Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, sport

Duro come la vita, bello come la vita: il rugby

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Sto attraversando un periodo di disamore per il calcio: da curvaiolo convinto per qualche anno a persona che ogni tanto guarda qualche partita. E così ho aumentato la frequentazione televisiva con altri sport che comunque ho sempre, bene o male, seguito: baseball, football americano, soprattutto rugby. Ed ecco che trovo su Avvenire un bell’articolo di Vittorio E. Parsi, un inno al rugby, alla vita, alla speranza.

“Chi domenica ha avuto il privilegio di essere allo stadio Olimpico di Roma sa bene di essere stato partecipe di un evento il cui significato va oltre il pure importante ambito sportivo (con la storica vittoria italiana). Sessantamila persone, assiepate spalla a spalla, senza alcuna distinzione tra francesi e italiani, convenute sulle rive del Tevere per sostenere i propri colori: tutti insieme, senza reti, gabbie e schieramenti di polizia a separarli, perché accomunati innanzitutto dall’amore per uno sport senza tempo, che neppure la tv e il professionismo hanno saputo rovinare. E in campo 30 uomini che si sono battuti letteralmente fino all’ultimo secondo per sopraffarsi a vicenda, dandosele di santa ragione, eppure pronti a riconoscersi fratelli, gli uni per gli altri. Bisogna forse averlo giocato, il rugby, per capire fino in fondo come la lotta e il rispetto formino le due facce inscindibili di un’unica medaglia. Perché è dall’asprezza della lotta, dal sudore e dal dolore per i colpi subiti, per la vera fatica che si fa a conquistare e a difendere ogni singolo metro del campo di gioco che scaturisce il rispetto per l’avversario il quale, come te, sta dando il massimo (e anche di più) per avanzare. Si corre, si placca e ci si affronta per portare la palla avanti di qualche metro, e per proteggerla: tutti insieme, perché questo è il rugby, uno sport in cui nessuno è così “fenomeno” da poter vincere da solo e dove il contributo di ognuno è decisivo per portare la palla oltre la linea di meta. È uno sport serio, in cui si parla poco, e in cui le “moine” e le “simulazioni” non trovano spazio. Duro come la vita, bello come la vita e leale come la vita dovrebbe sempre essere, anche se a volte non lo è. Il rugby è pura educazione sentimentale, perché costringe a fare del coraggio, del sacrificio, della lealtà, dell’umiltà e dell’altruismo una pratica quotidiana: senza tante parole, senza troppi discorsi, ma semplicemente correndo, spingendo e placcando perché, come amano ricordare i rugbysti, «noi mettiamo la faccia in posti dove molti altri non metterebbero neppure un piede». Eppure, non c’è nessuna spocchia in queste frasi, ma semplicemente il monito rivolto innanzitutto a noi stessi che tutto questo è possibile solo perché hai la certezza di poter contare sul sostegno di un compagno – sempre – disposto a sacrificarsi per te come tu faresti per lui. Credo sia proprio questo tipo di messaggio che sta avvicinando al rugby tanti neofiti e lo sta trasformando in uno degli sport più seguiti e amati, ampliandone il numero dei praticanti. Al di là di ogni retorica, basta fare un giro per i campi in cui tanti giovanissimi giocano ogni week-end, vedere che cosa sono le rugby moms, per capire di che cosa stiamo parlando. Il rispetto che impari sul campo, con l’ovale stretto al petto, non ti abbandonerà mai anche fuori dal rettangolo di gioco, e saprai praticarlo anche nei confronti di chi nella vita ha commesso errori magari gravi. Perché se è vero che il rispetto te lo devi conquistare con il coraggio, è altrettanto vero che a chi mostra coraggio il rispetto è dovuto. E cosa c’è di più coraggioso che provare a cambiare una vita sbagliata? È proprio questo spirito che lega la partita di domenica a un’altra storia di rugby, che avrà luogo domani, quando, il “Grande Brianza Rugby” e il “Rugby Monza” terranno a battesimo la squadra dei detenuti del carcere di Monza, che da settembre hanno contribuito a far nascere ed allenare. Una storia di rugby, come tante altre, nata dalla circostanza che il campo di allenamento brianzolo confina con la casa circondariale: un luogo di dolore e uno di gioia, due mondi diversi, incapaci di ignorarsi, uniti dai valori che la palla ovale incarna e rappresenta, perché il rugby non è solo il nostro sport, ma è anche uno stile di vita e dare sostegno a chi ha bisogno di aiuto non è solo un aspetto del nostro gioco, ma è un modo di essere.”

