“Ho pensato tanto a cosa poter portare come ultima gemma e sono stata veramente molto indecisa: l’unica cosa che sapevo fin dall’inizio era che volevo che fosse qualcosa che aveva attraversato tutti i 5 anni e, perché no, tutta la mia vita. Quindi ho deciso di portare questi due anelli. Ovviamente non sono solo due gioielli, ma un ricordo molto molto importante: mia nonna paterna. Nonostante fosse sempre la prima a “dirmi su di tutto” quando facevo qualcosa che non andava, è stata la donna che mi ha cresciuta. I miei hanno lavorato entrambi fino a tardi per quasi tutta la mia vita e quindi era lei che mi portava, mi veniva a prendere a scuola, mi preparava il pranzo, mi teneva il pomeriggio. Lei, come in realtà tutti i miei nonni, è stata colei che mi ha passato quella forte motivazione e dedizione nello studio. È con lei che parlavo di storia come di politica o letteratura. È da quando mi ha raccontato di quanto avrebbe voluto studiare, ma al tempo non ha potuto, che mi ripeto che tutto questo studio lo voglio fare per lei, per “vendicarla”, raggiungere ciò che per lei non è stato possibile a causa della sua situazione economica e familiare del tempo. Tutti i miei nonni sono stati molto importanti, ma lei è stata un po’ più importante perché, alla fine, è grazie a lei se sono la persona che sono oggi, nel bene e nel male” (C. classe quinta).
“Quest’anno, come ultima gemma, ho deciso di portare con me i piccoli momenti. Viviamo in una società che ci spinge continuamente a concentrarci sugli eventi straordinari, sui traguardi importanti, sui fatti eclatanti. Siamo abituati a pensare che ciò che conta davvero debba essere grande, visibile, memorabile. E così, spesso, finiamo per dare un peso enorme a situazioni che, a distanza di tempo, si rivelano meno significative di quanto pensassimo. Se c’è qualcosa che quest’anno mi ha insegnato, è proprio il valore delle “piccole cose”. Quei momenti semplici, apparentemente ordinari, che non fanno rumore ma lasciano tracce profonde. Ho capito che non sempre ciò che aspettiamo con ansia è ciò che ci rende davvero felici. A volte mi succede di caricarmi talmente tanto per qualcosa che deve accadere da costruirci sopra aspettative altissime. Immagino scenari perfetti, anticipo emozioni, idealizzo ogni dettaglio. Poi, puntualmente, la realtà non coincide con ciò che avevo immaginato. E allora, per non restare delusa, mi ritrovo ad attribuire a quell’evento un’importanza maggiore di quella che realmente ha avuto, quasi per giustificare l’attesa. Con il tempo ho imparato che le cose più belle non si programmano nei minimi particolari e, soprattutto, non si aspettano con impazienza: semplicemente accadono. Arrivano e restano. Mi sono resa conto che oggi preferisco una passeggiata senza una meta precisa, magari in un luogo semplice, lontano dal rumore e dalla fretta, dove si può parlare senza distrazioni e ascoltare davvero. Preferisco una cena organizzata all’ultimo momento, senza troppi preparativi, dove conta più la compagnia che la perfezione della tavola. Mi sono accorta che ciò che mi resta dentro non sono le grandi occasioni, ma dettagli quasi impercettibili: quello sguardo che si incrocia prima di salutarsi e tornare ognuno a casa propria, carico di significato anche se non viene detto nulla; la voce di mio nonno quando racconta episodi della sua giovinezza, con quella luce negli occhi che fa sembrare il passato ancora vivo; le partite a carte fatte insieme, tra risate, piccole sfide e battute che si ripetono ogni volta ma non stancano mai. Sono sempre stata una persona a cui non piacciono i piani decisi all’ultimo momento. Ho bisogno di organizzare, di sapere cosa succederà, di avere tutto sotto controllo. Eppure mi sono accorta che proprio nelle situazioni improvvisate, fuori programma, mi diverto di più. È lì che mi sento più libera, e soprattutto più presente. Quest’anno ho capito che la felicità non sta nei grandi eventi che aspettiamo per mesi, ma nei piccoli istanti che spesso rischiamo di non notare. Forse crescere significa proprio questo: imparare a rallentare, a dare valore a ciò che sembra insignificante e a riconoscere che la vera bellezza si nasconde nella semplicità quotidiana”. (G. classe quinta).
