Un nuovo (D) io

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Un articolo di Maria Luisa Prete su La Repubblica. Argomento: l’intelligenza artificiale assurta a nuova divinità.
Un nuovo dio scende sulla terra alla conquista delle nostre anime. E come i suoi predecessori, anzi più degli altri, viene plasmato ad arte dall’uomo. Come gli altri, nasce per essere venerato e per salvarci dalle brutture del mondo. Ma chi è? Nientemeno che l’intelligenza artificiale. Se Elon Musk la teme considerandola la possibile causa della terza guerra mondiale, per Anthony Levandowski, invece è la nuova divinità.
L’ex ingegnere Google, licenziato qualche mese fa con l’accusa di aver rubato segreti commerciali, adesso cerca il riscatto nella fede. La sua associazione religiosa senza scopo di lucro si chiama “Way of the Future”, e appunto si propone di venerare l’AI per migliorare la nostra vita. Come dire, se non riusciamo più ad aver fiducia nel dio tradizionale, un’alternativa, fatta di bit e silicio, potrebbe fare al caso nostro. Così terrena da poter conquistare anche i miscredenti più accaniti, così fascinosa perché potrebbe elevare a paradiso il progresso tecnologico. Basta crederci.
Ma chi è il messia di questo nuovo messaggio di salvezza? Il suo biglietto da visita non è proprio edificante. Pendono su di lui pensanti accuse di spionaggio industriale. In particolare, Levandowski, classe 1980, è al centro di una disputa su brevetti trafugati tra Uber e Waymo, compagnia automobilistica di Google. Licenziato dall’azienda di Mountain View lo scorso maggio, adesso sembra cercare il riscatto e la fama come sacerdote della divinità tecnologica. La sua setta è stata fondata nel settembre 2015, ma è salita solo ora agli onori della cronaca grazie alle rivelazioni di Wired Usa che ha reso noto il progetto presentato all’US Internal Revenue Service (IRS), l’autorità Usa che gestisce e amministra le entrate fiscali pubbliche, alle cui norme devono attenersi anche le organizzazioni senza scopo di lucro. Anche se la setta non ha ancora formalizzato la sua posizione con l’IRS come organizzazione religiosa esente da imposte, i documenti depositati in California dimostrano che Levandowski è amministratore delegato e presidente del Mondo del futuro e che i fini della società “attraverso la comprensione e il culto della divinità” vogliono contribuire al “miglioramento della società”.
Il legame tra tecnologia e religione non è nuovo. In molti, nella Silicon Valley, credono nella “Singolarità”, l’avvento di un’epoca in cui le macchine governeranno il mondo con giustizia ed equità, a vantaggio e meglio degli uomini. Da qui, il passo verso il culto dell’Intelligenza artificiale sembra obbligato. La speranza nelle “magnifiche sorti e progressive” si alimenta con i grandi successi e le costanti innovazioni del settore. Non è un caso, fa riflettere Wired a proposito, che se ancora l’AI divina è lontana, Levandowski abbia contribuito con il suo lavoro a farle assumere un’incarnazione terrena. Le auto a guida autonoma alle quali aveva lavorato per Google stanno già trasportando passeggeri a Phoenix, in Arizona, mentre i camion costruiti dalla sua Otto (poi ceduta) fanno parte del piano di Uber per rendere il trasporto merci più sicuro ed efficiente. Passi concreti per diffondere il verbo di una divinità che sembra compiere i “primi miracoli” e ne promette ogni giorno di nuovi.

Partire dalle persone

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Nel mese di luglio avevo letto un articolo di Alberto Maestri e me l’ero appuntato. Mi aveva colpito una frase: “Sapere riconoscere le opportunità digitali significa prima di tutto partire dalle persone”. Alberto Maestri è diplomato in Marketing e Strategia all’Università di Modena e Reggio Emilia e in Digital Marketing all’Institute of Direct and Digital Marketing (IDM) di Londra. Responsabile della sezione Tech di Ninja Marketing, lavora come Senior Consultant in OpenKnowledge dedicandosi a progetti nazionali e internazionali legati a marketing digitale e pratiche di open innovation.
L’articolo è tratto da Ninjamarketing e porta il titolo “La Trasformazione Digitale riguarda anche te”.

Lo ammetto, ho sbagliato. Quando mi trovo a scrivere qualcosa, raccomando sempre a me stesso di non dire “tutto subito”, ma di lasciare piuttosto la curiosità al lettore almeno fino a metà pezzo. Invece, questa volta, ho anticipato il finale già dal titolo.
Il dato di fatto è semplice: viviamo nel pieno dell’era digitale. Un’era mediata (gli studi del sociologo italiano Giovanni Boccia Artieri sono illuminati e illuminanti in tal senso), filtrata (“The Filter Bubble” è un’opera di qualche anno fa ma sempre interessante, la conosci?), fluida (Zygmunt Bauman docet). Proprio la parola “digitale” fa spesso rima con termini come “innovazione” e porta conseguentemente con sé una percezione, comune alla maggior parte delle persone – indipendentemente dal livello di alfabetizzazione digitale (e, da una prospettiva complementare, di digital divide) – e trasversale ai settori industriali: ovvero, che l’innovazione (quindi, la trasformazione) digitale sia prima di tutto un fattore tecnologico.
Paradigmi come la Virtual Reality, l’Augmented Reality, l’Internet delle Cose, la Blockchain, soluzioni come Oculus e i Bitcoin, modelli di business nativi digitali e fondati sull’ottimizzazione dei big data come Uber, AirBnB e TripAdvisor portano spesso a pensare che la trasformazione digitale di organizzazioni, territori, aziende, amministrazioni pubbliche sia primariamente una questione di innovazione tech.
Basta un poco di zucchero e la pillola, va giù. Ricordi la celebre cantilena di Mary Poppins? Oggi, potrebbe essere riletta con efficacia per delineare tale prospettiva. La tecnologia sarebbe la reale variabile determinante di un presente e – soprattutto – di un futuro sempre più digitale.
La potenza è nulla, senza controllo
Il rischio di tale approccio è multi-layer – ovvero, composto da diversi pericoli posizionati e collegati a puzzle. Ti elenco due esempi di layer a cui fare attenzione.
1. Il primo è ben riassunto nel termine mediumism, indice della tendenza pericolosa ad essere continuamente alla cerca frenetica dell’adozione dell’ennesima piattaforma digitale senza prima essersi chiesti e avere attentamente valutato se è davvero ciò che l’audience vuole, e/o di cui ha bisogno.
2. Un secondo pericolo sta nella mancata correlazione stretta e diretta tra tecnologia, cultura e competenze: ovvero, il fatto di avere anche la migliore innovazione tecnologica non garantisce proprio nulla. Gli utenti destinati a utilizzarla e a “calarla a terra” potrebbero infatti non avere le giuste competenze, né tantomeno e soprattutto la cultura – un fattore più sottile e strategico ma che permette di indirizzare al meglio le azioni – per farlo.
Accelerare con le persone
Un secondo approccio alla trasformazione digitale è invece people-centric: ovvero, vede nelle persone i principali elementi abilitatori del cambiamento. E per “cambiamento” intendo qualcosa di profondo, ampio, di ampio respiro, non relegato solo a temi di dialettica politica o politiche aziendali. Personalmente aderisco in toto a questa seconda visione neutrale al fattore tecnologico, e porto anche qui due temi a supporto.
1. Il primo è quello del Digital Darwinism, concetto suggerito dalle ricerche di Brian Solis a partire dal 2010 circa. Il futurologo e analista americano intende con tale termine la capacità e rapidità evolutiva delle persone, di gran lunga maggiore della stessa capacità di cambiamento e innovazione di aziende, organizzazioni e sistemi. In effetti, questi ultimi sono organismi complessi, strutturati, dove le decisioni vengono prese attraverso percorsi non banali né rapidi. Al contrario le persone, in quanto esseri sociali e atomi singoli, sono sempre più interessate e disposte a mettersi in gioco (rischiare!) per il gusto di testare le innovazioni tecnologiche. Volendo rileggere la tradizionale curva di Rogers utilizzata in economia per spiegare il modo in cui le innovazioni di prodotto si diffondono nel tempo, potremmo sostenere che il digitale amplia la percentuale di innovatori ed early adopters, limitando allo stesso tempo la “pancia” maggioritaria e la “coda” ritardataria.

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2. Il secondo tema sta nel concetto di mobile mind shift, introdotto da alcune analisi della società di consulenza internazionale Forrester Research. Con questo termine si intende il cambiamento psicologico – o meglio il circolo vizioso – abilitato dal digitale. Siamo sempre meno disposti ad aspettare, a dovere fermare lo svolgimento di ciò che stiamo facendo per potere fruire di una informazione, ad “accontentarci” di ricevere comunicazioni irrilevanti per il nostro vissuto. Al contrario, attraverso i media digitali mobile: “La mobile mind shift è la consapevolezza di potere essere connessi in qualunque momento e la conseguente aspettativa di ottenere quanto necessario subito e in modo contestualizzato, senza necessità di ulteriori spostamenti fisici o “mentali”.”
Social technology: una lente per leggere il futuro che ci attende
A mio avviso, dunque, la trasformazione digitale non è una semplice questione tecnologica, ma è un “affare” people-first. Come sarà il futuro? Difficile, impossibile saperlo.
Più semplice diventa estrarre una lente, un modus operandi per leggere ciò che ci aspetta. Ovvero, partire dalle persone in quanto esseri sociali. Non è un caso che piattaforme tecnologiche come YouTube, Facebook e altri social network abbiano avuto il successo che tutti conosciamo: si tratta di innovazioni che sono state capaci nel tempo di rispondere in pieno alle esigenze sociali degli individui di parlare, connettersi, interagire. In esse, la tecnologia ha avuto un semplice ruolo di adattatore e abilitatore delle necessità sociali delle persone.
Tale approccio, che definisco di social technology, è fondamentale non solo per comprendere ciò che accadrà, ma anche per anticipare il successo (o l’insuccesso) delle nuove trasformazioni digitali.
Siamo pronti a prevedere il futuro?

