Sogni di quale età?

Scrive Roberto Mussapi:

“ «Una vita riuscita è un sogno di adolescente realizzato nell’età matura». Questa massima dello scrittore francese Alfred de Vigny è apparentemente lapidaria. Certo è ideale la realtà di una vita che consenta di realizzare, nell’età matura, i sogni dell’adolescenza. Ma dipende che sogni, di quale adolescente. Non sono tra coloro che enfatizzano smisuratamente quell’età della vita: mentre l’infanzia è fatalmente il tempo dell’innocenza, e la virilità deve coincidere con il senso di responsabilità, l’adolescenza è un’età liminare, al confine tra due mondi. C’è l’adolescente che amiamo, Jim, il ragazzo di Stevenson che parte alla ricerca di un tesoro su un’isola lontana: e poi, superata la prova, ritorna, condivide la conquista, diventa uomo. Non si trasferisce a vita sull’isola, non riparte a casaccio. C’è il tipo di adolescente che rifiuta ogni modello di società e di ordine, che è perennemente insoddisfatto e inappagato, e non sa che cosa vuole…” (da Avvenire).

Cantano gli Aerosmith:

“Ogni volta che mi guardo nello specchio, tutte queste rughe sul mio viso sempre più distinte; il passato è passato, svanito come tenebre all’alba, non è questo il modo in cui in vita ognuno paga il suo debito? So che nessuno conosce da dove arriva e dove andrà, so che il peccato è di ognuno, devi perdere per imparare a vincere. Metà della mia vita è nelle pagine scritte nei libri, vivi e impara dagli sciocchi e dai saggi. Sai che è vero, tutte queste cose ti ritornano. Canta con me, canta per gli anni, canta per le risa e canta per le lacrime; canta con me è solo per oggi, forse domani il buon Dio ti porterà via. Continua a sognare, continua a sognare, sogna un sogno che si avveri; continua a sognare, continua a sognare, sogna finché il tuo sogno non si avvera”.

E poi diventi adulto di colpo

Il 21 novembre 1992, a quasi un anno dalla morte di Freddie Mercury, su Il Sabato esce questo articolo che ho recuperato da qui.

may.JPGUn anno fa moriva la regina. Freddie Mercury, cerimoniere dei Queen, si spegneva il 24 novembre 1991 a Londra, ventiquattrore dopo aver pubblicamente annunciato di aver contratto l’Aids. Nel ’71 aveva scelto per la sua band il nome Queen, titolo nobiliare dell’inquilina di Buckingham Palace e, nel linguaggio portuale, della checca. Freddie era stato l’istrione del rock, una maschera greca che alternava ironia ed esagerazione, amore e morte, intimismo e spavalderia. Che il cantante dei Queen stia già diventando leggenda lo suggeriscono anche le cifre: il doppio “Live at Wembley” viaggia verso vendite milionarie, mentre la raccolta dei “Greatest Hits” sta raccogliendo ovunque un successo di dimensioni colossali. E se per gli altri miti del rock la leggenda è circondata da un alone di significati – libertari, rivoluzionari, generazionali – che importa? Si scoprirà con il tempo che Freddie non era poi quel “macho” esagerato che egli stesso rappresentava in scena, ma un personaggio ermetico che raccontava (con parole simili a quelle di Jim Morrison): “sono stanco di essere usato, vorrei essere amato, perché puoi avere tutto ed essere solo in questo mondo di merda”. Un omosessuale non pentito che ha lasciato la parte più cospicua della sua eredita – milioni e milioni di sterline – non ai suoi amanti gay, ma all’unica donna della sua vita, la quarantenne londinese Mary Austin. Per quelli che gli sono stati vicino, la morte di Freddie è ancora un trauma. Lo è soprattutto per Brian May, il riccioluto chitarrista-astronomo che all’età di 23 anni abbandonò i telescopi per entrare di fianco a Mercury nel mondo del rock. Oggi Brian, uno dei più apprezzati musicisti del globo, è un uomo che tenta di risollevarsi. Uno dei quarantenni del rock che stanno tentando di ritrovare una qualche direzione di marcia…

Brian, è già trascorso un anno dalla scomparsa di Freddie…

E ogni volta qualcuno chiede come io e gli altri della band, John Deacon e Roger Taylor, abbiamo reagito alla sua morte, se abbiamo sopportato “bene” il colpo. Che razza di domanda: come si reagisce alla scomparsa di una persona con cui hai vissuto per vent’anni ogni giornata della tua vita? Male, malissimo, ti senti a pezzi fisicamente e non ci sei più con la testa…

Al termine del Mercury Tribute allo stadio di Wembley, David Bowie inginocchiandosi ha recitato il Padre Nostro in coro con tutto lo stadio…

Già, è stato un momento strano. Ho chiesto a David il perché, il motivo di quel gesto, ma neanche lui mi ha dato una risposta. Gli sembrava giusto ricordare Freddie con una preghiera e il Padre nostro è la preghiera. Ognuno poi reagisce diversamente di fronte al dolore, in modo oscuro. Nel dolore emergono i tuoi spettri, il tuo sangue, le tue ferite. Io ho preferito andare dall’analista, che è riuscito a farmi intravvedere la luce. Ho poi inciso un album, “Back to the Light”, che avrei potuto intitolare Inferno e resurrezione, ma poi ho pensato che anche Dante Alighieri aveva già scritto qualcosa di simile.

E ora si sente tranquillizzato, in pace con se stesso?

Non so ancora bene dove mi trovo. Sono solo più stabile.

Ha qualcosa da dire sulla morte?

Oh mioddio. Cosa si può dire… Ci attende tutti. Ne siamo coscienti solo quando ti tocca vicino, vicinissimo. E dopo diventi adulto di colpo. Di colpo ti accorgi che non giochi più.

Lei, Peter Gabriel… come mai tante rockstar si rifugiano dallo psichiatra?

L’analista è spesso una persona che aiuta a non aver paura dei mostri della vita, della parte più incomprensibile di te e degli altri, di quei segreti inconfessabili che son la tua zavorra, la tua tomba. Nel caso del rock l’analista aiuta ad affrontare le energie che vengono liberate e poi sfuggono al controllo. Il problema di chi fa rock è sempre nella testa…

Quanto si finge quando uno è sul palco?

Tanto. Con tutti.

Cioè?

Uno dei problemi del rock è la gente che hai intorno. Per mille motivi conviene a tutti che si rimanga bambini, marionette. Gli affari determinano il potere e per gli affari devi rimanere un oggetto, facilmente utilizzabile. Freddie lo diceva sempre. “Nessuno si immagina come io sia lontano dal palco, lontano dai soldi, lontano dal business. Nessuno immagina come siamo ognuno di noi quattro, lontano da quella macchina che chiamiamo Queen”. Quando il treno si è fermato e la favola Queen s’è interrotta, ho sentito la sensazione di aver sbagliato tutto, di essermi perso.

Nell’ultima produzione dei Queen ci sono titoli che riflettono proprio la tragedia che stavate vivendo. Un pezzo come The show most go on non conteneva già una sensibilità nuova e drammatica?

Certo, quella era una canzone con una forza particolare, scritta mentre sentivamo che si stava compiendo qualcosa di tragico. Quando Freddie è venuto per la prima volta a sentire i provini e a registrare le sue voci era in condizioni tremende eppure riuscì a cantare anche meglio che nel passato: quella sua registrazione è probabilmente uno dei suoi vertici assoluti. Dal mio punto e vista è come se fossimo riusciti a scrivere un’aria d’opera, molti anni dopo Bohemian Rapsody. Ma abbiamo scritto e interpretato tante canzoni dal testo forte e ricco anche prima di quell’ultimo periodo. L’urgenza di essere amato di Somebody to love esprime fortissimamente la sensibilità di Freddie, ma anche la necessità di tutti di non essere soli. E poi il sentimento ecologico di Is this the world we create…

I vostri pezzi più famosi – We we’ll rock you e We are the champions – vi rappresentano ancora?

Non rappresentano più né me, né gli altri. Sono grandi canzoni e le suonerò ancora, ma la vita le deve superare: non è mai il passato che può rappresentarti. Ciò che abbiamo fatto appartiene alla vita pubblica, alla cultura della gente, dei giovani in tutto il mondo. Così come la memoria di Freddie ormai appartiene a tutti coloro che l’hanno amato. Penso che la manterranno viva.

14. Forse un giorno di nuovo, lungo la strada

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

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Nel primo post di questa serie abbiamo affrontato la canzone “Suad” dei Modena City Ramblers e avevo detto di quanto fosse evocatrice di colori, suoni, profumi e di che bello sarebbe tornare da un viaggio con tali sensazioni vive dentro di noi. Bene, siamo giunti alla fine del nostro viaggio e questa canzone si intitola appunto “Dopo il viaggio” inizia con la parole: “Le cose che porto dentro sanno di erba e di colore, le cose che tengo dentro sono passione e ore senza contare”. Biagio Antonacci riconosce che ritornare non è facile sia perché la terra lasciata all’inizio del viaggio non è più familiare come prima sia perché “non è facile sapersi bastare”. Diventa importante avere la consapevolezza che il ritorno può anche essere l’inizio di una nuova partenza; il ritorno può essere sì la fine, la conclusione, ma può anche essere la fine di un capitolo e non dell’intero romanzo che è la vita. Leggiamo in controluce le parole della canzone: “Le cose che porto dentro sono kilometri che fanno arrivare, le cose che tengo dentro sono indirizzi presi per non ridare. Sono oasi….naturali. Sono fili di grano che arrivano al mare”. Noi uomini abbiamo la gran fortuna di non essere mai solo ciò che appariamo, ma siamo anche tutto ciò che abbiamo dentro, tutti i chilometri percorsi e le persone incontrate. Percorrendo poca strada, scarso è anche il bagaglio interiore, un po’ come uno dei personaggi dell’“Antologia di Spoon river”: “Una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. Perché, l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio; è una barca che anela al mare eppure lo teme.” Per chi ha visto “The Truman Show”, il collegamento tra questo brano e la scena finale del film è immediato…

Per qualcuno tornare può anche significare rimpianto per ciò che era prima del viaggio e che non è più: se immaginiamo di essere in una stazione ci troviamo immersi nelle prime pagine di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino: “Il disfarmi della valigia doveva essere la prima condizione per ristabilire la situazione di prima: di prima che succedesse tutto quello che è successo in seguito. Questo intendo quando dico che vorrei risalire il corso del tempo: vorrei cancellare le conseguenze di certi avvenimenti e restaurare una condizione iniziale. Ma ogni momento della mia vita porta con sé un’accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con sé le sue conseguenze, cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano: pur essendo tutti i miei atti intesi a cancellare conseguenze d’atti precedenti e riuscendo anche a ottenere risultati apprezzabili in questa cancellazione, tali da aprirmi il cuore a speranze di sollievo immediato, devo però tener conto che ogni mia mossa per cancellare avvenimenti precedenti provoca una pioggia di nuovi avvenimenti che complicano la situazione peggio di prima e che dovrò cercare di cancellare a loro volta. Devo quindi calcolare bene ogni mossa in modo da ottenere il massimo di cancellazione col minimo di ricomplicazione”.

