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Infografica sul conclave

Molto interessante:

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/come-si-elegge-il-papa/

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Le attese del Centro e Sud America

Maurizio Stefanini è giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Longitude, Theorema, Risk, Agi Energia. Su Limes ha scritto questo articolo sulle ipotetiche aspettative latino-americane sul conclave.

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“L’America Latina ha il 42% dei fedeli cattolici di tutto il mondo: mezzo miliardo su un totale di 1,2 miliardi. Questa maggioranza relativa diventa però minoranza in conclave, con appena 19 cardinali su 117, contro i 62 europei, anche se in Europa vive oggi solo il 25% di tutti i cattolici. Benedetto XVI è stato – dopo Giovanni Paolo II, che vi è passato ben 18 volte – il secondo papa nella storia a viaggiare in America Latina. In precedenza, a essere fiscali, c’era stato anche Pio IX, ma prima di diventare papa: quando ancor giovane sacerdote fu in Cile tra luglio 1823 e giugno 1825 come membro di quella rappresentanza apostolica del nunzio Monsignor Giovanni Muzi, che sarebbe stata la prima missione mandata dal Vaticano ad aggiustare i rapporti con le nuove repubbliche nate dall’insurrezione indipendentista contro la monarchia cattolica spagnola. I viaggi di Benedetto XVI non sono stati numerosi. Il primo è stato fatto in Brasile nel maggio del 2007, due anni dopo l’elezione. In quell’occasione Benedetto XVI visitò San Paolo, Aparecida e Guaratingueta; si vide con Lula; inaugurò il santuario di Nossa Senhora Aparecida e la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e Caraibico (Celam); proclamò il primo santo brasiliano nella figura di Frei Galvão (Santa Paulina era stata canonizzata nel 2002, ma era nata in Trentino, pur essendo emigrata in Brasile a 10 anni); celebrò un incontro con i giovani; visitò un centro per il recupero di tossicodipendenti. Il secondo viaggio è stato in Messico e a Cuba, dal 23 al 28 marzo 2012: il primo di Benedetto XVI in due paesi di lingua spagnola. In Messico, dove restò tra il 23 e il 26, si vide con il presidente Felipe Calderón; sorvolò in elicottero il santuario di Cristo Rey; si riunì con i vescovi messicani: ebbe un incontro con i bambini. A Cuba, dove restò tra il 26 e il 28, si vide con Raúl e Fidel Castro; visitò il santuario della patrona dell’isola Virgen de la Caridad del Cobre, nei 400 anni dal suo ritrovamento; celebrò una messa in Plaza de la Revolución. Proprio questa rubrica registrò come, a parte le contestazioni in Messico per lo scandalo della pedofilia e le polemiche a Cuba per aver subito il diktat delle autorità non dando alcuno spazio ai dissidenti, ci fosse in America Latina una certa delusione verso il successore di Giovanni Paolo II. Una delusione legata proprio a questa apparente disattenzione nei confronti di un’area che non solo è per la Chiesa sempre più importante, ma sta vivendo in questi anni un periodo effervescente di crescita economica e politica (pur con vari problemi vecchi che restano e problemi nuovi che arrivano).

La prima reazione all’improvviso annuncio di Benedetto XVI è stata, come in tutto il mondo, di mera sorpresa. Misurabile dal fatto che in Brasile i relativi titoli di giornale abbiano surclassato quelli sul Carnevale. Poi, ci sono stati commenti in parte calati sulle realtà nazionale. Il cardinale boliviano Julio Terrazas, ad esempio, ha espresso “profondo rispetto”. Il presidente della Conferenza Episcopale del Venezuela Diego Padrón nel dire che Benedetto XVI nel mostrare che non attaccato “al potere per il potere” ha preso una decisione “che dovrebbe essere presa come un esempio dai venezuelani”. Un riferimento velato ma chiarissimo a Chávez, che rimane presidente anche se da due mesi non si hanno più sue immagini dal letto d’ospedale. Il portavoce dell’Arcidiocesi di città del Messico Hugo Valdemar Romero si è detto “scioccato”, ammettendo in un’intervista tv che era “evidente” come Benedetto XVI sia stato danneggiato dagli “intrighi di Roma”, e negando che il successore possa essere messicano. Il vicepresidente della Conferenza episcopale peruviana, monsignor Pedro Barreto, ha parlato di una decisione “che provoca dolore” ma è anche “una manifestazione di grandezza”.

