Totalitarismo contabile?

9788862225571

Un suggerimento per una futura lettura (anche se in lista d’attesa c’è già moltissima roba…). Lo spunto arriva da Elisa Bonzoni.
“È possibile misurare il successo lavorativo? Un’idea? Un’emozione? «Vivere significa nuotare in aperti oceani dove la logica e la matematica non possono arrivare». E quando hanno la pretesa di farcela arrivare, a emergere è una realtà che è più vicina a un’ossimorica realtà distorta.
Non era facile scrivere un libro così, su questo tema e in questo modo. Stefano Diana c’è riuscito mettendo una dietro l’altra quasi 300 pagine (Noi siamo incalcolabili. La matematica e l’ultimo illusionismo del potere, Stampa Alternativa) sul tema senza mai essere ridondante.
Diana descrive il percorso involutivo dell’umanità, un percorso che sta rapidamente portando alla catastrofe ambientale, all’inquietante preponderanza delle tecnologie virtuali, al restyling penoso della parola, all’incomprensione della realtà e dei suoi processi, all’incomunicabilità e alla mancanza di relazioni tra esseri umani. Un percorso che non ci permette di controllare e capire i processi avviati, che rende il mondo meno democratico e egalitario, e più ingiusto. Processi che ci portano rapidamente verso il baratro e ci allontanano da noi, dall’essenza dell’uomo e dalla risposta che è dentro di noi, ed è proprio quella giusta!
La tendenza è misurare tutto quello che non ha misura. Un «totalitarismo contabile» e una «tossicodipendenza da numero» secondo i quali ogni cosa è stimabile con criteri razionali che risultano essere tutto tranne che razionali. Dai trend finanziari al rendimento scolastico dei figli, dagli stipendi ai criteri di valutazione o di soddisfazione di qualsiasi ordine e grado. Dio e Cesare si fondono e si confondono e a rimanere sul campo è una visione contorta e distorta della realtà che ci rende tutti più ignoranti e incapaci di capire, interpretare, conoscere, sentire. Cosa? Tutto! Per eterogenesi dei fini più cerchiamo di codificare la realtà più ci allontaniamo dal suo significato, entropicamente. Leggiamo Dio con Cesare deformandolo; e discutiamo teoremi, che nulla hanno di razionale e di reale anche perché partono da assiomi falsi. Davanti non abbiamo più né Dio né Cesare.
E in questo caso Dio, in un contesto di dichiarato ateismo, diventa l’essere umano nel suo valore intrinseco, le emozioni, e la neurobiologia stessa. Questo è il percorso di santità che a dirla tutta, somiglia alla visione della santità cattolica. E la salvezza universale (che Diana vede chiaramente in ottica laica) passa da qui. Passa dal santo che è in ognuno di noi che è il valore intrinseco, che sono le neuroscienze, che è l’uomo. E la salvezza è l’empatia e la compassione, il superamento dell’egoismo per arrivare all’altro e a noi con l’altro.”

Il dono di Arrival

Al cinema ho apprezzato molto il film “Arrival” e ora ho trovato un’interessante riflessione di Mario Domina sul blog filosofico La botte di Diogene.

Come già mi era successo con Interstellar di Nolan, anche con Arrival di Villeneuve ho provato la sensazione fortissima di venire integralmente assorbito in una visione altra (aliena in senso lato) del mondo, e di trovarmi poi a fluttuare a lungo con la mente (e persino con il corpo) entro questa dimensione sospesa e rarefatta, come se il pianeta mi stesse stretto e fosse ormai così asfittico da dovermi apprestare a lasciarlo. Per poter proseguire così il viaggio della visione in un più articolato viaggio cosmico ed esistenziale.
La potenza visionaria di questo genere di film e di storie – che sfidano addirittura i massimi sistemi fisici, filosofici, etici, estetici e semiotici, e che alzano sempre più il livello insieme emotivo ed intellettuale – non si limita più a scaraventarci addosso domande da far tremare i polsi (che cos’è il tempo? che cos’è l’alterità? che cos’è umano? siamo liberi o predeterminati? siamo tutt’uno col cosmo? esistono limiti nella nostra capacità percettiva? e via ontologizzando), ma va oltre: ci scava la terra sotto i piedi, ci pone in una situazione straniante-perturbante, perché non sono più la mente o la coscienza ad esserne avvinte o affascinate, ma la radice stessa della nostra esistenza, quel tutt’uno passionale e razionale (ed altro ancora) che noi siamo, o che crediamo di essere, o che ci raccontiamo di essere.
Vi è uno sradicamento minore ed uno maggiore in tutto ciò: non siamo per nulla soddisfatti del quotidiano (precarietà, infelicità, paura e angoscia diffusa, fragilità, incertezza – nonostante gli indubbi progressi tecnologici e quantitativi, che sono tra l’altro le medesime radici che generano fantascienza, tecnoincubi e distopie, al momento il genere letterario più diffuso, dopo il ciclo fantasy); ma non lo siamo nemmeno sul fronte della storia, che non sappiamo più come modificare o far virare al meglio, essendo sempre più capillarmente convinti che nulla possiamo di fronte a processi ineluttabili che ci sovrastano: Marx è morto nella nostra mentalità, più ancora che nell’arena storica.
E allora perché non gettarci anima e corpo in potenti evasioni immaginifiche? – il cui ruolo pare peraltro essere quel che un tempo ricoprivano i sogni (ad occhi aperti) e le utopie (in campo politico).
La fantascienza esistenziale risponde a tali bisogni sia in termini di forma che di sostanza: corrisponde ad un bisogno estetico (il terrore sublime dell’ignoto), ma anche ad un bisogno etico-politico, che però non sembra avere più esiti pratici convincenti. Prendiamo Arrival: il tema della comunicazione con altre forme di vita (e con l’alterità) è la questione delle questioni, senza la cui risoluzione la specie umana non andrà da nessuna parte. Di più: la scelta di far nascere qualcuno in un mondo che immaginiamo in disfacimento – senza così cospirare contro la razza umana, contribuendo alla sua estinzione (come auspica il pessimismo à la Ligotti) – è un atto insieme libero e folle. Perché Hannah dovrà nascere se è destinata alla malattia e alla morte? La risposta sta in un salto ontologico, in grado di generare una mentalità totalmente aliena alla nostra: perché la morte (e il tempo) non esistono, sono pure illusioni prodotte da un irriducibile narcisismo individuale destinato ad accelerare la nostra estinzione. Ma questo sì che richiederebbe un cambio radicale di paradigma: occorrerebbe lasciare questo pianeta – questa valle di lacrime – attraversare il meraviglioso cerchio della conoscenza aliena ed affidarci alla saggezza di un altro pianeta, quello abitato dagli eptopodi, per i quali ogni nostro atto è pura immanenza, processo e necessità.
Un dono (non un’arma) che non abbiamo nessuna intenzione di accettare, se non in qualcuno dei nostri più reconditi sogni.”

Dopo il fine vita il fine morte?

