Ecco il post sul passato, un tempo andato che ha i suoi riflessi nel presente e rende memoria futura la presenza di chi non c’è più. Quelle che seguono sono le parole di Ray Bradbury in “Fahrenheit 451”, libro che amo e da cui è stato tratto anche un ottimo film grazie a François Truffaut (per una volta un film all’altezza del libro). “Ognuno deve lasciarsi qualcosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualcosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta la vita”. Sono parole che mi fanno sempre pensare a quelle di Alessandro, un amico morto di tumore a 22 anni, che ha voluto lasciare un messaggio ai giovani: “Siate utili, lasciate traccia”.
Poco nitido
E’ un articolo molto interessante quello pubblicato da Roberto Cotroneo su “Sette” il 31 ottobre. Lo riporto qui e lo commento sotto.
“Prima o poi dovremo fare i conti con quello che ci è rimasto dell’assenza. E prima o poi capiremo quali danni possono fare i social e il web 2.0 sulla nostra vita. L’essere sempre connessi infatti non è soltanto un modo di stare nel mondo, non è solo la meravigliosa sensazione di raggiungere chi vogliamo, sempre e comunque, ma è la cancellazione dei tempi verbali della nostra vita: tutti, eccetto il presente. Voglio dire che ormai non viviamo più con i passati remoti o con i futuri anteriori. Non c’è un luogo della memoria da riempire con immaginazione e verità, non c’è un presente che sfuma verso un passato lentamente fino quasi a lasciare solo piccoli puntini lontani. E non c’è neppure l’attesa del futuro, perché il futuro o si fa presente oppure non esiste. Cosa voglio dire. Voglio dire che i nativi social, che sono una categoria ancora diversa dai nativi digitali, quelli che sono cresciuti usando facebook sin da bambini, quelli abituati a esserci sempre e comunque, hanno un problema con il distacco dalle cose. Hanno un problema con il tempo. Tutto quello che è accaduto nella loro vita, dalle grandi alle piccole cose, non smette di essere, come non si smette di esistere nelle bacheche e nelle timeline. Sta tutto lì. Hai voglia a cancellare, a togliere, a limare. Il passato viene di continuo rovesciato sul presente come fossero detriti e calcinacci che occupano lo spazio della nostra vita, e con cui si deve fare i conti. C’è una vecchia storia, di quando i social non esistevano, che Umberto Eco racconta nel suo Secondo Diario Minimo: «Salvatore lascia all’età di vent’anni il paese natio per emigrare in Australia, dove vive in esilio per quarant’anni. Poi, sessantenne, raccolti i suoi risparmi, torna a casa. E mentre il treno si avvicina alla stazione, Salvatore fantastica: ritroverà i compagni, gli amici di un tempo, nel bar della sua gioventù? Lo riconosceranno? Gli faranno delle feste, gli chiederanno di raccontare le sue avventure tra i canguri e aborigeni, avidi di curiosità? E quella ragazza che…? E il droghiere dell’angolo? E cosi via… Il treno entra nella stazione deserta, Salvatore scende sul marciapiede battuto dal gran sole meridiano. Lontano, ecco un omino curvo, inserviente delle ferrovie. Salvatore lo guarda meglio, riconosce quella figura malgrado le spalle ingobbite, il viso segnato da quarant’anni di rughe: ma certo, è Giovanni, l’antico compagno di scuola! Gli fa un segno, si avvicina trepidante, indica con la mano tremante il proprio volto come per dire: “Sono io”. Giovanni lo guarda, sembra non riconoscerlo, poi alza il mento in un gesto di saluto: “Ehi, Salvatore! Che fai, parti?”». Salvatore era partito, scomparso, e nessuno si era accorto della sua assenza. Forse Salvatore non era un tipo capace di farsi notare. Ma oggi queste considerazioni, l’idea di partire e tornare, la speranza di essere riconosciuti ma in modo nuovo, con il tempo che ci ha attraversato, con il passato che racconta di noi, è impossibile. Oggi Salvatore sarebbe là, come sempre, dall’Australia come dall’Italia. Sarebbe là a twittare o a postare fotografie, a scrivere sui social o a raccontarsi. Come sempre, con le foto che aggiornano il suo volto, che lo mostrano visibile e sempre uguale. Se oggi tornasse ritroverebbe Giovanni, vecchio compagno di scuola, con una battuta, tipo: belle le foto dei canguri. Oppure: ma quanto sono cresciuti i tuoi figli! E se il tempo e la memoria non contano, non conta neppure la nostalgia: non esiste il prima e il dopo, e non esiste il passato, il passato è soltanto un presente rinnovato, riciclato in un certo senso. Niente si chiude, niente si compie in modo definitivo. Tutto resta per tornare. Ex mariti ed ex mogli, fidanzate dimenticate, amici di un tempo, colleghi, e poi compagni di scuola, commilitoni, parenti lontani. Restano tutti lì, aggiornati all’oggi, nitidi, come se non fossero mai usciti da un orizzonte ingombrante di cui non si sente il bisogno. Un tempo lo slogan era: cerca su facebook le persone della tua vita. Ma senza l’assenza il tempo non passa. Senza perdere qualcosa il ritrovare è un concetto vuoto.”
