Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, sfoghi

Seminari: e i seminatori?

Traggo dal sito di Adista un’interessante notizia

 

UN PRETE DENUNCIA: I SEMINARI CI FORMANO PER ESSERE FUNZIONARI DI UNA CHIESA SONNOLENTA

34612. ROMA-ADISTA. Qualche tempo fa (v. Adista n. 45/08), raccontavamo la vicenda di un seminarista – Cristian Leonardelli – che, per poter diventare prete aveva dovuto trasmigrare dalla sua diocesi – Trento – fino a Livorno. Motivo: il suo “eccessivo” spirito critico, unito alla lettura di una stampa considerata non “edificante” per un aspirante presbitero, come quella di Adista, aveva suggerito al vescovo di Trento, mons. Luigi Bressan, di soprassedere all’ordinazione. Ebbene, qualche giorno fa don Cristian ci ha scritto, per precisare ulteriormente la sua vicenda e inserirla all’interno della più generale questione di come avviene oggi la formazione dei nuovi preti. La riproduciamo qui di seguito (v. g.)

Cara Adista,

sono don Cristian e scrivo in relazione all’articolo del n. 45 di Adista, intitolato: “Hai spirito critico? Leggi Adista? Allora non puoi fare il prete.” In esso si racconta brevemente della mia traversia nella diocesi di Trento conclusasi poi con l’ordinazione nella diocesi di Livorno. Ci tenevo a far sì che quanto mi è accaduto non si riducesse ad una faccenda personale tra me e il vescovo, ma desse l’opportunità per una riflessione di più ampio respiro, magari su Adista, riguardo i criteri di selezione dei candidati al sacerdozio. Penso infatti che questi criteri siano lo specchio di come oggi vive e ragiona la nostra Chiesa. Quale prete vogliamo oggi? E quale Chiesa sogniamo? Sono due facce della stessa domanda. La mia esperienza mi dice che nella “recluta” e nella formazione dei preti ben difficilmente sono “premiate” quelle persone leali, vere e dotate di quello spirito di amore per la ricerca e per la critica costruttiva. Quasi sempre sono preferite persone conformiste, inquadrate nei ranghi e che raramente sollevano questioni: è ovvio sono più funzionali alla nostra sonnolenta istituzione Chiesa che preferisce non aver a che fare con “rompiscatole” che potrebbero mettere in discussione modi di fare e di pensare. Difficilmente trovano spazio quelle persone che portano avanti “visioni” differenti da quelle ufficiali, coloro che manifestano dissenso, anche se affettuoso e creativo, fanno fatica ad esprimersi… come mai? Quale idea di Chiesa e, ancora più profondamente, quale idea di Dio nasconde questo modo di fare e di agire? Forse che arruolando nel clero (o tra i cristiani con responsabilità ecclesiali) persone appiattite nel sistema, prive di “spina dorsale”, di capacità critica, di amore per la verità, si pensa di portare elementi di pace? Penso che scansare problemi, evitare i riscontri, negarsi la realtà non siano elementi di pace ma piuttosto il modo per introdurre conflitti più ampi. Rinviare il confronto significa accumulare equivoci, frustrazioni, voglia di rivalsa. La pace di Cristo è proiettata nel futuro e non può crescere e realizzarsi finché ci sono ipocrisie in agguato, pronte a rivangare problemi accantonati. Pensare secondo Dio, uscire dall’individualismo, cercare il bene comune anche a rischio di generare conflitti: ecco il Regno di Dio. Infatti sovente nella storia i seguaci di Gesù sono stati perseguitati, e non soltanto da chi militava su fronti avversi, ma anche da appartenenti all’ambiente cristiano, da coloro che usano strumentalizzare il nome di Cristo per adattarlo a interessi di governo e di potere. L’indicazione è sempre la stessa: non chi dice “Signore Signore” rischia persecuzioni, ma “chi fa la volontà del Padre” (Mt 7,21). Certo non è utile nessuna contrapposizione conflittuale, ma solo un paziente, deciso e perseverante lavoro di trasformazione, per poter continuare a credere che al ripetersi della domanda: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8), ci sarà qualcuno che risponderà: “Eccomi!”.

