Zolla dopo zolla

Ho trovato in rete questo raccontino; qualcuno scrive sia una storia sufi, in ogni caso non ho reperito una fonte certa. La leggo come un incoraggiamento nei momenti in cui tutto sembra remarti contro e arrivano tante critiche; la capacità umana può stare nel trasformarle in occasioni di crescita (a volte scrollandosele di dosso, a volte recependole cercando di migliorarsi).

“Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non sufi,speranza,resistere,crescerepoteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto. Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, l’asino si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo. Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice.”

Il bianco e il nero

Oggi la connessione internet casalinga mi ha fatto impazzire. Scrivo solo ora che sono riuscito a configurare sul nuovo pc la penna wind. E lo faccio brevemente con uno spunto di Khalil Gibran tratto da Sabbia e spuma.

“Alcuni di noi sono come l’inchiostro e altri come la carta.

E se non fosse per il nero di alcuni di noi, alcuni di noi sarebbero muti.

E se non fosse per il bianco di alcuni di noi, alcuni di noi sarebbero ciechi.”

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Un’informazione dalle salde fondamenta

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Ho avuto un buco di 5 minuti e ho approfittato per sfogliare la rivista Sette. Mi sono imbattuto in un pezzo molto interessante di Roberto Cotroneo. La riflessione era sul nuovo modo di fare informazione oggi: “… Peccato che nessuno sa più cosa sia l’informazione sul web, e spesso gli editori e i giornalisti, che vivono un cambio di era geologica, fanno quello che sanno e quel che possono: adattano, mettono i giornali in pdf, cercano un po’ di interattività, provano a cucire il vestito dell’informazione dentro il web per dimostrare di essere moderni”. E’ un po’ la stessa cosa che ho notato un anno fa quando dovevo adottare un nuovo libro di testo a scuola: ne ho trovato solo uno veramente innovativo, tutti gli altri erano pure edizioni a schermo di quelle cartacee. Continua poi Cotroneo sull’importanza della cultura umanistica: “Il problema del web, e dell’informazione sul web, non è nell’innovazione, quella è facile: è nelle humanities. Solo che stiamo facendo morire gli studi umanistici nelle università italiane. Con danni veri. Un buon ingegnere deve imparare il greco, e un buon manager dovrebbe prima studiare san Tommaso e Aristotele, e solo dopo organizzazione aziendale. E’ finito un tempo e nessuno sa come farne iniziare uno nuovo: chi ha studi di humanities non ha potere, e chi ha potere snobba filosofia e letteratura, lingue antiche e arte. Il risultato è che abbiamo cattivo marketing, cattiva gestione manageriale e futuri tecnologici già vecchi prima di realizzarli. Tutti abbiamo bisogno di fondamenta per le nostre case. Ma senza un progetto, senza Le Corbusier che prendeva dalla sua storia, dalla sua vita, linee e idee per nuovi edifici, le fondamenta sono solo piloni di cemento armato inguardabili e inutili”.

Cerchiamo sottigliezze

Zinaida Gippius si definiva la “Nonna del decadentismo russo”; nacque a Belev nel 1869. Lei e il marito D.S. Merezkovskij erano entrambi antibolscevichi, ed emigrarono a Parigi agli inizi degli anni ’20, dove diedero vita a un vivace salotto letterario. Scrisse opere di narrativa, di poesia e di saggistica. Morì a Parigi nel 1945. Questo è uno dei testi (traduzione di Angelo Maria Ripellino) che mi hanno maggiormente colpito, un elogio della semplicità, oltre le sottigliezze, oltre i nodi ingarbugliati, oltre i retropensieri… “l’anima sottile è semplice come questo filo”

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Attraverso un sentiero del bosco, in un comodo cantuccio,

un elastico e lindo filo di ragno,

asperso di allegria solare e di ombra,

è sospeso nei cieli; e con tremito impercettibile

il vento lo fa vibrare, tentando invano di strapparlo;

il filo è saldo, sottile, diafano e semplice.

È tagliata la viva cavità dei cieli

da una linea sfavillante, da una corda policroma.

Noi siamo avvezzi a stimare solo ciò che è confuso.

Con falsa passione nei nodi ingarbugliati

cerchiamo sottigliezze, ritenendo impossibile

congiungere nell’anima semplicità e grandezza.

Ma sono meschine, ruvide e smorte le cose complesse;

e l’anima sottile è semplice come questo filo.

