“la riflessione richiede tempo” è una delle frasi che conclude questo articolo dello scrittore Giorgio Fontana, pubblicato su Il Tascabile il 17 febbraio. Il tempo, non poi lunghissimo, è anche quello che viene richiesto per interrogarsi su questioni come la verità, la ragione, le fake news, la post-verità. Penso ne valga veramente la pena.
“E tu, per gli dei, non ti vergogni di presentarti ai Greci come un sofista?”. Così Socrate a Ippocrate, mentre si dirigono a rendere visita a Protagora nell’omonimo dialogo platonico. Ippocrate vuole diventare un sofista; anche se ammette che sì, un po’ se ne vergogna. E poco dopo ammetterà anche di non sapere di preciso cosa sia questa professione di “maestro del sapere”. Socrate lo rimprovera: “si rischia molto di più nell’acquistare gli insegnamenti che non i cibi. I cibi, infatti, e le bevande, una volta acquistati dal venditore o dal commerciante, si possono portare via in altri recipienti. Prima di berli o mangiarli si può, dopo averli riposti in casa, chiedere consiglio, domandare a un esperto se va bene mangiarli o meno, in quale quantità e quando. In questo modo non si rischia molto nell’acquisto. Al contrario, non è possibile portar via le conoscenze in un altro recipiente, ma, dopo aver pagato il prezzo pattuito, acquisito e ricevuto l’insegnamento nell’animo bisogna andar via o con un danno o con un beneficio”. Ma subito aggiunge un invito fondamentale: “esaminiamo dunque queste affermazioni anche con coloro che sono più vecchi di noi. Noi, infatti, siamo ancora troppo giovani per risolvere una questione così importante”. Non dice: “Protagora è un furbastro ingannatore, fidati di me”; dice anzi: esaminiamo. E aggiunge, con un eccesso ironico di modestia, che loro due sono “ancora troppo giovani” per cavarsela da soli con una questione tanto importante. C’è dunque bisogno di indagine. C’è bisogno di un dialogo razionale — che purtroppo verrà deluso dal fumo negli occhi creato dal sofista. Il Protagora è un testo molto attuale. Platone vi fa collidere drammaticamente due figure del pensiero: Socrate, che si impegna con costanza a cercare la verità; e il sofista per cui la differenza tra vero e falso non è così importante: l’importante è trionfare sull’avversario. Ora, un elemento inquietante del discorso pubblico contemporaneo — nel gioco di argomentazioni, nella conversazione digitale e non — è proprio questo: si discute innanzitutto per affermare di avere ragione. Per vincere, per schiacciare l’avversario con cui abbiamo incrociato le armi. Il fine del dialogo non è quello di mettersi alla prova ma di corroborare una posizione — la propria — che già si sa giusta. Forse si è sempre fatto così, ma oggi il meccanismo appare ancora più palese. Forse è il modo in cui sono strutturati i social media: da tempo penso che il design di Facebook e Twitter sfavorisca i dibattiti e li esacerbi facilmente. Del resto la parola scritta non è mai stata utilizzata per la conversazione collettiva; non abbiamo la certezza che funzioni in tal senso. Di più: attraverso la conversazione, spesso desideriamo solo affermare il nostro io nel ring del giorno. Esiste una connessione profonda tra la visibile quantificazione del “successo” di un contenuto e il tentativo di aumentare il proprio potere sociale. In uno dei frammenti di Minima moralia, Adorno mette a nudo questo comportamento:
“Nulla si addice meno all’intellettuale che vorrebbe esercitare ciò che un tempo si chiamava filosofia, che dar prova, nella discussione, e perfino — oserei dire — nell’argomentazione, della volontà di aver ragione. La volontà di aver ragione, fin dalla sua forma logica più sottile, è espressione di quello spirito di autoconservazione che la filosofia ha appunto il compito di dissolvere”.
È il trionfo del sofismo: l’intellettuale (ma non solo) che usa la violenza linguistica o l’abilità retorica per trionfare. Schopenhauer ne aveva raccolto i mezzi in un libretto sbagliato fin dal titolo: L’arte di avere ragione, appunto. Ha ragione Guido Vitiello: è un piccolo vademecum per trollare, di cui — aggiungo — sarebbe meglio dimenticarsi in fretta. La cosa terribile è che per ottenere questo risultato vale tutto. L’intero quadro concettuale delle fake news e della post-verità è per molti versi riducibile a questo tic: se non conta la qualità dell’argomento ma l’aggressività con cui viene imposto, allora i fatti possono anche andare in secondo piano. Siamo tutti attori, e Protagora ha la meglio su Socrate. Christian Raimo ha messo in fila questi argomenti in un bel pezzo per Internazionale. Secondo Raimo c’è in atto una “perversione del piano performativo”:
“L’effetto sostituisce il significato. Per questo ha senso pronunciare una balla colossale e venire smentiti il giorno successivo: il significato di quella notizia sarà corrispondente alla differenza tra coloro che hanno ascoltato la notizia ma non la smentita. E sarà sempre un numero di persone abbastanza elevato da non premurarsi di dover essere sottoposti a un fact-checking. L’effetto s’impone come significato”.
E allora qual è la soluzione? Io credo passi attraverso un lento lavoro di correzione etica e insieme linguistica. Dovremmo evitare di preoccuparci di “avere ragione” a qualunque costo. La conversazione non dovrebbe avere come fine il sentirmi più forte di te, più applaudito dai miei follower, più potente per un minuto di fronte alle miserie della mia vita quotidiana. L’esatto opposto: cercare insieme soluzioni pertinenti, in libertà, offrendo la nostra opinione, le nostre conoscenze (e i loro chiari limiti), e infine cercando di contribuire alla discussione con qualcosa di sensato. Sembra tutto molto banale, ma chiunque abbia frequentato una qualsiasi bacheca sa che non lo è. Attenzione, non si tratta di cadere in un relativismo spicciolo per cui ogni opinione è lecita e va salvaguardata. Non sto proponendo un galateo, ma una ricomposizione degli obiettivi del discorso. Esistono fatti condivisi proprio come esistono persone che si ostinano a negarli: se sono sicuro della correttezza di una proposizione, la difendo — giustamente — a spada tratta. Allo stesso modo, non è indispensabile raggiungere una conclusione condivisa e pacificata. Un dialogo può rimanere aporetico e ognuno restare fermo nella propria opinione: nella migliore delle ipotesi, però, questa opinione sarà stata forgiata da un contrasto, da una visione diversa. Il punto, piuttosto ovvio, è che nessuno possiede l’intera verità: è bene allora cautelarsi contro l’eccesso di certezza e la retorica dell’arroganza. Più che una massima epistemica, è una massima morale. Perché pensare di dover sempre vincere — e non di imparare qualcosa da eventuali errori, o uscire dalla bolla per allargare le proprie vedute, discutere per avvicinarsi di un passo ulteriore a una verità — crea un dialogo falsato dove l’interlocutore più forte agisce soltanto come attore principale, e l’altro quale comprimario da umiliare o deridere. Torniamo al Protagora. Il sofista e Socrate discorrono; Protagora si arrabbia e cerca di trionfare con i suoi celebri lunghi discorsi; Socrate lo sollecita a parlare in maniera sintetica e chiara; Protagora si difende da par suo (“Se avessi fatto quello che tu chiedi, cioè discutere nel modo in cui voleva il mio antagonista, non sarei risultato migliore di nessuno”); e alla fine Socrate capisce che non ha più senso continuare a conversare con una persona simile. Mentre cerca di andarsene — trattenuto da Callia — si lamenta con una frase molto interessante: “Io infatti credevo che il riunirsi per parlare insieme e il parlare in pubblico fossero due cose diverse”. Il rischio infatti è proprio questo: che ogni dialogo venga prima di tutto vissuto come lo scontro su un palcoscenico, il cui fine non è il raggiungimento di una conclusione (non uso nemmeno il termine verità) ma soltanto la buona riuscita dello spettacolo — idealmente, il nostro trionfo a colpi di pollici alzati. Sui social media parliamo sempre in pubblico, almeno in potenza: la distinzione consigliata da Socrate va erodendosi, a favore di un’idea della parola performativa, fine a sé stessa. Gabriele Giannantoni, in un magnifico saggio evocato da Raimo nel suo articolo su Internazionale, denuncia proprio la visione “agonistica” del dialogo avanzata dal sofista. Il punto essenziale è che non si tratta di una questione pratica, di uno stile invece di un altro; si tratta di una scelta, nuovamente, etica:
“non concerne l’opportunità di forme procedurali, di mera tecnica dialettica, ma implica la scelta tra due atteggiamenti di fondo: l’atteggiamento, cioè, di chi vuol persuadere l’interlocutore senza lasciargli margine di intervento critico, affascinandolo e stordendolo con espedienti oratori fino a batterlo in una gara di bravura; e l’atteggiamento di chi vuole discutere per sottoporre se stesso e l’interlocutore a quel comune εηλευγκειν ed εηλευγκεσκαι e a quel comune εηξεταυζειν, in cui si attua la ricerca della verità attraverso la reciproca comprensione e il reciproco dare e ricevere ragione”.
Perché tutto questo è così difficile? Perché desiderare a tutti i costi avere ragione, anche su temi di cui non sappiamo nulla? Ci sono tante risposte possibili. Perché avere ragione è confortante, è una forma di potere, ci fa sentire meglio. Perché non vogliamo che la nostra visione del mondo sia compromessa. Perché il mondo è diventato troppo complesso e c’è un istinto diffuso a vedere nell’altro un nemico e non un interlocutore. E poi perché argomentare richiede umiltà e persino una certa fatica. Nei suoi brevi e splendidi Appunti per un’introduzione alla filosofia, Giovanni Piana illustra la fatica del ragionare associandola alla pretesa mancanza di tempo degli interlocutori di Socrate, che si limitano a proseguire la loro attività senza interrogarsi:
14. Prima della frase socratica “So di non sapere”, vi è la forma tipica del suo modo di interrogare. Socrate si aggira per le strade di Atene, come vagabondo e nullafacente, dove incontra praticanti di ogni genere di cose. Egli li interroga ostinatamente sulle questioni di principio che sono attinenti a ciò con cui essi hanno quotidianamente a che fare. A forza di argomenti e controargomenti li induce infine a dire: “Ora non riesco più a raccapezzarmi”. 15. Così Socrate incontra Eutifrone, sacerdote e indovino, che si reca a denunciare per omicidio il proprio padre. Ed allora Socrate lo accerchia con le sue domande: tu certamente sai quale sia la distinzione tra azione empia ed azione santa. Certamente lo so — risponde Eutifrone, e come può non saperlo lui che è sacerdote e indovino? Ma nel giro delle domande e delle risposte, proprio alla fine del dialogo Socrate può riproporre immutata la propria domanda iniziale. Ed Eutifrone, anziché azzardare un’ennesima risposta ritorna alle sue pratiche: “Ora ho fretta di andare in un luogo, ed è ora che io vada” (15d). Vi prego di notare: egli ha fretta. Mentre il saluto dei filosofi è, come dice benissimo Wittgenstein, “Datti tempo!” (Pensieri diversi, 1949: “I filosofi dovrebbero salutarsi dicendo: ‘Datti tempo!’”).
Abbiamo tutti fretta, e insieme abbiamo tutti bisogno di certificare la nostra presenza online, in mezzo a un mare di opinioni ed emozioni differenti, passando da un fatto tragico a una divertente scemenza. Questo difficilmente si sposa con una riflessione attenta, perché la riflessione richiede tempo: e più ancora, una disposizione comportamentale a gestire il nostro tempo nel modo giusto. Senza le scuse che possono essere accampate ad ogni momento.
Un articolo molto molto interessante di Chiara Maritato sulla Turchia, sulla laicità e sul ruolo religioso ed etico dell’Islam. La fonte è l’Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa.
“In molti articoli che raccontano la Turchia di oggi, compare una narrazione che segue più o meno la seguente trama: nata dalle ceneri di un impero, dove regnava un Sultano/Califfo (kalifat rasul Allah, cioè rappresentante dell’inviato di Dio, e quindi successore di Maometto), la Turchia si è poi laicizzata con la proclamazione della Repubblica fondata il 29 ottobre del 1923 da Mustafa Kemal (che si farà poi chiamare, dal 1934, padre dei turchi, Atatürk). Oggi, dopo quindici anni di governo conservatore religioso del partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), la Turchia si sta islamizzando. Questa visione, seppure molto diffusa, è incompleta. Come si “islamizza” una nazione la cui popolazione è per oltre il 90% di religione musulmana? La domanda può sembrare retorica, ma non lo è del tutto. Nell’aprile 2016, in un intervento che ha scatenato molte polemiche il Presidente del parlamento turco, Ismail Kahraman, ha affermato senza mezzi termini che la Turchia è uno stato a maggioranza musulmana e dovrebbe avere una costituzione religiosa. Se è vero che il ruolo e il significato della religione nella sfera pubblica sono andati ridefinendosi, l’Islam non ha mai cessato di essere una componente fondante dell’identità turca. Inoltre, la laicità intesa come separazione tra stato e chiesa ha poco o niente a che fare con la laicità turca, laiklik. Principio costituzionale e valore fondante, ispiratore di politiche restrittive e di non pochi colpi di stato, il laiklik è lontano da una separazione tra stato e religione come due realtà a sé stanti. Al contrario, esso si presenta come principio assertivo in cui lo stato, attraverso il suo apparato burocratico e militare, controlla la religione relegandola alla sfera privata. Un altro aspetto critico è che a livello istituzionale, a differenza di quanto talvolta si legge, la Repubblica turca non nasce laica. L’articolo 2 della Costituzione del 1924 afferma che “la religione della Repubblica è l’Islam”. Quest’articolo sarà emendato nel 1928, quando viene meno il riferimento alla religione, ma è solo nel 1937 che includerà la laicità tra i principi fondamentali della Repubblica. Questo ritardo non sorprende, se invece di concentrarsi esclusivamente sulle celebri misure per la modernizzazione volute da Atatürk, si considera la nascita della Turchia come stato-nazione alla luce del nazionalismo turco, un’ideologia che può essere sintetizzata in tre principi chiave: turchizzazione, occidentalizzazione e islamizzazione. Nel 1925 sono proclamate una serie di leggi dette “Rivoluzionarie”, che impongono la chiusura delle confraternite sufi e delle comunità religiose e vietano il fez (copricapo ottomano). Durante i primi venti anni della Turchia Repubblicana, l’élite al governo è stata quindi impegnata nella missione di “rieducare” la popolazione a una morale civica e alle cosiddette sei frecce del kemalismo, elaborate nel 1931 (nazionalismo, populismo, repubblicanesimo, statalismo, rivoluzionarismo, laicismo). Questa “missione civilizzatrice” ha avuto l’obiettivo di modernizzare e occidentalizzare usi e costumi, anche negli aspetti più privati. A tale processo, noto in Turchia con il termine di “ingegneria sociale” (toplumsal mühendisliği) si sono contrapposte una serie di rivolte scoppiate tra il 1925 e 1930. Il regime ha risposto rafforzando il suo controllo autoritario contro una costante minaccia islamista (irtica). Tuttavia, le pratiche religiose “non-ufficiali” sono continuate clandestinamente nel quotidiano. L’intento di educare la società a una modernità secolare non prevedeva la costituzione di una società senza religione. Quello che è spesso definito come Islam kemalista ufficiale versus l’Islam della tradizione e delle confraternite è da intendersi come il controllo dello stato su una religione da praticarsi in forma privata e il più possibile “razionale”. Un aspetto che spesso sfugge quando si analizza la prima secolarizzazione, è che il laicismo turco è stato un tentativo di re-islamizzare la società verso un Islam “nazionale”, “civile”, “ufficiale”, “puro” (doğru din) lontano dalla tradizione e dalla superstizione. Uno degli strumenti con cui la Repubblica turca ha avviato questa trasformazione del religioso è indubbiamente il Direttorato per gli Affari Religiosi (Diyanet). A seguito della proclamazione della Repubblica nel 1923, il 3 marzo 1924 gli affari religiosi diventarono competenza di un’unità amministrativa, il Direttorato per gli Affari Religiosi. Il Diyanet è un organo statale il cui presidente è nominato dal Presidente della Repubblica su proposta del Primo ministro. Tra le sue principali competenze vi sono la gestione dei servizi riguardanti la fede, le pratiche islamiche e l’amministrazione dei luoghi di culto. Concretamente, il Diyanet supervisiona le attività che si svolgono nelle circa 90.000 moschee in Turchia, seleziona gli operatori di culto (che sono quindi dipendenti statali) e diffonde la dottrina religiosa, l’Islam sunnita di scuola hanafita. Se è vero che nell’ultimo ventennio le competenze e risorse di questa istituzione pubblica sono profondamente mutate, la trasformazione del Diyanet fu avviata molto prima della vittoria dell’AKP alle elezioni del 2002. Nel 1965, la legge sull’organizzazione e i doveri del Direttorato elenca tra i compiti dell’organo quello di “illuminare la società sulla morale”. È dunque a partire dagli anni Sessanta che la sfera morale entra tra le competenze dirette dell’istituzione. Per restarci. Durante gli anni Settanta, e soprattutto dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980, sarà anche attraverso la rete capillare del Diyanet, diffusa sul territorio nazionale e nelle comunità turche in Europa, che si consolida la cosiddetta “Sintesi turco-islamica”. Quest’ultima ha visto un utilizzo strumentale della religione come collante della società. Il Diyanet assunse dunque una funzione tutelare di contrasto ai movimenti di sinistra e al partito comunista. Infatti, la Costituzione oggi vigente, promulgata nel 1982 e figlia di quel colpo di stato, all’articolo 136 aggiunge tra le competenze del Direttorato quella di “promuovere la solidarietà e l’integrità nazionale”. A partire dai primi anni 2000, e soprattutto dal 2010, una riorganizzazione interna ha rinforzato la capacità amministrativa del Diyanet. Il suo budget è oggi pari a più di 2 miliardi di dollari e conta circa 120.000 dipendenti. Nell’ultimo decennio, da protettore del laicismo di stato, il Diyanet è diventato una delle istituzioni più politicizzate, nonché uno degli strumenti attraverso cui diffondere nazionalismo turco e morale islamica, due componenti chiave su cui si fondano le politiche dell’AKP. In questo quadro si inserisce la volontà di formare una “nuova generazione di devoti”, come ha affermato in un celebre discorso del 2012 l’allora premier Erdoğan. Ad emergere è soprattutto il sostegno morale e spirituale che il Diyanet, tramite il suo personale maschile e femminile, fornisce alla popolazione. Questo avviene non solo nelle moschee dislocate in tutta la Turchia, ma anche in strutture pubbliche come ospedali, orfanotrofi, prigioni, località protette per donne vittime di violenza, riformatori. A seguito di accordi con i ministeri competenti, il personale del Diyanet si reca regolarmente in queste strutture pubbliche per svolgere attività di predicazione, lettura di Corano, guida spirituale (irşad) e sostegno morale. Dal 2005, sono stati inoltre istituiti uffici del Diyanet con l’intento di fornire sostegno morale e guida spirituale a donne e famiglie (Aile Irşad ve Rehberlik Büröları). Si tratta di una sorta di consultori familiari, dislocati sul territorio nazionale, dove predicatori e predicatrici del Diyanet incontrano su appuntamento donne e famiglie, ascoltano i loro problemi, organizzano seminari e attività di formazione. Questi uffici sono forse la struttura che più di tutte incarna la volontà dello stato, attraverso il Diyanet, di appropriarsi di ambiti nuovi come il supporto morale. L’educazione alla morale islamica e le misure conservatrici recentemente adottate – da ultima la decisione di rimuovere la teoria di Darwin dai libri di biologia riecheggiano, capovolgendolo, il tentativo di secolarizzazione dei costumi imposto dall’alto, da parte di uno “stato-padre” kemalista chiamato ad educare più che a governare. Tuttavia, la questione va oltre la ricerca di pronostici sul se e come l’Erdoğanismo riuscirà in una nuova impresa di “ingegneria sociale” volta ad una re-Islamizzazione. L’attuale riposizionamento dei confini tra stato e religione in Turchia si evince proprio dal ruolo assunto dalla religione nelle istituzioni pubbliche, in quanto insieme di pratiche oltre che di valori. Tuttavia, la piena realizzazione di una missione “moralizzatrice” solleva non poche perplessità. Nonostante l’ingente apparato burocratico e militare, il fallimento della modernizzazione kemalista invita a riflettere criticamente sugli strumenti e sull’efficacia delle politiche oggi in campo, nonché sugli scenari futuri.”
