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Ehi, come stai?

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Torno dopo un po’ di tempo dalla sua scomparsa su Lucio Dalla per pubblicare un pezzettino dell’intervista rilasciata a Il Sussidiario dal suo amico e compagno di molti concerti e canzoni Francesco De Gregori.

L’estate si avvicina e si torna sulla strada, ai concerti, al pubblico. E’ la tua prima serie di esibizioni dopo la scomparsa del tuo grande amico e compagno di avventure Lucio Dalla. Con che sentimento ti rimetti al lavoro?

Beh, sai, è stato terribile. Io e Lucio avevamo finito di lavorare insieme da pochi mesi quando lui è morto, quindi non c’è solo la mancanza, ma proprio un distacco improvviso, qualcosa con la quale ti sembra di non poter fare i conti. Quando giravamo insieme lui parlava spesso della vita – e della morte – ma senza fare chissà quali discorsi. Ne parlava in maniera semplice. E’ vera questa cosa, che Lucio diceva sempre, che la vita era solo il primo tempo. Ci credeva, era sicuramente un uomo sereno da questo punto di vista, magari su tante cose fingeva, ma non su questo: quando eravamo in tour qualche imbecille mise in rete la notizia che era morto Lucio Dalla e a lui non gliene fregò niente. Io gli dicevo “Lucio io mi arrabbierei moltissimo se lo facessero a me”, ma lui era così, la cosa non lo colpì più di tanto. Lascia un grande vuoto e un grande pieno, mi sento privilegiato ad aver condiviso con lui gli ultimi momenti della sua vita d’artista. Credo che insieme siamo riusciti a scrivere e cantare cose importanti, con una sincerità e un’intensità rara che ha sempre superato diversità di carattere, di stile, di cultura, di educazione.

Come si convive con la perdita di una persona cara?

Banalmente non posso alzare il telefono e dirgli “Ehi, come stai, hai sentito questo, hai sentito quello, quando passi da Roma?”. Non posso più progettare niente di comune, intendo dire nemmeno prendere un caffè insieme, no. Tanto meno scrivere ancora canzoni insieme o salire su un palco. La verità è che tutto è scritto e dobbiamo convivere anche con il distacco e il rimpianto. Ma lui lascia dietro di sé qualcosa di vivo, di non definitivo e quindi di vitale e questa in qualche modo è una consolazione. Sarà difficile che Lucio Dalla possa diventare un santino, la sua musica continuerà a piacere e a influenzare gli artisti più sensibili e innovativi.

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Per diventare Giuda

POST n° 701! Ho trovato una canzone che parla di tradimenti, di rimorsi, di sincerità, di sguardi che non si riescono più a sostenere perché la falsità ha lacerato la fiducia. E’ del gruppo La fame di Camilla e si intitola Giuda. Il riferimento al discepolo è esplicito e chiaro in tutto il brano: “mangio pane e bevo rimorsi… di denari ne voglio trenta, è quanto ho avuto io per diventare Giuda…”. Trovo curiosa proprio questa frase. Sono diventato Giuda dopo il tradimento, prima ero un altro… Molto si è scritto su di lui, soprattutto sull’uomo-giuda che emerge anche in questa canzone con tutto il suo carico di delusione e sofferenza.

Il gruppo è giovane, nato nel 2007, e ha fatto da opener a Aerosmith e Cranberries all’Heineken Jammin’ Festival. La “fame” fa riferimento al concetto di Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia”: dicono di essersi approcciati alla musica nella stessa maniera. “Camilla” non vogliono dire chi sia. Ecco il pezzo e il testo:

Sorrisi che sembrano complici

nascondono lacrime fermate prima di toccare gli occhi

Non guardarmi, mi vedi ma non sono qui

mi tocchi ma non mi senti, mangio pane e bevo rimorsi

Vendo l’anima, a pezzi non mi servirà

non c’è protesi non c’è cura.

Svendo l’anima, di denari ne voglio trenta

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io per diventare Giuda

Destini legati da due lacci neri

da una mano che può strappare i cieli

si versano lacrime su due solchi che sigillano i miei occhi.

Vendo l’anima, a pezzi non mi servirà

non c’è protesi non c’è cura

Svendo l’anima, di denari ne voglio trenta

non è un alibi non è più libera

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io

Vendo l’anima, a pezzi non mi servirà

non c’è protesi non c’è cura

Svendo l’anima, di denari ne voglio trenta

non è un alibi non è più libera

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io

è quanto ho avuto io per diventare Giuda

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Che non siano soli

Ieri il ricordo di Giovanni Falcone. Tanto si è parlato della solitudine in cui sono stati lasciati lui e Borsellino. E allora metto in luce questa notizia piccola presa da Rainews24. Sinceramente, la trovo inquietante.

viola-marcello.jpg“Un episodio al vaglio degli inquirenti ha coinvolto il procuratore capo di Trapani Marcello Viola, vittima lo scorso 19 aprile di un lungo inseguimento in auto durato circa 40 minuti lungo l’autostrada A29 tra Palermo e Trapani. L’auto del procuratore, che viaggiava scortato, è stata raggiunta da un’altra vettura dai vetri oscurati con a bordo forse tre persone. L'”aggancio” dell’auto di Viola è avvenuto all’altezza dello svincolo di Calatafimi Segesta, e secondo quanto previsto dal protocollo di sicurezza interno l’autista del procuratore non poteva fermarsi, proseguendo il più velocemente possibile verso Trapani. Giunti in città, l’auto inseguitrice ha fatto perdere le sue tracce. Durante l’inseguimento gli uomini di scorta hanno preso il numero di targa dell’automobile e su di esso stanno effettuando le indagini per risalire a chi sia intestata la vettura. Già in passato Marcello Viola, a lungo sostituto procuratore della Dda di Palermo e che ha collaborato alla cattura di importantissimi latitanti mafiosi, è stato oggetto di minacce sulle quali indaga la procura di Caltanissetta. Minacce alle quali si è aggiunto adesso questo nuovo episodio. prima di un’udienza prevista alla sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani, Tra le recenti ‘colpe’ di Viola, una recente indagine che ha portato il procuratore e i suoi sostituti a chiedere il sequestro e la confisca del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti, patron della Valtur, valutato circa cinque miliardi di euro.”

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Pena di morte e USA


In queste settimane in diverse classi abbiamo parlato di pena di morte, l’ultima proprio stamattina. Pubblico un’intervista a sister Helen Prejean, dal cui racconto di vita è stato tratto Dead Man Walking. E’ tratta da Avvenire. Qui sopra, invece, il video della canzone di Johnny Cash proposta da Martina: lei ha fatto conoscere la canzone e il film d’animazione non è affatto male. Grazie

A novembre, insieme alle presidenziali, in uno Stato-faro come la California si voterà per la pena di morte. Come vi state avvicinando a questo appuntamento?