Avvolga pure

Un’ora fa un’ex alunna su fb ha scritto “La vita è una questione di scelte…. giuste o sbagliate che siano ..ciò che importa è che sia tu a scegliere ….”. Poco dopo mi sono imbattuto in queste parole di Salvatore Natoli, contenute in “La felicità. Saggio di teoria degli affetti”, e che alla fine riportano una citazione di Orazio: una spinta per sentirsi un po’ più protagonisti e artefici della nostra vita.

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Quanto la giustizia esige

A volte ho bisogno di ricaricare le pile, di rimotivare il mio lavoro, le mie ricerche, il mio percorso. A volte ho bisogno di fare il punto della situazione, di mettere le cose a una certa distanza per osservarle meglio nel loro complesso. Però mi capita anche di smarrirmi nel fare questo e di faticare a trovare il bandolo della matassa; e allora, aprendo un libro succede di leggere le parole giuste, quelle che ti mettono la pace nel cuore. “Non bisogna mai cercare di fare al prossimo altro bene che trattarlo con giustizia. Per provare una gratitudine pura (il caso dell’amicizia a parte) ho bisogno di pensare che mi si tratta bene non per pietà o per simpatia o per capriccio o a titolo di favore o di privilegio, e neppure per un effetto naturale del temperamento; ma per desiderio di fare quanto la giustizia esige” (Simone Weil).

giustizia, motivazioni, etica, bene, male, agire, buonismo, realismo

Un infinito da abitare

Queste parole, scritte da Nietzsche nell’aforisma 124 de La gaia scienza, le lascio qui perché possano leggerle quelli che sono partiti e hanno desiderio di una spinta, quelli che hanno mollato gli ormeggi e magari si sentono persi davanti alle infinite possibilità, gli amici che avvertono la vertigine del volo che stanno compiendo, gli studenti ed ex-studenti che tremano davanti al futuro ma hanno scintille negli occhi; le lascio qui per me, per ricordarmi un infinito da abitare giorno dopo giorno.

«Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito. Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nella pareti di questa gabbia! Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste più “terra” alcuna!»

nietzsche, infinito, scelte, terra, mistero, libertà

Dio contro se stesso

Ancora uno spunto di riflessione sulla tematica del male, di Dio, del perdono. Le parole sono di Luigi Pareyson:

9788806154554g.jpg“L’idea del Dio sofferente è l’unica che possa resistere all’obiezione della sofferenza inutile come dimostrazione dell’assurdità del mondo, e che, anzi, possa capovolgere l’intera problematica della sofferenza, nel senso di trarre dalla stessa incomprensibilità del dolore la possibilità ch’esso dia un senso alla vita dell’uomo. L’idea fondamentale di Dostoevskij è che se per un verso l’umanità è liberata dalla sofferenza perché la stessa sofferenza è portata in Dio, per l’altro verso il senso della sofferenza dell’umanità è la consofferenza col redentore che col suo dolore ha soppresso quello dell’umanità (lPt 2,19.21-24).

La sofferenza del Cristo è un evento tremendo e immane, che riesce a spiegare la tragedia dell’umanità solo in quanto estende la tragedia alla divinità. In questo senso la sofferenza inutile è esemplare: essa è un caso in cui il male è in Dio e quindi Dio deve soffrire. Con l’idea del Dio sofferente la sofferenza non è più limitata all’umanità, ma diventa infinita e s’insedia nel cuore stesso della realtà. Dostoevskij, nel partecipare allo scandalo di Ivan per la sofferenza inutile, riconosce che il cuore del creato è dolorante: nella sofferenza inutile il dolore acquista per lui una portata non solo umana, com’è nella sofferenza in generale, bensì anche cosmica. Ma quando egli indica nel Cristo sofferente l’unica risposta possibile alla domanda sull’inutilità della sofferenza, mostra di ritenere che il dolore acquista per lui anche un significato divino, anzi teogonico. La sofferenza del Cristo è tanto più infinita e terribile se si pensa che in lui è Dio stesso che ha voluto soffrire ed ha sofferto. Per quanto tutta intera cruenta e straziante, la sofferenza del Cristo ha conosciuto culmini particolarmente tragici e dolorosi, e indubbiamente il più drammatico è il momento in cui egli sulla croce si è sentito abbandonato da Dio.