Vangelo di ieri, prima domenica di Quaresima. L’episodio è quello delle tentazioni (chi lo conosce può saltare tutta la parte in corsivo): In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. (Mt 4,1-11) Desidero pubblicare ora tre rese cinematografiche di una delle più grandi tentazioni per l’uomo contemporaneo, quella del potere, che poi ritengo essere essenziale: il desiderio dell’uomo di essere dio, di farsi divinità esercitando la forza per i propri fini personali. Il primo episodio è tratto dal film Jesus, miniserie televisiva diretta da Roger Young nel 1999. In rete ho trovato solo la versione in inglese, ma è sufficiente notare quante volte venga ripetuto il termine “power” e poi la sequenza tra il minuto 3.50 e 4.30 circa, per rendersi conto di quanto il tema del potere sia centrale.
In maniera diversa viene trattato l’argomento in una delle sequenze finali di “L’avvocato del diavolo”. Qui il riferimento non è più il Vangelo, anche se il protagonista è senza dubbio di origini religiose. Al Pacino incarna il diavolo e si può assistere a uno dei suoi più grandi monologhi in cui accusa Dio di essere un moralista, un sadico, un padrone assenteista, un guardone giocherellone, causa del senso di colpa dell’uomo, mentre definisce se stesso come un fanatico dell’uomo e l’ultimo degli umanisti, con il XX secolo che lo fa essere all’apice dell’esistenza.
Infine, per sorridere un po’, una breve sequenza tratta da “Una settimana da Dio”. Il protagonista Bruce (Jim Carrey) ha appena ricevuto da Dio (Morgan Freeman) la possibilità di prendere il suo posto per una settimana; al di là di quello che succede in questa brevissima sequenza di un minuto, voglio porre l’attenzione sulla musica scelta per accompagnare i trucchetti di Bruce. Si tratta del brano della band tedesca Snap dal titolo “The power”…
Perché nessuno ci dice nulla? Sì, molti ci dicono qualcosa o qualcos’altro, ma sono uomini, e ne sanno quanto noi. Chi invece sa, se c’è, perché sta in silenzio? E se non c’è, il mistero di un cielo che c’è, e tace, non diminuisce. Che cos’è questo?
(redazione della rivista Diogene Magazine, n. 40-41 dicembre 2016)
Al cinema ho apprezzato molto il film “Arrival” e ora ho trovato un’interessante riflessione di Mario Domina sul blog filosofico La botte di Diogene.
“Come già mi era successo con Interstellar di Nolan, anche con Arrival di Villeneuve ho provato la sensazione fortissima di venire integralmente assorbito in una visione altra (aliena in senso lato) del mondo, e di trovarmi poi a fluttuare a lungo con la mente (e persino con il corpo) entro questa dimensione sospesa e rarefatta, come se il pianeta mi stesse stretto e fosse ormai così asfittico da dovermi apprestare a lasciarlo. Per poter proseguire così il viaggio della visione in un più articolato viaggio cosmico ed esistenziale. La potenza visionaria di questo genere di film e di storie – che sfidano addirittura i massimi sistemi fisici, filosofici, etici, estetici e semiotici, e che alzano sempre più il livello insieme emotivo ed intellettuale – non si limita più a scaraventarci addosso domande da far tremare i polsi (che cos’è il tempo? che cos’è l’alterità? che cos’è umano? siamo liberi o predeterminati? siamo tutt’uno col cosmo? esistono limiti nella nostra capacità percettiva? e via ontologizzando), ma va oltre: ci scava la terra sotto i piedi, ci pone in una situazione straniante-perturbante, perché non sono più la mente o la coscienza ad esserne avvinte o affascinate, ma la radice stessa della nostra esistenza, quel tutt’uno passionale e razionale (ed altro ancora) che noi siamo, o che crediamo di essere, o che ci raccontiamo di essere. Vi è uno sradicamento minore ed uno maggiore in tutto ciò: non siamo per nulla soddisfatti del quotidiano (precarietà, infelicità, paura e angoscia diffusa, fragilità, incertezza – nonostante gli indubbi progressi tecnologici e quantitativi, che sono tra l’altro le medesime radici che generano fantascienza, tecnoincubi e distopie, al momento il genere letterario più diffuso, dopo il ciclo fantasy); ma non lo siamo nemmeno sul fronte della storia, che non sappiamo più come modificare o far virare al meglio, essendo sempre più capillarmente convinti che nulla possiamo di fronte a processi ineluttabili che ci sovrastano: Marx è morto nella nostra mentalità, più ancora che nell’arena storica. E allora perché non gettarci anima e corpo in potenti evasioni immaginifiche? – il cui ruolo pare peraltro essere quel che un tempo ricoprivano i sogni (ad occhi aperti) e le utopie (in campo politico). La fantascienza esistenziale risponde a tali bisogni sia in termini di forma che di sostanza: corrisponde ad un bisogno estetico (il terrore sublime dell’ignoto), ma anche ad un bisogno etico-politico, che però non sembra avere più esiti pratici convincenti. Prendiamo Arrival: il tema della comunicazione con altre forme di vita (e con l’alterità) è la questione delle questioni, senza la cui risoluzione la specie umana non andrà da nessuna parte. Di più: la scelta di far nascere qualcuno in un mondo che immaginiamo in disfacimento – senza così cospirare contro la razza umana, contribuendo alla sua estinzione (come auspica il pessimismo à la Ligotti) – è un atto insieme libero e folle. Perché Hannah dovrà nascere se è destinata alla malattia e alla morte? La risposta sta in un salto ontologico, in grado di generare una mentalità totalmente aliena alla nostra: perché la morte (e il tempo) non esistono, sono pure illusioni prodotte da un irriducibile narcisismo individuale destinato ad accelerare la nostra estinzione. Ma questo sì che richiederebbe un cambio radicale di paradigma: occorrerebbe lasciare questo pianeta – questa valle di lacrime – attraversare il meraviglioso cerchio della conoscenza aliena ed affidarci alla saggezza di un altro pianeta, quello abitato dagli eptopodi, per i quali ogni nostro atto è pura immanenza, processo e necessità. Un dono (non un’arma) che non abbiamo nessuna intenzione di accettare, se non in qualcuno dei nostri più reconditi sogni.”
Una riflessione di Giovanni Grandi, professore associato di Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Padova. Molti gli interrogativi che è in grado di sollevare.
“Nelle giornate invernali di maltempo, specie se sferzate dalla Bora, il Carso riesce a farsi interprete di quell’angoscia che qualcuno più di altri si porta dentro. Le raffiche che alternano sibili e ululati sembrano inseguitori che non danno tregua, come certi pensieri opprimenti che incalzano di continuo togliendo il fiato. I boschi mezzi spogli, le latifoglie nude e scheletriche – che pure rifioriranno, ma non lo danno a vedere – si fanno specchio di ogni sentimento di resa. A uno di quegli alberi, una ventina di anni fa, era appesa una persona. E quello era il mio primo intervento di ricerca disperso, appena entrato in organico del Soccorso Alpino.
Nei frangenti dell’aiuto rischioso – come l’ha chiamato Spiro Dalla Porta Xydias – prima o poi si scopre che c’è anche lo spazio per i rinvenimenti più inquietanti e drammatici: cerchi di correre per portare in salvo una vita, ma questa nel frattempo cercava e ha trovato la morte. Quell’esperienza mi è tornata ancora una volta in mente in queste ore di interrogativi sulla vicenda di Dj Fabo.
Quando una persona sceglie di morire in un luogo poco raggiungibile, dopo il ritrovamento può capitare che ci voglia del tempo prima di poter rimuovere la salma: occorre attendere il medico legale e le autorizzazioni necessarie a procedere. Quel tempo – che in qualche circostanza può essere anche di alcune ore – è densissimo, e ciascuno prova letteralmente a ingannarlo come può, perché è un tempo carico di angoscia. C’è chi pronuncia tra le labbra una preghiera, chi si allontana un po’, chi si concentra sulle procedure, chi prova a sdrammatizzare con una battuta, chi guarda senza dire nulla, mentre il nodo alla gola se lo sente addosso.
Dinanzi a chi ha scelto la morte – molto più che non dinanzi a chi “semplicemente” è morto – ciascuno è come se si sentisse obbligato a dire perché vive, con la parola o con le movenze. In quei frangenti, e da cenni minimi, intuiamo che c’è chi vive lottando con l’Assoluto, chi cercando il distacco da dolore e inquietudini, chi vive per far funzionare il mondo, chi per renderlo meno serioso… Come pure c’è chi quella domanda sul senso del vivere non riesce a deglutirla e d’altra parte neppure a evitarla, sentendola aleggiare in un silenzio interiore scomodo, importuno, non risolvibile distraendosi un po’.
La morte scelta, per chi la accosta in prima persona, si trasforma in uno specchio, in cui ognuno vede svelato (e tende a rivelare) quel che dà consistenza alla propria – improvvisamente non più ovvia – scelta di vivere. È con questo personalissimo “tesoro nascosto” di motivazioni ed energie – e non con un più o meno fornito arsenale di valori astratti – che ciascuno poi si presenta agli appuntamenti faticosi dell’esistenza. Che non sono unicamente le situazioni limite, ma tutte quelle in cui rimanere lì dove si è chiede delle risorse spirituali capaci di bilanciare la fatica e lo star male per i pesi che gravano sulle spalle.
Forse è vero che ad ogni cambio di passo nella vita la decisione è se rimanere o andarsene. L’evangelista Giovanni ce lo ha mostrato anche nella storia dei discepoli di Gesù di Nàzaret, spaventati dalla durezza delle prospettive di passione e sollecitati dal maestro a misurarsi con la loro verità interiore proprio con questa domanda: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67).
Quel paio di scarpe da tennis un po’ infangate, sospese nel vuoto all’altezza degli occhi, mi interrogano ancora dopo vent’anni, e continuano a farlo non a proposito della mia libertà di andarmene – come avrei preferito allora, in quel bosco – ma della mia capacità di restare – ovunque la vita mi chieda fedeltà. L’effetto specchio, quando il contatto con la morte scelta è diretto, protegge dal farsi giudici del dramma di un’altra persona, ma allo stesso tempo espone implacabilmente all’autoanalisi. È una lezione doppia, in un’unica tessitura, che non si dimentica.
Oggi avverto con forza che anche quando discutiamo di vicende a noi distanti esistenzialmente, l’interrogativo sulla capacità di rimanere e di assorbire gli urti della vita non può essere distorto in una valutazione sulla resistenza altrui.
Non può però nemmeno esaurirsi nel dibattere della ridefinizione dei margini legislativi per andarsene.
Quell’interrogativo va onorato per quel che propriamente ci sollecita a saggiare: per che cosa scegliamo di vivere? Quanto questo “tesoro nascosto” nutre la nostra capacità di restare? Crediamo che la nostra fedeltà alle situazioni faticose – almeno fino a un certo punto – sia un bene di umanità per tutti? Abbiamo qualche possibilità per rinforzarci interiormente?
Come ogni morte scelta, anche il suicidio assistito di Fabiano Antoniani inevitabilmente ci sta provocando, ci scuote dalla nostra routine, ci mette allo specchio. Ma sapremo non disgiungere la riflessione legislativa sulla libertà di andarsene da quella esistenziale sulla (nostra, personale) capacità di restare? Credo che solo conservando intatta questa “figura di coppia” potremo evitare che la giusta riflessione sulle situazioni limite non alimenti sottotraccia una cultura ordinaria del sottrarsi e l’illusione che felicità faccia rima con facilità.
Come insegnava Maritain, l’umano si gioca più di quanto immaginiamo sulla accortezza del distinguere per unire: vale forse la pena di ricordarlo meditando e discutendo con altri dei fatti di questi giorni”.
In questa epoca selfiesta ritengo molto interessante questa riflessione di Pier Davide Guenzi su Il Regno.
“Ogni epoca ha il suo mito di riferimento. C’è stato un tempo, ancora nel recente passato, in cui l’immaginazione andava spontaneamente a Prometeo, l’eroe ardimentoso che introduce la civiltà della tecnica tra gli uomini, rubando il fuoco agli dei, facendo uscire dalle caverne coloro che giacevano oziosi in vuota attesa della morte, istituendo la possibilità di curare la malattia e organizzando la vita sociale. Certo eroe punito dal cielo, ma “felix culpa” quella di Prometeo. Il suo vedere oltre (è questa l’etimologia del suo nome) allude alle possibilità di progresso dell’umanità e all’uomo che assume in prima persona il peso delle sue decisioni orientando il proprio futuro. Oggi l’eroe (inconsapevole) è piuttosto Narciso. Al modello della progettualità incarnata nell’ideale dell’uomo maturo e adulto succede così, come vincente e convincente, il profilo adolescenziale dell’io in perenne ricerca di conferme su di sé. L’auspicio per una vita bella, piena di fascino, interessante finisce per esporre con maggiore facilità di un tempo l’individuo ai meccanismi ansiogeni e alle patologie depressive. La ricetta ampiamente divulgata individua i canoni di una vita riuscita nella possibilità di moltiplicare le esperienze e con esse gli esperimenti su di sé, pensati come successione indefinita di momenti di vita ad alto tenore emotivo. Il supporto antropologico a questa ricerca esperienziale risiede nella dilatazione del desiderio in uno spazio, tuttavia, che resta interno all’io e che, nella relazione inter-personale, attira l’interesse per l’altro nel circuito del proprio sé. La conferma spasmodica su di sé contribuisce a rafforzare, mettendola continuamente in circolo, non la propria identità, ma il proprio simulacro riflesso e la propria precarietà. Così nell’interpretazione del Narciso di Caravaggio del 1599, opera pittorica attualmente conservata a Palazzo Corsini di Roma, nella quale l’impostazione della tela consente al pittore di creare un perfetto doppio tra realtà e immagine riflessa sul pelo dell’acqua, i cui colori sono solo un poco attenuati. Si crea una perfetta circolarità nella quale la percezione di sé da parte di Narciso ruota attorno a sé. Non ha un punto di riferimento “altro”, da cui è riconosciuto e che può riconoscere oltre a sé. In questa posizione è “costretto a riconoscersi”, ma in tale operazione emerge tutto il suo dramma, perché tale riconoscimento resta incomunicabile. Lo specchio dell’acqua è lo strumento di un inganno possibile, che si cela dentro la manifestazione di sé: «Fa vedere, ma a patto di rovesciare l’immagine, è dunque strumento di conoscenza di ciò che altrimenti resterebbe invisibile, ma anche fonte di illusione, in quanto propone come reale ciò che è soltanto un’immagine riflessa» (U. Curi). Tale incomunicabilità è resa ancora più acuminata dall’intreccio tra la vicenda di Narciso e quella della ninfa Eco, ambedue presenti nell’antico mito. Entrambi sono destinati a non ritrovare sé stessi aprendosi all’alterità. Restano imprigionati dal campo ristretto del proprio sé. Narciso resterà eternamente riflesso sull’acqua, fissandosi sulla propria immagine, senza vedere altro che sé. Eco, protesa con la sua voce verso l’altro, si riduce a un riflesso sonoro che ritorna su di sé e non è raccolto da nessuno. Il doppio mito, ricorda ancora Curi, rivela come «l’incontro fra la piena, compiuta, totale identità, incapace di aprirsi all’alterità (Narciso), e la totale alterità, priva di ogni autonoma identità (Eco), si traduce nell’impossibilità di ogni comunicazione». Saprà Narciso incontrare Prometeo? Sapendo che la cura di sé non può essere disgiunta dalla capacità di decidere l’esistenza, assumendosene responsabilmente i pericoli. Sapendo che il benessere e la protezione di sé non rappresentano per intero le potenzialità umane. Sapendo che occorre il rischio di comunicare, di condividere con l’altro/altra e gli altri, per compartecipare il dono di esserci e rendere più abitabile il mondo. Se solo il Narciso di Caravaggio abbandonasse per un attimo il fascino magnetico della propria immagine e allargasse il suo orizzonte, potrebbe affrontare la sfida: essere se stesso, mai senza l’altro.”
