Rinnovati negazionismi

Un articolo un po’ lungo ma, ritengo, molto, molto interessante. E’ un’intervista di Edoardo Castagna allo storico Claudio Vercelli, presa da Avvenire: tratta di revisione storica e negazionismo.

Negazionismo_cover.jpg“Il negazionismo della Shoah sta trovando una nuova, duplice linfa. Da una parte l’antisemitismo islamista; dall’altra il mare indistinto di internet. Due filoni, spesso intersecati, che alimentano e rilanciano le teorizzazioni di quanti affermano che le camere a gas e i forni crematori non sono mai esistiti, che i lager erano campi di concentramento ma non di sterminio, che la Shoah è un’invenzione, anzi un complotto, ordito dai vincitori della Seconda guerra mondiale per giustificare le proprie politiche imperialiste e colonialiste.

Per lo storico Claudio Vercelli, che a Faurisson ed eredi dedica un saggio nelle librerie da venerdì prossimo (Il negazionismo. Storia di una menzogna, Laterza, pagine 224, euro 20,00), «fino agli Settanta i negazionisti erano una nicchia legata all’estrema destra radicale, figure del tutto marginali. Ma poi, con l’affermazione dell’islamismo radicale e di internet, hanno avuto una nuova visibilità. Divenendo uno degli esempi più evidenti del cospirazionismo oggi tanto diffuso».

Eppure i negazionisti invocano per sé quel diritto alla continua revisione che è propria della ricerca storiografica. Qual è il discrimine tra revisione storica e negazionismo?

«L’attività storica presuppone sempre e comunque un’opera di revisione, sia perché emergono nuovi dati, sia perché con il variare delle stagioni culturali varia anche il metro di giudizio. Il termine revisionismo è stato utilizzato, in chiave polemica, per definire quegli storici che a partire dagli anni Ottanta hanno letto il Novecento europeo come una storia di contrapposizione tra totalitarismi. Questo giudizio comporta anche una nuova valutazione della Shoah; non certo una sua negazione, quanto invece una sua diversa collocazione all’interno dell’opposizione tra nazismo e comunismo. Invece i negazionisti rifiutano integralmente i fatti storici riconosciuti non solo dagli studiosi, ma da ogni persona di senso comune; non danno un’opinione sulla Shoah discosta dal giudizio prevalente, ma affermano che lo sterminio di massa non è che finzione».

Eppure sostengono di applicare – loro solo in modo coerente – le metodologie storiche; prendono alcuni elementi fattuali e “dimostrano” l’impossibilità tecnica dello sterminio, delle camere a gas, dei forni crematori… In cosa si distinguono dalla vera analisi storiografica?

«I negazionisti fanno la pantomima della ricerca scientifica. Fingono di usare certi strumenti, mentre in realtà li stravolgono per accreditare le loro ipotesi ideologiche stabilite a priori. In un mosaico di migliaia di pezzi, tutti perfettamente combacianti tranne uno, si concentrano esclusivamente su quell’uno per affermare che allora è l’intero mosaico a non reggere. Per esempio, diversi anni fa, durante una conferenza a Cremona, mi è capitato di sentire un’ex deportata dichiarare di ricordare l’odore del gas di Auschwitz. Sono sobbalzato: era impossibile, l’odore del gas non si diffondeva certo per il campo, ma solo nelle camere della morte. Quello che la donna ricordava era l’odore dei cadaveri, quell’odore dolciastro, nauseabondo, che molti testimoni hanno evocato. Definirlo “odore di gas” non è un falso, ma un meccanismo che si spiega facilmente, per chi conosce i processi mentali di rimozione e di sostituzione. Quell’odore non era solo il segno della morte altrui, ma anche quello della propria sopravvivenza, e quindi del senso di colpa che i sopravvissuti si sono portati dietro. Come ben sanno magistrati e poliziotti, una testimonianza può avere un elemento fallace sebbene veritiera nel suo complesso: ma un negazionista enfatizza solo quell’elemento, direbbe che, siccome non può essere vero che quella donna ricordi l’odore del gas, allora Auschwitz è “la grande menzogna”».

Come può un simile racconto avere presa?

«La questione del negazionismo va al di là della Shoah e investe i meccanismi di auto-convincimento politico-culturali. La ripetizione serve per rendere non solo lecite, ma anche reali idee che altrimenti non avrebbero nessun riscontro. I mistificatori si sentono investiti del ruolo di Dio: creare la realtà con la parola. Tra loro non è estranea la convinzione di essere figure prometeiche, che portano all’uomo verità e saggezza spazzando i fumi della falsificazione. È per questo che sono seducenti».

Così s’inseriscono in quei filoni complottisti che investono anche vari altri ambiti…

«Il nesso tra negazionismo e cospirazionismo è l’altro aspetto fondamentale. Negli anni Settanta-Ottanta i media hanno dato una visibilità fino ad allora insperata a una nuova generazione di negazionisti, a partire da Robert Faurisson. E nel contempo sono subentrati altri fattori, in primo luogo il diffondersi del negazionismo in area islamica con la rivoluzione iraniana del 1978-1979. Oggi il nocciolo critico è il legame tra cospirazionismo e islamismo radicale, dove il discorso anti-israeliano si fa anti-sionista – e infine antisemita – recuperando la vecchia vulgata anti-coloniale per la quale le sofferenze del mondo sono il prodotto del complotto di un Occidente che falsifica la storia per continuare a tenere i popoli avvinti alle sue catene. Gli ebrei sono la punta di diamante della neo-colonizzazione occidentale, “razzialmente” destinati alla cospirazione; l’Occidente – a sua volta una loro costruzione – è decadente e amorale, quindi da combattere».

