Primi profumi

Un giro con Mou per i campi e avverto che la primavera preme per socchiudere il portone di questo inverno: profumi, primo tepore, suoni. Anche se non c’è da fidarsi troppo… Piano, con calma, rispettando i ritmi della natura…

“Sorridi. La vita è come una siepe fiorita in una foresta di solitudine dove le foglie sono speranze, i fiori sogni, le spine i giorni tristi della vita. Sorridi. Perchè le spine, una alla volta, cadranno e la siepe fiorirà ancora a primavera” (Romano Battaglia)

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Nessuna geometria

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“Pensa: nessuna geometria ha ricavato la formula dell’uovo. Per il cerchio, la sfera, c’è il pigreco, ma per la figura della vita non c’è quadratura” (Erri De Luca, Il peso della farfalla).

E’ quel che è

Questi erano anche i miei pensieri di quella primavera-estate del 1995.

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dice la ragione

E’ quel che è

dice l’amore

E’ infelicità

dice il calcolo

Non è altro che dolore

dice la paura

E’ vano

dice il giudizio

E’ quel che è

dice l’amore

E’ ridicolo

dice l’orgoglio

E’ avventato

dice la prudenza

E’ impossibile

dice l’esperienza

E’ quel che è

dice l’amore

(Erich Fried)

Questo acconsentire è l’amore

Oggi ho voglia di distogliere lo sguardo e seguire Simone Weil: “Privarsi della propria falsa divinità, negare se stessi, rinunciare a essere nell’immaginazione il centro del mondo, distinguere tutti i punti del mondo come centri allo stesso titolo e il vero centro come esterno al mondo, significa acconsentire al regno della necessità meccanica nella materia e della libera scelta al centro di ogni anima. Questo acconsentire è l’amore. Il volto di questo amore rivolto alle persone pensanti è carità del prossimo; il volto che guarda la materia è amore dell’ordine del mondo, o, che poi è la stessa cosa, amore della bellezza del mondo.”

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Sarajevo si ergeva sui libri

Sto terminando di leggere il libro di Paolo Rumiz “Maschere per un massacro”. All’inizio del 7° capitolo riporta le parole di Miljenko Jergovic sull’incendio dell’edificio della Vijećnica che ospitava la Biblioteca Nazionale, bombardata il 25 agosto del 1992 (bruciarono 600.000 volumi):

“Sopra la testa senti un sibilo, passa qualche istante di tensione e poi laggiù, da qualche parte in città, si scaraventa il boato. Dalla tua finestra quel punto lo vedi sempre chiaramente. Un’alta e slanciata colonna di polvere che si trasforma in fumo e fuoco. Aspetti ancora un poco per capire di che tipo di abitazione si tratta. Se il fuoco è lento e pigro, è la casa di qualche poveraccio. Se prende la forma di una grossa sfera bluastra, allora è un loft elegante, rivestito di legno laccato. Se invece il fuoco divampa lungo e costante, allora brucia la casa piena di mobili in legno massiccio di qualche ricco proprietario della čaršija. Se le fiamme si impennano repentine, selvagge e dissolute come i capelli di Farrah Fawcett per poi svanire più repentine ancora lasciando al vento sfoglie di cenere plananti sopra la città, tu sai che poco prima è andata a fuoco una qualche biblioteca privata. E quando in tredici mesi di bombardamenti ne hai viste molte di queste torce giocose, pensi che un tempo Sarajevo si ergeva sui libri.”

Libreria-cerca-libri.jpgConclude il paragrafo Paolo Rumiz: “La storia di Sarajevo, sigillata nella biblioteca universitaria, raccontava proprio questo: dei grandi edifici pubblici costruiti all’inizio del Cinquecento da Gazi Husrefbeg, ricco filantropo figlio di uno slavo convertito, o degli ebrei sefarditi in fuga dalle pulizie etniche della cristianissima Spagna, che laggiù trovarono aperta ospitalità e spazio per floridi commerci. In quei volumi stava scritto che – assai più dei cattolici, costretti più volte alla fuga – proprio gli ortodossi vissero bene sotto l’Islam, ebbero in Costantinopoli la loro capitale religiosa esattamente come i turchi, e spesso si convertirono spontaneamente. Tutto questo doveva sparire, essere cancellato. Distrutto con un grande fuoco purificatore”.