E s’è trattato d’un reale abbandono, ciò che, come osserva Kierkegaard, può succedere non a un uomo, ma solo al Dio-uomo: Dio ha risposto col suo silenzio al grido del Cristo, il che è doppiamente crudele da parte di Dio, perché Dio non soltanto ha voluto che il Figlio soffrisse, ma lo ha abbandonato nel momento della sofferenza. Ciò significa che Dio è crudele anzitutto con sé: egli stesso vuol soffrire, e si abbandona perciò alla crocifissione; non ha risparmiato suo Figlio, cioè se stesso, e in una forma di sublime masochismo s’è messo contro di sé; v’è in lui una crudeltà radicale e originaria, che lo induce anzitutto a negare se stesso e a ergersi contro di sé. Una legge di espiazione grava sull’umanità come suo destino di sofferenza; e su questa tragica vicenda giunge come una grazia inaspettata il perdono di Dio. Ma il perdono è possibile in virtù d’una tragedia anche più immane di quella umana, ed è la tragedia immanente alla vicenda di Dio: la sofferenza del Cristo e il suo abbandono da parte di Dio nel momento estremo del suo abbassamento. Alla tragedia umana e storica dominata da una misteriosa legge di espiazione s’aggiunge una tragedia divina e teogonica: Dio contro se stesso.” (Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Torino, Einaudi, 1995, pp. 198-199)

Di domanda in domanda, di risposta in risposta

Ieri sera ero a giocare in trasferta. La partita è iniziata tardi, siamo andati al tie-break e il domandaPV.jpegfischio finale c’è stato solo a mezzanotte meno un quarto. Arrivato a casa, le mie solite due mele, la lavatrice messa in funzione perché stasera mi serve di nuovo la divisa della squadra, il ghiaccio sul ginocchio, l’adrenalina ancora a mille… Conseguenza: occhi sbarrati davanti alla tv e zero sonno. E così, dopo la parte finale di un’inutile replica calcistica di Francia-Georgia mi sono imbattuto, verso le due, in un’intervista di due anni fa a Massimo Cacciari. Sono rimasto incollato perché era registrata a casa del filosofo veneziano ed ero affascinato dalla quantità di libri presenti in ogni stanza e nei corridoi, il tutto diviso per aree tematiche con scaffali allungati fino al soffitto. Mi è venuta in mente una frase di Maurice Blanchot che mi sono appuntato qualche giorno fa: “donde vengono l’ansia di interrogare, l’alta dignità riconosciuta alla domanda? Domandare significa cercare”. Penso che il domandare sia continuo, come il cercare; ma il fatto che essi non abbiano fine, non implica il non trovare. Il fatto è che ogni domanda con il conseguente tentativo di risposta apre alla domanda successiva. Trovo che sia una delle cose più affascinanti della vita e che sia anche di buon auspicio all’inizio della settimana santa.

Belando di economia

Articolo di Roberta Scorranese nella sezione “Cultura” del Corriere di oggi. Lo consiglio, soprattutto agli studenti del Les e a quelli che hanno apprezzato il tema della globalizzazione. L’articolo lo trovate qui in pdf.

“Ogni famiglia felice si fraintende a proprio modo. E così succede che, mentre una mamma e un papà della buona borghesia credono il giovane e intelligente Filippo intento nei suoi alti studi di economia a Stanford, questi irrompa in un convegno a Oxford accompagnato da un gregge belante di pecore. Pecore vere. È spiazzante l’inizio di “Non so niente di te”, il romanzo che segna il passaggio di Paola Mastrocola da Guanda a Einaudi. Spiazzante non solo nella combinazione narrativa, ma anche nella «metafisica del racconto». Si parte dallo stupore di Guido e Nisina Cantirami, lui avvocato benestante, lei arredatrice per diletto, che scoprono un’ombra sulla vita apparentemente regolare del loro figlio maggiore. Da email, sms, conversazioni via Skype, lui offre un ritratto rassicurante da studente di economia come tanti. Ma, da un’improvvisa falla, una realtà ben diversa irrompe con veemenza crescente, tratteggiando una vita differente. Emerge una scelta netta, da rivoluzionario moderno che mette in discussione la «vecchia» economia. Inizia qui il faticoso viaggio della famiglia alla ricerca del «vero» Filippo, in un crescendo di tensione alla Dürrenmatt, nell’indagine più difficile che esista: conoscere i propri figli.