Scrolling on the river

Fonte della foto 

Emanuela Zaccone è Digital Entrepreneur, Co-founder e Social Media Strategist di TOK.tv. Ha oltre 7 anni di esperienza come consulente e docente in ambito Social Media Analysis e Strategy per grandi aziende, startup e università. Nel 2011 ha completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media Marketing e SocialTV. Oggi ho letto un suo articolo su Digitalic; l’ho trovato semplice e ricco di spunti, originale nel titolo oliverstoniano Natural born mobile.

Natural born mobile: tutta la nostra esperienza mobile passa dai device mobili, che contribuiscono per il 90% al traffico verso i social media. Controlliamo i nostri smartphone per tutto il giorno, per 220 minuti al giorno ad essere esatti. Ma la responsabilità di come i social influiscono sulle nostre vite è solo nostra.
Il 50% delle persone controlla il proprio smartphone subito dopo essersi svegliata, prima ancora di scendere dal letto e uno su tre utenti controlla il telefono anche durante la notte.
Lo scrolling è diventato una delle azioni più frequenti che compiamo in maniera ormai quasi inconsapevole, mentre proporzionalmente all’aumentare di tanti stimoli diminuisce la nostra capacità di attenzione. Se già nel 2000 riuscivamo a mantenere il focus per appena 12 secondi, nel 2015 siamo scesi a 8, un secondo meno della concentrazione di cui è capace un pesce rosso. Gli psicologi hanno addirittura coniato un termine – ringxiety – per la sensazione, riscontrata in un numero statisticamente significativo di persone, di sentire suonare il proprio smartphone anche quando questo di fatto è spento.
È un riflesso incondizionato, in parte dovuto al Fomo – Fear of Missing Out, cioè il timore di perdersi qualcosa e quindi l’esigenza costante di controllare email, social media e piattaforme su cui siamo presenti.
Torna prepotente un tema chiave della riflessione tecnologica di oggi: questi strumenti ci rendono peggiori o comunque peggiorano la nostra esperienza quotidiana? È una domanda errata: gli strumenti si limitano ad essere tali, è l’uso che ne facciamo a decretarne la loro influenza all’interno delle nostre vite. Tutto il resto è solo alibi, un tentativo di deresponsabilzzarci come utenti, ma anche e soprattutto come persone.
Facebook Live, la piattaforma di streaming che consente a chiunque di mostrare cosa sta succedendo intorno a sé in diretta, è una delle feature più usate ed apprezzate del social network. Eppure ha fatto parlare di sé più volte per motivi non positivi, come il fermo di polizia che lo scorso luglio è sfociato in omicidio ed è stato trasmesso live, prima volta nella storia del social media di Zuckerberg. Ad aprile 2017 Facebook Live è stato usato per minacciare e quindi compiere, mostrandolo, un omicidio a Cleveland. Facebook per contro ha reagito annunciando che aumenterà il numero di persone delegate a monitorare l’integrità dei contenuti. Probabilmente non si sarebbe potuto evitare, ma sarebbe stato possibile fare rimuovere il video in tempi più brevi se solo fosse stato segnalato immediatamente.
Ancora una volta entra dunque in gioco il vero fattore chiave della nostra riflessione: quello umano. Perché non c’è stato un numero di segnalazioni alto – quantomeno proporzionale all’indignazione poi letta sul social network – non appena il video è andato live? Abbiamo un potere elevatissimo nel palmo delle nostre mani: possiamo prenotare vacanze, pagare praticamente qualunque bene e servizio, mostrare in diretta la realtà che ci circonda, guardare film e serie TV, comunicare con il mondo, giocare e molto altro. Ogni nuova azione a cui siamo abilitati implica una maggiore responsabilizzazione: è facile delegare ai social media, ai creatori delle app che usiamo e in generale a chi crea le piattaforme che utilizziamo la totale responsabilità di come queste vengono adoperate, ma è compito di ciascuno di noi creare un ambiente positivo nella consapevolezza che interconnessione significa anche rispetto reciproco. Non solo, ma anche rispetto per se stessi: dominare il volume di eventuale disturbo che riceviamo dai nostri telefoni è compito di ognuno. Semplicemente definire quante e quali notifiche ricevere, quando spegnere gli smartphone, quando e cosa raccontare sui nostri stream social sono decisioni personali che devono essere prese nel rispetto delle abitudini di ciascuno. Un’esperienza tracciabile e che lascia tracce: siamo produttori di dati, una miniera d’oro non solo per chi ci profila in base alle nostre azioni, ma anche per l’influenza che i nostri comportamenti – e la loro osservazione – hanno nel disegno futuro delle piattaforme con cui interagiamo. I nostri schermi sono porte. Verso le nostre abitudini, interessi, scelte, connessioni. Viaggiamo attraverso esperienze quotidiane di (inter)connessione, senza sosta. Perché siamo naturalmente nati per il mobile.”

