“Questa è una coperta, la coperta che mia mamma aveva all’asilo e c’è il suo simboletto, la mela. Quand’ero piccola questa coperta ce l’avevo sempre per dormire e me la metteva sempre la mamma. Prima di addormentarmi avevamo una tradizione: acqua, coccole, bacino, abbraccino. Penso si spieghi da sola. Recentemente ho avuto delle difficoltà ad addormentarmi, ho proprio passato delle notti in bianco, fino a quando un giorno ho chiamato mia mamma. Ha preso la coperta, me l’ha messa sopra, mi ha dato un bicchiere d’acqua ed è rimasta lì con me fino a quando mi sono addormentata. Questa coperta è proprio ciò che mi ricorda che la mamma c’è sempre, anche se io cresco e ho 16 anni e non più tre”.
Toccante e commovente la gemma di C. (classe terza), anche perché il primo pensiero è andato a uno dei libri preferiti di Mariasole. Si intitola Io ci sarò e ho trovato un video di 2 minuti che lo racconta e lo mostra. Una risposta alla domanda: “Ti prenderai cura di me anche adesso che sono cresciuto?”
“Ho portato una macchina fotografica istantanea presa quest’estate verso la fine delle vacanze. La cosa che mi piace è che non puoi fare tante foto ma devi cercare di catturare l’attimo al meglio. Inoltre le foto sono importanti perché riesci a catturare i momenti in cui ti senti bene e poi i miei genitori in passato le hanno utilizzate spesso e grazie a ciò riesco a conoscere delle persone che non ci sono più o che non ho mai conosciuto”.
Amo fotografare come K. (classe seconda). Uno degli aspetti che più mi affascina è che i protagonisti della fotografia sono sempre due: chi è davanti l’obiettivo e chi è dietro. Si tratta di un aspetto che si dimentica quando si guardano le fotografie e di cui invece si dovrebbe tener conto perché è il fotografo che decide di creare quell’inquadratura, di scattare in quel momento, di fare quel determinato taglio. Affascinante.
“Ho portato questo oggetto, ma non sono legato all’oggetto in sé bensì al luogo da cui proviene, la camera della casa di mia nonna. Una settimana fa la nonna ha venduto casa, io sono andata a trovarla ed è stata molto dura uscire dalla casa perché sapevo che non ci sarei mai più ritornata. Da piccola, dai tre anni fino alla fine delle elementari, ogni pomeriggio andavo dalla nonna a giocare. Quindi quella casa rappresenta la mia infanzia e questo oggetto è il ricordo fisico di tutto quello vissuto là”.
Il regista Ferzan Ozpetek ha detto una cosa che mi sembra commentare bene la gemma di L. (classe quinta): “Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer, come succederà a questa.”
Premessa: cerco sempre di rendere le gemme anonime, mettendo solo le iniziali dei nomi o cambiandoli proprio. Questa volta C. (classe quinta) mi ha chiesto espressamente di lasciarli. “Ogni tanto mi piace immergermi per ore negli album di fotografie di quando ero bambina e quando lo faccio ritrovo un po’ la leggerezza infantile che con gli anni è andata pian piano scemando. Oggi è di questo che voglio parlarvi, della mia infanzia, che per me è sinonimo di gioia vera, spensieratezza, libertà. Se penso alla mia infanzia la associo ai colori, se provo a ricordare la me bambina nella mia testa scorrono una serie di immagini luminose e calde. Ricordo con grande piacere la mia infanzia. Ricordo l’estate dai nonni materni con Simone, il mio primo amico, che non vedevo l’ora di incontrare a giugno dopo esserci salutati a settembre dell’anno prima. Ricordo Forni di Sopra con i nonni paterni, i libri che la nonna mi faceva trovare sul comodino appena arrivavo, le sciate in inverno con il nonno e mio fratello e le partite di basket al campetto quando faceva caldo. Ricordo Marta, Pietro e Giovanni, i miei amici della montagna che vedevo ogni agosto. Ricordo il latte caldo con il nesquik e il miele la mattina. Ricordo i bagni al mare con papà che “ci faceva fare i tuffi”. Ricordo mia cugina Aurora, quando ci divertivamo a giocare alle parrucchiere, stiliste, giornaliste, cuoche o qualsiasi cosa ci venisse in mente. Ricordo l’emozione del Natale, i biscotti sotto l’albero la vigilia e i regali il giorno dopo. Ricordo i lavoretti a scuola per la festa della mamma o del papà, i disegni con i pennarelli ad Halloween. Ricordo il piacere di incontrare i miei compagni a catechismo. Ricordo Pasqua e Natale con la famiglia, il capodanno in montagna con gli amici di mio fratello, Giacomo e Luca. Ricordo la fiaccolata il 31 dicembre, fatta dagli sciatori che scendevano dalla montagna, io li guardavo ammirata dalla finestra della casa dei nonni, mi sembravano delle lucciole. Ricordo lo stesso giorno i fuochi d’artificio che inauguravano l’anno nuovo, come mi emozionavano quei colori nel cielo. Ricordo il pane con burro e marmellata che mi preparava la mamma alle 16 quando tornavo a casa da scuola. Ricordo le feste in maschera ad Halloween a casa di Arturo, con i miei compagni di classe. Ricordo la buonissima torta salata con le olive che faceva la mamma. Ricordo il mio pigiama preferito, quello con i disegni che si illuminavano al buio, il cinema con i miei zii, i pigiama party dalla mia amica Maddy, la scuola di musica, le lezioni di solfeggio e pianoforte. Ricordo le dormite in macchina durante i viaggi troppo lunghi, con la radio accesa di sottofondo. Ricordo le canzoni che ascoltava sempre papà in quelle occasioni: “You remind me” di Nickelback, “Gli ostacoli del cuore” di Elisa e Ligabue, “Un senso” di Vasco e molte altre. Ricordo “Meraviglioso”, la versione dei Negramaro, cantata a squarciagola con mia mamma. Ricordo “Come musica” di Jovanotti. Ricordo le vacanze italiane in estate, la Toscana, l’Umbria, l’Alto Adige. Ricordo di esser stata felice, una felicità che solo i bambini sanno provare, quella felicità che solo loro sanno trasmettere. Ricordo anche quando da piccola non vedevo l’ora di compiere 11 anni, pensavo che sarei diventata grande a quell’età, non so bene perché, ma ai 18 anni non ci pensavo, non esistevano ancora nel mio magico mondo dell’infanzia. Presto ne farò 19 e se mi guardo indietro, se guardo quegli album di foto, non riesco ancora a capacitarmi di quanto sia passato velocemente tutto questo tempo, non riesco a immaginarmi che quella bambina spensierata sia esistita ormai tanti anni fa. Penso, però, che quella bambina sarebbe contenta della ragazza che è diventata. Penso che se fossimo una di fronte all’altra, lei mi guarderebbe con gli occhi curiosi, la bocca semiaperta in un sorriso ammirato e poi mi abbraccerebbe. Io la stringerei fortissimo e le direi di non avere mai paura, di non pensare mai di essere sbagliata, di affrontare tutto a testa alta. Le direi di amarsi sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei è bellissima così”.