Nei suoi romanzi precedenti, ma soprattutto nei saggi (come nel Saggio sulla libertà di non studiare, edito da Guanda), Paola Mastrocola ha costruito, negli anni, una visione alternativa al conformismo sociale: un’istruzione malata e un sistema culturale in declino (è la sua riflessione) forse hanno alle spalle un modello di sviluppo da rivedere. E in questo racconto la sensazione è che la scrittrice torinese abbia saputo condensare le riflessioni su economia, società, desertificazione culturale in una storia complessa, tesa e scritta con la consueta eleganza. Proprio come un progressista dostoevskiano, Filippo Cantirami non sceglie la piazza, ma la resistenza morale. La strada individualista alla Ayn Rand e non la risonanza mediatica di Occupy Wall Street. Convinto che l’attuale crisi economico-finanziaria sia innanzitutto un’apocalisse morale. Paola Mastrocola così appaia i destini dei personaggi (indimenticabile quello di zia Giuliana, una «ragazza di mezza età», fallita solo per chi ha lo sguardo ottuso) ad un manifesto economico in controluce. Che va oltre la decrescita felice: invita ad un consolidamento dei volumi attuali, a una valorizzazione di «quel che si ha», contrapposta a un desiderio che si autoriproduce. C’è l’eco di Nikolaj Berdjaev, con la sua lotta al «medioevo dei valori» e la sua difesa della creatività; più che di Serge Latouche, paladino della decrescita, si sente l’influenza colta di Fritjof Capra, il fisico austriaco che, ne “Il punto di svolta” (Feltrinelli) auspica una visione globale delle cose, non settoriale. Ecco lo «scontro» tra il perbenismo convenzionale dei coniugi Cantirami, il «puro» Filippo e la giovinezza agée di Giuliana. E la famiglia resta sullo sfondo, attonita.

 

suffolk Rams.jpgUn estratto del libro:

Alle dieci e trenta di quel mattino di novembre, la sala più capiente del Balliol College era già gremita da centinaia di persone che, compostamente sedute, aspettavano l’inizio della conferenza. Giovani studenti di varie nazionalità e professori di mezza e tarda età, dai capelli più o meno grigi, sciarpe scozzesi strette al collo e morbide giacche di shetland. Un vocio disciplinato animava la sala.

Il primo relatore, un giovane economista italiano già assurto a fama internazionale per i suoi studi sulla teoria dello sviluppo, arrivò puntuale, alle undici meno cinque. Era un ragazzo dalla capigliatura riccia scombinata e dall’aria timida e confusa. Una giacchetta corta, sgualcita. Salì sul palco, salutò il decano del college che lo avrebbe di lì a poco presentato; si sedette al tavolo e dispose fogli e computer davanti a sé. Si chiamava Jeremy Piccoli e l’università di Oxford lo aveva invitato a parlare della sua sorprendente scoperta, un particolare algoritmo, noto ormai al mondo accademico come algoritmo di Jerfil. Un procedimento di calcolo che forse, se opportunamente applicato, avrebbe potuto secondo alcuni cattedratici ottimisti favorire la ripresa della crescita degli Stati occidentali, fortemente provati dalla recente crisi dei mercati. Il secondo relatore invece era in ritardo e nessuno lo conosceva. Il suo nome era stato aggiunto all’ultimo, perché Jeremy Piccoli aveva chiesto agli organizzatori della conferenza, come condizione imprescindibile, che fosse invitato anche lui a parlare, spiegando che si trattava di un suo brillante compagno di studi nonché amico, al quale doveva in massima parte l’invenzione dell’algoritmo.

Alle undici in punto Jeremy Piccoli si avvicinò al microfono. Annunciò che solo dopo l’arrivo del collega avrebbe cominciato (…). Dopo qualche videata di PowerPoint, entrarono le pecore. Si sentì dapprima un insolito trapestio provenire dall’esterno. Poi sulla porta, dietro al pubblico, apparve un giovane alto e bruno, i capelli corti. Indossava un completo di fustagno grigio e, buttata per traverso, una sciarpa a righe con gli stemmi, stile college. Procedeva lento, le mani in tasca. E gli venivano dietro quelle pecore. Cioè, a vederlo comparire per primo sulla porta, nessuno avrebbe fatto una piega: ecco l’altro giovane relatore, ma guarda che aria distinta, che bel vestito. Peccato che si portava dietro decine e decine di pecore. Bianche e lanose, ammassate le une alle altre: un gregge. Un gregge di pecore cinerine, per l’esattezza: una massa compatta di lana biancosporco da cui uscivano il muso nero e le zampe nere. Pecore di quella particolare razza, molto comune in area britannica, denominata Suffolk.

