bene dalla mia musica. Ho trascorso otto anni della mia vita in una scuola cattolica, tutte le mattine sono stato indottrinato, e non lo dico solo in senso negativo: per un bambino quello è un mondo molto poetico, e anche molto drammatico».

Il risultato è che oggi Springsteen incarna una figura unica nel panorama mondiale, un po’ leader politico, un po’ guida morale. Lui non sembra dolersene: «Politica e spiritualità, oggi non riesco bene a distinguerle, più cresci probabilmente più è difficile farlo. È chiaro, la mia espressione migliore, sia politica sia spirituale, è la musica, che non intende mai essere polemica, o schierata: semplicemente, vuole raccontare come vive la gente. Penso alle mie canzoni come a quei discorsi che si fanno la sera in cucina, con la famiglia, dopo una giornata di lavoro. Tutto qui, tutto molto semplice. Vita vera. Il mio lavoro consiste prima di tutto nello scrivere, e scrivere è un atto dell’immaginazione. Però ho passato i primi diciotto anni della mia vita in una piccola città, con miei genitori, e come tutti sanno i primi diciott’anni di vita non ti lasciano mai. Quella persona è sempre dentro di te, e il modo di vedere il mondo non cambia più per il resto della tua vita. Quando il mattino leggo il giornale, interpreto gli avvenimenti con quel modo di pensare, è la mia prima natura. Poi, se fai l’artista sviluppi un vocabolario e un’abilità nell’indossare le scarpe altrui, impari anche a camminarci dentro, se sei un grande come Martin Scorsese fai bellissimi film sulla mafia pur non essendo un mafioso. Non sono un politico, ma i problemi della società americana sono evidenti, negli ultimi trent’anni la forbice tra chi ha e chi non ha si è allargata a dismisura, e questo non smette di indignarmi. Ma lo faccio sempre con la mia prima natura».

La musica, allora: se questo sessantaduenne del New Jersey, statura media, forma fisica invidiabile, origini piccolo borghesi (madre segretaria in uno studio legale, padre incapace di tenere a lungo un posto di lavoro) è diventato una star mondiale, è certamente grazie a concerti come questi, interminabili, esaltanti, divertenti, a tratti emozionanti. Glielo diciamo e lui la questione l’analizza così: «Il nostro gruppo è un po’ particolare, siamo 16 sul palco, ma siamo in grado di fare una svolta di 180 gradi sullo spazio di una monetina. Il nostro spettacolo non è pianificato, non abbiamo luci né scenografie che ci vincolano, siamo una band da bar. Il bello di suonare nei bar è che è tutto molto informale, non conta tanto come ti presenti, conta quanto sei flessibile, devi essere capace di suonare per cinque ore in una sola sera. Io posso decidere quale canzone suonare e cambiare idea, in tre, cinque secondi, batterista e bassista leggono il mio labiale e trascinano tutti quanti. E tutto ciò è fondamentale, perché personalizza ogni serata, nessuno deve avere mai l’impressione di assistere a uno show qualunque, lo show in cui ci sei tu deve essere il tuo show, diverso da quello di chiunque altro. Il nostro concerto riconosce la tua individualità».”