Ma con quest’ultimo post voglio sperare che alla fine del nostro viaggio, alla fine di questo viaggio, ci sia ottimismo e gioia. Sicuramente nelle tappe di viaggio che sto vivendo io personalmente in questo periodo c’è molta felicità, ma il perché, se volete coglierlo, dovete leggerlo nelle ultime parole che vi lascio, parte conclusiva della canzone “La valigia” di Jovanotti: “Non vi dirò come finisce la storia anche perché non è finita mai. Se scorre un fiume dentro ad ogni cuore, arriveremo al mare prima o poi. Io sono una valigia e giro di stazione in stazione, in molti mi trasportano ma solo tu hai la combinazione. Ma chi l’avrebbe detto che la vita ci travolgeva come hai fatto TU.” (ok, ok, vi aiuto un pochino con una foto…)

Compagni di viaggio:

  • Claudio Baglioni, Arrivederci o addio
  • Lucio Battisti, Sì, viaggiare
  • Alex Britti, Tornano in mente
  • Francesco Guccini, Radici
  • Modena City Ramblers, L’uomo delle pianure
  • Zucchero, Torna a casa
  • Ivano Fossati, Il grande mare che avremmo attraversato I e II
  • Francesco De Gregori, Vecchia valigia
  • Lucio Dalla, Goodbye
  • Queen, The show must go on

 

“Buon viaggio hermano querido

e buon cammino ovunque tu vada

forse un giorno potremo incontrarci

di nuovo lungo la strada.”

Modena City Ramblers

13. Dolce il pensiero che resta

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questa sezione di post e quindi stiamo arrivando alla fine del nostro viaggio, ma prima di scendere da questa grande giostra che è la musica, ho scelto di dedicare ancora una puntata all’amore e visto che siamo alla fine, parleremo della fine dell’amore. Molte persone, da quando è uscito il terzultimo CD della Nannini, hanno pensato “ma guarda che bella canzone per dire grazie al mio amore”: dice il ritornello: “Grazie del sole che è stato, tenerti vicino dentro di me, grazie di questo amore senza paura più forte di noi”. Ora, già la fine del ritornello ci fa drizzare le orecchie: “questo amore senza paura più forte di noi”. Eh già: la canzone si riferisce a un amore finito, basta andare avanti: “Dolce com’è dolce il pensiero che resta, ora dopo ora io ti perdo ora per sempre. Grazie di ogni tuo sguardo dentro di me. Dolce così dolce il pensiero che resta, ora dopo ora io ti cerco, vattene adesso. Lasciami il tuo silenzio, spegni la voce, le luci accese. Grazie.”

Basta poco per far finire le storie d’amore, anche dei banali errori linguistici (e una esagerata dose di orgoglio), come dimostra questo dialogo tra la francese Veranne e l’italiano Luca, tratto da “L’incosciente” di Diego Cugia, brano col quale concludo. “«Da giorni ti stavo appresso, “ragazzo infedele che di notte ti ho sognato”. Hai più ascoltato il nostro lied? Ti seguii dal momento dopo che ci presentarono all’Hotel du Casino in Piace de Clichy, al ricevimento delle Totali. Se di giorno tu uscivi dall’ufficio a comprare le sigarette, io ero lì, davanti alla vetrina, sul marciapiedi di fronte; quando passeggiavi per Parigi parlando da solo, cercavo di attirare la tua attenzione in modo discreto, precedendoti in un bar, o montando su un taxi e lasciando la portiera bene aperta; mi spinsi, certe notti, ad aspettarti in Rue de Rivoli, sotto la casa particolare di madame Engelmond.»

«Non mi sono mai accorto di te.»

«Tu non ti accorgi di nulla perché bruci la vita nel tentativo di recuperare il bene del quale ti ritieni rapinato, senza badare all’amore che ti scorta passo passo, temerario e fedele. Sono stata il tuo angelo custode fino alla notte di Capodanno, in quella boîte nella quale ti eri rintanato fra gente orrenda, perché è un sollievo frequentare cattive compagnie, o annullarsi nel gioco, trastullarsi con i vizi, fingere di essere uno scapestrato, pur di sottrarsi a quella che a te sembra un’ingiuria, mentre è la semplice e logica conseguenza dell’essere nati azzurri in un’epoca grigia: dover resistere agli assalti degli spiriti meschini e assistere al trionfo dei mediocri. Non sei il primo né l’ultimo, Luca. Io ero come te. Il nostro amore avrebbe ridipinto il mondo. Ma tu tenevi gli occhi a terra, scavavi in te stesso, cercavi il tesoro che non c’è e non poteva esserci, perché quel tesoro lo possiede solo l’altro, e ti viene offerto nella luce, mai nell’ombra; tu eri troppo intento a sacrificare la tua parte più nobile al demone dell’assenza per accorgerti della mia presenza, e del tesoro d’amore nato con la tua nascita, affiorato da sempre, ma visibile solo a noi… Dieci minuti prima che scoccasse la mezzanotte, per non perdermi definitivamente, ho dovuto affrontarti senza un briciolo di orgoglio femminile, perché come entrai nel locale e ci riconoscemmo, chiedesti il conto per andartene. Non potevo essermi sbagliata, avevi il marchio, un segno azzurro, mi amavi anche tu, ne ero certa, per questo ti raggiunsi sulla porta e ti dissi: “Mi piaci così tanto, portami via”.»

«No, cara, mi chiedesti: “Se ti piaccio così tanto, perché non mi porti via?”. Un guanto in faccia, una sfida; da te non potevo accettarla. Eri una rosa circondata da papaveri neri, i motociclisti vestiti di cuoio e di borchie che ti scortavano fra quella gente che ci esaminava sotto i cappellini dei cotillon, mostrandoci lingue di Menelik. Io ero un capobranco senza branco. Mi sono sentito perduto.»

«Ti dissi: “Mi piaci così tanto, portami via”, sei parole, un punto. Sei così sicuro di padroneggiare il francese?»

Una vertigine irruente come un’onda anomala mi ha rovesciato l’anima. Un equivoco. La più insolente delle incomprensioni, un banale tranello linguistico. Per un equivoco avevo eretto la mia torre solitaria, per un equivoco la vita di Veranne e la mia si erano scisse, trincerandosi dietro fossati invalicabili di acque stagnanti, colmi di dolori inutili, amicizie tradite, matrimoni sbagliati: per un equivoco! Un interrogativo immaginario, un punto di domanda rovesciato che si era trasformato in amo pungente, un gancio che cattura gli amanti predestinati, riducendoli a prede di quel pescatore d’infelicità che siamo noi stessi quando restiamo soli.”

Compagni di viaggio:

  • Tiziano Ferro, E fuori è buio
  • Claudio Baglioni, Amore bello
  • Luigi Tenco, Insieme a te non ci sto più
  • Dino, Te lo leggo negli occhi
  • Nek, Cielo e terra
  • Zucchero, Pane e sale
  • Biagio Antonacci, Così presto no
  • Vasco Rossi, Ciao
  • Max Pezzali, Nessun rimpianto
  • Mina, E poi
  • Fabrizio De Andrè, E fu la notte
  • Helloween, A tale that wasn’t right
  • Anastacia, Sick and tired

12. Una luce ti condurrà verso casa

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

L’argomento di oggi è quello del viaggio in compagnia di un amico o di più amici. Se proviamo a pensare, per la maggior parte delle persone è difficile pensare alla propria vita senza amici; eppure, riflettendo meglio, o anche guardando il mondo dei bambini, la cosa non è così immediata. Quando un bambino inizia a frequentare l’asilo o il giardinetto sotto casa o di quartiere o la piazza, viene precipitato in un universo alieno diverso da quello protetto della famiglia in cui le attenzioni erano concentrate su di lui. Ora si trova a confrontarsi con dei pari che accampano i suoi stessi diritti e reclamano le stesse attenzioni: la prima impressione che ha è spesso quella della concorrenza e non della collaborazione o dell’amicizia (sia chiaro che sto esagerando e ragionando in termini assoluti, cosa che ha ben poco riscontro completo nella realtà). E’ solo con l’andare del tempo che l’amicizia vera inizia a farsi spazio: basta pensare alla divisione maschi femmine nel periodo della scuola primaria. Piano piano si cominciano a scegliere le amicizie e a volte il destino presenta degli persone che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Alcuni di loro diventano amici dell’anima, del cuore: sono sinceri e veri, sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici, conoscono qual è il momento di parlare e quale quello di lasciarci anche soli. Irene Grandi, prendendo spunto dal film intitola una canzone e un intero album “Come Thelma & Louise” e parla di un viaggio con un’amica, un viaggio a rischio di velocità e anche della vita: “Ci sentiremo noi più forti del mondo accelerando di più, spingendo quel pedale giù, giù in fondo. Vedrai, vedrai rideremo, magari poi ci perderemo, saremo noi che vinceremo, anche se poi moriremo”.

Canzone simbolo della vera amicizia è sicuramente “Amico” di Renato Zero. Ecco alcuni versi: “Resta amico accanto a me… Resta e parlami di lei, se ancora c’è… L’amore, muore, disciolto in lacrime, ma noi teniamoci forte e lasciamo il mondo ai vizi suoi!!! Io e te… lo stesso pensiero!!! Io e te… il tuo e il mio respiro!… Che fai, se stai lì, da solo!!! In due, più azzurro è, il tuo volo!!! Amico è bello… Amico è tutto… è l’eternità! E’ quello che non passa, mentre tutto va!”

