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La tavolozza dei grigi

Davide Mazzanti è l’allenatore della Nazionale italiana femminile di pallavolo. Qualche giorno fa, durante il ricevimento al Quirinale delle due nazionali, maschile e femminile, campionesse d’Europa, ha tenuto un breve discorso (2 minuti), a mio avviso molto significativo. Nella premessa afferma che lo sport sia spesso metafora della vita o di alcune fasi dell’esistenza. E poi fa una considerazione su cosa sia realmente lo sport e su come dovrebbero funzionare auspicabilmente le nostre relazioni. Eccone un estratto:

“Oggi celebriamo con convinzione i traguardi dei campioni e delle campionesse. Ma sotto i coriandoli della festa c’è un mondo intero che risale in superficie soltanto quando la palla cade dal lato giusto del campo.
Perché chi perde, invece, è un fallito.
Non è questo lo sport. In una narrativa che è soltanto bianco e nero, lo sport è la tavolozza dei grigi. Dove successo e sconfitta sono figli della stessa identica fatica, passione e desiderio. Dove tanti piccoli passetti in direzione dell’eccellenza possono anche essere distrutti in un istante, ad opera della sfortuna o del caso.
Tutto ciò che accade in un rettangolo di gioco, in una piscina, in una palestra, è imponderabile, è affascinante, è doloroso, è stressante ed è unico. Ed è anche lo specchio di quello che ognuno di noi vive quotidianamente sul lavoro, con gli amici, in amore e nelle proprie comunità.
E in questa grande estate tricolore, se c’è un messaggio che vale davvero la pena condividere è la speranza che le medaglie e i successi ci aiutino a creare un mondo in cui la gratitudine e il rispetto non svaniscano, al di là del lato dove cadrà l’ultima palla.”

Applichiamolo ovunque: politica, relazioni, lavoro, scuola, associazioni, sociale, famiglia… Ne troveremo giovamento.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, libri e fumetti, Scuola

Gemma n° 1750

Fonte immagine: Vox zerocinquantuno

Era iniziata così, il 21 settembre del 2014: “Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa.” Il 1° ottobre ho pubblicato sul blog la prima gemma. Si trattava di una scena del film Mr. Nobody proposta da una allieva di seconda. Dopo i primi due anni, per mancanza di tempo, ho smesso di riportarle sul blog: l’ultima, la numero 503 consisteva nella lettera al basket da parte di Kobe Bryant, proposto da una ragazza di terza. Abbiamo continuato le gemme in classe ma negli ultimi due anni, tra dad e quarantene, tra classi a metà e frequenze a settimane alterne, tra giorni pari e giorni dispari, l’attività è spesso proceduta a singhiozzo.

Desidero allora rilanciare la proposta, cercando di dare alle gemme l’importanza e lo spazio che si meritano. Le faremo anche nelle classi prime e tenterò di riprenderle sul blog: non mi va di ripartire con la gemma 504, come se in mezzo non ci fosse nulla… C’è una ricchezza enorme lì dentro: è capitato sovente di commuovermi, lì dentro. Allora ho fatto una stima di circa 250 gemme all’anno e quindi ripartiremo dalla gemma 1751. Ma come ho fatto il 21 settembre di 7 anni fa, propongo io una prima gemma, la 1750, con la quale voglio semplicemente dire cosa siano per me le gemme. Lo faccio attraverso un pezzettino del prologo del libro Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia:
“Col suo amato, a fine giornata, quando la luce allenta la sua morsa sul mondo e sulla carne, faceva sempre un gioco: raccontarsi a vicenda la cosa più bella di quel quotidiano trascorrere, perché era l’unico modo di salvarla per sempre, non di sconfiggere il tempo ma di scommettergli contro. La luce rifratta dalle foglie bagnate d’autunno, l’incanto di un racconto d’amore e di morte, il bagliore di un fuoco in una casa strappata a una notte di ghiaccio, il rumore costante di un torrente che canta proprio quando incontra un ostacolo… Quella cosa bella non salvava solo se stessa, ma tutta la giornata, come ne fosse il centro, il punto di leva e di espansione, la benedizione. Era l’istante affrancato dal tempo, pur essendo nel tempo generato.
Da quella donna ho compreso che salvo è tutto ciò che si sottrae alla seduzione della polvere: ciò che senza rinunciare al tempo viene dal tempo liberato e se ne fa misura, e dello spazio che gli è concesso fa la sua dimora.”.

Buona ricerca della vostra gemma, non vedo l’ora di darle tempo e spazio.

Pubblicato in: Etica, opinioni, Società

Segni di civiltà

Fonte immagine: Needfile

“Uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra. Ma non fu così.
Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici che si aggirano intorno a te. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca.
Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.
Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo”.