“Questo è uno dei regali che mi stanno più a cuore. Le maestre delle elementari ne hanno fatta una per alunno ed ognuna è diversa dall’altra. Mi ricorda delle elementari e trovo che sia un bel ricordo” (A. classe seconda).
“Come ultima gemma di quest’anno ho deciso di portare la lettera che mi è stata data da una delle mie maestre delle elementari alla fine della quinta, in maniera che lei potesse augurarci un buon futuro e in modo che noi potessimo avere sempre un ricordo di lei. Questa gemma contenuta in poche parole è per me speciale e più che mai quest’anno la riguardo con nostalgia, rendendomi conto di come sono e non sono cambiata nel tempo. Così come la quinta elementare è un periodo di cambiamento nella vita di un bambino, anche la quinta superiore è un momento di crescita che conclude un lungo percorso scolastico: portare questa lettera proprio l’ultimo anno rappresenta per me quindi un cerchio che si chiude e un nuovo impulso per poter affrontare tutto ciò che mi aspetta, buttando via “ansia e paura” e “affrontando la vita dall’alto”.” (A. classe quinta).
“Ho scelto di parlare di Stranger Things, che è una serie televisiva non solo che parla di fantascienza , ma una storia che parla di amicizia, crescita personale e il timore di affrontare le nostre paure più grandi. Anche se ambientata negli anni ‘80, i ragazzi vivono la vita, le pressioni sociali e l’ansia in modo simile a come le viviamo noi oggi. Infatti, mi sono ritrovata più volte nei loro sentimenti e nelle loro paure. Le emozioni dei personaggi sono molto attuali ed è facile sentirsi coinvolti. La serie è ambientata a Hawkins, in America, dove iniziano ad accadere una serie di eventi strani collegati a un mondo parallelo, che però un gruppo di ragazzi (e anche alcuni adulti) affronta tutto insieme. Ognuno di loro ha un lato fragile, è proprio questo che li accomuna. Mi ha fatto commuovere il fatto che negli ultimi episodi vengano mostrati i loro ricordi più tristi e i momenti che all’inizio sembravano impossibili da risolvere. Un argomento toccante è anche il non sentirsi accettati, soprattutto in quel periodo, quando essere se stessi aveva molti limiti. I limiti ancora oggi ci sono, ma sono molto più ridotti e le generazioni attuali cercano di non far sentire nessuno “diverso” o “sbagliato”. Oggi i limiti sono ridotti e le generazioni attuali cercano di non far sentire nessuno “diverso” o “sbagliato”. I personaggi hanno vissuto momenti in cui pensavano di non essere abbastanza o di non essere adatti, e alla fine hanno trovato un modo insieme per non sentirsi soli durante questi momenti bui. Un’altra cosa che mi ha colpito è la sensibilità della serie nel comprendere l’importanza dei sentimenti dei bambini e degli adolescenti, che molto spesso ricevono indifferenza o parole come “non sanno quello che fanno” nel momento più fragile. I bambini vengono etichettati come “innocenti” o “facili da persuadere” dai più cattivi della storia, perché non tutti capivano che quello che sembrava un piano per salvare il mondo in realtà era un piano per distruggerlo. Guardare la serie dall’inizio alla fine, vedere i bambini crescere e diventare ragazzi, e osservare come tutti scoprono chi sono veramente e quali sono i propri valori è veramente prezioso. Ho apprezzato inoltre gli elementi fantascientifici, come ad esempio la teoria del Ponte, che avevano iniziato a studiare scienziati come Einstein. Infine, posso dire che Stranger Things ha lasciato un segno molto significativo su di me e mi ha dimostrato che l’amicizia non è solo divertirsi insieme, ma restare vicini l’uno accanto all’altro nonostante tutto”. (M. classe prima).