Ridefiniamo le libertà

freedom-of-the-press-2048561_1920.jpgE’ un articolo piuttosto lungo: parla della Serbia, ma gli spunti di riflessione che offre in merito all’utilizzo politico e sociale di internet sono validi per qualsiasi realtà. L’intervista è di Rossella Vignola per l’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa.
Il 12 marzo scorso, nel giorno in cui si celebrava il 28° compleanno di internet, Tim Berners-Lee, co-inventore del web, ha pubblicato sul sito della World Wide Web Foundation una lettera aperta su come internet stia evolvendo e ha espresso le sue preoccupazioni su alcune tendenze che, secondo l’autore, stanno tradendo la promessa originaria di internet come di uno spazio aperto, plurale e democratico dove tutti possono condividere informazioni e collaborare senza frontiere. Nella sua lettera ha citato tre sfide principali: in primo luogo, il modello di business dominante fondato sull’offerta di contenuti gratuiti in cambio di dati personali, gestiti in modo proprietario e opaco da pochi giganti del web (Facebook, Google, etc.); secondo, la diffusione della disinformazione spinta da algoritmi che attingono dai nostri dati personali; terzo, la crescente complessità del marketing politico che rende possibile campagne elettorali in grado di raggiungere milioni di elettori con messaggi personalizzati.
Se, soprattutto dopo le ultime elezioni americane, l’impatto di queste tecnologie sui risultati elettorali è oggetto di dibattito, ciò che è certo è che esse stanno contribuendo a cambiare il concetto stesso di sfera pubblica e le modalità di costruzione del consenso. Ne abbiamo parlato con Vladan Joler, direttore di SHARE Foundation , organizzazione di Novi Sad che monitora le tendenze del web e le violazioni dei diritti digitali nello spazio virtuale serbo.
La Share Foundation è stata fondata nel 2012 con l’obiettivo di proteggere i diritti digitali, la privacy, la libertà di espressione, la trasparenza, i diritti umani e contrastare la sorveglianza nella sfera digitale…
Abbiamo iniziato organizzando il più grande raduno di attivisti internet della regione, ma ci siamo subito resi conto che con un singolo evento e senza una base solida di competenze forti e variegate, dalla ricerca, all’advocacy al policy making, non eravamo in grado di affrontare una serie crescente di questioni che erano molto importanti per noi. Abbiamo così concepito il passaggio dall’essere un gruppo di attivisti ad un gruppo di esperti. Attualmente il nostro team è composto da avvocati, giornalisti, tecnologi ed esperti di informatica forense e analisi dei dati.
Gli attacchi online ai media digitali, ai giornalisti, agli attivisti sono sempre più frequenti nella sfera digitale in Serbia. Ci può spiegare come si è evoluto il fenomeno negli ultimi anni?
In Serbia, con poche eccezioni, da tempo i media mainstream sono utilizzati come strumenti per fare politica. Questo ha fatto di internet uno dei pochi canali dove il giornalismo indipendente poteva trovare espressione. Insieme alla crescita della popolarità e della rilevanza dei media digitali e dei siti di giornalismo partecipativo, negli ultimi anni sono aumentati anche gli attacchi contro di essi. Questi attacchi vanno dalla pressione alle minacce a veri e propri attacchi informatici.
Questi ultimi sono diventati visibili come fenomeno sociale nel 2014 e sono presenti ancora oggi. Nel giro di tre anni si sono evoluti passando da comuni attacchi DDos [Distributed Denial of Service, NdT] a più sofisticati meccanismi per hackerare e intercettare le comunicazioni digitali. Oggi, gli attacchi cibernetici non sono così frequenti come lo erano due o tre anni fa, ma riaffiorano in modo mirato quando serve. Ad esempio durante le campagne elettorali, quando ci sono proteste, o altri fenomeni sociali di massa.
Quali sono stati i casi più rilevanti e che hanno sollevato più dibattito in Serbia?
I casi più rilevanti degli ultimi anni sono stati casi di attacchi informatici. Per esempio il popolare portale di notizie pescanik.net ha subito numerosi attacchi, in particolare nell’estate del 2014 dopo che un gruppo di giovani ricercatori aveva pubblicato un articolo che spiegava come il ministro degli Interni avesse plagiato la loro tesi di dottorato. In quella circostanza il sito rimase sotto attacco restando a lungo inaccessibile, per poi essere colpito ancora una volta dopo che gli stessi autori avevano pubblicato un nuovo articolo sul supervisore che aveva seguito la ricerca di dottorato del ministro. Dall’inchiesta emerse che questa persona, all’epoca direttore di un’università privata, non aveva un titolo di dottorato valido. Il portale subì nuovi attacchi e il direttore in questione si presentò in televisione per leggere alcune parti di uno scambio di e-mail che gli autori dell’inchiesta avevano avuto tra loro privatamente. Nessuno di questi casi è ancora stato chiarito dalle autorità competenti.
Il bersaglio di un altro importante attacco internet, accaduto nell’aprile 2015, è stato il sito Teleprompter, portale di notizie che di solito pubblica contenuti discutibili dal punto di vista etico, ma che all’epoca aveva adottato una linea critica nei confronti del governo. Si trattò di un attacco “totale”, dal momento che colpì sito, social network e gli indirizzi e-mail usati dai dipendenti per l’attività amministrativa. L’editore dovette ricorrere ad avanzate soluzioni per la sicurezza informatica per poter riguadagnare l’accesso al portale e agli indirizzi mail hackerati.
Come documentato nella vostra recente ricerca “Mapping and quantifying political information warfare “, nel corso del 2013 sono emersi i primi segnali che mostravano connessioni tra le attività illegali svolte nel “web sommerso” e l’agenda politica del partito al governo…
Nella maggior parte dei casi che abbiamo analizzato negli ultimi tre anni, i target degli attacchi informatici non erano parte della struttura di potere, ma piccoli media online indipendenti, blog e siti che criticavano il governo e pubblicavano articoli sulla corruzione, sull’inefficienza del governo o dei membri del partito al governo. È paradigmatico che questi attacchi siano avvenuti di solito dopo la pubblicazione di articoli che criticavano le strutture di potere. Per questa ragione, più che di casi di disobbedienza civile elettronica [operata da gruppi e attivisti per i diritti umani contro le strutture di potere, NdT] si è trattato di forme deliberate di censura.
Le principali conseguenze di questi attacchi sono insicurezza e paura crescenti, che producono un effetto inibitorio e paralizzante per la libera espressione sul web. Il punto è che pubblicare contenuti che criticano le strutture di potere (governo, gruppi criminali, o qualsiasi altro attore influente) può portare alla distruzione, al blocco o alla sparizione temporanea di contenuti da un sito, eventi a cui seguono inevitabilmente, oltre allo stress psicologico, tante ore di lavoro per ripristinare il sistema. Tutto questo può avere un grande impatto sulla volontà e sulla libertà delle persone di esprimersi liberamente.
Sono tre i software che sono stati presumibilmente usati dal partito al governo per fare “astroturfing“, ovvero per creare opinioni false e consenso a tavolino inondando di commenti le sezioni dedicate degli articoli pubblicati online. Questi software sono stati usati ripetutamente, e in modo sempre più sofisticato. Al momento non sappiamo se siano ancora in uso, anche se l’azione di troll e bot è ancora evidente e riconoscibile nelle sezioni dei commenti.
Avete sviluppato una metodologia specifica per ottenere e analizzare i dati che usate per le vostre inchieste?
Avendo chiaramente in mente che i temi di nostro interesse sono ogni volta diversi in termini di segmenti della società e di internet esplorati, ci approcciamo ad ogni nuova inchiesta con un lavoro di analisi a sé. In primo luogo, facciamo brainstorming sui possibili esiti, stabiliamo delle ipotesi, e poi pensiamo al modo migliore per ottenere i risultati che cerchiamo. Tentiamo sempre di minimizzare il fattore umano nel processo di raccolta e lavorazione dei dati. Usiamo diversi strumenti, nella maggior parte dei casi open source, oppure software proprietari concessi in uso gratuito o con licenze che consentono la distribuzione libera per scopi accademici e di ricerca.
Per quanto riguarda il monitoraggio delle violazioni dei diritti digitali, abbiamo sviluppato una metodologia per organizzare i casi per categorie, come ad esempio, gli attacchi tecnici all’integrità dei contenuti online, i casi di sorveglianza delle comunicazioni elettroniche, i casi di abuso della libertà di parola e così via, fino ad avere delle sotto-categorie più dettagliate. I casi raccolti sono conservati in un database online aperto. Questi dati vengono utilizzati per realizzare analisi e monitoraggi periodici sullo stato dei diritti e delle libertà digitali in Serbia.
Come viene percepito il vostro lavoro dalla società e dai media serbi? Le istituzioni reagiscono alle vostre denunce?
C’è una parte della società serba che segue il nostro lavoro regolarmente attraverso il nostro sito, i social network e partecipando agli eventi in cui divulghiamo le nostre ricerche. Tuttavia, non posso spingermi a sostenere che il nostro lavoro sia diventato mainstream. Le ragioni di questo sono varie, e ci vorrebbe tanto tempo per spiegare cosa è mainstream in Serbia.
La situazione con le istituzioni pubbliche è simile. Ce ne sono alcune che ci riconoscono come un attore rilevante, come l’ufficio del Commissario per le informazioni pubbliche e la protezione dei dati personali.
Come hanno mostrato le recenti elezioni negli Stati Uniti e il referendum per la Brexit , la propaganda computazionale su internet e l’uso di bot per manipolare l’opinione pubblica sono in crescita. In vista delle prossime elezioni presidenziali, cosa sta accadendo nella sfera digitale in Serbia?
Usando Facebook e Google, per fare un esempio, i cittadini sono automaticamente manipolati ed esposti alla propaganda computazionale o all’”economia della sorveglianza”, come preferiamo chiamarla. Il fatto che questi metodi siano ora usati per manipolare l’opinione pubblica da diversi attori e su larga scala nei casi di elezioni o campagne referendarie non è una novità ed è qualcosa che potevamo aspettarci. L’origine del problema sta nell’aver accettato il fatto di pagare per i servizi internet con i nostri dati personali, trasformando noi stessi in oggetti potenziali di manipolazione e in prodotto da vendere. La battaglia fondamentale da combattere nella società è la battaglia per la conquista delle menti delle persone; questo oggi è possibile con tecniche come la profilazione psicografica, l’analisi dei big data e la costante tracciatura del nostro comportamento online. Così le porte delle nostre menti sono sempre un po’ più aperte ad ogni potenziale acquirente interessato.
Nel caso della Serbia, durante le passate tornate elettorali abbiamo osservato chiaramente la volontà degli attori politici di controllare e dominare tutti gli spazi della comunicazione politica online, dai contenuti, ai commenti, ai voti online. Come abbiamo già spiegato, ci sono stati dei segnali che indicavano che il partito di governo ha usato dei software per disseminare commenti sul web. La questione qui è più sociale (e politica) che tecnologica, e riguarda le motivazioni che hanno portato a questo tipo di attivismo da parte degli attori politici. C’è una leggenda metropolitana secondo cui le persone coinvolte in queste attività ottengono in cambio dei sandwich, ma ci sono elementi che portano a pensare che questi attivisti, o bots, come sono chiamati in Serbia, abbiano ricevuto come compenso per queste attività impieghi e posizioni in aziende statali e istituzioni pubbliche.
In un articolo del 2012 , Philip Howard, esperto dell’Oxford Internet Institute, lanciò un appello per la creazione di “bot democratici”, per fare in modo che questi strumenti possano lavorare al servizio della democrazia e dei diritti umani. Crede che sia possibile per gli attivisti e per i difensori dei diritti umani trarre beneficio da queste tecnologie?
L’idea stessa di “bot democratici” è divertente. Si tratta, secondo la mia opinione, di un’idea estratta dal cappello a cilindro dei “tecno-ottimisti”. Francamente, non credo che aggiungendo altro rumore nello spazio di discussione online si aiutino le opinioni vere ad essere ascoltate. Anche se questo può sembrare troppo umanocentrico e contro i potenziali futuri “bot per i diritti”, io credo che la democrazia abbia a che fare, tra le altre cose, con la libera espressione di opinioni differenti rappresentate in una qualche forma di dialogo, e non con la competizione tra strumenti tecnologici o gare tra stringhe di codice. Questa idea appartiene alla stessa narrazione di chi sostiene la colonizzazione della sfera pubblica, secondo cui lo spazio della discussione pubblica dovrebbe essere conquistato attraverso soluzioni tecniche. Che questi strumenti siano a favore o contro la democrazia non cambia la sostanza: ovvero il fatto che si tratta di metodi profondamente sbagliati.
Si può lavorare ad accrescere la consapevolezza e l’educazione ai media e al mondo digitale dei cittadini per prevenire gli abusi delle tecnologie e dei social network nella manipolazione e nel controllo della sfera pubblica?
In una società, come quella serba, dove i media tradizionali, come la televisione e i giornali, sono largamente influenzati dalle strutture di potere, le piattaforme online sono i canali attraverso cui i cittadini possono essere pienamente informati su quello che accade. Oggi in Serbia il giornalismo investigativo è presente quasi esclusivamente sul web. Di conseguenza, è importante spiegare agli utenti di internet le tattiche e gli strumenti di manipolazione affinché possano riconoscere e distinguere la propaganda dai contenuti di qualità. Occorre un dibattito aperto su queste questioni che sono di interesse pubblico e noi siamo sempre disponibili a condividere i risultati delle nostre ricerche. L’educazione nel campo dei media e del digitale è sempre più importante man mano che il targeting e la propaganda online diventano più sofisticati. E questo è particolarmente importante per i nativi digitali, le giovani generazioni che non hanno mai fatto l’esperienza di essere off-line e che hanno quasi tutta la loro vita catturata in formato digitale, grazie ai social network e alle piattaforme di condivisione di contenuti online.
Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto
Quest’articolo fa parte di una serie di approfondimenti che OBC Transeuropa – nel contesto del progetto ECPMF – dedica a quelle realtà che operano per un giornalismo di qualità capace di portare a maggiore democrazia e diritti nelle società europee

Gemme n° 345

Ascolto questa canzone da quando avevo 12 anni, significa tanto per me perché mi ha fatto uscire da alcune difficoltà”. Con queste parole F. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Mi soffermo su un unico verso, all’inizio, sull’importanza di trovare qualcosa di significativo per cui alzarsi la mattina: “Cercando un modo migliore per alzarsi dal letto, invece di stare su Internet e cercare un nuovo successo”.