Il rilancio del negazionismo passa attraverso la frustrazione che alimenta il fondamentalismo islamico?

«La globalizzazione ha scompaginato equilibri secolari. Se le mie certezze vengono meno, se mi sento angosciato da un futuro nebuloso, se mi sento vittima di circostanze a cui non riesco a dare un nome, se il risentimento e la rivalsa sono motori fondamentali della mia identità, se io vivo tutto ciò – e nel mondo islamico, ma anche in parte nel nostro, questo accade spesso – allora devo trovare uno strumento che mi permetta di interpretare quella che altrimenti non sarebbe che una Babele incomprensibile».

E questo strumento spesso si trova online…

«Internet è l’altra faccia della stessa medaglia. Anche qui entrano in gioco complessi elementi cognitivi e identitari. Nel web non ci sono gerarchie e chi non ha adeguati strumenti culturali confonde il vero, il verosimile e il falso, il giusto e l’ingiusto. Il cospirazionismo sguazza nella grande fabbrica del relativismo cognitivo. Basti pensare alla proliferazione delle teorie complottistiche sull’11 settembre: anziché la difficile ricostruzione di un quadro articolato, ecco una spiegazione – gli americani si son tirati giù da soli le Torri gemelle per poter colonizzare il mondo – onnicomprensiva, seducente, semplificata».

Resta il dilemma: che fare di fronte a un negazionista? Confutazione o silenzio?

«Io ho fatto mia la morale di Pierre Vidal-Naquet: si parla di negazionismo, si lotta contro il negazionismo, ma non si parla con i negazionisti. Se scendo nell’agone con loro sono sconfitto a priori, perché tra noi non può esserci dialogo – cioè confronto tra ipotesi storiografiche differenti – ma solo opposizione tra realtà e menzogna».

Eppure capita che trovino accoglienza addirittura in ambienti accademici…

«Sono accoglienze molto limitate, c’è un forte cordone culturale di difesa. Tuttavia in alcuni ambienti politico-accademici – l’ha fatto, per esempio, Noam Chomsky – in effetti esiste la tendenza a dar loro voce, se non altro perché parlano male di Israele: e siccome il conflitto israelo-palestinese è assurto a categoria dello spirito, questi ambienti si lasciano sedurre. Non necessariamente sottoscrivono ciò che dicono, ma si prestano perché così contestano la “storia scritta dai vincitori” in nome della libertà di opinione: ma questa non implica che tutti debbano parlare di tutto… Certo, il confine tra libertà d’opinione, anche radicale, e diffamazione è difficile da definire: ma c’è. E qui ci troviamo dinanzi a persone che falsificano deliberatamente la storia. Chi dà loro voce, lo fa per una motivazione politica».”

Equilibri sottili

In diverse classi parliamo del rapporto tra Europa e religioni. Aggiungiamo un altro tassello per la discussione: è un articolo di Riccardo Noury di Amnesty, preso da Le persone e la dignità.

“Lunedì scorso la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che la compagnia aerea Nadia.jpgBritish Airways ha avuto un comportamento discriminatorio a causa della fede religiosa di una sua impiegata, stabilendo un risarcimento di 32.000 euro. La vicenda è quella di Nadia Eweida, una cristiana copta, che si era rivolta all’organo di giustizia europeo contestando l’obbligo, imposto dalla British Airways, di togliersi un crocifisso dal collo. Nel 2006 la donna, addetta al check-in, si era rifiutata di rispettare il codice di abbigliamento della compagnia aerea che prevedeva l’assenza di ornamenti intorno al collo ed era stata licenziata. Un anno dopo il codice era stato modificato e Nadia Eweida era stata reintegrata. Ma, nel frattempo, il suo ricorso era partito.

Richiamando l’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti umani e delle libertà fondamentali, la Corte europea ha ribadito che indossare simboli religiosi è una parte importante del diritto alla libertà di religione e alla libertà di espressione. Amnesty International, in una nota, ha auspicato che questa sentenza possa contribuire a contrastare la discriminazione nell’impiego nei confronti di fedeli di ogni religione. Sono molti, infatti, i casi simili a quello di Nadia Eweida in molti paesi europei. Divieti o limitazioni relativi a simboli religiosi o culturali, così come a capi d’abbigliamento, soprattutto nei confronti di fedeli musulmani, sono stati imposti da datori di lavoro privati con la scusa che non erano necessari ai fini dello svolgimento dell’opera professionale richiesta. Non è che ognuno possa fare completamente come gli pare, sia chiaro. Vi sono casi in cui i datori di lavoro possono applicare regolamenti restrittivi per un obiettivo legittimo, nella misura in cui tali restrizioni siano necessarie e proporzionali all’obiettivo.

