“Ho portato questa collana che rappresenta la bandiera dell’Albania, l’aquila a due teste perché sono nata in Italia ma ho origini albanesi e mi sento più albanese che italiana. Come la maggior parte delle persone che hanno origini diverse da quelle italiane, c’è sempre stato qualcuno che scherzava o prendeva in giro per queste origini, ma non mi sono mai vergognata per questo motivo, anzi. Quando vado in Albania, quasi ogni estate, mi sento proprio bene, spensierata e allegra, anche perché là ci sono tutti i nonni e due delle mie zie: là ci ritroviamo con la maggior parte dei miei cugini e ogni anno impariamo a conoscerci meglio, ad apprezzare i cibi, le abitudini, le tradizioni. Anche la lingua, sin da piccola, sono sempre stata io a volerla imparare: sentivo i miei genitori parlarla ed ero molto curiosa di capire e conoscere. Questo è come il mio portafortuna”.
Sento le parole di G. (classe seconda) e provo a interiorizzarle. Quello che sento è qualcosa che mi lega ad una terra, all’infanzia, alle esperienze vissute, alle lingue parlate, alle tradizioni che hanno segnato la mia vita e che mi fanno pensare al Friuli e all’Italia. Prima al Friuli, poi all’Italia. Prima o poi troverò il tempo di analizzare tutto questo.
“Ho deciso di portare due canzoni: una mi è venuta in mente subito, appena proposto questo lavoro, l’altra la ascolto di continuo da due giorni pensando all’attualità.La prima è Ordinary man di Ozzy Osbourne, un singolo uscito nel gennaio del 2020, cantato insieme ad Elton John, il quale accompagna anche con il pianoforte. Il brano vede alla voce gli stessi Ozzy ed Elton, alla chitarra Slash (GNR), al basso Duff McKagan (GNR), e alla batteria Chad Smith (RHCP). E’ una reunion di leggende dal passato piuttosto travagliato. Si pensa che la canzone sia un testamento di Ozzy dove parla del suo passato, non proprio lucido e scorrevole. Durante la sua vita ha fatto abuso di alcol e droghe di tutti i tipi. Ha abbandonato la scuola a 15 anni, praticato furti, viene accusato di omicidio, finisce in galera per qualche settimana, ubriaco fradicio urina sul memoriale di Fort Alamo, dal palco raccoglie un pipistrello che credeva finto e con un morso gli stacca la testa (scoprendo poi con orrore che non era poi così tanto finto…), dopo il licenziamento dai Black Sabbath si chiude in un hotel per un anno e si fa portare cibo soltanto cibo, alcol e droghe e ne esce grazie alla sua fidanzata diventata poi sua moglie. Si potrebbe andare avanti secoli a raccontare tutte queste pazzie. Noi godiamoci questa ballata, diversa dal suo solito Heavy Metal, canzone piena di significato e molto commovente per lo stesso Ozzy. Preciso che ad un certo punto canta Been higher than the blue sky, il cui significato letterale sarebbe arrivato in alto tanto da raggiungere il cielo blu ma il cui reale senso è sono stato strafatto di roba che quasi avrei potuto raggiungere il cielo blu.
Il secondo brano è Wind of change dei tedeschi Scorpions, scritto nel 1991 benché molti pensano sia stata scritta prima della caduta del muro di Berlino. E’ un video toccante con molte scene di guerra e che parla di sogni infranti di bambini”.
E’ un appassionato di musica S. (classe terza), si esalta ogni volta che ne può parlare e starei ad ascoltarlo a lungo. Non lo sa che tra i miei cd c’è un live degli Scorpions, proprio del Crazy world tour del 1991. L’ho rimesso su dopo anni e penso che pezzi del testo della canzone che dà il titolo a quell’album commentino da soli questa gemma e quello che stiamo vivendo (il testo lo prendo da Canzonimetal): “Oh, è un mondo folle. Mi sveglio la mattina per la mia dose di notizie, avanzo lentamente verso il letto della ragazza, ne ho abbastanza della verità. Investite i vostri dollari e rubli, acquistate un pezzo di muro e fatelo diventare il vostro cortile. Son così stanco di tutto… Oh, è un mondo folle. … potremmo trovare il Titanic, mettere un uomo sulla luna ma non possiamo rimanere a fissare il cortile dall’esterno: uomo, è meglio iniziare subito. Oh, è un mondo folle … Torno a casa dalla mia bambina, è stato un altro giorno duro, rottura di palle per l’esattore delle tasse, quindi che altro dire, loro hanno speso i loro soldi per missili, per la terza guerra mondiale, ora noi siamo ammucchiati nel mio cortile non abbiamo più bisogno di loro. Oh, è un mondo folle!”