«In California stiamo lavorando molto con diverse forze sociali, prima di tutte la Chiesa cattolica che detiene realmente una leadership nel movimento abolizionista. Del resto negli Stati Uniti abbiamo visto, negli ultimi dieci anni, una forte diminuzione dell’appoggio alla pena capitale. Questo sta avvenendo anche in quegli Stati che vengono chiamati la Death Belt, cioè la “cintura della morte”, ovvero Texas, Oklahoma, Alabama, Mississippi, South Carolina, Missouri e Georgia. Il sostegno alla pena capitale sta scemando anche in questi Stati. E negli ultimi cinque anni sono stati 5 i governi locali che l’hanno definitivamente abolita: nel 2007 lo stato di New York, nel 2008 il New Jersey, nel 2009 il New Mexico, 2010 l’Illinois e di recente il Connecticut: in totale, 17 Stati a oggi hanno detto no al boia. E altri quattro o cinque, tra i quali il Kansas e il New Hampshire, sono vicini alla cancellazione di questa pratica».

Dunque, anche la politica si associa al cambiamento voluto dalla gente?

«Il sostegno popolare alla pena di morte sta decisamente diminuendo. Attualmente in California ci sono 720 persone (di cui 19 donne) che aspettano la condanna nel braccio della morte. Finora la pena di morte negli Stati Uniti è costata la cifra pazzesca di 4 miliardi di dollari, 185 milioni all’anno: è la denuncia di Don Heller, un magistrato repubblicano pentitosi del suo appoggio alla morte di Stato. La gente si sta chiedendo perché così tanti soldi vengono investiti nel sopprimere la vita di molte persone invece che devoluti a programmi di educazione e di prevenzione del crimine. Il popolo americano ha capito che la pena di morte non è una soluzione».

Dal 2000 sono stati 31 gli Stati che hanno cambiato direzione rispetto alle esecuzioni capitali; l’ultima, la Mongolia. Globalmente siamo sulla strada giusta?

«A livello mondiale assistiamo a un trend abolizionistico. Cinquant’anni fa solo pochi Paesi al mondo non prevedevano nel loro codice la pena di morte, oggi la situazione si è rovesciata: la maggioranza degli Stati non ha più questa odiosa pratica. Ricordiamo anche quel che papa Benedetto XVI ha detto di recente, quando ha invitato i cattolici a impegnarsi a livello legislativo per abolire la pena di morte. Tale partecipazione dei credenti è molto forte negli Stati Uniti e altrove: basti pensare al lavoro della Comunità di Sant’Egidio! La gente nota che sono proprio i cattolici i più attivi su questo fronte: i 65 milioni di cattolici americani, soprattutto i giovani, stanno in prima linea nel movimento anti-pena di morte. Ricordiamo che fu Giovanni Paolo II, durante una visita a St. Louis, nel Missouri (era il 1999), a inserire tra gli argomenti pro life la questione della pena capitale».

La prossima partita per la Casa Bianca tra il presidente Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney riguarderà anche le uccisioni di Stato?

«No, assolutamente. I due candidati non toccheranno la questione, che sta molto in fondo alla loro agenda politica. Obama non l’ha mai citata e non lo farà. Tutto ciò nonostante sia incontrovertibile il cambiamento popolare su questo argomento. È proprio la gente che sta spingendo, con i referendum, la politica e l’ambiente legislativo a rivedere le leggi. Questo è un motivo di speranza: significa che è la gente e non la politica, a far cambiare in meglio le cose».

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Sorellanza

– Un corrispondente dall’estero una volta mi ha chiesto: «Lei è stata stuprata durante la guerra liberiana?». Quando ho risposto di no, ha perso ogni interesse per me. Durante la guerra in Liberia, quasi nessuno ha descritto altri aspetti della vita delle donne: il fatto di nascondere figli e mariti ai soldati che li cercavano per reclutarli o per ucciderli, di percorrere chilometri a piedi in mezzo al caos alla ricerca di cibo e acqua per la famiglia, di andare avanti con la propria vita per avere qualcosa da cui ripartire quando la pace fosse tornata. Quasi nessuno ha raccontato della forza che abbiamo trovato nella sorellanza, e di come abbiamo preteso la pace a nome di tutti i liberiani. –

Leymah Gbowee, Grande sia il nostro potere

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La nostra parte

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Lo so, è un post lungo, di quelli che scoraggiano la lettura. Però merita. Oggi non riesco a partecipare al corteo in ricordo di Giovanni Falcone che parte proprio dalla mia scuola. Ho trovato però questo bel ricordo personale di una persona che si firma su www.19luglio1992.com semplicemente come Una cittadina che crede nella giustizia. Quel che mi piace di questo pezzo è che apre alla speranza, ci fa capire che non tutto è finito in quell’inizio estate del 1992.

“Non fu un sabato come un altro per me che allora frequentavo Giurisprudenza in una grande città del centro Italia. Quel pomeriggio stavo studiando Diritto Privato, ricordo ancora il capitolo del libro (l’Eredità), mi ero appena trasferita in quella nuova casa con altre colleghe e non avevo ancora la TV: ad un certo punto sentii provenire dalla stanza accanto il volume alto del televisore e mi alzai per “dirgliene quattro a quella mia amica che continuava a disturbare”. Arrivata davanti alla porta aperta vidi lei con gli occhi sbarrati che fissava lo schermo, poi, girandosi verso di me, con gli occhi diventati tristi all’improvviso, mi disse: -Hanno ammazzato il tuo “Giudice”-.