“Quest’anno come mia ultima gemma ho deciso di portare una città stupenda, che mi ha riempito di ricordi che porterò sempre nel cuore, soprattutto per le persone con cui ho condiviso i miei viaggi. Roma è veramente la città eterna: ogni volta che ci vado rimango sempre stupita dalla sua bellezza e grandezza, non solo fisica ma anche culturale. Roma per me non è solo una città, ma è il luogo in cui ho vissuto momenti che mi hanno fatto crescere. Durante quei viaggi ho avuto la possibilità di conoscere meglio alcune persone e costruire con loro un legame profondo che porterò sempre con me. Inoltre, siamo sempre stati accolti dalla gentilezza e disponibilità delle persone, perciò ho un bel ricordo anche di loro. Roma, quindi, è legata a nuove amicizie ed esperienze che mi hanno formato come persona” (S. classe quinta).
“Migliore amica = La persona con cui si ha il rapporto di amicizia più stretto, profondo e privilegiato, caratterizzato da grande fiducia, affetto e condivisione. Certo, i dizionari di italiano cercano di dare la definizione migliore a questo termine, ma secondo me ognuno ha la sua. Per me, migliore amica = B., C. e S.. Banale, sì; ma non ci sono parole per esprimere cosa loro rappresentano per me. B. è la mia migliore amica dalle elementari, siamo veramente l’una l’opposto dell’altra. Lei bionda, io mora, lei occhi azzurri, io occhi scuri, lei carnagione chiara, io scura, lei paziente e sempre sorridente, io… insomma… il contrario. Sin da piccole abbiamo trovato un equilibrio vincente: in 12 anni di amicizia non abbiamo mai litigato, mai una volta che una delle due ha alzato la voce, mai una volta che non ci siamo capite. Quando siamo insieme tutto ciò che ha anche solo un piccolo aspetto negativo, si trasforma in qualcosa di divertente e sensato. Insieme abbiamo fatto taaante, ma tante cose, tra cui: travestimenti assurdi, muffin spettacolari, giornate in spiaggia con la pioggia (e no, non perché avevamo scelto di provare l’ebbrezza di una fresca giornata estiva piovosa, ma semplicemente perché, sfigate come siamo, sceglievamo sempre di andare al mare nei giorni sbagliati, pioggia, vento… insomma mai una volta che ci siamo godute una bella spiaggia con il sole). “Siete sempre insieme”, classica frase dei nostri genitori. Sì, sempre insieme, una a fianco all’altra, a supportarci e sopportarci in tutti i momenti difficili, in tutti quelli di gioia e di tristezza. Sempre insieme a giudicare tutto ciò che ci circonda senza mai, o almeno quasi, mostrare i nostri pensieri. Sempre insieme a tutte le noiosissime mostre in cui i nostri genitori ci portano lasciandoci ogni volta ampia scelta per la partecipazione. Sempre insieme a divertirci tra i bambini, tipo a intagliare e colorare una zucca. Insomma, chiaro il concetto? Da sempre, sempre e per sempre insieme. Tutti i miei amici, anche quelli che magari non hanno mai visto B., la conoscono. Lei è una parte fondamentale della mia vita, è la prima persona che chiamo quando mi succede qualcosa, è la prima che bombardo di messaggi quando ho bisogno di un consiglio. Siamo state separate da scuola, sport, hobby, ma siamo sempre riuscite a ritagliare un momento solo per noi, per vederci, per raccontarci di tutto e di tutti. Questo credo sia il segno del fatto che, se veramente tieni a una cosa o a una persona, fai di tutto pur di viverla. Si, nella mia vita ho conosciuto altre “b.”, ma lei sarà sempre l’unica “mia B.”.
C. e S., pronunciate sempre insieme una dopo l’altra. Le ho ri-conosciute nell’estate del 2023, quando durante una vacanza in barca da lontano ho sentito chiamare il nome di mia mamma. Da lì hanno iniziato a far parte della mia vita due ragazze meravigliose. In soli pochi giorni abbiamo legato come se fossimo migliori amiche da anni, ci capivamo con uno sguardo. Complicità, fiducia, sincerità, c’era e c’è tutto. Purtroppo abitiamo tutte abbastanza distanti, ma non appena troviamo un weekend libero organizziamo un’uscita per vederci e passare un po’ di tempo insieme. Ponderatezza, entusiasmo e responsabilità, ognuna bilancia le altre. In loro tre ho trovato la mia seconda famiglia. Mi auguro veramente di poter essere per sempre al loro fianco e viceversa, perché in questo momento io un mondo senza loro non me lo immagino proprio”. (M. classe quarta).