La LIM? Obsoleta…

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Questo post è rivolto, più che agli studenti, a colleghi, genitori e a tutte le persone interessate al mondo della scuola e soprattutto della didattica. Mi trovo spesso a riflettere e a confrontarmi con altri sulle possibilità che le nuove tecnologie offrono al lavoro di insegnante. L’intervista a Domizio Baldini pubblicata su Orizzonte Scuola mi sembra molto interessante.

Nuove tecnologie sui banchi per coinvolgere gli studenti e personalizzare i loro percorsi di apprendimento, ma senza abbandonare penna, foglio e libri di carta. I suggerimenti di Domizio Baldini (docente di scuola secondaria, Formatore De Agostini Scuola, Apple Education tutor, Tutor TIC) per una didattica efficace e multicanale.
Innanzitutto, che cos’è la didscuolabattica multicanale?
Mi piace citare una definizione dell’amico e collega Prof. Alberto Pian che ha pubblicato un ebook interessante ed utile che mi permetto di consigliare, La didattica Multicanale. Lo potete trovare sui vari store on line: “La grande sfida di una didattica multicanale integrata consiste nel tentativo di parlare a tutti usando i canali di tutti e impiegando diversi codici linguistici e comunicativi. Tutti i mezzi possibili devono essere strumenti della divulgazione, ma in modo integrato, armonioso, che renda possibile anche un godimento estetico della fruizione”. Credo che la didattica multicanale sia una delle risposte innovative che la scuola può dare per fornire agli studenti la competenza necessaria alle sfide di una società nuova e sempre più complessa”.
Come si costruisce una buona lezione in ottica multicanale?
Per prima cosa occorre esplorare la ricchezza presente in rete, occorre quindi soprattutto che i docenti siano sperimentatori e curiosi loro stessi. Solo così si potrà trasmettere la passione, la curiosità infinita, l’entusiasmo, il “demone” della ricerca. Trovare il vecchio filmato della RAI con Ungaretti che legge le sue poesie, usare Benigni e le sue letture pubbliche per la Divina Commedia, fare vedere Cassius Clay (allora si chiamava così) e la corsa di Berruti sui 200 m. alle Olimpiadi di Roma del ’60 e studiarne i movimenti atletici, mostrare sulla rete la foto del manoscritto originale dell’infinito di Leopardi o di una poesia di Cesare Pavese, un filmato di un esperimento scientifico da riprodurre in classe, sono solo alcuni esempi di risorse oggi disponibili in rete in ogni ambito disciplinare e interdisciplinare (Cassius Clay non serve solo per mostrare la sua intelligenza cinestetica, ma, per esempio, anche per introdurre la condizione di segregazione dei neri americani e, con il cambio di nome in Muhammad Ali, il trauma della Guerra del Vietnam).
Il lavoro vero dell’insegnante è poi quello di fornire il percorso ai propri studenti, ben sapendo che i modi dell’apprendere sono diversi e che ci saranno quelli che useranno più il canale visuale che non quello testuale o quello uditivo. L’abilità del docente sarà quella di fornire un percorso chiaro con obiettivi verificabili. La frase che si sente spesso “andate su internet a trovare risorse” non ha senso, è come mandare gli studenti alla Biblioteca Nazionale e dire loro: “cercate i libri che vi occorrono”. Occorre insegnare un metodo di ricerca fornendo loro percorsi costruiti anche insieme in classe, ma anche richiedere agli studenti di presentare loro stessi dei percorsi personali di ricerca privilegiando così diversi canali di apprendimenti e comunicativi (Flipped classroom) . La tecnologia oggi permette questo in modo facile ed intuitivo. Sarebbe , secondo me, un errore storico sottovalutarne le potenzialità didattiche”.
Una didattica, quindi, che oggi fa a meno di sussidi multimediali deve necessariamente considerarsi obsoleta?
Una didattica che non usi ANCHE le tecnologie oggi a disposizione è senz’altro una didattica più povera, meno coinvolgente, lontana dalla realtà di tutti i giorni, favorendo quell’errato sentimento comune che la scuola non serva poi a molto. Una volta andando a scuola si percepiva un mondo “altro”, con libri in biblioteca e lavagne appese nelle aule (la prima tecnologia pervasiva…), si respirava un’aura di “sapere” con Maestri e Professori che dispensavano contenuti seduti su cattedre di solito sopraelevate rispetto ai banchi, marcando così anche spazialmente la distanza tra i discenti (ignoranti) e i Docenti (che sapevano tutto).
Oggi non è più così. Lo studente spesso trova scuole vecchie, cadenti, con tecnologie obsolete ed antiquate o senza alcun sussidio tecnologico ed anche con docenti che affermano decisamente che “la tecnologia non serve a scuola”. Poi non ci dovremmo lamentare che gli studenti ormai tendono a considera l’istruzione scolastica come una volta veniva percepito il servizio Militare di leva: un cosa che si deve fare ma la cui utilità era quanto meno dubbia.
Per concludere posso dire che la vera sfida del docente del XXI secolo è quella di essere sempre più capace nella pratica quotidiana di inserire contenuti utilizzando più canali comunicativi. Personalmente ho adottato questa metodologia da tempo ed i risultati sia di interesse e coinvolgimento degli studenti, sia dal punto di vista dei risultati scolastici conseguiti, sono stati estremamente positivi. Con grande soddisfazione dei genitori e mia personale”.
E’ vero che i docenti italiani sono più riottosi al cambiamento rispetto ai colleghi degli altri Paesi? Come mai secondo lei?
Il nuovo spaventa sempre un po’, quindi sarebbe sbagliato pensare che i docenti italiani siano meno pronti a mettersi in gioco e sperimentare nuove didattiche. Ho esperienza di insegnamento all’estero essendo stato docente di Italiano come Lingua Straniera in una scuola a Londra per sette anni ed ho quindi una esperienza diretta di come si possano affrontare le novità. Erano i primi anni 90’ ed ebbi a disposizione dalla scuola il mio primo computer Macintosh, scelto da me per le possibilità di produzioni multimediali che offriva. La produzione di materiali originali da proporre in classe determinò un interesse e dei risultati scolastici così evidentemente migliori di prima da avere un numero di studenti sempre crescente ogni anno, doppiando e triplicando le scelte dell’Italiano sull’altra lingua straniera tradizionalmente proposta, cioè il Francese.
Lì ho percepito senza ombra di dubbio che quella era una strada da percorrere ed ora faccio parte di una comunità globale di Docenti (Apple Distinguished Educators) che, dalla Scuola dell’infanzia alla Università, cercano nuove strategie didattiche con l’uso di tecnologie oggi disponibili e che hanno la possibilità di far emergere le potenzialità degli studenti. Occorre fare una precisazione, frutto anche di una esperienza ormai trentennale di Formatore (MIUR, IRRE, INDIRE etc): non tutte le tecnologie sono uguali. Per quanto mi riguarda l’uso dell’Ipad non è paragonabile con quello di altri tablet in commercio e produrre materiali multimediali con computer Windows non è come farlo sul MAC. Si dovrebbero scegliere strumenti che facilitino il lavoro del docente non che lo complichino.
Archivio_territorio_ribol1382La LIM è stata una tecnologia rivoluzionaria 10 anni fa, oggi è obsoleta. Chi comprerebbe oggi una automobile che ha bisogno della manovella per mettersi in moto? Lo dico da utilizzatore e tutor di LIM per più di dieci anni.
Nel sistema inglese e in altri paesi che conosco, le scelte che i Board della scuola fanno sono semplicemente obbligatorie per tutti i docenti e si basano sui risultati finali. La presenza di esami uguali per tutti, fatti lo stesso giorno e corretti da docenti esterni, garantisce l’attendibilità dei risultati finali, permettendo un accesso alle Università basato su dati reali ed attendibili (la scelta delle Università non è libera ma basata sulle valutazioni degli esami finali) ed anche una valutazione del lavoro svolto dai docenti, premiando così il merito, l’aggiornamento professionale e le capacità didattiche dell’insegnante ed anche la sua partecipazione ATTIVA al progetto educativo proposto dalla scuola.
Questa strada è necessariamente da percorrere anche in Italia: tecnologia, formazione obbligatoria e valutabile, merito e valutazione del lavoro scolastico in modo più efficiente, trasparente, democratico e non autoreferenziale”.
I ragazzi utilizzano le tecnologie in maniera disinvolta, la vera novità per loro non sarebbe imparare a farne a meno?
Nella maggior parte delle scuole italiane la tecnologia non c’è, oppure non viene usata od usata malissimo. E’ questa la realtà! E’ vero che i ragazzi utilizzano la tecnologia in maniera disinvolta, ma questo non significa che la sappiano veramente usare! C’è un metodo, una riflessione che a loro manca e se non è la scuola, quale altra agenzia educativa può oggi fornirla? Le aziende? Altri Enti Statali? La risposta mi sembra chiara: la Scuola deve riacquistare la centralità del processo educativo e non è chiudendosi a riccio, non accettando il confronto che può riuscirci. Mi sia permesso un esempio un po’ provocatorio: sono stato un insegnante di lettere per più di quaranta anni e mi sento coinvolto quando leggo sulle statistiche ufficiali che solo il 3,6% degli italiani legge più di 10 libri l’anno. La scuola non ha un po’ di responsabilità? Possiamo considerarlo un successo “democratico”? E’ facile dare la colpa agli studenti ed al mondo che cambia… Lo diceva anche mia nonna cinquanta anni fa! Eh sì il mondo cambia. E la scuola? Penso che ci debba essere una seria riflessione ed un cambiamento reale da parte di tutti, senza steccati ed atteggiamenti manichei.
Prima della riforma della scuola media alla fine degli anni ’60 e della libera apertura all’istruzione Universitaria, alle scuole superiori ci andavano in pochi, con uno stesso background culturale ed anche, aggiungo, generalmente con le stesse possibilità economiche. I modelli comunicativi erano sempre gli stessi con i quali gli stessi insegnanti erano cresciuti. La società di quel tempo aveva quindi valori e modelli simili, con un forte deficit democratico, possiamo dire oggi.
Con l’ampliamento della platea studentesca l’insegnante si è trovato impreparato a gestire la molteplicità di “intelligenze”, come ci dice H. Gardner, e si è sempre più rifugiato nella ripetizione del solo modello a lui conosciuto, magari sostituendo l’autorevolezza con l’autoritarismo. La scuola ha cominciato a staccarsi dalla realtà proponendo modelli sempre più considerati obsoleti e inutili, perdendo quell’aura di centro del sapere che era prima.
Da questa scuola sono uscite anche eccellenze, docenti bravissimi ed anche innovatori, ma questo non deve essere un alibi, poiché la scuola italiana nel suo complesso è oggi una istituzione educativa che non riesce a raggiungere in generale, con le dovute eccezioni, validi risultati nelle valutazioni internazionali dell’OCSE PISA, per esempio. Od anche qui è colpa degli esami proposti?”.
Alcuni studi riferiscono che la didattica non tradizionale aumenterebbe il coinvolgimento degli studenti in difficoltà, ma non gioverebbe all’apprendimento e al profitto di quelli più dotati; il filosofo Roberto Casati ha lanciato l’allarme sul potenziale distrattivo dei mezzi in questione. Qual è il suo commento?
Mi ritrovo a citare mia nonna e poi mia madre che mi hanno detto in sequenza: non leggere troppo che ti fa male agli occhi, la televisione ti rovina e poi il computer ti fa diventare scemo.
Come in tutte le cose ci vuole equilibrio nei giudizi, non partendo sempre dalla sola nostra esperienza e sapendo che i nostri studenti sono veramente diversi ed hanno bisogno anche di canali comunicativi diversi. Un certo tipo di tecnologia mobile già prima citata oggi permette di PERSONALIZZARE il percorso educativo, in modo semplice e facile, senza perdite di tempo in tecnicismi inutili, venendo incontro sia alle esigenze di studenti con caratteristiche diverse e in difficoltà sia favorendo anche percorsi educativi di eccellenza per non mortificare i talenti presenti. E’ questa la mia esperienza di formatore e moltissimi docenti sono già su questo percorso di esperienza ed innovazione.
Questo, sia chiaro, non vuol dire che si debbano abbandonare la penna, il foglio ed i libri cartacei, ma che occorre integrare sempre di più strumenti tecnologici che possano aumentare la produttività e ampliare l’esperienza educativa dei nostri studenti. Scrivere su un programma di elaborazione testi una relazione NON è usare tecnologia innovativa; inserire elementi multimediali al testo e fornire anche una verifica interattiva è già aggiungere una valore all’oggetto didattico altrimenti non possibile con i mezzi tradizionali. Il tutto naturalmente in modo semplice, facile e creativo.
Poiché gli studenti sono coinvolti in un lavoro che li vede protagonisti attivi, la distrazione non avviene. Una affermazione come quella del Prof. Casati sul potenziale distrattivo dei mezzi in questione dovrebbe essere comparata dall’attenzione che oggi mediamente gli studenti mostrano in classe. Basterebbe guardare il loro diario scolastico per avere una risposta non proprio positiva. E poi è sempre l’uso che conta, non oggetto in sé. Anche l’auto ha un potere distrattivo ed anche la penna!”.
Il ricorso alla rete nella didattica dovrebbe aiutare a liberarci da errori e approssimazioni, ma non crede che fino a una certa età i ragazzi abbiano bisogno di sapere che gli adulti ne sanno più di loro? Che i docenti non sono soltanto dei ‘facilitatori’?
La scuola non è solo una istituzione che trasmette contenuti, è un ambiente educativo più ampio. Se non riesce a trasmettere il senso delle attività che vi si svolgono va incontro al fallimento. L’Italia non è più fortunatamente quella del Maestro Manzi, oggi le competenze che si richiedono sono anche quelle della comunicazione con i mezzi tecnologi, del saper cercare le risorse “valide” nella grande rete a disposizione. Si ritorna al discorso precedente, secondo me è la scuola che dovrebbe fornire gli strumenti e le competenze per fronteggiare le sfide complesse della globalità. Gli insegnanti posseggono la padronanza dei contenuti e non devono saperne di più di tecnologia, ma insegnare COME usarla a scuola, nella vita e domani nella professione è compito dell’istituzione scolastica, la sola che può fornire competenza tecnologica e contenutistica insieme. Per mia esperienza professionale nei molti incontri di formazione e negli eventi ai quali partecipo come relatore, ormai questa consapevolezza è patrimonio di un numero sempre maggiore dei docenti italiani. Sono quindi inguaribilmente ottimista per il futuro”.

