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Siamo tutti scheggiati e feriti

Ennesimo bel pezzo di Roberto Cotroneo

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Sentii un urlo attraversare la natura

urlo-munchSentivo la necessità di completare il trittico artistico di oggi…

“Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.” (Edvard Munch)

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Senza sangue

il-bacio-di-klimt-dettaglioEra il luglio 2009, vivevo ancora a Palmanova. Ho buttato giù di getto questo racconto. Non l’ho mai pubblicato sul blog. Oggi penso che ci possa stare.

Fa caldo, fuori. Nella mia casetta a piano terra coi muri esterni di 70 cm almeno, no. E’ fresco: non c’è bisogno dell’aria artificiale del condizionatore né del ronzio fastidioso del ventilatore che ha le pale allentate. Certo è anche umido; una casa rimasta chiusa per dieci anni che confina con un fioraio che prima aveva le aiuole sotto il muro e ora ha il cortile con la pendenza sbagliata ha bisogno di almeno altrettanti anni di tempo secco. Ma il tempo secco, nella mia terra, è una speranza che ha la velocità di un déjà-vu. Ieri sera ho iniziato a leggere un breve libro di Alessando Baricco, comprato un’ora e mezza prima dell’inizio del film che avevo deciso di vedere. Mi piace essere puntuale, anzi, mi piace proprio essere in anticipo: come si dice, sono un anticipatario? Anni fa, quando mia moglie era la mia ragazza e viveva parti di settimana a Trieste, andavo spesso al cinema da solo. Mi piace. Entrare nel multisala, comprare subito il biglietto e controllare la sala dove sarà proiettata la mia scelta; e poi vivere l’attesa. Mi si parano davanti due possibilità: la libreria o il voyeurismo sociale. Se ho tempo, come ieri sera, entrambi. Quando entro in una libreria provo un po’ la stessa sensazione di quando ho incrociato per la prima volta gli occhi di Sara: se non posso avere tutto, almeno qualcosa di quel posto deve essere mio. E inizio la passeggiata, all’inizio casuale, poi, mano a mano che passa il tempo, sempre più mirata. Di solito, all’inizio mettono le ultime novità: sguardo fugace, giusto che non ci sia qualcosa di Follett o Zafòn (gli altri possono attendere l’edizione economica). Poi l’interesse si sposta sulle offerte: la recessione pesa… Mi casca l’occhio su un cartello che mi annuncia il 30% di sconto sull’Economica Universale Feltrinelli (“Bene e anche stasera una cagata me la porto a casa”). La riflessione per arrivare a emettere un verdetto d’acquisto non dura a lungo: c’è Baricco. E non mi occorre neppure annusare il libro: meglio evitare, potrei rendermi conto che c’è un sottofondo di fritto e di pop-corn che arriva dalla hall e rinunciare a tutto. Per evitare discussioni e alterchi interiori ne compro due (“vai mai a sapere, un rimorso…”): Senza sangue e I barbari. Bene, ora che la decisione è presa e i libri sono in mano, mi abbandono a cinque minuti di random per la libreria: arte, fumetti, storia, politica, saggistica, filosofia, romanzi rosa no grazie, cinema… cassa. Lei alza lo sguardo: “Buonasera prof” “Ciao! Lavori qui?” (“No, faccio volontariato, deficit” avrebbe potuto rispondere, ma è gentile) “Eh sì, già da un anno”. “In effetti sono io che è una vita che non vengo al cinema. Come stai?”. Sta bene, ora che manca poco, sta bene; non è stato facile. Ha lo sguardo e il tono di voce di chi sa, di chi ha dentro qualcosa che sta bruciando, ma non riesco a capire se quell’incendio abbia già raggiunto il flashover o sia in fase di estinzione. Mi sale in testa un pensiero che solo un idiota potrebbe dire: te l’avevo detto. E benché nel mondo la percentuale di idioti sia in ascesa, riesco a non dare il mio contributo alla crescita. La incoraggio, invece, e non mi dispiacerebbe rubarla un attimo a quella cassa solo per parlare un po’. Ma sta lavorando: ci sarà un’altra occasione. “In bocca al lupo per il 13” ed esco.
Manca un’ora al film: divanetto-time. Qualche mese fa avrei detto sofà-time, ma da quando c’è un’odiosa pubblicità della Ferrilli che chiosa “sofà sofà sofà e beato chi soo fa il sofà hihihi” ho cancellato il termine dal mio vocabolario. Faccio un giro davanti alle casse per trovare il posto giusto: possibilmente in zona semi-buia, possibilmente senza compagnia, possibilmente con vista sugli schermi di accesso alle sale. Ma i tre possibilmente non si trasformano in realtà: a quale dei tre rinunciare? Purtroppo devo lasciarmi alle spalle due su tre: il semi-buio e la solitarietudine (N. Elia dice che solitudine è l’incapacità di entrare in contatto con gli altri, non riuscire a stabilire un rapporto mentre la solitarietà o “essere solo” è Robinson Crusoe, l’essere costretti a stare soli. Io semplicemente voglio stare solo). Mi siedo e tiro fuori dal sacchetto in nylon Senza sangue e inizio a leggere. Non è una lettura tranquilla e continua: ci sono le voci e le risate di tre coppie accanto a me che giocano ad andare a turno in bagno, ci sono le voci metalliche e amplificate delle cassiere del cinema, di certo più protette di una cassiera di banca, ci sono i tintinnii delle tazzine del bar, ci sono i commenti delle persone che stanno uscendo dalle sale. Ma soprattutto c’è il mio pensiero che vola a Sara che non mi risponde al cell: è ad Atene, a un convegno. Le ho detto un’ora fa che ci saremmo sentiti, ma la batteria del mio telefonino ha avuto un crollo di prestazione simile all’andamento borsistico degli ultimi mesi: velocissimo e inesorabile. Il mio film finisce verso la mezza e ad Atene sono un’ora avanti: meglio avvisarla, ma non risponde. Era preoccupata prima di partire: parlare in inglese davanti a tante persone non la faceva sentire tranquilla. Ma lei è in gamba. Vibra il cell: è lei. E’ un po’ più serena: ha sentito una collega esporre in un inglese decisamente peggiore del suo. Ci diamo appuntamento a domani mattina, sempre al telefono; le sussurro che la amo, sorride; le dico che è importante per me perché è l’unica moglie che ho, ride. “notte”, “notte anche a te”. Penso alla fortuna che ho avuto ad incontrarla quattordici anni fa.
Ricomincio a leggere dopo un po’ di voyeurismo sociale, anche se mi manca lo strumento più adatto: i miei occhiali scuri. Guardare la gente, tutto qui; e immaginare… Entrano in due: sono sui quaranta, forse lei qualcosa di più. Lei la chiamo Silvia, è vestita un po’ démodée, lui lo chiamo Gianluca, è un po’ trasandato e coi capelli raccolti da un elastico che arrivano a metà schiena. Lei si dirige dritta verso la libreria, lui si ferma, lei lo prende per mano e lo trascina; vince Silvia che ottiene da Gianluca un “ok, ma cinque minuti”.
Abbasso gli occhi e leggo.
“… Nina chiuse gli occhi. Si appiattì contro la coperta, e si rannicchiò ancora di più, tirando su le ginocchia, verso il petto. le piaceva stare così. Sentiva la terra, fresca, sotto il fianco, a proteggerla – lei non poteva tradirla. E sentiva il proprio corpo raccolto, rigirato su se stesso come una conchiglia – questo le piaceva – era guscio e animale, riparo di se stessa, era tutto, era per se stessa tutto, nulla avrebbe potuto farle del male fino a quando fosse rimasta in quella posizione – riaprì gli occhi e pensò Non muoverti, sei felice”.
E mi viene in mente la cassiera della libreria… Mi alzo, è passata mezz’ora, devo entrare in sala. Butto l’occhio verso la libreria: vicino alla cassa ci sono Silvia e Gianluca. Ha vinto Silvia.

