Le nostre ombre più lunghe delle nostre anime

Andare su google, scrivere Stairway to heaven, e trovare tutto e il contrario di tutto: “è una canzone di speranza”, “è un brano di disperazione”, “il pifferaio è Dio”, “il pifferaio è Satana, c’è anche un messaggio subliminale”… Questo è il testo, sotto c’è il video.

C’è una signora che è sicura che sia oro tutto quel che luccica e sta comprando una scala per il paradiso: quando vi arriverà sa che se tutti i negozi sono chiusi con una parola può ottenere ciò per cui è venuta e sta comprando una scala per il paradiso.

C’è una scritta sul muro ma lei vuole essere sicura perché, come tu sai, talvolta le parole hanno due significati. Su un albero vicino al ruscello c’è un uccello che canta, talvolta tutti i nostri pensieri sono sospetti e questo mi stupisce, e questo mi stupisce.

C’è una sensazione che provo quando guardo a Ovest e il mio spirito grida di andarsene. Nei miei pensieri ho visto anelli di fumo attraverso gli alberi e le voci di coloro che stanno in piedi a osservare.

Oooh e questo mi stupisce, ooooh e questo mi stupisce davvero.

E si mormora che presto, se tutti noi intoniamo la melodia, il pifferaio ci condurrà alla ragione e albeggerà un nuovo giorno per coloro che aspettavano da lungo tempo, e le foreste risponderanno con una risata.

E questo mi stupisce.

Se c’è trambusto nella tua siepe non ti allarmare, è solo la pulizia di primavera per la festa di Maggio.

Sì, ci sono due strade che puoi percorrere ma a lungo andare c’è sempre tempo per cambiare strada e ciò mi stupisce.

La tua testa ti ronza e il ronzio non se ne andrà nel caso tu non lo sapessi. Il pifferaio ti sta chiamando per unirti a lui. Signora cara, può sentire il vento soffiare? che la sua scala è costruita sul vento mormorante?

E scendiamo in strada, le nostre ombre più lunghe delle nostre anime, là cammina una donna che noi tutti conosciamo, che risplende di luce bianca e vuole dimostrare come qualsiasi cosa si tramuti in oro. E se ascolti molto attentamente alla fine la melodia verrà da te quando tutti sono uno e uno è tutti per essere una roccia e per non rotolare via.

E sta comprando una scala per il paradiso.


Ieri

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Amo la vita, il passato, il presente, il futuro. Amo oggi, domani, ieri. Una bellissima poesia di Angel Gonzalez, IERI.

Ieri è stato mercoledì tutta la mattina.
Nel pomeriggio è cambiato:
era quasi un lunedì,
la tristezza ha invaso i cuori
e c’è stato un chiaro
moto di panico verso i
tram
che portano i bagnanti al fiume.

Intorno alle sette ha attraversato il cielo
un lento aeroplanino, e neppure i bambini
sono rimasti a guardarlo.
Si è spaccato
il freddo,
qualcuno è sceso in strada con il cappello,
ieri, e tutto il giorno
è stato uguale,
vedi,
che divertimento,
ieri e ancora ieri e così fino ad ora,
mentre andava di continuo per le vie
gente sconosciuta,
o dentro casa a fare merenda
pane e caffelatte, che
allegria!
La sera è scesa prontamente e si sono incendiate
calde luci gialle,
e nulla ha potuto
impedire che infine albeggiasse
il giorno di oggi,
così simile
ma
così diverso per luce e profumo!

Per questo,
perché è come dico io,
lasciatemi parlare
di ieri, una volta ancora
di ieri: il giorno
unico che nessuno mai
tornerà a vedere sopra la terra.

Semplificando

Sono reduce da un corso d’aggiornamento, interessante e impegnativo. I pensieri sono densi. Non mi è facile rilassarmi. C’è molto lavoro da fare. E’ anche stimolante. Non semplice. Ma ecco che l’incontro casuale con due brani mi viene in soccorso. E sempre la solita domanda: casuale?

Per vedere una città non basta tenere gli occhi aperti. Occorre per prima cosa scartare tutto ciò che impedisce di vederla, tutte le idee ricevute, le immagini precostituite che continuano a ingombrare il campo visivo e la capacità di comprendere. Poi occorre saper semplificare, ridurre all’essenziale l’enorme numero d’elementi che ad ogni secondo la città mette sotto gli occhi di chi la guarda, e collegare i frammenti sparsi in un disegno analitico e insieme unitario, come il diagramma d’una macchina, dal quale si possa capire come funziona… (Italo Calvino)

Disse il maestro all’uomo d’affari: “Come il pesce muore sulla terra asciutta, così tu muori quando resti intrappolato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua… tu devi tornare alla solitudine”. L’uomo d’affari era atterrito: “Devo rinunciare ai miei affari ed entrare in convento?”. “No, no. Continua nei tuoi affari ed entra nel tuo cuore” (Anthony de Mello).