Ho letto queste parole in treno, più di 15 giorni fa, mentre andavo a Torino con Sara; lungo il viaggio tempo e spazio passavano accanto a me e dentro di me, in piena sintonia con le parole del pezzo. Eppure sentivo in me qualcosa di dissonante. L’esperienza diretta dei social mi porta a pensare che le parole di Cotroneo possano valere per una persona totalmente assorbita da essi, una sorta di isolato sociale che abbia solo quella possibilità di socializzazione. Un po’ come quando mi succede di leggere delle nuove generazioni che vivono rapporti falsi, fittizi ed esclusivamente virtuali a causa dei social. Quel che mi capita di vedere e ascoltare in classe è che la maggior parte dei ragazzi coltivano e approfondiscono su internet rapporti già esistenti nella realtà e che le due cose si integrino tra loro. La nitidezza di questo mondo che si sta costruendo è, a mio avviso, molto meno chiara di quanto si possa pensare, ed è in continua evoluzione, come se ci fosse un velo di foschia a non rendere chiari i contorni delle cose. Sarà stato forse per questo, quasi per reazione, che il 7 novembre scrivevo le parole di Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. E sono uno che il passato lo pensa, lo rievoca, lo elabora, lo ama per meglio cogliere il futuro (a esemplificazione di ciò il prossimo post…).
Un altro binario
“Basta un attimo”. Quante volte l’ho sentito dire, l’ho detto, l’ho pensato in tutti i contesti possibili, positivi o negativi. A volte frutto di libera scelta, magari ponderata e valutata; altre volte pura casualità, e ognuno decida poi di chiamarla a modo suo, destino, caso, dio, fortuna, sfiga… Così descrive la situazione Stefano Benni: “Magari qualcosa, una moneta che cade, un piccolo braccialetto che si impiglia alla maglia di qualcuno, uno scontrino che scivola via, cambia il destino di una persona. E quella persona, per un piccolo, banalissimo gesto, non farà più le stesse cose che avrebbe fatto invece se quel gesto non si fosse verificato. E la sua vita prende un altro binario. Magari per sempre. Magari per un po’ soltanto. Chissà.” Quanti binari percorriamo? Quanti scambi? Quanti stazioni attraversiamo? Scendiamo? Restiamo su? I passaggi a livello sono custoditi? Saliamo sempre sullo stesso treno? Possiamo stendere binari là dove ancora non ci sono?
Gente sfumata
A proposito dell’ultimo post sul vivere le relazioni fino in fondo assumendosene il rischio, aggiungo le parole di un libro che ho finito di leggere da poco. Quando leggo mi appunto sulla prima pagina interna del libro il numero di facciata dove ho fatto un segno di matita su un passo che mi ha colpito. Poi ricopio il passo su un quadernetto dove numero le citazioni. La numero 1524 è presa da “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, che a pag. 165 scrive: “… siamo goffi al cospetto della felicità, e dignitosi nelle avversità: così manchiamo lo spettacolo della vita spesso, ma ne rispettiamo la dignità come pochi altri. Ciò fa di noi gente sfumata, spesso destinata ai titoli di coda.”