“Ho scelto di portare questa gemma perché è un anello speciale e importante per me. È stato uno dei regali ricevuti questo Natale, e lo abbiamo ricevuto sia io che G. da uno nostro amico stretto. Questo anello si chiama “Claddagh ring” e il nostro amico in una lettera ci ha spiegato il vero significato di questo anello irlandese” (E. classe quinta).
“La mia ultima gemma la dedico a qualcosa che mi ha riempito davvero il cuore e che mi ha accompagnato per gran parte delle superiori. Comincio la gemma parlando di G., uno dei tanti bambini che ha partecipato al Grest del 2025, e che mi ha rubato un pezzetto di cuore. La cosa che più mi colpisce di lui è come usa l’immaginazione. Infatti, stando a contatto con molti bambini di più o meno la sua stessa età, ho notato l’effetto che la tecnologia ha su di loro. Li vedo un po’ spenti, o magari usano addirittura parole che noi usiamo (prese da tik tok ecc). Ma G. è diverso. Lui mi ricorda molto la me bambina. La spensieratezza e l’immaginazione che caratterizzano G. sono state parole fondamentali nel Grest dell’anno scorso. A casa c’era una situazione difficile, e sentivo che non ne potevo parlare con nessuno se non con la mia migliore amica, che per fortuna vedevo ogni giorno proprio al Grest. Ma nonostante non ne potessi parlare con quasi nessuno, l’energia e l’affetto dei bambini (e dei miei altri amici animatori) mi migliorava sempre l’umore, e mi distraeva dal caos di casa mia e della mia testa. Penso che se non fosse stato per il Grest non sarei riuscita ad andare oltre questo periodo. Ma in generale, nonostante le varie e continue lamentele da parte nostra per la gestione del Grest, ci siamo molto divertiti e ho connesso molto con molti bambini e ragazzi”. (V. classe quinta).
“Due anni fa giurai a me stessa di non portare mai più un ragazzo come gemma. Oggi, romperò quella promessa per parlare di San Valentino. San Valentino è entrato nella mia vita in maniera piuttosto inaspettata e bizzarra e, da quel giorno, non ha mai smesso di migliorare le mie giornate. Insomma, ha fatto il suo lavoro, quello del santo: mi ha curata, salvata, protetta e supportata in ogni situazione, anche in quelle che sembravano impossibili da affrontare. Da un anno a questa parte mi aiuta ad affrontare ogni giorno, per quanto possa essere triste, difficile o pesante; ma non solo. La parte migliore è poter condividere con lui le giornate belle, quelle che, a ripensarci, strappano un sorriso o fanno scendere una lacrima di gioia. Solo da poco ho realizzato quante cose la sua presenza abbia introdotto nella mia vita: l’improvvisa passione per una lingua sempre detestata, nuove prospettive sul futuro, l’amore per il rosa, l’apprezzamento della mia femminilità, una dolcezza più consapevole e, incredibilmente, l’abitudine a bere più acqua, con la conseguente risoluzione di molti problemi di salute. Piccoli cambiamenti, forse, ma capaci di trasformare profondamente ciò che sono. A volte mi sembra di essere monotematica: nella mia testa c’è quasi esclusivamente lui. Ma poi, riflettendoci, è da più di un anno che c’è sempre e soltanto lui, al mio fianco quando le persone a cui tenevo di più mi hanno voltato le spalle; quando i miei genitori non credevano in me, era lui a farlo; quando l’unica soluzione sembrava gettare la spugna, era lui a raccoglierla e a restituirmela, spingendomi a riprovare. Non ho abbastanza parole per descrivere quanto io sia grata per il suo arrivo e per la sua presenza nella mia vita, perché è probabile che, senza di lui, oggi non sarei qui. Una cosa che mi ha fatto sorridere, è stata la coincidenza della data della mia gemma con l’argomento che volevo trattare. Mi piace considerarlo un segno del destino, per quanto la sua esistenza mi sia dubbia” (G. classe quarta).