Ho bisogno di semplificare:

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HO SEMPLIFICATO TROPPO?

😉


Due infiniti e due limiti

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Questo è il paradosso dell’amore fra un uomo e una donna:
due infiniti si incontrano con due limiti;
due bisogni infiniti di essere amati
si incontrano con sue fragili e limitate capacità di amare.
E solo nell’orizzonte di un amore più grande
non si consumano nella pretesa e non si rassegnano,
ma camminano insieme verso una pienezza della quale
l’altro è segno.
(Rainer Maria Rilke)

Muri

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L’uomo si guardò attorno ancora una volta: niente, niente di niente! Le pareti erano dure e solide. Aveva provato a fare breccia con tutto cio’ che aveva a disposizione ma non era riuscito ad ottenere altro che inutili scalfitture di pochi centimetri. Temeva che la luce che illuminava la camera potesse spegnersi da un momento all’altro lasciandolo completamente al buio. Sentiva i morsi della fame e della stanchezza. Iniziava ad avere la sensazione che perfino l’ossigeno iniziasse a scarseggiare. La disperazione, la paura e lo sconforto stavano ormai entrando nella sua anima. Ormai quella stanza, un tempo piena di promesse, era diventata la sua trappola, la sua ossessione, la sua tortura. Non ne poteva più e si mise ad urlare con tutto il fiato che aveva in corpo. Poi si lasciò cadere sulle ginocchia chiedendosi come avesse potuto ritrovarsi in una situazione del genere. Alla fine si stufò. Trasse un profondo respiro, spazzò i suoi dubbi e i suoi sensi di colpa, si alzò, aprì la porta e uscì al sole e all’aria aperta, mandando al diavolo quella camera e chi ce l’aveva fatto entrare!

(preso da http://www.wolfghost.com)

Una vita da uragano

E’ il mio compleanno. Compio 75 anni. Sono stato un pugile, a un soffio dal diventare campione del mondo dei medi; anzi, per 15 riprese lo sono stato, la durata della sfida contro Joey Giardiello nel 1964. E come me la pensavano anche gli spettatori e i giornalisti presenti all’incontro. Ma non i giudici che con verdetto unanime mi diedero sconfitto. Mi chiamo Rubin Carter, mi chiamavano Hurricane. Da lì è iniziata la discesa della china, ma non sapevo ancora quanto sarebbe stata profonda. Due anni dopo, il 14 giugno, verso le 2.30 nel bar Lafayette bar and grill di Paterson, nel New Jersey, entrano due uomini di colore e fanno fuoco sui presenti. Due persone muoiono all’istante, una donna viene ferita e dopo un mese perde la vita, un altro uomo è ferito a un occhio e viene portato all’ospedale. I due assassini scappano. Ma vengono visti. Una donna, Patricia Graham, che abita sopra il Lafayette, li scorge alla guida di un auto bianca identica alla mia. Un uomo, Alfred Bello, incallito criminale che era lì per fare un colpo da un’altra parte, vede e chiama la polizia. Ronald Ruggiero vede entrambe le cose, sia la fuga dei due assassini sull’auto bianca, sia Alfred Bello. Io a quell’ora sono da un’altra parte della città e vengo fermato insieme a John Artis. Veniamo portati al Lafayette, ma nessuno dei presenti ci riconosce. Veniamo portati in ospedale dall’uomo ferito all’occhio: “Perché avete portato qui queste due persone? Non sono loro”. Nella mia auto vengono trovati una pistola calibro 32 e dei proiettili calibro 12, gli stessi usati dagli assassini. Dopo varie vicende mi hanno condannato a tre ergastoli. Dopo quasi vent’anni, nel 1985, sono stato liberato per non aver avuto un processo equo e perché la sentenza era figlia di motivazioni razziali.

Denzel Washington mi ha interpretato in un film, Bob Dylan mi ha dedicato questa canzone.

 

La pistola spara nel locale notturno, entra Patty Valentine da una camera soprastante la sala e vede il barista in una pozza di sangue. Piange: “Mio Dio, li hanno uccisi tutti”. Qui inizia la storia di Uragano, l’uomo che le autorità hanno accusato per qualcosa che lui non ha mai fatto. L’hanno messo in prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Patty vede tre corpi stesi a terra e un altro uomo chiamato Bello, che si muove furtivamente. “Io non l’ho fatto – disse lui agitando le mani – stavo solo rubando l’incasso, spero che capisci. Li ho visti uscire” disse, e si fermò. “Meglio se uno di noi chiama la polizia” e così Patty chiamò la polizia, arrivarono sulla scena con le sirene lampeggianti in quella calda notte nel New Jersey.