Priyamvada Natarajan è indiana, insegna a Yale e ha da poco scritto il libro “L’esplorazione dell’universo. La rivoluzione che sta svelando il cosmo”. Guido Tonelli insegna fisica all’Università di Pisa e ha scritto “Cercare mondi. Esplorazioni avventurose ai confini dell’universo”, che sarà nelle librerie dal 23 febbraio. La Lettura ha pubblicato una conversazione tra i due: molti e interessanti i temi trattati e un bellissimo ed entusiasmante invito alle giovani menti. Ho reperito in rete il brano intero su PressReader. PRIYAMVADA NATARAJAN – Mi sono occupata principalmente di cosmologia ma ho coltivato da sempre una grande passione per la storia e la filosofia della scienza. Da studente del Massachusetts Institute of Technology ho addirittura preso una laurea su questi temi. Poi ha prevalso la passione per astrofisica e cosmologia, ma il vecchio entusiasmo giovanile è rimasto. Ora è come se fosse riemerso qualcosa di quell’antica infatuazione. Le scoperte degli ultimi decenni hanno modificato cosi radicalmente la nostra comprensione del cosmo che ho sentito il bisogno di raccontare questo cambiamento a un pubblico più vasto. GUIDO TONELLI – Mi sento in totale sintonia con questa impostazione. Ho scritto Cercare mondi per far conoscere, a un pubblico di non specialisti, cosa sappiamo della nascita dell’Universo e della sua fine. Sono le domande che mi sono state rivolte più spesso, ogni volta che ho fatto incontri con il pubblico. Nel libro ho scelto di non usare formule, ma di far leva sull’immaginazione; quasi di prendere per mano il lettore e portarlo con me a scoprire che cosa è successo, sequenza dopo sequenza, in quell’epoca primordiale. Vorrei davvero che questo grande racconto delle origini fosse accessibile a tutti. PRIYAMVADA NATARAJAN – Un altro aspetto da sottolineare è che dietro ogni nuovo paradigma scientifico ci sono uomini e donne che vivono grandi passioni, e che talvolta entrano in conflitto fra loro. Ci sono anche persone che svolgono un lavoro eccellente, ma che rimangono dietro le quinte. A loro ho voluto dare voce. Mi piace raccontare il processo complicato con il quale una nuova idea, radicalmente diversa dalle precedenti, si afferma. Ritengo fondamentale che il grande pubblico conosca il lato umano della ricerca scientifica, l’altalena di emozioni che si vive quando si lavora ai confini della conoscenza. Considero tutto questo molto importante soprattutto per gli Stati Uniti dove, ancora oggi, gli atteggiamenti di diffidenza se non di rifiuto della scienza sono molto radicati. GUIDO TONELLI – In Italia per certi versi la situazione fino a qualche tempo fa era anche più difficile, perché non è mai esistita una tradizione di divulgazione scientifica paragonabile a quella dei Paesi anglosassoni. E tuttavia, da alcuni anni, c’è un interesse strabiliante per tutti i temi scientifici. Il punto di svolta è stata l’attenzione mediatica attorno al nostro acceleratore di particelle Lhc al Cern di Ginevra a partire dal 2008, che è continuata con la scoperta del bosone di Higgs e quella delle onde gravitazionali. Ricordiamoci che, prima di allora, raramente i risultati scientifici apparivano sulle prime pagine dei giornali. Il successo del bel libro di Carlo Rovelli ha fatto il resto. Ha costretto anche il mondo della cultura e delle case editrici a considerare interessanti questi lavori. PRIYAL-R’ADA NATARAJAN – Ciò deriva anche dal fatto che viviamo in un’era di progressi scientifici formidabili. Guardate come è cambiata la nostra visione del mondo negli ultimi vent’anni: energia oscura, bosone di Higgs, onde gravitazionali, per citare alcune delle scoperte più eclatanti. Non mi stupisco che il pubblico sia curioso e voglia capire. L’impulso ad alzare gli occhi al cielo e chiedersi da dove viene la meravigliosa distesa di stelle che ci sovrasta è vecchio quanto l’umanità. GUIDO TONELLI – Ogni società si costruisce in qualche modo attorno a una cosmologia. Nessuna civiltà, grande o piccola che sia, può reggersi senza porsi la grande questione: da dove veniamo e che ruolo abbiamo nel mondo. Intorno ad essa si costituisce l’impalcatura che regge i rapporti fra i vari gruppi sociali e regola quelli fra individui. Quella storia, sia essa mitica o materiale, fantastica o concreta, dona un senso alle nostre fragili esistenze, colloca in un contesto più ampio la nostra vita individuale. La ricerca scientifica più avanzata ci fornisce oggi un racconto meraviglioso delle nostre origini; ci costringe ad avventurarci in territori nei quali la mente rischia di perdersi, ma contiene visioni capaci di togliere il respiro. PRIYAMVADA NATARAJAN – Sono d’accordo sull’osservazione che dentro ciascun essere umano è tuttora forte il bisogno di capire il nostro ruolo in questa specie di dramma cosmico che si sviluppa intorno a noi. Negli ultimi anni è anche successo che un discreto numero di scienziati, ancora attivi nella ricerca, hanno sentito il bisogno di utilizzare un linguaggio comprensibile per un pubblico più vasto. Per guanto mi riguarda lo ritengo in qualche modo anche un nostro dovere. Fisica delle particelle e astrofisica sono due branche della big science, richiedono cioè apparati estremamente complessi, che comportano grossi investimenti e notevoli quantità di risorse umane e intellettuali. Personalmente sento una specie di obbligo morale a condividere gli scopi di quello che facciamo con i cittadini del mondo intero; perché sono loro a finanziare le nostre ricerche attraverso le tasse che pagano. GUIDO TONELLI – Forse c’è anche un altro elemento da prendere in considerazione, a questo punto della nostra conversazione. Mi piace pensare che l’interesse per la scienza abbia a che fare, in qualche modo, con la caducità degli argomenti del normale dibattito pubblico. Se guardiamo al sistema della comunicazione, il tempo medio di persistenza di una notizia o di un argomento di dibattito è spesso poche ore, a volte qualche giorno, al massimo una settimana. Poi si passa oltre. Evidentemente, invece, c’è una parte della società – minoritaria certo, ma non minuscola – che ha bisogno di confrontarsi con questioni più persistenti, argomenti che si sviluppano su tempi più lunghi, che si misurano in decenni. PRIYAMVADA NATARAJAN – E poi va aggiunto che cosmologia e astrofisica vivono una specie di età dell’oro. C’è stata un convergenza incredibile di sviluppi teorici e di progressi sperimentali. Nel passato si producevano teorie che era difficile verificare perché i nostri strumenti di osservazione non erano sviluppati a sufficienza. Negli ultimi vent’anni i progressi della tecnologia sono stati così profondi che oggi si possono fare misure di precisione considerate impossibili fino a poco tempo fa; così riusciamo a verificare i modelli teorici più sofisticati. Disponiamo di computer molto più potenti e veloci, con i quali si eseguono calcoli estremamente raffinati e si possono visualizzare fenomeni estremamente complessi. Questo allineamento di idee, strumenti e mezzi di calcolo fa sì che la nostra sia un’epoca molto speciale. GUIDO TONELLI – Direi che tutta la fisica sta vivendo un momento magico. Basti pensare che, negli ultimi cinque anni, abbiamo avuto la fortuna di assistere a due scoperte epocali – bosone di Higgs e onde gravitazionali – che stanno rivoluzionando in profondità la nostra concezione del mondo. Ancora non ne abbiamo capito tutte le implicazioni e già succede quello che abbiamo visto accadere più volte in passato: le scoperte di ieri diventano i nuovi strumenti di indagine dell’oggi. Per esempio al Cern stiamo cercando eventi in cui il bosone di Higgs potrebbe disintegrarsi in particelle di materia oscura. Un decadimento così esotico non sfuggirebbe ai sofisticati apparati di Lhc; purtroppo, per ora, non se ne è trovata traccia. PRIYAMVADA NATARAJAN – Senza dubbio i problemi aperti sono ancora molti. Anzitutto è imbarazzante ammettere che ancora non conosciamo la vera natura di materia e energia oscura, qualcosa che costituisce il 95% della densità di energia totale dell’universo. Ci sono molti esperimenti che stanno cercando di identificare le particelle che compongono la materia oscura ma, per ora, nessuno ha prodotto risultati convincenti. Qualcosa del genere vale per l’energia oscura, una misteriosa forza repulsiva che si oppone all’attrazione gravitazionale su distanze cosmiche. Sappiamo che questa strana forma di energia produce un’espansione accelerata del nostro universo che è stata osservata e misurata da molti esperimenti, ma siamo ancora ben lontani dall’aver capito la sua origine. GUIDO TONELLI – Questa faccenda della materia oscura è particolarmente imbarazzante per noi fisici delle particelle. Più di un quarto di tutto quello che ci circonda è fatto di questa sostanza sottile, invisibile e impalpabile, che ci accompagna ovunque; occupa gli spazi interstellari, entra nelle nostre stanze, si infiltra persino nei laboratori sotterranei che le stanno dando la caccia, senza risultato, da decenni. Personalmente sono quasi irritato per il fatto che la materia oscura non si nasconde, anzi, avvolge i nostri strumenti, li inonda, senza che nessuno dei rilevatori più sensibili che l’ingegno umano sia riuscito a sviluppare sia stato in grado, finora, di registrarne il tocco leggero. Ora che Lhc ha raggiunto il suo record di energia e possiamo esplorare una regione di massa fino a oggi inaccessibile, spero davvero che possa succedere qualcosa. Qualunque novità che apparisse nei dati del Cern potrebbe di colpo portarci in un mondo materiale finora completamente sconosciuto. PRIYAMVADA NATARAJAN – Anch’io da tempo sto affrontando un aspetto di questo problema. Mi sto occupando di ricostruire la mappa dettagliata della materia oscura nell’universo usando il fenomeno delle lenti gravitazionali, già predetto da Albert Einstein, nella sua teoria della relatività generale. Le grosse concentrazioni di questo strano materiale si possono ricostruire osservando la deviazione dei raggi luminosi emessi da altri corpi celesti quando attraversano zone dello spazio-tempo deformate dalla grande massa. Impazzirei di gioia il giorno in cui la particella – o le particelle – responsabili della materia oscura venissero scoperte. GUIDO TONELLI – Fare luce sul lato oscuro dell’universo è sicuramente il sogno di tutti noi. A questo scopo anche noi fisici delle particelle stiamo progettando nuovi esperimenti. Forse, fra qualche anno, si darà il via alla costruzione di un nuovo acceleratore: Fcc, un gigante da cento chilometri di circonferenza che oscurerebbe per dimensioni e prestazioni, lo stesso Lhc. Ma mi piace immaginare un futuro nel quale una generazione di interferometri più avanzati degli attuali Ligo e Virgo (quest’ultimo riparte il 20 febbraio nella versione Advanced) potranno registrare le primissime onde gravitazionali, quelle veramente primordiali, emesse 13,8 miliardi di anni fa, quando l’oggetto minuscolo e insignificante che era il nostro Universo si è improvvisamente gonfiato a dismisura. Quella tempesta perfetta delle origini continua a soffiare debolmente intorno a noi, anche se è diventata un sussurro, quasi impercettibile. Chi riuscisse a spingere la sensibilità degli strumenti al punto da poterlo registrare potrebbe ricostruire in tutti i dettagli quel momento eccezionale; captando il sottile bisbiglio che echeggia ancora attorno a noi potremmo ascoltare il racconto della nascita dell’universo. PRIYAMVADA NATARAJAN – A proposito di onde gravitazionali, io lavoro anche sui meccanismi di formazione, crescita ed evoluzione dei buchi neri supermassicci; oggetti che sono un milione di volte più pesanti del buco nero, pure gigantesco, che si trova al centro della nostra Via Lattea. Sarebbe fantastico poter assistere alla fusione di due di questi super-giganti e registrare le onde gravitazionali prodotte in questo sconquasso cosmico. Sarebbe meraviglioso poter assistere a questo evento nel corso della mia vita; tra l’altro questo è un campo nel quale l’Europa e l’Italia stanno facendo un ottimo lavoro. Non c’è che dire: la ricerca scientifica è un’attività che richiede dedizione, ma sa dare anche grandi ricompense. È una carriera ideale per giovani curiosi e appassionati. Li aspettano sfide incredibili e tremende opportunità. Noi umani siamo un «nulla» rispetto al cosmo ma quella cosa gelatinosa, quell’organo dalle dimensioni di un melone che proteggiamo nel cranio ci può portare molto lontano, a scoprire cose inimmaginabili. Non si può resistere, soprattutto se si è giovani, alla tentazione di lanciarsi in questa avventura meravigliosa. GUIDO TONELLI – Neanch’io ho dubbi per quanto riguarda le prospettive che questo campo riserva ai giovani. Chi sente dentro di sé curiosità e passione, non deve scendere a compromessi. Deve seguire questo richiamo e lanciarsi all’inseguimento di un sogno che potrebbe cambiare la sua vita e forse quella di tutti noi. Lo dico sempre ai ragazzi e alle ragazze che mi fanno domande su questo argomento. Non ascoltate nessuno, non date retta neanche a me: ascoltate solo voi stessi, cercate di capire se c’è davvero, dentro di voi, questa passione bruciante per la conoscenza; se qualcosa vi dice: «Sento che questa è la mia vita». A quel punto buttatevi, nessuno vi può garantire che realizzerete i vostri sogni, ma state sicuri che non rimpiangerete mai di avere fatto questa scelta.
Carlo Alberto Redi è “professore ordinario di Zoologia presso l’università di Pavia e professore a contratto presso l’Istituto Universitario di Studi Superiori. Accademico dei Lincei e socio onorario della società genetica del Cile” (fonte wikipedia). In un breve articolo comparso su La Lettura del 22 gennaio si interroga sul rapporto tra biologia ed etica. Inizia così: “Il Dna è divenuto l’icona della nostra era: dopo il secolo della chimica (Ottocento) e della fisica (Novecento), siamo ora nel millennio delle scienze della vita…”. Molte sono le discipline coinvolte dai cambiamenti e dalla scoperte in ambito biologico, argomenta: “dalla filosofia all’antropologia, dall’economia alla giurisprudenza”. Inizio e fine vita, brevetti sul vivente, esperimenti sulle cellule… sono tutte questioni biopolitiche e “gli avanzamenti del sapere lasciano intravedere applicazioni in grado di trasformare la stessa percezione di che cosa sia oggi «umano». Paure e aspettative si mischiano in continuazione, tra desiderio di progresso e timore di cosa esso ci possa riservare. La via suggerita da Redi è quella della conoscenza. Scrive ancora: “Informarsi sui progressi della biologia diviene parte integrante della nostra cultura”. Certo non è semplice e neppure immediato, ma è necessario se si vuole essere “cittadini capaci di scegliere, in autonomia, che cosa si ritiene lecito applicare delle tante innovazioni prodotte dalla ricerca biologica”. Questa, secondo lo studioso lombardo, la via per giungere ad un “armonioso vivere sociale” in cui sono combattute le ingiustizie e si promuove “la fioritura di nuovi diritti civili”, nella direzione di una “cittadinanza scientifica”, ancora lontana da venire. Certo ci sarà qualcuno che si interrogherà se la ricerca non vada regolata ex ante piuttosto che ex post, soprattutto da parte di chi ha il potere di farlo; ed è proprio qui che si focalizza la giustificata preoccupazione di Redi: “vi è una generale ignoranza del sapere biologico da parte della classe dirigente (decisori politici, magistrati, operatori dei media)”. Che ruolo possono avere in tutto questo studiosi e accademici? Ecco la conclusione del professore: “Ai biologi il compito di partecipare con il proprio sapere alla necessaria comune riflessione con i filosofi per indirizzare l’elaborazione delle norme da parte degli uomini del diritto”.
Un interessante articolo di Pier Aldo Rovatti, uscito su “l’Espresso” del 13 novembre 2016, con il titolo “Nel nome di un solo Dio” e che ho trovato su Aut Aut. Molte le riflessioni e le suggestioni che suscita.