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Ti auguro un incontro

aphrodite-1Prima la quattordicenne che si è suicidata a Cittadella, poi il ragazzino di terza media che ha tentato di farlo a Trieste, e infine quelli di cui non si sa. Oggi ho letto questo breve articolo di Cristina Carpinelli su uno dei blog legati a Radio24. Non c’entra nulla con le parole appena scritte, almeno apparentemente:
“Rodrigo ha 40 anni, dice di essere uno con la ‘Capa pazza’, ma se passi mezz’ora con lui pensi a un saggio travestito da clown. Rodrigo è un medico clown, un signore che entra nel reparto di oncologia pediatrica e va a stanare il dolore. I bambini lo aspettano: “arriva il dottor Strettoscopio” urlano. Rodrigo Morganti ha iniziato a fare questo lavoro quando aveva 20 anni. E’ stato uno dei primi. “La prima volta che sono entrato da solo in una stanza ero pronto. Avevo visto in faccia la dolcezza che un medico clown aveva portato a un bimbo malato terminale. Quella dolcezza era come quando assaggi per la prima volta il cioccolato. Io volevo fare quel lavoro, l’ho capito in quel momento. Fino a poco prima ero pronto a fuggire, a me gli ospedali facevano paura”. E ora, gli chiedo, non hai più paura? “Ho imparato a guardarla in faccia” mi risponde. Questa è la storia di un uomo che ha incontrato il dolore, la morte, il pianto, la disperazione li ha presi in braccio e li ha trasformati in un sorriso forte come una ventata d’aria fresca. Quella di Rodrigo è la storia di un ragazzo generoso, oggi uomo, che da questo lavoro dice: “Sono più le cose che ricevo che quelle che do”. Mi racconta di un episodio avvenuto qualche giorno. Era sull’ascensore dell’istituto dei tumori di Milano, un ragazzo sui venti anni sale all’ultimo, inizia a fissare Rodrigo e poi: “Ma lei è il dottor Strettoscopio?” e lui sorridendo: “Si, sono io.” “Io sono uno dei suoi bambini, 15 anni fa ero in oncologia. Ora mi sto laureando in medicina”. L’ascensore si apre l’ex bambino scende.
La vittoria più bella, la vita che non si spezza e che trasforma il dolore in risorsa, in bellezza piena, altruista.”

Ecco, la sola cosa che mi viene da pensare col cuore in mano è che mi piacerebbe che i ragazzi che sentono di non trovare ragioni o forze per andare avanti e pensano di togliersi la vita possano fare un incontro con qualcuno in grado di far loro percepire e vivere “la vittoria più bella, la vita che non si spezza e che trasforma il dolore in risorsa, in bellezza piena, altruista”. E che magari quel qualcuno possa essere ciascuno di noi.