E nel 1996 Giovanni Lindo Ferretti compone la canzone “Cupe vampe”:

“Di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo, la città trema, livida trema

brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano

che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna

s’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani

bruciano i libri, possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri

s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

s’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo, la città trema, come creatura

cupe vampe livide stanze occhio cecchino etnico assassino

alto il sole: sete e sudore; piena la luna: nessuna fortuna

ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là

ci fottono i preti i pope i mullah, l’ONU, la NATO, la civiltà

bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d’ogni cecchino

bella la vita a Sarajevo città questa è la favola della viltà”

Da soli col cielo

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“Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle e l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete.” (Pavel Florenskij)

De rerum…

Un simpatico e leggero articolo di Alberto Mattioli su La Stampa; si parla del latino.

“L’ultimo sponsor del latino è anche il più illustre. Annunciando la sua abdicazione in latino, Benedetto XVI rilancia la più viva delle lingue morte. Del resto, Joseph Ratzinger è il Pontifex Maximus di una Chiesa che da Roma ha preso tutto: la sede, l’universalità, l’organizzazione territoriale e, appunto, la lingua. Ricordate Dante? «Roma, onde Cristo è romano». Eh, il latino. Più si cerca di mandarlo giù, più si tira su. Sopravvive a epurazioni scolastiche e concilii ecumenici. Trovando, sempre, testimonial affezionati. Come Georges Brassens, di certo non un lefevriano, che già negli Anni Settanta cantava così: «Il ne savent pas ce qu’il perdent / Tous ces fichus calotins / Sans le latin, sans le latin / La messe nous emmerde», e non crediamo che si debba tradurre. «Calotin», comunque, in argot è il prete.

Solo nostalgia? No. Il «Figaro» nota che il latino non solo è vivo e vegeto, ma vende anche benissimo. E riporta una dichiarazione di Marcel Botton, presidente della società Nomen International, specializzata nel trovarne uno ai prodotti: «l’economia mondiale dei prodotti è greco-latina» e «le lettere latine dominano il mondo». Esagerato? Macché. Ci sono le automobili Volvo, Audi e Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino, ma anche verbo latino), i fermenti lattici di Actimel, la crema Nivea, gli orologi Festina, i tappi per le orecchie Quies, computer Acer, le salse Rustica, l’omino della Michelin si chiama Bibendum e Navigo l’abbonamento alla metro di Parigi. La mitologia greca va forte nella moda: Hermès, Nike. Non è solo questione del latino che insegna a ragionare, a sistemare i pensieri in ordine logico, soggetto verbo e complemento, come ci ripetevano quando recalcitravamo davanti al rosa rosae. E’ che il latino è economo di parole, è tutto nervi e niente grasso, incita e anzi obbliga alla sintesi. Niente di meglio per gli slogan. Altro che tweet.

9782915732450_1_75.jpgSempre dalla Francia arriva un’altra bella notizia per il latino. Il «Petit Nicolas», che non è Sarkozy ma il protagonista del fumetto nazionale insieme ad Asterix (con cui peraltro ha in comune lo sceneggiatore Goscinny, il disegnatore è invece Sempé), 13 milioni di copie vendute in tutto il mondo, è stato tradotto per la prima volta in latino, a uso e consumo dei 9.500 professori di lettere classiche francesi e dei loro 500 mila studenti. Bene: il «Pullus Nicolellus» è andato benissimo e, uscito in novembre, ha già avuto tre ristampe. Un trionfo (per inciso: la tipica esclamazione del Nicolas-Nicolellus, «C’est chouette!», è diventata «Glaucops est!»).

