Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, musica, opinioni

Per una femminilizzazione del mondo

Nelle ultime settimane sto sempre meno volentieri su fb, dove sempre più spesso leggo rabbia e livore, se non odio. Il tutto mi sta nauseando e annoiando. I Radiodervish escono con un nuovo cd, Human. In un’intervista di Chiara Calpini per XL che ho letto oggi pomeriggio affermano: “Quello che da tempo aspettiamo è una femminilizzazione del mondo, nel senso di far corrispondere le nostre risposte e i nostri comportamenti all’emisfero destro del cervello che sovraintende ai sentimenti, all’intuizione e alla creatività. Ma anche trovare un’armonia che superi il dualismo e lo scontro. Smettere con le recriminazioni e lavorare con gioia al cambiamento. La musica può fare tutto questo, raccontando storie positive ed emblematiche”.

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Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Storia

E si fa largo la deglobalizzazione

Prendo dal Corriere un lungo ma ricco articolo di Danilo Taino su globalizzazione e deglobalizzazione. A mio avviso è molto interessante per puntualizzare alcuni fenomeni che stiamo vivendo e sui quali non sempre abbiamo modo di fermarci a riflettere.

“Che la Storia non fosse finita lo abbiamo saputo l’11 settembre 2001. Ora possiamo globo.jpganche dire che nemmeno la Geografia è finita. Che il mondo non è «piatto» come sosteneva Thomas Friedman del «New York Times». Non solo i confini ci sono ancora: con la Grande Crisi sono diventati più difficili da valicare. La globalizzazione sta tornando indietro. Si è fermata nel 2007 e da allora ha iniziato una marcia a ritroso, non per le proteste dei sindacati, non per le manifestazioni No Global, non per il buon sapore del chilometro zero. Perché il vento che le gonfiava le vele ha cambiato direzione: nella finanza, nei commerci, nelle scelte delle aziende, ma anche nelle istituzioni, nella politica e, soprattutto, nelle idee che danno forma al mondo.

Per alcuni è un bene. Più probabilmente è un pericolo. Anche la prima globalizzazione si arrestò, e lo stop fu drammatico, cristallizzato nella Grande guerra e in quasi tre decenni di trincee, di morti e di odi nazionalisti. Non che debba finire così anche questa volta: un pianeta più chiuso, però, non promette bene.

La nostra Belle Époque è durata un quarto di secolo, forse una trentina d’anni. Anni selvaggi. Belli e spietati. Miliardi di persone sono uscite dall’indigenza: le Nazioni Unite dicono che nel 2015 sotto la linea di povertà ci saranno 920 milioni di persone, la metà che nel 1990, nonostante la popolazione del mondo sia passata dai 5,2 miliardi di allora agli oltre sette di oggi. La democrazia e la libertà hanno preso piede: i Paesi dove si vota sono 117 e l’organizzazione Freedom House calcola che nel 2012 le nazioni ad alto tasso di libertà sono state 90, contro le 44 del 1985. I viaggi si sono decuplicati. Internet ha messo in rete la Terra. La finanza e le banche globali hanno portato capitali in ogni angolo, e ciò ha fatto crescere decine di economie. La Cina, fino al 1978 del tutto chiusa, è diventata la fabbrica del mondo. L’India, nel 1990 ancora un’economia di piano in stile socialista, è il Paese emergente più giovane e con il futuro più brillante, se saprà affrontare le sue immense contraddizioni. E via così, in decine di luoghi, con il pianeta delle meraviglie.