P. S. Dalla lettera di don Milani a don Coccio (3/2/1961):

“La vocazione di don Abbondio (cioè quella che in un seminario viene presentata come perfezione sotto il falso nome di Prudenza, Umiltà, Sottomissione) non era la vocazione dei Martiri che han fatto la Chiesa. E se l’essere cristiano non implicasse automaticamente l’opposizione alle autorità costituite, ai benpensanti, ai potenti, Gesù non sarebbe stato condannato a morte e nessuno degli altri suoi martiri che vennero dopo di lui. Dunque dai seminari così come sono ora non può in nessun modo uscire un cristiano cioè un chiamato alla persecuzione dei potenti (compresi i potenti ecclesiastici) e se è necessario al martirio”.

Pubblicato in: Religioni, Storia

Talebani e Afghanistan

Tratto da www.combonifem.it

 

Fermato il coraggio di Malalai, protettrice delle donne
Ieri mattina a Kandahar è stata uccisa Malalai Kakar, la poliziotta afghana che aveva tolto il burqa per dirigere il Dipartimento Crimini contro le donne. L’assassinio è stato rivendicato dai talebani

29.09.2008: L’hanno aspettata fuori casa per ucciderla, perché aveva osato disobbedire al divieto di lavorare, andando oltre, assumendo un incarico di potere che le consentiva di disporre di un’arma, prerogativa per il fondamentalismo afghano prettamente maschile. L’hanno assassinata perché aveva avuto la “sfacciataggine” di mettersi a capo di un Dipartimento chiamato Crimini contro le donne, in una città storicamente talebana come Kandahar.
E ieri mattina dopo averle sparato, gli stessi talebani, che lapidavano le donne per molto meno di quel che aveva ardito fare lei, hanno emanato un glaciale comunicato dal linguaggio militare: “Abbiamo ucciso Malalai Kakar. Era un nostro bersaglio e con successo l’abbiamo eliminato”.
E’ finita così la vita della poliziotta afghana divenuta simbolo di libertà e di lotta delle donne. Malalai, 40 anni, madre di 6 figli, aveva scelto una strada difficile, con coscienza e coraggio, sapendo ogni giorno il rischio che affrontava. Dal 2005 aveva tolto il burqa e dall’età di 15 anni aveva scelto di studiare per entrare in polizia e seguire la strada del padre e dei fratelli. Ma ha fatto la stessa fine della donna che, due anni fa, aveva sostituito. Perché quel Dipartimento Crimini contro le donne continua a dar fastidio a chi non riconosce la legge scritta e vorrebbe l’intero mondo femminile avvolto in un burqa che cancelli i diritti umani.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Radici

E’ da un po’ che nelle librerie è uscito il libro “Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione”654670880.jpg (Mondadori), scritto a due mani da Augias-Cacitti. Non voglio entrare nel merito del libro, ma desidero cogliere l’occasione per postare un interessante fondo di Roberto Beretta uscito su Avvenire il 24 settembre.

 

Ma intanto noi cristiani che cosa sappiamo delle nostre origini? 
Però su una cosa, almeno, Corrado Augias ha ragione. 
Dopo la polemica sollevata dal
Codice da Vinci (libro e film); dopo i presunti scoop sul Vangelo della Maddalena e su quello di Giuda; dopo il precedente lavoro di Augias, in coppia con Mauro Pesce e dedicato a un’Inchiesta su Gesù: dopo tutti questi segnali, raggruppati per giunta in un breve spazio di tempo, dovremmo aver finalmente imparato che le origini cristiane fanno davvero problema ai nostri contemporanei. Nel senso che interessano e creano difficoltà.
Interessano: sono passati gli anni dell’indifferenza snobistica o addirittura compassionevole verso le «cose della fede», dell’alzata di spalle strafottente o del risolino razionalista; oggi la gente – soprattutto i non credenti, o i non del tutto convinti, e quelli di un certo livello culturale – sono comunque interessati a saperne di più sulle origini storiche e culturali del cristianesimo, a penetrare almeno un po’ le complessità di un mistero che è comunque affascinante per l’intelligenza. Chiedono però di farlo con strumenti « obiettivi » nel senso di non dichiaratamente confessionali (della Chiese non si fidano più).