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Nicolàs de Jesùs

Articolo molto stimolante di Enrico Pitzianti (cagliaritano, laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd) pubblicato il 3 ottobre su L’Indiscreto. Magari con le classi quarte…
La ricerca scientifica, per via della velocità con cui progredisce, sta drasticamente mettendo fuori gioco il discorso etico-politico rendendolo costantemente inattuale, superato ancor prima che questo possa bodei-limitearticolarsi per far fronte all’esponenziale progressione della tecnica. Questa sembra essere l’idea di fondo che si scorge leggendo l’ultimo saggio di Remo Bodei: Limite, (Il Mulino, 2016) in cui salta agli occhi il tentativo di mettere in luce un edificio teorico che possa scardinare l’idea di ineluttabilità della morte e del destino.
La premessa è forte: i limiti, quelli fisici e tecnici, sono somparsi (o stanno scomparendo) in massa e questi, generalmente intesi, esistono in quanto barriere poste a impedirci la possibilità di infinito. Ci si riferisce all’infinito dell’immaginazione e non a quello dello spazio.
Il limite dell’intelligenza umana sarà superato dall’IA, la stessa creatività – caratteristica considerata tipicamente umana – è oggi riprodotta da algoritmi che ci obbligano a fare i conti con la distopia del nostro tempo. Gli stessi limiti biologici sono messi in gioco quando è ragionevole sostenere che l’uomo più veloce del mondo sarà in futuro più simile a Oscar Pistorius che a Usain Bolt – oggi detentore del record. Così, con un effetto a valanga, vengono a cadere anche i limiti che separano l’uomo dalla macchina, il naturale dall’artificiale e tutta una serie di separazioni che ci ostiniamo a considerare come pertinenti e non, più realisticamente, come mere semplificazioni di un mondo complesso.
Ciò che rimane tra le rovine di queste barriere sembra essere un certo presunto dovere di autoregolare lo strapotere datoci dalla tecnica. Gestirlo da saggi, limitarci, pena la catastrofe. Ne sapremo (sarebbe meglio usare il tempo presente) fare buon uso? Il giudizio si sospende anche se oggi, a prendere come esempio il riscaldamento globale, trarremo una conclusione poco ottimista.
Le biotecnologie, in particolare in campo genetico, stanno abbattendo il primo – forse l’unico – vero dogma rimasto in buona salute nell’era moderna: la morte. L’invecchiamento secondo studi recenti non è innato, ma programmato geneticamente – e quindi riprogrammabile. Con lo studio dei telomeri (le estremità del cromosoma di un organismo eucariote) si è scoperto che la loro estensione diminuisce a ogni riproduzione della cellula. La morte definitiva delle cellule, e quindi la nostra, dipende da questa sorta di timer che l’evoluzione ha costruito per arrivare alla morte programmata. Ed ecco che si scopre un enzima, detto telomerasi, capace di rallentare la progressiva riduzione dei telomeri e questo, insieme alla possibilità di utilizzo delle cellule staminali, apre le porte alla prospettiva di un allungamento della vita umana molto consistente; tanto che secondo Aubrey Grey, dell’Università di Cambridge, nei prossimi decenni si potrebbe riuscire a vivere duecento e più anni.
Se la ricerca scientifica prospetta la possibile “fine della morte” il trend dell’abbattimento dei limiti per sopravvenuta inidoneità a una soddisfacente rappresentazione di ciò che ci circonda sembra essere molto più generale. Ai progressi della tecnica corrisponde infatti un progressivo confutare convinzioni e saperi radicati e dati per scontati, un abolire idee, tradizioni e usi oramai fondati su “idee di destino” irragionevoli alla luce del sapere odierno. Non c’è più l’inscrutabile volontà divina, non c’è più sapere dei saggi che possa stupirci e manca finanche la possibilità stessa di certezze etiche – inscrivibili quasi tutte, oggi, alla categoria dell’ideologia.
Bodei sottolinea come nessuno fin’ora aveva mai dubitato del fatto che gli esseri umani potessero venire al mondo in un modo diverso dal rapporto sessuale, modalità che include rischi di infermità e deformazioni congenite. Merita un’attenzione particolare il fatto che Bodei riassuma le ultime due decadi di storia nel termine “ora”. lo, ad esempio, non ho la stessa percezione di immediatezza di tali cambiamenti dato che avevo solo sette anni quando Dolly – la pecora oggi imbalsamata in qualche museo scozzese – fu clonata. Bodei, che invece di anni all’epoca ne aveva qualcuno di più, vede da una prospettiva privilegiata l’aumento esponenziale della velocità con cui la morte ha cominciato a vedere scalfito il suo potere e il suo fascino, una parabola lunga milioni di anni che in meno di una ventina si è trasformata in quella che oramai sembrerebbe essere un’uscita di scena annunciata – per alcuni già vicina all’improrogabilità.
L’elidersi dei limiti ontologici tra specie diverse di esseri viventi (incroci e selezioni genetiche) vede il parallelo affievolirsi di altri limiti: quelli tra esseri viventi ed esser non viventi – Bodei cita le gambe di Oscar Pistorius e il pacemaker ma è ovvio che la mescolanza sia oramai capillare e abbia radici lontanissime visto che a ricercarne la genesi bisogna arrivare alla capacità umana di maneggiare oggetti passando quindi per ossidiane sbeccate, papiri e occhiali da vista.
Ciò che sfugge a Bodei è che il limite tra vivente e non vivente è in crisi a prescindere dall’odierno predominio della tecnica. Se il vivente e il non vivente stanno diventando indistinguibili non è per via del robot capace di calciare un pallone o scrivere un articolo di giornale.
Su the Scientific American Ferris Jabr descrive bene il perché “la vita non esiste”. Dato che una definizione concisa di “vita” è decisamente troppo complessa da dare, si ricorre solitamente a un elenco di caratteristiche che sarebbero le proprietà fisico-chimiche che differenziano l’essere vivente dal non vivente. L’elenco prevede: l’ordine (molti organismi sono costituiti da una singola cellula con diversi scomparti e organelli); la crescita e lo sviluppo (il cambiare dimensione e forma in modo prevedibile); l’omeostasi (cioè il mantenere un ambiente interno diverso da quello esterno); il metabolismo (lo spendere energia per crescere), la reazione a stimoli; la riproduzione (clonazione o accoppiamento per la produzione di nuovi organismi e trasferimento di informazioni genetiche da una generazione alla successiva), e l’evoluzione (la composizione genetica di una popolazione cambia nel tempo).
Peccato che l’elenco sia inconsistente, scrive Jabr: “Nessuno è mai riuscito a compilare una lista di proprietà fisiche che comprenda tutte le cose viventi ed escluda tutto ciò che etichettiamo inanimato. Quasi nessuno considera vivi i cristalli, per esempio, eppure sono altamente organizzati e crescono. Anche il fuoco consuma energia e diventa più grande, ma non è vivo. Al contrario, i batteri, i tardigradi e anche alcuni crostacei possono passare lunghi periodi di inattività durante i quali non crescono, non metabolizzano, non si modificano in alcun modo, ma non sono tecnicamente morti”.
E ancora: qualsiasi parte di organismo vivente se recisa fa crollare ulteriormente le possibilità di classificazione netta. Una coda di lucertola (Jabr fa l’esempio di una foglia) è da considerare vivente se staccata dal resto dell’animale? Le cellule che la compongono si comportano come si comportavano prima del distacco – non cessano immediatamente le loro attività. Quindi la coda muore al momento del distacco (che ne determinerà il deperimento) o invece quando ogni singola cellula che la compone sarà morta? E se rianimassimo la coda in laboratorio (come il celebre esperimento di Luigi Galvani sulle rane) potremmo considerarla viva dopo la morte?
Insomma, Bodei dice il vero quando parla di limiti valicati e ormai costituiti da termini e definizioni colabrodo, ma la sensazione è che l’aspetto caotico dell’intreccio che comprende l’esistente sia ancora più profondo di come viene descritto nel saggio – e il motivo è in quanto già descritto con le parole dello scrittore statunitense.
Alla possibile fine della morte per proclamata possibilità del suo superamento tecnico (e al suo corrispettivo culturale di “fine della morte in quanto cessazione del suo fascino”) si affianca la sconfitta della morte per assenza di differenze con ciò che dovrebbe contrapporvisi, la vita. Una coppia – quella dell’antropotecnica insieme all’impossibilità di formulare una definizione soddisfacente di vita – che rende conto di un panorama se possibile più distopico di quello che si intravede nelle parole di Bodei.
Rimane la sfida etica, quella di essere consci di questo strapotere e decidere consapevolmente di non abusarne, dei supereroi con tanto di kit di ricambio organi”.