Ci sono poi anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro e hanno la gran capacità di consolare il nostro dolore. Una canzone vecchia e una recente per immortalarli. Quella vecchia è dei Queen, ed è “Friends will be friends”. Così canta Freddie Mercury: “Il postino ha consegnato una lettera del tuo amore, lontano, solo una telefonata, hai cercato di rintracciarlo ma qualcuno in realtà ha rubato il suo numero. Ti stai abituando alla vita senza di lui, a tuo modo; è facile ora, perché hai amici su cui puoi contare. Gli amici sono amici, quando hai bisogno d’amore loro ti danno cure e attenzioni. Gli amici sono amici, quando hai chiuso con la vita e ogni speranza è perduta tendi la mano perché gli amici saranno amici per sempre.” La canzone più recente è la gettonata “Fix you” dei Coldplay, che è anche la canzone di oggi. Il momento di cui tratta il brano non è decisamente dei migliori: tutto va a rotoli e ogni tentativo per uscire dalla situazione non va a buon fine. Può capitare di ottenere ciò che si vuole ma non è detto che sia anche ciò di cui si ha bisogno: si è stanchi eppure non si riesce a dormire, e scendono le lacrime. E’ questo lo spazio dell’amicizia: “Una luce ti condurrà verso casa e infiammerà le tue ossa. Ed io cercherò di rimetterti in sesto”.

Mi sto dilungando troppo e allora, prima di arrivare ai compagni di viaggio di questa settimana, vi consiglio due cantanti che molto spesso nei loro brani parlano in prima persona plurale, usando il “noi” invece dell’“io”: Max Pezzali (“Come deve andare”, “Gli anni”, “Rotta per casa di Dio”, “Se tornerai”, “La dura legge del goal”, “Jolly Blue”) e Ligabue (“Libera uscita”, “Sogni di rock ‘n roll”, “Sarà un bel souvenir”, “Angelo della nebbia”, “Tra palco e realtà”, “Non è tempo per noi” e, ovviamente, “Urlando contro il cielo”).

Compagni di viaggio:

  • Giorgia, Come Thelma e Louise
  • Jovanotti, Bella storia
  • Jovanotti, Mi fido di te
  • Zucchero, Nuovo meraviglioso amico
  • Renato Zero, Amico
  • Modena City Ramblers, Il bicchiere dell’addio
  • Mina, Questione di feeling
  • Gang, Eurialo e Niso
  • Marina Rei, Ci sarò
  • Riccardo Cocciante, Per un amico in più
  • Helloween, I don’t wanna cry no more
  • Queen, Friends will be friends
  • Nirvana, Come as you are

11. Nascondere in due sciocchezze che son commosso

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

E’ stata veramente la scelta più dura quella della canzone di questa sezione: avrei potuto occupare tutti questo spazio semplicemente citando titoli di canzoni che parlassero d’amore con la certezza di non essere comunque esaustivo. Alla fine sono rimasti in ballo due brani; ho scartato un pezzo che penso in pochi abbiano ascoltato e che quindi consiglio ed è una collaborazione tra Simone Cristicchi e Sergio Endrigo: “Questo è amore”. Ho optato, visto che l’argomento è il viaggio in compagnia dell’amore, per la decisione di farmi guidare dal cuore e quindi scegliere una delle canzoni che amo di più.

“Vorrei”, così si intitola, si apre con un tentativo di immedesimazione di Guccini nel mondo dell’amata, un voler fondersi con la vita di lei perché a lei si sente ineludibilmente legato. E immagina un viaggio: “Vorrei con te da solo sempre viaggiare, scoprire quello che intorno c’è da scoprire per raccontarti e poi farmi raccontare il senso d’un rabbuiarsi o del tuo gioire; vorrei tornare nei posti dove son stato, spiegarti di quanto tutto sia poi diverso poter farmi da te spiegare cos’è cambiato e quale sapore nuovo abbia l’universo.” Sono pochi versi che parlano di dialogo tra due amanti e del piacere di raccontarsi le nuove sensazioni che si vivono a visitare luoghi già visti e che ora suscitano emozioni diverse. La vita, l’universo hanno ora un senso differente, tanto che non occorre neppure viaggiare: “Vorrei restare per sempre in un posto solo per ascoltare il suono del tuo parlare e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo impliciti dentro al semplice tuo camminare e restare in silenzio al suono della tua voce o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso dimenticando il tempo troppo veloce o nascondere in due sciocchezze che son commosso.” Restare in silenzio, ascoltare, parlare, esprimere emozioni, sono tutti modi dell’amore e sono parole che vanno direttamente a richiamare due altre canzoni.

La prima è “Le lettere d’amore” di Roberto Vecchioni in cui si canta l’importanza di esprimere l’amore scrivendo senza vergognarsi: “E scrivere d’amore, anche se si fa ridere, anche quando la guardi, anche mentre la perdi, quello che conta è scrivere; e non aver paura, non aver mai paura di essere ridicoli; solo chi non ha scritto mai lettere d’amore fa veramente ridere. Le lettere d’amore, di un amore invisibile; le lettere d’amore che avevo cominciato magari senza accorgermi; le lettere d’amore che avevo immaginato, ma mi facevan ridere, magari fossi in tempo, se avessi ancora il tempo, per potertele scrivere…”.

La seconda è “Imbranato” di Tiziano Ferro e canta la difficoltà, dovuta all’emozione, di dire il proprio amore a parole o con gli occhi o con il corpo: “E scusami se rido, dall’imbarazzo cedo. Ti guardo fisso e tremo all’idea di averti accanto e sentirmi tuo soltanto. E sono qui che parlo emozionato …e sono un imbranato! Ciao… come stai? Domanda inutile! Ma a me l’amore mi rende prevedibile. Parlo poco, lo so… è strano, guido piano. Sarà il vento, sarà il tempo, sarà…fuoco!”

Per concludere torniamo alla canzone di oggi, che termina con l’auspicio di tutti gli amanti: l’amore non finisce. Canta Guccini: “Vorrei cantare il canto delle tue mani, giocare con te un eterno gioco proibito che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”. Mi piace però pensare a un ruolo attivo dei due nella costruzione del loro amore e allora un ultimo consiglio prima dei compagni di viaggio: ascoltate “La cura” di Franco Battiato. “Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza. I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi. Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te… io sì, che avrò cura di te.”

Compagni di viaggio:

  • Gianna Nannini, Amandoti
  • Tiromancino, Due destini
  • Max Pezzali, Il mondo insieme a te
  • Nek, Se io non avessi te
  • Negramaro, Estate
  • Mina, Grande grande grande
  • Le Vibrazioni, Vieni da me
  • Franco Battiato, La cura
  • Jovanotti, La valigia
  • Neffa, Il mondo nuovo
  • Roberto Vecchioni, Le lettere d’amore
  • Zero Assoluto, Sei parte di me
  • James Blunt, You’re beautiful
  • Hooverphonic, Mad about you
  • Justin Timberlake, Take it from here
  • Madonna, Hung up

10. Portando un po’ di paradiso quaggiù

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

L’argomento della puntata di oggi è quello degli anziani e non è facile affrontarlo in quanto spesso le persone di una certa età non vogliono considerarsi o sentirsi chiamare anziane, tantomeno vecchie. E allora via con i giri di parole: appunto, persone di una certa età, coloro che hanno molti carnevali, persone dai capelli bianchi, età d’argento, terza o quarta età, ecc. ecc…

Va detto che la considerazione sociale odierna degli anziani non è il massimo; certo se ne fa un gran parlare, ma soprattutto in termini assistenzialistici, come di persone oggetto di servizi caritatevoli o sanitari, ma raramente come soggetto ancora attivo della società civile. Purtroppo è innegabile che il ruolo di saggi che fino a non molti anni fa i vecchi delle famiglie ricoprivano è andato scomparendo: non ci si rivolge più a loro per un consiglio, anzi spesso si sopporta con difficoltà il loro intervento o il loro parere. E va anche registrato il tutto come un disagio esistenziale di chi ha avuto sempre difficoltà a contare: quando i nostri vecchi erano più giovani contavano gli anziani di allora, ora che loro hanno raggiunto quell’età, non contano più.

Ma va anche detto che dal mondo del lavoro italiano viene spesso la protesta che gli incarichi dirigenziali, compresi quelli scientifici del mondo della ricerca, sono occupati da persone considerate anziane per tali ambiti di sviluppo.

Andrebbe poi fatta una distinzione tra anziani ancora completamente autosufficienti e anziani che hanno invece bisogno di assistenza, e da un punto di vista fisico e da un punto di vista psichico.

Bisogna inoltre considerare, e la canzone di oggi serve proprio a questo, quel tipo particolare di anziani che rientra nella categoria “nonni”. Innanzitutto va fatto un rimando al post precedente, in quanto il nonno è sicuramente stato genitore e spesso vive l’essere nonno come una genitorialità più libera: il nonno è, per antonomasia, colui che vizia i nipoti, anche se bisogna riconoscere che il nonno di oggi è diverso da quello di venti o trenta anni fa. Ho più di trent’anni e non ricordo di aver visto i miei nonni andare in palestra per tenersi in forma o truccarsi e mettersi la crema per cacciare o nascondere le rughe o fare footing per far star meglio il cuore. I miei nonni hanno sempre avuto problemi con la dentiera e spesso mi chiamavano perché non riuscivano ad abbassare il volume della tv. Ah sì, non ho ricordo dei miei bis-nonni. Le condizioni di un bimbo di oggi sono decisamente diverse. Non sto a discutere se siano meglio o peggio, ma sono sicuramente diverse. Resta il fatto che sovente il rapporto nipoti-nonni è uno di quelli emotivamente e affettivamente più coinvolgenti, e lo si nota, purtroppo, soprattutto quando uno dei nonni se ne va. “Nan’s song” canta appunto l’addio di un nipote alla nonna: “Dicevi che quando morivi avresti camminato con me ogni giorno. Io iniziai a piangere e a dire di non dire così”. Se è vero che può essere più sereno il distacco da una persona che ha vissuto comunque a lungo, il dolore è lo stesso forte: “Mi manca il tuo amore, mi mancano le tue carezze” e ciò a cui ci si aggrappa è il sentire quella persona vicina anche dopo la morte: “In silenzio, senza farmi paura, lei é vicina, portando un po’ di paradiso quaggiù… Ma ti sento vicina ogni giorno e riesco quasi a sentirti dire: “Sei venuto da molto lontano”. Ed ora tu vivi in paradiso ma so che lassù ti lasciano libertà di starmi vicino per prenderti cura di me.”