Non capii più nulla, mi sembrava di aver compreso male le parole, non poteva essere, no Falcone doveva essere immortale, per noi che lo seguivamo, era un eroe; un eroe che tutti ammirano e difendono perché, un po’ come gli eroi dei fumetti, è immortale. Invece era vero, quella scellerata mano ci era riuscita, aveva compiuto l’ultimo atto di una battaglia iniziata anni prima tra il Giudice di Palermo e Cosa Nostra. Risposi alle parole della mia amica piangendo e imprecando, dissi che non poteva essere, che lui era scortato, era sorvegliato a vista dappertutto per cui poteva essere ferito ma ucciso no. Incominciai pian piano a guardare lo schermo, arrivavano le prime immagini dell’Autostrada sventrata, l’auto di Falcone era ricoperta di terra fin su il parabrezza, l’auto davanti invece era divenuta una carcassa proiettata a metri di distanza. All’interno vi erano i suoi angeli, coloro che lo avevano protetto questa volta non vi erano riusciti, erano saltati in aria prima di lui. Ricordo lo sconforto che mi assalì, mi passavano in mente tutte le vicende che, negli anni precedenti, avevo seguito seppur da lontano, non conoscendolo personalmente. Ritornavo indietro con la memoria a quando avevo 13/14 anni e vedevo per la prima volta il Giudice Falcone in TV che parlava di Criminalità Organizzata e Cosa Nostra, all’epoca il reato di Mafia (oggi perseguito con il 416/bis) non era nemmeno contemplato dal codice, sarebbero dovuti morire Pio La Torre e Dalla Chiesa per arrivare all’approvazione di quell’articolo. Un turbinio di ricordi e di emozioni mi pervasero l’animo; ricordi spiccioli come le interviste, i filmati, gli articoli sui giornali e ricordi diversi come le manifestazioni che si facevano alle scuole superiori quando il Pool veniva attaccato da Politici e, a volte, persino da loro colleghi stessi. Noi che allora eravamo studenti, ma coscienti della situazione, manifestavamo ed eravamo mosche bianche in un’Italia che ancora non aveva preso coscienza del problema mafia.

La maggior parte di coloro che studiavano Giurisprudenza lo facevano perché volevano seguire le orme del Giudice Antimafia, l’unico sino ad allora, che insieme a pochi altri aveva capito come si poteva combattere il fenomeno mafioso. Aveva capito che per stanare i criminali bisognava seguire il flusso di danaro enorme che proveniva dalla Sicilia per poi diramarsi verso il nord Italia e soprattutto all’Estero. Aveva intuito che alcuni uomini di cosa nostra, se avessero avuto la possibilità, avrebbero collaborato; si badi non perché pentiti ma per svariati altri motivi come ad esempio vendicarsi di ciò che la mafia aveva fatto loro oppure ottenere benefici sulla pena. Così si iniziò a parlare del “Metodo Falcone” che anche gli studenti di Legge conoscevano e … studiavano. Ricordai, in quell’istante, tutti gli amici e colleghi di Falcone che erano stati trucidati con i loro più stretti collaboratori. Quella sera del 23 Maggio non si riusciva ad andare a riposare, sembrava che la maggior parte (per lo meno la parte onesta e civile) del popolo Italiano avesse perso un amico di famiglia. Nell’aria era palpabile la tristezza come quando verso le 20 andammo alla mensa universitaria con la scusa di distrarci e mandar giù un boccone. Ci sedemmo, ci accorgemmo di essere in pochi, eppure era periodo di esami quindi nessuno tornava a casa per il fine settimana, invece quella sera l’Italia si era fermata costernata e ferita tutta nella sua interezza. Certamente non tutti si addolorarono per l’attentato, di sicuro non lo fecero coloro che l’avevano ideato, provato e portato a termine così come non si dispiacquero quei Politici che tanto avevano avversato Falcone e che erano collusi o corrotti. Furono giorni tristissimi e lo sarebbero stati per tutta quell’estate alla luce degli eventi che si consumarono il 19 Luglio, solo 57 giorni dopo. Forse l’unico risultato positivo di quel 23 Maggio fu il risveglio delle coscienze dei Palermitani onesti, la presa di posizione nei confronti della criminalità da parte di alcuni (per la verità pochi) Organi dello Stato. Vi fu la ferma condanna (si disse allora) di un atto così abominevole. I cittadini capirono che la Mafia poteva, così come aveva già fatto, colpire chiunque e in qualunque momento, indipendentemente che si fosse Servitori dello Stato o cittadini, compresi donne e bambini; veniva sfatato il mito per cui la mafia colpiva solo loro stessi e chi combatteva contro di loro. A Palermo si videro manifestazioni, lenzuoli bianchi ai balconi, mamme con bambini che manifestavano contemporaneamente conto la Mafia e lo Stato, contro le Istituzioni, ed era la prima volta che accadeva ciò. La rabbia salì ancor più dopo il 19 Luglio, quell’estate sembrava non finisse mai. Io pian piano ripresi la marcia, feci quello che era il mio dovere di studente all’Università.

Dopo 20 anni tante cose, in questo paese, sono cambiate. Sono cambiati Governi, Leggi, le regole del sistema penitenziario (con l’applicazione del carcere duro per i mafiosi con D.L. dell’8 giugno 1992), tanto di quello che è avvenuto fu dovuto a quella strage. A volte ci è sembrato che lo stato andasse in senso opposto con la modifica di Leggi tanto desiderate proprio da Giovanni Falcone come quando fu integrata la Legge sui collaboratori nel 2001, a volte ci siamo sentiti persi per la scarcerazione di mafiosi per la decorrenza dei termini o perché le motivazioni della sentenza tardavano ad arrivare ed allora il nostro pensiero andava a Lui, a tutti coloro che in questo Stato avevano creduto. Io in questi 20 anni non ho mai smesso di crederci, non ho voluto far parte del mondo Giudiziario per scelte familiari ma non ne sono affatto pentita. Faccio comunque ciò che tutti i cittadini onesti dovrebbero fare: combatto contro il sistema della mentalità mafiosa con ogni mezzo lecito che lo Stato ci mette a disposizione. Combatto quando vado in un ufficio a chiedere un certificato che mi spetta di diritto ma gli impiegati tergiversano aspettandosi di essere implorati o di ricevere regalie, combatto se vedo delle omissioni da parte delle Amministrazioni nei nostri confronti, lotto quando ci sono associazioni che reclamano determinati diritti, firmo (sempre con cognizione di causa) proposte di Leggi Popolari e richieste referendarie, denuncio determinati atti che colpiscono la comunità qualora siano interessi collettivi o anche dei singoli, faccio, praticamente, tutto quello che normalmente in un paese civile dovrebbero fare tutti, nient’altro che questo. Capisco che a volte l’ignoranza e la paura, riguardo determinate cose, regnano sovrane ma proprio in quei momenti cerco di convincere e spiegare alla gente con cui mi capita di parlare quanto sia forte la volontà e la forza di un popolo. Penso che questo sia dovuto proprio agli insegnamenti a noi lasciati dal “Mio Giudice” oltre ad una buona dose di valori che mi sono stati trasmessi dai miei genitori e da splendidi insegnanti. Adesso vivo dove sono nata cioè in un paesino del sud dove la mafia vorrebbe essere padrone del territorio, ho 40 anni, un bambino ed un marito stupendi, quest’ultimo lavora nell’ambito della Giustizia; è un Sottufficiale responsabile di un reparto specialistico dove ci si occupa di indagini sulla criminalità organizzata, ha scelto lui di fare questo lavoro e non per danaro (come tanti pensano si possa fare), non vi sarebbero soldi adeguati a ciò che fa e rischia.