Gemme n° 447

IMG-20160414-WA0000Mentre mia moglie mi serviva la cena le presi la mano e le dissi: “Devo parlarti”. Lei annuì e mangiò con calma. La osservai e vidi il dolore nei suoi occhi, quel dolore che all’improvviso mi bloccava la bocca. Mi feci coraggio e le dissi: “Voglio il divorzio”.
Lei non sembrò disgustata dalla mia domanda e mi chiese piano: “Perché?”
Quella sera non parlammo più e lei pianse tutta la notte. Io sapevo che lei voleva capire cosa stesse accadendo al nostro matrimonio, ma io non potevo risponderle, aveva perso il mio cuore a causa di un’altra donna: Valentina.
Io ormai non amavo più mia moglie, mi faceva solo tanta pena, mi sentivo in colpa, e per questa ragione sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restasse la casa, l’auto e il 30% del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi.
Avevamo passato dieci anni della nostra vita insieme e ora eravamo due perfetti estranei.
A me dispiaceva tanto per tutto questo tempo che aveva sprecato insieme a me, per tutte le sue energie, però non potevo farci nulla: io amavo Valentina.
All’improvviso mia moglie cominciò a urlare e a piangere ininterrottamente per sfogare la sua rabbia e la sua delusione, l’idea del divorzio cominciava ad essere realtà.
Il giorno dopo tornai a casa e la incontrai seduta alla scrivania in camera da letto che scriveva, non cenai e mi misi a letto, ero molto stanco dopo una giornata passata con Valentina. Durante la notte mi svegliai e vidi mia moglie sempre lì seduta a scrivere, mi girai e continuai a dormire.
La mattina dopo mia moglie mi presentò le condizioni affinché accettasse la separazione: non voleva la casa, non voleva l’auto tanto meno il negozio, soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani. Inoltre voleva che in quel mese vivessimo come se nulla di tutto questo fosse accaduto.
Il suo ragionamento era semplice : “Nostro figlio in questo mese ha gli esami a scuola e non è giusto distrarlo con i nostri problemi”.
Io fui d’accordo però lei mi fece un’ulteriore richiesta. “Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi accompagnasti nella nostra camera da letto per la prima volta: in questo mese ogni mattina dovrai prendermi in braccio e portarmi in braccio fino a lasciarmi fuori dalla porta di casa”.
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii per non rovinare le vacanze estive a mio figlio e per superare quel momento di tensione in pace.
Raccontai la cosa a Valentina che scoppiò in una fragorosa risata dicendo: “Non importa che trucchi si sta inventando tua moglie: dille che oramai tu sei mio! Se ne faccia una ragione!”.
Era tanto tempo che io e mia moglie non avevamo più intimità, così quando la presi in braccio il primo giorno, eravamo ambedue imbarazzati. Nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: “Grande papà! Papà ha preso la mamma in braccio!”.
Le sue parole furono come un coltello nel mio cuore. Camminai una decina di metri con mia moglie in braccio. Lei chiuse gli occhi e mi disse a bassa voce: “Non dirgli nulla del divorzio e del nostro accordo, per favore”.
Acconsentii con un cenno, sempre imbarazzato e anche un po’ irritato, e la lasciai sull’uscio. Come ogni mattina lei uscì e andò a prendere l’autobus per recarsi al lavoro.
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati, lei si appoggiò al mio petto e potetti sentire il suo profumo sul mio maglione. Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane: qualche ruga, qualche capello bianco. Si notava che portava i segni di un dolore interno. Mi chiesi cosa avessi fatto, come si fosse ridotta così.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più. Non dissi nulla a Valentina.
Ogni giorno che passava era più facile prendere mia moglie in braccio, e il mese passava velocemente. Ogni giorno che passava la sentivo più leggera.
Una mattina lei stava scegliendo dall’armadio i vestiti: si era provata di tutto, ma nessun indumento le andava bene e lamentandosi disse: “I miei vestiti mi vanno grandi”. In quell’occasione mi resi conto quanto fosse dimagrita in quei giorni. Di colpo realizzai che era entrata in depressione: a causarla erano stati il troppo dolore e la troppa sofferenza, pensai.
Senza accorgermene le toccai i capelli, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse: “Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio!”. Per lui quel rito era diventato un momento basilare della sua giornata e della sua vita. Mia moglie abbracciò forte mio figlio ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio.
Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo. La abbracciai senza muovermi e sentii quanto fosse leggera e delicata. Mi venne da piangere!
Arrivò l’ultimo giorno e aprendomi a lei le dissi: “Non mi ero reso conto di aver perduto l’intimità con te…”.
Mio figlio doveva andare a scuola e io lo accompagnai con la macchina. Mia moglie restò a casa.
Mi diressi verso il posto di lavoro, ma a un certo punto passando davanti alla casa di Valentina mi fermai, scesi e corsi sulle scale. Lei mi aprì la porta
e io le dissi: “Perdonami, ma non voglio più divorziare da mia moglie”.
Lei mi guardò e disse: “Ma sei impazzito?!”.
Io le risposi: “Amo mia moglie. Un periodo di stress, di noia e di routine ci aveva allontanato, ma ora ho capito i veri valori della vita! Dal giorno in cui l’ho portata in braccio mi sono reso conto, osservandola e guardandola, che voglio farlo per il resto della mia vita!”
Valentina pianse, mi tirò uno schiaffo ed entrò in casa sbattendomi la porta in faccia.
Io scesi le scale velocemente, tornai in macchina e mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose per mia moglie. La ragazza del negozio mi chiese: “Cosa scriviamo sul biglietto?”
Le dissi: “Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi”.
Arrivai di corsa a casa, salii i gradini a due a due ed entrai di corsa, precipitandomi in camera felicissimo e col sorriso sulle labbra.
Trovai mia moglie a terra. Era morta.
Negli ultimi mesi stava lottando contro il cancro e io invece ero occupato a sciupare il mio tempo con Valentina, senza nemmeno accorgermene.
Lei non me lo aveva detto: sapeva che stava per morire e per questo motivo volle un mese di tempo. Sì, un mese… affinché a nostro figlio non rimanesse un cattivo ricordo del nostro matrimonio. Affinché nostro figlio non subisse traumi. Affinché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione. Non sono la casa, la macchina, i soldi… Queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla. Cerchiamo sempre di mantenere accesa la fiamma, alimentare il matrimonio con giorni felici, ricordando sempre il primo giorno della nostra più bella storia d’amore.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo. A volte capiamo il valore delle cose solo quando le abbiamo perdute.
Ho scelto questo brano per la storia, per il coraggio della donna e per la fermezza dell’ultimo mese di vita; penso sia un modello da imitare. Poi, riprende la storia di una mia familiare che fino in fondo ha vissuto col sorriso, nonostante avesse un grosso problema”. Così (qui la fonte) C. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Sono molti gli aspetti messi in luce da questo testo. Mi soffermo sull’importanza della quotidianità. Qui si parla di chi riscopre gesti, sensazioni ed emozioni che col tempo aveva dimenticato; porvi attenzione mentre li si sta vivendo non è facile ed è così che si inizia a darli per scontati. Esercitarsi alla lettura della bellezza nel quotidiano non è facile ma, penso, fortemente arricchente.