Compagni di viaggio:

  • Claudio Baglioni, I vecchi
  • Renato Zero, Spalle al muro
  • Pino Daniele, Cammina cammina
  • Francesco Guccini, Un vecchio e un bambino
  • Simon & Garfunkel, Voices of old people
  • Wings, Treat her gently
  • The farm, All together now
  • Jacques Brel, I vecchi
  • Echolyn, album “As the world”
  • Saga, Uncle Albert’s eyes
  • Beatles, When I’m sixtyfour
  • Cranberries, Never grow old

9. Se vuoi andare

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Dalla scorsa puntata abbiamo iniziato a parlare dei compagni di viaggio e abbiamo affrontato l’argomento del viaggio con se stessi e della solitudine. Oggi tratteremo del viaggio con i figli o, ribaltando il punto di vista, del viaggio con i genitori. Certo, detto così, ci si può immaginare la famigliola di trenta-quarantenni con i pargoli piccoli al seguito in partenza verso il mare per i quali la canzone spot potrebbe tranquillamente essere la vecchia “Sei forte papà” di “morandiana” memoria in cui si racconta di un’uscita giornaliera ed ecologica. Se qualcuno vuol farsi più audace può andare a rivedersi il cartone animato “Flo, la piccola Robinson”…

Tuttavia vorrei ampliare il discorso e soprattutto la fascia d’età. Non è facile con le sole canzoni, e allora oggi mi gioverò anche di un brevissimo dialogo preso da un film. Essere figli è un’esperienza che ciascuno di noi fa, al di là del fatto che poi tale esperienza sia costituita di dialogo, di monologo, di scontro, di presenze o di assenze. E’ un rapporto spesso fatto di corsi e ricorsi, corse e rincorse; due canzoni nuovissime ne sono testimonianza. Gianna Nannini nell’ultimo CD ha inserito il brano “Babbino caro”; il rapporto col padre non è stato facile ma ora le difficoltà sembrano appianate visto che la toscana dice “la rabbia ormai è cenere”. E’ forse il tempo del rimpianto, visto che lui non c’è più: “Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui. Babbo dammi ancora addosso la vita è un gioco rotto se non ci sei più”. E’ il momento in cui si vorrebbe riportare in vita la persona amata a qualunque costo: “E la vita che hai, e che vedi andar via io vorrei ridartela come se fosse mia”. Consiglio anche l’ascolto di Dottor John, dedicata da Piero Pelù al padre settantanovenne col quale, dopo una vita di conflitti, ha recuperato un rapporto di comprensione.

Anche la persona che non ha mai conosciuto i propri genitori è possibile che si percepisca comunque figlia, anche colui che litiga e decide di non aver più a che fare con loro resta figlio. Non è detto però che tutti coloro che sono figli saranno anche genitori per svariate motivazioni. E’ però interessante notare che chi è genitore resta genitore, anche se i figli crescono. Nel film “L’ospite d’inverno” c’è un bellissimo dialogo tra la figlia Emma Thompson e la madre Phyllida Law: «“Non devi continuare a controllarmi, mamma.” “Non provarci ancora a dire una cosa del genere. Ero una ragazzina quando ti ho messa al mondo. Sei stata tu a insegnarmi a prendermi cura di te. Tu mi hai insegnato a inseguirti e a controllarti 24 ore su 24. Sono cresciuta con te, passo dopo passo. E adesso, cosa ti aspetti? Che solo perché sei una donna adulta io smetta di preoccuparmi, che smetta di chiedere se stai bene?”». Per una mamma novantenne, il figlio settantenne resterà sempre “Il me frut, la me stele”.

Ora, per tutti i viaggi, ma per quello del rapporto genitori-figli in particolare, il momento più duro, anche se magari non definitivo, è rappresentato dal distacco, che è quello di cui parla la canzone di Cat Stevens che abbiamo ascoltato oggi. Il cantante si rivolge alla figlia che ha deciso di andarsene di casa e il dolore è forte: “mi sta rompendo il cuore il fatto che te ne stai andando”. La preoccupazione per quello che il wild world, il mondo selvaggio, può riservare alla figlia è altrettanto grande: “il mio cuore si sta rompendo in due perché non voglio mai vederti soffrire”. Ma è un padre che alla fine lascia andare la figlia pur dandole, appunto da buon padre, dei consigli: “Ma se vuoi andare, fai bene attenzione, spero troverai molti buoni amici là fuori, ma ricordati che ce ne sono molti cattivi, quindi stai attenta”.

Concludo con “Salirai la collina”, una poesia dedicata da Danila Compiani alla figlia:

“Salirai la collina

e dall’alto guarderai la valle

e con le dita toccherai le stelle

e griderai alla luna la vittoria del cuore.

Sotto di te vedrai il sentiero

rorido del tuo sudore

gravido della tua fatica

e di lontano udrai l’eco delle mie parole.

Salirai la collina,

io ti indicherò la via,

io illuminerò il tuo cammino,

ma tuo sarà il peso della salita,

tua la tentazione dell’arresa,

tuo sarà il dolorante incedere

del passo stanco…

E solo tuo sarà l’osannante

tripudio del mondo

quando dall’alto guarderai la valle

e con le dita toccherai le stelle.”

 

Compagni di viaggio:

  • Jovanotti, Ciao mamma
  • Gianna Nannini, Babbino caro
  • Piero Pelù, Dottor John
  • Mondo Marcio, Dentro una scatola
  • Vinicio Capossela, Signora Luna
  • Fabrizio De André, Canzone del padre
  • Eugenio Finardi, A mio padre
  • Pooh, Eleonora mia madre
  • Subsonica, Gente tranquilla
  • Cesare Cremonini, Padre e madre
  • Beatles, Let it be
  • Cat Stevens, Father & son
  • Oasis, Live forever
  • Metallica, Mama said
  • Lenny Kravitz, Thinking of you

8. Non s’era mai svegliato solo prima d’allora

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Riepiloghiamo velocemente il percorso che abbiamo compiuto: siamo partiti per un viaggio e abbiamo affrontato alcune tappe come il mare, il fiume e la strada e alcuni momenti come la notte, il sogno e l’alba. Ora è venuta la volta dei compagni di viaggio veri e propri. Nelle prossime puntate parleremo della famiglia, degli anziani, degli amici e degli amori, ma oggi ci dedichiamo forse al compagno di viaggio che conosciamo meglio di chiunque altro: noi stessi.

La canzone di oggi si intitola “Già ti guarda Alice”, dedicata alla neonata figlia di un cugino di Tiziano Ferro, ed è la traccia numero 10 dell’ultimo (penultimo, ndr) CD del cantante che prende il nome proprio dal ritornello di oggi: “Nessuno è solo”. Cito dalla canzone: “Nessuno è solo finché di notte anche lontano ha chi non dorme per pensare a lui…”. Nel libretto del CD c’è tuttavia scritto: “Nessuno è solo! Lo dico, lo provoco ma resterò incapace di capirlo, perennemente esposto al dubbio.” Certamente nel brano e nell’album non si dà un’accezione positiva della solitudine, ma sarebbe il caso di indagare brevemente su due tipi di solitudine.

Essere soli perché si sceglie di esserlo ha dei risvolti positivi: si può decidere di stare in solitudine per leggere meglio dentro di sé, magari prima di prendere una decisione importante (il famoso deserto interiore). Diventa un momento per vagliare tutte le strade e le prospettive che mi si propongono e cercare di valutare con attenzione le varie conseguenze senza essere influenzati da presenze che magari percepiamo in quel momento come invasive. Oppure si cerca la solitudine solo per rilassarsi un po’, staccare la spina dalle mille attività di ogni giorno: basta guardare quanto sia aumentato negli ultimi anni il turismo presso santuari, monasteri ed eremi. Oppure c’è il viaggio da soli come sfida verso se stessi, come mettersi alla prova. In tutte queste occasioni si è sì da soli, ma in realtà si è in compagnia di se stessi: si avverte cioè la compagnia di qualcuno con cui si ha voglia di stare. Forse sono gli altri a preoccuparsi perché dal di fuori ci vedono magari un po’ seri, come fa Vasco in “Da sola con te”: “Lo so che tu quando parli sei davvero tu, ma è che quando sei lì sola ho paura e… non mi sembri più sincera, non mi sembri te!”. Per prendere un po’ di coraggio consiglio, per chi ama il metal anche “I want out” degli Helloween: “Ci sono un milione di modi per vedere le cose nella vita, ci sono un milione di modi per essere folli, alla fine nessuno di noi ha ragione. A volte abbiamo bisogno di stare da soli”.

Dall’altra parte c’è invece la solitudine imposta, quella subita e non frutto di una scelta libera: in questo caso si avverte la mancanza dell’altro, che sia amico, marito o moglie, figlio o genitore, amante o conoscente non importa. Cantano i Pearl Jam in “Alone”: “Si sveglia e trema dal panico, non s’era mai svegliato solo prima d’allora. Aveva la sua donna da quanto potesse ricordare. Prova a dimenticare, ma non può”. Essere in compagnia di se stessi in questo caso viene vissuto come ingombrante, scomodo. Si ha la sensazione che tutto andrebbe meglio se l’altro fosse presente; il problema è che l’altro non c’è.

E’ struggente anche l’incontro casuale nel bar di un’area di servizio di un’autostrada tra un viaggiatore e la ragazza che serve al banco raccontato da Guccini in “Autogrill”. L’automobilista immagina per un attimo di prendere per mano la ragazza e proporle di fuggire la malinconia e la solitudine insieme a lui: “Ma nel gioco avrei dovuto dirle: “Senti, senti io ti vorrei parlare…”, poi prendendo la sua mano sopra al banco: “Non so come cominciare: non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia? Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via.””. Ma all’improvviso nel bar entra una coppia, l’incanto svanisce e la solitudine torna.