No, lui ha scelto perché è cresciuto con gli stessi valori ed insegnamenti che ho avuto io, seguendo le vicende di Palermo degli anni 80, ha deciso di arruolarsi, l’ha fatto pochi giorni dopo il 23 Maggio, quasi a dare un senso alla morte di quegli uomini e tanti suoi colleghi, per continuare in nome loro. Non è stata facile la scelta di intraprendere questa strada, non tanto per le difficoltà di studio ma soprattutto per la coscienza che una volta intrapresa difficilmente si potesse tornare indietro. Nel suo lavoro affronta tutti i giorni problemi di ordine legislativo e pratico, come le carenze di organico, di strumentazioni adatte al lavoro, di collaborazione con l’Estero, di carenze strutturali degli uffici; tutte cose che a volte lo sconfortano ma mai un tentennamento su quella scelta, mai. Cerco di stargli vicino per quanto è possibile fare, resto in silenzio quando torna a casa scuro in volto e sconfortato, lo vedo scrivere fino a tardi quando il lavoro non lo finisce in ufficio, passa notti e giorni, a volte, fuori casa. La mattina esce e non sa mai a che ora si possa rientrare e se si rientrerà a casa. Scrivo tutto ciò a memoria delle future generazioni, per coloro che quei fatti non li hanno vissuti perché troppo piccoli o perché non c’erano. Vorrei che i ragazzi che oggi hanno 20 anni capissero chi fosse per noi, ragazzi di allora, Giovanni Falcone; vorrei che comprendessero perché era il nostro “Giudice”, perché in un mondo così colluso e corrotto noi, all’epoca, trovammo la forza di reagire. Noi abbiamo fatto e continuiamo a fare ciò che ci sembrava più giusto per onorarlo e ricordarlo ma tocca anche ai ragazzi di adesso e del futuro fare in modo che quei sani, saldi e imprescindibili principi camminino con le loro gambe, in nome della verità e della Giustizia perché uno Stato senza verità e Giustizia non può essere uno Stato libero e democratico. Onore ai ventenni e a tutti coloro che lotteranno sempre conto i soprusi camminando a testa alta e non abbassandola mai!

Una cittadina che crede nella giustizia”

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Rimboccarsi le maniche in estate…

Segnalo una iniziativa, non nuova ma sempre bella, in particolare agli studenti che in quest’anno mi hanno segnalato il desiderio di impegnarsi nel volontariato. Qui c’è l’occasione, offerta dalla Caritas di Udine, di dedicare una settimana delle proprie vacanze a tinteggiare case o infissi, accatastare legna, fare compagnia agli anziani… Qui sotto il pdf con tutte le info. Penso sia un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

Volantino 2012 per web e mail.pdf

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Sorriso

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“La nostra capacità di riconoscere qualsiasi oggetto fallisce se si dispone di meno di mezzo secondo. Per gli oggetti geometrici, se si ha a disposizione meno d’un cinquantesimo di secondo. Ma la percezione d’un sorriso rimarrà in noi dopo che è balenato per non più d’un millesimo di secondo, tanto è sensibile la nostra mente alla vista del volto umano” (Richard Bach)

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Si vive una volta sola

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«Lo capii subito che rischiava la vita. Da quando cominciò a lavorare con Rocco Chinnici che gli affidò alcune delle più delicate inchieste di mafia. Una volta glielo dissi pure: “Giovanni chi te lo fa fare?” E lui mi rispose “Si vive una volta sola”» (Maria Falcone, sorella di Giovanni).

Qui l’intervista di Alfio Sciacca

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Da che parte sta Dio?

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Chi segue frequentemente il blog sa che mi piace leggere più libri in simultanea. Uno di quelli che sto portando avanti lentamente per la corposità degli argomenti trattati è “In nome di Dio” del premio Nonino 2012 Michael Burleigh. Sto affrontando il capitolo “Apocalisse 1939-1945” in cui si tende a chiarire il ruolo delle Chiese europee in quegli anni. Oltre a tutta una serie di chiarimenti sul ruolo di Pio XI e soprattutto Pio XII, spesso taciuti da storici superficiali e ideologici (tra l’altro, esiste una visione storica non ideologica?), mi hanno colpito due interventi riportati in successione. E’ vero: come si evince dal libro sono stati isolati, ma pur sempre eclatanti.

Da un lato, l’ottuagenario cardinale francese Alfred Baudrillart invitava i francesi a unirsi contro il bolscevismo: “L’arcangelo Michele brandisce la sua spada vendicatrice, brillante e invincibile contro i poteri diabolici. Con lui marciano i popoli cristiani e civili per difendere il loro passato e il loro futuro a fianco delle armate tedesche”.

Dall’altro lato, il metropolita russo Sergej inviò un messaggio a ogni parrocchia ortodossa. Vi si leggeva: “La Chiesa di Cristo benedice tutti gli ortodossi che difendono le sacre frontiere della nostra madrepatria. Dio ci assicurerà la vittoria”.

Ecco, a questo punto mi immagino l’indecisione di Dio… e soprattutto il suo disperato avvilimento.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

A sera

Ieri sera sono finalmente riuscito a fare delle foto. Non sono stato fuori molto, mezzora al massimo, ma c’era una bellissima atmosfera. Oggi ho trovato su questo sito le parole che la poetessa americana Jane Kenyon scrisse per il pastore Jack Jensen, suo amico malato di cancro. Benché la Kenyon faccia riferimento alla sera della vita, ho respirato molte delle emozioni descritte. E quello sotto è un fugace scatto colto al momento.

 

Che la luce del tardo pomeriggiosera.jpg

brilli attraverso le fenditure del granaio, scalando

le balle di fieno quando il sole si abbassa.

 

Che il grillo cominci a strimpellare

come una donna che prenda i ferri

e il suo filato. Che scenda la sera.

 

Che la rugiada si raccolga sulla zappa abbandonata

nell’erba alta. Che appaiano le stelle

e la luna scopra il suo corno d’argento.

 

Che la volpe torni alla sua tana sabbiosa.

Che cada il vento. Che nel fienile

entri l’oscurità. Che scenda la sera.

 

Per la bottiglia nel fosso, per la pala

nell’avena, per l’aria nei polmoni

che scenda la sera.