Centinaia di pecore Suffolk invasero dunque la sala conferenze del Balliol. Procedendo sempre ordinate, moderatamente belanti, cominciarono a occupare ogni spazio. Alcune già s’intrufolavano tra le poltrone, affollavano il proscenio; altre indietro, ancora sulle scale. Tutte comunque discrete, composte. Jeremy Piccoli sbiancò e smise di parlare. Alle sue spalle, sul megaschermo, lampeggiava inerte l’ultima frase del suo discorso introduttivo. Arrivato sotto il palco, il giovane in abito grigio salì i pochi scalini, strinse la mano ai professori esterrefatti, abbracciò come nulla fosse l’amico e collega Jeremy e si sedette sulla poltrona lasciata libera, davanti alla quale, sul lungo tavolo, troneggiava la targhetta col suo nome: FILIPPO CANTIRAMI.

Fuggirò con occhio storto, e griderò

16 LE TINTORET CAIEN ET ABEL.jpgGli studenti di quinta lo sanno: uno dei temi che più mi affascinano è l’uomo davanti al male. Un libro di Paul Ricoeur si intitola “Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia”, sintesi perfetta. Nella Bibbia, uno dei primi testi è l’uccisione di Abele da parte del fratello Caino. Ne scrive Alessandro Zaccuri su Avvenire, e qui riporto una parte:

“Quanta necessità e, al contrario, quanta intenzione sia presente nel delitto dei delitti è la domanda che si ripete nelle interpretazioni moderne della vicenda. Un’ambiguità che si riverbera, ancora una volta, sulla distinzione, all’improvviso controversa, tra vittima e carnefice. È questo il nucleo attorno al quale si sviluppa il Caino del tedesco Friedrich Koffka, che dopo molti anni torna disponibile per il lettore italiano grazie alla bella edizione curata da Eloisa Perone per Claudiana (pagine 84, euro 9). Nato a Berlino nel 1887 e morto nel 1951 a Londra, dove aveva trovato rifugio alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Koffka legò la parte più significativa della sua attività alla stagione sperimentale del teatro espressionista.

Caino fu, anche da questo punto di vista il suo capolavoro. Il testo fu scritto nel 1913, venne pubblicato nel 1917 e andò in scena l’anno seguente a Berlino, attirandosi critiche niente affatto benevole. Lo stile scabro di Koffka fu scambiato per artificioso, la finezza del richiamo scritturistico quasi completamente ignorata a discapito dell’ambientazione in apparenza contemporanea, ma situata in realtà in uno spazio fuori dal tempo. Il dramma, infatti, non si svolge nel giardino dell’Eden, ma nell’interno di una casa di campagna. Adamo ed Eva sono contadini laboriosi e uno dei loro figli, Abele, li aiuta prendendosi cura del bestiame. Caino sembrerebbe lo scansafatiche di famiglia, ma la sua scontentezza non è pigrizia. A tormentarlo è semmai una spasmodica ricerca di purezza, che lo induce a strappare la maschera della perfezione dal volto di Abele. Le intemperanze che vengono imputate al ragazzo troverebbero facilmente perdono nella preghiera, ma Caino sa di essere uno di «quelli cui Dio non permette di pregare». Non potendo essere il «guardiano» del fratello, ne diventa il boia, esegue la sentenza con un colpo di scure e poi si congeda da Eva annunciandole il proprio destino di reietto: «Madre, non verrà per me la morte. Madre, sarò ramingo sulla terra, un malvagio. Madre, fuggirò con occhio storto, e griderò…».