Concludo con una frase di Paolo Conte che ci ridona il sorriso: “Si nasce e si muore soli. Certo che in mezzo c’è un bel traffico.”

Compagni di viaggio:

  • Laura Pausini, La solitudine
  • Vasco Rossi, Siamo soli
  • Gianna Nannini, Treno bis
  • Litfiba, Dall’alba al tramonto
  • Pooh, Uomini soli
  • Tiromancino, Nessuna certezza
  • Natalie Imbruglia, Leave me alone
  • Pearl Jam, Alone
  • Elton John, Candle in the wind
  • Him, Killing loneliness
  • Paul Simon, The sound of silence
  • Green Day, Walking Alone
  • Bruce Springsteen, Thunder Road
  • Anastacia, You’ll never be alone

7. L’alba dentro l’imbrunire

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Dopo due puntate dedicate alla notte e al sogno è arrivato il momento della sveglia e per farlo ho scelto il successo degli Zero Assoluto, una canzone dal testo molto semplice (sinceramente un po’ povero). Oggi parliamo dell’aurora, dell’alba, del mattino, insomma, delle prime luci del giorno. Tutto ha inizia da quel primo disperdersi delle tenebre che precede il sorgere del sole: la luce lentamente si fa largo e comincia a ridare forma alle cose. Per ora il colore ancora non c’è, o meglio tutto è un azzurro vicino al grigio: non è ancora il momento delle sfumature. Cantava Modugno di un uomo in frac: “E’ giunta ormai l’aurora, si spengono i fanali, si sveglia a poco a poco tutta quanta la città; la luna s’è incantata, sorpresa ed impallidita, pian piano scolorandosi nel cielo sparirà; sbadiglia una finestra sul fiume silenzioso e nella luce bianca galleggiando se ne van un cilindro un fiore e un frac.”

Poi, quasi all’improvviso, i primi raggi del sole iniziano a fare capolino e il giorno prende vita, la rugiada brilla sull’erba poco prima di evaporare e anche i rumori cambiano rispetto alla notte.

Ora, mentre parlo, mi rendo conto che ci sono due verbi che dominano nel mio discorso: iniziare e incominciare, e non penso sia casuale. Ogni alba è un inizio; pensiamo anche a delle cose banali. Quando vogliamo dare il via a una cosa, magari a un cambiamento, solitamente prendiamo come riferimento l’inizio del giorno successivo: “da domani smetto di fumare” o “da domani, dieta!”.

L’alba è la speranza quando le cose vanno male: dice Gibran “Nel cuore di ogni inverno c’è una primavera palpitante e dietro la nera cortina della notte si nasconde il sorriso di un’alba.” Ecco, vorrei approfittare di questa frase per rivolgere il pensiero a chi non sta passando un’estate propriamente di svago, e sta lottando proprio per cercare di ridare sollievo e speranza alla propria vita, a chi sta cercando di trovare l’alba nel mezzo della notte che sta vivendo. Franco Battiato in “Prospettiva Nevski” canta “e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Voglio riportare un brano di un autore che ho già citato nelle puntate di “Lo credevano nella carovana”: Diego Cugia.

“Non esistono difese alla vita e alla morte, sono palle! La vita e la morte fanno di noi quello che vogliono. L’unica carta che possiamo giocare è stabilire che cosa noi vogliamo dalla vita e dalla morte e questo io l’ho già scelto da bambino: tutta la luce e tutto il buio che io potessi sopportare, e allora devi accogliere e devi reggere, accogliere e reggere, solo questo puoi fare. E la felicità e il dolore ti porteranno su e giù come gli oceani le navi. E il dolore ti insegnerà ogni volta a contenere ancora più oceano e il tuo pianto non lo tratterrà, lo restituirà fino a che sarai parte di un unico respiro e imparerai a raccordarti col fiato lungo delle maree. E’ qui che credi di morire, mentre è qui, se sei riuscito a reggere tutte le bordate senza colare a picco, che comincia la vera vita. Perché resistere alla morte non serve a nulla, a niente servono i lifting, le bugie, i colpi di testa, i viaggi del miracolo, a niente serve resistere se non impari anche ad assecondare. E come si impara questo? non lo so, accogliendo il dolore degli altri, per me è così. La mia bussola siete solo voi. Chi soffre più di me, e c’è sempre purtroppo, lui è il mio medico, gli altri. Tutto quello che ho, e non è poco, l’ho sempre ricavato per sottrazione, guardando chi aveva molto di meno. Solo questo è l’amore che torna, l’amore che dai.”

Concludo citando l’alba per eccellenza per una persona cristiana, l’alba su cui si fonda la speranza di ogni sofferenza: la mattina della resurrezione. E’ l’uscita da quella lunga notte che inizia nel Getsemani e si protrae fino all’annuncio evangelico: consiglio, a chi non l’abbia mai letto, il brano “la notte del Signore” di David Maria Turoldo. Nelle ultime parole il sacerdote, pur ammettendo la fede nella resurrezione, sottolinea la profonda solitudine dell’uomo, anche di Gesù, davanti alla morte, davanti alla notte: “Sappiamo, sappiamo che fosti «esaudito per la tua pietà»: Resurrezione, non altro è la risposta. Ma Tu non sapevi! Come noi non sappiamo. E compatta ancora sale sul mondo la Notte.” Non è un caso che l’inno della Gmg romana si apriva con le parole “Dall’orizzonte una grande luce viaggia nella storia, e lungo gli anni ha vinto il buio facendosi memoria, e illuminando la nostra vita, chiaro ci rivela che non si vive se non si cerca la verità”.

Compagni di viaggio:

  • Piero Pelù, Buongiorno mattina
  • Vasco, Albachiara
  • Le Orme, L’aurora
  • Litfiba, Spirito
  • Raf, E’ quasi l’alba
  • Franco Battiato, Impressioni di settembre
  • Giorgia, Alba
  • Delta V, L’alba ogni mattina
  • Eros Ramazzotti, L’Aurora
  • Maroon 5, Sunday morning
  • Sugar Ray, Every morning
  • Placebo, Pure morning
  • Lee Ryan, In the morning
  • Jarabe de Palo, Bonito
  • Oasis, Morning Glory

6. Finché i raggi del sole ti trovino

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Un elemento tipico della notte, e in particolare delle notti estive, è sicuramente il sogno. Ma in questa puntata non voglio occuparmi del sogno come elemento completamente irrazionale: avete presente quei sogni che a volte si fanno e ci si sveglia con la domanda “ma come ho fatto a fare una fantasia del genere? come ho fatto ad associare persone che non hanno niente a che fare tra loro?”. No, qui voglio occuparmi di quei sogni che si fanno ad occhi aperti, e che quindi una parte, se pur minima, di fondamento o di possibilità ce l’hanno. Mi viene in mente la domanda che a volte si fa: “Cosa ti aspetti da questa estate?”. Spesso la risposta è: “Spero di trovare il vero amore”. Ecco cosa intendo per un sogno ad occhi aperti e lo sintetizzo con una frase di Edgar Allan Poe, uno che forse si intendeva più di incubi che di sogni: “Chi sogna di giorno conosce molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte.”

E partiamo proprio dall’amore, che tra l’altro approfondiremo anche in un’altra puntata, amore che è uno dei principali protagonisti dei sogni. Lo canta Michael Bublè in questa canzone: “Le stelle brillano chiare sopra di te, la brezza notturna sembra sussurrare “ti amo”, gli uccelli cantano sul sicomoro, sognami un po’… Sogni d’oro6, sogni d’oro che ti fanno lasciare alle spalle le preoccupazioni, ma nei tuoi sogni, qualsiasi essi siano, sognami un po’”.

Solitamente non si parte con delle grosse attese per gli amori estivi, li si immagina come fugaci, come delle cotte o delle avventure; ma resta, seppur recondito, il pensiero o, appunto il sogno, dell’amore importante, quello con la a maiuscola, come canta, con rimpianto, Pierangelo Bertoli in “Favola”: “Sognai per me un mondo con te, un fragile sogno che forse non c’è… Rimase a me un mucchio di “se”: “se avesse”, “se fosse”, “se disse”, “se c’è”. Amai, cantai, pensai e parlai, e adesso ho soltanto un ricordo oramai. Scoprii, sognai, scherzai e pregai; ricordi di un tempo più morto che mai.”

Un aspetto curioso del sogno e del sogno d’amore in particolare è affrontato da Nek nella canzone “Tu sei, tu sai”. Il cantante si immagina a letto, colpito dall’insonnia, mentre guarda la sua lei dormire sorridendo e non può sapere da chi siano popolati i suoi sogni: “magari adesso un altro sta con te, se potessi li ucciderei tutti i sogni tuoi … quando sogni non sei mia”. Nek si tormenta nella paura e nella tentazione di svegliare il suo amore per avere delle rassicurazioni (“piano piano vorrei svegliarti per rassicurarmi e per parlare un po’”), fino a quando, verso mattina, lei si sveglia e gli dice “sognavo di te!”.

Concludo sottolineando un ultimo aspetto del sogno: la sua necessità, ma anche un rischio che vi è insito. Penso che sia molto importante sognare se nel sogno possiamo collocare le ragioni del vivere, la speranza, l’amore, l’emozione, la paura e anche la voglia di infinito. Ma penso anche che sia fondamentale far sì che i sogni non diventino rimpianti e per arrivare a questo è necessario intravedere nel sogno la realtà. E’ con questo, a mio avviso, che i sogni possono diventare speranza e tradursi poi in presente. Consiglio, a questo proposito, una vecchia canzone di Vasco che forse non è stata compresa in tutta la sua portata: “Sballi ravvicinati del 3° tipo”. Vasco immagina che gli uomini aspettino la salvezza dagli UFO: “non c’era che aspettare fino all’alba, con pazienza e rassegnazione, avrebbero risolto tutto quanto loro senza fare il minimo rumore”. Ma alla fine l’umanità si rende conto che deve risolvere i problemi rimboccandosi le maniche: “Non si poteva più aspettare invano, qualcuno già diceva che non esistevano nemmeno… dovevano fare da loro, fu allora che presero il volo…”

Compagni di viaggio:

  • Pierangelo Bertoli, Favola
  • Roberto Vecchioni, Figlia
  • Enrico Ruggeri, Quando sogno non ho età
  • Ligabue, Regalami il tuo sogno
  • Ligabue, Sogni di Rock n’ Roll
  • Laura Pausini, Tu cosa sogni
  • Carmen Consoli, Sulle rive di Morfeo
  • Timoria, Il sogno
  • Eros Ramazzotti, Un nuovo amore
  • Samuele Bersani, Sogni
  • Edoardo Bennato, Sogni
  • Cranberries, Dreaming my dreams
  • Billy Joel, The river of dreams
  • Eurythmics, Sweet Dream Are Made Of This

5. Quando finisce la notte

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Non c’è molto da dire sul testo della canzone di questa settimana, se non il fatto che si tratta di uno dei successi dell’estate e che va ad aggiungersi al grande numero di testi dedicati al tema di questa puntata, quello della notte (la prossima settimana approfondiremo in parte l’argomento con il sogno per poi, fra due settimane, svegliarci con una puntata dedicata all’alba).