Che naturalmente aveva anche una faccia oscura. In Occidente in quel quarto di secolo molte fabbriche hanno chiuso perché spostate dove il lavoro costa meno. Gli sweatshop del Terzo Mondo, popolati da donne e bambini sfruttati, si sono moltiplicati: anche la vergogna è diventata un fenomeno globale. Persino le malattie — ricordate la Sars? — prendevano l’aereo per spostarsi da un continente all’altro. La cultura era solo americana, uguale ovunque, senza sfumature. «Nonostante diverse culture, la gioventù della classe media di tutto il mondo sembra passare la propria vita come se fosse in un universo parallelo, scriveva nel 1999 Naomi Klein nel suo bestseller No Logo. Si svegliano al mattino, indossano i Levi’s e le Nike, afferrano i loro cappellini e i loro zaini e il Sony personal Cd e se ne vanno a scuola». Nonostante Apple abbia dato altro pane di riflessione alla signora Klein e l’i-Phone sia diventato l’oggetto di maggiore concupiscenza di massa del secolo, con la Grande Crisi questo mondo con tante luci e parecchie ombre si è fermato. Prima là dove la catastrofe è scoppiata, poi via via quasi ovunque.

Dopo il crollo della Lehman Brothers nell’autunno del 2008, gli Stati sono intervenuti per salvare e spesso nazionalizzare le banche, hanno imposto nuove regole alla loro espansione, hanno spinto, soprattutto in Europa, per limitare le attività degli istituti di credito dentro i confini domestici. Il risultato è che il modello di banche con una spinta globale è tramontato. Alla fine del 2011, i prestiti non nazionali delle banche sono crollati di 799 miliardi di dollari, 584 dei quali per la ritirata in casa di quelle europee. E la tendenza è continuata nel 2012. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che entro la fine di quest’anno gli istituti di credito della Ue potrebbero ridurre le loro attività di 2.600 miliardi di dollari (il 7 per cento del totale) e che un quarto di questa cifra potrebbe venire dal taglio dei prestiti fatti fuori dai confini di casa, in aggiunta alla vendita di titoli internazionali.

In parallelo, i due grandi collanti «fisici» della globalizzazione si sono fermati. Il commercio internazionale — che nei decenni passati cresceva a ritmi impressionanti, spesso sopra al 10 per cento l’anno, e trascinava la crescita del mondo — ha rallentato dopo una certa ripresa nel 2010. L’anno scorso l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) ha rivisto per due volte al ribasso le sue previsioni per il 2012: gli scambi mondiali non dovrebbero essere cresciuti più del 2-2,5 per cento; e il Cpb World Trade Monitor ha calcolato che nel dicembre scorso sono addirittura diminuiti, dello 0,5 per cento rispetto a novembre.

L’altro grande fenomeno dei decenni passati, il decentramento produttivo, non solo si è fermato, ma molte imprese americane e europee stanno riportando a casa le produzioni che avevano esportato nei Paesi emergenti. Un po’ perché si sono accorte che non sempre l’outsourcing è stato redditizio, un po’ perché i salari in Cina sono molto cresciuti e non sono più attraenti come quando l’onda dell’offshoring — dello spedire fabbriche e posti di lavoro nel Terzo Mondo — era il vangelo dei grandi manager, soprattutto americani, ma anche europei. Questo ritiro nazionale ha provocato la rottura della cosiddetta catena globale delle forniture, cioè di quella rete di aziende produttrici di beni intermedi che nei decenni scorsi aveva consentito il decollo di intere economie dei Paesi poveri.

La società di trasporti Dhl, che ogni anno produce un indice della connettività globale, ha calcolato che nel 2012 «il mondo è meno integrato che nel 2007»: i mercati dei capitali si sono frammentati; il commercio dei servizi è stagnante; la «connettività globale è anche più debole di quanto sia comunemente percepito»; «la distanza e i confini contano ancora», con le connessioni online che sono per lo più domestiche. Lo studio della Dhl sostiene che «i guadagni potenziali derivanti dall’incremento della connettività globale possono raggiungere miliardi di dollari»: ciò nonostante, l’opportunità non viene sfruttata.