Nella stessa sentenza, la Corte europea dei diritti umani ha respinto il ricorso di altre persone di fede cristiana. In particolare, quelli di Lilian Ladele e di Gary McFarlane, i quali per motivi religiosi avevano, rispettivamente, rifiutato di registrare matrimoni civili omosessuali e di fornire consulenza a coppie omosessuali. Un terzo ricorso respinto riguardava un’infermiera che era stata obbligata a togliersi un crocifisso dal collo in quanto avrebbe potuto ferire i suoi pazienti. La Corte, in questi casi, ha rilevato che i ricorrenti avevano rifiutato di svolgere attività che erano essenziali nel contesto della loro professione. In sintesi, ci dice la sentenza, il diritto alla libertà di religione o di credo dev’essere protetto dalla discriminazione ma può essere limitato allo scopo di proteggere i diritti di altre persone. Un equilibrio sottile, ma indispensabile da mantenere e rispettare.”

Una voglia di esitere

Una breve canzone di Paola Turci: I colori cambiano. In una giornata grigia come questa e come quelle che ci attendono, ci vuole un po’ di colore. E’ una canzone sulla speranza, quella di cui si ha bisogno quando le cose non girano e si vede tutto nero e buio. Paola Turci canta di una voglia di esistere che cresce dentro ogni croce, dentro ogni dolore, dentro ogni cosa che ci fa star male: anche lì ci sono segni di vita e, magari nascosta, volontà di andare avanti. Ogni possibilità che ci viene data può essere colta: l’incontro con persone, animali, esperienze, ci dà qualcosa (anche dolore, perché no?) e ha bisogno di essere percorso, capito, meditato, sedimentato, ricordato (anche per poi cercare di dimenticarselo…)… perché la vita ci propone sempre qualcosa di nuovo… i colori cambiano continuamente… Quanta resurrezione c’è in questa canzone…

In ogni angolo di mondo, in ogni sud, anche quello più lontano

dentro ogni croce nasce e cresce una voglia di esistere.

Ogni incontro ha bisogno di ascolto di cammino e di memoria.

Qualcuno dice che il tempo non aiuta io dico invece che il tempo fa sperare.

I colori cambiano continuamente… I colori cambiano continuamente…

Dietro un paravento

arroganza.jpeg“Una prepotente rozzezza dei modi e del linguaggio scambiata per franchezza e sincerità” scrive Fulvio Scaparro, sul Corriere della Sera 30 dicembre scorso. Mi capita spesso di sperimentarla, quella rozzezza, e di rifletterci sopra. Chi la utilizza spesso premette “Sai, sono uno schietto, le cose le dico in faccia”. Peccato che a volte si dimentichi che le parole, dette e scritte, possono far male come pugni, più di pugni. Canta Francesco Guccini in Cyrano: “con questa spada (la penna) vi uccido quando voglio”. Ecco l’articolo di Scaparro, dal titolo “I bambini gentili hanno successo, ma l’esempio deve venire dagli adulti”.

“Alcuni ricercatori della University of California sostengono che i bambini al di sotto dei dieci anni ai quali è stato chiesto di compiere tre atti di gentilezza per quattro settimane nei confronti dei compagni di classe acquistano popolarità tra i coetanei e appaiono più contenti. Stando ai risultati la gentilezza paga e, aggiungono i ricercatori, si tratta di un comportamento che consente di ottenere risultati simili anche da adulti. Per di più, rinforzare le relazioni sociali tra bambini servirebbe anche a combattere il diffondersi del bullismo. Su questo punto occorre chiarire che gli studiosi non ritengono sufficiente essere gentili per bloccare un bullo che per definizione è impermeabile alle buone maniere dei coetanei ed è incline a ritenere la cortesia un segno di debolezza. Quello che appare chiaro dalla ricerca è che il clima collaborativo che si instaura nella classe taglia l’erba sotto i piedi del bullo o addirittura potrebbe contagiarlo positivamente. L’Oxford Dictionary of Current English definisce la cortesia come il possesso e l’impiego di buone maniere unito alla considerazione per gli altri. Sono proprio la considerazione e il rispetto per gli altri che conferiscono alla gentilezza una profonda moralità e un elevato valore di coesione sociale. Di qui l’invito agli adulti a dedicare la dovuta attenzione a questo aspetto dell’educazione che a me pare oggi trascurato a favore di una prepotente rozzezza dei modi e del linguaggio scambiata per franchezza e sincerità. In italiano il congiuntivo, modo della possibilità, è a rischio di estinzione ma pare che anche il condizionale, modo della cortesia, non goda di buona salute. «Voglio» dice il piccino, «vorrei» lo correggono i genitori aggiungendo per buon peso «per favore». Tutto molto edificante; peccato che troppo spesso dentro e fuori casa il garbo, la buone maniere e la gentilezza non vadano per la maggiore. Genitori ed educatori abbiano fiducia nella forza del loro esempio: crescere in un clima di rispetto e considerazione fa stare meglio noi e gli altri e, aspetto non trascurabile, ci aiuterà non solo a scuola ma anche nel mondo del lavoro e nelle relazioni affettive.”