“Quest’anno non sapevo cosa portare come gemma. Ero indeciso su un po’ di cose, ma alla fine ho deciso di portare questo braccialetto, che mi è stato regalato da mio fratello per il mio compleanno di quest’anno. Ho deciso di portarlo perché non ero abituato a ricevere questo tipo di regalo da lui e quindi, quando l’ho visto, mi ha fatto molto felice!” (D. classe seconda).
“Ed anche quest’anno, come gemma, ho portato una persona molto speciale nella mia vita. Una persona che, anche se non è più fisicamente qui, è sempre con me. All’inizio non volevo raccontare di lui ma poi mi sono fatta coraggio perché il suo ricordo non deve essere un momento di tristezza ma di felicità. Mio nonno è la gemma che ho scelto per questo 2026; un uomo che ha lasciato un segno indelebile nella mia vita. Ricordo quando andavo a trovare lui e la nonna: mi faceva i grattini sotto i piedi con un ramoscello che trovavo in giardino e poi mi leggeva le fiabe. Sapeva fare un mondo di cose, aveva persino la sua officina privata… ancora oggi alcune volte quando devo aggiustare qualcosa, dico tra me e me “cavolo non è qui ad aiutarmi”. Era un uomo speciale, pieno di vita, che mi strappava un sorriso, con quelle sua luccicante dentiera. Ora che sono cresciuta è strano immaginarmi il rapporto che ci sarebbe stato tra noi due… se fosse ancora qui sono certa che andrei a trovarlo ogni giorno, per bere un buon tè, parlare del più e del meno o ancora meglio… per aggiustare qualche oggetto o creare qualche cosa insieme. Anche se i ricordi ad oggi sono sbiaditi, lo sento a fianco a me, che ricolora tutti quei momenti passati insieme, per renderli ancora una volta vividi. Mio nonno è la mia gemma indelebile, quella che più di tutte non si può cancellare. Pensare a lui una volta mi faceva solamente male…ma oggi sorrido, amo e ricordo. Al mio nonno❤️” (G. classe seconda).
“Ho portato come mia ultima gemma una canzone, proprio come avevo fatto durante il mio primo anno qua al Percoto. In prima ho portato una canzone di Lucio Dalla del ‘71; quest’anno ho deciso di portare qualcosa di più recente, presentando una canzone dei The Strokes. L’album in cui è racchiusa la canzone mi ha accompagnato durante questi lunghi 5 anni, fungendo quasi da colonna sonora per i miei anni di adolescenza. Ode To The Mets parla della costante delusione da parte di qualcosa o qualcuno che si ama, e la contraddizione nel continuare ad amarlo profondamente. L’autore la scrisse dopo che i New York Mets, la sua squadra del cuore, perse una partita. Trovo questo significato veramente profondo, tuttavia io non riesco ad interpretarla così. Questa canzone è speciale perché ormai la associo ad una persona fondamentale nella mia vita: alcuni dei ricordi migliori che ho sono proprio con questa persona, mentre urliamo questa canzone in macchina. Ormai mi sento legata emotivamente a questi 6 minuti di musica; amo il fatto di poter associare una canzone ad una persona: trovo che si possa creare un legame al di sopra dell’amore, molto più intimo e personale” (E. classe quinta).
“Quest’anno ho scelto di portare come gemma questo braccialetto che mi ha regalato una mia amica durante un concerto. Questo braccialetto per me rappresenta soprattutto la forte amicizia che ho con lei, ma anche il legame profondo che ho creato quella sera con un’altra ragazza, con cui ho instaurato un rapporto importante e a cui sono stata vicina durante un periodo difficile. Quella serata è stata speciale sotto ogni punto di vista. Prima del concerto aveva piovuto tantissimo e si pensava addirittura che lo annullassero. Eravamo rimaste sotto la pioggia per molto tempo, completamente bagnate e stanche. Quando però è iniziato il concerto, tutto il resto è passato in secondo piano. Durante il concerto ero completamente presa dal momento e mi sono goduta ogni istante fino alla fine. È stata un’esperienza indimenticabile, non solo per la musica, ma soprattutto per le persone con cui l’ho condivisa e per quello che ha rappresentato per tutte noi. In qualche modo mi ha fatto stare meglio e mi ha aiutata a capire quanto per me sia importante l’amicizia. Questo braccialetto mi ricorda che per me l’amicizia viene prima di tutto, e quando ce l’hai non senti il bisogno di altro”. (G. classe quinta).