“Dio non è morto. Nietzsche aveva annunciato, quasi un secolo e mezzo fa, in una pagina della sua Gaia scienza rimasta famosa, la “morte di dio”, provocando uno scandalo filosofico e molte attese. Destinata a uscire di scena sarebbe stata la Verità, quella che si scrive con la lettera maiuscola, quella che si impone nella sua unicità e nella sua prepotente violenza apodittica. Certo aveva in mente la nostra scena religiosa, ma per lui non stava lì la questione principale: consisteva piuttosto in ciò che potremmo definire il “monoteismo” della ragione e delle fondamentali categorie del pensiero come “essere” o “soggetto”. Non senza imbarazzo, sapendo bene quali difficoltà si aprivano per tutti, Nietzsche aveva predetto un cambiamento radicale della scena culturale a venire. Si rendeva perfettamente conto che bisognava attraversare le acque limacciose del nichilismo e che la mancanza di punti di appoggio e di difese richiedeva una lunga convalescenza, molto lunga, per abituarsi al vuoto di verità che si apriva sotto i piedi di ciascuno. Era però sicuro che alla fine sarebbe prevalsa quella “scienza gaia” che aveva in mente come antidoto alla tragedia dell’esistenza umana. Sbagliava. Il monoteismo della Verità non è affatto morto né morente, anzi si è riprodotto in forme più temibili e velenose. La deformazione islamistica di questo monoteismo ne è solo l’esempio più minaccioso e sbaglieremmo a nostra volta se credessimo di poterlo isolare e tagliare via come la parte malata di un corpo. Ci illuderemmo drammaticamente se pensassimo che con un intervento chirurgico, asportando il male, il corpo, cioè il nostro stesso corpo sociale e culturale, tornerebbe a essere sano. Al contrario, ci accorgiamo ogni giorno di più che il monoteismo della Verità unica sta sotto la pelle di ciascuno di noi, nonostante e forse proprio in ragione della diffusione del nichilismo (quello che Nietzsche riteneva cattivo in quanto passivo), ed è pronta a riaffiorare a ogni istante con effetti devastanti nella vita pubblica, con piena evidenza, ma anche nella vita privata e nelle relazioni individuali. Le violenze scoppiano con sempre maggiore frequenza. Parlo di quelle violenze che scaturiscono dall’intransigenza e da una incapacità di accogliere senza intolleranza chi ci sta vicino o si avvicina a noi. Stiamo diventando ogni giorno più infastiditi e di conseguenza più autoritari nel nome di un’idea di verità chiusa e all’apparenza rassicurante che ciascuno si costruisce per conto proprio, anche in mancanza di un credo o di un dogma: una sorta di monoteismo filosofico prêt-à-porter, spesso fatto in casa e quindi alquanto penoso e solo abbozzato, però molto efficace e con tratti violenti sempre meno mascherati. Pensiamo, per esempio, alla diffusione capillare dei comportamenti a carattere razzistico nei confronti di qualunque fenomeno che comporti estraneità o semplicemente stranezza. Questo “dio” velenoso e obnubilante non è affatto morto, anzi sta contaminandoci tutti con un velo di pensiero assolutistico, unico e unificante, che non ha bisogno di numi tutelari e di compatte sistemazioni filosofiche, forse neppure di stampelle religiose. Sta infatti assumendo il volto peggiore, quello del senso comune o del buon senso, del “così fan tutti”, insomma dell’omogeneizzazione delle menti. Viviamo in una società nella quale si dà ormai per scontato da parte degli osservatori (psicologi, sociologi ecc.) che l’emozione prevale sulla riflessione, il che significa che il comportamento emotivo viene considerato come giusto e opportuno mentre il comportamento riflessivo viene spesso bollato come inopportuno e scarsamente efficace, dunque sbagliato. Il monoteismo culturale che sta avvolgendoci è un prodotto del cattivo nichilismo, il suo effetto collaterale, una reazione epidermica alla paura che venga a mancare l’appiglio, la maniglia della verità cui attaccarci. Nietzsche si augurava una caduta del dio-verità e che gli uomini moderni, dopo avere per un po’ zoppicato, imparassero infine a camminare senza grucce, da soli. Forse si augurava anche la nascita di un pensiero critico e autocritico che corrispondesse a questa arte di camminare. Qualcosa di simile e anche di rilevante si è pure prodotto nella nostra contemporaneità, ma con quanta fatica! Ed è realistico osservare che l’attuale velame di intransigenza, che si sta spalmando ovunque attorno a noi e dentro noi stessi, toglie aria al pensiero critico, anzi sembra proprio soffocarlo. Spendersi criticamente contro il monoteismo del pensiero veritativo, a chi giova? Non certo a coloro che hanno scelto la strada dell’insegnare: faticheranno molto ad andare avanti, saranno indotti a gettare la spugna, e se troveranno un luogo che permetta loro di vivere e parlare con libertà dovranno presto aspettarsi di essere marchiati come cattivi maestri, sia questo luogo una scuola elementare o un dipartimento universitario. Nessun rispetto per gli altri. Che cosa rinforza e cosa rende più fragile l’attuale tendenza al monoteismo del pensiero? Quando la verità e il potere stringono la loro alleanza, come sta accadendo oggi a tutti i livelli nella nostra società, il risultato prevedibile è di solito un’intensificazione delle dinamiche di massa e possiamo verificarlo osservando la presenza delle tecnologie digitali, il ruolo predominante che esse hanno assunto grazie a una sorprendente diffusione microfisica, al punto che già alle soglie della pre-adolescenza se ne riscontra ampiamente l’uso. Ma il “grande fratello” digitale è soltanto uno degli effetti collaterali di questa nuova alleanza culturale. È utile guardare più da vicino come essa funziona nelle nostre vite quotidiane. Innanzi tutto, non si tratta di un semplice fenomeno di esteriorizzazione: in realtà, ciò che tendiamo a rinforzare è proprio il nostro interno, il nostro “io” per capirsi. Sta infatti producendosi un inquietante aumento dell’egoismo individuale. L’augurio di Nietzsche, secondo il quale sarebbero stati smantellati il feticcio e la “metafisica” della soggettività chiusa in se stessa ed elevata a valore assoluto, viene fragorosamente smentito dall’idolatria dell’individuo che domina ovunque. Questa idolatria agisce e prevale anche là dove sembra evidente (come appunto nel caso dell’islamismo dell’Isis) che l’individuo rinuncia a se stesso per identificarsi completamente in una verità esterna a lui. Proviamo, invece, a immaginare il contrario, e cioè che anche in questo caso, che atterrisce il nostro comune modo di sentire, avvenga una potente interiorizzazione della verità il cui effetto è un’impressionante fortificazione dell’io individuale. Si capisce bene il fatto che ci sentiamo protetti come abitanti della sfera liberalizzata in cui stiamo vivendo, ma si capisce anche bene come possiamo sentirci minacciati da questo monoteismo “impazzito”: non tanto e non solo per i rischi materiali costituiti da un “nemico” invisibile e del tutto alieno da noi, ma forse anche perché il suo processo mentale non è poi così estraneo al nostro modo di pensare. Siamo lontanissimi da tale esempio-limite, tuttavia c’è qualcosa per cui ne avvertiamo una pericolosa prossimità: ipotizzo che questo qualcosa appartenga all’inarrestabile superfetazione dell’io individuale di cui siamo, insieme, vittime e responsabili. E dunque che cosa diventa più fragile con l’affermarsi del monoteismo del pensiero? Più l’io diventa potente, più si impoverisce e quasi si fa evanescente l’immagine dell’altro. Il risvolto negativo di ciò che possiamo chiamare l’attuale assolutismo del nostro modo di pensare è un sempre più palpabile deficit etico. Norme, regole, codici e comitati etici si moltiplicano ma non bastano certo a coprire il buco che si è scavato e che seguitiamo ad allargare: l’affossamento graduale (e all’apparenza inarrestabile) del “rispetto per l’altro”, per il migrante che arriva e che temiamo ci depredi, ma anche per coloro che abbiamo intorno e con i quali magari conviviamo ogni giorno. Il monoteismo in cui stiamo abbozzolandoci tende a bruciare ogni etica, anche minima, in quanto ci disabitua all’ascolto reale di chi ci sta vicino o ci viene incontro, come se fosse ormai un gesto inutile, una semplice perdita di tempo. L’altro viene così ridotto a un’utilità. Se è utilizzabile per confermare il nostro potere individuale, piccolo che sia, allora lo tolleriamo o appunto lo adoperiamo come uno strumento, altrimenti lo ignoriamo e perfino lo calpestiamo quando intralcia i nostri passi. Naturalmente, ogni volta, alziamo il vessillo della presunta verità che sostiene il nostro comportamento, e non vogliamo sentire altre ragioni. Ci lamentiamo di continuo della fragilità di ciò che chiamiamo “democrazia”, fino al punto di temere che si tratti ormai di una parola vuota. Ci chiediamo come possiamo difenderla mentre essa si sgretola sotto i nostri piedi, e non abbiamo granché da rispondere. È difficile dare una risposta finché seguitiamo a ignorare cosa significhi ascoltare e rispettare gli altri. Il dilagante monoteismo del pensiero sembra facilitare e accogliere proprio questo nostro analfabetismo etico. Non ci invita ad ascoltare l’altro e neppure alimenta la curiosità per tale ascolto. Peggio: non sollecita neanche la domanda sul senso da dare a questa pratica che è essenziale – come è ovvio – a una compagine sociale destinata a diventare sempre più plurale e composita.”
Un’interessante e breve (viste la complessità e la vastità della problematica) ricostruzione delle ultime tappe del dialogo interreligioso da parte di Gianfranco Ravasi su Avvenire del 31 dicembre 2016. «A ognuno di voi è stata assegnata da Dio una regola e una via, mentre se Egli avesse voluto avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma non ha fatto questo per provarvi in quello che vi ha dato. Gareggiate, allora, nelle opere buone, perché a Dio tutti voi tornerete. Allora egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia». È questo un passo suggestivo del Corano ( V, 48) nel quale si riconosce che la diversità delle “regole” e delle “vie”, cioè dei riti, delle dottrine e delle norme morali, è contemplata da Dio nel suo progetto sull’umanità. E si afferma che sarà solo alla fine dei tempi, cioè nell’escatologia, che tutti ritroveranno un’unità attraverso un’illuminazione divina. Siamo partiti dal Corano – che agli occhi di molti appare come il testo sacro più integralistico – per affermare che il dialogo interreligioso in realtà appartiene all’anima profonda di tutte le religioni, in particolare delle tre monoteistiche. Per noi cattolici alla base c’è il Concilio Vaticano II, con la fondamentale dichiarazione Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965. In essa, come è noto, non solo venivano prese in considerazione le varie religioni non cristiane ma si riservava un’attenzione particolare proprio all’islam (n. 3) e all’ebraismo (n. 4) e si ribadiva con fermezza che «non possiamo invocare Dio Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini, creati a immagine di Dio» (n. 5). È in questo spirito che già l’anno prima, il 19 maggio 1964, Paolo VI istituiva un Segretariato per i non Cristiani, che Giovanni Paolo II, con la costituzione Pastor bonus del 28 giugno 1988, ha trasformato nell’attuale Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. In questa delicata, ma anche necessaria e affascinante, esperienza di dialogo è indispensabile navigare evitando due scogli opposti che ininterrottamente si presentano davanti ai credenti delle diverse religioni. Da un lato, infatti, c’è la Scilla dell’integralismo identitario esclusivo che ha appunto nel fondamentalismo il suo vessillo spesso insanguinato: la cronaca tragica di certi Paesi dell’Asia e dell’Africa, ma anche le esplosioni inattese di queste degenerazioni religiose nello stesso Occidente ne sono una terribile testimonianza. Aveva ragione lo scrittore Jorge Luis Borges quando già nel 1962, nei suoi Labirinti, osservava che «è più facile morire per una religione di quanto lo sia viverla assolutamente». D’altro lato c’è, però, la nebbiosa Cariddi del sincretismo incolore che relativizza ogni Credo stemperandolo in un’innocua melassa spirituale. L’autentico dialogo è, infatti, l’incontro attento e rispettoso (dià-) tra due lógoi religiosi dotati di una loro identità teologica e culturale. Non è possibile riassumere in poche righe la molteplicità delle esperienze vissute e delle espressioni teologiche che questo dialogo ha realizzato, pur nella complessità e nelle difficoltà che si sono registrate, anch’esse comunque appartenenti al progetto di Dio che – come afferma il passo della sura V – ci ha «messo alla prova in quel che ci ha dato». Desideriamo soltanto segnalare, in ambito cristiano, il delinearsi di una vera e propria “teologia delle religioni” che Heinz Robert Schlette, discepolo del famoso teologo Karl Rahner, ha definito come «un terreno dogmaticamente nuovo, paragonabile alle zone in bianco degli antichi atlanti». Si sono così aperti diversi itinerari di ricerca, alcuni collegati a percorsi già battuti nei secoli scorsi. Il caso della tradizionale prospettiva “esclusivista”: Cristo è l’unico mediatore di salvezza, implicitamente o esplicitamente riconosciuto, e la Chiesa è direttamente o indirettamente l’unica istituzione di salvezza. Celebre è il motto Extra Ecclesiam nulla salus, formulato dallo scrittore cristiano del III secolo Origene e dal vescovo di Cartagine Cipriano: la salvezza è universalmente offerta attraverso il canale della Chiesa che – per usare le immagini di questi autori – è la casa-città di rifugio, è l’arca che sottrae al diluvio, è la madre nutrice di vita. La perentorietà della formula, adottata da vari Padri della Chiesa e da alcune affermazioni del magistero ecclesiale medievale (in particolare dal Concilio di Firenze del 1442), è stata sottoposta successivamente a un complesso processo interpretativo, soprattutto per la definizione del concetto di “Chiesa” e quindi dell’ampiezza del suo spazio salvifico. Si è così introdotta una visione di indole più “inclusivista”: i valori positivi delle religioni non cristiane sono destinati a trovare compimento nel cristianesimo (così il teologo e cardinale Jean Daniélou); chi accoglie con coscienza pura la grazia divina e vive con fedeltà il suo impegno morale e spirituale, a qualsiasi religione (o a nessuna religione) appartenga, è in pratica un «cristiano anonimo » (il citato Karl Rahner). L’incontro interreligioso di Assisi del 1986 fu l’icona vivente di questo nuovo atteggiamento, già fatto balenare dal Concilio Vaticano II nel citato documento Nostra aetate (n. 2). Ma negli ultimi anni è apparso un terzo modello, di tipo “pluralistico”, che al precedente paradigma “cristocentrico” ha sostituito quello più generale “teocentrico”. La proposta fu avanzata dal teologo presbiteriano John Hick, secondo il quale la salvezza promana da Dio, “Realtà ultima”, e quindi ogni religione con la sua verità è uno spazio di salvezza. È evidente che questa prospettiva, mettendo tra parentesi la funzione specifica di Cristo, relativizzava la religione cristiana, riconducendola a una forma spirituale tra le tante, senza la sua identità specifica. È per questo che si giunse nel 2000 alla dichiarazione vaticana Dominus Jesus in cui la Chiesa cattolica riaffermava l’unicità della salvezza in Cristo, almeno in modo “inclusivo”. Nel frattempo però sono state elaborate altre proposte di taglio “relazionale”, nello sforzo di porre l’identità cristiana in relazione creativa con le altre tradizioni religiose: i nomi di teologi come Jacques Dupuis, Claude Geffré, Hans Küng, Michael Amaladoss hanno superato i confini delle facoltà teologiche, suscitando un dibattito molto effervescente, ma anche alcune reazioni cattoliche ufficiali negative, trattandosi talora di proposte radicali, drastiche e in qualche caso provocatorie. Abbiamo voluto descrivere sommariamente questa mappa teologica piuttosto articolata e variegata per far comprendere quanto sia necessario, ma anche complesso, il dialogo interreligioso sia tra i monoteismi sia nello spettro più vasto dei fenomeni religiosi.”
Attendibilità delle fonti, grado di verità di un’informazione, formazione di un’opinione, ricerca di correttezza e credibilità… sono temi forti del presente e penso che assumeranno sempre maggior rilievo nel futuro prossimo. Pubblico un articolo di Enrico Pitzianti, laureato in semiotica, pubblicato su L’Indiscreto.
“È il 1847 e Il Boston Herald descrive il suo scopo come “dare espressione allo spirito del tempo”. Mira a essere “uno storico zelante del momento” e proclama la volontà di collezionare eventi del presente e del passato per poterli “ritrarre come in un dagherrotipo” per il suo pubblico. Anche considerando il tempo trascorso da quella pubblicazione è impressionante notare la differenza tra la credibilità di cui godeva l’informazione allora e quella di cui gode oggi. Quella volontà di ritrarre e collezionare gli eventi ora ci farebbe storcere il naso. Dubitiamo fortemente della capacità dei media di fotografare la realtà e rifiutiamo istintivamente qualsiasi volontà di definire lo spirito del nostro tempo. Il solo accenno a voler porre l’informazione su un piano così elevato ci pare un atto meschino, perché volto a sancire una gerarchia a cui non vogliamo sottostare. Oggi si contrappone un secco rifiuto davanti a qualsivoglia volontà di stabilire una separazione tra chi dispone degli strumenti per raccontare il presente e chi invece no. Lo scetticismo che caratterizza il nostro tempo permette di mettere in discussione qualsiasi informazione. In parte ciò avviene per via dell’ormai diffusa funzione di broadcasting svolta dai social network, che hanno progressivamente democratizzato la possibilità di produrre e diffondere informazioni, anche false. Così un anonimo account Twitter può essere una fonte credibile e un editoriale della testata più autorevole può essere tacciato di servilismo. Ora, è ovvio che nell’ardua impresa di ricostruire delle priorità e delle gerarchie comunicative cui attingere per comprendere il mondo è facile sbagliare. E il peggio è che è facilissimo – se non addirittura banale – fare l’errore più grave: confondere le fonti affidabili con le fonti che si preferiscono per motivi ideologici. Mi fiderò di una notizia data da Libero o dal Giornale? Forse no. Ma devo domandarmi se il mio “no” deriva dalle posizioni politico-ideologiche delle testate o dall’inaffidabilità delle notizie. Se fosse una questione ideologica farei bene a sforzarmi e dare comunque una lettura alle idee di giornalisti con cui normalmente sono in disaccordo, ma se invece sono testate inaffidabili, che non verificano le notizie e confondono fatti con opinioni, allora è meglio non leggerli mai. Mentre il mondo dell’informazione scruta l’orizzonte in cerca di strategie che permettano di combinare credibilità e guadagni, gli avvenimenti politici fanno presagire la necessità di un ripensamento generale dell’organizzazione dell’informazione contemporanea. Recentemente, ad esempio, la testata statunitense The Atlantic pubblica un video di una riunione di neo-nazisti tenutasi a Washington DC dove oltre ai saluti romani, gli slogan razzisti e i riferimenti suprematisti si attaccano, e non è un caso, proprio gli organi di stampa. Dal palco il fanatico che arringa la folla si riferisce ai media come “Lügenpresse”, termine tedesco, letteralmente “stampa bugiarda”, usato soprattutto ai tempi del Terzo Reich. Tuttavia non si tratta di un episodio isolato: il termine era già stato usato durante la campagna elettorale di colui che oggi è il presidente eletto della nazione più potente del pianeta, Donald Trump. Il ritorno dell’uso del termine “Lügenpresse” è uno dei sintomi più gravi e significativi della crescente sfiducia popolare verso quelle che vengono percepite come delle “élite”. Questo termine dispregiativo, che è in uso sin dalla prima guerra mondiale, si diffuse grazie a titoli come “La Lügenpresse dei nostri nemici”, libro pubblicato dal Ministero della Difesa tedesco nel 1918, e negli anni del regime nazista venne usato con sempre più frequenza per screditare e attaccare gli organi d’informazione scomodi al regime. In tempi recenti il significato rimane lo stesso e movimenti di estrema destra come Pegida in Germania ne hanno ripreso l’uso. Alla violenza verbale si è presto aggiunta quella fisica visto che molti giornalisti sono stati picchiati e minacciati dai militanti del movimento nazionalista, fino a rendere necessario per i reporter seguire le manifestazioni protetti dalla scorta. Le istituzioni hanno risposto nel 2015 bandendo il termine e inserendolo tra le “parole proibite”, ma è ragionevole pensare che il problema sia tutt’altro che risolto, perché è vero che la cultura tedesca gode di ottimi anticorpi contro autoritarismi e derive populiste, ma è altrettanto vero che quelle stesse destre populiste e nazionaliste continuano a crescere. E se il problema non può considerarsi risolto in Germania figurarsi nel resto del mondo: Melody Patry, senior advocacy di Index, parla del 2016 come l’anno dell’aumento dei pericoli per i giornalisti con 406 casi verificati di violenze e minacce nella sola Europa. Per come vanno le cose oggi, non solamente i nobili propositi dello Herald, quelli di fotografare lo spirito del tempo e cogliere una “somiglianza fedele e non adulatoria” della società, verrebbero presi poco sul serio, ma probabilmente uno slogan del genere verrebbe deriso pubblicamente. La nostra autoconsapevole filter bubble, oggi celebre grazie alla beffa ai danni dei media da parte degli elettori di Donald Trump, ci spinge a riflettere su quali siano i limiti di un modello informativo anti-gerarchico e iper-scettico. Viviamo uno strano scenario dove lo scetticismo sui motti lascia spazio ai motti che esprimono scetticismo. Quale slogan di una testata giornalistica potremmo mai considerare non-ridicolo? Probabilmente nessuno.”