… Che tra i fratelli corra un rapporto più complesso della mera contrapposizione è, del resto, la convinzione di Jorge Luis Borges, che nella brevissima prosa di “Leggenda” (in Elogio dell’ombra, 1969) immagina che i due si incontrino da qualche parte, dopo la morte di Abele, senza più ricordare chi fra loro sia l’ucciso e chi l’uccisore. «Dimenticare è perdonare», ammette Caino, confortato dalla massima con cui Abele conclude l’apologo: «Finché dura il rimorso dura la colpa». Non è un caso che, mentre il teatro indugia sul prodursi della ferita, i romanzi ispirati all’episodio cruciale della Genesi suggeriscono spesso la prospettiva di un possibile risanamento…

Per questo in libri come Abel Sánchez di Miguel de Unamuno (del 1917, stesso anno del Caino di Koffka) e più ancora nella Valle dell’Eden di John Steinbeck (1952) il giudizio rimane sospeso, come se nel narratore subentrasse la consapevolezza che condannare Caino significa, in fondo, condannare noi stessi. Un dubbio che può condurre a una sorta di paralisi morale, ben rappresentata dal Max Gallo di Caino e Abele (2011), ma che in altri casi lascia intravedere lo spiraglio di una pur dolorosa soluzione mistica, come accade nel sorprendente Caino di Paola Capriolo (2012), dove il sangue dell’innocente è misteriosamente assimilato al sangue che Gesù versa sulla Croce.”

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Un passo indietro

8277542263_730ed0eba2_b.jpgNon sempre ci è facile afferrare il senso delle esperienze che viviamo, almeno nel momento in cui ci passiamo attraverso. A volte abbiamo la necessità di allontanarci da esse, come se dovessimo comprendere da più lontano un disegno complessivo che ci sfugge; un po’ come quando ci troviamo alla base di un palazzo e diventa necessario fare dei passi indietro per cogliere il complesso della facciata. “Forse per questo io affido a frammenti dispersi, intuizioni, piccoli mutamenti della luce, all’evidenza di un colore, al particolare di una facciata, ad un odore raccolto, il compito di trasformarsi in piccola certezza, in insieme di punti da unire per tracciare un itinerario possibile, come fossero i sassi di Pollicino, per ritrovare una strada” (Luigi Ghirri)

Il tronco del mistero

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Vibra nel vento con tutte le sue foglie

il pioppo severo;

spasima l’anima in tutte le sue doglie

nell’ansia del pensiero:

dal tronco in rami per fronde si esprime

tutte al ciel tese con raccolte cime:

fermo rimane il tronco del mistero,

e il tronco si inabissa ov’è più vero.

(Clemente Rebora)

Tra appetito e sazietà

Ieri pomeriggio ho terminato di leggere “Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete”, il libro curto da Marinella Chirico che ha raccolto le parole di Margherita Hack e Pierluigi Di Piazza. Una delle cose che più mi hanno colpito dell’astrofisica toscana è la continua sottolineatura sulla semplicità della vita, sulla felicità che proviene dalle piccole cose quotidiane: “c’è chi desidera solo quello che può avere, come me, e chi invece è perennemente insoddisfatto. Questo fa la differenza: l’atteggiamento verso la vita” (pag. 72).

E mentre ho ancora nella mente queste parole, ecco che mi imbatto in un passo dell’altro libro che sto leggendo (porto sempre avanti più letture contemporaneamente, scelgo a seconda dello stato d’animo in cui sono). Si tratta di “Aceto, Arcobaleno” di Erri De Luca, pag. 22-23: “Miseria di città, anch’io la ricordavo. Nel banco di scuola delle elementari noi figli di benestanti avevamo la nostra merenda comprata al mattino. Gli altri aspettavano che passasse il bidello a distribuire loro la “refezione”, un pane e una cotognata. Uno alla volta andavano alla cattedra a ritirare dalla mano del maestro il cibo atteso. Tornavano al loro posto guardandosi i passi. All’ora permessa la mangiavano con un gusto così intenso da spingere qualcuno di noialtri bambini a chiedere lo scambio del proprio pane e cioccolata con il loro vitto. Ma bisognava ottenere in baratto anche il loro appetito e il bisogno di quelle merende d’elemosina per poterci affondare i denti con la stessa felicità feroce.”

E allora mi sento in quella zona collocata tra la piccola-grande soddisfazione quotidiana di Margherita e l’appetito che non può mai venir meno di Erri: un appetito che non mi fa sentire sazio di felicità, e una soddisfazione che mi fa apprezzare le gioie della vita.

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Verrà un vento

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La tua nostalgia è un mare che puoi navigare,

la tua nostalgia è un terreno su cui puoi camminare,

perché te ne stai allora inerte e scorata

fissando il vuoto?

Verrà un mattino con un orizzonte più rosso

di tutti gli altri,

verrà un vento a porgerti la mano:

mettiti in cammino!