Mi sono commosso durante la lettura di C. e mi sono commosso anche poco fa rileggendo le sue ultime parole. Perché sono le parole che un genitore porta nel cuore ed è pronto a dire a sua figlia nei momenti di difficoltà, con la speranza che non serva e che se dovesse servire possa essere sufficiente… A ottobre 2019 stavamo preparando la cameretta di Mariasole. Ho scritto questo: “Oggi l’ho ridipinto per la terza volta. Sarà il muro che accoglierà la tua testa, il muro su cui appoggerai la tua manina prima e i tuoi pugni poi, su cui proietterai i primi sogni e le recondite paure. Avevamo pensato al lilla, ma ci era venuto scuro e con una mano di bianco abbiamo cancellato tutto: coi muri si può fare! C’è qualcosa che non ci piace, non ci convince e… via… si dà una mano di colore, come una lavagna ripulita dal cancellino. Abbiamo pensato di fare qualcosa di più chiaro, con un po’ di rosa in più, ma papà ha sbagliato il codice della tinta. Cosa fare? Tornare a cambiare colore per avere quello pensato e desiderato o provare a stendere questo colore arrivato per caso? Abbiamo provato a stenderlo e abbiamo scoperto che ha dentro il colore dell’oro, del sole, del mattino e del grano e abbiamo pensato che un muro fatto di queste cose non è un muro che ci fa paura, ma è un muro capace di trasformarsi in ponte, un muro capace di aprirti la fantasia, di darti luce nei momenti bui, di farti intuire la strada che vorrai percorrere, di essere orizzonte senza essere limite, di essere vertigine prima di farti aprire le ali per i bellissimi soli della vita”. Non so quali saranno, a 19 anni, i ricordi d’infanzia di Mariasole, spero ricchi, felici e caldi come quelli di C. e che non abbia mai paura, che non pensi mai di essere sbagliata, che affronti tutto a testa alta, che si ami sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei sarà bellissima così. Come C.
“Ho deciso di portare questa castagna perché mio nonno mi dice sempre che porta fortuna e la tengo sempre in tasca. Inoltre mi ricorda un periodo molto bello in cui ero davvero felice”.
La gemma di S. (classe seconda) mi ha portato alla mente il ricordo di zia Stellina, una prozia che è stata un po’ nonna per me, che nascondeva nelle tasche del cappotto una castagna per tenere lontani raffreddore e malanni di stagione.
Le castagne sono la pace del focolare. Cose d’altri tempi. Crepitare di vecchi legni, pellegrini smarriti. (Federico García Lorca)
“Io avrei voluto portare una storia che mi raccontava mia nonna da piccola, soprattutto perché in quest’ultimo periodo è stata ricoverata in ospedale e temevo che la sua memoria la abbandonasse ancora di più, ma in realtà ieri ho ripensato a un mio zio che ho perso qualche anno fa. Per i primi anni di vita lui è stato importante per me, mi faceva divertire e riusciva a strapparmi sempre un sorriso: ero molto legata a lui. Poi, a causa di alcune vicende familiari, ci siamo persi di vista e quando è deceduto per una malattia, io ho vissuto il rimorso di non essere andata in ospedale a salutarlo. Stamattina stavo cercando una figura di compensato che mi aveva fatto quando ero piccola e che custodisco gelosamente (e che simboleggia anche il forte legame con mia cugina), ma ho trovato un’altra cosa regalatami da mio zio quand’ero piccola: uno Zippo di quando era stato in Vietnam con una scritta un po’ dark, una delle poche cose portate a casa da quel viaggio. Lo tengo sul comodino e anche solo a guardarlo i pensieri riaffiorano e sono pensieri che a volte fanno male, altre volte danno sollievo”.
Stamattina, mentre attendevo di entrare a scuola e pensavo a come commentare la gemma di T. (classe terza), mi sono imbattuto in queste parole tratte da Cedi la strada agli alberi, libro di poesie di Franco Arminio:
Non solo dobbiamo morire, ma prima di noi assistiamo alla morte degli altri, lenta o improvvisa, sempre ingiusta, infame, orrenda. Chiarito che contro la morte nulla possiamo, non abbiamo altro da fare che stare attenti e donarci un attimo di bene, uno alla volta, uno per noi e uno per gli altri. Possono essere persone care o persone sconosciute, poco importa, quello che conta è rubare il seme del bene e piantarlo sulle facce della gente.
