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Nessuna geometria

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“Pensa: nessuna geometria ha ricavato la formula dell’uovo. Per il cerchio, la sfera, c’è il pigreco, ma per la figura della vita non c’è quadratura” (Erri De Luca, Il peso della farfalla).

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Un adeguamento alle esigenze attuali

Mi è capitato spesso di citare sul blog Asianews. Ecco che il suo direttore, Bernardo Cervellera, si pronuncia sulla Chiesa, intervistato qui da Giacomo Galeazzi.

«E’ arrivato il momento per una riforma che snellisca la Curia romana e la metta di più al servizio della Chiesa di base, quella a contatto con la gente», afferma padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, l’agenzia del Pontificio istituto missioni estere (Pime). «Troppi enti inutili, creati uno o due secoli fa, che ostacolano l’evangelizzazione. Serve un adeguamento alle esigenze attuali».

Chi ha bloccato la riforma?

«Alcuni organismi curiali tendono all’autoconservazione. Ci sono settori della burocrazia che frenano per mantenere ambiti di potere e di influenza. Quand’era cardinale, ho avuto modo di discutere con Ratzinger degli impedimenti alla missione della Chiesa. Tanti papi hanno cercato invano di riformare la Curia. C’è bisogno di un raccordo più forte tra centro e periferia, tra il Pontefice e i vescovi diocesani che operano sul territorio. I cardinali si incontrano varie volte all’anno e hanno una base comune di problemi condivisi”.

Quali sono le priorità?

«Maggior cura nella scelta delle persone. E’ fondamentale dar voce agli episcopati nazionali secondo una percezione mondiale delle questioni della Chiesa. Il cardinale Zen ripete spesso che la sua veste è rossa del sangue dei martiri cinesi. Conta la qualità di chi elegge il Papa, la sua santità e la voglia di testimoniare Cristo. Ma anche chi è in discussione per sue condotte, pur arrancando, può farsi strumento della volontà divina. I cardinali devono essere i primi testimoni. Alessandro VI umanamente era un delinquente ma da Papa ha fatto cose molto importanti: ha scongiurato una guerra tra Spagna e Portogallo, ha evangelizzato le Americhe invece di colonizzarle. Le cose della Chiesa non vanno guardate secondo categorie solo mondane. Dio parla anche attraverso le debolezze degli uomini».

È l’ora di un Papa extra-europeo?

«Il punto non è la nazionalità, ma la visione globale. È vero che l’economia e la politica si stanno spostando verso l’Oriente. Però va individuatala persona più santa possibile che sappia testimoniare la fede e guidare la Chiesa. Non conta che sia europeo, africano o asiatico. La Chiesa è l’organismo più internazionale che esista. Ogni Pontefice ha la sua personalità. Tutti dicevano che Benedetto non fosse comunicativo come Wojtyla. E invece nelle catechesi è stato seguito da folle. Ci sono modi di comunicare meno facili e spettacolari ».

Sarà un conclave «global»?

«La Chiesa è cattolica perché Cristo abbraccia nella sua missione di salvezza tutta l’umanità. Papa Ratzinger ha riaffermato l’universalità e la capacità della fede di entrare in tutte le culture del mondo, operando una netta separazione fra il “regno di Dio” e ogni regno terreno: non armi, violenza, potere, ma testimonianza della verità e dell’amore. Molti conclavisti rappresentano Chiese che subiscono persecuzione o si scontrano con poteri fondamentalisti, mafiosi, politici, militari. Per esempio, dalla Nigeria, coi massacri nelle chiese, al Libano scosso dalla guerra civile in Siria, dalle Filippine, dove da anni si cerca di imporre il controllo sulle nascite, all’India dove la minoranza cristiana è spesso oggetto di emarginazione e violenza da parte di gruppi nazionalisti indù».

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Un papabile in saio e sandali

Prendo da Vatican Insider un articolo di Andrea Tornielli.