 

Che scenda, sia come sia, e non

avere paura. Dio non ci lascia

senza conforto, e allora che scenda la sera.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, musica

Dove cresce il pianto dei salici

Di Mrs Macabrette ne ho incontrate nella mia vita da insegnante. Non molte per la verità: alcune, solo alcune, perché molte si credono nere, mentre sono bianche sporche. Le ho riviste tutte oggi ascoltando questo brano breve ma dalle immagini efficacissime (le lampade nere, i crisantemi come passi, le piume nere, i cipressi, l’edera, i salici, le labbra) degli A toys orchestra; e le ho salutate tutte questa anime nere, comunque belle ai miei occhi e dalle labbra non ancora del tutto cucite.

“Lei è la signora Macabrette. Dipinge le lampade di nero, sparge crisantemi sui suoi passi, tre piume nere sul suo cappello, bottoni di vetro sul suo petto. I cipressi si inchinano al suo passaggio.

Lei è la signora Macabrette. Fa l’amore con i gatti e parla unicamente con se stessa. Foglie morte rattoppano il suo vestito. L’edera si arrampica su per le sue gambe …anche il canto degli uccelli sembra così triste!

Brucia le foto del suo matrimonio per accendere un’altra sigaretta. Dove le sue lacrime caddero un giorno ora cresce il pianto dei salici. Cuce le sue labbra cosicché nessuno sarà capace di strapparle un altro sorriso.”


Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Domande

Chi sono? Da dove vengo? Perché sono qui? Dove sto andando? Qual è il senso? Esiste un Dio? Perché c’è il male? Esiste il bene? In prima abbiamo visto o stiamo vedendo che religione, filosofia, arte, poesia, letteratura tentano di dare una risposta a queste domande, tutta una serie di tentativi di risposte. Poi arriva Charlie Brown…

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Pubblicato in: Etica, Scuola

Verso quali lidi?

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In questo periodo i ragazzi dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado si stanno preparando agli esami e poi a lasciare le loro classi per approdare alle scuole “superiori”. Come sceglieranno? Ieri su radio 3 ho sentito un’interessante intervista a Francesco Dell’Oro che si occupa di orientamento a Milano. Qui sotto l’estratto di un’altra intervista di Simonetta Pagnotti.

“– I ragazzi non vivono bene questa scelta?

«Sono molto preoccupati e indecisi. Sono adolescenti, lo ripeto, spesso il linguaggio di noi adulti esercita su di loro una pressione indebita, li mette in sofferenza. Dobbiamo cercare di presentare il momento della scelta in modo positivo».

– Si spieghi meglio…

«Spesso si sentono dire: “Tu non puoi fare questo, tu non puoi fare quest’altro”, che tradotto significa: i più bravi al liceo, i meno bravi al tecnico e così via. Così si sentono stigmatizzati per quello che non possono fare. Dobbiamo invece valorizzare le loro potenzialità, in modo che diventino protagonisti della scelta. Dobbiamo rassicurarli, far capire loro che le difficoltà che hanno incontrato nel percorso scolastico possono essere superate o, perché no, trasformate in risorsa. Che esistono non una ma tante intelligenze: un’intelligenza logica, un’intelligenza pratica, un’intelligenza artistico musicale…».

– Quali sono i consigli che si sente di dare alle famiglie che devono sostenere i ragazzi in questo momento di scelta?

«Sono fondamentalmente tre suggerimenti. In primo luogo: aiutiamo i ragazzi a scegliere una scuola che non li mandi in sofferenza, ma che permetta loro di vivere con serenità, anche se con impegno, gli anni dell’adolescenza. Il secondo consiglio è quello di aiutarli a capire che cosa li interessa davvero, che cosa li appassiona».

– Ha parlato di tre suggerimenti. E l’ultimo?

«È probabilmente il più prosaico, ma in quarant’anni di esperienza ho constatato che è molto utile. Lo dico ai ragazzi, in ogni incontro. Se scegliete un certo tipo di scuola, dovete anche capire che impegno richiede. Ossia quante ore al giorno dovete stare seduti al tavolino sui libri. A volte io chiedo: “Perché avete scelto una scuola dove dovete affrontare il greco e il latino?”. I meno motivati scuotono la testa e dicono: “Ci tocca”. Di fatto hanno scelto mamma e zia».

– Il vostro servizio si occupa anche dei ragazzi delle superiori che hanno fatto una scelta sbagliata…

«È vero, sono le scuole a segnalare i giovani in difficoltà e noi cerchiamo di riagganciarli. Nei casi più difficili andiamo a parlare con il preside e con il consiglio di classe».

– In questi casi consigliate di cambiare?

«Noi diciamo subito che non siamo un ufficio traslochi, non è questo il nostro compito. In certi casi è bene che il ragazzo cambi indirizzo e anche in fretta, ma molto spesso il suo disagio è frutto di un problema di relazioni, è esistenziale più che scolastico. Allora bisogna cercare di rimotivarlo».

– Lei sta sempre dalla parte dei ragazzi…

«A volte fanno arrabbiare, per alcuni di loro l’impegno scolastico è veleno. Ma è altrettanto vero che vediamo troppe anime ferite, per non dire devastate. Hanno bisogno di regole ma, se non cerchiamo di rafforzare la loro autostima, il messaggio non passa».”

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L’ingresso delle beffe

In molte classi abbia buttato uno sguardo sull’arte e abbiamo ammirato molte opere. Qui ne propongo una che non abbiamo visto e di cui ho raccolto informazioni in rete:

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“”L’entrata di Cristo a Bruxelles”, del 1888-89, un olio su tela, 258 x 431 cm, oggi al Musée Royal des Beaux-Arts di Anversa, è tra i più famosi dipinti di Ensor e forse il suo capolavoro, una grande scena di massa dall’imponenza barocca, enfaticamente celebrativa se non fosse per l’ironica decontestualizzazione dell’evento-tema, il Cristo che entra in città acclamato dalla folla.

La trasposizione temporale colloca il fatto all’epoca moderna, in una città brulicante di folla, alla presenza di una banda di militari in divisa, in mezzo ad una eterogenea moltitudine di figure-fantoccio mascherate (la maschera, elemento surreale per eccellenza, ricorre spesso nei dipinti di Ensor), pupazzi inespressivi gelidamente ed ambiguamente sorridenti, mentre gli striscioni con le scritte ed i cartelli colorati conferiscono all’insieme l’atmosfera di una moderna manifestazione di piazza.

Al centro della grande tela, la figura del Cristo avanza cavalcando un asino, il capo circondato da una anacronistica aureola, poco divinamente sommerso da una folla chiassosa, cosicché, privato di ogni carisma, frustrato da una folla beffarda e irridente, seppellito dal grottesco corteo, il simbolo della fede cristiana perde ogni valore ideologico per divenire pretesto di una critica della società moderna ridotta ad una congrega di fantocci urlanti e indifferenti, personaggi caricaturali volutamente volgari.