Si è scatenata soprattutto l’attesa per la possibile elezione del primo papa latinoamericano. Tra i papabili provenienti dalla regione, quello con più possibilità sarebbe il brasiliano Odilio Pedro Scherer, arcivescovo dell’enorme diocesi di San Paolo. Non si sa però se la rapida crescita dei protestanti in Brasile lo danneggi – come prova di scarsa “efficienza” – o lo avvantaggi, creando la necessità strategica di dare una risposta “forte” come appunto l’arrivo di un brasiliano al Soglio di Pietro. Dopo di lui viene nei pronostici l’argentino di genitori italiani Leonardo Sandri: un candidato “transatlantico” e poliglotta che dopo essere stato nunzio apostolico in Venezuela e Messico è diventato prima sostituto per gli Affari generali (dal 16 settembre 2000) e poi prefetto della Congregazione per le chiese orientali. Sandri è anche uomo di rapporti con il Medio Oriente e l’Asia, anche se ha perso potere rispetto a quando – come sostituto per gli Affari generali – era il terzo uomo della gerarchia vaticana. Fu lui ad annunciare la morte di Giovanni Paolo II. C’è poi il brasiliano João Braz de Aviz, che dopo sette anni da arcivescovo di Brasilia è stato nominato nel 2011 prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica; è considerato un supporter della Teologia della Liberazione, ma molto moderato, e comunque un personaggio che tende a mantenere un profilo basso. L’arcivescovo di Tegucigalpa e presidente di Caritas Internationalis Oscar Andrés Rodríguez Madariaga, che era un favorito per la successione a Giovanni Paolo II, ebbe problemi perché considerato troppo progressista: in compenso, ora il suo appoggio alla destituzione del presidente Zelaya ha fatto spostare la sua immagine sensibilmente a destra. Un secondo argentino in gioco è Jorge Mario Bergoglio, anche lui di origine italiana: arcivescovo di Buenos Aires, primate d’Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale in Argentina, al conclave del 2005 fu il più votato dopo Ratzinger, sostenuto dai progressisti. Ma sarebbe stato lui a voler fare un passo a lato, preoccupato che la sua candidatura bloccasse il conclave troppo a lungo. Molto stimato dai colleghi latinoamericani, che al momento dell’elezione dei 252 membri del primo Sinodo dei vescovi dopo l’ascesa al Soglio di Benedetto XVI, fu lui il più votato. Ma amerebbe poco gli ambienti romani, ed è considerato di età troppo avanzata. Altri tre brasiliani sono il presidente della Conferenza episcopale brasiliana Raymundo Damasceno Assis, che ha però solo un anno meno del 75enne Bergoglio; il vescovo emerito di San Paolo Cláudio Hummes, a sua volta però 75enne e criticato per eccessivi sbandamenti tra sinistra e destra; e l’arcivescovo di Salvador Geraldo Majella Agnelo. In realtà, i bookmakers britannici non favoriscono nessuno di loro, mettendo invece ai primi tre posti delle quotazioni il nigeriano Francis Arinze, il ghanese Peter Turkson e il canadese Marc Ouellet, che peraltro conosce bene l’America Latina e parla perfettamente spagnolo. Insomma, i latino-americani lo vedono quasi come uno di loro. Ma è proverbiale: “chi entra in conclave papa, ne esce cardinale”.”

 

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Tra la vacanza e il conclave

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Sempre Gianni Cardinale scriveva martedì su Avvenire:

“Come annunciato ieri da Benedetto XVI alle 20 del prossimo 28 febbraio la sede di Roma, la sede di San Pietro «sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice». In quel momento inizierà quindi la cosiddetta «Sede vacante» durante la quale il Collegio dei cardinali non ha nessun potere o giurisdizione sulle questioni spettanti al Papa. Questo vuol dire che fino al 28 febbraio il Papa potrà continuare a fare nomine di vescovi o in Curia e a promulgare decreti o leggi. Dal 1° marzo questi atti non saranno più possibili fino all’elezione del nuovo Pontefice. Nel periodo di «Sede vacante» cessano dall’esercizio del loro ufficio il segretario di Stato, i prefetti, i presidenti e i membri di tutti i dicasteri curiali. Mantengono l’incarico solo il penitenziere maggiore (oggi il cardinale Manuel Monteiro de Castro), il cardinal vicario per la diocesi di Roma (Agostino Vallini) e il cardinale arciprete di San Pietro (Angelo Comastri). Non decade dall’ufficio neanche il Camerlengo (attualmente il cardinale Tarcisio Bertone) che ha il compito di sigillare l’appartamento pontificio, di prendere possesso del Palazzo Apostolico, di curare e amministrare, col consenso dei cardinali nei casi più gravi, i beni e i diritti temporali della Santa Sede.

Con la «Sede vacante» i cardinali, compresi gli ultraottantenni, cominceranno a riunirsi convocati dal e sotto la presidenza del cardinale decano che attualmente è Angelo Sodano. Le norme stabiliscono che il Conclave vero e proprio inizi tra i 15 e i 20 giorni successivi all’inizio della «Sede vacante». Il giorno preciso verrà stabilito dalla Congregazione generale dei cardinali. Al Conclave potranno entrare solo i cardinali con meno di ottanta anni e così Sodano, avendo superato l’età non vi potrà partecipare, come non potrà farlo, per lo stesso motivo, il vice-decano Roger Etchegaray; in Conclave quindi svolgerà il compito di decano il più anziano dei porporati dell’ordine dei vescovi, attualmente il cardinale Giovanni Battista Re. Con le nuove norme è previsto che i cardinali elettori risiedano nella Domus Sanctae Marthae, un edificio moderno costruito proprio per questo scopo, mentre le votazioni si svolgeranno nella tradizionale cornice della Cappella Sistina. Il nome dell’eletto, dopo la tradizionale fumata bianca, verrà poi proclamato dal cardinale protodiacono, incarico attualmente tenuto dal francese Jean-Louis Tauran.