Gemme n° 73

Buzzfeed

Per la prima volta come gemma è stato presentato un sito internet: I. (classe terza) ha voluto mostrare il sito che visita praticamente ogni sera. “E’ un sito interessante che non ha solo news; è sia divertimento che conoscenza generale. Il creatore è anche colui che ha fondato l’Huffington Post. L’ho voluto presentare perché magari può essere utile per qualcuno”.
A commento riporto due frasi di Roberto Vacca che mi sembrano utili per una riflessione:
Internet offre una ricchezza inestimabile di informazioni, conoscenza, contatti umani. E’ così grande che ha gli stessi pregi e gli stessi difetti del mondo reale: pieno di cose meravigliose e anche di porcherie e cose inutili.”
Il vantaggio enorme di Internet è di essere accessibile a velocità e con flessibilità molto più alte del mondo reale. Però in ambo i casi non ci possiamo districare bene né col mondo vero, né con Internet se non abbiamo prima acquisito solidi criteri di giudizio. Occorre, cioè, avere cultura (non solo informatica). La cultura si acquisisce anche a scuola e poi da libri, giornali, discorsi, conferenze, maestri. Attenti, però, ci sono maestri buoni e maestri cattivi; il criterio di giudizio deve permettere anche di evitare i secondi.”

Gemme n° 25

Spero di non annoiare con questo video che dura poco più di cinque minuti”: ha esordito così M. (classe seconda).

A volte mi fa paura lo spazio che occupano i social network nelle relazioni, soprattutto tra noi giovani. Ho visto questo video parecchie volte perché mi ha colpito molto”. Anche io l’avevo già visto due volte: la prima volta ho letto i sottotitoli, la seconda ho guardato le immagini e solo oggi mi sono accorto che è tutto in rima… Sono dell’idea che la tecnologia sia uno strumento e come tutti gli strumenti la sua bontà o meno è legata all’uso che se ne fa. Vero è che si tratta di uno strumento molto potente e non tutte le sue potenzialità e caratteristiche sono immediatamente comprensibili. Rimando a quanto scritto qui.

L’uso di internet

africa internetCome utilizzo il web? In un articolo del 13 giugno su Sette, Roberto Cotroneo scriveva:
Gli ultimi dati che possediamo sulle tendenze di internet pubblicate da KPCB (Kleiner Perkins Caufield & Byers) ci dicono che gli utenti che accedono a Coursera sono per il 42 per cento del Sud America, Africa e Asia. Coursera è una piattaforma statunitense, ideata dall’Università di Standford che offre corsi universitari gratuiti. Si insegnano: discipline umanistiche, scienze sociali, economia, medicina, biologia, matematica e informatica in più di dodici lingue del mondo. E anche Duolingo, una piattaforma mondiale che offre corsi di lingua, ha il 45 per cento di accessi dai paesi del terzo mondo.
Così mentre la vecchia Europa e il Nord America si ubriacano di selfie e di chiacchiere sui social, i paesi più poveri utilizzano la rete, e quel che possono della rete per imparare l’inglese o lo spagnolo, o per studiare attraverso piattaforme personalizzate. E lo fanno attraverso reti mobili, e spesso attraverso tablet o smartphone. Per motivi ovvi. Se questa tendenza continuerà, e non c’è motivo di pensare il contrario, accadrà qualcosa di molto interessante. Accadrà che internet sarà certamente il futuro per qualche miliardo di persone, e sarà vecchio e nevrotico per tutti quelli che non avendo bisogno di accedere a saperi e informazioni vere utilizzeranno i propri saperi e le proprie informazioni come una vetrina narcisistica. Mentre in Africa studiano e possono finalmente imparare a basso prezzo e con un’efficacia impensabile, in Europa e nel Nord America ci chiediamo quanti danni può fare internet, e come fermare questa ossessione per il web, per i social e per l’essere connessi 24 ore su 24.

In pratica il web, lo stare connessi, nei paesi emergenti e nei paesi del terzo mondo è novità e futuro, mentre da noi è un modo ulteriore per consolidare le vecchie nevrosi e la voglia di esibizionismo. E se da noi gli psicologi e i clinici parlano nei loro convegni di una nuova forma di narcisismo patologico, conseguenza dei social che stanno demolendo e dissolvendo le identità, altrove il web diventa proprio strumento di identità e di consapevolezze future, e ha poco a che fare con le solitudini telematiche.”

Tra estetismo e violenza

violenzaConosco una persona che utilizza uno pseudonimo per la sua attività di blogger: ha un sito vivace in cui scrive senza mezzi termini quello che pensa. Spesso irrita e provoca, certo affascina. Pubblico alcune parti di un suo post di stamattina:

“ragazzine che si suicidano per essere messe alla gogna da coetanei o compagni di classe su internet: insulti al loro aspetto fisico, istigazioni a suicidarsi che ottengono il loro scopo; un sito, addirittura che è quasi specializzato in questo: Ask.fm.

suicidi annunciati, perseguiti con ostinazione anche se non con intenzione, che concludono mesi di caccia, di insulti, di vessazioni diventate intollerabili: cronache di suicidi annunciati, direbbe Marquez.

e sono i suicidi dei diversi e delle diverse: i diversi dal canone omicida del conformismo dominante.

l’ultima è una ragazzina di 14 anni di Venaria, gracile, mingherlina, che si getta dalla finestra della camera alle due di notte, dopo essersi vestita come per andare a scuola, e la trovano morta in cortile la mattina.