Non fermarsi all’idea

Parte di uno scritto di Enrico Peyretti comparso sul numero 05 di Rocca. Lo pubblico come spunto di riflessione per i credenti in questa Settimana Santa.
Dio-padre1Nella lettura dei vangeli vediamo progressivamente emergere la decisione di eliminare quell’uomo che, con la sola autorità di uno spirito nuovo, e «facendo il bene», porta una religione del bene debordante dalla religione nota, stabilita, ufficiale, una legge nuova che supera e compie l’antica. Il vangelo intero è detto in sintesi nel primo annuncio: viene il regno di Dio, è tra voi e dentro di voi. Si tratta di decidersi per un altro modo di vivere, nel quale i poveri e gli oppressi sono liberati: un vivere gli uni per gli altri, dunque una vita che non morirà, perché non usa i mezzi della morte, della negazione degli altri, per affermarsi. Chi opera questa realtà e la proclama con «parole di vita» è rifiutato e condannato in nome di Dio. Il mondo (religioso, politico, culturale) che si arroga il possesso di Dio a propria utilità non riconosce la vita che viene dal vero Vivente, il cui vero nome è al di là di tutti i concetti e le dottrine che ce ne facciamo. Le immagini che ci facciamo di Dio vanno continuamente smontate, relativizzate, per potere riconoscere i suoi veri segni. Nell’idea di Dio è proiettata molto della nostra volontà di potenza. Dio è un nome comune che, con la maiuscola, noi rendiamo nome di un vivente misterioso di cui abbiamo qualche sintomo nel pensiero, desiderio nel cuore, buio negli occhi e silenzio nelle orecchie.”

Gemme n° 348

Ho portato degli spezzoni degli ultimi due episodi del mio anime preferito: vengono affrontati discorsi interessanti. I riferimenti religiosi sono numerosi e se dovessi sintetizzare potrei dire che lo scopo finale è il perfezionamento dell’uomo.” Mi sono sentito di riassumere così la gemma di S. (classe quinta). In realtà lei si è soffermata sulla trama, ma temendo di commettere degli errori rimando alla pagina wiki di Evangelion. Le sequenze mostrate sono state poi numerose e io ne ho messo un breve estratto.
La gemma l’ho commentata subito in classe attraverso un racconto di Selma Lagerlöf letto camminando mentre andavo a scuola quella mattina stessa. Lo allego qui (questa la fonte). Il nocciolo? I miei gesti, il mio approccio al mondo, dipingono il mio mondo. Ho trovato delle assonanze.
Notte di natale Lagerlof

Saper restare uomini

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Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio.
Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. -Spaziba – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi.
Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.
Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano con me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.”
(Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Einaudi, Torino 1965, pp. 148-150)

Eva e il potere della vita

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Eva, infatti, è la protagonista, non Adamo, che appare passivo e infantile. E’ lei l’esito dell’evoluzione positiva e complessa della creazione. E’ lei che ricerca la conoscenza, che esercita la libertà, anche di trasgredire, acquisendo un alto livello di autonomia. E’ lei che sperimenta i limiti della condizione umana e che più di ogni altro vivrà sulla propria pelle la sofferenza e il male. E’ lei che dà origine alla storia, immettendo nel mondo della vita il dolore della nascita e la solitudine della morte, il peso del lavoro e la drammatica conoscenza della differenza tra bene e male. E’ lei la madre di tutti i viventi, portatrice di conflitti, ma anche di cultura, di identità e di differenza. Il suo è il potere della vita.” (Adriana Valerio, Le ribelli di Dio, pag. 33)

Una porta nel Tetragramma

Yahuwdah2YaHuWaH

Rientra in quei nomi detti “teomorfici”, nomi che sono “portatori del nome di Dio”. […] Il termine ebraico yehudah (“ebreo”) è formato da cinque lettere (yod, he, waw, dalet, he): sono le quattro lettere del tetragramma, con l’aggiunta della lettera dalet. Questa in ebraico significa “porta”; il dalet è come la porta d’entrata nelle parole. Essere yehudah significa letteralmente, mettere una porta nel Tetragramma […] entrare in un tempo che non “accetta” l’adesso. Significa aprire la porta del presente, scardinarla, per proiettarsi incessantemente nel passato e nel futuro. Essere ebreo significa portare le tre dimensioni del tempo: passato, presente, futuro, ossia la memoria, la vita, la speranza. Per l’ebreo, “essere” significa “divenire” e non stabilizzarsi su un’identità, sul “medesimo”.”
(Marc Alain Ouaknin, Le dieci parole)

Il male non ci prende di sorpresa

Solitamente ripubblico articoli o riflessioni scritti da altre persone aggiungendo aggettivi neutri o che suscitino la curiosità: “interessante”, “stimolante”, “ricco”. Questa volta mi lascio andare a un “meraviglioso”. Giovanni Grandi prende spunto da un mosaico (qui una gallery) di una chiesa di Trieste per riflettere sul male interiore, sulla colpa, sul perdono, sulla misericordia.

don francesco bonifacioTre mani, una pietra. È il dettaglio di un mosaico realizzato a Trieste dall’équipe guidata da p. Federico Pelicon, per ricordare una storia piccola di quasi 70 anni fa, accaduta nel cuore dell’attuale Europa, allora appena uscita – lacerata a metà – dalla seconda Guerra Mondiale. Una storia raccontata per lunghi anni sottovoce, memoria ferita di persecuzioni feroci, che avevano come obiettivo l’eliminazione di chi incoraggiava a coltivare la libertà interiore e lo studio, ad associarsi per rimanere in rete, a spezzare anziché alimentare la catena della violenza. È la storia di don Francesco Bonifacio, esile pretino in servizio tra quattro case dell’Istria, fermato dalle guardie popolari l’11 settembre 1946 e ucciso. Ucciso perché incoraggiava i giovani ad organizzarsi nell’Azione Cattolica, “pericolosa” fucina di pensiero libero, di spiritualità esigente, di azione non violenta. Ucciso con un colpo di pietra. Pietra che il mosaico ci riconsegna con attorno tre mani, invitando a sostare in modo sorprendente sul mistero del male.
don francesco bonifacio2La forza della rappresentazione simbolica è racchiusa nella sua capacità di portarci fuori dal tempo: la vicenda di don Francesco e del suo uccisore si compie storicamente in quella sera di settembre del 1946, ma diventa, nel mosaico, lo specchio in cui tutti possiamo contemplare noi stessi dopo che abbiamo infierito sul nostro prossimo.
Ogni decisione drastica ha un tempo di incubazione; il male non ci prende mai di sorpresa, ci conquista poco a poco con ragionevolezza, ci stanca con l’elenco dei “buoni motivi per…” finché non acconsentiamo a quel proposito di offesa, di rivalsa, di sopraffazione. E portiamo a compimento l’ambiguo disegno da cui ci siamo lasciati persuadere. È il tempo di incubazione che fa sì che la pietra diventi profondamente nostra e che ci rimanga in mano anche dopo averla scagliata.
La pietra ancora in mano all’aggressore non esplicita tanto un (già palese) giudizio sociale di condanna, quanto piuttosto la coscienza personale e indelebile della propria accondiscendenza al male.
Dinanzi a noi stessi, non possiamo mai liberarci delle pietre con cui abbiamo infierito sugli altri e che siamo certi ci appartengano: le abbiamo raccolte con curiosità, le abbiamo soppesate, rigirate tra le mani. Magari ci è sfiorata l’idea di deporle, ma poi l’abbiamo allontanata e le abbiamo strette con ancor maggiore convinzione. Fino a scagliarle, scoprendo subito dopo che proprio in quel gesto meditato sono diventate definitivamente nostre.
Accade anche di passare una vita intera a tentare di staccarsi dalle mani la pietra con cui si è colpito l’altro. Alle volte ci si prova moltiplicando l’elenco dei “buoni motivi per…”, altre cercando di compensare con qualche forma di espiazione auto imposta: eppure né l’autoassoluzione, né l’autocondanna riescono nell’impresa di restituire l’integrità compromessa. È così che spesso la vita si guasta, anche quando le vicende che ci hanno visto protagonisti rimangono ben lontane dalla gravità di cui racconta l’epilogo della vita di don Francesco. Ed è questo il successo terribile del male: guastare la vita e quasi trasformare la persona, davanti a se stessa, in quella stessa pietra. Come se in quel gesto si riassorbisse irrimediabilmente tutta una vita.
Il mosaico della chiesa di san Gerolamo dialoga profondamente con questo dramma così comune, così umano, in cui si esprimono insieme la nostra partecipazione al male e il nostro disgusto – ex post – per avergli prestato le nostre stesse mani. Dialoga con questo dramma attraverso un’intuizione potente affidata alle immagini: l’uccisore di don Francesco è portato sulle spalle da Cristo, che tiene nella propria mano quelle in cui è rimasta indelebilmente incastonata la pietra.
L’uomo che si accorge di non poter staccare da se stesso la pietra gettata e che diventa prigioniero di quella pietra, al punto quasi da ritenere che la propria vita stia tutta lì dentro, non può che essere raggiunto facendosi carico di quella stessa visione disperata che ha di sé. Questa, nelle antiche catechesi battesimali cristiane, era una delle intuizioni fondamentali: la liberazione non inizia certificando alla persona il male commesso, ma sintonizzandosi con l’autocomprensione dolente che l’uomo ha di sé. Così, se l’uomo è rinchiuso in quella pietra, il Dio liberatore è quello che la raccoglie e che prende con sé l’uomo con la sua pietra in mano, non senza.
Il mosaico ripropone questa prospettiva: l’unico Dio davvero interessante non è quello che reclama un’umanità già candida e moralmente perfetta. È piuttosto quello che raggiunge l’uomo proprio lì dove questi ha già sentenziato di non poter che essere solo, irrimediabilmente (auto)condannato, integralmente assorbito nel male commesso e con questo destinato alla morte.
Entrambe le mani per una pietra: tutta la vita rinchiusa in un gesto intriso di male. Un’altra mano che le raccoglie: tutta la vita raccolta e caricata sulle spalle, per condurla fuori dalla prigione oscura in cui il male la tratteneva, simboleggiata – ancora nel mosaico – dallo sfondo nero, infranto come una lastra la cui resistenza carceriera è finalmente compromessa, in attesa di sgretolarsi definitivamente.
Non ci liberiamo né ci salviamo da noi stessi dal male in cui sappiamo di essere coinvolti, a cui sappiamo di aver dato le nostre mani, e questo la vita ce lo insegna senza troppi complimenti.
Se però c’è qualche via di liberazione e di salvezza, questa non passa attraverso improbabili amputazioni o oblii della propria storia: passa necessariamente attraverso mani misericordiose, mani terze, che ci raccolgono con le pietre a cui ci sappiamo legati e ci soccorrono lì dove disperavamo di poter essere raggiunti. Ed è forse proprio questa la più divina delle esperienze riservate all’uomo che, in ogni tempo, si interroga sulla propria integrità infranta.”