Riguardo alle procedure di voto è da segnalare un intervento operato da Benedetto XVI che ha cambiato in un punto specifico la Universi Dominici Gregis. La Costituzione apostolica del 1996, con un’innovazione per certi versi epocale, infatti stabiliva – al punto 75 – che dopo il trentatreesimo o trentaquattresimo scrutinio, qualora gli elettori non avessero trovato un’intesa, i cardinali avrebbero potuto decidere, a maggioranza assoluta (cioè la metà più uno degli elettori presenti), che si sarebbe potuto procedere anche a votazioni per le quali fosse sufficiente «la sola maggioranza assoluta». Con un motu proprio pubblicato il 26 giugno 2007 Benedetto XVI ha ripristinato la norma tradizionale. Secondo le nuove disposizioni, dopo la trentatreesima o trentaquattresima votazione, si passa direttamente al ballottaggio fra i due cardinali che avranno ricevuto il maggior numero di voti nell’ultimo scrutinio. Anche in questo caso, però, sarà necessaria una maggioranza dei due terzi. Viene inoltre specificato che i due cardinali rimasti in lizza per l’elezione non potranno partecipare attivamente al voto, avranno quindi solo elettorato passivo. In base alle norme attuali poi è severamente proibito violare il segreto del Conclave. Ma mentre per i non cardinali che prestano il loro servizio per le incombenze inerenti all’elezione è prevista la gravissima sanzione della scomunica latae sententiae, per i porporati non è prevista alcuna pena specifica, facendo leva sul loro senso di responsabilità e sullo spessore della loro coscienza (graviter onerata ipsorum coscientia).”

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Il conclave

Domanda di stamattina: prof, ma chi partecipa al conclave? La risposta migliore non può che venire dal giornalista di Avvenire Gianni Cardinale 🙂

“Nel Conclave che si aprì il 18 aprile 2005 i i cardinali con diritto di voto erano 117, ma a partecipare all’elezione di Benedetto XVI furono in 115, visto che per motivi di salute non poterono giungere a Roma il messicano Adolfo Suarez Rivera e il filippino Jaime Sin. Anche per il prossimo Conclave, in calendario ormai per marzo, i cardinali elettori previsti – ad oggi –, sono 117, tenendo conto del fatto che il porporato ucraino Lubomyr Husar compirà ottanta anni il 26 febbraio, due giorni prima in cui il Soglio di Pietro rimarrà vacante come stabilito ieri da papa Ratzinger. Come deciso infatti da Paolo VI con il motu proprio Ingravescentem aetatem del 1970 e ribadito da Giovanni Paolo II, possono partecipare all’elezione del Papa solo i cardinali che non hanno compiuto ottanta anni. E al 1° marzo i porporati votanti saranno appunto, a Dio piacendo, 117. Di questi 60 sono gli europei (erano 58 otto anni fa), di cui 28 gli italiani (erano 20).6D472F667DEFAD6CB191BA774941A_h498_w598_m2.jpg

Dalla Penisola verranno 19 cardinali curiali o ex curiali, come Angelo Amato, Ennio Antonelli, Giuseppe Bertello, Tarcisio Bertone, Domenico Calcagno, Francesco Coccopalmerio, Angelo Comastri, Velasio De Paolis, Raffaele Farina, Fernando Filoni, Giovanni Lajolo, Francesco Monterisi, Attilio Nicora, Mauro Piacenza, Gianfranco Ravasi, Giovanni Battista Re, Paolo Sardi, Antonio M. Vegliò e Giuseppe Versaldi. Nonché nove pastori o emeriti di Chiese particolari come Angelo Bagnasco, Giuseppe Betori, Carlo Caffarra, Severino Poletto, Paolo Romeo, Angelo Scola, Crescenzio Sepe, Dionigi Tettamanzi, Agostino Vallini.

I latinoamericani saranno invece in 19 (erano 21 comprendendo anche Suarez Rivera), mentre i nordamericani assommeranno a 14 (come nel 2005). Gli africani saranno in 12 (erano 11) e gli asiatici in 11 (come otto anni fa, comprendendo anche Sin). Uno solo sarà il cardinale proveniente dall’Oceania (erano due).

Nel prossimo Conclave le nazioni più rappresentate, dopo l’Italia, saranno gli Stati Uniti con 11 cardinali (come nel 2005), e cioè i curiali o ex-curiali Raymond L. Burke, James M. Harvey, William J. Levada, e i pastori o emeriti di diocesi Daniel N. DiNardo, Timothy M. Dolan, Eugene F. George, Roger M. Mahony, Edwin F. O’Brien, Sean P. O’Malley, Justin F. Rigali, Donald W. Wuerl. La Germania con 6 porporati (come nel 2005), e cioè gli ex curiali Paul J. Cordes e Walter Kasper, e i pastori Karl Lehmann, Reinhard Marx, Joachim Meisner, Rainer M . Woelki. Il Brasile con 5 (erano 4), e cioè il curiale Joao Braz de Aviz e l’ex Claudio Hummes, e i pastori o emeriti Geraldo M. Agnelo, Raymundo Damasceno Assis e Odilio P. Scherer. La Spagna con 5 (erano 6), e cioè i curiali Santos Abril y Castello e Antonio Canizares Llovera, e i pastori o emeriti Carlos Amigo Vallejo, Lluis Martinez Sistach e Antonio M. Rouco Varela. L’India con 5 (erano 3), e cioè l’ex curiale Ivan Dias e i pastori George Alencherry, Oswald Gracias, Basileios C. Thottunkal e Telesphore P. Toppo. La Francia con 4 (erano 5), e cioè il curiale Jean Louis Tauran, e i pastori Philippe Barbarin, Jean-Pierre Ricard e André Vingt-Trois. La Polonia con 4 (erano 3), e cioè i curiali Zenon Grocholewski e Stanislaw Rylko e i pastori Stanislaw Dziwisz e Kazimierz Nycz.