La canzone descrive tipiche situazioni estive: “Notte di mezza estate, feste improvvisate; diavoli alle chitarre, ma angeli sotto le stelle. Sogno di mezza estate, beati o voi che entrate; nel girone degli innamoramenti, miracoli e tradimenti.” E via con il ritornello: “Perché c’è nell’aria, c’è stasera, c’è qualcosa che non sai cos’è… qualcosa di speciale in questo cielo blu, dipinto di blues.” Nel 1988 gli 883 cantavano la notte come un regno in cui tutto è permesso, in cui bisogna lasciarsi andare per vedere che anche se non cambia niente ci si divertirà lo stesso. “Nella notte un ritmo che ti prende, nella notte ti sembra di volare, nella notte che batte, batte, batte e che ti porta via lontano.”

Sono molte le canzoni, soprattutto quelle estive che, parlando della notte, ne tratteggiano gli aspetti trasgressivi e misteriosi, il divertimento e il lasciarsi andare. Canta Jovanotti: “La notte è più bello, si vive meglio, per chi fino alle 5 non conosce sbadiglio”. E d’altronde non si può fare a meno di ammettere che di notte le difese vengono meno: se scriviamo una lettera d’amore quando tutto attorno è buio, riusciamo a buttare sulla carta cose che alla luce del giorno non avremmo il coraggio neppure di pensare (mai rileggere la mattina una lettera scritta di notte! non la spediremmo mai). E’ di notte che si confidano più facilmente i segreti come se l’oscurità, quella stessa oscurità che a volte ci incute timore, ci proteggesse da orecchi e occhi indiscreti. E’ di notte che confessiamo un amore, che chiediamo perdono per un torto o un’offesa arrecati, come se il fatto che le forme siano più indistinte ci proteggesse dalla durezza degli spigoli della vita.

E così si hanno le notti animate delle città turistiche in cui è difficile trovare attimi di silenzio, le notti umide delle afose città in cui il ronzio di condizionatori e di auto fanno da rumore di fondo, le notti delle campagne in cui, a meno che non ci siano contadini a bagnare i campi, si colgono i rumori della natura e degli animali e le notti delle montagne in cui il regno del silenzio si estende ovunque.

Ci sono poi gli elementi della notte: le stelle e la luna che possono fare la differenza in una canzone come “Emozioni” di Lucio Battisti in cui canta “e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se è poi è tanto difficile morire”.

E ci sono le musiche della notte: Britti e Bennato ci suggeriscono a parole il blues, ma ci sarebbero anche il jazz e lo swing, il latino-americano e la etnica, la house e la progressive, ma anche il rock e il metal, il pop e il rap… E non dimentichiamo le radio, mentre le tv hanno sempre un ruolo piuttosto marginale (basta vedere la programmazione, ricca di repliche).

E c’è il popolo della notte, chi dorme ma anche chi tira fino a tardi per divertirsi o perché vorrebbe dormire ma proprio non ce la fa; e c’è anche chi lavora. Canta ancora Jovanotti: “La gente della notte fa lavori strani, certi nascono oggi e finiscono domani, baristi, spacciatori, puttane e giornalai, poliziotti, travestiti, gente in cerca di guai, padroni di locali, spogliarelliste, camionisti, metronotte, ladri e giornalisti, fornai e pasticceri, fotomodelle.”…

Concludo con una significativa storiella orientale:

«Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno.

“Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?”. “No”, disse il rabbino. “Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”. “No”, ripeté il rabbino.

“Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: “E’ quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore.”»

Compagni di viaggio:

  • Claudio Baglioni, Notte di note, note di notte
  • Jovanotti, Gente della notte
  • Le Vibrazioni, In una notte d’estate
  • Vasco Rossi, L’una per te
  • Lucio Dalla, Baggio… Baggio
  • Antonello Venditti, Notte prima degli esami
  • 883, Nella notte
  • Nannini – Bennato, Notti magiche
  • Zero Assoluto, Semplicemente
  • The Doors, Moonlight drive
  • Down Low, Moonlight
  • Mike Oldfield, Moonlight shadows
  • Jon Bon Jovi, Midnight in Chelsea

4. Strade

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Dopo aver iniziato il nostro viaggio nella prima puntata e aver visitato il mare nella seconda e il fiume nella terza, oggi è la volta di qualcosa che non è solo meta me è spesso anche “stile” di viaggio: la strada.

Quello della strada è un tema che accompagna tutta la vita di una persona, in senso proprio o in senso metaforico; fin dall’infanzia ci sono state raccontate, e noi raccontiamo ai bambini, favole che narrano di strade, sentieri, viottoli… Cappuccetto Rosso si addentra nel bosco, Pollicino semina il sentiero di sassolini per tornare a casa…

Al bambino bisogna poi insegnare a vivere la strada, facendogli notare i pericoli, ma anche apprezzare la comodità; viene il tempo della bici e delle pedalate; quindi quello del motorino, per non parlare dell’auto. C’è poi chi si appassiona e allora si dedica alla moto. Oppure chi le strade vuole percorrerle a piedi e si fa prendere dal trekking o preferisce cavalcarle in sella ad un purosangue.

C’è la strada della quotidianità che ci porta al lavoro e che possiamo ormai percorrere a occhi chiusi e dove ci accorgiamo perfino della potatura di un albero, ma che viviamo spesso pensando a tutt’altro; c’è invece la strada di un viaggio che assaporiamo chilometro dopo chilometro, lasciando che i nostri occhi possano stupirsi delle sorprese che possono nascondersi dietro una curva.

Ce lo dicono anche i Tiromancino oggi: “Ci sono strade che di notte le distingui solo per l’odore dell’asfalto, non sei sicuro di esserci mai stato ma sei sicuro che ci stai tornando; ci sono strade luminose strade senza voce ed altre invece senza il tempo; ci sono strade che somigliano alle vite che percorri tutte in un momento”.

Ma qui entriamo nell’ambito della strada come metafora, soprattutto come metafora della vita: la strada percorsa, coma la vita vissuta. Lungo le strade che percorriamo ci sono curve, ci sono incroci, ci sono semafori, ci sono diritti di precedenza; vi sono strade in cui bisogna andare a 50 all’ora e strade in cui è possibile correre a volontà; vi sono salite e discese; vi sono strade drenanti e altre in cui l’acquaplanning ci fa scivolare; ci sono fondi sdrucciolevoli e asfalti duri; vi sono superstrade a 6 corsie e strettissime ed esposti sentieri di montagna; ci sono strade esposte alla luce del sole e strade che restano sempre ombreggiate passando in un tunnel di alberi; vi sono strade da percorrere di giorno e strade in cui è bello andare di notte… e così via.

Lo stesso accade nelle nostre vite: momenti in cui la nostra esistenza procede senza intoppi, con sicurezza e momenti in cui è necessario, per scelta nostra o per contingenze esterne, rallentare e guardarsi attorno per vedere cosa sta succedendo; momenti in cui tutto ci sorride e momenti in cui sbattiamo il grugno per terra e fa male e sembra non esserci la forza per rialzarsi e ripartire; momenti in cui è preferibile la prudenza e la calma e momenti in cui è il caso di rischiare e osare; momenti in cui domina l’istinto o “il naso” e momenti in cui è il caso di fermarsi a riflettere e magari scegliere. A questo proposito concludo con un breve brano di Robert Frost:

“Due vie si dipartivano in un bosco giallo, e dispiaciuto di non poter a un tempo percorrere l’una e l’altra, a lungo mi fermai e seguii tutta la prima con lo sguardo fino a dove essa girava tra gli arbusti; poi presi l’altra, che era altrettanto buona, con forse un motivo in più per farsi preferire, essendo tutta erbosa e assai poco segnata; sebbene, quanto a quello, il transito di là le avesse, in fondo, rese più o meno uguali, e fossero ambedue coperte quel mattino di foglie da nessuno calpestate e annerite. Oh, mi riservai la prima per un altro giorno! Ma sapendo che più si va, più si è costretti ad andare, dubitavo se mai sarei tornato indietro. Tutto questo racconterò con un sospiro un giorno e un luogo lontanissimi da ora: due vie si dipartivano in un bosco e io presi quella che meno era battuta, e tutta la differenza stette in questo.”

Compagni di viaggio:

  • Davide Van de Sfroos, E sem partii
  • Nomadi, Cammina cammina
  • Nomadi, Le strade
  • Fabrizio De André, Fiume Sand Creek
  • Riccardo Cocciante, La lunga strada
  • Francesco Guccini, Statale 17
  • Francesco Guccini, Aemilia
  • Modena City Ramblers, La strada
  • Gianna Nannini, La strada
  • Claudio Baglioni, Strada facendo
  • Youngblood, Long long road
  • Elton John, Goodbye yellow brick road
  • U2, Where the streets have no name
  • Cat Stevens, On the road to find out
  • Bruce Springsteen, Out in the street

3. Un fiume per noi

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Oggi, dopo la puntata sul mare, andiamo alla scoperta di un luogo particolare come meta del viaggio, un luogo che più che fine di un viaggio è spesso tappa se non addirittura solo punto di passaggio: il fiume. E visto che è appunto considerato meta minore, lo facciamo attraverso una canzone “minore” di Fiorella Mannoia, un pezzo molto bello e poetico che tuttavia non ha raggiunto la fama di “Il cielo d’Irlanda”, “Quello che le donne non dicono”, “I treni a vapore” o “Sally”.