Non sono riuscito a trovare una fonte certa di questo scambio: lo si trova in rete su vari siti e pagine. L’ho riportato perché in questi giorni mi è capitato varie volte di riflettere su questo aspetto. Nella mia città d’origine, Palmanova, si stanno per tenere le elezioni amministrative e quindi è in corso la campagna elettorale che di tanto in tanto seguo attraverso i social. Una triste campagna elettorale. “Desidero mettermi al servizio dei cittadini, della comunità” penso sia una delle espressioni più utilizzate dai candidati delle diverse liste. E una delle cose più disattese in questa fase di attacchi, accuse, offese. Cominciate da qua, ve lo chiedo col cuore. Cominciate dalla campagna elettorale a essere civili. Se non altro per convenienza politica! Sono poco convinto che sia in base a quanto legge e vede sui social che un cittadino decida per chi votare. Ma è molto più probabile che decida per chi non votare…

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Amu, mare

La settimana scorsa ho scattato questa foto a Mariasole. Stava correndo in leggera salita. Ieri, guardando la foto, la nonna le ha chiesto “Cosa c’è laggiù?” indicando l’orizzonte, e lei ha risposto “Amu”, il suo modo di dire “Mare”. Ma quando correva Mariasole non lo sapeva, non sapeva che dopo la salita e oltre la balaustra ci sarebbe stato qualcosa di bellissimo e che lei ama tanto. E lo sguardo meravigliato di un bimbo quando viene sorpreso dall’inaspettato, dall’inatteso, dal sorprendente, dal bello, è qualcosa di unico perché è senza filtri, senza finzioni, senza freni: è gioia pura. Ed è contagioso! Perché ne vieni colpito anche tu che hai la fortuna di incrociare quello sguardo. A volte capita di vederlo anche a scuola, anche se molto più raramente. E’ l’espressione che ha in faccia chi dopo la salita, dopo aver superato le varie balaustre, ha colto con lo sguardo il mare, l’orizzonte. Compito mio da insegnante è mostrare le strade, accompagnare, motivare, dare l’idea, smuovere al movimento, far intuire una goccia del mare e poi, perché no?, fare come Sara in questa seconda foto: correre dietro a Mariasole perché non si fiondi in mari troppo pericolosi per lei 😉

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Un occhio generativo

Mi sto dedicando alla lettura notturna di L’appello di Alessandro D’Avenia. Ho l’abitudine di prendere nota dei passi che mi colpiscono e di riportarli poi su dei quadernetti (anche se è un po’ che non faccio quest’ultima operazione e mi manca farlo). Come si vede nella foto sono arrivato a pagina 50 e le citazioni sono già tante (come sempre mi capita con i libri del prof siciliano). Oggi mi voglio soffermare su alcuni di quei passi per restare sul tema dell’ultimo post: i buoni propositi per il nuovo anno.

E’ il prof. Romeo a parlare, il docente non vedente di un liceo scientifico: “Dare un nome proprio e dare alla luce sono la stessa cosa. Da quando sono cieco ho capito che la luce non è semplicemente quella che si riflette sulle cose, ma quella che ne esce quando le chiami per nome. […] Per riuscire a insegnare devo concentrarmi sulla presenza dei ragazzi e non sulle mie aspettative, devo lasciare che siano loro a venire alla luce e non io a illuminarli. Almeno ci devo provare…” (pag. 37). L’anno scorso sono riuscito a farlo in alcune classi e da loro sono uscite cose meravigliose che mi hanno emozionato e meravigliato. Le ore emozionanti e che generano meraviglia e stupore sono quelle che rimangono più impresse, quelle generative: lo sono per me, penso lo siano anche per loro. E con questo mi lego alla seconda citazione, è una studentessa a parlare, Elisa, anzi Virginia: “Soffoco tra queste mura così strette e mi chiedo che ci facciamo qui, tutti i giorni, a morire di noia. Perché volete costringere la vita nella taglia XXS dell’abitudine? Spero che lei possa raccontarci qualcosa che non abbiamo mai visto… Altrimenti la mia anima sarà costretta ad andarsene anche durante queste ore, pur di respirare. Non ho mai sentito una nota di meraviglia nelle parole della nostra professoressa di scienze.[…] Così è la mia vita, professore, fuggo sempre da dove ci si annoia e mi abbandono a lunghi sogni di trasformazione. Viaggio con l’anima e divento tutto ciò che mi stupisce. E devo farlo per forza, se non voglio morire di realtà.” (pag. 48).

Ecco quindi, dopo l’orecchio bambino del precedente post, altri due propositi: far venire alla luce e generare meraviglia (che mi suonano decisamente affini). C’è di che rimboccarsi le maniche.