Una grande metafora dell’esistenza, in chiave parodistica, una beffarda satira della società borghese, della vita, della morte, della fede e dell’ipocrisia, una parafrasi dell’assurdità e dell’ambiguità della condizione umana espresse con un’enfasi tragica in cui l’ironia, feroce ed impietosa, ed il filtro del simbolismo non riescono a governare una componente di angoscia ansiosa che intride tutta l’opera e la mette in risonanza con le nostre più oscure e rimosse paure interiori.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, musica

La solitudine di Eleanor

Una canzone vecchia. E’ dei Beatles. L’ho cantata spesso senza sapere di cosa parlasse (l’inglese ho bisogno di leggerlo, oppure mi si deve parlare lentamente, di certo non cantarlo…). Mi sono trovato davanti a un testo semplice che parla di una grande solitudine: una donna, Eleanor, che raccoglie i resti del riso lanciato a un matrimonio e che è vissuta cullando l’attesa vana di un suo uomo. La sua solitudine si somma a quella di un parroco piuttosto disinteressato, padre McKenzie, che sta componendo un sermone inutile perché non ci sarà nessuno ad ascoltarlo nella sua chiesa vuota, come da solo è quando si rammenda i calzini. I due si incontreranno alla morte di Eleanor, anch’essa solitaria, con il parroco a celebrarne il funerale. Si pulisce le mani dalla terra e non c’è neppure speranza di salvezza (il suo pulirsi le mani sembra ricordare il gesto di Pilato?).

Ah, guarda tutta la gente sola; Ah, guarda tutta la gente sola

Eleanor Rigby raccoglie il riso nella chiesa dove è avvenuto un matrimonio

Vive in un sogno, aspetta alla finestra indossando la faccia che tiene in un vaso vicino alla porta.

Per chi è?

Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, di dov’è?

Padre McKenzie scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà, nessuno si avvicina

Guardalo lavorare, rammendarsi i calzini di notte quando lì non c’è nessuno. Di cosa gli importa?

Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, di dov’è?

Ah, guarda tutta la gente sola; Ah, guarda tutta la gente sola

Eleanor Rigby morì nella chiesa e fu sepolta insieme al suo nome, non venne nessuno

Padre McKenzie si pulisce la mani dalla terra mentre si allontana dalla tomba. Nessuno fu salvato.

Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, di dov’è?

Pubblicato in: Etica, Storia

Cittadini normali

A 20 anni dalla morte di Falcone e Borsellino ho intenzione di pubblicare alcuni articoli e riflessioni per farne memoria. Ricordo benissimo la notizia dei due attentati, in particolare quella del secondo che raggiunse me e la mia famiglia mentre eravamo in ferie in montagna. Pubblico questo articolo del docente di filosofia e storia e teologo Augusto Cavadi, preso da Adista. Non ho l’autorizzazione per pubblicarlo. Nel caso qualcuno se ne risentisse è sufficiente segnalarmi la cosa e provvederò a togliere il post.

fal_bor1.jpg“Raramente capita che le tragedie della storia ci tocchino quasi come vicende private. A me è capitato pochissime volte. Due di queste, a meno di due mesi di distanza, fra il 23 maggio e il 19 luglio del maledetto 1992. Ogni tanto ho riflettuto sulle ragioni di questa sensazione insolita, rara: ma non sono riuscito a fare chiarezza. Falcone e Borsellino li avevo conosciuti di persona, ma non ne ero certo amico: probabilmente non mi avrebbero riconosciuto se mi avessero incontrato in un salotto o in bar. Di contro avevo conosciuto molto più da vicino Gaetano Costa, un amico di famiglia da sempre, trasferito da Caltanissetta a Palermo come procuratore della Repubblica, integerrimo. Quando cadde trucidato sotto casa il 6 agosto dell’82 mi dispiacque davvero, ma forse – nonostante i miei 32 anni – non ero maturo: mi dispiacque come ci si dispiace quando un amico di famiglia muore di cancro o investito da un pirata della strada. Provai dolore e rabbia, dolore e odio verso i vigliacchi anonimi che avevano assassinato un sessantenne inerme che sfogliava libri usati in via Cavour: dolore, rabbia, odio, ma non angoscia. L’angoscia è tutta un’altra cosa. È una stretta alla gola che ti mozza il respiro; è una morsa al petto che mima l’infarto. È una sospensione dell’attività mentale perché non soltanto intorno a te si è fatto improvvisamente buio, ma anche dentro il cervello ti si è spento un interruttore. Solo piangere ti conforterebbe, ma l’angoscia t’impedisce pure questo. L’angoscia: ecco quello che ho avvertito quando, sull’autostrada Messina-Palermo, l’autoradio ha gracchiato le prime notizie confuse su un’esplosione nei pressi di Capaci. Con i primi telegiornali della sera ogni residuo di sia pur folle speranza fu spazzato via. E, con la concatenazione delle sequenze di un film già montato, mi passarono – e mi ripassarono – le immagini e le parole di una preghiera due volte laica. Era infatti la preghiera rivolta non solo, genericamente, a un Dio laico (l’unico che riesco a pregare), ma anche, più direttamente, a un concittadino laico. Gli ho chiesto – a Giovanni Falcone – perdono. Perdono a nome di quei palermitani che si erano lamentati di essere disturbati dal suono delle sirene quando lo riaccompagnavano a casa dal tribunale. Perdono a nome di quell’avvocato che, in tv, lo aveva accusato di essere cauto nell’incastrare gli amici potenti dei mafiosi. Perdono a nome di quel poliziotto che, in coda con me al panificio, prometteva al collega che l’avrebbe ammazzato lui quel giudice se non l’avesse fatto prima la mafia: troppe lavate di capo per chi veniva sorpreso a leggere La gazzetta dello sport quando avrebbe dovuto controllare ingressi ed uscite dal portone. Non fu una ferita facile da rimarginare. Tanto più che, 50 giorni dopo, le bombe di via D’Amelio l’avrebbero furiosamente risquarciata. Di Caponnetto – quando balbettò alle telecamere «tutto è finito» – compresi sillaba per sillaba, riconobbi perfino il tono della voce. Capii, arrivai quasi a condividere: decisi di fermarmi solo un attimo prima d’identificarmi totalmente con la disperazione di un vecchio padre ormai derubato dei due figli preferiti. Decisi: fu un atto della volontà perché ormai il resto – previsione razionale, sentimento, emozioni – si era arreso all’evidenza della tragedia senza scampo. Mi ricordai di san Juan de la Cruz: della necessità di attraversare la notte più fonda – la notte in cui non si vede nulla, non si sente nulla, non si crede più a nulla – prima di poter, forse, sperimentare la pace. E in queste notti senza stelle e senza luna puoi resistere, e persistere, solo se lo decidi con quell’energia intima che sai di possedere (o di esserne posseduto) quando ormai assapori lo stremo. […] A venti anni da quelle giornate – ma sono davvero trascorsi tanti anni? – la situazione è identica ma anche, per fortuna, incomparabilmente diversa. La mafia come sistema di potere asfissiante continua a riscuotere il pizzo su quasi ogni commessa, su quasi ogni impresa, su quasi ogni negozio; continua a inquinare la dialettica democratica contrattando intollerabili sinergie con politici di ogni livello (sino alla presidenza della Regione: certamente la penultima, dubitabilmente l’attuale). Ma il gotha di Cosa Nostra di quegli anni micidiali è quasi tutto sotto chiave: non c’è da cantare vittoria, ma sarebbe da stupidi negare che il bicchiere è adesso mezzo pieno. È difficilmente apprezzabile un risultato culturale inedito nella storia siciliana: la media statistica attesta che i boss si spengono, soli, in galera, non più nel proprio letto circondati dall’affetto delle persone care, dopo anni di quiescenza dorata fra gli agrumi del proprio feudo. Certo, ancora troppi giovani fanno la fila per subentrare nella militanza del disonore, ma almeno sanno che l’impunità – da regola che era – si è fatta eccezione. […] Sarebbe da illusi supporre che un giorno, sradicate Cosa Nostra e Stidde, altre associazioni criminali (simili se non identiche) non ne prenderanno il posto: malvagità e ingordigia aggrovigliano le viscere dell’essere umano da milioni d’anni e continueranno a fermentare sino alla scomparsa del genere umano. Ma, intanto, nel breve – o meno breve – periodo, se le mafie attuali si disgregheranno, sarà stata una vittoria complessiva della parte migliore dei cittadini “normali”.”

