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De revolutionibus

rivoluzione-ai-miei-figli1Rivoluzione in Ucraina, rivoluzione in Siria, rivoluzione in Egitto, rivoluzione in Venezuela. Sui social network qualcuno scrive: “E da noi quando?”. Ecco un articolo per gli alunni più “grandicelli” sulla rivoluzione, scritto da Massimo Carlo Giannini per le pagine culturali di Treccani.
“Nei titoli di testa di uno fra i più bei film di Sergio Leone, Giù la testa! (1971), ambientato durante la rivoluzione in Messico nel 1913, compare un aforisma tratto dal Libretto rosso di Mao Zedong: «La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo […]. La Rivoluzione è un atto di violenza» . Sarebbe interessante sapere se tutti coloro che in Italia, sempre più spesso, evocano la rivoluzione abbiano mai letto quelle parole o almeno visto quel film. E se politici, giornalisti e blogger che commentano quei discorsi abbiano in gioventù scandito slogan inneggianti alla “rivoluzione”, russa, cinese o cubana che fosse.
Peraltro questa parola non ha sempre avuto il significato che comunemente le attribuiamo: nel XVII secolo esso deriva dal linguaggio dell’astronomia, ove indica il moto di corpo celeste intorno al suo centro di gravitazione (ad esempio quella della Terra intorno al Sole). Allora indicava un cambiamento dei vertici dello Stato che, al pari del moto degli astri, rientrava in qualche modo nell’ordine naturale delle cose. È la Rivoluzione francese (1789) per prima a presentare sé stessa come una rottura radicale dell’ordine politico e sociale tradizionale, quello dell’antico regime.
Nel caso italiano molti ricordano “Mani pulite” e l’implosione del sistema dei partiti che avevano edificato la Repubblica italiana (1992-93). Nell’immaginario collettivo di quegli anni le inchieste della magistratura sul mondo politico e i processi presso il Tribunale di Milano, trasmessi dalle televisioni, costituivano una sorta di palingenesi, se non un surrogato della rivoluzione, auspicata o temuta, a seconda dei punti di vista.
Il vocabolo oggi è fra i più usati: non vi è imprenditore, amministratore pubblico, esperto di nuove tecnologie o del web, che non prometta mensilmente una rivoluzione (“culturale”) prossima ventura. In tale apparente trionfo dell’idea di rivoluzione si avverte però un che di posticcio, plasticamente esemplificato dall’immagine del leader di una protesta di piazza contro il sistema, che si allontana a bordo di una Jaguar.
Questo divorzio fra discorsi e fatti trova una spiegazione nell’elemento generazionale: le persone che compongono il ceto politico e il mondo dei mass-media dell’Italia odierna si sono formate per lo più negli anni Sessanta, Settanta e, in parte, Ottanta del XX secolo, allorché la rivoluzione apparteneva all’orizzonte degli ideali politici reali o considerati realizzabili. In un’epoca in cui si poteva teorizzare la costruzione di sistemi economici e politici radicalmente opposti all’economia di mercato e alla democrazia liberale. Ed esistevano paesi che si autodefinivano del “socialismo realizzato” attraverso la rivoluzione del proletariato (anche se non era certo così).
Il prestigio diffuso della parola rivoluzione è provato anche dal fatto che, nel corso degli anni Ottanta, le politiche di drastica riduzione dell’intervento pubblico nell’economia da parte dei governi di Margaret Thatcher in Gran Bretagna (1979-90) e di Ronald Reagan negli Stati Uniti (1981-89) furono spesso etichettate, da sostenitori e detrattori, con l’espressione “rivoluzione neo-liberista”.
Quando – a partire da metà degli anni Novanta – quella generazione è arrivata in Italia a occupare posti di potere, la rivoluzione è entrata a far parte del lessico pubblico, ma depotenziata e depurata. Priva di ogni addentellato con la possibilità e la volontà di pensarla e attuarla, essa è diventata sinonimo di cambiamento, nel contesto dell’eterna transizione della politica italiana verso riforme sempre promesse e mai realizzate.
Forse basterebbe guardare al di fuori dei nostri confini, per accorgerci che i drammatici avvenimenti in corso in Nord Africa o in Ucraina sono essi sì rivoluzionari (nel bene e nel male). E con il loro bagaglio di speranza e desiderio di riscatto, ma anche di morti e guerre civili, ci fanno vedere che, nel mondo reale, ogni rivoluzione «non è un pranzo di gala».”

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Appuntamento con lei

corteggiamento-classicoL’abbiamo letto stamattina in una prima, un articoletto simpatico e dall’inizio furbo che ho trovato qui. A scriverlo è Jarrid Wilson, “un marito, un pastore, un autore, un blogger. E ha fatto una confessione che sta facendo discutere molto.”
«Ho una confessione da fare: Mi sto incontrando con una persona anche se sono sposato.
Lei è una ragazza incredibile. E’ bella, intelligente, astuta, forte e ha un’immensa fede in Dio . Mi piace portarla fuori a cena, andare al cinema, a teatro, e dirle sempre quanto è bella. Non riesco a ricordare l’ultima volta in cui sono rimasto arrabbiato con lei per più di cinque minuti, e il suo sorriso sembra sempre illuminare la mia giornata indipendentemente dalle circostanze.
A volte mi viene a trovare a lavoro senza preavviso, mi cucina cose deliziose. Non riesco a credere quanto sono fortunato ad essere uscire con qualcuno così, anche se sono sposato. Vi incoraggio a provare e vedere come può diventare la vostra vita .
Oh! Vi ho già detto che la donna con cui sto uscendo è mia moglie? Che cosa vi aspettavate?
Solo perché siete sposati, non significa che i vostri appuntamenti debbano finire.
Ho bisogno di continuare a uscire con mia moglie anche se siamo sposati. Non dovrei smettere di corteggiarla solo perché entrambi abbiamo detto “Lo voglio”. Troppe volte vedo rapporti che smettono di crescere perché la gente smette di prendere l’iniziativa e di riempire di attenzioni il partner.
L’appuntamento è un momento in cui si conosce qualcuno in un modo speciale e unico. Perché smettere? Non si dovrebbe. Quelle farfalle nello stomaco del primo appuntamento non devono svanire solo perché gli anni sono passati. Svegliarsi ogni giorno e corteggiare il coniuge come se foste ancora ai primi appuntamenti. Se lo farete, vedrete un drastico cambiamento in meglio nel vostro rapporto .
La chiave in ogni rapporto è la comunicazione e l’azione di costante ricerca. Nessuno vuole stare con qualcuno che non tiene a queste cose con tutto il cuore .
Vi incoraggio a dare appuntamenti al vostro coniuge, impegnarvi con tutto il cuore, e capire che tutto ciò non dovrebbe finire solo perché avete detto: “Lo voglio”.»