Nile Green è professore di storia presso la University of California, Los Angeles. Il suo ultimo libro è ‘The Love of Strangers: What Six Muslim Students Learned in Jane Austen’s London’ (2016). E’ autore di questo testo, tradotto in italiano da Francesco d’Isa, uscito su Aeon in collaborazione con la Princeton University Press, sotto licenza Creative Commons. L’ho recuperato su L’Indiscreto.
“Duecento anni fa, giunge a Londra il primo gruppo di studenti musulmani della storia d’Europa. Inviati dal principe ereditario dell’Iran, gli studenti hanno la missione di esaminare le nuove scienze emerse dalla rivoluzione industriale. Quando negli ultimi mesi del 1815 i sei giovani musulmani si stabiliscono nei loro alloggi londinesi, sono pieni di entusiasmo per il nuovo tipo di società che vedono intorno a loro. Folle di uomini e donne riuniti ogni sera presso le ‘case-spettacolo’, come chiamano i teatri della città. Londra è animata dalla definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo di qualche mese prima, e le nuove scienze – o ulum-i-ladid – che devono scoprire gli studenti sembrano ovunque, persino nei nuovi battelli a vapore che trasportano i passeggeri lungo il Tamigi. Quando le settimane si trasformano in mesi, i sei stranieri cominciano a rendersi conto della portata del loro compito. Non hanno qualifiche riconoscibili, né alcun contatto tra i piccoli gruppetti accademici di allora: non conoscono nemmeno l’Inglese. Al tempo, infatti, non esiste ancora un dizionario Persiano-Inglese che li possa aiutare. Nella speranza di imparare l’inglese e il latino, che prendono erroneamente per la lingua principale della scienza europea, gli aspiranti studenti arruolano un sacerdote di nome John Bisset. Laureato a Oxford, Bisset gli parla dei due più antichi luoghi di studio inglesi. Quando successivamente due degli studenti vengono assunti dall’eclettico matematico Olinthus Gregory, sviluppano ulteriori collegamenti con le università, dal momento che Gregory ha trascorso diversi anni come libraio di successo a Cambridge. Covano un piano per presentare almeno uno degli studenti, Mirza Salih, a un professore che potrebbe essere interessato a introdurre informalmente uno studioso straniero presso uno dei college di Cambridge. Questo accade molto tempo prima che i cattolici siano autorizzati a studiare presso le università della Gran Bretagna, quindi l’arrivo a Cambridge di un iraniano islamico (che avrebbe poi fondato il primo giornale in Iran) causa scandalo e costernazione. Il docente scelto per ospitare Salih è un certo Samuel Lee del Queens College. Lee sembra un candidato strano per sostenere il giovane taliban, come vengono chiamati gli studenti in Persia. Devoto evangelico, Lee è dedito alla causa di convertire i musulmani di tutto il mondo al cristianesimo. Insieme ad altri colleghi del Queens, compresa l’influente famiglia di Venn, ha anche degli stretti legami con la Church Missionary Society. Fondata nel 1799, la Società diviene velocemente il centro del movimento missionario di Cambridge. Eppure è proprio questo che rende il giovane musulmano così attraente per Lee. Il punto non è tanto che la conversione di Salih possa portare un’anima più al cristianesimo. Piuttosto, in veste di persiano istruito, Salih può aiutare il professore nel grande compito di tradurre la Bibbia in persiano, un linguaggio che allora era utilizzato anche in tutta l’India, oltre che in quello che oggi è l’Iran. Lee coglie al volo l’occasione ed è così che Salih viene invitato a Cambridge. Come rivela il suo diario persiano, a Salih il professore piace moltissimo. Anche se i posteri avrebbero ricordato Lee come un illustre orientalista di Oxbridge che sale al rango di Regius Professor di ebraico, la sua educazione è molto umile. Lee era cresciuto in un piccolo villaggio dello Shropshire, in una famiglia di falegnami, e nella sua adolescenza è stato apprendista falegname egli stesso. In un mio viaggio di ricerca in California, ho visitato Longnor, il villaggio natale di Lee. È ancora oggi un luogo remoto, raggiungibile con strade a una sola corsia nascoste nelle siepi. Presso la chiesa locale, ho trovato con gioia le iniziali del suo bisnonno falegname, Richard Lee, incise nella banchi che aveva fatto per i compaesani. Duecento anni fa era quasi impossibile per un ragazzo di campagna come Sam Lee diventare un professore di Cambridge, ma egli ha un genio per le lingue che gli vale il patrocinio di un signore locale. Essendo anch’egli un giovane studioso pieno di ambizioni, Salih apprezza il percorso di Lee, e nel suo diario persiano parla della sua vita con ammirazione. Attraverso il patrocinio di Lee, Salih è in grado di abitare al Queens College e cenare in sala con professori come William Mandell e Joseph Jee. A quel tempo, il presidente del Queens è il filosofo naturale Isaac Milner, celebre come chimico quanto come conversatore. Salih apprezza certamente le cene ai piani alti, ma il suo tempo a Cambridge non è tutto un banchettare. Fa molti viaggi di studio presso le librerie che lo interessano, in particolare la Biblioteca Wren presso il Trinity College, che ospita la statua di Sir Isaac Newton. Nel suo diario, Salih lo chiama ‘un filosofo che era sia gli occhi che la luce d’Inghilterra’. In cambio dell’accesso al mondo dell’università, Salih aiuta Lee nel suo lavoro sulla Bibbia persiana. Scrive anche una lettera di raccomandazione quando Lee viene candidato al ruolo di Regius Professor. La lettera è ancora conservata negli archivi universitari. Tra il diario di Salih, le lettere di Lee e i documenti universitari, emerge un ricco quadro dell’improbabile rapporto formato tra questo straniero musulmano e quello che allora era il più cristiano dei collegi di Cambridge. L’università è solo uno dei tanti luoghi che Salih e i suoi compagni musulmani visitano durante i loro quattro anni in Inghilterra, alla ricerca dei frutti scientifici del secolo dei Lumi. L’incontro tra ‘Islam e l’Occidente’ è spesso raccontato in termini di ostilità e di conflitto, ma il diario di Salih presenta atteggiamenti molto diversi – di cooperazione, compassione e umanità – e, grazie alla testimonianza di un inaspettato rapporto con l’evangelico Lee, di amicizie improbabili. Scritto in Inghilterra contemporaneamente ai romanzi di Jane Austen, il diario di Salih è un testamento dimenticato, e un salutare ricordo dell’incontro tra europei e musulmani agli albori dell’era moderna.”
Questa mattina, andando a lavorare, stavo ascoltando Virgin Radio. All’interno del Buongiorno di Dr. Feelgood e Massimo Cotto, vi è spazio per Beppe Severgini che, in uno dei suoi interventi, fa riferimento al modo in cui è considerata la donna all’interno del mondo islamico. Mi sono allora ricordato di aver salvato da qualche parte un articolo di qualche settimana fa, pubblicato su L’Huffington Post USA e tradotto in italiano da Milena Sanfilippo. L’articolo è stato scritto da Jim Garrison e Banafsheh Sayyad. Certo alcuni punti sono controversi, ma sicuramente è un articolo stimolante e arricchente. Se non altro una voce che non si sente così spesso.
“Il profeta Maometto sarebbe scioccato dal modo in cui gli odierni fondamentalisti islamici trattano le donne sotto il loro controllo. Questa repressione viene perpetrata nel nome della Legge Islamica, conosciuta come Sharia. Ma l’attuale repressione delle donne è plasmata dalla cultura e dalla storia. Trova scarso fondamento nel Corano e, di certo, non è in linea con quello che sappiamo sugli insegnamenti di Maometto o sul modo in cui trattava le donne. Fra tutti i fondatori delle maggiori religioni (Buddismo, Cristianesimo, Confucianesimo, Islam e Ebraismo) Maometto fu senza dubbio il più radicale ed il più incoraggiante nel modo di trattare le donne. Probabilmente, è stato il primo femminista della storia. Si tratta di un aspetto di fondamentale importanza perché, se c’è una sola cosa che arabi e musulmani possono fare per riformare e rigenerare la loro cultura oppressa dalla crisi, questa sarebbe liberare le donne e garantire loro i pieni diritti di cui le altre godono nei paesi del mondo. La parità è la chiave per una vera Primavera Araba. Tra i fondatori di grandi religioni, Confucio accennava a malapena alle donne ed in tutti i suoi insegnamenti dava per scontato che fossero subordinate agli uomini, all’interno di un ordine patriarcale. Buddha insegnava che le donne potevano diventare sagge, illuminate. Ma per fare questo dovevano essere messe alla prova tre volte, prima che fosse permesso loro di farsi monache. Questo solo a condizione che la monaca sul gradino più alto della gerarchia monastica fosse comunque inferiore al monaco al livello più basso. Nei racconti del Vangelo, Gesù non fa mai commenti espliciti sullo status delle donne, anche se si avvicinò a donne dalla cattiva reputazione o non ebree. Mosè era convintamente patriarcale. Nella Torah, non c’è praticamente nulla che indichi una specifica preoccupazione per i diritti delle donne. Maometto fu sostanzialmente diverso. Predicò in modo esplicito la parità assoluta tra donne e uomini come principio fondamentale della vera spiritualità e prese diverse misure concrete per migliorare nel profondo lo status e il ruolo delle donne in Arabia, durante la sua vita. Maometto era vicino alla causa delle donne perché era nato povero e diventò orfano molto presto. Era anche analfabeta e illetterato. Sapeva, come pochi altri sanno, cosa significassero la povertà e l’esclusione sociale. Confucio faceva parte della piccola nobiltà accademica dell’antica Cina. Alla nascita, Buddha era un ricco principe del Nepal. Gesù nacque da un falegname di discendenza reale e all’interno di una stretta comunità ebraica in Palestina. Mosè nacque da una famiglia ebrea e fu cresciuto nel palazzo del Faraone in Egitto. Maometto non ebbe nessuno di questi vantaggi. Per questo, mentre gli altri leader religiosi sembravano mantenere il silenzio sull’oppressione femminile, Maometto innalzò lo stato delle donne facendone una questione di credo religioso e politica di stato. Prendete in considerazione quanto segue: Nell’Arabia del settimo secolo, l’infanticidio femminile era una pratica comune, Maometto lo abolì. Un detto contenuto nell’Hadith (la raccolta di aneddoti su Maometto) sembra testimoniarlo: Maometto disse infatti che la nascita di una bimba era una “benedizione”. All’epoca, le donne arabe erano considerate una proprietà e non godevano di alcun diritto civile. Maometto garantì loro il diritto di possedere delle proprietà, oltre ad importanti diritti coniugali e patrimoniali. Prima di Maometto, la dote pagata da un uomo per la sua sposa veniva offerta al padre di lei come parte del contratto tra le due figure maschili. Le donne non avevano voce in capitolo. Maometto dichiarò che le donne dovevano acconsentire al matrimonio e che la dote doveva andare alla sposa, non a suo padre. Inoltre, la sposa poteva tenersi la dote anche dopo il matrimonio. La moglie non era tenuta a utilizzare la dote per spese familiari. Era una responsabilità dell’uomo. Alle donne fu anche concesso il diritto di divorziare dai propri mariti, qualcosa di inaudito per l’epoca. In un divorzio, la donna era autorizzata a prendere la dote con sé. Alle donne furono estesi anche diritti patrimoniali. Veniva concesso loro soltanto la metà di quanto spettava ai loro fratelli perché gli uomini avevano più responsabilità economiche per le spese di famiglia. Ma con Maometto le donne divennero eredi delle proprietà e dei beni familiari per la prima volta in Arabia. All’epoca, una misura del genere era ritenuta rivoluzionaria. Lo stesso Maometto veniva spesso visto svolgere “lavori femminili” in casa ed era molto attento alla sua famiglia. Il suo primo matrimonio con Khadija fu monogamo per i 15 anni in cui furono sposati, una cosa rara in Arabia allora. A detta di tutti, erano profondamente innamorati e Khadija fu la prima convertita all’Islam. Incoraggiò Maometto dal suo primissimo incontro con l’angelo Gabriele e dalla rivelazione delle prime sure che avrebbero composto il Corano. Dopo la morte di Khadija, Maometto sposò 12 donne. Una di queste era Aisha, figlia del suo più intimo amico e alleato, Abu Baker. Le altre erano quasi tutte vedove, donne divorziate o prigioniere. Egli predicava regolarmente che era responsabilità degli uomini proteggere le donne che avevano conosciuto la sfortuna. Questa fu una delle ragioni per cui la poligamia veniva incoraggiata. Furono prese misure anche per l’infanticidio femminile: le donne nel settimo secolo erano molto più numerose degli uomini perché questi venivano uccisi nei conflitti intertribali ogni giorno. Tra le mogli di Maometto, diverse erano povere e indigenti. Lui le prese con sé, insieme ai loro figli, in casa sua. Nel suo Sermone dell’Addio, pronunciato poco prima di morire nel 632, Maometto disse agli uomini “Voi avete determinati diritti sulle donne, ma anch’esse hanno diritti su di voi”. Le donne, disse, sono “vostre compagne e vostre ausiliarie”. In uno dei detti dell’Hadith, Maometto dice “Gli uomini migliori sono quelli che le loro mogli considerano i migliori”. Dopo la sua morte, la moglie Aisha assunse un ruolo di leadership nella composizione dell’Hadith mentre un’altra moglie giocò un ruolo primario nella raccolta delle sure che costituiscono il Corano. Ognuna delle 114 sure che formano il Corano, ad eccezione della numero 9, inizia con le parole Bismillah al Rahman al Rahim. Tradotte più frequentemente come “Nel nome di Dio, il compassionevole, il misericordioso”. Il significato più profondo di questa espressione è “Nel nome di Dio, Colui che dà origine a compassione e misericordia dall’utero”. L’invocazione all’aspetto femminile di Allah è la chiave per una rinascita Islamica. Infine, nel Corano non si accenna alle donne che indossano il velo, l’Hijab. All’epoca era senza dubbio una tradizione in Arabia e le mogli di Maometto lo indossavano per rimarcare il loro speciale status di “Madri dei Fedeli”, ma l’unica cosa che il Corano dice esplicitamente è che le donne dovrebbero vestire “con semplicità”. Maometto disse lo stesso agli uomini. Per lui, la semplicità nel vestire era espressione della semplicità del cuore. Lo stesso Maometto, anche quando era il leader supremo, non indossava mai nulla di più di semplici abiti di lana bianca. Le riforme di Maometto furono così radicali che lo status delle donne in Arabia e nell’antico Islam era il più elevato di qualsiasi altra società del mondo, all’epoca. Le donne nell’Arabia del settimo secolo godevano di diritti non concessi alla maggior parte delle donne occidentali fino ad epoche recenti, più di mille anni dopo. Il fatto che oggi le donne si ritrovino in una posizione tanto svalutata, in molte delle province arabe/musulmane, è una tragedia e deve essere sanata se la cultura e la civiltà islamiche vogliono prosperare di nuovo come successe durante il Califfato Abbaside (dall’ottavo al tredicesimo secolo), quando la civiltà islamica era un faro luminoso per il mondo. Liberare le donne avrebbe profondi effetti da un punto di vista politico, economico, culturale, artistico e religioso. Porterebbe la Primavera Araba ad un livello completamente nuovo, cosa estremamente necessaria in quei paesi in cui la prima Primavera Araba si è rivelata una morte in utero. È tempo che l’Islam liberi le donne completamente e che lo faccia sull’esempio di Maometto e sull’autorità del Corano, per cui compassione e misericordia sono le caratteristiche principali di Allah.”