“Un veloce video con l’esperienza che ho vissuto quest’estate in Albania è la mia gemma. Si è trattato del mio primo periodo prolungato lontano da casa, ricco di molte esperienze che non avevo mai fatto. E’ stata una piccola svolta della mia vita, il periodo migliore dello scorso anno, ciò che ha salvato tutto l’anno. Un viaggio che mi è rimasto dentro”. Possiedo un libro di racconti dell’orrore di Edgar Allan Poe e ho sempre confinato i suoi libri in quel genere letterario. Mi sorprende pertanto trovare una sua frase che bene commenta la gemma di V. (classe terza): “Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato”.
“Ho portato questo peluche: me l’ha comprato mia mamma quando avevo circa cinque anni perché quand’ero piccola andava a fare viaggi di lavoro. Mi ricordo che andava sempre a Piacenza e io piangevo tantissimo, sia che stesse via un giorno che stesse via un giorno solo. Di rientro da questi viaggi mi portava sempre qualcosa. Questo è l’unico oggetto che ho tenuto: non ci ho mai giocato, non ci ho mai fatto niente, neppure dormito, ma è sul comodino da quella volta. Mi ricorda il legame stretto che ho con mia mamma”.
Questa la gemma di L. (classe quarta). In questo momento sto scrivendo sul portatile al piano terra di casa mia. Ovunque volga gli occhi ci sono giocattoli di Mariasole: la scorsa settimana ha compiuto due anni e nuovi oggetti stanno abitando casa nostra. Mi chiedo quali si fisseranno nella sua memoria, di quali si porterà dietro un ricordo, ma è un’operazione senza senso… Nel contempo sto liberando alcuni armadi da oggetti che sono lì da anni senza mai essere stati utilizzati e senza alcun ancoraggio nella mia memoria o nei miei affetti. Un po’ mi fanno pena. Anche perché: non è che con le persone sia molto diverso, no?
“Ho deciso di portare questo pupazzo, il primo regalo che mi ha fatto mio padre quando ero in carozzina. Da piccola gli avevo dato il nome Tito: nel film Disney si chiamerebbe Tippete, ma non parlando bene è diventato Tito. Ora lo uso un po’ come portafortuna e quando lo vedo penso sempre a mio padre e alla mia infanzia”.
Ha portato in classe un peluche V. (classe prima). A 47 anni suonati conservo ancora dei pupazzi della mia infanzia, così come il ricordo di un’automobile telecomandata (anzi, filocomandata, le dovevo stare dietro a un metro di distanza) dei carabinieri arrivata per una Santa Lucia di non so che anno, penso prima o seconda elementare. Due gemme in sequenza che parlano di infanzia e ricordi: colpisce come certi oggetti siano in grado di parlarci ancora e di farci emozionare.
“La mia gemma è questo braccialetto che mi ha regalato una mia amica più o meno quando avevo otto anni: ci eravamo conosciute al mare, lei era di Padova e ci vedevamo solo d’estate. Un anno mi disse che non sarebbe più tornata l’anno successivo e che quindi non ci saremmo potute rivedere. Così ci siamo scambiate i braccialetti per ricordarci reciprocamente”.
Questa la gemma di M. (classe prima), che poi alla mia domanda se sia ancora in contatto con questa amica ha risposto che si sono perse. Mi ha fatto fare un salto alla mia infanzia e sono emersi dal passato volti sfumati di amicizie veloci che hanno comunque lasciato un segno, visto che a distanza di tanti anni sono ancora presenti nella memoria. Bello!
“Quest’anno come gemma ho deciso di portare qualcosa che ricordasse mio nonno ma che allo stesso tempo fosse importante per me e quindi ho portato questa farfalla in vetro. Diciamo che è un po’ contraddittorio da parte mia in quanto le farfalle rappresentano una delle mie più grandi paure; questa apparteneva a mio nonno. Lui fin da piccolo ha sempre avuto questa grande passione e ne ha collezionate di tutti i tipi, di stoffa, metallo, rame. Ora la collezione la possiede mia nonna e si trova all’interno di una vetrina. Una cosa che mi ricordo particolarmente è che quando ero piccolina e andavo da loro, passavo davanti a questa vetrina e, pur avendo tanta paura e ribrezzo, venivo catturata e restavo lì a osservarle”.
G. (classe quinta) ha raccontato così la sua gemma. Anche questa gemma la commento con un testo letterario, questa volta proveniente dal lontano oriente. E’ Haruki Murakami a scrivere: “No, non do nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi, le distinguo l’una dall’altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno vengo qui, le incontro, le saluto e faccio con loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene le cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fossero dissolte nell’aria. Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esistano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse in un mondo diverso da questo.” (1Q84)
“Questa banconota da 200 leke è uno dei tanti piccoli oggetti legati alla mia infanzia che considero una gemma e che conservo come tale; si tratta dell’equivalente di poco meno di due euro che la mia nonna paterna mi diede qualche giorno prima che io partissi per il mio primo viaggio in Albania, in modo da potermi comprare un souvenir. La me di 10 anni fa, assolutamente priva di ogni conoscenza riguardo al valore del denaro, trattò la banconota come se si trattasse di una piccola fortuna e la ripose al sicuro sul proprio comodino, dimenticandosi dunque di portarsela con sé. Ciò che al tempo reputai un’assoluta ed insormontabile tragedia, si rivelò essere invece un amabile scherzo del destino che mi consente di custodire gelosamente uno dei ricordi, inerenti alla mia nonna paterna, più preziosi che ho; essa, oltre a sostituire un banale souvenir e a rappresentare un pezzo del mio paese natale, la cui cultura ho imparato ad amare sin da piccola, mi ricorda ogni giorno uno dei modelli a cui aspiro di assomigliare, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, uno di quei personaggi che si narrano nei libri”.
Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la sua gemma. A questo punto di solito c’è il mio piccolo contributo. Solo che in coda alle sue parole E. ha aggiunto: “Ero indecisa se portare questo o un pezzo del costume della mia prima festa di carnevale in Italia. Come ho detto, ho imparato ad amare la mia cultura fin da piccola e, mentre tutte erano vestite da principesse o fate, io ero vestita col costume da sposa tradizionale albanese e SEMBRAVO UN PO’ FUORI LUOGO, PERÒ ERO FELICE”. Non saprei aggiungere parole più preziose.
“La mia gemma è un pupazzo a forma di foca che mi ha dato mio nonno l’anno scorso, poco prima della zona rossa invernale. Aveva ritrovato questo peluche mettendo a posto in soffitta: penso sia un pupazzo di quando ero piccola quindi in realtà non so bene chi me l’avesse regalato. Però poi me l’ha dato il nonno che poi è stato ricoverato in ospedale e non ce l’ha fatta: è per questo che gli sono molto affezionata”.
La voce rotta dalla commozione ha accompagnato le ultime parole della gemma di B. (classe seconda). Quante storie ci sono dentro gli oggetti che popolano le nostre case. Dare voce a quelle storie penso sia bello e importante soprattutto quando parlano di chi non c’è più trasformandolo in c’è ancora.
“Volevo parlare di mia zia, venuta a mancare tre settimane fa. Ero molto legato a mia zia, anzi mia prozia in quanto era la sorella del nonno: ha avuto un tumore ed è successo quel che è successo. Un rapporto molto profondo ci univa: da piccolo passavo molto tempo con i nonni perché i miei lavoravano e mia zia abitava a Venezia ma quando ci veniva a trovare era sempre una grande festa. Stare con lei e passare del tempo con lei era bello e mi manca tanto. Mi ha trasmesso una grande passione, quella per la montagna e mi ha regalato uno dei miei primi libri. Avevo pochi mesi e lei mi ha dato questo libro sulle Dolomiti: da piccolo lo sfogliavo spesso guardando le foto e poi ho iniziato a leggerlo. Il libro racchiude anche la passione che lei aveva per la lettura e anche quella mi è stata trasmessa in gran parte da lei perché mi piace tantissimo leggere. Durante le vacanze estive lei e i nonni passavano uno o due mesi in montagna in Austria o in Alto Adige. Io spesso facevo una, due o anche tre settimane con loro: era bello, ero felice con lei. Ecco, volevo parlare di questo perché non voglio dimenticare quello che ho passato con lei in questi anni”.
Questa la gemma di R. (classe seconda). Mi ha fatto fare un tuffo nel passato, gliel’ho detto anche in classe. Il ricordo è andato ad una mia prozia, con la quale ho passato numerose sere della mia infanzia, quando i miei, per vari impegni uscivano e mi lasciavano alla sua custodia (non sempre vigile: erano più le volte che si addormentava che quelle in cui restava sveglia). Quando ero al liceo e lei era ormai ammalata le avevo dedicato delle parole che oggi sono andato a rispolverare: “Occhi chiusi dalla pesantezza degli anni, mani tremanti che non appena toccano le mie trovano pace e si calmano, grande dolore nel cuore che trova sollievo solo nel sonno, un sonno profondo e rumoroso. Non lasciarti andare, zia: ricordi? Ero piccolo e con te salivo e scendevo le scale della scuola, giocavo a carte e ti imbrogliavo: non sapevi giocare, ma per te il mio divertimento era più importante. Mi portavi a messa con te la domenica nel quinto banco a destra. Scherzavi con me: ti lasciavi suonare quel curioso neo che hai ancora sulla fronte raggrinzita. La sera venivi a farmi compagnia quando ero a casa da solo e se ero malato, volevi starmi vicino. Mi chiamavi a casa tua per riempirmi le mani di caramelle, e a Natale e Pasqua, sotto il piatto, ci mettevi sempre le tue 20.000 lire in quella anonima busta bianca. Grazie di tutto, zia: ma non lasciarti andare, perché ti voglio bene”. Hai ragione R.! Mantenere le persone nei ricordi, parlare di loro, scrivere di loro fa sì che non siano dimenticate.
“Ho deciso di portare questa collana che ho al collo: me l’ha regalata mia madre per il mio diciottesimo. Nella mia famiglia non ci siamo mai regalati gioielli, preziosi o cose del genere; questo mi ha fatto pensare che nel momento in cui, spero il più tardi possibile, queste persone se ne andranno io non avrò una cosa di questo tipo che le ricordi. Mia madre però ha voluto regalarmi questa collana e, dato che con lei ho un rapporto speciale, avere un qualcosa che mi farà ricordare lei quando non ci sarà più è una cosa bellissima. Quello che fa e che pensa sarà con me sempre in questa collana, anche quando lei non ci sarà.”
E’ la gemma di L. (classe quinta) quella appena riportata. In questo periodo mi sto chiedendo se l’attaccamento che la gran parte di noi ha nei confronti di taluni oggetti non sia anche legato alla smaterializzazione che hanno subito altri: penso a oggetti comunque legati alla sfera affettiva, come le foto o le lettere o i biglietti. In un armadio conservo ancora i biglietti scambiati tra i banchi di scuola con i miei compagni di liceo, e starei poco a recuperarlo e a rileggerli; se invece dovessi recuperare lo scambio via whatsapp avuto con un amico 2 o 3 anni fa le cose si farebbero maledettamente complicate. Per non parlare della quantità di foto che scattiamo senza stampare e che (se siamo un minimo accorti) affidiamo a qualche servizio di backup automatico su qualche nuvola virtuale. Che sia legata anche a questo la necessità di quell’ancora di cui ho già scritto nella gemma 1758?