Poi ci sono i finlandesi. I quali parleranno pure una lingua che non è simile a nessuna altra, ma sono affezionatissimi a quella da cui sono derivate molte altre. Insomma, sono dei latinisti talmente appassionati che la radio di Stato ha un notiziario in latino seguito da 75 mila fedelissimi. E quando è toccata a Helsinki la presidenza di turno dell’Unione europea, i finlandesi ne hanno pubblicato i comunicati nella lingua di Cicerone. Del resto, Mario Capanna fece un memorabile discorso al Parlamento europeo esprimendosi appunto in latino, la più europea delle lingue. E venne complimentato da Otto d’Absburgo: divisi dalla politica, uniti dalla lingua.”

Un deserto di silenzio

Le tentazioni di oggi sono ambientate nel deserto. Trovo in rete queste parole di Fabrizio Fabroni:

“Da sempre mi entusiasmano i viaggi in zone desertiche e remote della terra, angoli del pianeta che sembrano apparentemente dimenticati dal tempo. Immense distese di sabbia che possono addirittura trasmettere un senso di inquietudine e smarrimento… All’inzio mi chiedevo cosa esattamente mi coinvolgesse così tanto di questi luoghi e soprattutto cosa mi legasse ad essi così profondamente. Ho trovato dentro di me la risposta…; senza dubbio si tratta di una sorta di correlazione tra il silenzio del deserto e la necessità di un silenzio interiore; affinché tutti i rumori nascosti in me, dati dai pensieri continui, da quelli associativi e da quelli avversi, cessino anche solo per pochi istanti di invadere me stesso. Ed è allora, in quegli attimi silenziosi, che riesco a gustare una nuova vita, un nuovo mondo, quello reale, privo di immaginazioni e di inganni, privo di illusioni e inutili tormenti.”

Inevitabile, per me, pensare a Franco Battiato:

“Quanta pace trova l’anima dentro
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
e scendo dentro un Oceano di Silenzio
sempre in calma.”

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Una picozza per rompere il mare di ghiaccio

NZO.jpgSe il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martelli sul cranio, perchè dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere una piccozza per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi.

Franz Kafka

Il riassunto dell’intelligenza

Ieri sera, verso le 22.30 ho iniziato a leggere “Il peso della farfalla” di Erri De Luca, verso l’1.00 l’ho terminato. Intanto in tv stava passando il film su Alessandro Magno. A pag. 25 De Luca scrive:

“Sono scarsi i sensi in dotazione alla specie dell’uomo. Li migliora con il riassunto della intelligenza. Il cervello dell’uomo è ruminante, rimastica le informazioni dei sensi, le combina in probabilità. L’uomo così è capace di premeditare il tempo, progettarlo. E’ pure la sua dannazione, perché dà la certezza di morire”.

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Inginocchiarsi

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“Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino” (Ermanno Olmi)

Qualsiasi cosa succeda

Uno dei libri che sto leggendo in questo periodo è “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Riporto due citazioni sul significato della sconfitta e della vittoria, sul non arrendersi, sul dare tutto se stessi nei vari ambiti della vita, da quello semplicemente sportivo a quello della vita di ogni giorno, dalla scuola al lavoro, dallo studio ai legami affettivi…

“Non è una buona ragione non cercare di vincere per il semplice fatto che si è battuti in partenza” (pag. 83)

“Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare ugualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. E’ raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede” (pagg 119-120).

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Parole abbaglianti

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Sabato sono stato a un convegno sulle mafie in Friuli Venezia Giulia e durante la pausa pranzo, col freddo che faceva e la pioggia battente, dopo essermi rifocillato, sono andato a fare un giretto in libreria. Uno dei libri che ho comprato è un testo di Alda Merini che avevo dovuto riporre, per motivi economici, a inizio gennaio, nell’ultima visita alla Feltrinelli. Ebbene, nella prima poesia che ho letto c’è così tanta ricchezza e sensibilità che potrei fermarmi lì col semplice pensiero “ne è valsa la pena”: fulminante! Questo è quello che vorrei essere in grado di dire quando qualche studente mi chiede: “ma prof, lei, che Gesù conosce?”. Questo è il Gesù di cui vorrei sentir parlare più spesso.