Inoltre le origini cristiane creano anche difficoltà, e ciò soprattutto in casa cattolica: ne fanno testimonianza le scandalizzate reazioni spesso seguite ai fenomeni di cui sopra (e che in realtà non hanno fatto altro che amplificarne gli effetti e la pubblicità…), gli ostracismi o le censure, l’impostazione difensiva e vetustamente «apologetica» assunta in molti casi nei confronti dei vari Brown e Augias. Non che non si debba supporre del veteroanticlericalismo anche da quella parte; ma il punto è: quanti di noi credenti – compresi quelli praticanti e « impegnati » , starei per dire compresi i preti – sono informati delle questioni problematicamente poste sul tappeto dalle opere sopra citate e dall’Inchiesta
sul cristianesimo in specie? Informàti, dico: nemmeno si pretende che sappiano correttamente rispondere o porre pertinenti contro-deduzioni in materia, ma solo che siano consapevoli dell’esistenza – a livelli esegetici o storici – di una questione aperta… Non rispondo, ma penso alle migliaia di catechesi imbandite in tutte le parrocchie dello Stivale, alle centinaia di prediche domenicali, alle ore di religione cui partecipano il 90% e oltre degli alunni delle scuole d’ogni ordine. Stiamo a lambiccarci il cervello da decenni sui modi per raggiungere i mitici « lontani » oppure sull’impostazione da dare alle catechesi per gli adulti, e ci lasciamo scippare sotto il naso una materia che sarebbe «nostra» in tutto e per tutto, che interessa proprio degli adulti e dei «lontani» e che ottiene persino successo di pubblico! Io, a questo punto, qualche domanda me la farei. E prima ancora di gridare allo scandalo contro i «dissacratori» della fede.

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ri-creazione

Vignetta tratta da www.gioba.it

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Essere coinvolti


527963893.jpgDavvero vi basta credere che nulla di ciò che accade

dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione?

 

Roberto Saviano

 

Pubblicato in: Letteratura

MENO DI NIENTE

274745679.jpg“Dimmi, quanto pesa un fiocco di neve?”, Chiese la cinciallegra alla colomba.

“Meno di niente”, rispose la colomba.

La cinciallegra, allora, raccontò alla colomba una storia:

“Riposavo sul ramo di un pino quando cominciò a nevicare. Non una bufera, no, una di quelle nevicate lievi lievi, come un sogno. Siccome non avevo niente di meglio da fare, cominciai a contare i fiocchi che cadevano sul mio ramo.

Ne caddero 3.751.952.

Quando, piano piano, lentamente sfarfallò giù il 3.751.953esimo – meno di niente, come hai detto tu – il ramo si ruppe…”

Detto questo la cinciallegra volò via.

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Il mondo degli Emo

Diogene Magazine è una rivista di filosofia del quotidiano. Da lì ho tratto questo articolo di Alessandro Peroni pubblicato sul numero di marzo 2008, che ne dite?

 

Gli Emo: chi sono e perché (non) è giusto disprezzarli

Una ricerca sulla nuova ineffabile moda giovanile: fenomeno superficiale o ultima frontiera del nichilismo? 1918953827.jpg

Nel corso delle mie ricerche sul mondo goth (cfr. Diogene, n. 9), mi sono imbattuto in un nuovo termine: “emo”. I Goth (o Dark) ci tengono infatti a rimarcare la loro differenza dai cosiddetti Emo Kids, una corrente della subcultura giovanile con la quale i Goth sono talora confusi. Dal punto di vista dello stile e dell’abbigliamento, l’elemento comune tra le due tendenze è senz’altro il colore nero, ma questo, naturalmente, non basta a fare di un Emo un Goth o viceversa. Peraltro, è da immaginare che neppure gli Emo vogliano essere scambiati per Goth. Addirittura, nella maggior parte dei casi, gli Emo negano di essere Emo! Ma cerchiamo di definire un fenomeno che sembra sfuggire a ogni determinazione.

Il Corriere della Sera nel luglio scorso ha pubblicato un articolo che si occupava della moda emo. Questa, per la precisione, era stata individuata e descritta poco tempo prima dal Times, che aveva dedicato a essa ben due pagine. Come sempre, è stata la stampa inglese a identificare e “canonizzare” una nuova moda giovanile: ricordiamo, ad esempio, che uno stile tipicamente americano come il grunge degli anni Novanta fu in realtà “scoperto” dai giornali inglesi. Anche nel caso dell’emo, la componente musicale risulta essere fondamentale: il termine “emo” deriva, infatti, da emotional hardcore (o emocore), un filone musicale del post-punk nato nella città di Washington alla metà degli anni Ottanta (così come, pochi anni dopo, Seattle fu la patria del citato grunge). Il termine fu coniato dagli iniziatori del genere (ad esempio Rites of Spring ed Embrace) per indicare una svolta “ideologica” ed estetica dell’hardcore originario: il nuovo stile voleva, infatti, in primo luogo “emozionare” l’ascoltatore. Al di là del termine, sono scarsi i legami tra la scena musicale