Evitando disastrose macedonie

str20.jpgOggi prima ora, citando “Vivere, amare, capirsi” di Leo Buscaglia a proposito dell’dentità:

“Lo so perché sono sempre disperata. E’ perché voglio essere amata da tutti, ed è umanamente impossibile. Potrei essere la pesca più deliziosa, più squisita, più meravigliosa del mondo e potrei offrirmi a tutti. Ma ci sono quelli che sono allergici alle pesche. E allora vorrebbero che io fossi una banana. E così spesso,noi diventiamo una banana per quelli che vogliono le pesche. Che macedonia disastrosa! E’ giusto dire: Mi spiace,ma non posso essere una banana. Se potessi mi piacerebbe essere una banana per voi,ma sono una pesca. Se sapete aspettare troverete qualcuno a cui piacciono le pesche. E allora potete vivere la vostra vita come una pesca, non dovete viverla come una banana! Quanta energia si spreca per essere una banana, quando si è una pesca!”.

Bagno collettivo

In una quarta ne abbiamo parlato proprio oggi…

Lettera agli uomini

I rischi della rete. L’attenzione per i soggetti deboli. Il ruolo degli adulti, della scuola e degli educatori. La diversa percezione dell’uomo e della donna, anzi, del maschio e della femmina. L’articolo è di Alessandro D’Avenia, pubblicato su La Stampa la scorsa settimana. Lo leggeremo in classe e ne parleremo.

“Uomini. Adulti e giovanissimi. È a voi che scrivo queste righe. A voi che siete convinti debolezza.jpgche la carne di una ragazza sia il tiro a bersaglio della vostra debolezza. A voi che pensate di poter giocare con la dignità di una ragazzina soltanto perché è una ragazzina.

Prima Amanda Todd. All’inizio di ottobre in Canada. Quindici anni. Si uccide perché un trentenne che l’ha circuita via web ha pubblicato su Facebook le foto di lei in topless. Nessuno sa chi è il colpevole e ci devono pensare gli hacker di Anonymous a scovarlo. Però uno pensa: son cose che succedono solo in America. Ma adesso è toccato a Carolina, nella italianissima Novara. Quattordici anni e un tuffo dal balcone per sfuggire alla persecuzione di un video o di una foto pubblicati sul web e sui social network, in cui lei è protagonista. Ma perché dico protagonista? In quel video era con un ragazzo, ma naturalmente lui non deve vergognarsi, perché lui è maschio, può permettersi quel che vuole. Poco importa se fosse il suo ragazzo o meno: il punto è che lui è maschio, quindi in ogni caso, non deve vergognarsi di nulla e nessuno ha nulla da dirgli. Tanto meno quelli che hanno girato quel video o scattato quelle foto per infierire su quella carne che magari poco prima avevano desiderato.

La fragilità di Carolina è terreno fertile per maschi che per sentirsi tali ne hanno fatto il facile pasto della loro inadeguatezza e frustrazione. Se al centro dell’attenzione ci fosse stato un ragazzo, gli altri, invece di trasformarsi in branco violento, gli avrebbero fatto anche i complimenti. Servono vittime al maschilismo consumista della nostra non-cultura. E le vittime sono quelle che si portano addosso i segni della vittima: chi meglio di una ragazzina?

Carne fresca per sfogare la violenza repressa e mai riconosciuta dentro di sé, abbandonata da un dibattito culturale preoccupato più dello spread e delle vacanze della Minetti che della famiglia e della scuola, che fanno acqua da tutte le parti. A poche settimane dal voto, mi sarebbe piaciuto ascoltare un politico, uno solo, parlare dell’emergenza educativa in cui siamo piombati, a motivo della crisi di famiglia e scuola. La crisi non è solo economica: i genitori non hanno soltanto il problema di pagare le rate, ma di proteggere i figli in e fuori dalla rete. Non basta pareggiare un bilancio per costruire il bene di un Paese.

Guardando al passato, la società della vergogna era quella omerica, in cui il rapporto faccia a faccia tra i componenti non tollerava alcun errore che ledesse la dignità eroica dell’individuo: “essere” si riduceva ad apparire degni del proprio ruolo e l’occhio degli altri era giudice severissimo. Non è cambiato granché. Una nuova società della vergogna sta emergendo con i social network. Facebook e Twitter, grandi protagonisti della vicenda di Amanda e Carolina, possono essere usati come strumenti di una gogna digitale incontrollabile, scatenano il tam tam sulla vittima designata e i lapidatori si addensano attorno alla preda, in attesa che qualcuno scagli la prima pietra, perché la violenza – si sa – è piuttosto gregaria.

Non trovo molta misericordia nei social network, ma più spesso l’occhio implacabile del gossip famelico e invidioso. Insomma, Facebook e Twitter se usati male alimentano una nuova società della vergogna, in cui siamo misericordiosi con noi stessi e carnefici con gli altri. Ma il problema non è solo nei social network, strumento che si presta alla logica femminicida né più né meno di quanto un coltello ad un omicidio, il problema è una cultura che uccide la donna, prima ancora che materialmente, spiritualmente: spogliandola e paragonandola ad oggetti, soggiogandola con offese verbali e fisiche, per il solo fatto di essere donna. Con o senza sfumature di grigio.