Il brano ci porta un po’ lontani dall’estate, anche se è possibile trovare delle giornate di luglio brumose, e ci ambienta nella nebbia che si deposita attorno e sopra il fiume italiano per eccellenza, il Po. Fiorella Mannoia ci conduce all’interno di un bel paragone tra il fiume e il mare: “Perché, in fondo, il mare ha un lato, un solo lungo lato blu e anche lo sguardo più allenato non può vederne mai di più, mentre chi vive accanto a un fiume, anche se è grande come qui, vede benissimo il confine e non può credere ai miracoli”. Il corso d’acqua viene visto in questa canzone in negativo, come impossibilità di spiccare il volo, come limite a unire due lembi di terra che vorrebbero stare uniti: “E’ per colpa di quel fiume se io sono ancora qui perché un giorno c’era un ponte che univa gli argini mentre adesso questo fiume in fondo è tutto ciò che ho e tra diecimila anni è sempre qui che aspetterò” e ancora “E’ per colpa di quel fiume se io sono ancora qua perché un giorno su quel ponte mi fermai a metà e quest’aria che mi opprime in fondo è tutto ciò che ho fino a quando l’altro lato dei miei sogni perderò”. C’è del rammarico, del rimpianto per occasioni passate e ormai andate che non sembrano più potersi ripresentare. E’ vero: tutto cambia, tutto scorre, come l’acqua del fiume. L’acqua che ci scorre davanti non si ferma e il fiume non è mai lo stesso, perché non è un circuito chiuso; e non lo scopriamo di certo noi. Ci avevano già pensato i greci: “Non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume” diceva Eraclito, perché la seconda volta l’acqua del fiume non è la stessa della prima. Eppure all’interno di questo mutamento, Fiorella Mannoia trova una strada per l’immutabilità e l’inevitabilità degli eventi: il fiume non cambia mai il verso della propria corrente: “Qui non è successo niente e non credo cambierà, come quest’acqua tra le sponde non si ferma, ma in realtà non ha mai cambiato il senso e del resto come può”. Per quanto possa rallentare o ristagnare in pozze fino alla prossima piena, il fiume non ci porta indietro: non c’è spazio per il ritorno, non c’è possibilità di andare a ritroso nel tempo.

Ma il fiume, andando al di là della canzone, può anche essere segno di speranza, segno di qualcosa che passa e si porta dietro ciò che pesa, qualcosa che può lenire i dolori, qualcosa che porta a valle gli ostacoli che impediscono il regolare e tranquillo scorrere del fiume stesso. Il fiume quindi come portatore dei sentimenti umani, delle emozioni positive o negative. E’ stata usata in poesia anche un’immagine: dentro il cuore di ogni uomo c’è un fiume che scorre e che raccoglie tutti i pensieri e gli stati d’animo, le delusioni e le gioie, i fallimenti e i successi. Di tanto in tanto, a forza di raccogliere questo fiume va in piena e ha bisogno di rompere gli argini: le lacrime sono semplicemente il segno di tale tracimazione. E’ bello mostrare che siamo vivi dentro, soprattutto se ciò poi non diventa esibizione.

Concludo con Baricco, che ci ha fatto compagnia anche una settimana fa nella puntata sul mare e che con questo brano traccia un legame profondo proprio fra fiume e mare:

“Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.”

Compagni di viaggio:

  • Mina, Cry me a river

  • Nomadi, Come un fiume

  • Cisco e La casa del vento, Il fiume

  • Angelo Branduardi, Rifluisce il fiume

  • Fabrizio De André, Fiume Sand Creek

  • Francesco Guccini, La ballata degli annegati

  • Alice, Anìn a grîs

  • Marco Masini, Gli occhi dell’Arno

  • Bruce Springsteen, The river

  • Dire Straits, Ride across the river

  • Pink Floyd, The Nile song

  • Sinead O’ Connor, Jumpin the river

  • Duncan James, Can’t stop a river

2. Il mare cancella, di notte

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

La canzone di oggi è famosissima ed è ideale continuazione della meno nota Suad che abbiamo visto ieri. Là si parlava delle voci, dei colori, dei profumi di Algeri, qui anche si fa riferimento agli organi di senso che vengono colpiti dal Mediterraneo: “Mediterraneo da vedere… Mediterraneo da mangiare”.

Mango non canta il mare da spiaggia, quello caotico delle giornate sotto gli ombrelloni, dei tormentoni estivi che entrano nelle orecchie e non se ne vogliono andare, delle voci agli altoparlanti che cercano genitori a bambini dal costumino rosso, dei piazzisti di frutti esotici venduti a 30 euro al chilo e di uomini e donne di tutte le parti del mondo che cercano corpi da massaggiare e tatuare stando con un occhio all’orizzonte in cerca della polizia. No, Mango canta un Mediterraneo dell’anima, canta quello che posso definire, prendendo a prestito il bellissimo film di Alejandro Amenábar, il mare dentro. Alla fine del film si sente una voce fuori campo: “Mare dentro, mare dentro, senza peso nel fondo, dove si avvera il sogno, due verità fanno vero un desiderio nell’incontro. Il tuo sguardo e il mio sguardo, come un’eco che ripete senza parole: più dentro, più dentro, fino al di là del tutto, attraverso il sangue e il midollo.”

Il mare può essere amato od odiato, ma certo suscita emozioni e riflessioni: è sufficiente pensare alle sensazioni diverse che può dare in estate o in inverno, in un giorno di sole o in uno di tempesta. E poi è fatto di elementi diversi. Pensiamo alla sabbia della battigia e leggiamo un brevissimo brano di “Oceanomare” di Baricco: “Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. E’ come se non fosse mai passato nessuno. E’ come se noi non fossimo mai esistiti. Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi non pensare a nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E’ tempo. Tempo che passa. E basta…”

E il mare è fatto anche di onde, dalle piccole increspature ai cavalloni che fanno divertire i bambini coi loro materassini, dai cerchi concentrici che si allargano da un sasso ai burrascosi marosi che mettono in crisi anche gli abili marinai. Dice Romano Battaglia che “Il mare spesso parla con parole lontane, dice cose che nessuno sa. Soltanto quelli che conoscono l’amore possono apprendere la lezione dalle onde, che hanno il movimento del cuore.”

Mare spesso è stato sinonimo di libertà, di infinito, di eternità, insieme al cielo, come nella canzone di oggi: “Siedi qui e getta lo sguardo giù tra gli ulivi, l’acqua è scura, quasi blu, e lassù vola un falco lassù, sembra guardi noi, fermi, così grandi come mai; guarda là quella nuvola che va, vola già dentro nell’eternità”.

Concludo oggi con una sorta di dichiarazione d’amore fatta da Ernest Hemingway ne “Il vecchio e il mare: “Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò.”

Compagni di viaggio:

  • Claudio Baglioni, E tu

  • Franco Battiato, Summer on a solitari beach

  • Edoardo Bennato, Sempre in viaggio sul mare

  • Luca Carboni, Mare mare

  • Lucio Dalla, Baggio… Baggio

  • Delta V, Nel mare

  • Dolcenera, Devo andare al mare

  • Iron Maiden, The rime of the ancient mariner

  • Fiamma Fumana + Jovanotti, Onda

  • Negrita, Rotolando verso sud

  • Onde, Raf

  • Oceano, Litfiba

1. Slegare la fune

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Ho scelto una canzone fortemente evocatrice per iniziare il nostro viaggio estivo: ascoltandola con attenzione e chiudendo gli occhi si ha veramente la sensazione di essere in una strada di Algeri. Questa bellissima dolce ballata dei Modena ci parla continuamente del paese straniero, ma lo fa traendo spunto non da un viaggio effettuato ma dagli organi di senso di Suad, una donna del deserto. E’ così che dai suoi occhi emergono foto e immagini di “polvere e tramonti, tappeti stesi, tende e silenzi, casbah e mercati, aeroplani su terre straniere e piedi scalzi nei vicoli di Algeri”; dalla pelle e dai capelli promana il “profumo dolce dell’erba e dell’incenso, di bracieri accesi, di ebano e di spezie, di sabbia portata dal vento e di palme”; infine, la bocca di Suad ci “parla di caldo e di colori, di mattoni gialli asciugati sotto il sole, di strade e carovane, di villaggi ai confini del mondo e di esuli stanchi che aspettano il ritorno”.

Penso che possa essere molto bello tornare da un viaggio portandosi dietro tutte queste sensazioni; ma affinché ciò avvenga penso sia importante partire col piede giusto. E allora mi permetto di suggerire, nel corso di queste puntate, non tanto dei consigli, ma più che altro degli spunti di riflessione, utili sia per un viaggio materiale che per uno metaforico o metafisico.

Prima di tutto mi piace pensare che il viaggio non consista solo in un giungere a destinazione, ovvero in un semplice spostamento che ci faccia divorare chilometri nel minor tempo possibile. Partire è schiudere noi stessi agli altri, agli incontri di persone e luoghi differenti; è abbandonare l’egoismo che ci fa guardare alla nostra quotidianità come l’unica importante e, spesso, possibile. Partire è destabilizzare l’egocentrismo, rendersi disponibili a mettere al centro dell’attenzione qualcos’altro o qualcun altro. Mi viene alla mente l’immagine di un viaggio in treno: se ci sediamo con le spalle rivolte alla direzione di marcia e guardiamo fuori dal finestrino, gli oggetti ci arrivano all’improvviso e subito diventano piccoli, allontanandosi da noi. Nel momento stesso in cui appaiono, già si dileguano. Se invece siamo seduti nella direzione in cui va il treno, le cose ci appaiono fin da lontano, molto piccole, ma diventano sempre più grandi, fino ad inondare gli occhi. Andiamo incontro alle cose, non le fuggiamo. Diventa pertanto fondamentale la disposizione d’animo che abbiamo prima del viaggio: siamo disponibili a mollare gli ormeggi? Rischiamo altrimenti di fare come i due turisti del racconto di Bruno Ferrero: una sera, due turisti che si trovavano in un camping sulle rive di un lago decisero di attraversarlo in barca per andare a «farsi un bicchierino» nel bar situato sull’altra riva. Ci rimasero fino a notte fonda, scolandosi una discreta serie di bottiglie. Quando uscirono dal bar ondeggiavano alquanto, ma riuscirono a prendere posto nella barca per intraprendere il viaggio di ritorno. Cominciarono a remare gagliardamente. Sudati e sbuffanti, si sforzarono con decisione per due ore. Finalmente uno disse all’altro: «Non pensi che a quest’ora dovremmo già aver toccato l’altra riva, da un bel po’ di tempo?». «Certo!», rispose l’altro. «Ma forse non abbiamo remato con abbastanza energia». I due raddoppiarono gli sforzi e remarono risolutamente ancora per un’ora. Solo quando spuntò l’alba constatarono stupefatti che erano sempre allo stesso punto. Si erano dimenticati di slegare la robusta fune che legava la loro barca al pontile.