In un unico post due articoli a commento della visita del papa a Lund. Il primo è di taglio più teologico ed è a firma di Stefania Falasca per Avvenire:
“La memoria guarita, il passaggio dal conflitto alla comunione, il riconoscimento della dipendenza dalla grazia di Cristo nella vita cristiana, la gratitudine a Dio, guardare insieme al futuro e dire no alla strumentalizzazione della religione per fini politici. È quello che descrive oggi l’incontro tra cattolici e luterani nell’antica cattedrale di Lund e la dichiarazione comune che unitamente hanno sottoscritto al termine della preghiera condivisa. La Chiesa cattolica e la Chiesa luterana hanno compiuto il significativo gesto di firmare davanti al mondo la dichiarazione della commemorazione comune della Riforma. Dopo cinquecento anni, cattolici e luterani si ritrovano oggi concordi su una visione congiunta del passato e su imperativi comuni per il prossimo futuro. Si esprime la gioia per ciò che unisce, il pentimento per il danno creato dalla discordia e la ferma intenzione di testimoniare insieme al mondo la misericordia di Dio, operando per la riconciliazione, la pace e la giustizia per l’intero creato. Si compie così la storia con un nuovo passo importante per il cammino verso una più grande unità visibile della Chiesa. Articolata in cinque brevi paragrafi la “carta comune” della guarigione e della riconciliazione riassume il viaggio che ha portato a questo passo. «Cinquanta anni di dialogo ecumenico intenso e proficuo tra cattolici e luterani hanno aiutato a superare molte differenze, hanno approfondito la nostra comprensione e la fiducia reciproca – è scritto nel primo paragrafo della dichiarazione – allo stesso tempo, ci siamo avvicinati gli uni agli altri attraverso il servizio comune al nostro prossimo, spesso in circostanze di sofferenza e persecuzione. Attraverso il dialogo e la comune testimonianza noi non siamo più estranei. Piuttosto, abbiamo imparato che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide». Nel secondo paragrafo dal titolo: Passando dal conflitto alla comunione, cattolici e luterani unitamente confessano e chiedono perdono per aver «ferito l’unità visibile della Chiesa». Riconoscono che «differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti», soprattutto si riconosce ciò che è importante anche per non commettere gli errori del passato nelle contingenze attuali, e cioè che nella storia che ha portato alla divisione «la religione è stata strumentalizzata per fini politici». Così mentre il passato non può essere cambiato, viene però ricordato che la sua memoria può essere trasformata. Pertanto si afferma che si deve «con forza respingere l’odio e la violenza, passati e presenti, in particolare quella espressa nel nome della religione». «Oggi – è scritto – sentiamo il comando di Dio di mettere da parte tutti i conflitti. La nostra fede comune in Gesù Cristo e il nostro comune battesimo richiedono sempre una conversione quotidiana, con cui intrecciare le divergenze storiche e i conflitti che possono impedire la riconciliazione. Ci rendiamo conto che essendo liberati dalla grazia, questo spinge a muoversi verso la comunione a cui Dio ci chiama continuamente». La dichiarazione prospetta poi con chiarezza l’impegno per una testimonianza comune: «Ci impegniamo a testimoniare insieme la grazia misericordiosa di Dio, reso visibile in Cristo crocifisso e risorto. Consapevoli che il modo di relazionarsi tra noi forma la nostra testimonianza evangelica, noi ci impegniamo a un’ulteriore crescita nella comunione radicata nel battesimo, mentre cerchiamo di rimuovere i rimanenti ostacoli che ci impediscono di raggiungere la piena unità conforme al volere di Cristo che desidera che siamo una cosa sola, perché il mondo creda (cfr Gv 17,21)». Da qui la preghiera a Dio affinché si possa compiere insieme il servizio, in particolare ai poveri, difendere la dignità umana, lavorare per la giustizia rifiutando di ogni forma di violenza. «Dio ci chiama ad essere vicino a tutti coloro che desiderano la giustizia, la pace e la riconciliazione. Oggi, in particolare, per la fine della violenza e l’estremismo che colpiscono così tanti paesi e comunità e innumerevoli fratelli e sorelle in Cristo esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere lo straniero, per venire in aiuto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre e persecuzioni, per difendere i diritti dei rifugiati e di coloro che cercano asilo». Se atteggiamenti passati di antiecumenismo e di autocompiacimento riemergeranno nelle comunità di fede, la commemorazione comune del 31 ottobre, ricorderà tuttavia con forza che non c’è altro cammino per andare avanti di quello della guarigione della memoria, di un ecumenismo dell’amicizia e di un servizio comune verso un mondo che chiede ad alta voce speranza, pace giusta e riconciliazione.”
Il secondo articolo è di taglio più geopolitico: è di Piero Schiavazzi, pubblicato su L’Huffington Post:
“A mezzo millennio da Martin Lutero e a mezzo secolo da Ingmar Bergman, la cattedrale di Lund è ancora una volta il “posto delle fragole”. Dove l’asprezza dei ricordi evolve, si converte in dolcezza dei gesti. E dove un dialogo acerbo matura e sperimenta il sapore del Verbo: “Con gratitudine riconosciamo che la Riforma ha contribuito a dare maggiore centralità alla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa…Chiediamo al Signore che la sua Parola ci mantenga uniti.” Come nel film del regista svedese, le mura millenarie, con il loro magnetismo, catturano la scena di una metamorfosi. Una catarsi che solo il tempo sa operare nei protagonisti, aggiustando l’inquadratura e illuminando la zona d’ombra. Sicché la primavera giunge d’autunno, anche a una latitudine già invernale. Occasione da non perdere per Bergoglio, papa cinefilo, amante dei maestri degli anni ’50: “Con questo nuovo sguardo al passato non pretendiamo di realizzare una inattuabile correzione di quanto è accaduto, ma raccontare questa storia in modo diverso”, ha spiegato all’arrivo, dopo l’appello rivolto in volo ai giornalisti: “Aiutateci a far capire”. Così, con un anno di anticipo sul quinto centenario, Francesco ha trasformato la “protesta” di Lutero in festa cattolica, nonché canonica. O poco ci è mancato. E ha inaugurato le danze, schiodando le tesi del monaco ribelle dai battenti di Wittenberg, dove furono affisse nel 1517, per iscriverle d’ufficio sulla porta del Giubileo e registrarle nel libro dei romani pontefici: “…profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma”, recita la dichiarazione comune, sottoscritta con il palestinese Munib Yunan, presidente della Federazione Luterana Mondiale. Gli storici lo chiameranno ecumenismo del tango: un transfert dalle atmosfere creole a quelle scandinave, un allungo dal Baltico al Rio de la Plata. Rinunciando ai giri di valzer dei teologi, che la prendono alla larga, e avanzando barre a dritta in uno spazio stretto, come nelle milonghe di Buenos Aires. Buttandosi avanti e sapendo di non poter tornare indietro, in ossequio alle regole del ballo: “…abbiamo una nuova opportunità… Non possiamo rassegnarci alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi”. Con il suo paso doble, Bergoglio si spinge verso traguardi che a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sarebbero preclusi, scontando il peccato originale di un pregiudizio etnico – geografico: degli ortodossi russi all’indirizzo del papa polacco e dei protestanti tedeschi nei confronti del pontefice bavarese. Due derby, uno tra slavi e l’altro fra teutonici, nei quali le difese hanno avuto buon gioco in interdizione, stoppando le geometrie di Ratzinger, l’austero, e le acrobazie di Wojtyla, il condottiero. Ma non le fantasie palla a terra di Francesco, il manovriero. Realista e concreto quanto basta per puntare al risultato e portarlo a casa, prima del novantesimo, che stavolta coincide con la duplice chiusura, il 20 novembre, di Anno Santo e anno liturgico, nella domenica di Cristo Re: giorno in cui stilerà bilanci e tirerà somme. Disposto a scoprirsi, a cedere terreno e a prendere gol persino, ma determinato, infine, a metterne a segno uno in più: come in febbraio a Cuba, quando pur d’incontrare Kirill, il patriarca russo, ha siglato con lui una sorta di “Yalta religiosa”. Un accordo di desistenza che impegna le due chiese a non arruolare proseliti e a non evangelizzare, de facto, nelle altrui zone di influenza, dove Giovanni Paolo II aveva posizionato, a presidio, i propri vescovi, con la consegna di marcare a uomo. E come oggi a Lund, quando non si è limitato a riabilitare Lutero, ma lo ha celebrato e addirittura è sembrato che stesse per annoverarlo tra i beati, con tempismo perfetto e significativo, nella vigilia della solennità di Ognissanti. Un passo che Benedetto XVI non avrebbe mai compiuto, vedendo nella riforma protestante, notoriamente, il primo ciak e l’incipit della deriva relativista del pensiero moderno. Valutazioni che Bergoglio condivide sul piano scientifico, come dimostrano i suoi scritti argentini, ma che sbiadiscono e svaniscono in un quadro geopolitico, da quando è asceso al soglio petrino. Paradosso in virtù del quale il primo Papa della Compagnia di Gesù, nata segnatamente allo scopo di contrastare il protestantesimo, trova nel nemico di sempre un alleato, impensato più che insperato. Come nei film dei supereroi, quando i protagonisti depongono antiche, anacronistiche rivalità per fronteggiare un gigante tecnologico, partorito dalla scienza e intenzionato a scalzare la loro primazia, elevando il relativismo a dogma di fede. Oppure, ipotesi ancora più terrificante, un Jurassic World delle religioni, dove i vecchi dinosauri del cattolicesimo, del luteranesimo e dell’ortodossia smettono di combattersi a vicenda per scongiurare una temibile mutazione genetica: una nuova specie aggressiva, uscita dal crogiuolo della storia e in grado di travolgerle, anzi di stravolgerle, deformandone mission e vision. Oggi, esattamente come cinquecento anni fa, l’Europa è infatti teatro dello scontro tra due cristianesimi. Con una differenza di fondo, però, che attiene al DNA, poiché la disputa, questa volta, non verte sul conflitto tra coscienza e autorità, quanto piuttosto tra uguaglianza e identità. Da un lato un cristianesimo identitario: che dopo essere stato liberato dai muri ne costruisce di nuovi, alzando il vessillo e vestendo la corazza di una fede anabolizzata e gonfia di proclami, fuori, ma sterilizzata e vuota di linfa evangelica, dentro. Dall’altro il cristianesimo egalitario, che riconosce in Bergoglio la sua bandiera e lo segue tra l’esultanza dei fedeli e la riluttanza dei governi, preoccupati di dover pagare un prezzo politico. Una tenzone che non risparmia, in prospettiva, neppure le rive della Svezia felix, dove il partito xenofobo lambisce il 15 per cento. Fenomeno che ha indotto socialisti e moderati a correre ai ripari, congelando il patto di unità nazionale fino al 2022: una scadenza inconcepibile al sole del Mediterraneo, dove le maggioranze si sciolgono in un baleno.
“Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo”. Profughi e i migranti, agli occhi del Pontefice, compongono dunque il banco di prova e la frontiera, mobile, del movimento ecumenico, dove si attesta il cammino comune e si testano i cromosomi, la fisionomia delle chiese cristiane.
“Come posso avere un Dio misericordioso?”. La misericordia divina, tormento di Lutero, che in sede speculativa divise in due la cristianità del secondo millennio, diviene, alle soglie del terzo, strumento di rinnovata unità operativa: “Senza questo servizio al mondo e nel mondo, la fede cristiana è incompleta”. Sul set bergmaniano del posto delle fragole, Bergoglio raccoglie i frutti del lavoro avviato cinquant’anni orsono e chiude, al tempo stesso, un ciclo produttivo, trasferendo la pianta dell’ecumenismo dalla serra protetta della teologia, dove tutto appare chiaro e incontaminato, alla selva oscura del mondo globalizzato. In un groviglio a crescita continua che rende arduo discernere il grano dalla zizzania. Nelle latitudini del grande Nord, il Papa del profondo Sud, in definitiva, è venuto a cercare d’autunno la primavera. E a invertire le stagioni della storia. Consapevole, in un’ottica gesuitica e cinematografica, “che il passato non si può cambiare, ma che la memoria, e il modo di fare memoria, possono essere trasformati”.”
Intervista piuttosto lunga, ma utile per capire lo spirito con cui oggi il papa si reca in Svezia. E’ ad opera di Ulf Jonsson ed è pubblicata su La Civiltà Cattolica.
“Durante un incontro dei direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù, a metà giugno, ho espresso a p. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, un desiderio che avevo nel cuore da tempo: intervistare papa Francesco alla vigilia del suo viaggio apostolico in Svezia, 31 ottobre 2016, per partecipare alla commemorazione ecumenica dei 500 anni della Riforma luterana. Pensavo che un’intervista fosse il modo migliore per preparare il Paese al messaggio che il Pontefice avrebbe indirizzato alla gente durante la sua visita. In quanto direttore della rivista culturale dei gesuiti svedesi Signum, ho pensato che questo obiettivo entrasse a pieno titolo nella nostra missione. L’ecumenismo — così come il dialogo tra le religioni e anche con i non credenti — sta molto a cuore al Papa. Lo ha fatto comprendere in molti modi. Ma soprattutto egli stesso è un uomo di riconciliazione. Francesco è profondamente convinto che gli uomini debbano superare barriere e steccati, di qualunque genere essi siano. Crede in quella che definisce la «cultura dell’incontro». E questo perché tutti possano cooperare al bene comune dell’umanità. Volevo che questa visione di Francesco potesse toccare la mente e il cuore di molti prima dell’arrivo del Papa in Svezia: l’intervista sarebbe stata il mezzo migliore per raggiungere tale obiettivo. Questo ho detto a p. Spadaro, col quale ho proseguito la riflessione fino ad agosto, quando insieme siamo arrivati alla conclusione che era davvero opportuno presentare al Pontefice questa richiesta in modo che potesse decidere se realizzarla o meno. Il Papa ha preso del tempo per riflettere sulla sua opportunità. Alla fine la risposta è stata positiva e ci ha dato un appuntamento a Santa Marta, sabato 24 settembre scorso, nel tardo pomeriggio. Era un giorno davvero gradevole per la temperatura e la luminosità del cielo. Attraversando il traffico di Roma in macchina con p. Spadaro, mi sentivo ansioso, ma contento. Siamo arrivati a Santa Marta 15 minuti prima del previsto. Pensavamo di attendere, e invece siamo stati subito invitati a salire al piano dove il Papa ha la sua stanza. Quando l’ascensore si è aperto, ho visto una guardia svizzera che ci ha salutati con cortesia. Sentivo la voce del Papa parlare cordialmente con altre persone in lingua spagnola, ma non lo vedevo. A un certo punto è apparso con due persone, dialogando amabilmente. Ha salutato me e p. Spadaro con un sorriso, indicandoci di entrare nella sua camera: lui sarebbe arrivato a momenti. Sono rimasto colpito da questa semplice e calda familiarità nell’accoglienza. Ci era stato detto in portineria che il Papa aveva avuto una giornata senza sosta e, dunque, pensavo che fosse stanco a fine giornata. E invece mi ha molto colpito vederlo così pieno di energia e rilassato. Il Papa è entrato nella sua camera e ci ha invitato a sederci dove preferivamo. Io mi sono seduto su una poltrona, e così anche p. Spadaro si è seduto di fronte a me. Il Papa si è seduto sul divano in mezzo alle due poltrone. Ho voluto presentarmi nel mio italiano non ricco, ma sufficiente per capire e per dialogare con semplicità. Dopo qualche battuta del Papa abbiamo acceso i registratori e iniziato la conversazione. P. Spadaro aveva tradotto dall’inglese alcune domande che volevo fare al Papa e che quindi avevo preparato, ma poi la conversazione tra noi tre è fluita naturalmente, in un’atmosfera amichevole e senza distanze artificiose. Soprattutto è stata schietta e diretta, senza giri di parole e senza quell’atmosfera tipica degli incontri con grandi leader o persone di riguardo. Non ho più alcun dubbio sul fatto che papa Francesco ami la conversazione, comunicare con gli altri. Qualche volta prende tempo per riflettere prima di rispondere, e le sue risposte trasmettono sempre un senso di coinvolgimento serio, ma non pesante o triste. Anzi, durante la nostra visita ha dato più volte segni del suo umorismo. Santo Padre, il 31 ottobre Lei visiterà Lund e Malmö per partecipare alla Commemorazione ecumenica dei 500 anni della Riforma, organizzata dalla Federazione Luterana Mondiale e dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Quali sono le sue speranze e le sue attese per questo storico evento? A me viene da dire una sola parola: avvicinarmi. La mia speranza e la mia attesa sono quelle di avvicinarmi di più ai miei fratelli e alle mie sorelle. La vicinanza fa bene a tutti. La distanza invece ci fa ammalare. Quando ci allontaniamo, ci chiudiamo dentro noi stessi e diventiamo monadi, incapaci di incontrarci. Ci facciamo prendere dalle paure. Bisogna imparare a trascendersi per incontrare gli altri. Se non lo facciamo, anche noi cristiani ci ammaliamo di divisione. La mia attesa è quella di riuscire a fare un passo di vicinanza, a essere più vicino ai miei fratelli e alle mie sorelle che vivono in Svezia. In Argentina i luterani compongono una comunità piuttosto ristretta. Lei ha avuto modo di avere contatti diretti con loro nel passato?
