Cinture di sicurezza

Stamattina in quinta è emerso un argomento su cui torneremo più avanti nell’anno. La certezza e il dubbio nella fede. Offro qui un ulteriore spunto con un breve ragionamento di Fernando Camon, preso dal libro “Tenebre su tenebre”:

“Se difendo la tua libertà di pensiero, ammetto che io potrei essere in errore. Se ti permetto la tua religione, ammetto che la mia potrebbe essere falsa. Se credo nel mio Dio, ti permetto di credere nel tuo. Se sono sicuro del mio, non posso permettere che tu creda nel tuo, perché ti farei del male”.

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Più frutto che figlio

9%20AM~1.JPGSudavo. Appoggiata di schiena mi tenevo il pancione con due mani per aiutare le mosse del bambino. L’incoraggiavo a bassa voce, col respiro corto. Lo chiamavo. Le bestie alle spalle mi davano forza. Le gambe mi facevano male per la posizione. Mi inginocchiai per farle riposare. «Affacciati bimbo mio, vienimi incontro, mamma tua è pronta a prenderti al volo appena spunta la tua testolina. I muscoli del ventre andavano dietro al respiro, una contrazione e un rilassamento, spinta, rincorsa, spinta. Quando lo strappo era più forte mi mordevo il labbro per non far scappare il grido. Josef era di sicuro davanti alla porta, di guardia. Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L’ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L’ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. ‘Sei proprio un dattero, sei più frutto che figlio’. Ho messo l’orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. «Somigli a Josef». Così ho voluto vederlo. «Tuo padre in terra è un uomo coraggioso, tu gli assomiglierai». Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l’ho attaccato al seno. Il bue ha muggito piano, l’asina ha sbatacchiato forte le orecchie. È stato un applauso di bestie il primo benvenuto al mondo di Jeshu, figlio mio. Non ho chiamato Josef. Gli avevo promesso un figlio all’alba ed era ancora notte. Fino alla prima luce Jeshu è solamente mio. È solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Signore del mondo, benedetto, ascolta la preghiera della tua serva che adesso è tua madre. Quando nasce un bambino la famiglia si augura che diventi qualcuno, intelligente, si distingua dagli altri. Fa’ che non sia così. Fa’ che questo brivido salito sulla mia schiena, questo freddo venuto dal Futuro sia lontano da lui. Lo chiamo Jeshu come vuoi tu, ma non lo reclamare per qualche tua missione. Fa’ che sia un cucciolo qualunque, anche un poco stupido, svogliato, senza studio, un figlio che si mette a bottega da suo padre, impara il mestiere, lo prosegue.

Che vuoto mi hai lasciato, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi. Il mio corpo ha perso il centro, da adesso in poi noi siamo due staccati, che possono abbracciarsi e mai tornare una persona sola.

(Erri De Luca)

Davanti all’ignoto

“Le ragioni ideologiche, antireligiose e pseudoscientifiche, non hanno osservato che il trascendente è semplicemente ciò che è oltre il mio pensiero, oltre la conoscenza, oltre i raggiungimenti intellettuali – non ci sarebbe nemmeno progresso nelle scienze senza porci davanti all’ignoto. […] La ragione che ammette nel suo ambito l’irrazionale è più equilibrata e più strettamente “ragione” di quella che cerca di trarre dalla propria esperienza mentale ideologie e teorie del reale.”

Franco Loi

Inclinazioni del cuore

Stamattina, all’ultima ora, dopo aver letto dei brani di E. Wiesel e L. Millu sull’esperienza di fede durante la tragedia dei lager ho chiesto agli studenti di riflettere sul problema del male cercando dentro di sé quali tentativi di risposta provassero a darsi. Mentre riflettevano e scrivevano li guardavo e pensavo: “tra pochi mesi non li rivedo più” (era una quinta). “Cosa faranno? Lavoreranno, studieranno, che strade percorreranno?”. Poi ho preso dalla borsa il libro “Un minuto di saggezza nelle grandi religioni” di Anthony de Mello, una raccolta di brani che ho letto a più riprese nella mia vita. E mi ha stupito che il primo racconto fosse questo:

Il discepolo era un ebreo. “Quale opera buona debbo fare per essere gradito a Dio?”. “Come posso saperlo?”, rispose il maestro. “La tua Bibbia dice che Abramo praticava l’ospitalità e Dio era con lui. Elia amava pregare e Dio era con lui. David governava un regno e Dio era anche con lui. C’è un modo per scoprire il lavoro che mi è stato assegnato?”. “Sì. Cerca l’inclinazione più profonda del tuo cuore e seguila”.