Pubblicato in: Etica

Tra mille difficoltà

Nelle quinte abbiamo parlato di eutanasia, testamento biologico, stato vegetativo… Abbiamo anche parlato dell’importanza delle cure nei confronti delle persone. Prendo questo articolo di Maria Angela Masino da Avvenire. La foto, tra l’altro, ricorda molto i due film visti.

“Coinvolgere i non coinvolti: è lo slogan del comico Alessandro Bergonzoni, testimonial dicoma-eutanasia-volo.jpg “Gli amici di Luca” e della Casa dei Risvegli, centro innovativo di riabilitazione e ricerca sul coma. Perché, come sintetizza Bergonzoni, il risveglio non deve riguardare solo la persona in stato minimo di coscienza o chi la accudisce, ma tutti noi, potenziali portatori del problema. Se n’è parlato ieri, a Milano, durante il convegno “Il risveglio della coscienza. Curare e prendersi cura delle persone in stato vegetativo” organizzato dal Centro di Ateneo di Bioetica dell’università Cattolica in collaborazione conla Fondazione IrccsIstituto Neurologico Carlo Besta di Milano. «Non ci sono solo i parenti, ma diverse figure di caregivers, assistenti sia professionali sia volontari che oggi garantiscono la qualità di vita di questi pazienti in stato vegetativo, bambini, giovani, adulti e anziani», ha spiegato Fulvio De Nigris, responsabile dell’AssociazioneLa Rete. Edè a loro che deve rivolgersi il nostro sguardo. «Il familiare che assiste i propri cari diventa sempre più io trasparente che quotidianamente antepone i bisogni del disabile ai suoi. Questa eroica dedizione, però, può comportare il suo cedimento che si manifesta con sensi di colpa, inadeguatezza, angoscia, chiusura», spiega Adriano Pessina, ordinario di Filosofia morale e direttore del Centro di ateneo di bioetica, Università cattolica del Sacro cuore di Milano. Pian piano, chi assiste si ritira dalla vita sociale e contemporaneamente viene dimenticato e lasciato solo a farsi carico di enormi problemi: «Difficoltà ad andare al lavoro, seguire i figli, ma anche frequentare amici, vivere momenti di spensieratezza», spiega Pessina. Questa spersonalizzazione ha un riverbero negativo sull’assistito. Soluzioni per restituire identità e forza alle persone che si occupano di curare i colpiti da questa gravissima disabilità sono quelle di sostenerle economicamente, ma soprattutto aiutarle a ricostruire una trama di rapporti sociali, affettivi e culturali.

«È necessario lavorare per sviluppare politiche accoglienti nei confronti di queste famiglie, definite facilitatori sostanziali», ha aggiunto la professoressa Matilde Leonardi, neurorologa, direttore scientifico del Coma Research Center del Besta di Milano e coordinatrice del progetto Funzionamento e disabilità negli stati vegetativi. E per accoglienza si intende dar loro la possibilità concreta di lavorare, fare la spesa, avere momenti di rigenerazione. Qualche dato: il 77% di chi assiste una persona in stato vegetativo è donna sui 50 anni in piena attività lavorativa spesso costretta a ritmi funambolici fra cura, professione, problemi economici. Ci sono mamme che dedicano 24 ore su 24 ai figli in stato vegetativo, mogli che impiegano 4-5 ore quotidiane solo in attività di semplice accudimento dell’assistito. Nella stragrande maggioranza dei casi il coniuge ha 56 anni e ovviamente non essendo più in grado di lavorare non produce reddito. Tutto il peso dell’assistenza e del mantenimento della famiglia così grava sulla donna.

Cifre alla mano il rischio burn out, cioè perdita della capacità di controllo della situazione, è davvero dietro l’angolo. Tante però sono le cose che si potrebbero fare: assistenza a domicilio, sostegno psicologico ed economico, creazione di una rete di mutuo-aiuto nell’ambito di un welfare da riprogettare attraverso l’ascolto. «Perché non è quello che si pensa di poter fare, ma ciò di cui i disabili e le loro famiglie hanno effettivo bisogno quel che si deve realizzare», ha concluso Paolo Fogar, presidente della Federazione nazionale associazioni trauma cranico. Obiettivo: aiutare a vivere chi offre quotidiana assistenza a questi pazienti e, indirettamente, garantire ciascuno di noi, non immune dal rischio disabilità.”

Pubblicato in: Etica, opinioni, Religioni, Storia

Dove sono?