“La mia gemma è un peluche che mi ha regalato mia nonna quand’ero piccolina e che ho chiamato con il suo nome. Questo peluche è stato cucito da una sua amica e la nonna mi ha raccontato che rappresenta la speranza e il fatto di non aver mai paura e di andare sempre avanti. Adesso mia nonna non c’è più e io ho voluto lasciare questo peluche in casa sua come simbolo di speranza”.
Il gesto di A. (classe seconda) di voler lasciare il peluche in casa della nonna mi ha portato alla mente una scena del film Sette anni in Tibet: due amici si stanno salutando perché uno è in partenza per il viaggio di rientro. Vengono versate due tazze di tea: la prima viene consumata, la seconda resta intatta, in attesa del suo ritorno. Certo la nonna di A. non può ritornare ma quel legame con il peluche, quel gesto di lasciarlo nella casa è un mantenerne la memoria, un continuare l’amore.
“Ho scelto questa canzone perché mi ricorda un periodo di questa estate in cui la ascoltavo sempre. Oggi, ogni volta che la risento, mi tornano in mente tutti i ricordi di quei momenti in cui ho fatto nuove conoscenze e di tanto divertimento. Mi piace anche il significato: è una canzone che parla d’amore.”
S. (classe seconda) ci ha fatto ascoltare Stolen Dance di Milky Chance, un brano del 2013. A volte musiche, suoni, profumi, immagini si fanno memoria: a loro abbiniamo sensazioni ed emozioni, come se fossero chiuse in un cassetto. Poi basta aprirlo ed eccoci a rivivere tutto…
“Ho deciso di portare il Diario di Anna Frank perché l’ho letto in terza media e sono rimasta molto colpita dal modo in cui scriveva: aveva la mia età ed ha espresso cose molto profonde e piene di significato. L’ho letto durante la quarantena e mi ha molto aiutato quand’ero triste. L’ho portato anche per un altro motivo: alcune persone dicono che quei momenti siano da dimenticare, oppure vadano tolti dalla storia o addirittura non siano mai esistiti. Penso ciò sia molto brutto e non vorrei proprio che potesse accadere di nuovo il verificarsi di tali eventi. Ricordare questa ragazza che ha passato due anni in un rifugio senza poter uscire e soltanto guardando il cielo da uno spiraglio della sua finestra penso sia importante. Il libro mi è piaciuto molto e mi ha colpito profondamente”.
I. (classe seconda) ha illustrato così la sua gemma. Mi piace stendere qui uno dei passaggi secondo me più belli e “difficili” da mettere in pratica: “Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte. Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità”.
È più di un mese e mezzo che non aggiorno il blog. Mi sono preso una pausa in occasione della settimana santa e del periodo pasquale, mi sono tuffato in impegni di lavoro e in relazioni amicali e famigliari, sono stato a Rimini a un convegno della Erickson sugli adolescenti, ho concluso un corso di friulano (volevo imparare a scriverlo correttamente), sono stato a Roma per una formazione di due giorni organizzata da Libera sulla violenza di genere, e tante altre cose che non sto qui a scrivere.
Ma oggi, anche se adesso la mezzanotte è passata, ci tenevo a scrivere qualcosa. Quest’anno nelle classi quarte abbiamo lavorato sul tema della Mafia e sull’importanza di fare memoria, di condividere memorie. Studentesse e studenti hanno “adottato” una vittima innocente di mafia e hanno provato a raccontarne la storia in prima persona. E poi l’hanno letta in classe. Storie di donne, di bambini, di ragazze, di poliziotti, di giornalisti, di passanti, di carabinieri, di famigliari, di testimoni… Ci siamo emozionati.
Per non far torto a nessuno, però, qui voglio pubblicare parte del lavoro di una scuola lontana dalla nostra realtà, ma molto vicina a quella dei fatti del 23 maggio 1992: il lavoro della Classe III B dell”Istituto Comprensivo “G. Marconi” di Palermo, che ho letto qui. Con la storia di una donna desidero fare memoria anche di Antonio, Giovanni, Rocco e Vito.
Francesca Morvillo. 17:58 Francesca Morvillo; abbiamo parlato di questa donna a scuola oggi. Era la moglie di Giovanni Falcone, l’hanno descritta come una donna coraggiosa, intelligente, insomma una donna che ha lasciato il segno. Ma io fino a ora non ne avevo mai sentito parlare. Sapevo che Falcone aveva una moglie, ma non sapevo chi fosse, come si chiamasse, che aspetto avesse. Finalmente la campanella suonò, e noi ritornammo a casa. Il pranzo fu silenzioso come non mai. Mia madre non mi chiese niente su com’era andata la scuola e nessuno parlava. O forse ero io che non ascoltavo. I miei pensieri erano rivolti solo a Francesca. Finito di pranzare, decisi di fare subito il compito che ci avevano assegnato su di lei. Presi un foglio dal quaderno e cercai di buttare giù qualche idea, ma niente! Passai una mezz’ora davanti a quel foglio bianco a girarmi la penna tra le mani. Niente. La mia mente era vuota. -Intanto quando è nata? – mi chiesi. -14 dicembre 1945. – mi rispose una voce. Mi girai verso la porta, credendo fosse mia madre. Non c’era nessuno. Feci spallucce e riportai lo sguardo al foglio. -E poi è morta nel? – mi chiesi di nuovo ad alta voce. -23 maggio 1992. – Mi girai di nuovo verso la porta, ma non trovai nessuno. C’ero solo io. -D’accordo deliro. È quello che succede quando vai troppo a scuola. – cercai di sdrammatizzare per poi rimettermi a scrivere. Poi riguardai il testo, leggendolo ad alta voce. -“Francesca Morvillo, nata il 14 dicembre 1945 e morta il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci, era la moglie di Giovanni Falcone.” E adesso… credo basti. – mi dissi fra me e me, così feci per posare la penna, ma sentii la stessa voce di prima ridere. -Lo sai che Francesca Morvillo non era solo “la moglie di Falcone”? – mi disse. Rimasi pietrificata. -Troppo studio, sto impazzendo. – la voce rise di nuovo. Era una risata dolce, cristallina. -Tu sai chi è Francesca Morvillo? – mi chiese. Annuii. -La moglie di Falcone? – risposi. -E poi? – il silenzio. La voce rise di nuovo. -Beh, intanto era una donna, un magistrato, una moglie, una vittima della mafia ed ero io.