Un caso? 

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Peccare

In terza stiamo parlando di etica. Cito un breve pezzetto di A un papa di Pasolini.

Lo sapevi, peccare non significa fare il male:

non fare il bene, questo significa peccare.

Verso una pienezza

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Questo è il paradosso dell’amore tra l’uomo e la donna:

due infiniti si incontrano con due limiti;

due bisogni infiniti di essere amati

si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare.

E solo nell’orizzonte di un amore più grande

non si consumano nella pretesa e non si rassegnano,

ma camminano insieme verso una pienezza

della quale l’altro è segno

(Rainer Maria Rilke)

Ma se io lo chiamo

Dio che non esisti ti prego

che almeno su questa grande nave

che mi porta via

le cabine siano … siano ben areate

Ma se non esiste perché lo preghi?

Non esiste fintantoché io non ci credo

finché continuo a vivere

come viviamo tutti

desiderando, desiderando

ma se io lo chiamo …

Troppo tardi …

Per la forza terribile

dell’anima mia, forse vile, trascurabile in sè,

però anima nella piena portata del termine,

se lo chiamo verrà.

(Dino Buzzati)

Verrà

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Verrà come la caduta dell’ultima foglia.

Una notte quando il vento di novembre

ha flagellato gli alberi all’osso, e la terra

si sveglia asfissiando dalla muffa,

dal dispiegarsi del morbido sudario.

Verrà come il gelo.

Una mattina quando la terra rattrappita

si apre sulla nebbia, per trovarsi

bloccata nella rete

di una bellezza sconosciuta, affilata.

Verrà come il buio.

Una sera quando il sole rosso fiammante

di dicembre tira su il lenzuolo

e copre il suo occhio con una moneta per mietere

i campi di cielo nevicati di stelle.

Verrà, verrà,

verrà come pianto nella notte,

come sangue, come rottura,

non appena la terra si dibatterà per liberarlo.

Egli verrà come bambino.

(Rowan Williams, Calendario dell’Avvento)

L’istinto del bello

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 E’ questo immortale istinto del bello che ci fa considerare il mondo e tutte le sue bellezze come un riflesso, come una corrispondenza del cielo. La sete inestinguibile di tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità. Con la poesia e, insieme, attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, l’anima intuisce la luce che splende al di là della tomba; o quando una poesia perfetta fa nascere le lagrime agli occhi, queste lagrime non sono segno di eccessiva gioia, ma piuttosto indice di una malinconia esasperata, di una esigenza nervosa, di una natura esiliata nell’imperfetto che bramerebbe possedere subito, in questo mondo, un paradiso rivelato.

(Charles Baudelaire, in Art Romantique)

L’ombrello rosso

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I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L’erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto. Le settimane si succedevano sempre più infuocate. Da mesi non cadeva una vera pioggia. Il parroco del paese organizzò un’ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia. All’ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza. Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari. Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila. Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso. (Bruno Ferrero)

Miracoli

Un uomo traversò terre e mari per verificare personalmente la fama straordinaria di un grande maestro. “Che miracoli ha operato il vostro maestro?” chiese a un discepolo. Egli rispose: “C’è miracolo e miracolo. Nel tuo paese è considerato un miracolo che Dio faccia la volontà di qualcuno. Da noi, invece, è considerato un miracolo che qualcuno faccia la volontà di Dio”.

Due bocche di papaveri

In molti abbiamo letto l’Antologia di Spoon River, in molti l’abbiamo anche ascoltata nelle canzoni di Fabrizio De Andrè nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo. Ma una delle più belle epigrafi, a mio avviso, è quella della teologa Adriana Zarri, scomparsa il 18 novembre dell’anno scorso.

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è triste e funebre.

Non mi vestite di bianco:

è superbo e retorico.

Vestitemi

a fiori gialli e rossi

e con ali di uccelli.

E tu, Signore, guarda le mie mani.

Forse c’è una corona.

Forse

ci hanno messo una croce.

Hanno sbagliato.

In mano ho foglie verdi

e sulla croce,

la tua resurrezione.

E, sulla tomba,

non mi mettete marmo freddo

con sopra le solite bugie

che consolano i vivi.