Nel Conclave non saranno rappresentate nazioni presenti nel 2005, come il Giappone e l’Ucraina (che otto anni fa avevano due elettori ciascuno) e anche Camerun, Costa d’Avorio, Guatemala, Lettonia, Madagascar, Nicaragua, Nuova Zelanda, Siria, Thailandia e Uganda. Saranno invece rappresentate nazioni che non lo erano la volta scorsa, come la Slovenia (Franc Rodé), l’Ecuador (Raul E. Vela Chiriboga), l’Egitto (Antonios Naguib, colpito da emorragia celebrale a fine 2011), il Kenya (John Njue), la Guinea (Robert Sarah), il Senegal (Theodore-Adrien Sarr), lo Sri Lanka (Ranjith Patabendige) e Hong Kong (John Tong Hon). Il Regno Unito sarà rappresentato da un porporato scozzese, come otto anni fa, ma non da un inglese (presente invece nel 2005).

Il numero di appartenenti ad ordini religiosi è di 19 cui va aggiunto un porporato dell’Opus Dei (il peruviano Juan L. Cipriani Thorne). Tra loro 4 i salesiani (gli italiani Amato, Bertone e Farina con l’honduregno Oscar A. Rodriguez Maradiaga), tre i francescani (Amigo Vallejo, Hummes e il sudafricano Wilfried Fox Napier), due i gesuiti (l’argentino Jorge M. Bergoglio e l’indonesiano Julius R. Darmaatmadjia) e i domenicani (l’austriaco Christoph Schonborn e il boemo Dominik Duka). Nel 2005 erano in 20, anche se distribuiti diversamente tra le varie Congregazioni: i francescani erano infatti 4, i gesuiti e i salesiani 3, mentre c’erano due redentoristi e un domenicano.

Se poi andiamo a vedere il numero dei porporati che lavorano o hanno lavorato a fine carriera nella Curia romana e in altri uffici ecclesiastici dell’Urbe essi sono attualmente 40, di cui, come abbiamo già visto, 19 italiani. Nel 2005 i curiali e gli ex curiali erano 27, nove dei quali italiani.

Nel prossimo Conclave i cardinali più giovani saranno l’indiano Thottunkal (54 anni a giugno), il filippino Luis A. Tagle (56 anni a giugno), i tedeschi Woelki (57 anni ad agosto) e Marx (60 anno a settembre), l’olandese Willem Jacobus Eijk (60 anni a giugno), l’ungherese Peter Erdo (61 anni a giugno). Mentre i più anziani saranno il tedesco Kasper, l’italiano Poletto e il messicano Juan Sandoval Iniguez che compiranno 80 anni rispettivamente il 5, 18 e 20 marzo. Con le vecchie norme questi tre porporati avrebbero potuto non partecipare al Conclave. Fino alla Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis promulgata da Giovanni Paolo II nel 1996 infatti non potevano votare i cardinali che avrebbero compiuto 80 anni nei 15-20 giorni tra la morte o le dimissioni del Papa dell’inizio del Conclave. Ora invece chi compie ottanta anni tra la data della “Sede vacante” e l’inizio delle votazioni conserva il diritto di voto.”

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Laicismo tra illuminismo e oscurantismo

L’articolo che posto prende lo spunto dal gesto del papa, ma è un pezzo sulla laicità (sullo stesso argomento ne avevo scritto anche qui). In particolare contiene le critiche da parte del filosofo Corrado Ocone al libro “Lo strano illuminismo di Joseph Ratzinger” di Vincenzo Ferrone. E preso da L’Huffington Post.

4973629493_25131208f3_b.jpg“Nei discorsi pubblici che comunemente si fanno si tende a distinguere nettamente, e anzi a contrapporre, il pensiero laico di matrice illuministica a quello cristiano e soprattutto cattolico. E non c’è dubbio che, da un punto di vista empirico di breve raggio (cioè attinente i concreti comportamenti degli uomini di Stato e di quelli di Chiesa), possano esserci fondati motivi per giustificare la contrapposizione. Così come possono essercene altrettanto e fondati, in verità, per contestarla. Arrivare però già solo a concepire un libro come l’ultimo di Vincenzo Ferrone, pubblicato da Laterza con imprevedibile coincidenza proprio in questi giorni di fine pontificato, mi sembra sintomatico, mi si permetta di dire, non solo dell’incapacità di pensiero speculativo e dialettico che è propria dell’autore, ma anche, più in particolare, della fortuna che gode un modo rozzo, prevenuto, a sua volta dogmatico, di affrontare il problema della laicità. Mi riferisco al volume Lo strano illuminismo di Joseph Ratzinger. Chiesa, modernità e diritti dell’uomo, che si ripromette addirittura di “denunciare l’uso disinvolto della storia da parte delle gerarchie vaticane quando si tratta di fare i conti con la modernità, i diritti dell’uomo e il cosiddetto post-moderno”. In esso, l’autore fa le pulci a discorsi, interventi, libri di Benedetto XVI, criticandolo aspramente, da vecchio anticlericale ottocentesco. Senza riuscire a cogliere minimamente, a mio avviso, né lo spessore intellettuale e umano del pontefice dimissionario, né la complessità e difficoltà di temi che esigerebbero una preparazione specifica e una finezza intellettuale che solo in pochi hanno. Non nego tuttavia che il libro di Ferrone possa fungere da stimolo, da una parte, ad una riflessione sul senso “filosofico” complessivo del pontificato che volge al termine; dall’altra, alla ricerca di un’impostazione teoricamente più avvertita del tema del rapporto fra cristianesimo e illuminismo, o meglio fra cristianesimo e modernità. E’ una dimensione interpretativa quella che io suggerisco del tutto antitetica non solo a quella di Ferrone, ma anche di Vito Mancuso, che pure ha diverso spessore intellettuale, sempre secondo me. Mi riferisco, in particolare, ad una frase contenuta in un articolo uscito su Repubblica lo scorso 7 dicembre, a commento di alcune frasi pronunciate il giorno prima dal cardinale Scola. In esso, dopo aver affermato che è solo grazie all’avvento della laicità illuminista, e in particolare della sua idea di diritti umani naturali, che il cristianesimo è stato costretto ad aprirsi un po’ al pluralismo religioso, Mancuso scrive: “la libertà religiosa è stata il dono della laicità al cristianesimo”. Ed è questa l’idea che fa da sfondo anche al libro di Ferrone. Ma, mi chiedo, come è possibile dimenticare che quella laicità e quell’idea di diritti umani nasce proprio da uno sviluppo interno del cristianesimo: che non sarebbe concepibile senza le sue categorie logiche, senza le sue idee guida, senza la sua etica basata sull’interiorità di coscienza e sul libero esame? L’idea stessa di una universale natura umana non si richiama forse all’idea degli uomini come figli di un unico Dio, tutti eguali fra loro? E il concetto di individuo è tanto lontano da quello cristiano di persona? In un certo senso si potrebbe dire che l’illuminismo (ma anche qui bisognerebbe porsi la domanda: “quale illuminismo?”) non fa che rendere più pura, più spirituale, quella visione del mondo cristiana che nella storia ha sempre oscillato fra i poli di una dialettica, cioè fra la tendenza ad autoaffermarsi nella sua essenza più pura e quella opposta a istituzionalizzarsi attraverso la creazione di una Chiesa con i suoi dogmi e la sua gerarchia.