- ero nel bel mezzo di una crisi di nervi. Mi girai di nuovo verso la porta, ma non trovai nessuno. Guardando verso il letto invece trovai una donna, una meravigliosa donna dai capelli biondi e corti, vestita con una giacca color avorio e dei pantaloni larghi dello stesso colore, seduta comodamente sul mio letto. -Vedo cose. Magari dormire quattro ore stanotte non è stata una buona idea… – la donna rise di nuovo. Cercai di non dare troppo peso a quella strana presenza e decisi di fare qualche ricerca fotografica su internet. Guardai un pò di foto di Francesca e poi mi venne un flash. Guardai la foto, poi la donna seduta sul mio letto, poi di nuovo la foto, poi ancora la donna. Continuai così finché non m iniziò a girare la testa. -Sono confusa. – la donna, dopo un istante di silenzio mi sorrise. -E comunque la mia tesina si chiamava “Stato di diritto e misure di sicurezza”. – mi disse, come se mi avesse letto nel pensiero. -Si grazie. Era proprio quello che mi serviva. – dissi, scrivendo la nuova informazione sul foglio davanti a me, le quali righe stavano iniziando a riempirsi. -Francesca Morvillo che lavori ha fatto? – mi chiesi in mente per non farmi sentire da quella donna. -Sono stata Giudice del Tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale per minorenni di Palermo, Consigliere di Corte d’Appello di Palermo e parte della Commissione per il concorso d’accesso alla Magistratura. – mi rispose la donna, o meglio Francesca, sorridendo. -… Non ho capito niente ma ok, ha fatto tanti lavori. – mi stupii di me stessa per aver parlato con una figura creata dalla mia testa. -Ma non sei – cioè non è stata anche insegnante? – lei ci pensò un attimo. -Si, facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ateneo palermitano. Ero insegnante di legislativa nella scuola di specializzazione in Pediatria. E ti prego dammi del “tu” non sopporto più il “lei”. – rispose. -In quanto a Falcone, vi sposaste nel? – non ci pensò un attimo che subito mi rispose. -Maggio 1986, ci sposammo in privato. C’erano solo i testimoni e il sindaco. Mi ricordo ancora tutto in ogni minimo dettaglio.- le si illuminarono gli occhi mentre parlava di tutto quello che era accaduto al matrimonio. Mi raccontò anche del sindaco Orlando, che aveva celebrato le nozze. La pagina piano piano si riempiva sempre di più. -Tu avresti voluto avere un bambino? – le chiesi. Lei abbassò lo sguardo. -Io avrei voluto, ma sapevo che non potevamo. Eravamo troppo impegnati nel nostro lavoro. E poi Giovanni lo diceva “non voglio orfani” perché lui lo sapeva che alla fine si sarebbero liberati di lui. Anzi, di noi. – mi spiegò. Era un tasto dolente, lo capivo. -Com’era la vita sotto scorta? – le chiesi. Si fermò un attimo per pensare. -Orribile. L’unica parola che mi viene in mente, ma era necessario per la nostra sicurezza. Ci siamo persi tante cose della vita, la nostra non era mica una vita come quella di tutti gli altri. Non potevamo andare in luoghi pubblici, tranne il posto di lavoro. Dovevamo sempre spostarci in auto blindate e a prova di proiettile, non potevamo andare al ristorante o a fare una passeggiata sulla spiaggia di Mondello, in piazza, o semplicemente per le vie delle strade per incontrare amici. Non posso dire di avere avuto altri amici oltre la mia famiglia, ma Giovanni… lui aveva Paolo. – sembrava volesse dire altro, ma era come se le parole le rimanessero intrappolate in gola. Rimasi in silenzio per un pò, poi presi fiato. -Francesca, perché non sei scappata? Intendo, sapevi che era molto pericoloso continuare a stare con Giovanni, ma non sei andata via. Eppure lui te lo diceva “vai via, scappa, salvati” ma tu non l’hai ascoltato e a Capaci… – mi fermai. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, il sorriso che aveva tenuto per tutta la conversazione era svanito, lasciando il posto a un flebile e malinconico sorrisetto. -Io ero consapevole dei gravissimi pericoli a cui Giovanni andava incontro, a cui entrambi andavamo incontro, ma non l’avrei lasciato mai da solo. Ho scelto di stare con lui, di sposarlo, di aiutarlo e incoraggiarlo sempre perché lo amavo e sapevo che ne aveva bisogno. E ho deciso io che se fosse morto, sarei morta con lui. In fondo “finché morte non vi separi” giusto? – annuii. Le parole di Francesca erano molto profonde, mi sentii quasi bloccata. -Francesca… cosa è successo esattamente nel ritorno da Roma a Capaci. Era la A29 Palermo – Trapani giusto? E su questo sito dice che “alle ore 17:58, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 1000 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada” è così che è successo? E dice anche che “la prima auto, la Croma marrone, fu investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo. La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza.” E senti questo “Francesca Morvillo, ancora viva dopo l’esplosione, viene trasportata prima all’ospedale Cervello e poi trasferita al Civico, nel reparto di neurochirurgia, dove però muore intorno alle 23 a causa delle gravi lesioni interne riportate.” Quindi è questo che è successo? – Quando incontrai il suo sguardo, mi resi conto di quello che avevo detto e me ne pentii. La sua espressione era seria, o per meglio dire vuota. Feci per scusarmi ma lei mi precedette. -Si è successo proprio quello. Non mi ricordo molto del momento in cui la strada saltò in aria, i miei ricordi sono sfocati. Ricordo solo di avere avuto Giovanni accanto, poi un leggero sibilo e all’improvviso un potente tuono e un forte mal di testa. Dopo di quello non ho più sentito niente. Girava tutto, mi fischiavano le orecchie e vedevo sfocato… poi non sentii più niente. Era come fossi…morta. Ma non fu così; dopo non so neanche io quanto iniziai a sentire delle voci, c’erano persone accanto a me, ne sentivo la presenza. Parlavano di Capaci e di Giovanni. “è morto il Giudice” dicevano. Era morto. Giovanni era morto. Erano morti tutti, li avevano uccisi tutti. Ce l’avevano fatta. Ci avevano eliminati. Quella stessa notte alle 23. – il silenzio. Scrissi le ultime parole. -E poi? Alle 23 sei… hai capito no? Francesca? – nessuna risposta. Forse avevo detto troppo. Mi girai verso il letto. Vuoto. Non c’era nessuno, era come sparita nel nulla così com’era arrivata. Guardai l’orologio; 17:58. Sospirai, un pò delusa, ma contenta di avere almeno potuto parlare con una donna come lei. Me ne sentivo quasi orgogliosa, anche se sapevo non avrei potuto parlarne con nessuno, o mi avrebbero preso per pazza. -Merenda! – chiamò mia madre dalla cucina. Mi alzai posando la penna sulla scrivania e mettendo il foglio ormai pieno al sicuro in un raccoglitore. -Grazie Francesca. – mormorai. Francesca Morvillo. Una donna con i fiocchi e i controfiocchi.