Colgo spesso nelle mie alunne la paura di un maschio aggressivo, offensivo, violento, anche solo verbalmente. Colgo in alcuni ragazzi il virus di chi pensa che la virilità sia forza per colpire, anziché forza per proteggere.

Lo ripeto, il problema è educativo. È in crisi, da un po’ troppo tempo, il rispetto della dignità della persona. Una cultura che non riconosce la dignità della vita quando è fragile non può che fare violenza alle donne. Il vero femminicidio, e qualsiasi tipo di violenza, non si palesa all’improvviso ma comincia lì, dall’educazione ricevuta da bambini e adolescenti a scuola e soprattutto a casa. Carolina era il bersaglio perfetto: si è uccisa perché fragile, ma quanta della sua fragilità suicida non è il risultato di un mancato ascolto da parte di chi era intorno a lei?”

Un canto ladino

Ho scoperto su Il venerdì la cantante Yasmin Levy e ora la sto ascoltando e yasmin-levy-konser-müzikoza.jpgapprezzando. Racconta di sé: “Nata nel 1975 a Gerusalemme, città dove sono poi cresciuta, canto in ladino, spagnolo, ebreo antico e interpreto brani di mia composizione, ma anche alcuni temi della tradizione, con un mio particolare stile che si richiama a flamenco e fado. La musica sefardita e il ladino non sono nati per stare sul palcoscenico. Non sono canzoni per i concerti, ma pezzi che i giudei cantavano per l’anima in quanto quella musica, il ladino e la memoria erano le uniche cose che gli ebrei poterono portare con sé quando furono espulsi cinquecento anni fa dalla Spagna. Direi che solamente negli ultimi cinquant’anni abbiamo cantato queste canzoni anche per il pubblico e si tratta di canzoni che le donne cantavano mentre facevano i lavori di casa e che gli uomini intonavano nella sinagoga, cioè canti liturgici. Non sono canzoni difficili da interpretare, la musica sefardita si canta come una ninna nanna, con molto amore, è molto delicata, ma senza passione, è un canto di testa. Il nostro è un canto molto melodrammatico, ma la maggioranza delle persone del pubblico mi chiedono spesso del perché di tanta malinconia, perché di tanta tristezza. E’ vero in questo repertorio c’è molta tristezza e io paradossalmente mi esprimo al meglio quando c’è questo clima cupo.”

Vorrei sbrigarmi a uscire dalla vergogna

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Sotto Natale ho letto in un boccone “Tutto torna” di Giulia Carcasi. L’inizio per me è stato fulminante, una scossa perché qualche anno fa ho scritto un breve racconto simile al suo incipit. E mi è tornata in mente Anna, mia nonna, e il pensiero oggi va a lei, lassù…

“Il mio bambino, non trovo il mio bambino,”grida una donna, s’aggrappa a chi passa.

Le chiedono: calma, cos’è successo.

Il bambino vuole camminare senza essere tenuto per mano, certe volte s’impunta così tanto che lei lo lascia fare, ma lo segue con lo sguardo, sta attenta. È stato un attimo, giura, un battito di ciglia e il bambino non c’era più. Maledice se stessa.

Le chiedono com’è fatto, quanti anni ha, come si chiama.

È un bambino sensibile al buio, risponde, come bastasse a riconoscerlo tra mille, di notte vuole la luce accesa sennò non s’addormenta. Gesù, se il bambino sta al buio è capace che impazzisce. Lei ha paura soltanto al pensiero che lui possa averne, nessuno in una vita intera, nessuno potrà arrivare a conoscerlo come lei lo ha conosciuto subito da subito, sentirlo come lei fa. Si piega sulle ginocchia e nello spavento si culla.

Quando vedo la folla intorno e lei al centro, porca puttana penso.

Un poliziotto chiede a tutti di stare indietro: un bambino è stato rapito. Mi faccio avanti e dico quello che devo.

“Questa favola la racconterà in commissariato,” m’interrompe l’agente appena inizio a spiegargli: ha il sospetto che io stia tentando d’intralciare o, addirittura, depistare le indagini.

“I documenti,” vuole, intanto guarda lei e ciecamente le promette giustizia.

“I documenti,” ripete mentre li sto cercando e penso che è assurdo: a un’emozione si crede, la verità ha bisogno di prove.

“Non li trova?” insinua, allora gli domando se anche a lei li ha chiesti.

“Le domande le faccio io,” mette in chiaro il poliziotto: non li ha chiesti.

Da una cartella tiro fuori i documenti, i miei e quelli di lei, l’agente li controlla con la faccia di uno che ha mischiato giorno e notte. “Prenda la signora e se ne vada,” mi avverte: che non accada più, come se lei e io avessimo scelta.

Provo ad alzarla da terra, mi scaccia, io la scacciavo quando voleva tenermi per mano. “Mi lasci”, non si muoverà da quel punto finché non ritrovano suo figlio.

Mi avvicino ancora, le parlo sottovoce, è un segreto nostro: il poliziotto mi ha detto che il bambino è in salvo, lo riporteranno direttamente a casa, dobbiamo andare a casa ad aspettarlo, altrimenti busserà alla porta e non la troverà.

“Dice davvero?”

C’è un istante, ogni volta che non mi riconosce, un tempo minuscolo e immenso in cui anche io dubito di me.