                                     (Edith Södergran)

Versi come pallottole

Giovanni Ruggiero su Avvenire recensisce un libro e racconta la storia del suo autore, il poeta albanese Visar Zhiti.

“Un verso era la pallottola con cui il poeta sceglieva di suicidarsi. Così nell’Albania tetra di visar.jpgEnver Hoxha e dei suoi gulag dove morirono per i loro versi i giovani poeti insieme a tanti altri artisti e intellettuali. Inventarono con l’Articolo 55, famigerato, il reato di «Agitazione e propaganda contro il potere popolare» che portava diritto al carcere o davanti al plotone di esecuzione: il sacerdote poeta Vinçenc Prenushi morì in prigione con tanti altri, il grande Lasgush Poradeci condannato al silenzio, Trifon Xhagjika fucilato e tanti, ancora tanti dolori. Ma poteva soltanto per questo un poeta non cantare? Visar Zhiti non rinunciò al canto. Consapevole anche che la metafora non lo metteva al riparo: «Terrificante la sfinge crine di crepuscolo / nel deserto troneggia tetra». I versi furono portati in tribunale e letti dall’accusa come allegoria del tiranno. Il giovane Zhiti finirà in carcere dove continuò ad aggrapparsi alla poesia, la prostituta che mi denunciò ai poliziotti. Il poeta che patirà in miniere e in campi di lavoro per dieci anni fino al 1987, quando ottenne la libertà, è considerato in patria e all’estero, la voce più alta di tutta la moderna poesia albanese. Appena nel regime si aprirono le prime crepe, Visar Zhiti fuggì via da questo passato di dolore come fecero tanti giovani albanesi con le traversate disperate dell’Adriatico verso l’Occidente. Approdato in Italia collaborò nel 1992 ad Avvenire facendosi testimone della sofferenza del suo Paese per la dittatura atea che era stata imposta. Ma preferì poi tornare nella sua terra, quasi per un obbligo: quello di far sentire da qui la sua voce di poeta.

Questa voce la raccoglie adesso Confessione senza altari (Diana Edizioni, pagine 268, euro 10,00) che presenta per la prima volta anche la poesia composta da Zhiti in carcere in modo del tutto originale: non avendo carta su cui appuntare il canto, i versi venivano imparati a memoria dagli altri carcerati perché potessero tramandarli, se il poeta non fosse sopravvissuto. Sono versi forti, amari e dolenti ma senza nessuna vena d’odio. Il poeta non chiede vendetta: «La vita non basta per l’amore…/ terribile allora trovare tempo per l’odio». Con i suoi versi, Visar Zhiti attraversa tutte le fasi storiche dell’Albania contemporanea che hanno determinato vari generi letterari. C’è la «poesia del cassetto» che non poteva vedere la luce, pena il carcere o l’impiccagione; c’è la «poesia dal carcere», quella composta nella sofferenza e nella pena della restrizione fisica e morale e, infine, la «poesia sul carcere» scritta quando finalmente si è potuto assaporare la libertà. La raccolta proposta dall’editore napoletano in albanese e in italiano (con coraggio in un mercato che non legge poesia) presenta queste tre poetiche che si confondono perché sono identiche nell’essenza: tenere e dolenti. E resta unico Visar Zhiti. È il poeta tradito dalla poesia che non si duole mai per se stesso, ma per l’uomo che ha sofferto e per il suo simile che gli ha inferto la sofferenza. Non c’è nella sua poesia lo scontro tra un regime tiranno e il poeta. È qualcosa più terribile: è l’uomo contro l’uomo. Uno scontro che non si è mai sopito, antico come il mondo: «Aiuto chiedemmo al mondo: soldati, / pane, carri armati, medicine, libri. / Giunsero per salvarci, / da noi stessi». E ancora: «L’uomo / ben poco trovo nell’uomo. / Perciò mi rivolgo agli alberi, / imparo dal silenzio pieno di frutti». Oppure: «Uomini, / di nuovo potete andare. / Potete incontrare chiunque, / mai voi stessi».