Sono passati esattamente quindici anni da quando, in una sparatoria tra clan a Forcella, veniva uccisa per errore una ragazzina di 14 anni, Annalisa Durante. Il suo nome è stato dato ad una biblioteca in uno dei rioni di Napoli. Ne scrive su L’Espresso Anna Dichiarante.
“Quindici anni fa, a Forcella, certe cose erano impensabili. Un pianoforte lasciato a disposizione dei passanti, la biblioteca, il murales di Jorit con il ritratto di un san Gennaro che santo non è, perché quel volto è di un giovane operaio e non del patrono della città. La sintesi di Napoli: mistica, viscerale, popolare. Quindici anni fa, in questo rione nel centro storico del capoluogo campano, i proiettili della camorra uccidevano Annalisa Durante.
Era la sera del 27 marzo 2004, quando, in via Vicaria vecchia, Annalisa, 14 anni, si ritrovò in mezzo a una sparatoria tra i clan rivali dei Giuliano e dei Mazzarella. Era scesa sotto casa per chiacchierare con le amiche e fu colpita per errore. Anche se coprirsi la fuga sparando per strada, tra la gente, non può essere considerato un errore. Annalisa divenne “scudo” di Salvatore Giuliano, rampollo della dinastia criminale che a Forcella ha dominato a lungo: il boss, all’epoca diciannovenne, impugnò le armi per difendersi da un agguato tesogli dal gruppo di fuoco di Vincenzo Mazzarella e centrò lei. La ragazza morì in ospedale nei giorni successivi. Per l’omicidio, Giuliano è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione. Vittima e assassino si conoscevano, perché in quell’intrico di vicoli tutti si conoscono. E lì, per rabbia e per amore, la famiglia di Annalisa è rimasta. Nonostante le minacce ricevute per aver esortato gli abitanti del rione a testimoniare contro i boss, suo padre Giovanni ha iniziato a darsi da fare per rendere Forcella un posto migliore. Una sfida per resistere al dolore, per dare un senso alla propria esistenza e per realizzare il desiderio della figlia di vedere un giorno Forcella «bella come gli altri quartieri». «Questi anni sono stati una battaglia. Allora, più della metà del quartiere stava con i camorristi, ma adesso il settanta per cento sta dalla mia parte. Chi avrebbe mai pensato che grazie ad Annalisa si sarebbe riusciti a fare tanto?», dice Giovanni, indicando intorno a sé gli scaffali con i libri della biblioteca che porta il nome di sua figlia. Nell’angolo c’è uno scatolone con gli ultimi cento donati da una scuola di Brescia. Sono molte, infatti, le classi che vengono in visita. Fuori qualcuno suona il pianoforte regalato da una storica azienda napoletana: serve per i concerti e i laboratori musicali, poi viene lasciato sotto il portico e chi passa può usarlo. Vicino al piano, c’è una casetta di legno con i libri che possono essere presi liberamente. Ovunque ci sono foto con luoghi e personaggi della tradizione napoletana. Poi, una parete con l’elenco, interminabile, delle vittime innocenti della criminalità organizzata in Campania. Giovanni trova sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui parlare; i suoi occhi inseguono continuamente nuove idee. Al suo fianco c’è Pino Perna, presidente dell’associazione fondata nel 2005 in memoria di Annalisa. Pino cerca di attuare tutti i progetti del signor Durante, perché «dirgli di no è impossibile».