Trame di libri, trame di vita
Ci sono libri che restano negli anni e nei secoli, capolavori direi quasi oggettivi. E poi ci sono i capolavori dell’anima, quei libri che ti fanno entrare nelle loro pagine, sembrano parlare a te e di te, ti fanno vibrare cuore e testa. Li leggi e senti brividi caldi, gli occhi si arrossano, il respiro accelera, le mani sudano, e non puoi smettere. Le loro trame si intrecciano con quella della tua vita, del tuo passato e del tuo futuro. Sembra che le scarpe indossate dai personaggi camminino sui tuoi stessi passi, la lettura rallenta, resta quasi sospesa mentre la mente si stacca dalle pagine e inizia a viaggiare. Gli occhi avanzano e devi tornare indietro perché hai letto con le pupille ma non con la testa. Un ringraziamento a tutti i cocchieri e aurighi che ho incontrato nella mia vita e mi hanno guidato e mi guideranno in questi viaggi di carta dentro di me.
Dire grazie
Una canzone semplice semplice per un concetto semplice semplice. E’ il solito refrain del “ti rendi conto delle cose belle solo quando non le hai più”. In più ci aggiungerei la bellezza del quotidiano, del saper apprezzare quel che c’è, del riuscire a dire grazie ogni giorno, magari anche là dove è più difficile. Anche solo per il morso a una fragolina. Che poi il grazie sia rivolto a un dio, a un destino, o semplicemente ai propri genitori, ognuno lo sa. La canzone? Eccola, esce dal cassetto dei ricordi del 1999 e da un concerto, l’anno dopo, a cui sono stato “costretto” ad andare e in cui mi sono sentito un nonnetto di 25 anni…
“Quello che volevo, come sempre non c’è! Solo un po’ d’amore che diventa polvere che almeno fosse stata magica, la buttavo su di te… e invece in mano ho una lettera, due rose e una canzone ancora da scrivere… E non mi riesce facile parlare di questo soprattutto adesso, soprattutto adesso che non c’è… che non c’è… sarebbe molto più bello, per non dire stupendo tornare a dirti quanto ancora ce n’è di bene per te… di bene per te… ma in fondo fa lo stesso, in fondo quello che voglio è che tu sia contenta, vederti sorridere… e niente di più… E invece tu dici che non hai più voglia di me, e invece tu dici che non hai più tempo per me… più tempo per me…”
E rileggendola c’è anche un altro spunto: il senso di un TVB. “in fondo quello che voglio è che tu sia contenta, vederti sorridere”…
Tempo d’estate
In questo tempo d’estate appoggio qui queste parole di un canto irlandese, che va bene anche per tutto il resto dell’anno…
“Trova il tempo di riflettere, è la fonte della forza.
Trova il tempo di giocare, è il segreto della giovinezza.
Trova il tempo di leggere, è la base del sapere.
Trova il tempo di essere gentile, è la strada della felicità.
Trova il tempo di sognare, è il sentiero che porta alle stelle.
Trova il tempo di amare, è la vera gioia di vivere.
Trova il tempo d’essere felice: è la musica dell’anima”
La foto, però, non è Irlanda, ma Friuli… (laghi di Fusine)
Architetture
Ultimo appuntamento con la canzone Buon sangue di Jovanotti. E’ la storia di un bambino diventato adulto senza la sua infanzia che gli è stata rubata. Nel suo destino c’è scritta la parola delinquente, ma, per far dispetto a Dio, il protagonista diventa una persona corretta. E’ la ribellione dell’uomo nei confronti di un disegno che vede come imcomprensibile. Ci sarebbe da discutere e da approfondire su cosa si intenda quando si parla di “disegno”, “progetto”, “volontà” di Dio sull’uomo… gli architetti possono contribuire al lavoro dell’Architetto? Le modifiche in itinere sono ammesse? E’ possibile radere al suolo e riedificare? Si può ristrutturare? …
Infine, la conclusione: una breve carrellata di altri personaggi molto variegati di cui Jovanotti è discendente. Ha preso qualcosa da ciascuno di loro, ha imparato qualche grammo di esperienza da ognuno, e non ci ci stanca mai di conoscere in sé le impronte lasciate dagli altri: la vita non dà assuefazione.