Sposando il supplizio e le pene dell’altro, ma versando lacrime proprie, il messaggio poetico di Zhiti si universalizza e oltrepassa i confini geografici del dolore albanese. Il poeta è testimone della sofferenza dell’umanità, perché è questa che lo fa dolere più della sua vicenda personale. Consapevole di essere voce di altri che hanno subito mortificazioni analoghe, scrive: «Mi hanno condannato le divinità / a sentire il dolore dell’altro / perché molto di più…» L’uomo che ha paura dell’uomo che nel carcere non gli fu d’aiuto. Meno del cavallo, il solo che nel carcere si fece avanti al condannato «e salì in cima alla tragedia / e cadde in ginocchio davanti all’ucciso».

È quella di Zhiti una confessione laica (senza altari, come recita il titolo), ma i suoi versi – fa notare Elio Miracco che ha curato la traduzione – «sono attraversati da un inquieto sentimento di fede che trova nel simbolo della Croce il martirio di redenzione e si rivela in Cristo e in Madre Teresa». I chiodi della Croce nei suoi versi sono stelle, allegoria del cristiano. Zhiti non si presenta come l’ultimo condannato dolente di quel regime, ma come un cireneo dei giorni nostri che prende su di sé la croce di tutti.”

Oltre ogni ragionevole speranza

8529806402_5e22c98a83_b.jpgDa Virgilio, passando per De Luca, fino alla Bibbia, sfiorando Leopardi in poche righe. Si può? Ci si può provare…

Da poco ho finito di leggere il libro Alzaia di Erri De Luca. Uno dei passi che mi hanno maggiormente colpito è il seguente:

“Una salus victis: nullam sperare salutem, una sola salvezza per i vinti: non sperare alcuna salvezza. Così dice Enea raccontando il suo scampo alla rovina di Troia. E’ il coraggio di chi ha smesso ogni speranza e si lancia nella mischia con mente sgombra da ogni futuro. L’insurrezione degli ultimi ebrei nel ghetto di Varsavia può reggere esempio di questa condizione. Ci sono momenti estremi in cui i vinti sperimentano una terribile pace interiore nel più grande pericolo. Per grazia ricevuta di non sperare più.”

E adesso mentre rivedevo i tweet più recenti sono capitato su un articolo di Antonio Pitta scritto per Avvenire, di cui riporto alcune frasi:

“Il mito di Pandora racconta che quando il suo vaso fu aperto per diffondere ogni genere di male nel mondo, nel fondo rimase soltanto elpis, la speranza. Sono trascorsi duemila anni dall’inizio della fede cristiana, ma la concezione rassegnata e striata di pessimismo sulla speranza rimane ancora fra molti credenti in Cristo. L’illusione delusa del «sabato del villaggio» accompagna la nostra visione della speranza. Nutriamo sempre una certa diffidenza sulla speranza poiché il timore di essere delusi nelle attese è vivo più del suo desiderio… La speranza riceve dalla fede un fondamento sicuro; e soltanto una fede capace di attraversare la prova approda nella speranza. La prova non è quella dell’invisibile con gli occhi del corpo, ma del visibile con quelli della mente. Per questo non ciò che vediamo è oggetto della speranza, bensì quanto non vediamo, ma continuiamo a credere. La prova dell’amore è quella che nasce dalla fede e approda nella speranza, poiché senza cadere in forme di fideismo, l’amore tutto crede e, senza lasciarsi irretire nell’illusione, l’amore tutto spera. Qui sta la fondamentale differenza tra la speranza di origine greco-romana e quella di origine ebraico-cristiana: la prima è fondata sul desiderio, mentre la seconda si radica nella fede.”

Buone libere riflessioni 🙂

Su piume leggere

Prendo da un sito che si occupa di poesia queste parole del perugino Sandro Penna, a commento di questo scatto di qualche anno fa che ho “rivisitato” stanotte.

Il mio fanciullo ha le piume leggere.

Ha la voce sì viva e gentile.

Ha negli occhi le mie primavere perdute.

In lui ricerco amor non vile.

Così ritorna il cuore alle sue piene.

Così l’amore insegna cose vere.

Perdonino gli dèi se non conviene

il sentenziare su piume leggere.

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Nei luoghi dove una volta giocavamo

Le cose che il bambino ama8525308531_dff6e41fe2_o.jpg

rimangono nel regno del cuore

fino alla vecchiaia.

La cosa più bella della vita

è che la nostra anima

rimanga ad aleggiare

nei luoghi dove una volta

giocavamo.

(Gibran)

Nonostante

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“Dalla prima infanzia alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. E’ questo anzitutto che è sacro in ogni essere umano” (Simone Weil)