“Cesso, vatti a nascondere, dimostri dieci anni, sei la vergogna delle 2000″

e lei, che è malata di cuore dalla nascita, scrive tre messaggini alle sue amiche del cuore per dirgli “ti voglio bene” e poi decide di farla finita: tanto i segreti della vita li ha già scoperti tutti, pensa, e questa sofferenza è troppo grave per reggerla.

come se non ci fosse spazio al mondo anche per le donne esili; come se la fragilità in una donna non fosse desiderabile per uomini un poco insicuri (so di che cosa parlo).

quando sento qualche ragazza che si lamenta di non essere bella io vorrei dire loro quello che col tempo ho imparato anche riguardo al mio essere un uomo non bello: che una moderata bruttezza può essere un bene del cielo, perché ti protegge da relazioni false.

la bellezza può essere una maledizione e condannare a destino dell’usa e getta; tienti caro il non essere vistosa o vistoso: è una specie di marchio di qualità messo in anticipo sui tuoi contatti umani, che porterà a privilegiare nelle relazioni con te chi cerca qualcosa di più autentico.

[…]

il bullismo, la stupidità, la volgarità, la violenza gratuita contro i deboli non li ha inventati internet, ma ha dato loro una forza sconosciuta.

internet che nei nostri sogni doveva essere l’aggregatore delle intelligenze è invece lo strumento che permette di fare massa agli stupidi.

la stupidità è anche criminale, però, ma stupidamente, cioè senza neppure accorgersene.

ma ora io vorrei provare a mettermi nei panni di quei compagni di classe che hanno spinto la 14enne al suicidio.

che cosa può spingere un altro 14enne a insultare una ragazzina perché la ritiene brutta?

c’è una gratificazione in questo per lui, evidentemente: che tipo di gratificazione?

uomini che odiano le donne prima ancora di essere diventati uomini del tutto?

uomini pronti ad uccidere le donne, perché le considerano solamente un oggetto del loro piacere, e dunque una ragazza non attraente, cioè non scopabile, è una ragazza inutile?

[…]

se c’è un legame tra estetismo e violenza, per cui le civiltà che sviluppano maggiormente il senso del bello, come quella italiana, sono anche le civiltà del culto della violenza, questo legame diventa qualcosa di cupo, quando l’estetismo si trasferisce dall’arte alla fisiognomica e l’opera d’arte dominante diventa il corpo.

il tatuaggio è il manifesto di questo nuovo mondo dove i valori estetici vanno vissuti fisicamente e non esiste quasi altra forma d’arte possibile che quella dove il corpo riassume in se stesso tutti i canoni della bellezza e non ne ammette altri.

dove il cinema, che ha rubato alla danza e a teatro il segreto del corpo come linguaggio estetico e lo ha ingigantito sino a farne il suo nuovo vangelo, diventa pornografia.

è il mondo nel quale, come disse una volta appunto uno di questi giovani, “Oscar Wilde era un estetista”.

è il mondo dove – in nome di questo modo di concepire l’estetismo – si può anche uccidere chi non si adegua o non è in grado di adeguarsi: fosse una cosa consapevole, sarebbe nazismo.

ma non smette di essere nazismo perché è inconsapevole.”

Rete che ingabbia, rete che salva

connessiPubblico un’intervista molto interessante pubblicata di Fabio Chiusi su Weird. La leggeremo in prima a proposito delle relazioni ai tempi della rete.
“È terribilmente difficile parlare della realtà sociale dei “ragazzi connessi” senza cadere in stereotipi e banalizzazioni. Con il suo volume ‘It’s Complicated. The Social Lives of Networked Teens’, come raccontato nella recensione di Wired.it, la ricercatrice danah boyd – rigorosamente minuscolo – ci è riuscita egregiamente. E tuttavia nel libro, è naturale, manca uno sguardo su come i dati e gli argomenti da lei prodotti si traducano nel contesto italiano. boyd lo spiega durante una conversazione via Skype, a partire dal nucleo centrale della sua riflessione, e dalle sue conseguenze.
boyd, perché è così complicato rendersi conto che le questioni di cui parla nel libro sono complicate?
Uno dei problemi è che le persone si abbandonano agli estremismi molto facilmente, specie quando c’è di mezzo la tecnologia: l’idea, sentita negli ultimi 30 anni, che si tratti di una cosa meravigliosa che risolverà tutti i problemi o che all’opposto li causa tutti. Il risultato è che le persone che le usano non riescono a comprendere la complessità che le nuove tecnologie hanno reso visibile. Mettiamo per un attimo da parte le questioni riguardanti gli adolescenti, e pensiamo per esempio alla retorica sulle rivoluzioni.
O sulla democrazia digitale. È lo stesso: molte petizioni di principio sugli effetti di Internet sulla partecipazione e le forme democratiche, molte meno analisi concrete su come singoli strumenti abbiano impattato sui processi democratici di singole comunità.
Esatto. Come per le vite dei giovani: questioni complicate, dove non sempre ci sono conclusioni nette. Molti ragazzi stanno bene, alcuni no. Il punto è che non ha niente a che fare con la tecnologia. Alcuni ragazzi stanno soffrendo davvero: come possiamo usare strumenti tecnologici per aiutarli? Come possiamo usarli per rendere i problemi visibili e comprenderli? Vorrei solo che ci si fermasse un attimo, e ci si pensasse.
Non sta semplicemente dicendo che la tecnologia è neutrale, quindi?
Lo si può vedere nelle tecnologie provenienti dagli Stati Uniti: molte riflettono valori, norme, aspettative statunitensi. Per questo è così difficile un dibattito su questi temi in America. E non è solo una questione che cambia da Paese a Paese: ci sono considerazioni di genere, etnia, classe sociale. I nostri valori vengono incorporati nelle tecnologie, noi le modelliamo e loro modellano noi. E dunque nel libro ho cercato di mostrare quali siano le caratteristiche, le proprietà di queste tecnologie che cambiano le cose.
Per esempio?
Gran parte delle tecnologie ‘social’ più diffuse assume la persistenza. Che quel che si dice resta. Ed è fantastico, perfino necessario per alcune conversazioni, e l’architettura di molti di questi strumenti ci si affida per il loro stesso funzionamento. Ma allo stesso tempo ciò crea nuove complicazioni quando le parole che hai scritto sei, nove, dodici mesi fa, o perfino oltre, restano in circolazione e stai cercando di contrattare il fatto che le tue idee sono cambiate. Si possono scrivere cose di cui ci pentiamo. O pensiamo alla diffusione: se dici una cosa davvero imbarazzante o stupida a scuola, il numero di persone che può averlo testimoniato è relativamente limitato; se lo fai online, e ciò che dici attira l’attenzione di altre persone, all’improvviso ti ritrovi con milioni di testimoni.
C’è un effetto delle caratteristiche dei social media sui problemi di cui parla?
C’è qualcosa di nuovo, ma cambia più il risultato che le dinamiche di fondo di quei problemi. Il punto è che siamo così ossessionati dalle nuove tecnologie che finiamo per ignorare quelle dinamiche di fondo. Invece dovremmo concentrarci su come aiutare le persone, piuttosto che sul nutrire paure e reprimere le tecnologie.
Cosa pensa dell’idea, apparsa anche in Italia, di chiudere un social network perché alcuni dei suoi utenti lo usano per compiere gesti di cyber-bullismo? Servono nuove leggi per l’hate speech in rete?
Alla politica spesso non importa risolvere i problemi, ma far sembrare che si stia facendo qualcosa per risolverli. E a me piacciono le persone che risolvono i problemi, non quelle che sembrano risolverli. Per esempio: il cyberbullismo. Si parla molto delle cattiverie. La mia prima reazione è sempre: beh, forse smettere di essere cattivi l’uno con l’altro aiuterebbe. Se si tratta di affrontare crudeltà e cattiverie tra i ragazzi, parlare di tecnologia non farà sparire il problema. Semplicemente, riapparirà in un altro luogo.
Che fare?
Bisogna comprendere le dinamiche di fondo di ciò che sta succedendo. E sono dinamiche intricate: hanno a che fare con lo status nel proprio gruppo sociale di riferimento, con i problemi a casa. Ciò che si scopre è infatti che molto spesso i bulli hanno difficoltà in famiglia, soffrono di alcolismo o dipendenze, di problemi di salute mentale, hanno subito abusi in passato. Per questo la mia prima reazione quando si parla di questi ragazzi è: cosa è successo? Cosa hanno passato? E sappiamo affrontare quelle situazioni pregresse? Molto spesso no. Per questo la reazione è di incolpare gli strumenti che le hanno rese visibili, anche se il bullismo appare molto più di frequente a scuola. E non sento la politica dire: diamo la colpa alla scuola!
Nel libro esplora anche le conseguenze nefaste in termini di policy-making derivanti dall’adottare una visione centrata su Internet del problema. E dice chiaramente che serve una maggiore educazione alla comprensione dei problemi reali sollevati a partire dall’uso delle nuove tecnologie. Può dare qualche suggerimento ai docenti e genitori che ci leggono?
C’è bisogno di alfabetizzazione all’uso dei media. Una alfabetizzazione critica. Non è una questione che riguarda solo la tecnologia, ma l’essere capaci di consumare i contenuti che produciamo da un punto di vista critico. Non si può pensare che siccome i ragazzi guardano MTV allora capiscono i media. È ridicolo, non l’avremmo mai detto negli anni 80. E allora perché lo diciamo oggi?
Per i social media, dice. La retorica dei «nativi digitali», che lei contesta.
I ragazzi possono essere abili nell’usarli a scopi di socializzazione o per divertirsi, ma non necessariamente comprendono come queste tecnologie siano costruite: un problema che sta diventando sempre più importante con l’era dei dati – e non ci stiamo equipaggiando affatto per avere a che fare coi dati. E non è solo una questione di privacy. Voglio dire: cos’è un algoritmo? Come è fatto? Come sceglie quali contenuti sarai in grado di vedere e quali non sarai in grado di vedere? Come decide se un curriculum inviato per un’offerta di lavoro verrà guardato o no? Una alfabetizzazione algoritmica di base è molto importante, e la maggioranza dei docenti non la possiede. Ecco perché è una questione che riguarda tutta la società, non solo i ragazzi. Il mio Paese, gli Stati Uniti, e il vostro sono ossessionati dall’educazione formale. Ma ci sono molte forme di apprendimento che avvengono in canali informali. Buona parte riguarda le interazioni sociali. E una delle cose che ritengo davvero importanti è comprendere quanto valore abbiano le interazioni sociali per imparare a comprendere la realtà.
Quali differenze ci sono tra il contesto in cui vivono i giovani statunitensi e quelli italiani?
C’è una grossa differenza: nel vostro Paese i giovani escono ancora di casa. Possono gironzolare liberamente. Possono fare capannello nella piazza del paese senza che nessuno li sgridi. Tutto questo non è più vero nel mio Paese. E il risultato è che ciò che si vede sui social media negli Stati Uniti è molto di più la trasposizione di quel gironzolare che voi vedete offline, nei luoghi di incontro pubblici. I nostri ragazzi non hanno il tipo di mobilità che voi date per acquisita.
Il che è congruente con il contesto più ampio del dibattito internettiano e non di questi anni: dal Datagate, all’aumento costante del numero di telecamere di videosorveglianza – accettato acriticamente o quasi anche in Italia. Il che non fa che perpetuare e alimentare la cultura del terrore di cui parla nel libro, e che ha l’effetto di radicalizzarci, farci concepire la rete come la salvezza o la condanna dell’umanità.
E dire che nel vostro Paese e nel vostro Continente la sorveglianza ha una lunga e spiacevole storia: pensiamo per un attimo agli anni 40. Sono sempre stupita quando vedo i Paesi europei imboccare questa strada. Hanno visto a cosa conduce. Per l’Italia non posso fare a meno di pensare agli scritti di Italo Calvino, a come ne avesse previsto le conseguenze logiche. Sono sorpresa gli italiani la accettino.”