di Washington D.C. della metà degli anni ’80 e la moda attuale. Ideologicamente, rimane però la ricerca di una musica che riesca a “emozionare”. Gli Emo, quindi, non mancano di propri punti di riferimento nel mondo della musica (30 Seconds To Mars, My Chemical Romance, per citare i più noti), ma, al contrario di altre sottoculture, non risulta che coltivino il mito di grandi artisti del passato. Se Rocker, Punk o Goth non possono trascendere i 30 (o anche 40) anni di storia dei rispettivi movimenti, gli Emo sembrano assolutamente (e desolatamente) immersi nella loro contemporaneità.

Come in tutti i movimenti giovanili, alla musica si associa invariabilmente un look. Nel caso degli Emo, le scarpe sono generalmente le classiche Converse All Star, calzature che hanno fatto la storia del rock (erano quelle dei Ramones, degli AC/DC e di molti altri), ma gli Emo non disdegnano neppure le Vans e altri capi dell’abbigliamento tipici degli Skater (ovvero, coloro che utilizzano lo skateboard: più che un gioco, uno stile di vita). Le caratteristiche estetiche principali degli Emo, comunque, sono il tipico ciuffo asimmetrico che copre un occhio (i capelli sono generalmente tenuti lisci e scuri) e il trucco nero sugli occhi. Gli accessori più diffusi sono vari oggetti metallici pendenti a forma di teschio o cuore spezzato. Poiché gli Emo sono un fenomeno essenzialmente adolescenziale, i luoghi in cui li si può sicuramente incontrare sono le scuole, dove la loro presenza è sommamente discreta. È infatti una loro caratteristica quella di tenersi in disparte con aria depressa. L’Emo non è alla ricerca di un’autoaffermazione, né desidera rendere manifesta una rabbia generazionale: piuttosto esprime silenziosamente la propria estraneità alle tensioni dell’esistenza. Con lo sguardo triste, egli ci comunica tutta la sua profonda disperazione.

Gli Emo sembrano dunque rappresentare l’ultima frontiera nel campo del nichilismo giovanile. Non “credono” in nulla, neppure nella loro stessa subcultura: come nota Michele Kirsch nel suo “tentativo di inchiesta” sul Times, un Emo non dichiara mai di essere tale, non mostra orgoglio di appartenere a un “movimento”, e neanche è in grado di spiegare cosa significhi “emo”. Semplicemente si lascia vivere con il pensiero costantemente rivolto alla morte, eventualmente per suicidio. Un atto che, comunque, il bravo Emo non commette in quanto, di per sé, troppo determinato: piuttosto, si lamenta per non avere la forza di suicidarsi! Lo spazio dove la cultura emo si esprime con maggiore evidenza è, ovviamente, Internet, in particolare nelle pagine personali di MySpace, dove chiunque può scrivere liberamente i propri interventi.

Su Internet si trovano, infatti, i post degli Emo e i disegni emo, questi ultimi spesso cupamente autoironici. Ricordiamo, ad esempio, la divertente vignetta di un Emo Kid che, per corteggiare una ragazza, letteralmente le “dà il suo cuore”, nel senso che se lo strappa dal petto e lo porge all’amata ancora sanguinante. Se gli Emo manifestano (più coi fatti che con le parole) il loro desiderio di isolarsi dal mondo, il mondo non sembra disposto a concedere loro questo lusso: se si compie una ricerca su Internet, infatti, non è raro imbattersi in siti che degli Emo si fanno beffe. Nel mondo reale, poi, gli Emo Boys sono generalmente fatti oggetto di scherno e di scherzi pesanti da parte dei compagni di scuola: il loro rifiuto di assumere gli atteggiamenti da macho tipici degli adolescenti è, infatti, percepito come segno di una debolezza che deve essere punita. Della persecuzione di cui è fatto oggetto, l’Emo, coerentemente, sembra godere, traendone conferma della propria “diversità” e dell’incapacità degli “altri” di comprendere la sua profonda sensibilità.

