Pubblicato in: Etica, Scuola

Un amore di… Franz

A breve, nel nostro Istituto, terremo un incontro sull’orientamento e sulla valorizzazione dei talenti interni ad ognuno di noi. Uno degli aspetti che emergeranno sarà senz’altro che oggi gli studenti devono avere una prospettiva per lo meno europea sul mondo del lavoro. E allora pubblico una pagina, tra l’altro scritta in uno stile che mi piace molto, del blog Franz io ti amo (recuperata da scambieuropei): frizzante, vivace, coinvolgente.

Franzbroetchen-a24925929.jpg“Il mio blog si chiama “Franz io ti amo” perché quasi tutte le mattine, qui ad Amburgo, mi sveglio con Franz. Non facciamo coppia fissa: lo tradisco spesso, ma stiamo bene così Franz e io. Franz per gli amici, Franzbrötchen per tutti gli altri, è un croissant alla cannella, vanto della pasticceria amburghese da almeno un paio di secoli. Io, invece, mi chiamo Erika. Ho ventisette anni, una laurea magistrale 110 e lode, qualificazioni varie, parlo quattro lingue e devo picchiare molto forte perché il mondo non mi calpesti. Mi sono trasferita in Germania non per amore di Franz (quello è arrivato dopo), bensì per motivi professionali: per trovare, cioè, quelle opportunità che l’Italia, al momento, sembrava non potermi offrire (sarei felice di venire smentita, ovviamente: nel frattempo però non riesco a stare ferma ad aspettare e me la costruisco qui, la mia carriera). Sono partita da sola e da sola mi arrangio. Tranne che per montare le tende; per quello, credo, aspetterò che il mio nuovo coinquilino torni dalle vacanze. Ho iniziato con uno stage, che qui si chiama Praktikum. Adesso proseguo la scalata alle vette di un lavoro dignitoso con un contratto da Trainee. Mi pagano per scrivere testi, correggere bozze, concepire progetti web, realizzare campagne pubblicitarie online. Faccio tutto questo in italiano, tedesco, inglese e francese; mi arrangio con lo spagnolo e il terribile olandese; qualche volta, a fine giornata, ho un po’ di mal di testa.

Sono una ragazza con la valigia. Una ragazza con la valigia lo son sempre stata. Prima per passione, ora anche per necessità. La mia storia è simile a quella di tanti altri giovani volenterosi , testardi e di talento che non hanno avuto altra scelta che lasciare l’Italia. Mi sono laureata il giorno di San Valentino del 2011 (da allora, perlomeno, ho una ragione per festeggiare il 14 febbraio). Subito dopo sono partita per Berlino. Vi sono rimasta per cinque mesi, traslocando per cinque volte. E’ stata, sotto diversi aspetti, una delle esperienze più importanti della mia vita. Neppure dopo, comunque, ho cessato di cacciarmi in situazioni incredibili nei posti più vari: Roma, Bruxelles, Münster, ancora Berlino, Selb, Amburgo, poi di nuovo in Italia, poi di nuovo Amburgo. Borse di studio, progetti europei, tirocini e viaggi della speranza. Il tutto, in circa un anno e mezzo. E’ stato anche divertente, ma non sempre. Ho parlato un mix di lingue diverse, fatto lavori differenti e preso molte, molte, molte fregature (personali, professionali, tutto il possibile e l’immaginabile).

Vivere all’estero: In definitiva è semplice prendere, partire e trasferirsi all’estero? Io credo che, anzitutto, occorra essere parecchio motivati e resistenti agli urti. I primi mesi possono essere logoranti: cercare casa, le procedure burocratiche, la mancanza di qualunque punto di riferimento, gli errori grandi e piccoli commessi perché non sapevi/non ti avevano detto/non avevi capito. Senza dubbio si conosce un’infinità di gente nuova. L’impressione è proprio di non fare altro che ripetere come ti chiami, quanti anni hai, dove hai studiato e cosa fai in Germania, e di arrivare molto più di rado, purtroppo, a discorsi un po’ più densi . Con alcune persone, l’affinità è immediata; con molte altre, le barriere (sia linguistiche, sia culturali) sembrano insormontabili. Per alcuni, sei un animale esotico; per altri, semplicemente, non esisti. Devi importi per far capire ai più ottusi che non sei un Gastarbeiter; che “Italia Mafia” risulta offensivo anche se viene pronunciato col sorriso (anzi, soprattutto in questo caso); che non ne puoi più delle battutine su Berlusconi; che l’Italia è anche altro, accidenti, e che concetti come “Dolce vita”, “Bella Italia”, “temperamento italiano”, ti rappresentano tanto quanto un “O sole mio”, cioè: neanche un po’.

Poi, per quanto mi riguarda, non gesticolo perché sono italiana: gesticolo perché sono nevrotica.”

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Motu proprio necessario

Riguardo al Motu proprio di Benedetto XVI di cui abbiamo parlato in classe questa mattina, prendo da Vatican Insider:

“”Il Motu Proprio del Santo Padre è un atto necessario. La costituzione apostolica di 2010102240archbishop_claudio_maria_celli_at_catholicpress_conference.jpgGiovanni Paolo II non prevedeva quello che stiamo vivendo adesso e per questo serve un documento che cambi o permetta determinate interpretazioni di ciò che esige il documento di Giovanni Paolo II”. Ad intervenire sulla possibile iniziativa personale di papa Benedetto XVI per il prossimo Conclave è mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ospite questa mattina di “Prima di tutto” su Rai Radio 1. Monsignor Celli ha specificato che per adeguare la costituzione apostolica a quanto sta accadendo oggi, per adattarla alla fine di un pontificato per «rinuncia» e non per «morte», è necessario un documento papale (il motu proprio, appunto) che cambi in parte le regole già scritte. Soprattutto quella che riguarda la data di inizio del conclave. Per essere valido il documento del Papa dovrà essere firmato entro le 20 del 28 febbraio.

Parlando poi dell’ultimo saluto di Benedetto XVI ai fedeli, nell’udienza generale del 27 febbraio, Monsignor Celli ha parlato di “folla oceanica”. Per quella data saranno già a Roma molti dei cardinali che parteciperanno al conclave e ad una settimana dall’evento sono arrivate oltre 150 mila prenotazioni.