Il filosofo


Giacomo_Ceruti_Filosofo

C’è un quadro che ha attirato la mia attenzione qualche settimana fa. E’ “Il filosofo” dipinto da Giacomo Ceruti, qui presentato da Vittorio Sgarbi su Sette.

“L’insolita composizione ci presenta un soggetto più volte affrontato in chiave caravaggesca o tenebrosa nel corso del XVII secolo: il filosofo solitario vestito di stracci come un mendicante che si misura o si accredita con il sapere rappresentato dai libri. Ceruti introduce due varianti che assimilano, vieppiù, il filosofo all’ambiente dei mendicanti. D’altra parte i cinici prendono il nome da kynikos, cane, per esplicito riferimento all’indifferenza per i beni terreni, alla concentrazione nei pensieri, che distoglie da ogni cura o beneficio materiale, assimilando la vita del filosofo a quella del cane. Ceruti interpreta il tema alla lettera, e la sua intuizione formale più evidente e felice è lo spazio davanti a un muro di pietre sconnesse nel quale si accomoda disteso sulla terra il personaggio in cui è inevitabile identificare un filosofo antico che potrebbe essere anche un sofista o Socrate o Diogene in attesa di Alessandro. Diogene Laerzio racconta di Diogene il cinico: «[Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. “Io sono Alessandro, il gran re”, disse. E a sua volta Diogene: “Ed io sono Diogene, il cane”. Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: “Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi”». In effetti, in quell’angolo nel quale il pittore lo ha ristretto, il filosofo sembra, con la luminosità che lo irradia, godere del sole per meglio leggere il suo libro, mentre usa gli altri, chiusi, per trovare un comodo appoggio. Possiamo così dire che le varianti del Ceruti, rispetto al soggetto rappresentato nel secolo precedente, sono nel concepire la figura distesa, e non in piedi, di tre quarti, contro uno sfondo indefinito; nell’immaginarla concentrata nella lettura, invece che nell’incrociare il nostro sguardo tra meditazione e desolazione; nell’averla vestita con abiti chiari. Sono elementi che rendono originale e sorprendente l’invenzione del Ceruti, che già si era esercitato, fuori dai soggetti allegorici, in analoghe composizioni, del suo mondo più consueto, come il Pitocco in riposo, davanti a un muro di blocchi di pietra, del ciclo di Padernello.

La consistenza dei panni e il blu dei pantaloni, quasi jeans, rimandano a opere tra il 1730 e il 1735, come il Giovane popolano con cappello. La disarmata semplicità è prerogativa del pittore, soprattutto in quegli anni. Quando i soggetti di poveri e mendicanti sembrano i temi esclusivi del pittore che descrive scene di vita popolare “color di polvere e di stracci”, così da giustificare la definizione di Testori: «L’Omero dei diseredati».”

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