4277128451_ebd99b5ebc.jpg“C’è un «papabile» che ha già raggiunto Roma da qualche giorno. Indossa il saio dei cappuccini, il suo abito religioso, ha una figura imponente. È un uomo di preghiera, determinato, chiamato dieci anni fa a compiere un miracolo considerato impossibile: ridare credibilità alla Chiesa di Boston, sgretolata dallo scandalo pedofilia che aveva costretto alle dimissioni il cardinale Bernard Law. Ha un nome irlandese doc, Patrick O’Malley, è stato missionario nelle Isole Vergini, ha lavorato molto nell’assistenza alle comunità dei latinos statunitensi, è in prima fila nella difesa della vita. Il cardinale cappuccino non è un candidato che entrerà in conclave sostenuto da un consistente pacchetto di voti, come potrebbe invece accadere, con buona probabilità, per il canadese Marc Ouellet. È piuttosto un outsider, un candidato a sorpresa, su cui potrebbero puntare gli elettori dopo uno stallo nelle votazioni. L’arcivescovo di Boston unisce in qualche modo nella sua persona l’Europa e le due Americhe. Quando arrivò a Boston, un tempo roccaforte del cattolicesimo Usa, la diocesi era in ginocchio. I casi di molestie insabbiati, con i preti pedofili spostati da una parrocchia a un’altra, lasciati in condizione di ricominciare i loro abusi su nuove vittime. Una situazione disastrosa: calo di vocazioni, di frequenza alla messa, di credibilità. L’arcivescovo è arrivato senza clamore, con i sandali da frate. Ha cominciato ad ascoltare, ma anche a decidere. Ha avviato un cammino di purificazione e di risanamento, e ora la situazione di dieci anni fa è solo un brutto ricordo. I fedeli hanno ricominciato a tornare in chiesa, le vocazioni sono riprese.

Nato in Ohio, nel 1944, cresciuto in Pennsylvania, ha preso i voti a ventuno anni, entrando nell’ordine dei Frati Minori Cappuccini. Viene ordinato sacerdote nel 1970 e subito trasferito a Washington, nella capitale federale, dove insegna letteratura spagnola e portoghese all’università. Tre anni dopo dà vita a un’organizzazione di assistenza umanitaria per i latinos, i profughi e immigrati dell’America Latina, il «Centro Católico Hispano». Nel 1984 diventa vescovo nella diocesi di Saint Thomas, nelle Isole Vergini Americane. Nel 1992 è promosso a Fall River, in Massachusetts e nel 2002 passa alla guida della diocesi di Palm Beach, in Florida. Soltanto un anno dopo, Giovanni Paolo II lo invia a Boston. Si ritrova a dover fronteggiare una gran quantità di richieste di risarcimento da parte delle vittime degli abusi, e per pagarle mette in vendita l’episcopio, ritirandosi a vivere in una cella monastica. Combatte fino in fondo la pedofilia clericale e soprattutto ascolta le vittime. È lui ad accompagnarne alcune a Washington, nell’aprile 2008, all’incontro commovente con Benedetto XVI. È lui a consegnare nelle mani del Papa l’elenco contenente soltanto i nomi, senza i cognomi, di circa mille persone che hanno subito violenze sessuali da parte di esponenti del clero negli ultimi decenni, perché Ratzinger possa ricordarli nelle sue preghiere. È ancora lui a criticare l’entourage wojtyliano per la gestione del fenomeno negli ultimi anni del pontificato, quando Giovanni Paolo II era ormai ammalato.

Papa Ratzinger lo ha creato cardinale e lo ha annoverato tra i visitatori apostolici inviati in Irlanda per fare un rapporto su come le diocesi hanno trattato i casi di pedofilia. O’Malley, amico di molti porporati, dall’italiano Scola al latinoamericano Maradiaga, è sempre stato in prima fila anche nella difesa della vita e nella lotta all’aborto, e ha benedetto le manifestazioni dei cattolici contrari ai matrimoni gay. Cardinale dalla spiritualità profonda e dallo spiccato umorismo, ha dimostrato sul campo quella capacità di governo che molti elettori oggi ritengono indispensabile per il nuovo Papa chiamato a rimettere ordine nella Curia. Se i cardinali lo scegliessero, sarebbe il primo Papa con la barba dopo Innocenzo XII, morto 213 anni fa.”