La coerenza che tante volte mi ha spinto a dire alla Chiesa che deve chiedere perdono e guardarsi dentro per essere capace di rinnovarsi, mi spinge a pubblicare questo post di Piero Gheddo: per amore di verità, scomoda e non assoluta…

nigeria.jpg“La notizia dei cristiani massacrati in Nigeria dal terrorismo islamico è ormai così frequente che non fa quasi più notizia. Dal Natale 2011 alla fine dell’aprile scorso i morti degli attacchi terroristici nel Nord della Nigeria sono stati circa 600, con picchi di vittime che altrove sarebbero considerati una tragedia nazionale, mentre là aumentano solo l’odio e la voglia di vendetta: il 25 dicembre 25 morti ad Abuja e Jos, il 6 gennaio 17 morti a Mubi, il 20 gennaio 185 morti a Kano, il 20 febbraio 30 morti a Maiduguri, il 6 marzo 45 morti ad Abuja, il 6 aprile 40 morti a Kaduna, ancora 40 morti a Kaduna il 10 aprile, il 29 aprile la follia integralista si è scatenata contro gli studenti, provocando una trentina di morti nel campus universitario, mentre un sacerdote cattolico stava celebrando la Messa. Ma questi sono solo i fatti più gravi, mentre lo stillicidio degli attentati e delle uccisioni mirate anche nei villaggi rurali è notizia quasi quotidiana.

Il terrorismo di radice islamica è contro gli occidentali, i cristiani. Ci sono altri motivi che spiegano questo fenomeno demoniaco nato con Khomeini in Iran nel 1979: economici, culturali, storici, etnici, politici, commerciali, ma la radice è ben espressa dal nome dall’ultima setta islamica responsabile principale del terrorismo nel Nord Nigeria: “Boko Aram”, che nella lingua dei musulmani locali, gli “haussa”, significa: “L’educazione occidentale è peccato”. Nel mondo moderno, la rivolta dell’islam contro l’Occidente si è manifestata storicamente la prima volta con la fondazione dei “Fratelli musulmani”in Egitto nel 1928; è cresciuta e si è diffusa in tutto il mondo islamico con la fondazione di Israele, il chiodo, il punzone ebraico cristiano nel cuore dell’Islam; è scoppiata quando Khomeini nel 1979 ha cacciato a furor di popolo lo Shah di Persia, Muhammad Reza Pahlevi, che aveva tentato di portare il suo paese verso la modernizzazione, più o meno secondo il modello occidentale, mandando le bambine a scuola, facendo leggi favorevoli alle donne nel matrimonio, istituendo all’Università di Teheran una Facoltà per il dialogo islamo-cristiano, ecc. Khomeini, assumendo il potere, fece tutto quello che lo Shah voleva abolire e dichiarò la guerra contro il modello culturale dell’Occidente; non potendo combattere i popoli cristiani con le armi, ha ripescato nella tradizione “sciita” il “martirio per l’islam” e il mito dei “martiri per l’islam”, le cui immagini si vedono sui pullman, sui taxi, nelle scuole, nelle madrasse e nei centri culturali di molti paesi islamici.

Negli ultimi 40 anni, la tendenza “salafita” (cioè di estremismo islamico) si è molto diffusa fra i popoli del Corano attraverso le moschee, le scuole statali e i mass media, che dipingono l’Occidente e i cristiani come i nemici dell’Islam. L’Occidente non si rende ancora conto di questo: ucciso un Bin Laden, ne sorgono mille altri, perché il terreno di coltura, a partire dai bambini che frequentato le scuole, è seminato con i semi dell’opposizione radicale e dell’odio verso l’Occidente. Gli ultimi Papi, i vescovi e noi cristiani continuiamo a incontrare fraternamente ed a tessere la tela del dialogo con i musulmani. Negli ultimi anni ho visto che in diversi paese islamici (Libia, Senegal, Nord Camerun, Bangladesh, Indonesia) il dialogo, in condizioni di pace, produce buoni frutti. Ma la domanda che dobbiamo farci è questa: nei momenti di emergenza terroristica, dove sono i musulmani moderati? Non si può generalizzare attribuendo all’islam la responsabilità del terrorismo, ma perché le personalità dell’islam, le università, le moschee-guida di ogni paese non condannano in modo aperto e corale i troppi attentati terroristici fatti in nome dell’islam? Perché, quando c’è qualche offesa all’islam (le vignette su Maometto ad esempio) o violenze contro i musulmani, nei paesi cristiani siamo tutti uniti a condannare i responsabili, mentre quando vengono massacrati centinaia di cristiani innocenti, come negli ultimi quattro mesi in Nigeria, non si sentono voci islamiche di condanna? Papa Benedetto, nel famoso discorso a Ratisbona nel settembre 2006, fra l’altro ha detto che l’islam deve confrontarsi col problema della “violenza per Dio” che non può esistere. Nel mondo islamico ci sono state proteste, ma si sono anche levate voci di attenzione e di dialogo su quel tema. A distanza di alcuni anni, di fronte ai 600 uccisi in quattro mesi nel Nord Nigeria, cosa dicono quelle personalità di buona volontà e di dialogo?”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, musica

Pensieri inconsapevoli

Ci sono delle volte in cui la nostra mente si arrovella in mille rivoli, tante ipotesi, molti pensieri. A volte si tratta di pensieri consapevoli, altre volte no e ti ritrovi a conclusioni senza sapere il percorso fatto. Provi a ricostruire, ma non c’è possibilità. Le preoccupazioni pesano e l’amore sembra essere soffocato. I Pearl Jam invitano invece ad altro: “Respira forte prendi il meglio: questa è la vita. Cerca l’amore e la prova che ritieni valga, ingoia tutta la negatività, è così triste e disgustosa… Riempi l’aria d’amore, il buio con la luce delle stelle.”

Una delle libere associazioni che a me piacciono tanto, un po’ alla “Into the wild” 😉

“E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.” (Mt 6,28-34)

 

Inconsapevole pensiero

Tutti i pensieri che non consideri mai che fai in continuazione

Il cervello è ramificato, la mente è profonda, oh stai affondando?

Pensa al percorso di ogni giorno, quale strada stai per prendere?

Respira forte prendi il meglio: questa è la vita.

Cerca l’amore e la prova che ritieni valga,

ingoia tutta la negatività, è così triste e disgustosa.

Senti l’aria sopra di te, una piscina di cielo blu.

Riempi l’aria d’amore, il buio con la luce delle stelle.

Senti il cielo come una coperta fatta di pietre preziose e diamanti falsi.

Guarda il sentiero disegnato dalla luna perché tu lo possa percorrere.

Niente è rimasto, non è rimasto niente

Niente lì, niente qui

Guarda il sentiero disegnato dalla luna perché tu lo possa percorrere.

Guarda le onde sulle rive lontane: non aspettano altro che te.

Sogna i sogni di altri uomini, non sarai il rivale di nessuno

Un tempo lontano, uno spazio lontano, è lì che viviamo,

un tempo lontano, un posto lontano, allora tu cosa stai dando?