Pubblicato in: Storia

Occhi aperti sul confine sud

Pubblico un articolo di Lorenzo Declich sulla Tunisia. E’ utile perché riassume un po’ i fatti, chiarisce la dubbia questione integralisti-laici, propone possibili sviluppi degli eventi. Dal sito di Limes, nella sezione dedicata alla Tunisia. Da leggere con un occhio aperto sulla giornata di domani.

“Da mercoledì 6 febbraio la Tunisia è in rivolta, anche se rispetto alle manifestazioni di Chokri-Belaid.jpgdue anni fa ci sono importanti differenze. La mattina del 6 febbraio è stato assassinato in un agguato di fronte alla sua abitazione Chokri Belaid, segretario generale del Movimento patriottico democratico e membro di spicco del Fronte popolare, che raggruppa 15 movimenti della sinistra d’opposizione tunisina. Le circostanze dell’agguato sono tutt’altro che chiare. Nadia Deoud, giornalista free lance che abita nello stesso palazzo di Belaid, ne è stata testimone oculare: “Ero affacciata dal balcone quando ho visto l’autista, in attesa dell’arrivo di Belaid, parlare con qualcuno. L’agguato è avvenuto verso le 7:50 del mattino. Una volta che Belaid ha raggiunto l’automobile due persone a bordo di un motorino si sono avvicinate sparando prima un colpo e dopo altri tre in rapida successione. La cosa che mi ha più sconvolta è stata la mancata reazione dell’autista di fronte all’imminente assassinio del dottor Belaid”.

Chokri viene portato in ospedale ma non c’è nulla fare. All’uscita, l’ambulanza che trasporta le sue spoglie viene accolta da una folla commossa. Urlano slogan rivoluzionari, fanno il takbir, intonano l’inno nazionale. Poi su Avenue Bourghiba la polizia disperde quel corteo spontaneo coi lacrimogeni. Nel giro di poche ore la Tunisia è in fiamme. Tunisi, prima di tutto. Scontri, arresti di attivisti, la polizia entra nei locali del sindacato, l’Ugtt, per “inseguire” alcuni manifestanti che vi si erano rifugiati. Muore un poliziotto. Poi Monastir, Nabeul, Sus, Biserta, Beja, el-Kef, Qayrouan, Kasserine, Mahdia, Gafsa e così via. I manifestanti occupano le sedi di Ennahda, in alcuni casi danno loro fuoco, altrove le saccheggiano. Chiedono le dimissioni del governo. Tutto al contrario rispetto a due anni fa. La protesta parte dal centro e si diffonde verso la periferia, come l’onda di una sasso lanciata in uno stagno. Tutti i portavoce dei partiti si affrettano a condannare l’attentato, una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata. Il Parlamento europeo osserva un minuto di silenzio, e condanna. Il presidente tunisino, Moncef Marzouki, in quel contesto, si unisce al coro. Ma non si dimetterà.

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale. Che la situazione sia esplosiva è chiaro guardando i dati economici. Bilancia commerciale in deficit, industria ferma, turismo in crollo verticale, investitori in fuga, agricoltura in ginocchio. Il ministro delle Finanze, Elyes Fakhfakh annuncia ulteriori aumenti del prezzo dei carburanti, dell’energia elettrica, del tabacco. Il Fondo Monetario Internazionale va in pressing sul governo, chiedendo riforme strutturali: l’ennesimo “richiamo” è del 4 febbraio scorso, quando il governatore della Banca centrale della Tunisia, Chedly Ayari, appare in conferenza stampa congiunta con i rappresentanti del Fondo. In serata arriva l’annuncio delle dimissioni di Karima Souid, la deputata di Ettakatol eletta nella Francia meridionale (una delle circoscrizioni estere del voto tunisino). È troppo poco per un partito che le opposizioni riunite attorno al Fronte popolare, una formazione in grande crescita nel paese formatasi nell’ottobre scorso dalla federazione di diverse sigle della sinistra anche radicale, accusano di accondiscendenza nei confronti del premier Hamadi Jebali e del suo partito, Ennahda. La soluzione, secondo Jebali, è un “governo tecnico”: pochi ministri di comprovato valore, specie nei comparti economici. Qualcosa che va incontro, appunto, alle richieste dell’Fmi e che incassa il placet di Ettakatol e del Congresso per la repubblica, ma che trova l’opposizione proprio di Ennahda, un partito nel quale già da tempo sono in corso lotte fra “clan” per l’egemonia. Secondo uno dei suoi esponenti, Abdelhamid Jelassi, la soluzione sarebbe da trovare in un governo autorevole dal punto di vista politico, il che significa probabilmente l’entrata in campo del leader del partito Rachid Ghannouchi o di qualche esponente della sua cordata. Difficilmente l’una o l’altra soluzione soddisferanno le opposizioni sociali e politiche. Domani, 8 febbraio, Chokri Belaid sarà inumato. Sarà il “venerdì della sfida totale” secondo gli attivisti. Il forte sindacato tunisino si unirà alla protesta, chiamando i suoi iscritti – mezzo milione di persone – allo sciopero generale nazionale, il primo dal 1978.”