Anders Ruuth
Sì, abbastanza. Ricordo la prima volta che sono andato in una chiesa luterana: è stato proprio nella loro sede principale in Argentina, nella calle Esmeralda, a Buenos Aires. Avevo 17 anni. Mi ricordo bene quel giorno. Si sposava un mio compagno di lavoro, Axel Bachmann. Lui era lo zio della teologa luterana Mercedes García Bachmann. E anche la mamma di Mercedes, Ingrid, lavorava nel laboratorio dove lavoravo io. Quella era la prima volta che assistevo a una celebrazione luterana. La seconda volta è stata un’esperienza più forte. Noi gesuiti abbiamo la Facoltà di Teologia a San Miguel, dove io insegnavo. Lì vicino, a meno di 10 km di distanza, c’era la Facoltà di Teologia luterana. Il rettore era un ungherese, Leskó Béla, davvero un brav’uomo. Con lui avevo rapporti molto cordiali. Io ero professore e avevo la cattedra di Teologia spirituale. Ho invitato il professore di Teologia spirituale di quella Facoltà, uno svedese, Anders Ruuth, a tenere insieme a me lezioni di spiritualità. Ricordo che quello era un momento davvero difficile per la mia anima. Io ho avuto molta fiducia in lui e gli ho aperto il mio cuore. Lui mi ha molto aiutato in quel momento. Poi è stato inviato in Brasile — conosceva bene anche il portoghese — e quindi è tornato in Svezia. Lì ha pubblicato la sua tesi di abilitazione sulla «Chiesa universale del Regno di Dio», che era sorta in Brasile alla fine degli anni Settanta. Era una tesi critica. L’aveva scritta in svedese, ma aveva un capitolo in inglese. Me la inviò e io lessi quel capitolo in inglese: era un gioiello. Poi è passato del tempo… Nel frattempo sono diventato vescovo ausiliare di Buenos Aires. Un giorno venne a farmi visita in episcopio l’allora arcivescovo primate di Uppsala. Il card. Quarracino non c’era. Lui mi ha invitato alla loro Messa nella calle Azopardo, nella Iglesia Nórdica di Buenos Aires, che prima era chiamata «Chiesa svedese». A lui ho parlato di Anders Ruuth, il quale poi è tornato ancora una volta in Argentina per celebrare un matrimonio. In quella occasione ci siamo rivisti, ma fu l’ultima: uno dei suoi due figli, il musicista — l’altro era medico —, un giorno mi chiamò per dirmi che era morto. Un altro capitolo dei miei rapporti con i luterani riguarda la Chiesa di Danimarca. Ho avuto un bel rapporto col pastore di allora, Albert Andersen, che adesso è negli Stati Uniti. Lui mi ha invitato due volte a fare una predica. La prima era in un contesto liturgico. In quella occasione fu molto delicato: per evitare di creare imbarazzo circa la partecipazione alla comunione, quel giorno non ha celebrato la Messa, ma un battesimo. Successivamente mi ha invitato a tenere una conferenza ai loro giovani. Ricordo che con lui ho avuto una discussione molto forte a distanza, quando lui era già negli Stati Uniti. Il pastore mi ha rimproverato tanto a causa di quel che avevo detto circa una legge che riguardava problemi religiosi in Argentina. Ma devo dire che mi ha rimproverato con onestà e sincerità, come un vero amico. Quando è tornato a Buenos Aires, sono andato a chiedergli scusa perché in effetti il modo in cui mi ero espresso in quel caso era stato un po’ offensivo. Poi ho avuto anche una grande vicinanza col pastore David Calvo, argentino, della Iglesia Evangélica Luterana Unida. Anche lui era una brava persona. Ricordo inoltre che per il «Giorno della Bibbia», che a Buenos Aires si celebrava a fine settembre, sono tornato nella prima chiesa in cui ero stato da giovane, in calle Esmeralda. E lì ho incontrato Mercedes García Bachmann. Abbiamo tenuto una conversazione. Quello è stato l’ultimo incontro istituzionale che ho avuto con i luterani quando ero arcivescovo di Buenos Aires. Poi invece ho continuato ad avere rapporti con singoli amici luterani a livello personale. Ma l’uomo che ha fatto tanto bene alla mia vita è stato Anders Ruuth: lo penso con tanto affetto e riconoscenza. Quando qui è venuta a trovarmi l’arcivescova primate della Chiesa di Svezia, abbiamo fatto un riferimento a quella amicizia tra noi due. Ricordo bene quando l’arcivescova Antje Jackelén è venuta qui in Vaticano nel maggio 2015 in visita ufficiale: ha fatto un gran bel discorso. L’ho incontrata successivamente anche in occasione della canonizzazione di Maria Elisabeth Hesselblad. Allora ho potuto salutare anche il marito: sono persone davvero amabili. Poi da papa sono andato a predicare nella Chiesa luterana di Roma. Mi hanno molto colpito le domande che mi sono state fatte allora: quella del bambino e quella di una signora sulla intercomunione. Domande belle e profonde. E il pastore di quella chiesa è proprio bravo! Nei dialoghi ecumenici le differenti comunità dovrebbero provare ad arricchirsi reciprocamente con il meglio delle loro tradizioni. Che cosa la Chiesa cattolica potrebbe imparare dalla tradizione luterana? Mi vengono in mente due parole: «riforma» e «Scrittura». Cerco di spiegarmi. La prima è la parola «riforma». All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa. Lutero voleva porre un rimedio a una situazione complessa. Poi questo gesto — anche a causa di situazioni politiche, pensiamo anche al cuius regio eius religio — è diventato uno «stato» di separazione, e non un «processo» di riforma di tutta la Chiesa, che invece è fondamentale, perché la Chiesa è semper reformanda. La seconda parola è «Scrittura», la Parola di Dio. Lutero ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo. Riforma e Scrittura sono le due cose fondamentali che possiamo approfondire guardando alla tradizione luterana. Mi vengono in mente adesso le Congregazioni Generali prima del Conclave e quanto la richiesta di una riforma sia stata viva e presente nelle nostre discussioni. Solo una volta prima di Lei un papa ha visitato la Svezia, Giovanni Paolo II nel 1989. Quello era un tempo di entusiasmo ecumenico e di profondo desiderio di unità tra cattolici e luterani. Da allora il movimento ecumenico sembra avere perso vigore e nuovi ostacoli sono sorti. Come dovrebbero essere gestiti questi ostacoli? Quali sono, a suo giudizio, i mezzi migliori per promuovere l’unità dei cristiani? Chiaramente spetta ai teologi continuare a dialogare e a studiare i problemi: su questo non vi è alcun dubbio. Il dialogo teologico deve proseguire, perché è una strada da percorrere. Penso ai risultati che su questa strada sono stati raggiunti con il grande documento ecumenico sulla giustificazione: è stato un grande passo avanti. Certo, dopo questo passo immagino che non sarà facile andare avanti a causa delle diverse capacità di comprendere alcune questioni teologiche. Ho domandato al patriarca Bartolomeo se era vero quel che si racconta del patriarca Atenagora, cioè che avrebbe detto a Paolo VI: «Andiamo avanti noi e mettiamo i teologi a discutere tra loro su un’isola». Mi ha detto che è una battuta vera. Ma sì, si deve continuare il dialogo teologico, anche se non sarà facile. Personalmente credo anche che si debba spostare l’entusiasmo verso la preghiera comune e le opere di misericordia, cioè il lavoro fatto insieme nell’aiuto agli ammalati, ai poveri, ai carcerati. Fare qualcosa insieme è una forma alta ed efficace di dialogo. Penso anche all’educazione. È importante lavorare insieme e non settariamente. Un criterio dovremmo averlo molto chiaro in ogni caso: fare proselitismo nel campo ecclesiale è peccato. Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione. Il proselitismo è un atteggiamento peccaminoso. Sarebbe come trasformare la Chiesa in una organizzazione. Parlare, pregare, lavorare insieme: questo è il cammino che dobbiamo fare. Vedi, nell’unità quello che non sbaglia mai è il nemico, il demonio. Quando i cristiani sono perseguitati e uccisi, lo sono perché sono cristiani e non perché sono luterani, calvinisti, anglicani, cattolici o ortodossi. Esiste un ecumenismo del sangue. Ricordo un episodio che ho vissuto con il parroco della parrocchia di Sankt Joseph a Wandsbek, Amburgo. Lui portava avanti la causa dei martiri ghigliottinati da Hitler perché insegnavano il catechismo. Sono stati ghigliottinati uno dietro l’altro. Dopo i primi due, che erano cattolici, fu ucciso un pastore luterano condannato per lo stesso motivo. Il sangue dei tre si è mischiato. Il parroco mi disse che per lui era impossibile continuare la causa di beatificazione dei due cattolici senza inserire il luterano: il loro sangue si era mischiato! Ma ricordo anche l’omelia di Paolo VI in Uganda nel 1964, che menzionava insieme, uniti, i martiri cattolici e anglicani. Ho avuto questo pensiero quando anch’io ho visitato la terra d’Uganda. Questo succede anche ai nostri giorni: gli ortodossi, i martiri copti uccisi Libia… È l’ecumenismo del sangue. Quindi: pregare insieme, lavorare insieme e comprendere l’ecumenismo del sangue. Una delle cause maggiori di inquietudine del nostro tempo è la diffusione del terrorismo rivestito di termini religiosi. L’incontro di Assisi ha posto l’accento anche sull’importanza del dialogo interreligioso. Come l’ha vissuto? C’erano tutte le religioni che hanno contatto con Sant’Egidio. Ho incontrato coloro che Sant’Egidio ha contattato: non ho scelto io chi incontrare. Ma erano in tanti, e l’incontro è stato molto rispettoso e senza sincretismo. Tutti insieme abbiamo parlato della pace e abbiamo chiesto la pace. Abbiamo detto insieme parole forti per la pace, che le religioni davvero vogliono. Non si può fare la guerra in nome della religione, di Dio: è una bestemmia, è satanico. Oggi ho ricevuto circa 400 persone che erano a Nizza e ho salutato le vittime, i feriti, gente che ha perso mogli o mariti o figli. Quel pazzo che ha commesso quella strage lo ha fatto credendo di farlo in nome di Dio. Pover’uomo, era uno squilibrato! Con carità possiamo dire che era uno squilibrato che ha cercato di usare una giustificazione nel nome di Dio. Per questo l’incontro di Assisi è molto importante. Ma Lei ha recentemente parlato anche di un’altra forma di terrorismo, quello delle chiacchiere. In che senso e come si fa a vincerlo? Sì, c’è un terrorismo interno e sotterraneo che è un vizio difficile da estirpare. Descrivo il vizio delle mormorazioni e delle chiacchiere come una forma di terrorismo: è una forma di violenza profonda che tutti abbiamo a disposizione nell’anima e che richiede una conversione profonda. Il problema di questo terrorismo è che tutti possiamo metterlo in atto. Ogni persona è capace di diventare terrorista anche semplicemente usando la lingua. Non parlo delle liti che si fanno apertamente, come le guerre. Parlo di un terrorismo subdolo, nascosto, che si fa buttando parole come «bombe», e che fa molto male. La radice di questo terrorismo è nel peccato originale, ed è una forma di criminalità. È un modo per guadagnare spazio per sé distruggendo l’altro. È necessaria, dunque, una profonda conversione del cuore per vincere questa tentazione, e bisogna molto esaminarsi su questo punto. La spada uccide tante persone, ma ne uccide più la lingua, dice l’apostolo Giacomo nel terzo capitolo della sua Lettera. La lingua è un membro piccolo, ma può sviluppare un fuoco di male e incendiare tutta la nostra vita. La lingua si può riempire di veleno mortale. Questo terrorismo è difficile da domare. La religione può essere una benedizione, ma anche una maledizione. I media spesso riportano notizie di conflitti tra gruppi religiosi nel mondo. Alcuni affermano che il mondo sarebbe più pacifico se la religione non ci fosse. Che cosa risponde a questa critica? Le idolatrie che sono alla base di una religione, non la religione! Ci sono idolatrie legate alla religione: l’idolatria dei soldi, delle inimicizie, dello spazio superiore al tempo, la cupidigia della territorialità dello spazio. C’è una idolatria della conquista dello spazio, del dominio, che attacca le religioni come un virus maligno. E l’idolatria è una finta di religione, è una religiosità sbagliata. Io la chiamo «una trascendenza immanente», cioè una contraddizione. Invece le religioni vere sono lo sviluppo della capacità che ha l’uomo di trascendersi verso l’assoluto. Il fenomeno religioso è trascendente e ha a che fare con la verità, la bellezza, la bontà e l’unità. Se non c’è questa apertura, non c’è trascendenza, non c’è vera religione, c’è idolatria. L’apertura alla trascendenza dunque non può assolutamente essere causa di terrorismo, perché questa apertura è sempre unita alla ricerca della verità, della bellezza, della bontà e dell’unità. Lei ha spesso parlato in termini molto chiari della terribile situazione dei cristiani in alcune aree del Medio Oriente. C’è ancora speranza per uno sviluppo più pacifico e umano per i cristiani in quell’area? Io credo che il Signore non lascerà il suo popolo a se stesso, non lo abbandonerà. Quando leggiamo delle dure prove del popolo di Israele nella Bibbia o facciamo memoria delle prove dei martiri, constatiamo come il Signore sia sempre venuto in aiuto del suo popolo. Ricordiamo nell’Antico Testamento l’uccisione dei sette figli con la loro madre nel libro dei Maccabei. O il martirio di Eleazaro. Certamente il martirio è una delle forme della vita cristiana. Ricordiamo san Policarpo e la lettera alla Chiesa di Smirne che ci dà il racconto delle circostanze del suo arresto e della sua morte. Sì, in questo momento il Medio Oriente è terra di martiri. Possiamo senza dubbio parlare di una Siria martire e martoriata. Voglio citare un ricordo personale che mi è rimasto nel cuore: a Lesbo ho incontrato un papà con due bambini. Lui mi ha detto che era tanto innamorato di sua moglie. Lui è musulmano e lei era cristiana. Quando sono venuti i terroristi, hanno voluto che lei si togliesse la croce, ma lei non ha voluto e loro l’hanno sgozzata davanti a suo marito e ai suoi figli. E lui mi continuava a dire: «Io l’amo tanto, l’amo tanto». Sì, lei è una martire. Ma il cristiano sa che c’è speranza. Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani: lo sappiamo da sempre. Lei è il primo papa non europeo da più di 1.200 anni a questa parte, e spesso ha messo in rilievo la vita della Chiesa in regioni considerate «periferiche» del mondo. Dove, secondo Lei, la Chiesa cattolica avrà le sue comunità più vive nei prossimi 20 anni? E in che modo le Chiese d’Europa potranno contribuire al cattolicesimo del futuro? Questa è una domanda legata allo spazio, alla geografia. Io ho allergia a parlare di spazi, ma dico sempre che dalle periferie si vedono le cose meglio che dal centro. La vivacità delle comunità ecclesiali non dipende dallo spazio, dalla geografia, ma dallo spirito. È vero che le Chiese giovani hanno uno spirito più fresco e, d’altra parte, ci sono Chiese invecchiate, Chiese un po’ addormentate, che sembrano essere interessate solamente a conservare il loro spazio. In questi casi non dico che manchi lo spirito: c’è, sì, ma è chiuso in una struttura, in un modo rigido, timoroso di perdere spazio. Nelle Chiese di alcuni Paesi si vede proprio che manca freschezza. In questo senso la freschezza delle periferie dà più posto allo spirito. Bisogna evitare gli effetti di un cattivo invecchiamento delle Chiese. Fa bene rileggere il capitolo terzo del profeta Gioele, lì dove dice che gli anziani faranno sogni e che i giovani avranno visioni. Nei sogni degli anziani c’è la possibilità che i nostri giovani abbiano nuove visioni, abbiano nuovamente un futuro. Invece le Chiese a volte sono chiuse nei programmi, nelle programmazioni. Lo ammetto: so che sono necessari, ma io faccio molta fatica a porre molta speranza negli organigrammi. Lo spirito è pronto a spingerci, ad andare avanti. E lo spirito si trova nella capacità di sognare e nella capacità di profetizzare. Questa per me è una sfida per tutta la Chiesa. E l’unione tra anziani e giovani è per me la sfida del momento per la Chiesa, la sfida alla sua capacità di freschezza. Per questo a Cracovia, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, ho raccomandato ai giovani di parlare con i nonni. La Chiesa giovane ringiovanisce di più quando i giovani parlano con gli anziani e quando gli anziani sanno sognare cose grandi, perché questo fa sì che i giovani profetizzino. Se i giovani non profetizzano, alla Chiesa manca l’aria. La sua visita in Svezia toccherà uno dei Paesi più secolarizzati al mondo. Una buona parte della sua popolazione non crede in Dio, e la religione gioca un ruolo abbastanza modesto nella vita pubblica e nella società. Secondo Lei, che cosa si perde una persona che non crede in Dio? Non si tratta di perdere qualcosa. Si tratta di non sviluppare adeguatamente una capacità di trascendenza. La strada della trascendenza dà posto a Dio, e in questo sono importanti anche i piccoli passi, persino quello da essere ateo ad essere agnostico. Il problema per me è quando si è chiusi e si considera la propria vita perfetta in se stessa, e dunque chiusa in se stessa senza bisogno di una radicale trascendenza. Ma per aprire gli altri alla trascendenza non c’è bisogno di fare tante parole e discorsi. Chi vive la trascendenza è visibile: è una testimonianza vivente. Nel pranzo che ho avuto a Cracovia con alcuni giovani, uno di loro mi ha chiesto: «Che cosa devo dire a un mio amico che non crede in Dio? Come faccio a convertirlo?». Io gli ho risposto: «L’ultima cosa che devi fare è dire qualcosa. Agisci! Vivi! Poi davanti alla tua vita, alla tua testimonianza, l’altro forse ti chiederà perché vivi così». Io sono convinto che chi non crede o non cerca Dio forse non ha sentito l’inquietudine di una testimonianza. E questo è molto legato al benessere. L’inquietudine si trova difficilmente nel benessere. Per questo credo che contro l’ateismo, cioè contro la chiusura alla trascendenza, valgano davvero solamente la preghiera e la testimonianza. I cattolici in Svezia sono una piccola minoranza, e per lo più composta da immigranti da varie nazioni del mondo. Lei incontrerà alcuni di loro celebrando la Messa a Malmö il 1° novembre. Come vede il ruolo dei cattolici in una cultura come quella svedese? Vedo una sana convivenza, dove ognuno può vivere la propria fede ed esprimere la propria testimonianza vivendo uno spirito aperto ed ecumenico. Non si può essere cattolici e settari. Bisogna tendere a stare insieme agli altri. «Cattolico» e «settario» sono due parole in contraddizione. Per questo all’inizio non prevedevo di celebrare una Messa per i cattolici in questo viaggio: volevo insistere su una testimonianza ecumenica. Poi ho riflettuto bene sul mio ruolo di pastore di un gregge cattolico che arriverà anche da altri Paesi vicini, come la Norvegia e la Danimarca. Allora, rispondendo alla fervida richiesta della comunità cattolica, ho deciso di celebrare una Messa, allungando il viaggio di un giorno. Infatti volevo che la Messa fosse celebrata non nello stesso giorno e non nello stesso luogo dell’incontro ecumenico per evitare di confondere i piani. L’incontro ecumenico va preservato nel suo significato profondo secondo uno spirito di unità, che è il mio. Questo ha creato problemi organizzativi, lo so, perché sarò in Svezia anche nel giorno dei Santi, che qui a Roma è importante. Ma pur di evitare fraintendimenti, ho voluto che fosse così. Lei è un gesuita. Sin dal 1879 i gesuiti hanno svolto le loro attività in Svezia con parrocchie, esercizi spirituali, la rivista «Signum» e, negli ultimi 15 anni, grazie all’Istituto universitario «Newman». Quali impegni e quali valori dovrebbero caratterizzare l’apostolato dei gesuiti oggi in questo Paese? Credo che il primo compito dei gesuiti in Svezia sia quello di favorire in ogni modo il dialogo con coloro che vivono nella società secolarizzata e con i non credenti: parlare, condividere, comprendere, stare accanto. Poi chiaramente occorre favorire il dialogo ecumenico. Il modello per i gesuiti svedesi deve essere san Pietro Favre, che era sempre in cammino e che era guidato da uno spirito buono, aperto. I gesuiti non abbiano una struttura quieta. Bisogna avere il cuore inquieto e avere strutture, sì, ma inquiete. Chi è Gesù per Jorge Mario Bergoglio? Gesù per me è Colui che mi ha guardato con misericordia e mi ha salvato. Il mio rapporto con Lui ha sempre questo principio e fondamento. Gesù ha dato senso alla mia vita di qui sulla terra, e speranza per la vita futura. Con la misericordia mi ha guardato, mi ha preso, mi ha messo in strada… E mi ha dato una grazia importante: la grazia della vergogna. La mia vita spirituale è tutta scritta nel capitolo 16 di Ezechiele. Specialmente nei versetti finali, quando il Signore rivela che avrebbe stabilito la sua alleanza con Israele dicendogli: «Tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto». La vergogna è positiva: ti fa agire, ma ti fa capire qual è il tuo posto, chi tu sei, impedendo ogni superbia e vanagloria. Una parola finale, Santo Padre, su questo viaggio in Svezia… Quello che mi viene spontaneo da aggiungere adesso è semplice: andare, camminare insieme! Non restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste non c’è possibilità di riforma. * * * Il Papa, p. Spadaro ed io abbiamo trascorso insieme in conversazione circa un’ora e mezzo. Alla fine Francesco ci ha accompagnati all’ascensore. Ci ha raccomandato di pregare per lui. Le porte si sono chiuse mentre lui ci salutava con la mano e con un sorriso radioso che mai dimenticherò. Fuori era già buio. La cupola di San Pietro, illuminata, rivelava il suo splendore mentre salivamo in macchina per tornare in tempo per la cena nella comunità di Civiltà Cattolica”.