“Quest’anno come gemma ho scelto di portare il mio migliore amico M. lo e lui ci conosciamo dai tempi dell’asilo: è stato il mio primo vero amico e, da quel momento, siamo sempre stati inseparabili. Crescendo insieme abbiamo condiviso tantissimi momenti: alcuni dei più belli, e anche tra i più recenti, sono stati il concerto di Tate McRae e quello di RAYE, cantare insieme le nostre canzoni preferite, senza preoccuparci di essere stonati come due campane e ridere fino ad avere il mal di pancia e le lacrime agli occhi resterà sempre uno dei ricordi più preziosi. Con M. ho imparato cosa vuol dire avere un amico vero, qualcuno su cui puoi sempre contare, indipendentemente da tutto. M. è una persona molto importante per me: è simpatico, sincero ma soprattutto leale. Lui mi ascolta davvero perché tiene al mio bene. Ci sono stati momenti in cui avevo bisogno di supporto e conforto, e lui è sempre stato lì, senza esitazioni, dimostrandomi quanto sia importante avere qualcuno di fidato accanto. Per esempio quando lo scorso anno sono stata ricoverata in ospedale, avevo paura e lui era presente. La sua vicinanza è stata fondamentale per me perché mi distraeva dai miei pensieri. Ho ricevuto tanti messaggi da persone con cui nemmeno parlavo che mi chiedevano che cosa avessi o come stessi. Ero stanca di rispondere, perché sapevo che a loro non interessava davvero come stavo: erano solo curiose. Ed è proprio in momenti come questi che si riconoscono i veri amici. È grazie a lui che so cosa significa crescere insieme, condividere sogni e sfide, ridere fino alle lacrime e sentirsi capiti senza bisogno di spiegazioni. C’è però una cosa che mi fa rimanere male: non si ricorda il mio compleanno. È successo anche l’anno scorso, quando, arrivato alla fermata, si è avvicinato a me e alle nostre amiche. Eravamo in silenzio e lui ha detto: «Devo notare qualcosa? Hai fatto qualcosa di nuovo ai capelli?». Alla fine sono stata io a ricordargli che era il mio compleanno, ma ormai so che è fatto così. Ormai sono 14 anni che ci conosciamo e posso dire che la nostra amicizia è senza filtri e sono così grata per questo perché a lui posso raccontare tutto e parlare di qualsiasi cosa, senza paura di essere giudicata. E come disse Herman Melville: «Un vero amico è più vicino di un fratello.»” (A. classe terza).
“Oggi ho scelto di portare come gemma i miei fratelli: T. e O. T. è il fratello più grande con cui il rapporto è diventato davvero “più bello” solo col tempo. All’inizio si sentiva tantissimo il distacco d’età: otto anni sono tanti, soprattutto da piccoli, infatti non eravamo molto uniti. Ho iniziato a notare un vero cambiamento pochi mesi prima che si trasferisse con la sua morosa L.; sentivo che mi cercava di più, che mi chiedeva cose che prima non chiedeva. Non pensavo potessimo andare così d’accordo: ho scoperto che abbiamo lo stesso tipo di ironia, gli stessi “problemi con la mamma” e che la pensiamo allo stesso modo su tante cose. Mi ha aiutata molto quando a scuola non andava bene: lo faceva sempre un po’ prendendomi in giro, “sfottendomi”, ma in realtà mi aiutava a tranquillizzarmi e a non sentirmi sbagliata. Per fortuna lavora nell’azienda dei miei genitori, quindi ho ancora la possibilità di vederlo tutti i giorni, e questo per me conta tantissimo. O., invece, è stato il fratello dei “traumi”. Quello che ti faceva mettere in porta promettendo che avrebbe tirato piano (spoiler: non lo faceva mai). Quello che provava su di me tutte le mosse di wrestling e che, quando ti faceva male, la prima cosa che diceva non era “stai bene?”, ma “non dirlo alla mamma”. In