Secondo il giornalista del Times, tuttavia, gli Emo Boys riscuotono un grande successo tra le coetanee (e non solo tra le Emo Girls). Gli Emo sono infatti considerati sensibili, fedeli, gentili e affidabili, l’esatto contrario del classico maschio adolescente. Nonostante la sua assoluta impalpabilità, il “fenomeno emo” mi sembra comunque degno di una certa attenzione in virtù di alcune sostanziali singolarità: nonostante l’inevitabile esibizione di simboli identificativi (scarpe, pettinature, abiti, accessori), forse per la prima volta ci imbattiamo infatti in una subcultura giovanile che non si basa sull’orgogliosa appartenenza a un movimento. Come si è detto, l’Emo, con i suoi atteggiamenti distaccati e con il rifiuto stesso di un’etichetta, compie un atto di supremo nichilismo. Se, come sosteneva Nietzsche, negare è già di per sé una manifestazione di volontà, gli Emo, nel loro radicale antivitalismo, vanno oltre: ritengono che negare sia un atto superfluo e trascinano la loro esistenza nell’accettazione della sua superfluità.

Pubblicato in: Etica, sfoghi, Storia

Spunto

Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendermi, e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht
Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità

per iniziare bene…

LA VITA E’ 992453633.JPG

La vita è un’opportunità: coglila.
La vita è bellezza: ammirala.
La vita è beatitudine: assaporala.
La vita è un sogno: fanne una realtà.
La vita è sfida: affrontala.
La vita è un dovere: compilo.
La vita è un gioco: giocalo.
La vita è preziosa: abbine cura.
La vita è ricchezza: conservala.
La vita è amore: godine.
La vita è un mistero: scoprilo.
La vita è promessa: adempila.
La vita è tristezza: superala.
La vita è un inno: cantalo.
La vita è una lotta: accettala.
La vita è una tragedia: afferrala corpo a corpo.
La vita è un’avventura: rischiala.
La vita è felicità: meritala.
La vita è vita: difendila.

MADRE TERESA DI CALCUTTA

 

Pubblicato in: Etica

Economia USA

Prendo dal sito di Internazionale

Il link di quest’articolo
internazionale.it/home/primopiano.php?id=20230
Economia Usa in crisi

Gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno dimostrato una volta per tutte quanto il sistema economico e finanziario statunitense sia in uno stato di crisi profonda.

Internazionale, 15 settembre 2008

Dopo l’azione di salvataggio messa in atto dal governo per salvare i colossi dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac, ieri la notizia che era nell’aria di un prossimo fallimento della banca di investimenti Lehman Brothers si è concretizzata. La stampa statunitense si mostra decisamente pessimista.

“Stiamo assistendo a un vero e proprio collasso, la cui gravità ricorda molto da vicino la crisi del 1929”, scrive il New York Times, che spiega: “Come allora, il risultato finale di questo crollo finanziario, potrebbe portare alla rovina tutto il sistema bancario. Rispetto ad allora, però, le cause sono diverse, in quanto è cambiato completamente il modello di gestione del denaro. Il sistema finanziario tradizionale, per cui chi era in possesso di risparmi li depositava concretamente in banca, è stato sostituito da un sistema bancario fantasma, dove la maggior parte degli affari sono realizzati con transazioni fittizie e molto rischiose”.

Secondo il Wall Street Journal “la scelta del governo di non coprire le spalle a Lehman Brothers è stata giusta, anche se incoerente rispetto a quella del marzo scorso, quando Bush aveva deciso di salvare l’altra grande banca di investimenti Bear Stearns; un ulteriore salvataggio avrebbe fatto passare l’idea che il governo è pronto a correre in soccorso di qualsiasi istituto privato in crisi. Adesso, però, si apre una fase in cui l’azione del governo sarà decisiva per riuscire a stabilizzare la finanza statunitense”.

L’impressione, però, è che a essere in crisi sia l’intero sistema economico, come spiega il Washington Post: “Tutti i settori sono in affanno. Giovedì scorso il Congresso ha stanziato 8 miliardi di dollari per creare l’Highway Trust Fund, un fondo fiduciario che ha come obiettivo quello di evitare l’insolvenza alle società che gestiscono il sistema stradale”.

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nuovo inizio

benvenuti! partite da qui per scrivere quello che volete…

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Nuovo anno

Inizia un nuovo anno scolastico. Ho messo una sola novità nel blog, ed è lo spazio per ex studenti ed ex studentesse del Percoto… Fatevi vivi ancora! Cercherò di aggiornare un più spesso i post ma il tempo è veramente poco… A presto e buon inizio di anno