Io che sono vicina alla morte,

io che sono lontana dalla morte,

io che ho trovato un solco di fiori

che ho chiamato vita

perché mi ha sorpreso,

enormemente sorpreso

che da una riva all’altra

di disperazione e passione

ci fosse un uomo chiamato Gesù.

Io che l’ho seguito senza mai parlare

e sono diventata una discepola

dell’attesa del pianto,

io ti posso parlare di lui.

Io lo conosco:

ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,

ha accarezzato le mie viscere,

imbiancato i miei capelli per lo stupore.

Mi ha resa giovane e vecchia

a seconda delle stagioni,

mi ha fatta fiorire e morire

un’infinità di volte.

Ma io so che mi ama

e ti dirò, anche se tu non credi,

che si preannuncia sempre

con una grande frescura in tutte le membra

come se tu ricominciassi a vivere

e vedessi il mondo per la prima volta.

E questa è la fede, e questo è lui,

che ti cerca per ogni dove

anche quando tu ti nascondi

per non farti vedere

(Alda Merini, Corpo d’amore)

Quella meno battuta

Stamattina abbiamo letto in terza questo brano di Robert Frost (penso anche di verci già fatto un post):

“Due vie si dipartivano in un bosco giallo, e dispiaciuto di non poter a un tempo percorrere l’una e l’altra, a lungo mi fermai e seguii tutta la prima con lo sguardo fino a dove essa girava tra gli arbusti; poi presi l’altra, che era altrettanto buona, con forse un motivo in più per farsi preferire, essendo tutta erbosa e assai poco segnata; sebbene, quanto a quello, il transito di là le avesse, in fondo, rese più o meno uguali, e fossero ambedue coperte quel mattino di foglie da nessuno calpestate e annerite. Oh, mi riservai la prima per un altro giorno! Ma sapendo che più si va, più si è costretti ad andare, dubitavo se mai sarei tornato indietro. Tutto questo racconterò con un sospiro un giorno e un luogo lontanissimi da ora: due vie si dipartivano in un bosco e io presi quella che meno era battuta, e tutta la differenza stette in questo.”

Quello che mancava era il collegamento a “L’attimo fuggente” che ho trovato sul blog Libero il verso:

Quale felicità?

In quarta abbiamo parlato e stiamo ancora parlando di felicità, per ora delle piccole nostre felicità… Contemporaneamente abbiamo iniziato a trattare di induismo e buddhismo. E come primo argomento dell’anno avevamo affrontato morte e aldilà. Tentiamo ora di mettere insieme tre testi. Il primo è inedito con me, non lo abbiamo mai letto in classe, ma è legato agli altri due che invece abbiamo conosciuto e già accostato fra loro. Partiamo da “Le fantasticherie del passeggiatore solitario. Quinta passeggiata” di Jean-Jacques Rousseau:

“Tutto sulla terra è in un flusso continuo. Nulla mantiene una forma costante e fissa, e i nostri sentimenti per le cose esteriori passano e cambiano necessariamente come loro. Costantemente, prima o dopo di noi, esse ricordano il passato che non è più o anticipano il futuro che spesso non deve affatto essere: non vi è là nulla di solido a cui il cuore si possa attaccare. Così non abbiamo quaggiù nient’altro che piacere che passa; in quanto alla felicità che dura, dubito che la si conosca. A malapena si trova nei nostri più vivi piaceri un istante in cui il cuore possa veramente dire: Vorrei che questo istante durasse per sempre; come possiamo allora chiamare felicità uno stato fuggevole che ci lascia poi il cuore inquieto e vuoto, che ci fa rimpiangere qualcosa che era, o desiderare qualcosa che sarà?