quei momenti lo odiavo, ma se potessi tornare indietro non rifiuterei più neanche una di quelle proposte, perché solo oggi so che erano momenti preziosi. A differenza di T, O. lo vedo di meno. Anche lui lavora nell’azienda, ma è sempre fuori casa per lavoro e, quando torna, deve subito andare ad allenamento. Però quel poco tempo che lo vedo mi basta, perché riesce sempre a farmi ridere. Sicuramente un momento che porto nel cuore è il viaggio a New York, quando siamo andati tutti e tre insieme, più L. È stata proprio la vacanza dei sogni e non volevo che finisse. Non nego che abbiamo litigato, ma anche questo l’ha resa “nostra”. Amo i miei fratelli, amo vederli giocare a calcio, amo quando ci ritroviamo per fare merenda, amo quando ci prendiamo in giro, amo quando mi dicono “ma tu sei la sorella di…”, amo come riescono a farmi ridere, amo anche quando litighiamo, amo quando scherziamo su chi sia il figlio preferito, amo essere cresciuta con loro. Amo tutto di loro e sono davvero grata di non essere figlia unica… anche se, in fondo, una sorellina me la meritavo”. (P. classe quarta).
“Quest’anno non avevo idea di cosa portare come gemma così mi sono soffermata e ho pensato: “ma quali sono le cose o le persone che mi rendono felice ogni giorno?” e subito mi sono venute in mente le mie migliori amiche e il nostro gruppo. Mai nella vita avrei pensato di poter trovare persone con un cuore così grande, persone tanto diverse l’una dalle altre ma che in un modo o nell’altro riescono a lasciarti anche la più piccola cosa di loro. Senza le mie ragazze non ce la farei. Ci siamo conosciute solo l’anno scorso quando abbiamo iniziato le superiori, ma mi sembra di conoscerle da una vita. Abbiamo imparato a conoscere i pregi e difetti di una e delle altre; abbiamo imparato a capirci, consolarci e sgridarci quando ce n’era bisogno. Quanto a me, ho capito cos’è l’amicizia: non è assecondare l’altra persona in ogni caso, ma è farle capire eventualmente il tuo punto di vista e dove, secondo te, sta sbagliando, per poi parlarne, parlarne e parlarne; non è scriversi necessariamente ogni giorno, ma è sapere di poter scrivere all’altra persona per qualsiasi cosa e sapere che lei c’è e ci sarà sempre, qualsiasi sia il problema; non è litigare una volta e chiudere per sempre, ma è litigare, magari non calcolarsi per giorni, parlare e chiarire, e tornare poi più forti, unite e migliori amiche di prima. Tra loro non c’è una che preferisco, voglio un bene dell’anima a tutte allo stesso modo. Ricordo ancora la nostra prima “festa” assieme: era il compleanno di C., il 17 dicembre 2024, ed è quando conobbi anche parte del gruppo. Per la prima volta mi sentii circondata da belle persone, vere e sincere. Ci sono persone del gruppo con cui vado più d’accordo, con altre meno, persone di cui mi fido di più e altre di cui mi fido meno, ma so che su di loro potrò sempre contare: ci sarà sempre qualcuno con cui parlare, ridere, scherzare e piangere, ci sarà sempre una spalla su cui appoggiarsi e una persona da abbracciare, ed è questa la cosa bella di noi, che nonostante i problemi e le litigate ci siamo sempre. Ogni festa con loro è un momento bello e, soprattutto, indimenticabile. Ogni volta, faccio il conto alla rovescia e penso sempre a quanto manca a stare tutti assieme e a divertirci. Sono e sarò infinitamente grata a loro per essermi sempre stati accanto. Voglio ad ognuno di loro un bene che è difficile da esprimere a parole; so solo che quando stiamo assieme posso essere me stessa, contenta e spensierata come con nessun altro, senza sentirmi giudicata”. (G. classe seconda).