Più in generale, il cristianesimo ha poi immesso, in una visione essenzialistica delle cose qual era quella greca, il tarlo della storia o l’elemento della storicità. E’ questo il senso ultimo, filosofico, di un dogma come l’incarnazione, l’idea rivoluzionaria del Dio che si fa uomo. La cifra dell’Occidente è la lotta che si svolge da sempre in esso fra forme e storia, fra natura e spirito. Ed è un dissidio che attraversa in egual misura sia il cristianesimo sia l’illuminismo, che sono entrambi all’interno appunto di una storia comune. Quando molti uomini di cultura, e fra loro annovererei senza dubbio Ratzinger, fanno riferimento ad una laicità diversa da quella propria del modello francese, credo che si riferiscano all’intolleranza che può presentare una concezione, mi si scusi il bisticcio di parole, laicistica di laicità: un modello che, iscritto all’interno di una retorica e di un modello istituzionale repubblicani, voglia dettare a tutti le regole di una pretesa “neutralità”. Come ha scritto Norberto Bobbio, con la sua indubitabile capacità di essere chiaro e di andare dritto al cuore delle questioni, anche la laicità può diventare un dogma e farsi laicismo, specificando che “per laicismo s’intende un atteggiamento di intransigente difesa dei pretesi valori laici contrapposti a quelli religiosi e di intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose”. Ed ha aggiunto significativamente: “il laicismo, che ha bisogno di armarsi e di organizzarsi, rischia di diventare una Chiesa contrapposta ad altre Chiese”. Come si vede, ci sono molti motivi che imporrebbero a tutti, oggi che Ratzinger si è dimesso, di non portare troppa acqua al mulino della sterile contrapposizione fra laici illuministi e cristiani oscurantisti.”

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Tra previsioni, profezie e visioni

Scrive Antonio Socci su “Libero” e sul suo blog:

papa, benedetto xvi, dimissioni papa, antonio socci“Le dimissioni di Benedetto XVI non sono soltanto una notizia esplosiva, ma un evento epocale, senza precedenti moderni (si può citare il caso di Celestino V, settecento anni fa, ma fu una vicenda diversissima in tutt’altro contesto). Quello che accade davanti ai nostri occhi è un avvenimento che, per la sua stessa natura planetaria e spirituale, fa impallidire tutte le altre notizie di cronaca di questi giorni e certamente non ha alcun legame con esse (a cominciare dalle elezioni italiane). Ieri Ezio Mauro, nella riunione di redazione di “Repubblica” trasmessa sul sito e che ovviamente è stata dedicata al pontefice, ha rivelato che Benedetto XVI è arrivato a questa decisione “dopo una lunga riflessione. Stamattina” ha aggiunto Mauro “ci hanno detto che la decisione l’ha presa da tempo e comunque l’ha tenuta segreta”. In effetti la decisione risale almeno all’estate 2011 e non è più una notizia segreta dal 25 settembre 2011, quando, su questo giornale, io la portai alla luce, avendola saputa da diverse fonti, tutte credibili e indipendenti l’una dalle altre. In quell’occasione scrissi che il passaggio di mano era stato pensato, da Ratzinger, per il compimento dei suoi 85 anni, cioè nella primavera del 2012. Sennonché due mesi dopo il mio articolo, nell’autunno del 2011, cominciò a scoppiare il caso Vatileaks e fu subito evidente che – finché non si fosse chiusa quella vicenda – il Santo Padre non avrebbe dato corso alla sua decisione. Infatti nel libro intervista di qualche anno fa, “Luce del mondo”, con Peter Seewald, analizzando la cosa in via teorica, aveva spiegato che quando la Chiesa si trova nel mezzo ad una tempesta un Papa non può dimettersi. Per questo l’11 marzo 2012, a un mese dall’85° compleanno del Pontefice (che è il 16 aprile), io scrissi su queste colonne: “va detto che la tempesta che ha travolto in questi mesi la Curia vaticana, in particolare la Segreteria di stato, allontana l’ipotesi di dimissioni del papa, il quale ha sempre precisato che esse sono da escludere quando la Chiesa è in grandi difficoltà e perciò potrebbero sembrare una fuga dalle responsabilità”. Lo svolgimento dei fatti successivi conferma questa ricostruzione. Perché infine le dimissioni del Papa arrivano puntualmente un mese dopo la definitiva chiusura della vicenda Vatileaks, con la grazia concessa al maggiordomo Paolo Gabriele. Segno che tali dimissioni effettivamente erano già state decise nell’estate 2011.