Ma se esiste uno stato in cui l’animo trova un equilibrio abbastanza stabile per riposarvisi completamente e raccogliere là tutto il suo essere, senza aver bisogno di ricordare il passato né di sconfinare nel futuro, in cui il tempo non conti e il presente duri sempre, senza però lasciar traccia del suo durare né del succedersi, senza nessun altro sentimento di privazione né di godimento, di piacere né di pena, di desiderio né di timore, se non quello della nostra esistenza che, da solo, possa soddisfare completamente l’animo; fin tanto che questo stato dura, colui che vi si trova può chiamarsi felice, non di una felicità imperfetta, povera e relativa, come quella che si trova nei vari piaceri della vita, ma di una felicità bastevole, perfetta e piena, che non lascia nell’animo alcun vuoto che sia necessario colmare. Questo è lo stato in cui spesso mi sono trovato all’isola di Saint-Pierre durante le mie fantasticherie solitarie, ora sdraiato sulla barca che lasciavo andare alla deriva, in balía delle onde, ora seduto sulle rive del lago agitato, ora altrove, sulla sponda di un bel fiume o di un ruscello mormorante tra i ciottoli.

Di cosa si gioisce in una simile situazione? Di nulla di esteriore a sé, di niente se non di sé stessi e della propria esistenza; fin tanto che dura questo stato si è sufficienti a sé stessi come lo è Dio. Il sentimento dell’esistenza spogliato di ogni altro affetto è di per sé un sentimento prezioso di contentezza e di pace che sarebbe sufficiente da solo a rendere questa esistenza cara e dolce a chi fosse in grado di allontanare da sé tutte le impressioni sensuali e terrestri che vengono continuamente a distrarci e a turbarne, quaggiù, la dolcezza. Ma la maggior parte degli uomini, agitati da continue passioni, poco conosce questo stato d’animo, ed avendolo sperimentato soltanto imperfettamente, per pochi istanti, ne conserva appena un’idea oscura e confusa che non permette di percepirne il fascino.”

Il secondo è di Friedrich Nietzsche, tratto da “Sull’utilità e il danno della storia”:

“Osserva il gregge che pascola dinnanzi a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere e con la sua pena al piuolo, per così dire, dell’attimo, e perciò né triste né annoiato. Vedere tutto ciò è molto triste per l’uomo poiché egli si vanta, di fronte all’animale, della sua umanità e tuttavia guarda con invidia la felicità di quello – giacché egli vuole soltanto vivere come l’animale né tediato né addolorato, ma lo vuole invano, perché non lo vuole come l’animale. L’uomo chiese una volta all’animale: Perché mi guardi soltanto, senza parlarmi della tua felicità? L’animale voleva rispondere e dire: La ragione di ciò è che dimentico subito quello che volevo dire – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò”.

L’ultimo è un passo di Giacomo Leopardi, dal “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”:

“O greggia mia che posi, oh te beata,canto-notturno.jpg

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma piú perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge

sí che, sedendo, piú che mai son lunge

da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

se tu parlar sapessi, io chiederei:

– Dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? –

Forse s’avess’io l’ale

da volar su le nubi,

e noverar le stelle ad una ad una,

o come il tuono errar di giogo in giogo,

piú felice sarei, dolce mia greggia,

piú felice sarei, candida luna.”

Li riprenderemo in classe quando tireremo le fila del tema della felicità.

Fogli bianchi

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I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

e io su questo sapore agrodolce

vorrò un giorno morire,

perché il foglio bianco è violento.

Violento come una bandiera,

una voragine di fuoco,

e così io mi compongo

lettera su lettera all’infinito

affinché uno mi legga

ma nessuno impari nulla

perché la vita è sorso, e sorso

di vita i fogli bianchi

dismisura dell’anima.