Tra i parenti più lontani c’è un bestemmiatore
ce l’aveva con Dio che gli era debitore
di favole raccontate prima di mettersi a letto
di cui tutti i bambini del mondo hanno diritto.
Lui era nato senza motivo apparente,
tranne quello di diventar delinquente.
Fu per questo che a Dio volle fargli dispetto
e divenne un cittadino corretto.
Un mio nonno combatteva le battaglie di Troia,
un altro faceva l’aiutante del boia.
Ce n’era uno contadino, un’altra ballerina,
uno morì di vecchiaia, uno di ghigliottina.
Da tutti questi ho imparato la più grande lezione,
niente accade due volte e per questa ragione
si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione
Sculture di vento
Ho letto e riletto questo passaggio di Buon sangue in cui Jovanotti presenta il nono antenato della serie. E dopo un po’ ha cominciato a farsi strada un pensiero, una liberissima interpretazione. Mi son chiesto: in cosa è impegnato il matto? Sta cercando di scolpire delle sculture con il vento, è cioè impegnato in un atto creativo, generativo. Immediatamente ho pensato all’atto creaturale che ho studiato maggiormente. Nel mito cosmogonico raccontato in Genesi è proprio il soffio vitale di Dio a generare! E nell’induismo è fondamentale il concetto di atman; e nello yoga i momenti chiave sono quelli delle due apnee (kumbhaka) perché in essi il respiro è stabile e quindi è stabile anche la mente. Il respiro va poi emesso come se si lasciasse andare via la vita: più lo si trattiene, più si vive un anticipo di immortalità (piccolo ripassino per i ragazzi di quarta ;-). E proprio il riferimento all’induismo mi ha portato alla memoria che uno dei miti cosmogonici più diffusi è quello della danza cosmica. Per gli induisti la danza è più antica del mondo stesso, perché è proprio danzando sul monte Kailāsa che Shiva creò il cosmo e l’epoca attuale. Il Dio creatore pose il piede destro sul capo del demone primordiale, simbolo di ignoranza e cecità, uccidendolo (Eva col suo calcagno sul serpente?); poi sollevò il piede sinistro, a simboleggiare la conoscenza che conduce alla salvezza; nella mano destra levata in alto teneva il tamburo a clessidra (damaru), per scandire il ritmo del mondo, creando, un battito dopo l’altro, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra. Ma dalla stessa danza che risveglia la vita, scaturisce la scintilla che distruggerà la terra (la lingua di fuoco nella mano sinistra). Tamburo e fiamma sono i due elementi del gioco creazione-distruzione. (dalla Garzantina delle religioni). Sarei ora curioso di sapere se il buon Lorenzo l’ha fatto apposta o è solo fantasia mia… (potremmo metterci pure la danza dei dervisci…)
C’era un matto che faceva sculture di vento,
si fermavano a guardarlo quando in movimento
modellava ogni dettaglio della sua opera d’arte
dopo un po’ la fissava seduto in disparte,
quasi sempre scontento del suo risultato
con un soffio distruggeva quel che aveva creato.
E la sera la gente a casa ritornava,
con scolpito negli occhi il matto che danzava.
Mentre lui andava a letto sempre insoddisfatto,
proprio come un uomo, proprio come un matto.