Buio e luce

Seconda tappa della riflessione sul triduo pasquale di Alessandro D’Avenia pubblicata una settimana fa su Avvenire. E’ la volta del Venerdì Santo. La luce e il buio, la creazione e la materia, la vita e la morte, Nietzsche e Ungaretti: tutto a partire dalla Crocifissione di Poussin e dal volto di Cristo per finire sul volto dell’uomo.

poussinVENERDI’ SANTO
La roccia della morte si apre. C’è una parola che dà luce
«Non ho più abbastanza allegria né salute per impegnarmi in soggetti tristi. La Crocifissione mi ha fatto star male, ho provato molta pena, ma un Cristo portacroce finirebbe con l’uccidermi. Non potrei resistere ai pensieri penosi e seri di cui bisogna riempire lo spirito e il cuore per riuscire in soggetti di per sé così tristi e lugubri. Dunque risparmiatemi, per favore» così scrive Nicolas Poussin a Jacques Stella che gli ha commissionato una Salita al Calvario, dopo che aveva visto la sorprendente Crocifissione dipinta per De Thou, a cui l’artista aveva dedicato i mesi dal novembre 1645 al giugno 1646. Qualche settimana fa mi trovavo di fronte a questo quadro e ho visto, trasformati in forme e colori, il dolore di cui parla l’artista che è riuscito così a rappresentare l’eclissi della luce su una tela.
Si può dipingere il buio e con il buio?
Poussin riesce. Crea un buco nero artistico in cui si assiste all’implosione della luce, in una specie di anti-primo-giorno della creazione: la luce non fu. Il cielo dello sfondo precipita nell’assenza totale e le rocce del paesaggio sono macchie evanescenti: la materia è annichilita quanto il suo creatore. Con la parola “materia” i Romani indicavano il concretissimo legno degli alberi. La materia del creato è servita a forgiare lo strumento di tortura per il creatore.
A parte il movimento impressionante dei manti rossi che attraversano il quadro in una specie di “s” coricata, la scia di sangue della storia umana, sangue versato dalla violenza (i soldati), sangue dato per la vita (Maria, Giovanni, il ladro buono), tutte il resto è fatto da gradazioni di buio che inghiottono figure umane ridotte a fantasmi. Tutto è cacciato nella notte che si merita. Ai piedi della croce, sul piano medio, al centro, c’è un personaggio che si volge verso lo spettatore e gli chiede conto di ciò che sta accadendo e se c’entri qualcosa con quella tenebra che sta inghiottendo tutto.
Gli uomini sono in primo piano, con la loro violenza: soldati che si giocano a dadi le vesti del crocifisso, due di loro sono sorpresi da qualcosa che esce dal buio della terra in un movimento opposto alla tenebra celeste: dalla pietra di un sepolcro emerge un uomo contro il quale il soldato sguaina un pugnale. L’uomo, erompendo dalla fessura
della terra al centro dei due triangoli composti dalle figure ai due lati del quadro, fissa Cristo immerso nella tenebra, mentre lui in un manto bianco, unico punto di luce, è la primizia dei risorti di cui parla Matteo: «Gesù emesso un alto grido spirò… la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti resuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27, 50-53).
La roccia della morte si apre come un bozzolo molle di crisalide, la morte che pietrifica col volto di Medusa, paralizzando il soffio di Dio (anima, da anemos, vento), è ammorbidita, la materia ha un sussulto, perché l’uomo-Dio si è sottoposto alla pietrificazione della morte e, spirando, l’ha resa di nuovo fluida e viva: Da dentro. Il suo corpo non conosce corruzione (questo vuol dire resuscitare: preservare dalla corruzione) e la Morte diventa più piccola della Vita, perché la Vita l’ha inghiottita dentro di sé, sperimentandone l’avvelenamento, ma strappandole il pungiglione e rendendo il veleno inefficace. Adesso si allarga una luce silenziosa in mezzo alle tenebre, in ogni cuore che si volga a guardare Colui che hanno trafitto che, subendo nella sua materia le conseguenze delle nostre tenebre, restaura la materia dell’uomo e gli restituisce la condizione di luce: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me», aveva detto.
Questo è il movimento centripeto e inconsapevole del quadro e del mondo e di tutti i suoi elementi, materiali e umani. Il centro di questo buco nero divino è la figura di Cristo: attorno a lui trionfa il non-colore della solitudine e del male, egli diventa un buco nero al contrario, inghiotte tutto il buio della storia per ridare luce a noi. Non fa forse questo la Parola? Dare luce alle cose e dare alla luce le cose. Attira tutto il buio a sé e ci restituisce la luce nella quale possiamo ri-conoscere (conoscerlo di nuovo e come nuovo) il nostro volto. Lo abbiamo noi questo volto? Convinceremmo Nietzsche che asseriva che avrebbe creduto al cristianesimo se avesse visto nei suoi seguaci “il volto dei risorti”? Potremo se ci volgeremo a lui riconoscendo tutta la nostra tenebra, perché sia soggettivamente e progressivamente rischiarata, perché la tenebra è inversamente proporzionale alla croce, come scopre il poeta, al cospetto delle macerie della città degli uomini devastata dalla guerra mondiale: «Vedo ora nella notte triste, imparo, / So che l’inferno s’apre sulla terra / Su misura di quanto / L’uomo si sottrae, folle, / Alla purezza della Tua passione» (G.Ungaretti, Mio fiume anche tu).

