Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura, musica

13. Dolce il pensiero che resta


Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questa sezione di post e quindi stiamo arrivando alla fine del nostro viaggio, ma prima di scendere da questa grande giostra che è la musica, ho scelto di dedicare ancora una puntata all’amore e visto che siamo alla fine, parleremo della fine dell’amore. Molte persone, da quando è uscito il terzultimo CD della Nannini, hanno pensato “ma guarda che bella canzone per dire grazie al mio amore”: dice il ritornello: “Grazie del sole che è stato, tenerti vicino dentro di me, grazie di questo amore senza paura più forte di noi”. Ora, già la fine del ritornello ci fa drizzare le orecchie: “questo amore senza paura più forte di noi”. Eh già: la canzone si riferisce a un amore finito, basta andare avanti: “Dolce com’è dolce il pensiero che resta, ora dopo ora io ti perdo ora per sempre. Grazie di ogni tuo sguardo dentro di me. Dolce così dolce il pensiero che resta, ora dopo ora io ti cerco, vattene adesso. Lasciami il tuo silenzio, spegni la voce, le luci accese. Grazie.”

Basta poco per far finire le storie d’amore, anche dei banali errori linguistici (e una esagerata dose di orgoglio), come dimostra questo dialogo tra la francese Veranne e l’italiano Luca, tratto da “L’incosciente” di Diego Cugia, brano col quale concludo. “«Da giorni ti stavo appresso, “ragazzo infedele che di notte ti ho sognato”. Hai più ascoltato il nostro lied? Ti seguii dal momento dopo che ci presentarono all’Hotel du Casino in Piace de Clichy, al ricevimento delle Totali. Se di giorno tu uscivi dall’ufficio a comprare le sigarette, io ero lì, davanti alla vetrina, sul marciapiedi di fronte; quando passeggiavi per Parigi parlando da solo, cercavo di attirare la tua attenzione in modo discreto, precedendoti in un bar, o montando su un taxi e lasciando la portiera bene aperta; mi spinsi, certe notti, ad aspettarti in Rue de Rivoli, sotto la casa particolare di madame Engelmond.»

«Non mi sono mai accorto di te.»

«Tu non ti accorgi di nulla perché bruci la vita nel tentativo di recuperare il bene del quale ti ritieni rapinato, senza badare all’amore che ti scorta passo passo, temerario e fedele. Sono stata il tuo angelo custode fino alla notte di Capodanno, in quella boîte nella quale ti eri rintanato fra gente orrenda, perché è un sollievo frequentare cattive compagnie, o annullarsi nel gioco, trastullarsi con i vizi, fingere di essere uno scapestrato, pur di sottrarsi a quella che a te sembra un’ingiuria, mentre è la semplice e logica conseguenza dell’essere nati azzurri in un’epoca grigia: dover resistere agli assalti degli spiriti meschini e assistere al trionfo dei mediocri. Non sei il primo né l’ultimo, Luca. Io ero come te. Il nostro amore avrebbe ridipinto il mondo. Ma tu tenevi gli occhi a terra, scavavi in te stesso, cercavi il tesoro che non c’è e non poteva esserci, perché quel tesoro lo possiede solo l’altro, e ti viene offerto nella luce, mai nell’ombra; tu eri troppo intento a sacrificare la tua parte più nobile al demone dell’assenza per accorgerti della mia presenza, e del tesoro d’amore nato con la tua nascita, affiorato da sempre, ma visibile solo a noi… Dieci minuti prima che scoccasse la mezzanotte, per non perdermi definitivamente, ho dovuto affrontarti senza un briciolo di orgoglio femminile, perché come entrai nel locale e ci riconoscemmo, chiedesti il conto per andartene. Non potevo essermi sbagliata, avevi il marchio, un segno azzurro, mi amavi anche tu, ne ero certa, per questo ti raggiunsi sulla porta e ti dissi: “Mi piaci così tanto, portami via”.»

«No, cara, mi chiedesti: “Se ti piaccio così tanto, perché non mi porti via?”. Un guanto in faccia, una sfida; da te non potevo accettarla. Eri una rosa circondata da papaveri neri, i motociclisti vestiti di cuoio e di borchie che ti scortavano fra quella gente che ci esaminava sotto i cappellini dei cotillon, mostrandoci lingue di Menelik. Io ero un capobranco senza branco. Mi sono sentito perduto.»

«Ti dissi: “Mi piaci così tanto, portami via”, sei parole, un punto. Sei così sicuro di padroneggiare il francese?»

Una vertigine irruente come un’onda anomala mi ha rovesciato l’anima. Un equivoco. La più insolente delle incomprensioni, un banale tranello linguistico. Per un equivoco avevo eretto la mia torre solitaria, per un equivoco la vita di Veranne e la mia si erano scisse, trincerandosi dietro fossati invalicabili di acque stagnanti, colmi di dolori inutili, amicizie tradite, matrimoni sbagliati: per un equivoco! Un interrogativo immaginario, un punto di domanda rovesciato che si era trasformato in amo pungente, un gancio che cattura gli amanti predestinati, riducendoli a prede di quel pescatore d’infelicità che siamo noi stessi quando restiamo soli.”

Compagni di viaggio:

  • Tiziano Ferro, E fuori è buio
  • Claudio Baglioni, Amore bello
  • Luigi Tenco, Insieme a te non ci sto più
  • Dino, Te lo leggo negli occhi
  • Nek, Cielo e terra
  • Zucchero, Pane e sale
  • Biagio Antonacci, Così presto no
  • Vasco Rossi, Ciao
  • Max Pezzali, Nessun rimpianto
  • Mina, E poi
  • Fabrizio De Andrè, E fu la notte
  • Helloween, A tale that wasn’t right
  • Anastacia, Sick and tired

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