Il violinista mancato
Un suonatore di violino è l’ottavo antenato di Jovanotti. Sogna di diventare un virtuoso del suo strumento, ma incontra un amore malato per il quale rinuncia al suo sogno e si chiude in un mondo di gelosia e tristezza. Quando oramai la strada che porta al suo desiderio è preclusa (un sentiero non più calpestato si copre, negli anni, di rovi e cespugli) se ne va anche la donna da lui amata, e lo lascia proprio per un uomo che è diventato un violinista… Morale? “Mi insegnò che rinunciare all’ambizione è sbagliato, che poi la dea si vendica se c’hai rinunciato”. Come fare, allora, a non pensare a George Gray, uno dei morti di Spoon River, di cui Edgar Lee Masters “trascrive” gli epitaffi? Si parte da un’immagine: una barca ferma in un porto con le vele ammainate. Visto che a parlare è una persona che ha concluso la propria esistenza, viene da pensare che quella barca sia arrivata alla fine del suo viaggio. Invece no: “In realtà non è questa la mia destinazione, ma la mia vita”. E lo spazio del rimpianto si fa largo: “Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.” Penso che a volte si confonda l’ambizione con l’arrivismo, la sana coltivazione di un desiderio con la voglia di avere ed essere sempre e comunque più di quel che si ha e si è. Vedo qui l’ambizione come un modo di vivere appieno la possibilità che viene data all’uomo con la vita; l’epitaffio si conclude così: “Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può condurre a follia ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio – è una barca che anela al mare eppure lo teme.”
Lo zio di un mio trisnonno suonava il violino,
il suo sogno era di essere un grande virtuoso.
Poi si innamorò di una che gli cambiò il destino,
lasciò perdere il violino divenne triste e geloso.
Dopo un sacco di anni che stavano insieme,
quando aveva rinunciato al suo sogno di artista,
lei se ne andò via con i profumi e le creme
e si mise con uno che faceva il violinista.
Mi insegnò che rinunciare all’ambizione è sbagliato,
che poi la dea si vendica se c’hai rinunciato.
Tra Gerolamo e Faber
Sono arrivato al settimo capitolo dedicato alla canzone Buon sangue di Jovanotti e al settimo avo. E’ la volta di un uomo vissuto ai tempi di Gerolamo Savonarola. Mi vien da sorridere perché ho studiato un libro sul frate domenicano per l’esame finale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. L’antenato di Jovanotti è un ammiratore di Savonarola, ne ammira la tempra morale, la forza, il rigore, la fede, ne è affascinato; poi però, quando torna a contatto con una realtà di “artisti, bordelli, mercati” si sente più a suo agio. Si definisce un condannato. Forse Savonarola non gli bastava… forse un predicatore non gli bastava… forse serviva qualcuno che percorresse le sue stesse strade… forse serviva qualcuno disponibile a condividere la sorte di un condannato… forse serviva qualcuno che si facesse punire come due ladroni senza gridare “ehi, fermatevi, i ladroni sono loro, non io”…
Un mio antenato visse al tempo di Savonarola,
ascoltava i suoi anatemi parola per parola.
Ammirava nei suoi occhi quella luce interiore
che hanno gli uomini di fede, di forza, rigore.
Poi però quando tornava a casa dopo i sermoni,
passava piazza della Signoria, via Tornabuoni,
le botteghe degli artisti, bordelli, mercati:
si sentiva a suo agio tra i condannati.
(e non posso nascondere l’ennesimo incrocio: mentre scrivo ascolto su Spotify una playlist di Jovanotti sulla musica italiana. Cosa c’è ora? Fabrizio De Andrè che canta: “questa gente di cui mi vai parlando è gente come tutti noi, non mi sembra che siano mostri non mi sembra che siano eroi, e non mandarmi ancora tue notizie nessuno ti risponderà se insisti a spedirmi le tue lettere da via della Povertà” …)
Vita nell’aria
Perché no?
“Mi sapete dire il motivo per cui non fareste un’esperienza del genere?” Stefano ha concluso con questa domanda l’intervento in tre classi ieri mattina.