Questa biblioteca, aperta nel 2015 e ospitata in uno spazio comunale a pochi passi dal punto in cui la quattordicenne fu uccisa, è il loro orgoglio. Ci sono quasi seimila volumi di vario genere, catalogati e inseriti nel circuito del sistema bibliotecario nazionale. «Ogni libro ci è stato regalato. Hanno cominciato ad arrivarcene da tutta Italia dopo l’omicidio di Annalisa. E qui la ricordiamo nel giorno del quindicesimo anniversario dalla sua morte», spiega Perna. Giovanni racconta che a dargli l’idea della biblioteca fu un napoletano emigrato in Australia: «Lo incontrai per caso, mi lasciò un libro e mi spronò a intraprendere quest’impresa». In realtà, il signor Durante aveva da sempre chiaro che la rinascita di Forcella, e delle altre aree soffocate dal controllo criminale, sarebbe dovuta passare dalla cultura. È quella, dice lui, che «salva le anime». Così, dopo la morte della figlia, iniziò a pungolare le istituzioni perché dessero un segnale, cominciando da uno dei posti più brutti del rione: un ex cinema di proprietà privata, ormai abbandonato e ridotto a discarica, proprio in via Vicaria vecchia. La Regione acquistò il palazzo, lo riqualificò e lo assegnò al Comune. Piano piano, grazie al lavoro dell’associazione “Annalisa Durante” e di altre realtà locali del terzo settore, sono partite le attività culturali e ricreative per bambini e ragazzi. Poi i libri, le mille iniziative per incentivare la lettura, il giornalino scritto dai giovani del quartiere, lo studio per scoprire le origini storiche di Napoli condotto insieme a un liceo del Torinese, l’allestimento di mostre e spettacoli teatrali. Nel 2006, all’interno della scuola comunale che si trova vicino alla biblioteca e che è stata a sua volta intitolata ad Annalisa, l’associazione ha aperto una ludoteca. «Nel 2011, però, abbiamo dovuto chiuderla – dice Pino – senza finanziamenti pubblici, non potevamo più pagare gli operatori». Grazie a una raccolta solidale di fondi e ai volontari del servizio civile, nel 2016 c’è stata la riapertura. A fare da custode alla sala con i giochi, tutti regalati, è il nonno materno di Annalisa. «All’inizio, alle nostre attività non veniva nessuno – continua Pino – la gente non si fidava o temeva di inimicarsi il clan frequentandole. Abbiamo dovuto dimostrare di essere credibili, di offrire servizi alla comunità. Perciò abbiamo puntato sui bimbi. Le mamme li lasciavano qui senza entrare, imparando che su di noi potevano contare». Una fiducia guadagnata a fatica, cercando di attirare le persone, una a una, in un quartiere martoriato dal degrado sociale ed economico. «Adesso del centro di Napoli si parla per le scorribande delle “baby paranze”. Sono proprio questi giovani “malamente” che vado a cercare, sono loro che hanno bisogno di essere strappati alla camorra e alla miseria. La mia sfida è portarli qui. Il coraggio per entrare, qualcuno lo sta trovando», s’infervora Giovanni, mischiando italiano e dialetto. Poi guarda Pino per un cenno di conferma: sì, ora a Forcella il coraggio per denunciare le intimidazioni e le estorsioni dei clan qualcuno inizia ad averlo. Il prossimo passo è portare le iniziative all’esterno, in mezzo alla gente. Come con la sfilata di carnevale del Comune, con la ciclo-officina gratuita, con il book crossing. E la partecipazione cresce. Agli incontri in biblioteca, Giovanni sistema le sedie in cerchio, ma lascia sempre un punto vuoto per poter aggiungere una sedia. «Il problema è che le istituzioni, invece di aiutarci, si dimenticano di noi, ci stritolano con la burocrazia – lamenta – l’ho detto pure al premier Giuseppe Conte, quand’è venuto qui. E gli ho chiesto perché Forcella non può essere ogni giorno come l’hanno fatta trovare a lui, pulita, senza cataste di motorini sui marciapiedi, senza bancarelle abusive dappertutto». L’obiettivo è sfruttare ogni moto delle coscienze e anche il boom turistico che Napoli sta vivendo. «Ci sono problemi eterni in questo rione – dice Perna – il contrabbando di sigarette come negli anni Settanta, gli edifici puntellati dal terremoto del 1980… Servono politiche integrate e continuative di sviluppo, non spot o interventi una tantum. Serve sinergia tra le organizzazioni di volontariato del territorio, soprattutto adesso che nuove idee stanno prendendo forma. E occorre portare i turisti anche qui. Finora si sono fermati a via Duomo, la strada che conduce alla cattedrale di Napoli e che segna il limite tra il centro storico, pieno di attrazioni famose nel mondo, e questo quartiere disgraziato, su cui sono fioriti pregiudizi». Per questo, Perna collabora anche con Legambiente e Slow Food: «Abbiamo poi creato “Zona Ntl – Napoli turismo e legalità”, una mappa dei siti di interesse storico-archeologico di Forcella collegata a un’app per raggiungere ovunque i potenziali turisti. Il rione è pieno di tesori, ma alcuni sono inaccessibili e trascurati, vanno recuperati. Sulla nostra cartina, inoltre, sono indicati bar e ristoranti dove trovare le eccellenze locali. Bisogna sostenere gli sforzi di chi vuole trasformare Forcella in un polo turistico di qualità». Giovanni, intanto, pensa già ai progetti futuri. Vuole aprire una piccola sezione della biblioteca all’interno del carcere di Poggioreale. «Ci vorrebbe una stanza, magari un po’ colorata, dove i detenuti possano trovare libri selezionati per loro, letture che possano farli riflettere e indurli a cambiare», spiega. Ma il sogno del signor Durante è di incontrare papa Francesco. Pino si sta facendo in quattro per riuscire ad accontentarlo. «Sai cosa vorrei chiedergli? – dice Giovanni, stringendo il braccio dell’amico – di lanciare un appello per aiutarmi a trovare le cinque persone che hanno ricevuto gli organi di mia figlia». Quando Annalisa morì, infatti, i suoi genitori autorizzarono la donazione, ma la legge non consente di conoscere l’identità dei destinatari del trapianto. «Il mio ultimo desiderio – conclude Giovanni – è poterli abbracciare. Nient’altro. Ma mi basterebbe anche solo un biglietto anonimo, per sapere se stanno bene. Per sapere che sono vivi e che Annalisa lo è insieme a loro».