Un dono spezzato

La scorsa settimana, nell’occasione del triduo pasquale, Avvenire ha pubblicato tre riflessioni di Alessandro D’Avenia. Pensavo di raccoglierle in un testo unico e metterle a disposizione, ma temo che in questa maniera le leggano in pochi. Allora, visto che oggi è giovedì, a una settimana di distanza, le pubblico con gli stessi tempi del quotidiano: in fin dei conti, i cristiani rivivono il triduo ogni domenica. La vita, il viaggio, l’amicizia, l’amore, la risposta alla domanda “chi è l’uomo?” sono al centro di questa riflessione; l’Odissea, Vasilij Grossman, Dante e, ovviamente, la Bibbia ne sono le fonti.

GIOVEDI’ SANTO
Giovedì Santo: l’uomo è quello che spezza il pane
Odisseo8«L’eroe multiforme, raccontami, Musa, che tanto vagò: / di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, / molti dolori patì sul mare nell’animo suo, / per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. / Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo: / con la loro empietà si perdettero». Nell’originale greco la prima parola dell’Odissea è «uomo», la seconda «raccontami».
Il poeta chiede alla Musa di dire, all’alba della cultura occidentale, “chi è l’uomo?”. Ci vorranno ben 24 libri per “raccontare” la risposta, anche se ci viene offerta un’eccellente sintesi nei pochi versi proemiali. Il poeta tratteggia tre caratteristiche: conoscere città e pensieri/costumi di uomini, patire dolori, al fine di acquistare la vita a sé e ai compagni. La poesia omerica dice l’essenziale: l’uomo è viaggiatore, curioso conoscitore del mondo, chiamato a “patire”, per tornare a casa. Casa è: “aver salva la vita” (psyché), ma non solo la propria, ma anche quella dei compagni (etàiroi): coloro con cui si condivide un obiettivo. Lo traduciamo con “compagno”, la cui radice (cum più panis) indica “qualcuno con cui si divide il pane”. L’identità dell’eroe non è ripiegata su se stessa, ma proiettata verso l’altro, salvare sé e i compagni sono un tutt’uno.
Dire Ulisse è dire i suoi compagni, i suoi amici, la sua terra. Itaca. Amico non è qualcuno da “aggiungere” su un social, ma con cui condividere il pane (non l’apparenza) nel tentativo di salvarsi e salvare. L’uomo è dato all’altro uomo per la salvezza. È un dato originario quanto la creazione, e quindi fonte insostituibile di originalità: gli amici ci costringono ad essere reali, custodendo e coltivando la nostra identità, unicità, vocazione. Gli amici ci tirano fuori dalle apparenze e ci ricordano che i nostri talenti non sono per auto-realizzare, ma per etero-realizzare. Lo dice in modo perfetto Vasilij Grossman in Vita e Destino: «L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso… Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui. L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti. E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi. L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede».
Noi cristiani a volte riduciamo la Rivelazione a un programma morale, quando invece è il movimento (Amor che move dice Dante) che Dio ha impresso nel Ecce Homocreato, nel quale abbiamo il privilegio di essere inseriti e che possiamo assecondare o rifiutare. Solo chi si lascia catturare da questo movimento amoroso può portare la realtà a pieno compimento, la sua e quella degli altri: l’unico “pregiudizio” che un cristiano può avere sulla realtà è l’amore. Se ci si sottrae a questo movimento si diventa meno reali e si priva di realtà la realtà. L’amicizia, cioè l’affidamento dell’uomo all’altro uomo, è il versante umano di questo movimento. Chi è l’uomo? Risponde Pilato mostrando il flagellato: «Ecco l’uomo». Non è più il bell’eroe odissiaco, eppure anche Cristo ha conosciuto le città degli uomini e i loro pensieri, ha patito nel viaggio dell’incarnazione. A quale fine? Anche lui per salvare la vita dei suoi compagni, ma con una novità: rinunciando alla sua. Per questo non può trattarsi di un mito. Dice: «Non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono». Lo scherniscono: «È stato capace di salvare gli altri, e non può salvare se stesso». Ulisse aveva salvato sé e i suoi compagni erano morti per la loro empietà. Cristo fa il contrario: rinuncia a salvare se stesso e salva noi: per la nostra empietà si fa empio lui. Infatti proprio nell’ultima cena ci definisce amici: «Vi ho chiamati amici perché vi ho detto le cose del Padre mio».
Il racconto di Cristo è la sua identità, il Figlio mostra il Padre: un racconto costato la vita. A uno dei suoi, che in quella cena dice «Mostraci il Padre e ci basta», risponde: «Chi vede me, vede il Padre». Ci chiama amici e, a tavola spezzando il pane, ci rende compagni del suo poema: l’obiettivo è salvare. E questo non solo nel suo breve passaggio sulla terra, ma oggi e sempre, diventato lui stesso “pane” per la compagnia (i due di Emmaus e tutti lo riconosceranno così). Chi non mangia quel pane non ha vita, non ha passione per il mondo, non ha l’amore come pregiudizio, non rende – attraverso l’amicizia – la realtà reale, ma la lascia precipitare nell’inconsistenza della morte.”

emmausConcludo con un mio piccolo contributo citando Cesare Pavese:
Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra “riavere” noi dagli altri… Tu sei solo e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro… non basti da solo, e lo sai”.

Fisiognomica

FISIOGNOMICA (Franco Battiato, Fisiognomica)
Leggo dentro i tuoi occhi da quante volte vivi
dal taglio della bocca se sei disposto all’odio o all’indulgenza
nel tratto del tuo naso se sei orgoglioso fiero oppure vile
i drammi del tuo cuore li leggo nelle mani
nelle loro falangi dispendio o tirchieria.
Da come ridi e siedi so come fai l’amore
quando ti arrabbi se propendi all’astio o all’onestà
per cose che non sai e non intendi se sei presuntuoso od umile
negli archi delle unghie se sei un puro un avido o un meschino.
Ma se ti senti male rivolgiti al Signore credimi siamo niente
dei miseri ruscelli senza Fonte.
Vedo quando cammini se sei borioso fragile o indifeso
da come parli e ascolti il grado di coscienza
nei muscoli del collo e nelle orecchie il tipo di tensioni e di chiusure
dal sesso e dal bacino se sei più uomo o donna
vivere venti o quarant’anni in più è uguale
difficile è capire ciò che è giusto e che l’Eterno non ha avuto inizio
perché la nostra mente è temporale
e il corpo vive giustamente solo questa vita.
Ma se ti senti male ecc.
A volte il continuo domandare, chiedere, indagare può portare a risultati parossistici: capire dai tratti fisionomici di una persona le sue caratteristiche più intime e segrete. Su internet si trovano recensioni a questa canzone in cui si difende se non si elogia la fisiognomica… Non so quale sia il pensiero di Battiato a tal proposito; mi soffermo però sui versi “difficile è capire ciò che è giusto e che l’Eterno non ha avuto inizio perché la nostra mente è temporale e il corpo vive giustamente solo questa vita.” Sembra quasi dire: è facile capire tutto di una persona attraverso il suo aspetto esteriore. Ci sono una serie di criteri per cui posso dire se una persona sia orgogliosa, fiera, vile, presuntuosa, umile, pura, avida o meschina… Ma può bastare questo? E’ necessario porsi tutti questi interrogativi sui particolari di una persona quando quella che si vive è una vita sola? L’uomo è niente, misero ruscello senza fonte (anche senza foce?). Unico appiglio rimastogli è Dio (Sal 106,4-6: “Vagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie”).