(Alda Merini)

Ogni minuto

ETTY.jpg“Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto.” (Etty Hillesum)

Dritto al cuore

Un articolo di Valerio Capasa su cui riflettere con calma e a lungo, un articolo sulla scuola, sul modo di “fare” scuola. E’ preso da Il sussidiario.

“Immaginiamo che a scuola debba iniziare lo studio di un nuovo autore, e poniamo per assurdo che esso sia Vasco Rossi. Come si procede, di solito?

Paragrafo 1: la vita. Ossia: Vasco Rossi nacque a Zocca il 7 febbraio 1952; suo padre faceva il camionista, eccetera eccetera.

Paragrafo 2: le opere. Il primo album fu pubblicato nel 1978 e si intitola Ma cosa vuoi che sia una canzone; contiene otto tracce: La nostra relazione, eccetera.

Paragrafo 3: l’ideologia. Ossia: «vita spericolata», «pessimismo cosmico» e robe del genere.

Paragrafo 4: lo stile. Cioè il rock, dai predecessori come i Rolling Stones al confronto con Ligabue.

Dopo qualche settimana, uno studente avrebbe tutte le ragioni per chiedere: «professoressa, scusi ma Vasco Rossi non fa il cantante? e quando ascoltiamo una sua canzone?». Dimenticavo: prima di questo capitolo – come non manca mai quello sul Medioevo prima di Dante e sul Romanticismo prima di Leopardi (ma non doveva averlo già fatto l’insegnante di storia?) – bisogna sorbirsi l’introduzione al contesto storico-culturale dell’epoca, ed ecco pagine e pagine sull’Emilia Romagna nel dopoguerra. Quale mai possa essere il nesso con Albachiara non è dato sapere: certo è che intanto perfino Vasco è diventato insopportabile.

scuola, lezione, autori, testi, culturaQual è la prima cosa che serve per fare letteratura? Le parole dell’autore: non le parole sull’autore. È davvero rilevante la biografia? Sentite Pirandello: «nella mia vita non c’è niente che meriti di essere rilevato: è tutta interiore, nel mio lavoro e nei miei pensieri». Pascoli rincara la dose, suggerendoci che spiegare la vita dei poeti è soltanto un trucco inventato da chi non capisce niente di poesia pur di avere qualche cosa da dire: «si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto»; «i veri poeti vivono nelle cose le quali, per noi, fecero essi». Noi studiamo Dante, Tasso, Leopardi per quello che hanno scritto, non per quello che hanno fatto. Anche perché di un paragrafo sulla biografia rimane soprattutto il gossip: «prof, ma è vero che D’Annunzio si fece togliere una costola per fare meglio le sue porcate?». Dopo cinque anni di liceo, uno studente sa poche cose ma chiare: Omero era cieco, Beethoven era sordo, Leopardi era gobbo, Tasso era pazzo, Pascoli era sfigato, Orazio beveva, Pasolini era pedofilo, Svevo era inetto, Montale aveva il male di vivere. Una galleria di mostri, insomma, e una sola conclusione: “loro erano strani, io sono normale, quindi quello che loro dicono non mi riguarda”.

In una poesia, invece, non parla la vita dell’autore, bensì la nostra vita: «la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve», sentenzia con semplicità mirabile Massimo Troisi nel Postino. Il primo verso della Divina Commedia è esplicito: parla di «nostra vita», dice «nostra», non dice «mia». Non sarebbe letterariamente serio ignorare il nesso con quello che viviamo. Se leggendo il primo canto dell’Inferno non troviamo nulla che riguardi la «nostra vita», o Dante ha sbagliato a scrivere o qualcosa non va nel modo in cui lo leggiamo.