Cristina, Elisa, Marta e, appunto, Stefano sono entrati in 3 classi, due quarte e un quinta non per tenere una lezione, ma per cercare di trasmettere l’entusiasmo con cui vivono in estate delle giornate insieme a delle persone diversamente abili nel mare di Bibione. E’ l’esperienza del DUM, Dinsi une man (Diamoci una mano per i non furlanofoni :-). Hanno raccontato tanto in un’ora che è sembrata troppo stretta per contenere le loro parole, la loro forza, la loro voglia di condividere e il loro desiderio che altri ragazzi possano percorrere un cammino simile al loro. Da qui è venuta la domanda di Stefano: perché no? Perché no a permettere delle vere vacanze a persone per le quali altrimenti sarebbero difficili se non impossibili, perché no a fare un’esperienza in cui ricevi molto di più di quello che dai, perché no a un qualcosa che ti cambia in meglio, perché no a un periodo in cui entri in contatto con delle parti di te che non conosci, perché no a vivere lo spirito di una comunità in cui non sei mai solo, perché no alle prime notti in cui ti chiedi “ma chi me lo ha fatto fare?” e alle altre in cui ringrazi chi te lo ha fatto fare, perché no a comprendere meglio, vivendolo, il concetto di persona e di talento…
Grazie Cristina, Elisa, Marta e Stefano per la vita che avete trasmesso, come hanno commentato alcuni studenti di quinta. Qui sotto c’è spazio per i commenti di chi vi ha ascoltato…
L’universo ci fissa in volto
“Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.”
(Gilbert Keith Chesterton, “Eretici”)
Inno alla fantasia
Girando su fb mi sono imbattuto in questo video. Lo pubblico come inno alla creatività e alla fantasia.

Hegel in una paginetta
Visto il titolo, la maggior parte dei lettori si aspetterà di trovare una paginetta con la sintesi del pensiero hegeliano. Niente di tutto ciò. Semplicemente una pagina scritta da Stefano Cazzato su Rocca n° 9 di quest’anno. Ha fatto molto sorridere anche Oscar, un collega che insegna filosofia (“peccato che non ci sia però quella paginetta” mi ha rivelato alla fine della lettura). La dedico a tutti i miei studenti ed ex-studenti che sono alla ricerca di quel telos di cui si parla verso la fine.
“Senti collega, tu che sei filosofo, non è che avresti una sintesi di Hegel?
Potrei scriverti qualcosa sullo spirito della sua filosofia!
Magari! Ti ringrazio, a nome di mia figlia. Stanno studiando Hegel all’Università e non stanno capendo niente. Io le ho detto che non deve capire tutto Hegel ma solo la tesi fondamentale. Il fatto è che è una ragazza onesta, responsabile e vuole andare a fondo.
Dovresti essere contenta di tua figlia. E’ un simbolo dell’eticità, così rara oggi, incarna il dovere.
Sarà! Certo che Hegel è proprio na iena, un osso duro. Come si fa a farlo capire a sti ragazzini. Altri saperi sono più abbordabili.
La filosofia è tutta un’altra storia.
Un mio professore di storia della filosofia al Liceo ci diceva che Hegel era indeciso tra la filosofia e la storia e allora, nell’incapacità di decidersi, si inventò la filosofia della storia. Io non ho mai capito che cos’era la filosofia della storia, ma la battuta mi piaceva.
Oggi qualcuno contesta Hegel sostenendo che è più importante la filosofia della storia. Ma anche questa è un’altra storia. Comunque un sistema per far capire Hegel c’è. C’è una logica, una volta che si è capita quella, più o meno si è capito Hegel. Cercherò di essere il più concreto possibile.
Bravo, gli ho dato una letta a Hegel e mi sembra troppo astratto.
Assolutamente no!
Fai tu, è veramente provvidenziale il tuo aiuto.
Sì, però i concetti fondamentali la ragazza deve conoscerli. Quanto tempo ho?
Falle una paginetta. Sennò diventa una storia infinita.
Una soltanto? Provo a farne tre, per arrivare a un minimo di conoscenza ce ne vogliono almeno tre. Poi, se non è sufficiente ne facciamo altre tre! E se è necessario altre tre. Con un autore così non si può andare a caso.
Vabbé, ti ringrazio, quando hai finito me lo dici.