L’indice di gradimento dei governi per la globalizzazione non è mai stato elevato, dal momento che essa erode il loro potere, rimasto nazionale. Nei tempi più recenti, spinti anche in questo caso dal dover fare qualcosa per affrontare la recessione, hanno accentuato la loro refrattarietà all’apertura e in più di un caso hanno imboccato strade protezioniste, per quanto camuffate. L’ultimo G7, due settimane fa, ha dovuto riunirsi per discutere di possibili guerre valutarie, intese come mezzi per abbassare il valore di una moneta allo scopo di favorire le esportazioni. Mercantilismo valutario, con germi da anni Trenta, insomma. I dibattiti sull’opportunità di reintrodurre vincoli ai movimenti di capitale in situazioni di crisi, d’altra parte, hanno riguadagnato quota anche nel dibattito accademico. Per riassumere le tendenze in corso nella finanza, ma non solo, l’economista britannico Howard Davies sostiene che il 2013 sarà un anno «decisivo per la deglobalization». In questa cornice, persino la democrazia arretra, come raccontano le strade repressive prese dalle rivoluzioni arabe: Freedom House calcola che nel 2012, per il settimo anno consecutivo, il numero di Paesi in cui l’indice della libertà è peggiorato supera il numero di quelli in cui è migliorato.

Non sorprende che, con queste tendenze così accentuate, anche sul piano delle idee l’internazionalismo non sia in forma. Le Nazioni Unite non solo deludono di fronte al massacro della Siria: non ispirano più e, anzi, la superburocrazia del Palazzo di Vetro deprime l’antica e nobile idea di governo mondiale. Dopo la crisi del debito, l’Unione Europea è vista, nel mondo, meno come modello di superamento delle frontiere e sempre più come aggregazione litigiosa e incapace di decidere. Il G7 si è ridotto a un ruolo marginale, ma anche il G20, che l’ha sostituito nel 2009, ha presto perso la sua capacità di dare risposte ai problemi del mondo. Persino la questione più globale che si dovrebbe affrontare, il cambiamento del clima, si trascina da vertice inutile a vertice inutile, segno dell’incapacità del mondo di accordarsi anche di fronte alle sfide più importanti.

La Wto — simbolo della globalizzazione nell’immaginario No Global fin dagli anni Novanta — da oltre dieci anni non riesce a portare a termine il Doha Round, la trattativa per liberalizzare ulteriormente il commercio mondiale che darebbe una spinta rilevante all’economia del mondo, a costo zero. L’idea stessa di multilateralismo — cioè di accordi generali aperti a tutti i Paesi su basi paritarie, pilastro della ripresa post-bellica — è in ritirata: la proposta di Obama, accettata con entusiasmo da molti leader europei, di aprire i negoziati per una zona transatlantica di libero scambio si muove in una logica bilaterale, tra Stati Uniti ed Europa, e rischia di provocare irritazioni e reazioni in altri Paesi, Cina in testa ma non solo.

L’anno scorso, l’analista geopolitico Robert Kaplan ha pubblicato un libro — The Revenge of Geography («La rivincita della geografia»), Random House — nel quale sosteneva la necessità di tornare a studiare i confini naturali, la loro influenza sulle culture e sulle politiche, le risorse del sottosuolo per capire le grandi scelte delle nazioni: mappe più rivelatrici delle dichiarazioni politiche, dei documenti top secret, delle ideologie — a suo parere. Perché — sosteneva citando Paul Bracken di Yale — la dimensione finita della Terra è una forza di instabilità. La globalizzazione, in altri termini, ha un limite nella tendenza espansiva delle nazioni, soprattutto degli imperi vecchi e nuovi: quando si raggiunge il punto in cui non è più possibile andare oltre con un grado di armonia che soddisfi tutti, perché la Terra è in qualche modo finita, si ritorna sui passi compiuti, riprendono i vecchi meccanismi che si possono sfogare solo sulla faccia del nostro pianeta.