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

MA CHE RAZZA DI DIO C’E’ NEL CIELO (Roberto Vecchioni, Il lanciatore di coltelli)
L’infinito silenzio sopra un campo di battaglia quando il vento ha la pietà di accarezzare;
l’inspiegabile curva della moto di un figlio che a vent’anni te lo devi scordare…
Sentire d’essere noi le sole stelle sbagliate in questa immensa perfezione serale;
e non capirci più niente nel viavai di messia discesi in terra per semplificare.
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando col nostro dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore, lo potrà mai consolare?
Aprire gli occhi e morire in un fruscio di farfalla neanche il tempo di una ninna nanna;
l’idiozia della luna, la follia di sognare, la sterminata noia che prova il mare;
e a questa assurda preghiera di parole, musica, colori, che Gli continuiamo a mandare,
non c’è nessuna risposta, salvo che è colpa nostra e che ci dovevamo pensare.
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore, può tagliare la notte e il dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo respirare, più di tutto lo strisciare? più di questo insensato dolore?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di buio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo insensato dolore?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di buio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo non capire, non sapere sbagliare e lasciarsi perdonare? Ma chi è l’altro Dio che ho nel cuore?
Ma che razza d’altro Dio c’è nel mio cuore, che lo sento quando viene, che lo aspetto non so come che non mi lascia mai, non mi perde mai e non lo perdo mai.

La canzone si apre con due brevi istantanee: la prima è un campo di battaglia ormai silenzioso dopo i duri scontri di cui è stato palcoscenico; finalmente un vento carico di pietà lo sta accarezzando quasi a consolarlo dell’assurdità dei gesti umani che l’hanno violentato.
La seconda è quella della morte dovuta a un incidente stradale in cui viene coinvolto non solo un giovane, ma un figlio: il dolore più grande che possa provare un genitore.
La conseguenza di queste due fotografie è una percezione: il ritrovarsi davanti a una serata perfetta, magari di quelle primaverili né troppo calde, né troppo fresche, terse in cui si colgono i profumi della natura e i suoni, eppure sentirsi del tutto fuori posto, sentirsi stelle sbagliate che non hanno nulla a che fare con quella perfezione e che, anzi, la possono rovinare. E tutti coloro che cercano di spiegare, di razionalizzare, di dare un senso, di rendere le cose comprensibili e magari semplici sono solo dei falsi messia, dei moderni santoni che generano unicamente maggiore confusione.
Si apre la domanda: che tipo di Dio c’è in cielo? quale Dio permette tutto questo? è un attore comico e gigione che si prende gioco della sofferenza dell’uomo? è un clown disperato che non potrà essere consolato da alcun amore? anche Dio ha bisogno di essere consolato?
Una terza istantanea: un’altra sofferenza difficile da digerire, quella generata dalla morte di un bimbo vissuto per breve tempo, neanche l’occasione di qualche ninna nanna, come una farfalla la cui vita difficilmente supera il mese.
Anche la natura non è di alcuna consolazione: la luna è idiota e il mare è annoiato. Lasciare andare i pensieri verso la speranza, sognare è poi follia. Eppure l’uomo ci prova a instaurare un dialogo con Dio, a pregare, a inviare parole, musica e colori, ma si tratta di un monologo perché nessuna risposta arriva se non un senso di colpevolezza e un grande rimorso per quanto è stato e non è più.
E le domande ora si fanno ancora più incalzanti e numerose e vertono, ancor più delle precedenti, sull’amore: solo l’amore può essere la via d’uscita, la possibilità di speranza, un amore che deve riuscire a superare la notte, il buio del dolore, il respirare a fatica, lo strisciare di chi è caduto, il nonsenso, il non capire; difficile è anche comprendere come lasciarsi investire dall’amore per accettare la possibilità di sbagliare e di lasciarsi perdonare dagli altri (non il semplice essere perdonati!).
Eppure nel cuore del cantante c’è spazio per un altro Dio, decisamente diverso dal precedente: un Dio la cui presenza si sente, si avverte, si coglie, un Dio che è atteso e che non lascia mai l’uomo da solo, che non lo perde mai di vista e che si fa trovare, che non si nasconde all’uomo. E’ un Dio-con.

La risposta

LA RISPOSTA (Simone Cristicchi, Dall’altra parte del cancello)
Vengo da un altro pianeta, da un’altra dimensione
Conosco il mondo e le sue bugie, che contano
Nascere, crescere e poi morire, evoluzione di quale specie?
C’è un buco fatto a forma di Dio, che senso ha?
Forse non finisce tutto qui, forse è così…
C’è un senso, a tutto c’è un perché, dentro me
La risposta è dall’altro lato del cervello
La risposta è dall’altra parte del cancello
Cercando un alibi nel mistero,
mi fermo un attimo e guardo il cielo
c’è un buco fatto a forma di Dio…
Forse non finisce tutto qui, forse è così…
C’è un senso, a tutto c’è un perché, dentro me
La risposta è dall’altro lato del cervello
La risposta è dall’altra parte del cancello
Il protagonista sembra essere un non-uomo, o quantomeno un qualcosa di poco umano visto che afferma di venire da un pianeta diverso dal nostro, da un’altra dimensione, ma non per questo di non conoscere il mondo; anzi lo conosce bene visto che sa anche le sue bugie. Si pone le classiche domande di senso: nascere, crescere, morire… che senso hanno? è un’evoluzione? Dio è il motivo? la risposta? o la scusa? l’alibi? Apre la possibilità di un oltre: forse non finisce tutto qui, forse c’è dell’altro… E il senso, la risposta a ogni perché è dentro sé: ma dove?
Dall’altra parte del cervello: forse il riferimento è alla parte emozionale, forse al cuore lasciando perdere la risposta razionale e logica del cervello… E allora sì l’uomo si ferma per poco e guarda su, in alto, verso il cielo verso quel buco fatto a forma di Dio: il mistero. Ma il mistero, per Cristicchi è il posto dove si nasconde un alibi: ripete che la risposta è dentro l’uomo.

Porta alla mente l’aforisma 125 de La gaia scienza di F. Nietzsche:
«“Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente:
Cerco Dio! Cerco Dio!”.
E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa.
È forse perduto?” disse uno.
Si è perduto come un bambino?” fece un altro.
Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione.
Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi:
Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.
A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense.
Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”.
Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo:
Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.»