È necessario allora far piazza pulita di un metodo scolastico di leggere. Provate a chiedere a qualsiasi ragazzo se ha presente canzoni, film, poesie e anche libri da cui si sente descritto, che addirittura lo commuovono: assolutamente sì, non farà fatica a trovarne. Il problema è che rarissimamente qualcuno di loro si è commosso per qualcosa che ha letto a scuola. Che cosa in classe ostruisce questo cuore? Anni sui banchi hanno sortito l’effetto di fargli disimparare un metodo che la natura ci ha comunicato fin da piccolissimi. Maria Michelle ha un anno e mezzo, ma quando ha visto il pesciolino Nemo che ritrovava il padre si è girata e ha abbracciato il suo papà: totalmente dentro una storia altra e così immedesimata da paragonare quella storia con la propria esistenza. Quanti studenti liceali sanno farlo ancora quando leggono Ariosto o Virgilio? È che molti insegnanti non credono che un testo sia in grado di parlare al cuore di un ragazzo. Il mio maestro ci credeva, e in quarta elementare ci fece imparare a memoria nientemeno che La vergine cuccia di Parini: se ne infischiò di 250 anni di distanza linguistica e dello stile classicheggiante, e io non smetterò di ringraziarlo per avermi fatto decidere, a 9 anni, di iscrivermi a Lettere, semplicemente perché quella poesia era troppo bella. Se invece mi avesse fatto studiare dei paragrafi sull’illuminismo e sulla polemica dell’intellettuale contro la società nobiliare, mi avrebbe fatto ammuffire la letteratura. Anche perché, come osserva Michail Bachtin, «se il significato di un’opera viene ridotto, ad esempio, alla sua funzione nella lotta contro la servitù della gleba (nella scuola media si fa così), quest’opera deve perdere totalmente il suo significato, quando la servitù della gleba e i suoi residui escono dalla scena». Chi sommerge i testi con troppe informazioni fiacca le energie di uno studente prima ancora che inizi a leggere. Provate a sondare a che capitolo dei Promessi sposi sono arrivati a Natale gli studenti del secondo anno: di un romanzo di 38 capitoli è rarissimo che se ne siano letti 10, e sono pronto a scommettere che nella maggioranza delle classi si sono perse invece settimane a parlare della mamma di Manzoni, del giansenismo, di Walter Scott e del Seicento. Basterebbe un calcolino per capire che se fai 4 capitoli in 3 mesi, è praticamente impossibile leggere i restanti 34 in 5 mesi. Prendete una prima: stanno un mese a fare la questione omerica e poi leggono in tutto tre brani dell’Iliade. Ma la questione omerica si può fare in 20-25 secondi: “su Omero non abbiamo certezze: secondo alcuni ha scritto Iliade e Odissea ma di lui non sappiamo altro, quindi leggiamo direttamente Cantami o diva…; secondo altri non è nemmeno esistito, quindi di cosa dovremmo parlare? Leggiamo direttamente Cantami o diva…”. Ho visto ragazzi del primo liceo e anche di prima media entusiasmarsi leggendo integralmente i poemi omerici, ho sentito dire da alcune mamme che mai avevano visto i figli finire così in fretta la cena, e tutto per continuare l’Odissea! Lo so che per tanti insegnanti proporre un testo senza paragrafo è scandaloso come un corpo senza mutande. Per chi è cresciuto all’ombra dello storicismo dei manuali, è un dogma di fede che l’autore è un uomo del suo tempo e dunque va anzitutto inquadrato nel suo contesto. Ed è anche vero, solo che «gli artisti veri», come scrisse Piero Calamandrei a Pavese, «sono del loro tempo e di tutti i tempi»: cioè soprattutto del mio tempo, altrimenti non si capisce perché mai possano interessarmi. Siamo pronti a lasciarci sfidare da quello che leggiamo? «I libri seri non istruiscono, interrogano» (Gòmez Dàvila). Non sono cose che hai imparato e che spieghi, come pacchetti ben incartati: le poesie non si sanno, succedono. Vogliamo che i nostri alunni diventino dei bravi ripetitori di paragrafi o che veramente raggiungano queste stracitate “competenze”? cioè che imparino a leggere delle opere letterarie? che scoprano il gusto di leggerle? Smettiamola di interrogare sui paragrafi, strappiamo pure le pagine inutili come nella celebre scena dell’Attimo fuggente, e leggiamo direttamente i versi dei poeti: ci troveremo di fronte alla bellissima difficoltà di capire con la nostra testa cosa stanno dicendo e cosa ci stanno dicendo, senza avere già il discorso pronto, di cercare noi le parole giuste per raccontare una scena, di sentire il ritmo di un’ottava, e magari, mentre leggiamo, a sentirci letti. «C’era una volta Wordsworth. Poi venne il diluvio di commenti su Wordsworth», osserva amaramente George Steiner: perché «vogliamo con tutte le nostre forze che ci venga risparmiato l’incontro diretto con la ‘vera presenza’»? Anziché indottrinarli e annoiarli, fidiamoci dell’intelligenza dei nostri studenti, che magari scopriranno di saper pensare qualcosa che non ha mai pensato né il libro né l’insegnante né answers.yahoo: «se io ho un libro che pensa per me», scriveva Kant, «io non ho più bisogno di darmi pensiero di me». Ecco la posta in gioco mentre leggiamo: accorgersi di sé.”