Glielo assicuro e non so se sono sincero o mento o tutt’e due, so che non ci farò mai l’abitudine, mentre lei ride ride e ringrazia il cielo. La prendo sottobraccio, gli altri ci fissano, con lentezza lei si alza e io vorrei sbrigarmi a uscire dalla vergogna. “Su, andiamo, mamma.”

Non mi sono perso e non mi hanno rapito.

Sono cresciuto e lei lo dimentica.

Le sue mani erano le mie

La prima volta che ho sentito parlare di Simona Atzori è stato quando a casa mi è arrivato il numero 13 della rivista di filosofia Diogene Magazine: era il febbraio 2009. Ieri sul sito del Corriere ho trovato questo suo articolo, scritto a pochi giorni dalla perdita della madre, avvenuta la vigilia di Natale. E’ una storia che sento molto vicina e che mi ha mosso alle lacrime.

«Le sue braccia sono rimaste in cielo e nessuno ha fatto tragedie» ha scritto il grande e caro amico Candido Cannavò, cogliendo in una semplice frase il senso più grande della mia vita. Sono nata così, senza le braccia, da due genitori straordinari che mi hanno accolto senza tragedie, ma con tanto amore e positività. Siamo cresciuti insieme, creandoci un mondo che rispecchiava la nostra prospettiva, con le mie «mani in basso» e con la voglia di trovare il nostro posto in questo mondo, che a volte fa fatica ad accorgersi di quanto sia bello e prezioso il fatto che tutti noi siamo diversi.

simona atzori 2.jpgDue braccia che all’apparenza non ci sono, ma che diventano 4, poi 8, poi mille e poi infinite perché hanno il desiderio di accogliere tutte le braccia che hanno voglia di donarmi il loro amore e il loro aiuto. Non so esattamente cosa abbia provato la mia mamma la prima volta in cui mi ha tenuta tra le sue braccia, ma so con certezza che da quell’istante lei mi ha scelta per la seconda volta come sua figlia, per donarmi tutto il suo amore e farmi crescere con serenità.

«Vivi la tua vita con serenità, come ho sempre fatto io», mi ha detto un giorno la mia mamma. Parole preziose che mi accompagnano ogni giorno e che ora hanno acquistato un senso ancora più grande. Insieme a lei sono cresciuta e ho sognato, credendoci così tanto e impegnandomi in ogni momento della mia vita, ma sempre con lei al mio fianco. Quando ci dicevano che non potevo fare qualcosa, io la guardavo e lei mi sorrideva dolcemente e mi diceva «sì» con la testa e non mi serviva altro. Sono diventata una pittrice e una danzatrice insieme e anche grazie a lei, perché non ci siamo mai arrese.

Il 24 dicembre la mia mamma ha concluso il suo viaggio in questa vita. Quando le persone lasciano la terra alla vigilia di Natale si dice che stiano accompagnando la Vergine nella nascita di suo figlio. Il pensiero che lei non abbia smesso di essere madre mi ha dato quel senso di serenità che lei mi aveva augurato. Però non basta, il dolore che si prova quando si perde la propria mamma è qualcosa che non si può spiegare e nemmeno immaginare prima. Ora ho due braccia in meno. Lei mi ha tenuto stretta tra le sue braccia il giorno in cui sono venuta al mondo ed io le ho tenuto la mano nel suo ultimo respiro. La sensazione di solitudine che mi pervade è immensa, in alcuni momenti è dolorosa anche fisicamente. Molti dei miei gesti quotidiani erano fatti insieme a lei. Le sue mani erano davvero anche le mie nel modo più spontaneo e sincero possibile. Una sensazione che solo una mamma può provare quando il proprio bambino è piccolo, ma una sensazione che le mamme che hanno un figlio con delle necessità particolari provano tutti i giorni, anche quando i propri figli non sono più bambini. Ora questi gesti mancano come l’aria che respiro e assumono un significato diverso. Ho avuto sei mesi di tempo per abituarmi a questa mancanza, da quando questa malattia ha reso il suo corpo così debole. Sono stati mesi che sono serviti a lei per vedere che potevo farcela e che potevo volare, come lei mi diceva sempre. «Tu devi volare…», ci ha creduto sempre, in ogni istante della sua vita, anche quando aveva tutti contro. Non si è mai arresa e ha lottato insieme a me perché gli altri potessero vedere quante cose la sua bambina sapeva e poteva fare. Ha lottato fino alla fine nel modo più dignitoso e straordinario possibile. Amava la vita e non si poteva arrendere dopo averci creduto così tanto. Il suo corpo non ce l’ha fatta, ma il suo spirito è ancora vivo. È vivo dentro me e tutte le persone che l’hanno amata e apprezzata come donna, moglie, madre, nonna e amica.