Non siamo già arrivati al momento in cui la Terra è finita e non si può andare oltre. Sembra però sempre più difficile, nella Grande Crisi, mantenere quel livello di armonia e di apertura nel quale tutti hanno dei vantaggi, come negli anni d’oro della globalizzazione: l’ombra della somma zero — quel che guadagni tu lo perdo io — comincia a fare paura. Così, la vecchia, polverosa Geografia torna a misurare confini e distanze del nostro piccolo mondo.”

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Un umanesimo da rivitalizzare

magritte.jpgNei giorni della rinuncia di Benedetto XVI mi ero perso un’interessante intervista di Laura Badaracchi al filosofo e sociologo Zygmunt Bauman per Avvenire del 12 febbraio. Ecco un estratto delle sue parole.

“L’attuale crisi è l’estrema conseguenza dell’aver sostituito l’umanesimo con la rivalità e la concorrenza. Ma contro gli interessi economici si può riscoprire una convivenza basata su cooperazione, condivisione, fiducia reciproca, rispetto, amicizia e solidarietà.

Assistiamo ora al crescente divorzio tra potere (la possibilità di realizzare cose) e politica (la capacità di decidere di quali cose abbiamo bisogno e quali devono essere realizzate), il cui esito è un’acuta crisi. Da una parte, ci confrontiamo con le potenze mondiali in un’extraterritoriale ‘terra di nessuno’ emancipata dal controllo politico, dall’altra con strumenti politici ‘locali’ (confinati al territorio di singoli Stati), come succedeva prima che cominciasse la globalizzazione dell’interdipendenza, e per questo motivo siamo afflitti da un deficit invalidante del potere… Quindi ci stiamo confrontando con un impegno analogo a quello dei vostri antenati del Risorgimento: ci troviamo di fronte alla sfida di integrare una moltitudine di autonomie locali – o realtà etniche e politiche quasi autonome – all’interno di nazioni e Stati moderni, ma con la necessità di farlo su scala molto più ampia.

Abbiamo il compito di costruire ‘umanità’ fuori dalla pletora di Stati-nazione, in modo accorato e con urgenza: è letteralmente una questione di vita o di morte dell’umanità, che a molti di noi sembra travolgente e che trascende la capacità umana.

… La situazione attuale è l’estrema conseguenza per aver messo al posto dell’umanità concorrenza e rivalità, barattando il grande desiderio e la nostalgia per una convivenza basata su cooperazione, condivisione, fiducia reciproca, riconoscimento e rispetto. Ma non c’è alcun vantaggio o benefit nell’avidità: una convinzione che sarà capita e accolta dalla maggioranza di noi. Interroga le persone sui valori a loro cari: le probabilità sono che molti nomineranno in primo luogo l’uguaglianza, il rispetto reciproco, la solidarietà e l’amicizia. Ma poi osservi attentamente il loro comportamento quotidiano, la loro vita concreta: si può scommettere che emergerà una classifica completamente diversa di valori… Si stupirà di scoprire quanto sia ampio il divario tra ideali e realtà, parole e azioni. Può essere colmato? Beh, non per niente si usa la parola ‘realtà’ per indicare argomenti troppo importanti per discuterne a distanza, temi su cui i nostri leader politici continuano a dirci che ‘non c’è alternativa’. Molti di noi credono che ci sia un’alternativa, anche se ci vorranno molta volontà, determinazione e un lavoro impegnativo per renderla realtà.

Tuttavia, come ricostruire la solidarietà dopo un’erosione durata decenni attraverso un individualismo invadente e insidioso e tramite la privatizzazione d’interessi e preoccupazioni? La società che è emersa da questi processi non dà asilo alla solidarietà umana. Sono state svilite le situazioni esistenziali in cui esprimevamo collaborazione e promosse, invece, la rivalità, la competizione e il sospetto reciproco. Tutto ciò accade in un tempo in cui abbiamo bisogno di solidarietà come mai era successo prima, per ottenere il bene comune della nostra sopravvivenza… Ma non sono ancora pronte ‘tabelle di marcia’ infallibili che ci indichino come procedere; nessuna garanzia di successo.”