“Ho deciso di portare questa collana come gemma perché per me ha un valore molto profondo: rappresenta l’unione della storia di mio papà e di mia mamma, ed è un simbolo importante della mia famiglia. La collana mi è stata data da mio papà. Insieme alla catena c’è un ciondolo a cerchio che apparteneva a mia nonna: lei lo ha dato a mio papà e lui, a sua volta, lo ha donato a me. È un oggetto carico di ricordi e di aneddoti che mio padre mi ha raccontato nel tempo. Proprio per questo, in futuro mi piacerebbe trasmettere questa collana ai miei figli, per mantenere viva questa tradizione familiare. La croce, invece, mi è stata regalata da mia mamma. Non rappresenta un momento preciso, ma è legata a una storia molto significativa che lei mi ha raccontato quando me l’ha donata. Mia mamma è originaria di Cuba e, quando era piccola, non possedeva ancora questa collana. Mia nonna materna le raccontava spesso quanto i chicchi fossero importanti, perché rappresentavano la base della vita e della società: il chicco di riso, il chicco di caffè, elementi semplici ma fondamentali, soprattutto in un Paese povero come Cuba, dove non ci si poteva permettere molti lussi. Questa idea è rimasta sempre molto impressa a mia mamma. Anni dopo, mia mamma si è trasferita in Italia insieme a mio papà, dopo essersi innamorati e sposati. All’inizio non è stato un periodo facile: lei non parlava bene l’italiano e mio papà, dovendo lavorare, non voleva lasciarla sola in casa. Per questo la lasciava spesso da una nostra parente, che è diventata per lei un punto di riferimento fondamentale. Le ha insegnato molto, hanno condiviso tanti momenti importanti e si sono legate profondamente. Quando questa parente è venuta a mancare, a mia mamma è stata regalata una collana che lei non aveva mai visto prima. Questa collana aveva un ciondolo a forma di chicco di caffè, da cui proviene la croce che oggi porto io. Appena mia mamma lo ha visto, ha subito pensato a sua nonna e a tutte le storie che le raccontava da bambina. Per lei è stato un segno molto forte. Questo ricordo è molto importante anche per me. Credo molto nel destino e penso che, se mia mamma non avesse incontrato proprio mio papà, non avrebbe mai ricevuto quella collana che le ricordava così profondamente la sua storia. È come se fossero stati legati da un filo rosso, destinati a incontrarsi. Ed è per questo che questa collana, per me, ha un valore enorme”. (G. classe quinta).
“La mia gemma è una spilla che mi ha regalato una mia vecchia amica. Ci siamo conosciute in seconda media, quando arrivò da un’altra scuola: era timida ma molto gentile. Ci hanno messe di banco vicine e, parlando, abbiamo scoperto di avere tante cose in comune. Col passare del tempo siamo diventate migliori amiche e per Natale mi regalò questa spilla, che ancora oggi conservo e indosso durante le feste. Purtroppo l’anno scorso si è trasferita in un’altra città e, a causa di questo, abbiamo perso i contatti, ma resta per me un bel ricordo della nostra amicizia” (G. classe terza).
“Ho pensato a lungo cosa portare per la mia gemma ma non trovavo qualcosa di adatto che mi rappresentasse, non trovavo niente. Poi ho capito che dovevo portare non qualcosa, ma qualcuno. La mia mamma é ciò che mi rappresenta. Lei per me c’è sempre stata e io glie ne sarò sempre grata. Non ho avuto un’infanzia facile. Ma non è stato facile neanche per mia mamma crescermi. Mio padre non c’è mai stato e mia mamma ha sempre dovuto lavorare per due. Lei per me ha fatto tutto. Il medico, il “taxi” come dice lei, la cuoca, ma soprattutto da padre. Non voglio parlare di me ma voglio parlare di lei. Ho scelto questa foto perché è dove vedo in lei un sorriso spontaneo e genuino. Lei ha sofferto più di me però cerca sempre di essere forte per me. Guardando questa foto spero sempre di poterla rivedere sorridere così, senza pensieri, libera di poter fare ciò che ama: la fotografia. Mia mamma è una parte fondamentale per me e anche se litighiamo, io so che faremo sempre pace perché pensare ad una vita senza di lei è come vivere senza anima” (L. classe quarta).