Ecco le ragioni addotte ieri dal Papa: “sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. Con la sua abituale limpidezza il Papa ha detto la semplice verità e ha fatto la scelta che ritiene migliore per il bene della Chiesa, fra l’altro una scelta di umiltà, che è un tratto importante della sua umanità e della sua fede. Noi tuttavia possiamo e dobbiamo osservare che quasi tutti i papi precedenti sono invecchiati e sono rimasti in carica con forze ridotte, governando attraverso i loro collaboratori. Si può dunque ipotizzare che Benedetto XVI non abbia ritenuto di fare questa scelta perché non giudica di avere collaboratori all’altezza di un tale compito (con le sue dimissioni tutte le cariche di Curia sono azzerate). Di certo si può dire che Benedetto XVI è stato un grande pontefice e che il suo pontificato è stato – almeno in parte – azzoppato da una Curia non all’altezza, ma anche dalla scarsa rispondenza al Papa di parte dell’episcopato. Joseph Ratzinger, che si conferma un papa straordinario anche con questa uscita di scena, ha portato la croce del ministero petrino certamente soffrendo molto e dando tutto se stesso (non gli sono mancate né le incomprensioni, né il dileggio). E’ stata una pena vedere come il suo splendido magistero è rimasto spesso inascoltato.

Quando pubblicai il mio scoop scrissi che mi auguravo di essere smentito dai fatti e auspicavo che noi cattolici pregassimo perché Dio ci conservasse a lungo questo grande Papa. Purtroppo molti credenti invece di ascoltare questo mio appello alla preghiera si scatenarono ad attaccare me, come se dare la notizia del Papa che stava pensando alle dimissioni fosse lesa maestà. Una reazione bigotta che segnalava un certo diffuso clericalismo. Benedetto XVI – con la sua continua apologia della coscienza e della ragione – è fra i pochi con una mentalità non clericale. Basti ricordare che non ha esitato a chiamare col loro nome tutte le piaghe della Chiesa e a denunciarle come mai prima era stato fatto. Nella sua ammirevole libertà morale non esitò nemmeno a smentire qualche suo stretto collaboratore sul “segreto di Fatima”. Accadde nel 2010, quando decise un repentino pellegrinaggio al santuario portoghese e là dichiarò: “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa… Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima […] Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità”. Un’espressione che certamente fa pensare (il centenario delle apparizioni di Fatima è il 2017), anche in riferimento ai famosi “dieci segreti” di Medjugorje. D’altra parte lo stesso annuncio delle dimissioni è arrivato in una data gloriosamente mariana, l’11 febbraio ricorrenza (e festa liturgica) delle apparizioni della Vergine a Lourdes. E’ facile prevedere che ora si scateneranno anche dietrologie fantasiose, si evocheranno i detti di Malachia, la monaca di Dresda e quant’altro. Ma resta il fatto che il Papa, con la pesantezza epocale della decisione che ha assunto, pone tutta la Chiesa davanti alla gravità dei tempi che viviamo. Gravità che la Madonna ha dolorosamente sottolineato in tutte le sue apparizioni moderne, da La Salette, a Lourdes, da Fatima a Medjugorje (passando per la misteriosa e miracolosa lacrimazione della Madonnina di Civitavecchia).

C’è solo da augurarsi che invece non si riferisca a questo nostro amato Papa, ciò che è stato attribuito a un suo predecessore, Pio X, che la Chiesa ha proclamato santo. E’ un episodio che da qualche mese viene diffuso fra alcuni ambienti cattolici e anche in Curia. Risulterebbe che Pio X, nel 1909, abbia avuto durante un’udienza una visione che lo sconvolse: “Ciò che ho veduto è terribile! Sarò io o un mio successore? Ho visto il Papa fuggire dal Vaticano camminando tra i cadaveri dei suoi preti. Si rifugerà da qualche parte, in incognito, e dopo una breve pausa morrà di morte violenta”. Sembra che sia tornato su quella visione nel 1914, in punto di morte. Ancora lucido riferì di nuovo il contenuto di quella visione e commentò: “Il rispetto di Dio è scomparso dai cuori. Si cerca di cancellare perfino il suo ricordo”. Da tempo circola questa “profezia” anche perché si dice che Pio X avrebbe altresì dichiarato che si trattava di “uno dei miei successori con il mio stesso nome”. Il nome di Pio X era Giuseppe Sarto. Giuseppe dunque. Joseph. Mi auguro vivamente che non sia una profezia autentica o da riferirsi ad oggi. Ma la sua diffusione segnala quanto il pontificato di Benedetto XVI – come quello del predecessore – sia circondato da inquietudini. Del resto fu lui stesso a inaugurarlo chiedendo le preghiere dei fedeli per non fuggire davanti ai lupi. Il Papa non è fuggito. Ha sofferto e ha svolto la sua missione finché ha potuto e oggi chiede alla Chiesa un successore che abbia le forze per assumere questo pesante ministero. D’altra parte è evidente a tutti che da trecento anni il papato è tornato ad essere un luogo di martirio bianco, come nei primi secoli esponeva al sicuro martirio di sangue. Infatti i tempi moderni si sono aperti con un altro evento mistico accaduto a papa Leone XIII, il papa della “questione sociale” e della “Rerum novarum”. Il 13 ottobre 1884 (il 13 ottobre peraltro è il giorno del miracolo del sole a Fatima) il pontefice ebbe una visione durante la celebrazione eucaristica. Ne fu scioccato e sconvolto. Il pontefice spiegò che riguardava il futuro della Chiesa. Rivelò che Satana nei cento anni successivi avrebbe raggiunto l’apice del suo potere e che avrebbe fatto di tutto per distruggere la Chiesa. Pare che abbia visto anche la Basilica di San Pietro assalita dai demoni che la facevano tremare. Fatto sta che papa Leone si raccolse subito in preghiera e scrisse quella meravigliosa preghiera a San Michele Arcangelo, vincitore di Satana e protettore della Chiesa, che da allora fu recitata in tutte le chiese, alla fine di ogni Messa. Quella preghiera fu abolita con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, la riforma liturgica che Benedetto XVI ha tanto cercato di ridisegnare. Mai come oggi la Chiesa avrebbe bisogno di quella preghiera di protezione a San Michele Arcangelo.”