Sapevo che ci sarebbe stato un «dopo di lei», ma non lo immaginavo, non così presto e non dopo tanta sofferenza. E ora questo momento è arrivato, non è più un «dopo» ma un «adesso». Sento che mi ha lasciato tutti gli strumenti necessari per vivere e volare come voleva lei, come mi ha insegnato lei e lo devo fare proprio senza di lei. Non so ancora come farò, ma so che lo devo fare anche per lei. In questi anni di attività artistica sono spesso venuta in contatto con realtà impegnate nel realizzare progetti e servizi per garantire un futuro sereno alle persone con disabilità e ai loro familiari. Progetti importantissimi e fondamentali per molte famiglie che altrimenti non saprebbero come fare. È già difficile per un figlio sopravvivere alla morte di un genitore, poi per un figlio che ha vissuto tutta la vita con l’aiuto amorevole e spontaneo dei suoi genitori, trovarsi senza è come morire. Chissà quante volte la mia mamma avrà pensato al momento in cui non sarebbe più stata lei a «donarmi» le sue mani e quante preoccupazioni che non mi ha mai fatto percepire. In questi anni mi ha aiutato a costruirmi delle basi su cui fondare la mia vita, sapendo che mi avrebbero aiutato anche nel momento in cui lei non sarebbe più stata accanto a me. Lo ha fatto in mille modi e forse solo ora lo comprendo realmente, perché lei non c’è più, ma tutto quello che abbiamo costruito resta e ora sta a me portarlo avanti.

Questa è la prova più grande della mia vita, è come se fossi nata una seconda volta, senza le sue braccia di madre, ma con le braccia di tante altre persone che mi circondano e che non mi permettono di sentirmi sola. Ho tutti gli strumenti per ricominciare questa vita e li ho costruiti tutti con il suo sostegno. Ora devo volare da sola… Ce la posso fare, perché lei ci ha sempre creduto e io continuerò a crederci anche per lei.

Noi bussiamo alla soglia

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I primi soldi di quest’anno 2013 mia moglie ed io li abbiamo spesi in una libreria: spero sia di buon auspicio. Tra i nove libri portati a casa ho iniziato a leggere “Tu, mio” di Erri De Luca e sono rimasto affascinato, tra le altre cose, da queste parole:

“Non ho avuto intimità col fondo, con quelli che s’immergono coi fucili. Nicola non sapeva nuotare e mi ha trasmesso il rispetto per il fondo. Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi, dai pescatori. Chi va sotto a prendersela con le sue mani la risposta, fa il prepotente col mare. A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua. Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell’acqua, non dobbiamo entrare in casa sua da padroni.”

Mi sono venute in mente le relazioni tra le persone, le prepotenze che talvolta si manifestano senza il rispetto per le varie profondità che si custodiscono dentro gli uomini, le violenze di piegare gli altri ai propri fini e alle proprie aspettative. Mi sono venute alla mente le parole di Henri Nouwen che sembrano essere quasi un controcanto di accoglienza verso chi si ama: “A volte immagino che il mio intimo sia come un posto irto di aghi e di spilli. Come accogliere qualcuno se non vi può riposare pienamente? Un cuore agitato di preoccupazioni, rabbia e gelosia, causa delle ferite a chi vi entra. Devo creare in me una zona libera per poter invitare gli altri ad entrare e a guarire… Ciò significa una interiorità dolce e non un cuore di carne e non un cuore di pietra, uno spazio dove si camminare a piedi nudi” (Al di là dello specchio).

Col meccanico no, con l’autista sì

La storia di Manal Al-Sharif raccontata da Paola Zanuttini su Il venerdì.

donne-al-volante-pericolo-distante-in-arabia--L-CqHi17.jpeg“Certe persone ci mettono tanto a prendere la patente. Manal Al-sharif è una di queste, a 33 anni non c’è ancora riuscita. Non per colpa sua, perché la grinta non le manca, visto che è un’attivista per i diritti civili in Arabia Saudita. Quest’anno il Daily Beast l’ha inserita nella lista delle 150 donne più coraggiose del mondo e Time in quella dei 100 personaggi più influenti, ma il permesso – o il diritto – di guidare non l’ha ancora ottenuto. E’ una storia lunga quella della sua patente. Inizia nel tumultuoso autunno 1979, quando la Grande Moschea della Mecca fu sequestrata per due settimane da un manipolo di fondamentalisti decisi a rovesciare la dinastia saudita «schiava di Satana e dell’America». Per alcuni storici quell’assalto e le 400 morti che causò furono la prima scintilla di Al Qaeda. Teoria supportata dal fatto che, all’epoca, la moschea era in fase di restauro e i lavori erano affidati al Saudi Binladin Group, corporation della famiglia Bin Laden, peraltro molto vicina alla Casa reale. Maestranze e tecnici avevano libertà di movimento nel santo luogo e pare l’abbia avuta anche uno dei 51 fratelli e fratellastri di Osama, tal Mahrou, che risultò implicato. Negli stessi giorni, Manal sgambettava nella culla, ignara della sterzata che quegli eventi avrebbero imposto alle saudite. Se ne accorse crescendo. Perché la vicina rivoluzione khomeinista e i focolai interni di fondamentalismo avrebbero indotto il governo saudita a uno strategico rispolvero delle vecchie tradizioni, da imporre alla fascia più debole della popolazione: le donne. Che, fino allora, se l’erano passata assai meglio. Prima di essere private dello sterzo e altri strumenti di autonomia, le più emancipate guidavano perfino i camion. Oppure invitavano in casa i maschi non di famiglia per il tè, con l’accortezza di lasciare aperta la porta d’ingresso. E camminavano per strada senza l’abaya o il niqab, indumenti che invece Manal indossava il 21 maggio 2011, quando ha dato scandalo guidando un’auto in un’area privata della sua città, Khobar, facendosi riprendere da un’altra attivista e postando su YouTube e Facebook un filmato nel quale, oltre a mostrare la sua sfida, chiedeva che alle donne si insegnasse a guidare, perché «Che può succedere se, Dio non voglia, l’uomo al volante ha un infarto?».