Hegel è come un viaggio avventuroso, lo inizi e non sai mai quando lo finisci. In realtà poi si trova un modo per arrivare alla conclusione. Dai, vedrai che tutto è bene quel che finisce bene.
Io vorrei che mia figlia fosse più disinvolta, vorrei che non si facesse tanti problemi di coscienza. Vorrei che fosse più spiritosa e meno spirituale. Bùttate! A questo mondo te devi buttà.
Più che buttarsi deve usare l’astuzia della ragione. Andare per tappe, piano piano, gradatamente, acquisendo una graduale consapevolezza delle difficoltà, superarle con lo studio e con l’impegno e tutto si risolve prima o poi.
E lei fa così. Invece si deve fare furba, come si fanno furbe le amiche sue, che si presentano agli esami quando sono ancora a metà della preparazione. Lei… deve studiare tutto! Ma perché tutto? E’ una coscienza infelice mia figlia. Ma che te manca, le dico io? Se non arriva la sera, i libri non li lascia.
Meglio un eccesso di telos che la superficialità e lo smarrimento dei nostri tempi. Che ne dici?
Cioè?
Il telos è tutto in Hegel. Senza telos non si va da nessuna parte e tanto meno dalla parte giusta.
Non ti capisco, collega!
Telos, freccia, direzione, meta, obiettivo, tendere verso qualcosa, appassionarsi a qualcosa, impegnare le forze in vista di un risultato.
Cioè successo, competizione, sbrigarsi per arrivare prima degli altri perché la vita è una gara.
Non esattamente.
Non mi confondere le idee e falle stà paginetta, okay?
La intitoliamo: ciò che è leale è anche razionale! Ti piace?
Certo che siete proprio strani voi filosofi! Na paginetta eh, non t’allargare! Che deve far presto! Bisogna stare al passo coi tempi.”
Un sentiero
L’oggi
Facendo un po’ di zapping sulla rete (qualcuno lo definisce surfare, ma non mi piace) mi sono imbattuto in questa breve poesia di Percy Bysshe Shelley. Per non far passare l’oggi in attesa del domani, lasciando che così la nostra vita sia costruita da una serie di ieri…
Dove sei tu, amato Domani?
Da giovani e da vecchi, forti e deboli,
ricchi e poveri, attraverso gioia e pena,
sempre cerchiamo i tuoi dolci sorrisi.
Ma al tuo posto
noi troviamo quello che abbiamo fuggito. L’oggi.
Luoghi della memoria
Mauro Corona scrive nel libro Il canto delle manére: “Le radici stanno dove siamo nati e cresciuti. Quelle radici non le tagli. Quelle radici sono elastici con un capo legato al campanile e l’altro intorno alla nostra vita. Più ti allontani e più gli elastici si tirano, finché diventano fini come corde di violino. Ma non si rompono. Quando sono tirati al massimo, passa il vento della memoria e questi elastici mandano i suoni dei ricordi. A sentirli pensi al paese e diventi debole. Molla le mani da dove ti tenevi aggrappato e gli elastici, con uno strappo, ti riportano a casa”. Questo pensavo oggi passeggiando per i campi, tra erba e canali. In realtà, non mi sono mai allontanato troppo dalle mie radici; sta diventando più una lontananza di tempo che di spazio… Però sono gli spazi che aiutano a far sentire più vicino il tempo: la campagna, le scale delle scuole elementari di Palmanova, il campetto dell’asilo, i bastioni, la Bordiga… In questi e in altri luoghi della memoria vado per ripensare al Simone di un tempo e comprendere il Simone di oggi.
Avvolga pure
Un’ora fa un’ex alunna su fb ha scritto “La vita è una questione di scelte…. giuste o sbagliate che siano ..ciò che importa è che sia tu a scegliere ….”. Poco dopo mi sono imbattuto in queste parole di Salvatore Natoli, contenute in “La felicità. Saggio di teoria degli affetti”, e che alla fine riportano una citazione di Orazio: una spinta per sentirsi un po’ più protagonisti e artefici della nostra vita.








