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Leggere

Leggo su “Il Piccolo” che “il Friuli Venezia Giulia è la regione d’Italia più forte per lettura di libri: il 56,4% dei residenti legge almeno un libro all’anno, rispetto alla media nazionale che è del 43 per cento. Il dato è stato diffuso dall’Associazione Italiana Editori (Aie)”. Il primo pensiero è che un libro all’anno sia davvero poco, pochissimo. Il secondo è che la metà degli italiani non legga neppure quello. Il terzo è una domanda: ma è un dato assoluto e certo o è una media? Perché avendo letto nel 2014 una ventina di libri, nel caso in cui si tratti di una media, significherebbe che una ventina di persone non ne hanno letto alcuno!
Approfitto per raccontare un piccolo episodio. Lunedì pomeriggio, in attesa che iniziasse il collegio docenti, stavo leggendo “Berlin. La città delle pietre” di Jason Lutes, un fumetto che racconta delle vicende storiche sulla Repubblica di Weimar. Non sono stati pochi i colleghi che, sbirciando immagini e nuvolette, appoggiandomi una mano sulla spalla, mi hanno detto: “Ah, ci diamo a qualcosa di facile, eh?”. Riporto qui sotto un passaggio (pag. 84) e una delle strisce che mi sono più piaciute, ambientata su un tram (pag, 74): “La storia dell’umanità è come un grande fiume, che trova il suo percorso nelle zone più basse del paesaggio, e ogni pagina è come una pietra. Viene lanciata senza scopo, solo per vedere il tonfo, però migliaia di pietre possono far salire il livello dell’acqua fino a far straripare il fiume. L’acqua si spande, la forza del fiume diminuisce, in breve diventa una palude. Ma se ogni pietra è posta attentamente e con un progetto, forse si può costruire qualcosa. Non per arginare la corrente, ma per deviarne il corso. Berlino è stata costruita su una palude. Spero ne resterà più di un mucchio di pietre”.
Io non riesco a non considerarla letteratura. E confesso che, a volte, una lettura sola non mi basta…

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Valorizzare le crepe

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Un’amica ha condiviso su fb questo post che riporto quasi per intero. La fonte è “Organic farm”. Grazie Rita.
“Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello. Questa tecnica è chiamata “Kintsugi”.
Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.
E la differenza è tutta qui: occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe.
[…] La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna. Rendere belle e preziose le “persone” che hanno sofferto… questa tecnica si chiama “amore”.
Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore fa due cose: ti insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro.
I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l’hanno capito più di sei secoli fa – e ce lo ricordano sottolineandolo in oro.”