Pubblicato in: Etica, musica, Religioni

Il canto di Ofir

Prendo questo articolo di Davide Frattini dal Corriere. Suggerisco di leggere anche alcuni degli oltre 80 commenti presenti sul giornale: c’è chi si lamenta di Israele, c’è chi informa che Israele è anche e soprattutto altro, c’è chi si meraviglia che gli articoli su questioni ben più importanti non abbiano che pochi commenti… Buona lettura.

b-sisterhood-thevoice-012713.jpg.jpg“Ofir porta l’abito nero e giallo con la gonna che copre le ginocchia e le maniche che nascondono i gomiti. Osserva le regole della sua famiglia e del villaggio religioso dove vive, il moshav Nir Galim sulla costa verso sud. Non è bastato ai rabbini che dirigono la sua scuola: Ofir ha cantato da sola in pubblico – davanti a milioni di israeliani – perché ha voluto partecipare al concorso televisivo The Voice , versione locale dello show americano. È stata punita, sospesa per due settimane, i genitori hanno accettato il castigo, non l’hanno tenuta a casa. Ofir Ben-Shetreet è andata avanti, si è presentata ai giudici dello spettacolo che definiscono la sua voce «angelica» e tra loro ha scelto come mentore il «diavolo»: Aviv Geffen, il simbolo della Tel Aviv libertaria e trasgressiva. La rockstar l’ha sfidata a lasciarsi guidare da lui, lei ha intuito che può aiutarla a sviluppare il suo talento di diciassettenne.

Zvi Arnon, il rabbino del villaggio, giustifica la decisione della scuola (che sta ad Ashdod, metropoli portuale poco lontana), la sospensione è arrivata dopo le proteste dei genitori di altri allievi. «Per me Ofir resta – ha commentato in un’intervista al Canale 7 – una giovane con una forte moralità, molti nel villaggio la difendono. Ma nessun leader religioso può permettere che una donna canti davanti agli uomini». La regola del kol isha è tra le più contestate dai laici, viene applicata alle cerimonie di Stato o militari, dove spesso i soldati ortodossi lasciano la sala per non ascoltare le donne cantare. Un anno fa la Giornata della Gioventù aveva spaccato la cittadina di Kfar Sava, quando i movimenti religiosi avevano preteso che nessuna ragazza si esibisse.

«Io canto fin da quando sono bambina – racconta Ofir – e sento il bisogno di realizzare il mio talento. La Torah vuole che siamo felici e invita ad ascoltare la musica per esserlo. Credo sia possibile conciliare le regole con questi insegnamenti, per questo ho scelto di partecipare allo show». Rabbini moderati come Aaron Leibowitz sentono in lei «la voce di una generazione che sta cambiando. Non ha rinunciato alla religione, sta cercando la sua strada attraverso le definizioni classiche di giudaismo. Questi giovani – uso una metafora musicale – stanno attuando un remix». Lo psicanalista Carlo Strenger invita sul quotidiano Haaretz il presidente americano Barack Obama a seguire l’accoppiata Ofir-Aviv Geffen per scoprire «un’Israele normale»: «Le elezioni di fine gennaio sono state presentate come una guerra tra tribù, gli ultraortodossi contro i laici. Dobbiamo capire che siamo una società multiculturale di immigrati che deve imparare la tolleranza per sopravvivere».

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Letteratura

Inginocchiarsi

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“Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino” (Ermanno Olmi)