Imprigionata nove giorni, è stata poi costretta a firmare una lettera in cui chiedeva perdono e prometteva di non riprovarci. Intanto, il suo video era stato visto da 700 mila persone in due giorni e cento donne avevano seguito il suo esempio. A dimostrare che la storia della patente di Manal e le altre è infinita, basta un dettaglio: l’autrice delle riprese è Wajeha Al Huwaiden che aveva lanciato in rete la stessa sfida nel 2008. Anche nel 1990, a Riyad, 47 donne erano state imprigionate per lo stesso reato, che poi non è un reato: nessuna legge impedisce alle saudite di guidare. La cosa è più subdola: a loro non si rilascia la patente. È solo un fatto culturale. Lo dice anche re Abdullah che, con la sua allure progressista, prevede miglioramenti della condizione femminile nel suo regno, ma invita alla pazienza. Addetta alla sicurezza per l’informatica e le comunicazioni di Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, Manal ha imparato a guidare (e ha guidato) a Boston, dove l’azienda l’aveva inviata per un certo periodo nel 2009. È divorziata: pare che il suo sposo fosse troppo all’antica. Per ottenere la custodia del figlio di sei anni ha affrontato una saga giudiziaria, ma sugli alimenti non l’ha spuntata: neanche un rial dall’ex marito. Deve essere un altro paradosso della disparità in Arabia. Dove un moglie violentata che vuole sporgere denuncia deve farsi accompagnare alla polizia dal marito, che l’ha appena maltrattata, perché certifichi la sua identità. In passato, a Manal questi paradossi non facevano effetto, anzi: da bambina bruciava le cassette pop del fratello la cui musica – diceva 1l mullah – usciva dal flauto di Satana. Alla facoltà di Informatica non obiettava sulle classi separate, o segregate. E, per un certo periodo, è stata simpatizzante di Al Qaeda. L’11 settembre, vedendo in tv la gente che si buttava dalle Torri, ha cambiato idea. Già l’anno prima aveva confutato le opinioni musicali del mullah: scaricata da internet Show Me the Meaning of Being Lonely dei Backstreet Boys, l’aveva trovata «pura e innocente».

Se il 2011 è stato l’anno dell’improvvisa notorietà globale di Manal, il 2012 è stato l’anno del consolidamento, ma anche del tentato picconamento del suo mito. Il 23 gennaio è uscita la notizia che era morta: in un incidente automobilistico presentato come la punizione divina per la sua sfrontatezza. Lei ha smentito su Twitter, dove conta novantamila follower. La punizione terrena è arrivata a maggio: dopo dieci anni di onorato servizio, Aramco, che non aveva digerito tutta quella cagnara femminista, l’ha licenziata togliendole anche un benefit aziendale non da poco: la casa in cui abitava con il figlio. Lo stesso mese, il freedom Forum di Oslo le conferiva il Premio Václav Havel per il dissenso creativo. In un Paese che nega alle donne il voto e impone loro un guardiano maschio (il padre o il marito), la creatività del dissenso di Manal si configura nella sua capacità di sintonizzarsi con la cultura saudita. I conservatori aborrono l’ipotesi delle donne al volante per i seguenti motivi: se guidano, scoprono per forza il viso ed escono di casa più liberamente, sfiorando la possibilità di avere contatti con uomini estranei alla famiglia: come il meccanico, in caso di guasti o incidenti. C’è anche il rischio che creino disoccupazione fra tutti quei ragazzi che si guadagnano la vita facendo gli autisti. Senza contare che il flusso di neopatentate – fragili ed emotive per natura – ingolferebbe le strade. Manal non ha sbertucciato queste discutibili posizioni. Ma, arguta, ha confessato che l’ora X della sua insofferenza è scoccata una sera, all’uscita dall’ospedale dove aveva portato il figlio: aveva aspettato un taxi per un’ora subendo insulti e molestie dai passanti. Ha spiegato poi che non tutte le famiglie possono permettersi un autista stipendiato. E ha cautamente suggerito che la possibilità di guidare proteggerebbe la sicurezza ela dignità femminile. Argomento vincente, sulla scia dello scandalo sollevato dal caso di una signora stuprata dall’autista di famiglia. Altro paradosso saudita, quello degli autisti: le donne non possono stare a contatto con il meccanico, ma con lo chauffeur sì.”

Voglia di cielo

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Per quanto cerchiamo di saltare o di volare in alto, noi non riusciremo mai a raggiungere il cielo. Se, invece, ci mettiamo a contemplarlo e a fissarvi il nostro sguardo, il cielo scenderà, ci avvolgerà e ci abbraccerà… (Simone Weil).

L’eternità attraverso il momento

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Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento. (Henri Cartier-Bresson)

Buon anno!

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