Lasciate solo la terra

che scriva, a primavera,

un’epigrafe d’erba.

E dirà

che ho vissuto,

che attendo.

E scriverà il mio nome e il tuo,

uniti come due bocche di papaveri.

Il preludio

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È una benedizione questa lieve brezza

che soffia dai campi verdi e dalle nuvole

e dal cielo: mi batte sulla guancia

quasi consapevole della gioia che dà.

Benvenuta messaggera, benvenuta amica,

ti saluta un prigioniero che esce da una casa

servile, affrancato dalle mura di codesta città,

un carcere che a lungo l’ha serrato.

Oro sono libero, emancipato, all’aria aperta,

posso prendere casa dove mi piace.

                                            (William Wordsworth)

La realtà sottile

“Quando ci poniamo domande su Dio, una di quelle che stanno in cima alla lista è perché certe persone vivono e certe persone muoiono; perché certe persone guariscono e certe altre no. […] Se una persona vive, diciamo: «È un miracolo». Se muore diciamo: «È la volontà di Dio». Non c’è una risposta razionale ai miracoli e non c’è modo di comprendere la volontà di Dio: il quale, se c’è davvero, potrebbe non avere per noi più interesse di quello che ho io per i microbi che in questo momento vivono sulla mia pelle. Ma i miracoli avvengono, a me sembra; ogni respiro è un miracolo nuovo. La realtà è sottile ma non sempre buia.”

(Stephen King, Al crepuscolo) 

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Foglie morte

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Le foglie morte cadono a mucchi

come i ricordi e i rimpianti.

Ma il mio amore silenzioso e fedele

sorride ancora e ringrazia la vita.

                                              (Jacques Prévert)

Pur sempre il cielo

Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto.

(Etty Hillesum, Diario)

Imparare dalla natura

 

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In questi giorni, passeggiando in mezzo ai campi in compagnia del fido Mou, sto ammirando i colori dell’autunno. Sembra quasi che la natura abbia tenuto il meglio per il momento prima di addormentarsi… Mi è venuto in mente questo brano di Nietzsche che leggiamo in quarta:

“Osserva il gregge che pascola dinnanzi a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere e con la sua pena al piuolo, per così dire, dell’attimo, e perciò né triste né annoiato. Vedere tutto ciò è molto triste per l’uomo poiché egli si vanta, di fronte all’animale, della sua umanità e tuttavia guarda con invidia la felicità di quello – giacché egli vuole soltanto vivere come l’animale né tediato, né addolorato, ma lo vuole invano, perché non lo vuole come l’animale. L’uomo chiese una volta all’animale: “Perché mi guardi soltanto, senza parlarmi della tua felicità?” L’animale voleva rispondere e dire: “La ragione di ciò è che dimentico subito quello che volevo dire” ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò.” (Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali, II, cap.1, 1874)

E’ una lettura che abbiniamo sempre al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia:

“…O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidi ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sopra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge

sì che, sedendo, più che mai son lunge

da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?…”

Ecco, in questi giorni di preoccupazioni, di ansie per il futuro economico, di timori, penso che possiamo imparare un po’ dalla natura.

Insegnante difficile

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“L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione.”

(Oscar Wilde)

La solitudine secondo Keats

In prima affronteremo l’argomento della solitudine. Anticipo l’argomento con questa poesia di John Keats.

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Solitudine, se vivere devo con te,

sia almeno lontano dal mucchio confuso

delle case buie; con me vieni in alto,

dove la natura si svela, e la valle,

il fiorito pendio, la piena cristallina

del fiume appaiono in miniatura;

veglia con me, dove i rami fanno dimore,

e il cervo veloce, balzando, fuga

dal calice del fiore l’ape selvaggia.

Qui sarei felice anche con te. Ma la dolce

conversazione d’una mente innocente, quando le parole

sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere

dell’animo mio. E’ quasi come un dio l’uomo

quando con uno spirito affine abita in te.

                                                              (John Keats)

Bambino

 

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Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia

legalo con l’intelligenza del cuore.

Vedrai sorgere giardini incantati

e tua madre diventerà una pianta

che ti coprirà con le sue foglie.

Fa delle tue mani due bianche colombe

che portino la pace ovunque

e l’ordine delle cose.

Ma prima di imparare a scrivere

guardati nell’acqua del sentimento.

(Alda Merini)