Giulio Giorello presenta il nuovo libro del filosofo spagnolo Fernando Savater sulle pagine de La Lettura. Pungente, acuto, stimolante.
Fernando Savater
«Ci sono voluti sessant’anni per farci accettare quello che Newton aveva dimostrato; incominciamo appena adesso a salvare la vita dei nostri bambini col vaccino; non applichiamo che da poco tempo i giusti principi dell’agricoltura: quando cominceremo ad applicare i giusti principi dell’umanità?». Così Voltaire scriveva in una pagina del suo Trattato sulla tolleranza, pubblicato nel dicembre del 1763. Il 9 marzo dell’anno precedente a Tolosa era stato messo a morte il protestante Jean Calas, che una giuria aveva ritenuto colpevole della morte di un figlio «impiccato dal padre stesso» perché aveva espresso l’intenzione di tornare alla fede cattolica. Voltaire si era convinto presto che quella condanna era l’ennesimo mostruoso errore giudiziario ispirato dal fanatismo manifestato dalla maggioranza cattolica della città. Nello stesso tempo aveva compreso il peso di quella che oggi chiamiamo opinione pubblica sulla vita dei singoli cittadini. Doveva scrivere nell’opera di teatro Olimpia il verso: «L’opinione fa tutto; è lei che ti ha condannato».
Voltaire visto da Nicolas de Largillière (1724-25)
Poteva sembrare una resa, era invece l’inizio di una nuova battaglia. Nel giugno del 1764 aveva visto la luce il Dizionario filosofico portatile, che tutto era tranne che un dizionario nel senso usuale del termine; piuttosto un’arma filosofica contro i disastri prodotti da pregiudizi e superstizioni, disponibile per qualsiasi tipo di lettori, per il fatto che era trasportabile e facilmente consultabile, al contrario dei grandi volumi di «metafisica» destinati a una ristretta cerchia di eruditi. Nella voce «Miracoli» del Dizionario si legge: «Un miracolo è la violazione delle leggi matematiche, divine, immutabili, eterne. Solo per questa definizione, un miracolo è una contraddizione in termini: una legge non può essere immutabile e violata»; e perché mai «per favorire gli uomini Dio dovrebbe alterare ciò che ha stabilito per tutti i tempi e per tutti i luoghi? I suoi favori sono già nelle sue stesse leggi». E nella voce «Abramo» (che apre la prima edizione) Voltaire diceva che era uno di quei personaggi «come Thot tra gli Egizi, l’antico Zoroastro in Persia, Ercole in Grecia, Orfeo in Tracia, Odino presso i popoli del Settentrione, che sono più noti per la loro fama che non per una storia ben accertata». Bastava questo perché all’epoca l’opera di Voltaire fosse considerata un libro uscito «dal torchio di stampa di Belzebù!». E oggi? «È mercé dunque alla filosofia/ che in Europa vi son più lumi che pria,/ i mortali sono meno inumani,/ l’acciaio è spuntato, i fuochi lontani», verseggiava lo stesso Voltaire. Anche per merito suo il fanatismo sarebbe stato costretto a cessare guerre e roghi; però c’è da dubitare che sia davvero così. Fernando Savater, uno dei maggiori intellettuali spagnoli contemporanei, nel suo Voltaire contro i fanatici (Laterza) si chiede «che cosa ci resta veramente di Voltaire? Ci resta l’esempio della sua militanza, (…) che non mirava semplicemente a modificare la nostra comprensione del mondo o la condotta individuale del saggio nel mondo, ma a modificare il mondo stesso (…); nessuno prima di lui si era accorto con tanta chiarezza della forza rigeneratrice che le idee possono esercitare sull’opaca e logora struttura della società». Savater sottopone al lettore agili estratti dalle opere di Voltaire che illustrano la necessità di «separare ogni tipo di religione da qualunque genere di governo», in modo che «la religione non debba essere questione di stato in misura maggiore che la cucina». E i filosofi debbono «lavorare alla vigna e schiacciare l’infame». Gli infami sono i tanti «scellerati devoti» che impongono la condanna di opinioni e forme di vita diverse dalle loro. Soprattutto in questioni «spirituali». «Quanto più divina è la religione cristiana, tanto meno spetta all’uomo imporla; se Dio l’ha fatta, Dio la sosterrà senza di voi». Per Savater sono ancora troppi i fanatici che hanno «l’hobby di uccidere». Resistere a costoro che ancora si sentono «crudeli come dèi», è importante oggi come all’epoca di Calas. E smettiamola di credere che l’immenso universo sia stato fatto da un nostro Dio solo per noi. Noi siamo piccolissimi atomi, «i cui occhi guidati dal pensiero hanno però osservato la Luna».
Il filosofo di origini tedesche Leo Strauss (divenuto statunitense dopo la fuga dalla Germania nazista) è al centro di un articolo di Mauro Bonazzi apparso domenica su La Lettura, l’inserto settimanale del Corriere della Sera. Vi si tocca il pensiero di Baruch Spinoza con qualche riferimento a quello di Friedrich Nietzsche. In rete l’articolo si può reperire sul blog dell’Associazione culturale Amore e Psiche.
“Nietzsche ospite (inatteso) di Spinoza La morte di Dio libera l’uomo o lo priva di ogni senso etico? Due classici visti da Leo Strauss nella crisi della modernità. Resta incerto l’esito del conflitto tra ragione e rivelazione. La fragilità degli ideali illuministi alla luce della terribile catastrofe di Weimar Ci si chiede sempre cosa sia un classico. Leo Strauss non avrebbe avuto dubbi: è chi aiuta a capire i problemi. Come Baruch Spinoza, ad esempio. Strauss gli si era avvicinato quasi per caso, su invito dell’Accademia per le Scienze del Giudaismo. Non se ne allontanò più. La ragione della lunga frequentazione è facile da intuire: chi meglio di Spinoza, emarginato dalla sua comunità per l’empietà delle dottrine professate, il pensatore radicale per eccellenza, poteva servire come guida per indagare il grande problema della modernità, lo scontro tra religione e filosofia (e scienza)? Lo Spinoza del Trattato teologico-politico è colui che più decisamente si era scagliato contro il principio di autorità e dunque la Rivelazione. Ma neppure lui era riuscito a riportare una vittoria definitiva. Quello che rende il suo attacco così interessante agli occhi di Strauss è il fallimento: neanche Spinoza è riuscito a dimostrare la superiorità di filosofia e scienza rispetto alle verità rivelate. Certo, riconosce Strauss, filosofia e scienza godono ormai di maggior prestigio, nel discorso pubblico, rispetto alle tradizioni religiose. Nel mondo disincantato (il riferimento corre ovviamente a Max Weber) in cui viviamo non c’è più posto per miracoli e profeti. Ma il maggior prestigio di filosofia e scienza rispetto alla religione non si fonda sulle basi solide di una confutazione autentica. Perché se è vero che la Rivelazione non riesce a sottomettere la filosofia, non meno vero è che la filosofia non riesce a debellare la Rivelazione: dimostrare (per via di ragionamento o ricorrendo all’esperienza concreta) che Dio non esiste è impossibile. Così come è impossibile dimostrare che esiste (è un fatto di fede, non di argomentazioni). Ed è questo che importa a Strauss: la persistenza della tensione tra due modi di considerare la realtà, diversi e incompatibili; è lo scontro tra Atene e Gerusalemme, come scriverà negli anni della maturità. Ma già in quegli anni giovanili, l’analisi di Spinoza lo aveva aiutato a capire che la questione decisiva, in questo scontro, riguardava la (presunta) autonomia della ragione. Il progetto della modernità, che si propaga fino ai nostri giorni, si fonda sulla convinzione che la ragione umana basti per rendere adeguatamente conto della realtà, permettendoci di costruire un mondo di pace e benessere. Il progetto è nobile e ambizioso. Ma anche realizzabile? Strauss aveva iniziato le sue letture nel pieno della crisi di Weimar: una bella espressione, la Repubblica di Weimar, degli ideali illuministici, che però stava implodendo di fronte a una realtà che si rivelava più complicata, refrattaria a farsi irreggimentare secondo schemi e categorie moderni. Non sono diversi i problemi che stiamo affrontando oggi. Intanto Strauss era finito esule, come molti altri, ebrei e non solo. Il testamento di Spinoza (Mimesis) contiene la prima traduzione italiana dei saggi che Strauss era venuto scrivendo su questo tema tra il 1924 e il 1932, a completamento dell’opera principale La critica della religione in Spinoza, uscita nel 1930, e chiarisce alcuni punti decisivi della sua interpretazione. In particolare, questi lavori aiutano a meglio comprendere l’importanza della presenza di un ospite inatteso, a cui Strauss continuamente pensa quasi mai nominandolo. Friedrich Nietzsche. Senza di lui non si può capire che cosa sia davvero in gioco. L’ateismo di Spinoza (perché a questo conduceva il suo razionalismo radicale) nasceva con un intento liberatorio, facendo propria la battaglia di Epicuro contro la paura degli dèi. Dobbiamo liberarci di Dio per smettere di vivere nel terrore, e tornare a guardare serenamente il mondo che ci circonda; seguendo le leggi della natura, non asserviti alla minaccia del peccato. Con Nietzsche si comprende che il vero problema è un altro: come pensare a un mondo senza Dio? Questa è la sfida a cui la rivoluzione scientifica, di cui sia Nietzsche sia Spinoza erano convinti sostenitori, ci invita. Liberati dal giogo degli dèi, gli uomini si sono fatti padroni del loro destino. Per farne cosa? Il Dio biblico, il creatore del cielo e della terra, era anche il garante dell’esistenza del bene e del male. Nell’universo retto dalla provvidenza divina vigeva la fiducia che esistessero valori oggettivi come il bene o la giustizia, a cui rifarci per le nostre decisioni. La morte di Dio mette in crisi la fondatezza di questa convinzione: dove contano solo le leggi fisiche di causa ed effetto ha senso parlare ancora di bene o male? Qualche anno fa Leo Strauss ha goduto di un’improvvisa notorietà, diventando oggetto di critiche veementi e adesioni incondizionate, in un clima quasi da stadio (soprattutto negli Usa). Questo perché si riteneva che il suo pensiero politico stesse alla base dell’ideologia neo-conservatrice della presidenza di George W. Bush. Molti suoi allievi, in effetti, hanno occupato cariche di rilievo nell’amministrazione repubblicana. Ma le interpretazioni solo politiche della sua filosofia sono inutilmente riduttive. Il suo interesse è altrove: in un pensiero inattuale, capace di illuminare le questioni del presente grazie a una ripresa degli antichi — gli ultramoderni, li chiamava lui. Sono celebri le due definizioni aristoteliche dell’essere umano: l’animale razionale e l’animale politico. Per natura tendiamo tutti al sapere, si legge all’inizio della Metafisica: conoscere, trovare il senso di ciò che siamo e di ciò che ci circonda, esprime un aspetto essenziale della nostra natura. Ma, a differenza di tanti altri animali, non possiamo vivere da soli, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri: siamo politici nel senso che viviamo sempre insieme (questa è la Politica). Sembra banale ma non lo è, perché desiderio di conoscenza e rispetto delle norme etico-politiche non sempre vanno d’accordo. Oggi lo sappiamo fin troppo bene. La ricerca scientifica procede impavida verso scoperte sempre più meravigliose, offrendoci possibilità fino a poco tempo fa impensabili. Che uso fare però di queste scoperte? Ci sono dei limiti per la ricerca? E chi li stabilisce? Con altri termini, discutendo di vita contemplativa (dedicata alla conoscenza) e di vita attiva (dedicata alla politica), sono gli stessi problemi di cui si preoccupava Aristotele, seguito dai filosofi medievali che avrebbero poi influenzato Spinoza (l’ultimo degli ultramoderni, in fondo, perché consapevole di questa tensione insormontabile). L’impulso inestirpabile a conoscere che caratterizza i sapienti, nella misura in cui mette in discussione tutti i valori su cui si fonda la città, non rischia di essere eversivo? Forse che Socrate è stato condannato giustamente? Sono domande inquietanti, che almeno ci aiutano a chiarire la portata dei problemi — di problemi che sembrano scontati e che poi si scoprono d’impervia risoluzione. A questo servono i classici, come ha insegnato Leo Strauss, e per questo conviene continuare a leggerli.”
Un articolo breve ma intenso di Christian Albini sul Cantico dei Cantici.
“Mi baci con i baci della tua bocca! Sì, i tuoi abbracci mi eccitano più del vino. (Cantico dei cantici 1,2) Molti potrebbero rimanere sorpresi nel sapere che queste parole aprono un libro che fa parte della Bibbia ed è intriso d’immagini di amore terreno ed erotismo. Proprio per questo la sua inclusione nell’elenco dei libri biblici è stata fortemente dibattuta tra i maestri ebrei del I secolo d.C. e fu il parere autorevole di rabbi Aqiva (il “capo di tutti i saggi” secondo il Talmud) a farlo accettare: “Il mondo intero non vale il giorno in cui il Cantico dei cantici è stato donato a Israele, perché tutte le Scritture sono sante, ma il Cantico dei cantici è il Santo dei santi”. Tradizionalmente, la lettura ebraica vede in questo testo una celebrazione dell’amore tra Dio e il popolo d’Israele che gli interpreti cristiani hanno compreso piuttosto come allegoria dell’amore tra Cristo e la chiesa. E’ da meno di un secolo che il pendolo ha cambiato direzione e si è cominciato a leggere il Cantico non più in chiave prevalentemente spirituale, ma in primo luogo come canto dell’amore erotico umano. Il segno di questo cambiamento è stato dato da una delle lettere dal carcere di Dietrich Bonhoeffer, risalente al 1944: Vorrei leggere il Cantico dei cantici come un cantico d’amore terreno. Probabilmente questa è la migliore interpretazione cristologica. Attenzione: Bonhoeffer non parla di un’interpretazione esegetica, da studioso della Bibbia – anche se gli stessi esegeti hanno ormai imboccato questa strada – bensì di un’interpretazione cristologica: riconoscendo nel Cantico un testo sull’amore terreno si arriva a comprendere Cristo e, viceversa, a partire da Cristo comprendiamo il Cantico come tale. La fede in Cristo è nel segno dell’incarnazione: Dio che assume la nostra umanità, la fa propria con tutta la sua dimensione corporea, affettiva e sensuale. Gesù non ha esercitato quest’ultima nel rapporto con una donna, ma l’ha comunque vissuta in pienezza. Ed è così che ci ha narrato Dio, ce lo ha rivelato. L’amore terreno, perciò, con la sua connotazione sessuale ci può avvicinare a Dio, può parlarci di Lui, e allo stesso tempo la fede educa la nostra capacità di amare, la orienta verso il suo vertice. Non c’è vissuto di fede estraneo al corpo e non c’è spiritualità estranea al corpo. Sì, si è operato un capovolgimento: se tutta la tradizione ebraica e cristiana aveva letto il Cantico in modo “spirituale”, nell’ultimo secolo appare vincente nella maggior parte degli esegeti una sua interpretazione umana, erotica, mentre sono rarissimi i commenti coerenti con la tradizione. E poi la Bibbia è diventata “il grande codice” e tutti possono interpretarla… Giovanni Paolo II nel suo magistero più volte è andato al Cantico per leggere in esso la bellezza creaturale, voluta da Dio, del corpo, della differenza sessuale, dell’amore e del piacere. Lo scrive Enzo Bianchi introducendo una splendida antologia delle letture del Cantico da Origene ai giorni nostri (Il più bel canto d’amore, Qiqajon). Nel leggere questo testo, tornando a Bonhoeffer, scopriamo l’amore come cantus firmus rispetto al quale l’amore terreno risulta una voce di contrappunto. L’uno non indebolisce l’altro, gli lascia la sua autonomia ed è in relazione con esso: stanno assieme, suonano assieme senza distaccarsi. E’ solo quando ci troviamo in questa polifonia che la vita raggiunge la sua totalità.”
Sto pian piano conoscendo alunne e alunni di prima. Stiamo lavorando sull’identità, su chi siamo e sul fatto di chiederselo. Chi sono io? Chi sei tu? Poco fa mi sono imbattuto in un passo di Esiodo e mi è venuto in mente che troppe volte la risposta a quelle domande si riduce al cosa faccio o cosa ho fatto, solitamente utilizzata per farmi apprezzare dagli altri. Ti sciorino i successi, così da mostrarti che valgo, anche senza dire chi sono. Siamo forse un po’ figli del tristissimo titolo della trasmissione tv “Tù sì que vales!” e facciamo fatica a scavare in profondità la nostra essenza, fermandoci così alla superficie, destinata alla caducità. Il passo di Esiodo? E’ tratto dal Libro XV delle Metamorfosi: “Finirà il giorno e Febo immergerà nelle profondità del mare i suoi cavalli stanchi, prima ch’io possa elencare con la parola tutto ciò che assume un nuovo aspetto. Mutano i tempi, lo vediamo: così in un luogo popoli diventano potenti, in un altro decadono. Così Troia fu grande per ricchezze e uomini, e per un decennio poté versare un fiume di sangue: ora, rasa al suolo, non mostra che antiche rovine e, come uniche ricchezze, le tombe degli avi. Famosa fu Sparta, potente la grande Micene, e così la rocca di Cecrope e quella di Anfione. Sparta è terra desolata, l’altera Micene è caduta; Tebe, la città di Edipo, al di fuori del mito, che cos’è? E di Atene, la città di Pandione, al di fuori del nome, cosa resta?”.