A mio avviso ci pensa Dostoevskij a dare una risposta all’alibi di Dio ne I fratelli Karamazov:
«“Giacché il segreto dell’esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere. Se l’uomo non ha ben fermo dinanzi a sé il fine per cui vive, egli non accetterà di continuare a vivere e distruggerà se stesso piuttosto che rimanere sulla terra, anche se avesse pani in abbondanza intorno a sé. Questo è vero.
Ma che cosa è accaduto? Invece di assumere il dominio della libertà degli uomini, tu hai reso quella libertà ancora più grande!
Oppure hai dimenticato che all’uomo la pace, e persino la morte, sono più care della libertà di scelta nella conoscenza del bene e del male?
Nulla è più seducente per l’uomo della libertà di coscienza, ma, nel contempo, non c’è nulla che per lui sia più tormentoso.
Ed ecco che, invece di solidi principi per acquietare la coscienza degli uomini una volta per tutte, tu hai scelto tutto ciò che di più insolito, vago ed enigmatico possa esistere, hai preso tutto ciò che è superiore alle forze dell’uomo e hai finito con l’agire come se non amassi affatto gli uomini, proprio tu che eri venuto a donare la tua vita per loro! Invece di assumere il dominio della libertà umana, tu l’hai accresciuta e hai sovraccaricato con i suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo, per sempre.
Tu hai desiderato il libero amore da parte dell’uomo, hai desiderato che egli venisse spontaneamente a te, attirato e catturato da te.
Invece di attenersi alla rigida antica legge, l’uomo, da allora in poi ha dovuto decidere da solo, con il cuore libero, quale fosse il bene e il male, avendo unicamente la tua immagine come guida davanti a sé; ma ignoravi forse che alla fine egli avrebbe rigettato e messo in discussione persino la tua immagine e la tua verità, se fosse stato schiacciato da un fardello così spaventoso come il libero arbitrio?
Ignoravi che gli uomini alla fine avrebbero gridato che non in te è la verità, giacché non avrebbero potuto essere abbandonati in uno stato di confusione e tormento peggiore di quello che tu hai causato, lasciando sulle loro spalle tanti affanni e tanti problemi senza risposta?
Così facendo tu stesso hai posto le basi per la distruzione del regno tuo e non puoi biasimare nessuno più di te stesso.”»

Gemme n° 101

Ho scelto come gemma una canzone un po’ vecchia, che ho scoperto pochi anni fa, e che contiene un messaggio importante. Andrebbe ascoltata spesso per riflettere su quello che sta succedendo”. A. (classe seconda) ha presentato in questo modo “Heal the world” ai compagni di classe. Il brano è un invito a prendersi cura del mondo, a darsi da fare per renderlo un posto migliore. Nella seconda parte riecheggiano toni biblici: “E il sogno in cui stavamo credendo rivelerà un volto migliore e il mondo in cui una volta credevamo splenderà ancora nella grazia. Allora perché continuiamo a reprimere la vita, a ferire questa terra crocifiggendo la sua anima anche se è semplice da capire che questo mondo è luce di Dio? Noi potremmo volare così in alto. Lasciamo che i nostri spiriti non muoiano mai. Nel mio cuore io sento che voi siete tutti miei fratelli, create un mondo senza paura, insieme noi piangeremo lacrime di felicità guardando le nazioni trasformare le loro spade in vomeri.” In Isaia 2, 4 si legge:
Egli giudicherà tra nazione e nazione
e sarà l’arbitro fra molti popoli;
ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro,
e le loro lance, in falci;
una nazione non alzerà più la spada contro un’altra,
e non impareranno più la guerra.”

Pensiero e ordine

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Per qualche anno sono stato abbonato a Diogene Magazine, una rivista di filosofia applicata alla vita quotidiana. L’altroieri è apparsa una copia in aula insegnanti e ho letto il bell’editoriale di Mario Trombino che qui riporto. Consiglio di visitare il sito e pure l’abbonamento annuale che agli studenti costa solo 10 € (quattro numeri)…

Se pensare è calcolare, quella branca di ricerche che oggi va sotto il nome di intelligenza artificiale riuscirà nel suo intento: far pensare enti progettati e costruiti dall’uomo, che non sono l’uomo. In effetti i computer già oggi sono in grado di svolgere operazioni che simulano il pensiero umano e lo superano per velocità e precisione. Queste operazioni sono frammenti del pensiero, importanti, ma frammenti: operazioni matematiche di ogni tipo, gestione di testi, immagini, connessioni di reti, e tanto altro, come ognuno di noi ben sa. E comunque simulano il pensiero, nel senso che la coscienza è un’altra cosa rispetto alle operazioni di quella che rimane una macchina. I computer fanno il loro mestiere: calcolano. E lo fanno molto bene, su svariati fronti lo fanno molto meglio di noi (e questa non è l’ultima delle ragioni per cui li usiamo).
Tuttavia è davvero solo questo il pensiero? Se si tratta di calcolare, è indubbio che il pensiero sia uno strumento eccellente, per quanto limitato sia, e l’aiuto delle macchine estende un po’ questi limiti. Vorrei fare due esempi.
Primo esempio. Ieri con due colleghi andavamo in macchina alla Biblioteca Ariostea che è in centro a Ferrara, convinti di sapere la strada abbiamo calcolato il percorso, ci siamo persi, abbiamo chiesto aiuto a due vigili, che hanno con difficoltà calcolato a loro volta il percorso (la difficoltà nasceva dal fatto che eravamo riusciti a sbagliar tutto e a infilarci in zone di difficile movimento in macchina, tra sensi unici e ZTL), abbiamo sbagliato di nuovo i nostri calcoli, ci siamo arresi e abbiamo acceso il navigatore. Tre minuto dopo eravamo sotto l’Ariostea. Se pensare è calcolare, il navigatore (che al contrario di noi è parte di una rete che comprende cose complicatissime come satelliti e molto altro) si è rivelato più bravo si noi.
Secondo esempio. Se pensare è calcolare, per uccidere un uomo o un bambino in guerra occorre calcolare per bene le proprie forza e pensare ad una strategia, supportata da tattiche vincenti. E’ indubbio che anche in questo caso un drone intelligente o un missile a sua volta intelligente fa meglio di noi: sono macchine che uccidono senza esporci a pericoli, calcolano molto meglio le traiettorie, e se pensare è calcolare pensano quindi meglio di noi. In guerra poi si possono usare i media in tanti modi, come le recenti esperienze ci hanno ricordato, e i media sono supportati da macchine. Tecnologie vincenti per veicolare pensieri – pensieri calcolati per quelle tecnologie.
Parliamone.
Pensare è calcolare? Non c’è dubbio che pensando calcoliamo molto, e il calcolo è parte del pensiero. E da questo punto di vista forse un missile intelligente è davvero intelligente. Ma è anche intelligente l’uomo che ne ordina il lancio? E intendo: il suo pensiero è ordinato?
Cartesio dà questa definizione di pensiero (è una definizione a cui sono molto affezionato, la propongo volentieri ai lettori di Diogene Magazine, nella lingua in cui Cartesio l’ha pensata e scritta, la traduco dopo): «Mais qu’est-ce donc que je suis? Une chose qui pense. Qu’est-ce qu’une chose qui pense? C’est-à-dire une chose qui doute,qui conçoit, qui affirme, qui nie, qui veut, qui ne veut pas, qui imagine aussi, et qui sent». “E dunque,cos’è che sono? Una cosa che pensa. E che cos’è una cosa che pensa? E’ una cosa che dubita, che elabora concetti, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, e anche che immagina, e che sente”. Chiedo scusa per il richiamo al francese, ma non volevo che ci fossero dubbi: Cartesio dice che io sono una cosa qui sente, e sentire è parte integrante del mio essere una cosa pensante.
Un pensiero ordinato è il pensiero di un uomo che fa ordinatamente non una sola, ma tutte le cose indicate da Cartesio. E le unifica nell’atto del pensare. E le bilancia, altrimenti l’ordine non c’è. Ad esempio, a voi sembra che chi ordina il lancio di un missile intelligente abbia immaginato e sentito quel che sente un bambino che lo vede scoppiare e vede morire intorno a sé i suoi?
Se non lo ha fatto, poiché questo è parte del tutto prevedibile della realtà, il suo è pensiero ordinato?
Io sto dalla parte di Cartesio e dico che non è ordinato. Cartesio, e dopo e prima di lui molti altri filosofi, ha insegnato come fare a pensare con ordine. E’ difficile? Sì. E’ possibile? Yes, we can. Oh, scusate, Cartesio è francese: Oui, nous pouvons.”