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, Religioni, Storia

Una scelta luterana?

Alexander Görlach è fondatore e direttore della rivista di opinione e dibattiti The European. Ha lavorato per diverse testate tedesche, sia televisive che cartacee. Ha due dottorati, in linguistica e in teologia. Scrive su Linkiesta:

“Nei libri di storia Benedetto XVI sarà ricordato come il Papa tedesco ad interim. Con le sue dimissioni la stella che guida la Chiesa Cattolica, il papato, si è affievolita. Ma il passo fatto da Joseph Ratzinger l’11 di febbraio nell’anno del Signore 2013 darà un nuovo indirizzo ai futuri pontefici. Ora nuove domande svelano l’instabilità della più alta istituzione ecclesiastica: avrà il Papa accesso a una guardia del corpo, a un ufficio personale, a un autista? Quando morirà, sarà sepolto con tutti gli onori papali? La Chiesa suonerà campane in tutto il mondo in sua memoria? Aiuterà Benedetto XVI a eleggere il suo successore? Sovrintenderà alle elezioni e darà il suo voto? Come sarà nominato in futuro? “Sua santità in pensione”?

Le dimissioni di Benedetto aprono la porta a ulteriori riforme della Chiesa Cattolica e confutano le critiche che lo vedevano troppo rigido. Quando si parla di riformare la Chiesa Cattolica, le argomentazioni più frequenti sono di questo tenore: «Certo, possiamo cambiare questa cosa o quell’altra. Ma chi oserà mettere in discussione tradizioni che sono sopravvissute per millenni?». Motivazioni ora improvvisamente diventate meno persuasive. Il Papa ha posto fine con le sue sole forze a una delle tradizioni della Chiesa: la venerazione quasi divina per il papato. Una sola dichiarazione ha smontato il lavoro di tutti i papi dal tempo di Bonifacio VIII nel 1300: l’estensione dei poteri papali – non la leadership spirituale, ma quella reale, mondana, esecutiva. Per secoli i papi hanno cementificato il loro potere. Nel 1870 il dogma dell’infallibilità in materia teologica e di tradizioni ecclesiastiche hanno portato quel processo all’estremo. Oggi, il Pontefice ha potenzialmente l’ultima parola in tutti gli appuntamenti tra vescovi nel mondo. Quando c’è bisogno di discutere una questione teologica, tutti gli occhi si girano verso Roma. Benedetto XVI ha smontato tutto questo, e resta da vedere se è pienamente consapevole delle conseguenze delle sue dimissioni. Molti cattolici sono cresciuti nella convinzione che un Papa non si dimette. È un sovrano incontrastato che segue Cristo fino alla morte. Il color porpora delle tuniche episcopali rimandano al sangue versato dai martiri cristiani nel corso dei secoli: il loro sangue, che un tempo gocciolò sul suolo polveroso del Colosseo a Roma, fu la testimonianza della loro fede nel Messia e nella storia della crocifissione e resurrezione. Giovanni Paolo II fece della scelta di restare in carica fino alla morte il suo martirio personale. Joseph Ratzinger ha ora rifiutato quella logica come qualcosa non più alla moda. Ha cercato la guida non nelle tradizioni della Chiesa Cattolica ma dentro la sua coscienza. La sua dichiarazione è esplosa come una bomba. L’idea che la più alta autorità cristiana ragioni secondo la sua propria coscienza non appartiene più solo ai circoli luterani ma è stata abbracciata anche dalla Chiesa Cattolica. Non dimentichiamo che una delle controversie che hanno scatenato la Riformapapa-germania-erfurt-lutero.jpg si concentravano sulla relazione tra la coscienza personale e i doveri delle cariche clericali. «Mi fermo qui, non posso fare di più. Dio mi aiuterà. Amen». Così Martin Lutero concluse il suo discorso alla Dieta di Worms nel 1521. Il Papa ha messo sulla stessa bilancia coscienza e tradizioni, e ha scelto la coscienza. Una scelta enorme. Allo stesso tempo, Benedetto sapeva fin dal principio del suo pontificato che non sarebbe stato capace di seguire le orme del suo predecessore. Una delle dichiarazioni più intense del suo primo discorso da Pontefice, resta questa: «Sono un semplice, umile operaio nella vigna del Signore». Ma spesso si dimentica la frase precedente: «Dopo il grande Giovanni Paolo, i signori cardinali hanno eletto me». Quando Giovanni Paolo II era ancora vivo, periodicamente giravano voci secondo cui il Papa polacco si sarebbe dimesso. Solo una osservazione di Joseph Ratzinger, priva di tatto ma corretta, alimentò la discussione. L’allora cardinale ricordò ai colleghi che la legge ecclesiastica permetteva le dimissioni papali. Sapeva ciò di cui stava parlando. Ma ci furono anche voci secondo cui Ratzinger pianse a causa di quell’appunto un po’ ruvido quando incontrò subito dopo Giovanni Paolo II. I dibattiti pubblici distorsero le sue parole. Alla fine sembrò che il cardinale tedesco avesse suggerito le dimissioni papali. Chiaramente, Ratzinger era un uomo sensibile.