Nel frattempo, lontano in un’altra parte della città, Rubin Carter e un paio di amici girano in auto. Il primo contendente della corona per i pesi medi non ha idea di che merda stava per succedere quando un poliziotto lo fece accostare sulla strada come tempo prima e tempo prima ancora. A Paterson questo è come le cose possono accadere: se sei nero non devi farti vedere per strada a meno che non vuoi accettare la sfida.

Alfred Bello aveva un complice che aveva un conto in sospeso con la polizia. Lui ed Arthur Dexter Bradley, si aggiravano nella zona. Disse: “Ho visto due uomini correre fuori, sembravano pesi medi, sono saltati in un’auto bianca con targa di fuori”. E Miss Patty Valentine semplicemente accennò con il capo. Il poliziotto disse “aspettate un minuto, ragazzi, questo qui non è morto”, così lo portarono al pronto soccorso e sebbene quest’uomo ci vedesse a fatica, loro gli dissero che lui poteva identificare il colpevole.

Alle 4 del mattino fermarono Rubin, lo portarono in ospedale e su per le scale. L’uomo ferito lo guardò attraverso il suo occhio morente, disse “Perché l’avete portato qui? non è lui!” Sì, ecco la storia di Hurricane, l’uomo che le autorità hanno accusato per qualcosa che lui non ha mai fatto, l’hanno messo in prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Quattro mesi dopo i ghetti erano in fiamme, Rubin è in Sud America che combatte per il suo nome mentre Arthur Dexter Bradley é ancora nel giro di furti e i poliziotti lo stanno torchiando cercando qualcuno da incolpare. “Ricordi l’assassinio che successe in un bar? ricordi tu dicesti che hai visto l’auto in fuga? pensi di voler collaborare con la legge? pensi possa essere stato quel pugile che hai visto correre fuori quella notte? Non dimenticare che tu sei bianco”.

Arthur Dexter Bradley disse “davvero non sono sicuro”, il poliziotto disse “un povero ragazzo come te deve darsi una possibilità, ti abbiamo preso per il colpo al motel e stiamo parlando con il tuo amico Bello, ora tu non vuoi tornare in cella vero? Fai il bravo, faresti un favore alla società. Quel figlio di puttana è coraggioso e diventa sempre più coraggioso, vogliamo rompergli il culo, vogliamo addossargli questo triplo omicidio, lui non è Gentleman Jim”

Rubin può stendere un uomo solo con un pugno ma non gli ha mai fatto piacere parlarne: “E’ il mio lavoro, disse, lo faccio perché mi pagano e quando è finito l’incontro voglio solo al più presto tornare per la mia strada, lassù in qualche paradiso, dove nei fiumi ci sono trote e l’aria è dolce e cavalchi nel verde”. Ma poi loro lo misero in prigione dove cercarono di trasformare un uomo in un topo.

Tutte le carte di Rubin erano state segnate in anticipo. Il processo fu una farsa, non aveva possibilità. Il giudice fece passare per alcolizzati e inaffidabili i testimoni di Rubin, per la gente bianca che stava a guardare lui era un fannullone rivoluzionario e per la gente nera lui era solo un pazzo negro. Nessuno dubitò che fu lui a premere il grilletto, sebbene loro non avessero trovato l’arma. Il Pubblico Ministero disse che fu lui a compiere l’atto e la giuria composta tutta di bianchi fu d’accordo.

Rubin Carter fu ingiustamente condannato. L’accusa fu omicidio, indovina chi ha testimoniato? Bello e Bradley ed entrambi mentirono e i tutti i giornali ci mangiarono sopra. Come può la vita di un uomo essere nelle mani di qualche pazzo? Vederlo palesemente incastrato non può aiutare ma mi fa vergognare di vivere in un paese dove la giustizia è un gioco.

Ora tutti quei criminali in giacca e cravatta sono liberi di bere Martini e guardare l’alba, mentre Rubin siede come Budda in una piccola cella, un innocente in un inferno vivente. Questa è la storia di Hurricane, ma non sarà finita finché non riabiliteranno il suo nome e gli ridaranno indietro il tempo perso. Lo misero in una prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Di corsa

 

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Correre, affrettarsi, scadenze, affannarsi, dover fare a tutti i costi, ansimare, 1000 cose da fare, pedalare a più non posso…. E’ da un po’ di tempo che, per quanto riesco, ho optato per una slowlife. Mi aiutano anche queste parole di Bruce Chatwin (Le vie dei canti): “In Africa, un esploratore bianco, ansioso di affrettare il suo viaggio, pagò i portatori per una serie di marce forzate. Ma costoro, poco prima di giungere a destinazione, posarono i loro fagotti e non vollero più muoversi. Nulla valse a convincerli, nemmeno un ulteriore aumento della paga: dissero che dovevano fermarsi per farsi raggiungere dalle loro anime.”