Un vincitore eternamente infelice

In prima abbiamo parlato, o stiamo parlando, della solitudine, nei suoi aspetti positivi e negativi, e delle relazioni. Abbiamo anche detto che nel vivere le relazioni è da mettere in conto la possibilità di prendere qualche “travata” sui denti, di vivere qualche delusione che a volte ci porta a dire “basta, non ne voglio più sapere degli altri, mi chiudo in me stesso”. Questa chiusura, simile a quella del signor Gustavson, protagonista del racconto letto in classe, ci mette al riparo da alcune delusioni possibili, ma non ci permette di sperimentare alcune cose: il brivido di una persona che ci dice “ti voglio bene”, il silenzio di un segreto condiviso, il calore di un abbraccio, l’emozione di un ritrovarsi… Il poeta messicano Eduardo Lizalde ha scritto una poesia, dal titolo Amore, in cui paragona il rapporto d’amore a un incontro di pugilato e ci dà la sua strategia per uscirne vincenti ma tremendamente infelici.

La regola è questa:NAMA_Akrotiri_2.jpg

dare solo l’essenziale,

ottenere il massimo,

non abbassare la guardia,

mettere i colpi a tempo,

non arrendersi,

e non combattere corpo a corpo,

non scoprirsi in alcuna circostanza

né scambiare colpi con il sopracciglio ferito;

non dire mai “ti amo”, sul serio,

all’avversario.

È la migliore strategia

per essere eternamente infelice

e vincitore

senza rischi apparenti.

E’ possibile che non ci sia altra strategia? Altra possibilità? Che sia solo questa la possibilità per far funzionare le cose? Calcolare al millimetro i pro e i contro? Non sprecare energie? Ottenere senza dare? Stare sulla difensiva? Non fare mai un passo indietro? Scrive Bertrand Russell: “Temere l’amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti”.

(spunto della riflessione il blog Il canto delle sirene)

Evitando disastrose macedonie

str20.jpgOggi prima ora, citando “Vivere, amare, capirsi” di Leo Buscaglia a proposito dell’dentità:

“Lo so perché sono sempre disperata. E’ perché voglio essere amata da tutti, ed è umanamente impossibile. Potrei essere la pesca più deliziosa, più squisita, più meravigliosa del mondo e potrei offrirmi a tutti. Ma ci sono quelli che sono allergici alle pesche. E allora vorrebbero che io fossi una banana. E così spesso,noi diventiamo una banana per quelli che vogliono le pesche. Che macedonia disastrosa! E’ giusto dire: Mi spiace,ma non posso essere una banana. Se potessi mi piacerebbe essere una banana per voi,ma sono una pesca. Se sapete aspettare troverete qualcuno a cui piacciono le pesche. E allora potete vivere la vostra vita come una pesca, non dovete viverla come una banana! Quanta energia si spreca per essere una banana, quando si è una pesca!”.