Lasciarsi destabilizzare, farsi incontro al nuovo, non aver paura del diverso, penso possano essere validi metodi per giungere alle ultime righe della canzone di oggi: “La tua casa è fra le nuvole e il deserto”.

Compagni di viaggio:

  • Tiromancino, Imparare dal vento

  • Nomadi, Cammina cammina

  • Franco Battiato, Nomadi

  • Ligabue, Seduti in riva ad un fosso

  • Claudio Baglioni, Poster

  • Claudio Baglioni, Strada facendo

  • Daniele Silvestri, Salirò

  • Lunapop, 50 Special

  • Lucio Battisti, Sì viaggiare

  • Litfiba, Lacio drom (buon viaggio)

  • Francesco De Gregori, Viaggi & miraggi

  • Jovanotti, La linea d’ombra

  • Pink Floyd, On the run

  • Red Hot Chili Peppers, Aeroplane

  • Jamiroquai, Travelling without moving

La Pasqua di Patti Smith

“Finalmente al cospetto del mare, dove Dio è tutto, riuscii a calmarmi”. E’ una frase di Patti Smith. Sto ascoltando in streaming il suo nuovo cd, dopo anni di silenzio dal punto di vista delle novità musicali. Si intitola Banga: c’è un omaggio ad Amy Winehouse, a Piero della Francesca, a Johnny Depp, a San Francesco… Io resto in attesa che qualche anima pia ne pubblichi su internet i testi e magari la traduzione. Nel frattempo, per dire il calibro e la profondità dell’artista, propongo una citazione di parte della canzone “Easter”, che faceva parte dello stesso LP in cui compare la famosa “Because the night”. Con alcune brevi pennellate, Patti Smith dipinge qui la sua immagine della Pasqua:

“Io sono la primavera, la terra santa,Patti_Smith_performing_at_TIM_Festival,_Marina_da_Gloria,_Rio_De_Janeiro_(4).jpg

Il seme infinito di mistero,

La spina, il velo, il volto di grazia,

L’immagine di bronzo, il ladro del sonno,

L’ambasciatore dei sogni, il principe della pace

Io sono la spada, la ferita, la macchia

Disprezzato figlio trasfigurato di Caino

Mi arrendo, io alla fine, torno

Ancora una volta io sono il sale, il riso amaro

Io sono il gas in un grembo di luce, la stella della sera,

La palla della vista che porta che getta le lacrime di Cristo

Morire e asciugare io risorgo stasera”

Giorni di gloria

Twitter mi avvisa che il 4 giugno di 28 anni fa usciva “Born in the U.S.A.”di Bruce Springsteen; avevo 10 anni, ma quel disco me lo ricordo bene, riprodotto ad alto volume da uno zio appassionato di tutto ciò che era Stati Uniti. Di quel LP faceva parte anche un brano che ha a che fare con i nostri giorni, in cui spesso rimpiangiamo un tempo in cui la situazione economica era decisamente migliore, in cui con uno stipendio solo si riusciva anche ad andare in ferie… Questa sensazione di rimpianto è un po’ da “vecchi”, solo che troppo spesso la sento in bocca a ragazzi giovani in cui la speranza e l’entusiasmo dovrebbero pulsare forti. Mi irrita sentire ragazzi delle superiori dire “che noia” o “uffa, non c’è niente da fare”. E allora ecco Glory Days, per non arrivare all’ultima strofa e identificarsi col protagonista, col suo amico giocatore di baseball, con la ragazza della scuola…

“Avevo un amico che era un grande giocatore di baseball

ai tempi delle scuole superiori.

Riusciva a lanciarti la palla in una maniera

che ti faceva fare la figura dello stupido.

L’ho visto l’altra notte in questo bar sulla strada:

stavo entrando, mentre lui usciva.

Siamo rientrati, ci siamo seduti, abbiamo bevuto qualcosa

ma tutto ciò di cui parlava erano

Giorni di gloria che ti passano accanto

giorni di gloria, rapidi come il battito di ciglia di una ragazzina

gironi di gloria, giorni di gloria.

C’è una ragazza che vive nell’isolato;

ai tempi della scuola faceva girare la testa a tutti i ragazzi.

Qualche volta il venerdì mi fermo da lei a bere qualcosa,

dopo che ha messo a letto i bambini.

Lei e suo marito Bobby sono separati,

penso siano ormai due anni.

Ci siamo seduti a parlare dei vecchi tempi;

lei dice che quando le viene da piangere scoppia a ridere pensando ai

Giorni di gloria che ti passano accanto

giorni di gloria, rapidi come il battito di ciglia di una ragazzina

gironi di gloria, giorni di gloria.

Penso che andrò giù al bar stanotte

e berrò fino a fare il pieno

e spero che quando sarò vecchio non mi metterò seduto a ripensarci,

anche se probabilmente lo farò:

già, seduto a cercare di catturare un poco della gloria passata.

Ma il tempo fugge via

e ti lascia senza nulla, amico,

se non noiose storie di giorni di gloria

Giorni di gloria che ti passano accanto

giorni di gloria, rapidi come il battito di ciglia di una ragazzina

gironi di gloria, giorni di gloria”

Ehi, come stai?

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Torno dopo un po’ di tempo dalla sua scomparsa su Lucio Dalla per pubblicare un pezzettino dell’intervista rilasciata a Il Sussidiario dal suo amico e compagno di molti concerti e canzoni Francesco De Gregori.

L’estate si avvicina e si torna sulla strada, ai concerti, al pubblico. E’ la tua prima serie di esibizioni dopo la scomparsa del tuo grande amico e compagno di avventure Lucio Dalla. Con che sentimento ti rimetti al lavoro?

Beh, sai, è stato terribile. Io e Lucio avevamo finito di lavorare insieme da pochi mesi quando lui è morto, quindi non c’è solo la mancanza, ma proprio un distacco improvviso, qualcosa con la quale ti sembra di non poter fare i conti. Quando giravamo insieme lui parlava spesso della vita – e della morte – ma senza fare chissà quali discorsi. Ne parlava in maniera semplice. E’ vera questa cosa, che Lucio diceva sempre, che la vita era solo il primo tempo. Ci credeva, era sicuramente un uomo sereno da questo punto di vista, magari su tante cose fingeva, ma non su questo: quando eravamo in tour qualche imbecille mise in rete la notizia che era morto Lucio Dalla e a lui non gliene fregò niente. Io gli dicevo “Lucio io mi arrabbierei moltissimo se lo facessero a me”, ma lui era così, la cosa non lo colpì più di tanto. Lascia un grande vuoto e un grande pieno, mi sento privilegiato ad aver condiviso con lui gli ultimi momenti della sua vita d’artista. Credo che insieme siamo riusciti a scrivere e cantare cose importanti, con una sincerità e un’intensità rara che ha sempre superato diversità di carattere, di stile, di cultura, di educazione.

Come si convive con la perdita di una persona cara?

Banalmente non posso alzare il telefono e dirgli “Ehi, come stai, hai sentito questo, hai sentito quello, quando passi da Roma?”. Non posso più progettare niente di comune, intendo dire nemmeno prendere un caffè insieme, no. Tanto meno scrivere ancora canzoni insieme o salire su un palco. La verità è che tutto è scritto e dobbiamo convivere anche con il distacco e il rimpianto. Ma lui lascia dietro di sé qualcosa di vivo, di non definitivo e quindi di vitale e questa in qualche modo è una consolazione. Sarà difficile che Lucio Dalla possa diventare un santino, la sua musica continuerà a piacere e a influenzare gli artisti più sensibili e innovativi.

Per diventare Giuda

POST n° 701! Ho trovato una canzone che parla di tradimenti, di rimorsi, di sincerità, di sguardi che non si riescono più a sostenere perché la falsità ha lacerato la fiducia. E’ del gruppo La fame di Camilla e si intitola Giuda. Il riferimento al discepolo è esplicito e chiaro in tutto il brano: “mangio pane e bevo rimorsi… di denari ne voglio trenta, è quanto ho avuto io per diventare Giuda…”. Trovo curiosa proprio questa frase. Sono diventato Giuda dopo il tradimento, prima ero un altro… Molto si è scritto su di lui, soprattutto sull’uomo-giuda che emerge anche in questa canzone con tutto il suo carico di delusione e sofferenza.

Il gruppo è giovane, nato nel 2007, e ha fatto da opener a Aerosmith e Cranberries all’Heineken Jammin’ Festival. La “fame” fa riferimento al concetto di Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia”: dicono di essersi approcciati alla musica nella stessa maniera. “Camilla” non vogliono dire chi sia. Ecco il pezzo e il testo:

Sorrisi che sembrano complici

nascondono lacrime fermate prima di toccare gli occhi

Non guardarmi, mi vedi ma non sono qui

mi tocchi ma non mi senti, mangio pane e bevo rimorsi

Vendo l’anima, a pezzi non mi servirà

non c’è protesi non c’è cura.

Svendo l’anima, di denari ne voglio trenta

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io per diventare Giuda

Destini legati da due lacci neri

da una mano che può strappare i cieli

si versano lacrime su due solchi che sigillano i miei occhi.

Vendo l’anima, a pezzi non mi servirà

non c’è protesi non c’è cura

Svendo l’anima, di denari ne voglio trenta

non è un alibi non è più libera

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io

Vendo l’anima, a pezzi non mi servirà

non c’è protesi non c’è cura

Svendo l’anima, di denari ne voglio trenta

non è un alibi non è più libera

è quanto ho avuto io è quanto ho avuto io

è quanto ho avuto io per diventare Giuda