Cosa accadrà alla Chiesa ora che Benedetto XVI ha posto fine al dominio del papato? Se non è il Papa che guida la Chiesa cattolica, chi lo può fare? Nel 21esimo secolo, la Chiesa Cattolica sarà una chiesa a più velocità. Alcune parti del mondo potrebbero permettere ai preti di sposarsi, mentre altre regioni resteranno rigidamente opposte ai matrimoni tra preti, ma saranno tutti chiamati Cattolici. Il Concilio diventerà un’altra volta il primo comitato guida della Chiesa. Il papa lo presiederà e modererà le discussioni. Diventerà primus inter pares, il primo tra i suoi fratelli. Non da meno ma nemmeno da più. È tempo di opportunità straordinarie, e molti dentro le gerarchie ecclesiastiche le guarderanno con sospetto come fossero una minaccia. Dietro le porte chiuse, temono per le proprie cariche e poteri, e si chiedono se la Chiesa continuerà a percorrere il suo sentiero celebrato nei secoli. I cambiamenti generano paura. Anche molti fedeli si sentiranno smarriti, e non solo i veri devoti. Una dimissione papale è davvero una cosa nuova. Chi può raccogliere questo senso di incertezza e trasformarlo in fiducia? Se l’errante uomo di preghiera della Galilea davvero tiene alla sua Chiesa, questo sarebbe un buon momento per farlo sapere. «Non avere paura» fu del resto, secondo il Nuovo Testamento, uno dei detti preferiti di Gesù. Chi sarà il nuovo Papa? Come cambierà la vita di Benedetto XVI quando tornerà di nuovo Joseph Ratzinger il primo di marzo? Possiamo immaginare un conclave mentre il vecchio papa è ancora in vita? Nessuno avrebbe mai pensato che questo Papa ci avrebbe stupiti. Ma lo ha fatto, e ci ha lasciato senza parole.”

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, Storia

Qualcosa che non convince

Scrive Germano Dottori su Limes

papa, benedetto xvi, dimissioni papa, chiesaC’è qualcosa che non convince in alcune ricostruzioni dei moventi che avrebbero indotto Benedetto XVI alla dolorosa decisione di rinunciare al papato. Sulla questione si sono divise anche le due massime agenzie informative della Santa Sede: l’Osservatore romano e la Direzione della sala stampa. Senza entrare nei dettagli della controversia tra le differenti versioni, ci limitiamo ad osservare alcuni dati di fatto che non collimano con l’ipotesi di una deliberazione lungamente ponderata. Benedetto XVI ha continuato ad assumere impegni gravosi per il 2013, che aveva tra l’altro proclamato Anno della fede, con l’idea di celebrarlo anche con una sua attesissima enciclica, rimasta in fase di avanzata elaborazione, ma non al punto di poter essere pubblicata prima del 28 febbraio prossimo. Qualcosa di grave dev’essere quindi intervenuto a modificare la pianificazione delle attività pontificie. Un evento o altro all’origine di un profondo turbamento.

Nel suo splendido articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 13 febbraio, Massimo Franco ha fatto cenno ad un dossier: il rapporto riservato redatto per conto del papa dai cardinali incaricati dell’indagine interna sul caso Vatileaks. Non è azzardato ipotizzare che dalla sua lettura, o dalla visione del suo abstract, Joseph Ratzinger abbia potuto apprendere l’effettiva ampiezza dell’opposizione domestica – e forse non solo – che lo ha cinto d’assedio, traendone il convincimento che fosse impossibile venirne a capo ed andare avanti. Quanto è stato ascoltato nel corso della solenne liturgia delle Ceneri rafforza i sospetti in questa direzione, con gli accenni alle divisioni della Chiesa, alle ambizioni che alcuni covano al suo interno e con la preghiera conclusiva rivolta a San Pietro di proteggere l’istituzione. Non possiamo escludere che l’abdicazione – una forma di protesta radicale – proprio a questo possa servire: provocare un azzeramento e favorire un grande ricambio generazionale ai vertici della Chiesa. Benedetto XVI probabilmente assisterà in silenzio e da lontano al Conclave che sceglierà il suo successore. Ma potrebbe contribuire nei prossimi giorni ad indicare i requisiti della figura che a suo avviso dovrebbe emergere. Un ecclesiastico carismatico, ad esempio, capace di unire su basi nuove la gerarchia e la comunità dei fedeli, magari mettendo mano a riforme profondissime, che potrebbero coinvolgere non solo la Curia ma persino la dottrina.