Ci somigliano

Ieri al tg mi sono imbattuto nel video di un pestaggio di una ragazza nei confronti della sua rivale in amore, girato da alcuni compagni rimasti fermi anche davanti alle esplicite richieste di aiuto della seconda. Ecco il commento scritto oggi da Gianluca Nicoletti su La Stampa.
“Il pestaggio di una ragazzina da parte della sua compagna di classe è raccontato in ogni dettaglio da un video che ora gira su Facebook. Lo hanno condiviso quasi 90.000 utenti e continua a rimbalzare tra le bacheche, suscitando a volte rabbia a volte incredulità. Chiunque abbia figli adolescenti è bene che lo guardi, anche se è molto crudo e può far male vederlo. Spiega molte cose dell’universo dei nostri ragazzi, cose che magari avevamo letto o di cui avevamo sentito parlare. Vedere però è un’ altra cosa.
bollateAvviene per strada, in una periferia come tante. In questo caso fuori dell’ Itc Primo Levi di Via Varalli a Bollate, ma poteva benissimo essere accaduto in qualunque strada di qualunque città italiana. Ragazzi e ragazze sono tutti ben vestiti, come prescrive il dress code per sopravvivere in classe ogni giorno senza sfigurare nel gruppo e confondersi rassicurati nelle sue dinamiche.
Si capisce dal video che è in atto una sfida tra ragazzine, o meglio una delle due -la bionda- affronta a brutto muso la nemica -la mora- s’immagina per rivalità amorosa. Comincia a picchiarla a freddo, con tecnica e determinazione. Combinazione di calci e pugni in faccia. Agile determinata, precisa. L’altra è terrorizzata e chiede aiuto.
Il primo cerchio degli osservatori è rappresentato dalle amiche, che fanno cerchio attorno al luogo dove il branco probabilmente amministra la sua giustizia. Più defilati i maschi, con il ruolo di semplici osservatori. Incitano, bestemmiano, si lamentano perché secondo loro si chiacchiera troppo e si agisce poco. Quasi tutti hanno lo smartphone in mano e filmano.
La scena prosegue lungo il marciapiede, la vittima prova a scappare chiede aiuto, l’altra la insegue, la colpisce, la prende per i capelli, la sbatte contro un lampione, la butta a terra e la prende ripetutamente a calci in faccia tenendola sempre per i capelli. Urla disperate, richieste d’ aiuto ai compagni che restano impassibili e continuano a filmare. Finalmente una delle altre ragazze l’aiuta a sollevarsi e le fa scudo, mentre gli altri decidono che può bastare e allontanano la bionda che pare appagata per la punizione.
Facebook storicizza l’evento. La vicenda arriva alla preside del liceo che chiama i Carabinieri di Rho, i genitori della vittima denunciano. La storia seguirà il suo naturale iter giudiziario. Su Facebook invece continua: si sono già creati due gruppi antagonisti che, attorno al filmato, stanno trasferendo quel brutto episodio nel tempo dell’epica 2.0.
I ragazzi non sono molto diversi dai loro genitori che si accaniscono su Twitter per la politica, per il disprezzo verso le donne in genere, per razzismo, per intolleranza verso chi è diverso: “Z….la dai ricci d’oro vieni al Sud, qui nn ti diamo manco il tempo di parlà che come fai A co no calcio in bocca ti facciamo saltà tutti i denti.” Oppure chi inneggia alla bionda che è diventata un’eroina “Brava G….!! Sei finita sul giornale insieme all’algerino con la mannaia!! Sei una da temere!! Sei tosta!! ….. una vacca intostata!!”
Chi se la sente di fare lo scandalizzato, di meravigliarsi, di dire: “Oh che tempi…Che gioventù!!!!” Difficile fare la morale, somigliano troppo a noi adulti questi sciocchi ragazzi. E’ da noi che hanno imparato ad essere pusillanimi, ma spietati se imbrancati. Pronti a eccitarsi alla violenza, pronti a seguire senza discutere chiunque dimostri di essere il più forte, il più spietato, il vincente perché capace di prendere a calci in faccia qualunque suo simile inerme che chiede pietà.
Soprattutto i ragazzi sono come noi convinti che, alla fine, anche i nostri atti peggiori possano assumere mitologica dignità se solo riusciamo a conquistarci l’attenzione dei media. Sia per goderci la gloria di avere spazio in tv e giornali, sia per accontentarci d’essere protagonisti assoluti nelle bacheche Facebook delle nostre molteplici relazioni digitali.
PS
Nel tempo che scrivevo le condivisioni del video sono diventate quasi centomila (ore 10.50)
Ore 18.30: il video è stato rimosso da Facebook

Occhio!

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Ne avevo scritto il 24 aprile. Ora, ho appena sentito la notizia: una ragazzina inglese di 14 anni si è impiccata dopo i mesi di insulti subiti su ask.fm. E non è la prima: in autunno una quindicenne e una tredicenne irlandesi, in primavera un quindicenne. Non riporto quanto avevo già scritto in aprile. Mi sento solo di dire, ancora una volta, ai miei studenti, soprattutto quelli più giovani: OCCHIO!

In attesa di un tuo sbaglio

MartaSuiTubi _Cecchetti--400x300.jpgUno dei gruppi che in pochi pensavano di trovare quest’anno a Sanremo è senza dubbio quello dei Marta sui tubi. Hanno presentato, come tutti i partecipanti, due brani e Vorrei è quello che è passato ed è diventato più famoso. Tuttavia voglio soffermarmi sull’altro pezzo, intitolato Dispari. L’argomento è quello della superficialità dei rapporti, soprattutto quelli virtuali: falsi amici, falsi sorrisi, foto che mostrano magari ciò che non si è solo per attirare apprezzamenti e sguardi, il mondo delle citazioni che riescono a dire meglio di noi ciò che pensiamo. C’è però anche qualcosa che pur essendo virtuale diventa fortemente reale ed è la crudezza dei rapporti: “chi ti assale ti uccide sempre lì in attesa di un tuo sbaglio, di una fuga o resa; chi ti loda e ti ammira è il nuovo e falso profeta”. Basta fare dei giri sui principali social o blog per poter leggere quanta acredine si celi dietro ad anonimi o pseudonimi… Canta il ritornello: “E non soffro se mi sento solo, soffro solo se mi fai sentire dispari”. Tutto da interpretare. Come? Mi è venuto in mente solo il sentirsi di più, ma chissà se è giusto.

Il video mostra i cinque componenti del gruppo che si picchiano al rallentatore per poi ricomporsi solo alla fine, senza senso. L’ultimo frammento, già in dissolvenza, mostra la ripresa delle botte, senza senso. Però il sangue delle botte resta (e fa anche un po’ di impressione). E’ un mondo virtuale, ma se usato male causa danni del tutto reali.

Una battaglia infinita

Avevo già scritto qualcosa sul copiare-non copiare: ci torno sopra con questo articolo breve di Massimo Gaggi comparso oggi su Sette.

braccio-finto_1.jpeg“Copiare – copiare un compito, una tesina, copiare a un esame – è una piaga che scuole e università sono chiamate a combattere da quando gli alunni scrivevano col pennino e il calamaio. Con le tecnologie digitali tutto è diventato più difficile tra “copia e incolla”, compravendita di testi online, o l’illuminazione improvvisa che arriva a uno studente, durante un esame, da uno “smartphone” casualmente poggiato sulle ginocchia. I casi di plagio in questi anni si sono moltiplicati ovunque, coinvolgendo anche maestri della cultura “alta” e portando perfino alla decimazione di intere classi di Harvard, l’università più celebre d’America, accusate di aver copiato massicciamente e in modo sfacciato. La tecnologia facilita e accelera questi processi, ma offre anche gli strumenti per intercettare chi si appropria di lavori altrui. E anche per radiografare il fenomeno. Un professore della Rutgers University, che ha analizzato i lavori di oltre cinquemila studenti è, per esempio, arrivato alla conclusione che i ragazzi iscritti alla Business School copiano molto più dei loro colleghi degli altri istituti e facoltà. E se molti siti come Wordprom offrono agli studenti saggi d’ammissioni alle grandi università americane già usati ma facili da “ricondizionare” e riutilizzare, le accademie si attrezzano adottando software come Turnitin che hanno la capacità di scandagliare questi lavori alla ricerca di citazioni o paragrafi che ricalcano quelli di altri “paper” sullo stesso argomento. Ma anche questi meccanismi possono essere aggirati usando la tecnologia giusta e camuffando meglio un testo acquistato in Rete. Una battaglia senza fine alimentata anche dal fatto che nella cultura digitale dei giovani il “copia e incolla” non ha più lo stigma dell’atto illecito: è vissuto come una pratica che confina col crowdsourcing. Anche perché molti sono ormai convinti che la scuola, più che far assorbire nozioni ai giovani, deve insegnare loro come trovare le conoscenze di cui hanno bisogno nel momento nel quale gli servono davvero. Una percezione che, oltretutto, cambia da Paese a Paese. L’economia è globalizzata, la cultura no: gli studenti asiatici, per esempio, usano lavori altrui in misura molto superiore a quelli occidentali perché non percepiscono questa pratica come immorale. Il 70 per cento degli studenti cinesi che chiedono di iscriversi alle università americane presentano documenti in parte copiati che loro ritengono di aver arricchito con la pratica del cosiddetto “remix”. Una battaglia tra guardie e ladri sempre più sofisticata che, secondo molti, vedrà comunque alla fine perdenti le accademie perché le tecnologie digitali e la cultura della Rete spingono verso il superamento del concetto stesso di plagio.”

Tra strumenti e contenuti (e competenze?)

Su Avvenire Roberto I. Zanini intervista Giovanni Reale (sì, lo stesso del manuale di filosofia insieme ad Antiseri). Ne riporto i tratti che mi sembrano salienti.

Riferendosi alla decisione del ministero dell’Istruzione di sostituire obbligatoriamente dal 2014 nelle scuole i testi cartacei con quelli digitali, Reale afferma: «Ho letto alcuni articoli che hanno 277-0-33923_scuola libri digitali.jpgparagonato questa iniziativa alla diffusione della stampa nel Rinascimento, in cui si sosteneva che proprio la stampa ha fatto nascere la cultura della scrittura. Un errore storico gravissimo. La cultura della scrittura è precedente a Platone. E non è vero che l’uso diffuso della scrittura ha fatto nascere la filosofia, semmai è il contrario. È stata la necessità di conservare i dialoghi di Socrate a costringere i suoi discepoli a trascriverli, perché la semplice memoria non poteva essere sufficiente. Erano famosi i dialoghi trascritti da Simone il ciabattino, nella cui bottega spesso Socrate si intratteneva. Quando il filosofo usciva, Simone ne trascriveva le parole. Insomma, la diffusione della stampa ha rafforzato una cultura che esisteva da migliaia di anni, non l’ha creata né promossa. E le nuove tecnologie nei fatti capovolgono quello che per 2500 anni è stato diffuso con la scrittura, che ne esce sconfitta».

Poi continua: «Bisogna tornare a comprendere che tutto ciò che si apprende è frutto di fatica e il grado di istruzione è direttamente proporzionale all’impegno. Oggi invece c’è chi si presenta per la laurea con tesi scopiazzate da internet. Recentemente a un premio per i giovani sull’Europa sono stati trovati tre temi uguali. Gli autori, esclusi, si sono ribellati sostenendo di essersi impegnati nel fare ricerca. Ma hanno fatto solo copia e incolla dallo stesso sito web».

«Il problema non sono le nuove tecnologie, ma l’uso sbagliato che se ne fa. Internet lo uso e mi è utile. Ma lo uso come mezzo, non come fine della mia conoscenza. Quando venni chiamato dal ministro Berlinguer nel gruppo di studio per la riforma scolastica, mi trovai in conflitto con alcuni dei colleghi (gli stessi che hanno ispirato il ministro Profumo) che sostenevano che i classici a scuola sono superatissimi. “Basta con i classici” dicevano, bisogna dare strumenti multimediali. Io obiettavo che gli strumenti non sono i contenuti. Loro a insistere che i contenuti vengono fuori dall’uso degli strumenti. Ma questi strumenti non possono essere considerati dei creatori di contenuti. Gli strumenti servono per diffonderli, non per crearli. Chi mette i contenuti negli strumenti?».

«Un Paese che vuole costruire futuro deve fare in modo che la scuola non perda il suo ruolo di costruttrice di rapporti umani e di quella forza produttiva che è l’intelligenza dell’uomo, che costruisce le macchine e le usa, ne idea e ne costruisce altre. Come diceva Marco Aurelio, “al mattino, quando ti svegli e ti senti stanco, devi dire: mi alzo per compiere il mio mestiere di uomo”. E allora dobbiamo chiederci con sincerità: ma l’uomo ipertecnologico come se la cava nel mestiere ultimativo che è quello di essere vero uomo? Oggi a chi è affidato il compito di costruire gli uomini di domani? Alle macchine?».

Nudi nella rete?

Sono convinto che internet sia un’opportunità molto importante per incrementare le conoscenze in vari ambiti e la circolazione di idee e opinioni. Sono altresì convinto che sia una risorsa da maneggiare con cura e che possa nascondere insidie non sempre chiaramente identificabili. Mi riferisco, in particolare, all’utilizzo che può essere fatto dei social network, o comunque di tutti quei siti che offrono la possibilità di esposizione personale. Sento la necessità, per la mia professione, di interessarmi dei mezzi che i ragazzi di oggi utilizzano per relazionarsi o semplicemente per svagarsi e devo confessare che non è sempre facile stare al passo con i tempi. Basti pensare che le differenze tra le varie età sono notevoli: alcuni degli studenti che ho in quinta non conoscono gli spazi web utilizzati da quelli delle medie o del primo biennio delle superiori… Figuriamoci io… Quello che mi preoccupa è che troppo spesso vedo i ragazzi esporsi in maniera personale sulla rete: sono loro, con le loro foto, i loro luoghi, le loro famiglie, i loro animali, i loro gusti, le loro passioni, i loro amori, le loro rabbie, i loro sfoghi. E spesso compaiono nomi e cognomi di amici, amori, nemici, rivali, parenti, conoscenti, insegnanti, allenatori… E in tutto ciò si espongono con il loro essere e le loro emozioni, piangono o ridono per quello che si scrive su di loro. Di frequente quanto appena descritto è pubblico, visibile a tutti. Ho amici scafati a proposito della rete, che utilizzano pseudonimi per gestire blog o profili e che si divertono a provocare discussioni o confronti, scrivendo spesso anche ciò che non condividono a livello ideale, solo per osservare le reazioni; e se ricevono insulti sanno regolarsi, sanno mettere una distanza di sicurezza tra la propria realtà e quella virtuale. La paura che ho, invece, nei confronti dei ragazzi è che questa distanza non ci sia e più avanti vanno le cose più il virtuale diventerà parte della realtà. Basta vedere quello che è successo ieri negli States: su twitter è apparso questo messaggio

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La reazione immediata di Wall Street è stata questa

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Si è risolto tutto in pochi attimi, quando si è scoperto che The Associated Press era vittima di hackeraggio. Un ragazzo che viene offeso in rete perché goffo o eccessivamente sensibile, una ragazza accusata di essere una poco di buono o di avere chili di troppo avranno lo stesso crollo di Wall Street. Avranno la stessa capacità di risollevarsi?

Un’informazione dalle salde fondamenta

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Ho avuto un buco di 5 minuti e ho approfittato per sfogliare la rivista Sette. Mi sono imbattuto in un pezzo molto interessante di Roberto Cotroneo. La riflessione era sul nuovo modo di fare informazione oggi: “… Peccato che nessuno sa più cosa sia l’informazione sul web, e spesso gli editori e i giornalisti, che vivono un cambio di era geologica, fanno quello che sanno e quel che possono: adattano, mettono i giornali in pdf, cercano un po’ di interattività, provano a cucire il vestito dell’informazione dentro il web per dimostrare di essere moderni”. E’ un po’ la stessa cosa che ho notato un anno fa quando dovevo adottare un nuovo libro di testo a scuola: ne ho trovato solo uno veramente innovativo, tutti gli altri erano pure edizioni a schermo di quelle cartacee. Continua poi Cotroneo sull’importanza della cultura umanistica: “Il problema del web, e dell’informazione sul web, non è nell’innovazione, quella è facile: è nelle humanities. Solo che stiamo facendo morire gli studi umanistici nelle università italiane. Con danni veri. Un buon ingegnere deve imparare il greco, e un buon manager dovrebbe prima studiare san Tommaso e Aristotele, e solo dopo organizzazione aziendale. E’ finito un tempo e nessuno sa come farne iniziare uno nuovo: chi ha studi di humanities non ha potere, e chi ha potere snobba filosofia e letteratura, lingue antiche e arte. Il risultato è che abbiamo cattivo marketing, cattiva gestione manageriale e futuri tecnologici già vecchi prima di realizzarli. Tutti abbiamo bisogno di fondamenta per le nostre case. Ma senza un progetto, senza Le Corbusier che prendeva dalla sua storia, dalla sua vita, linee e idee per nuovi edifici, le fondamenta sono solo piloni di cemento armato inguardabili e inutili”.