“La mia gemma sono due cose strettamente legate tra loro. La prima è un foglietto con due cuoricini che sono stati fatti dai miei nonni e che tengo sempre con me: credo che quando sarò maggiorenne farò un tatuaggio così. La seconda è un brano di musica classica di Chopin, il preferito dei miei nonni. La prima volta che l’ho sentito è piaciuto subito anche a me, pur essendoci tanti bei brani di classica. Ogni volta mi trasmette molta leggerezza e mio padre, che sa suonare bene, me lo suona sempre e mi piacerebbe diventare brava e impararlo.”
Il legame con le radici (i nonni), la relazione col presente (il papà che suona al piano lo studio Op. 10 No. 3 di Chopin), la proiezione sul futuro (il tatuaggio, la voglia di imparare il brano). C’è tutta una vita in questa gemma di G. (classe prima). E pensare che proprio Chopin ha detto “Bach è un astronomo che ha scoperto le stelle più belle. Beethoven si misura con l’universo. Io cerco solo di esprimere il cuore e l’anima dell’uomo.”
“Ho portato questi due quadernetti. Il primo è più importante: alle medie avevo una professoressa molto brava che ci faceva scrivere i nostri pensieri. Dopo che questa prof se n’è andata, alcuni compagni hanno smesso di scrivere, mentre io ho continuato a tenerli come dei diari di viaggio. Nel primo sono racchiusi pensieri e disegni da cui ho preso spunto per scrivere dei testi; in altri due ho messo degli spunti da cui poi ho tratto la storia scritta per il compleanno di mia madre e dei pensieri durante il lockdown, uno dei momenti per me più bui ma anche di grande crescita”.
L’ho utilizzata in classe e l’ho sicuramente già ripubblicata sul blog, ma non posso fare a meno di citare nuovamente una delle più belle sequenze de L’attimo fuggente per commentare la gemma di G. (classe prima).
Ne pubblico anche il testo della parte finale: “Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie, perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita! Citando Walt Whitman: “O me, o vita domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli, città gremite di stolti, che v’è di nuovo in tutto questo, o me, o vita? Risposta: che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità. Che il potente spettacolo continua e tu puoi contribuire con un verso.” …Quale sarà il tuo verso?”.
“Suono la chitarra da 4 anni, quasi 5 e questa rappresenta la cosa più importante che ho perché è una possibilità in più che ho di esprimermi e in molti casi anche una via di fuga. Quella in foto è una delle due chitarre che possiedo, quella acustica, ed è quella che preferisco perché mi permette di esprimermi al meglio e di farmi sentire meglio”.
Faccio visita ai Led Zeppelin per commentare la gemma di B. (classe prima). Il chitarrista Jimmy Page afferma: “Credo che ogni chitarrista abbia nel proprio modo di suonare qualcosa di intrinsecamente unico. Deve solo trovare cosa lo rende diverso dagli altri e svilupparlo.”
“Ho portato questa stella marina: un’estate fa sono andata al mare con un’amica e il tempo passato insieme è stato bellissimo. In quell’occasione abbiamo trovato questa stella e ogni volta che la vedo penso alla mia amica e alle belle vacanze che abbiamo passato insieme”.
Fortunatamente ho ritrovato in rete una storiella che avevo letto almeno 30 anni fa, utile a commentare la gemma di G. (classe prima). “Un uomo d’affari in vacanza stava camminando lungo una spiaggia quando vide un ragazzino. Lungo la riva c’erano molte stelle di mare che erano state portate lì dalle onde e sarebbero certamente morte prima del ritorno dell’alta marea. Il ragazzo camminava lentamente lungo la spiaggia e ogni tanto si abbassava per prendere e rigettare nell’oceano una stella marina. L’uomo d’affari, sperando d’impartire al ragazzo una lezione di buon senso, si avvicinò a lui e disse, “Ho osservato ciò che fai, figliolo. Tu hai un buon cuore, e so che hai buone intenzioni, ma ti rendi conto di quante spiagge ci sono qui intorno e di quante stelle di mare muoiono su ogni riva ogni giorno? Certamente, un ragazzo tanto laborioso e generoso come te potrebbe trovare qualcosa di meglio da fare con il suo tempo. Pensi veramente che ciò che stai facendo riuscirà a fare la differenza?” Il ragazzo alzò gli occhi verso quell’uomo, e poi li posò su una stella di mare che si trovava ai suoi piedi. Raccolse la stella marina, e mentre la rigettava gentilmente nell’oceano, disse: “Fa la differenza per questa.””
“Ho scelto di portare la foto di questo foglio (non ho rischiato di rovinare l’originale) con le firme dei giocatori dell’Inter del 2014. C’è la data della mia prima partita allo stadio con mio padre e un mio amico; sono sempre stato tifoso dell’Inter e da piccolo avevo il sogno di incontrare i giocatori dal vivo. Mio padre era amico di uno dei membri dello Staff e il giorno prima della partita abbiamo assistito ad un allenamento e poi ho parlato con alcuni giocatori e mi sono fatto fare le firme. E’ stato uno dei momenti più belli della mia vita ed è un ricordo indelebile”.
Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ha scritto: “Una volta alla settimana, il tifoso fugge da casa sua e va allo stadio. Sventolano le bandiere, suonano le trombe, i razzi, i tamburi, piovono le stelle filanti e i coriandoli: la città scompare, la routine si dimentica, esiste solo il tempio. In questo spazio sacro, l’unica religione che non ha atei esibisce le sue divinità…”. Commento così la gemma di D. (classe terza), ricordando anche che devo avere da qualche parte, probabilmente tra le pagine di un vecchio diario, due fogli ingialliti con le firme di Oliver Bierhoff e di Marcio Amoroso.
“Fin da piccola i miei genitori mi hanno fatto sentire la loro passione per il rock e qualche volta mi portavano ai concerti (ad esempio Vasco) o mi facevano vedere dvd di concerti. Quando gli AcDc sono venuti a Udine mi sono innamorata della chitarra di Angus Young e anche vedendo i filmati dei concerti ero sempre colpita dalle chitarre. Così, intorno ai 10-11 anni, mi hanno comprato una chitarra, una prima chitarra senza grosse prestazioni. A insegnarmi come tenerla in mano e le cose basiche come le note è stata la mamma; poi i miei si sono separati e ho dovuto imparare da sola piano piano. Poi un giorno la chitarra si è rotta e loro non hanno pensato di prendermene un’altra. Allora ho iniziato a mettere da parte i soldi e qualche mese fa ho preso questa e ho ripreso a suonare e a rivivere la mia passione più grande”.
Sembra il racconto di un mito della musica che parla della sua infanzia e di come sia iniziato tutto. Auguro a G. (classe prima) di continuare sia nella coltivazione di questa sua grande passione sia nella determinazione per raggiungere un suo obiettivo (in questo caso la una nuova chitarra). Nella voce rotta dall’emozione ho colto una grandissima forza.
“Considero gemma tante cose; volvevo portare dei rapporti che ho con alcune persone per me importanti oppure un luogo. Poi ho pensato a quello con cui sto giocando anche in questo momento: un elastico per i capelli. Non è un portafortuna, non è il primo che ho avuto e non sarà l’ultimo. Ricordo che alle elementari un’amica me ne aveva chiesto uno per legarsi i capelli e io glielo aveva dato senza problemi; solo che lei non me l’ha più tornato e ci sono rimasta male, perché è stato come se una parte di me se ne fosse andata via. Invece un’altra volta sono stata io a darlo ad una persona per me molto importante, ma è stata una mia decisione, una mia scelta di dare una parte di me”.
La gemma di L. (classe terza) mi ha fatto pensare alla differenza tra i piaceri fatti per dovere e fatti col cuore, tra beneficenza estorta e spontanea, tra dovere etico e naturalezza di un’etica interiorizzata, tra rapporti sinceri e costruiti… e mi son perso 😀
“Ho portato delle foto con mio fratello di quando eravamo piccoli ed eravamo molto legati. Col passare del tempo ci siamo allontanati e, anche se il rapporto è cambiato, lui per me è molto importante, soprattutto nei momenti di difficoltà in cui mi mostra la sua vicinanza”.
Le parole con cui S. (classe prima) ha concluso la sua gemma sono quelle che descrivono una relazione importante: esserci nei momenti di difficoltà è ciò che differenzia un rapporto superficiale da uno profondo.
“Ho portato una bandana con cui giro sempre; è un portafortuna e appartiene a una persona a me molto cara. E’ molto sporca perché non l’ho mai voluta lavare. La persona a cui appartiene ha passato dei momenti molto difficili nella sua vita: quando la indosso è come se percepissi che la persona sta bene. Quando c’è qualcosa che non va un po’ lo avverto, mi è già successo su una cosa molto brutta. Nei momenti in cui non ho la bandana sono molto in pensiero perché è come se mi mancasse il supporto della persona a me cara”.
Credo che esista quanto descritto da S. (classe prima), ossia che si possa creare una sintonia a distanza tra due persone, che si possano avvertire dentro di sé sensazioni positive o negative che vibrino all’unisono con quelle di un altro. L’ho vissuto e lascia senza parole (e senza fiato).
“Ho portato questa medaglia, la prima che ho vinto; dato che lunedì, dopo un bel po’, riprenderò il mio sport ho pensato di portarla”.
Stavo cercando ispirazione su come commentare la gemma di E. (classe prima) e, visto che da 45 minuti è passata la mezzanotte, ho girato la pagina del calendarietto da tavolo, quello con le frasi. Mi sono imbattuto in questa di Albert Payson Terhune: “Vinci senza vantarti. Perdi senza scuse”. Ho pensato allo sport che vedo in tv e a quanto capiti di rado.
“Ho portato questo sasso: mia cugina ci ha dipinto una coccinella e me l’ha regalato come portafortuna. E’ importante perché mi ricorda lei e ci vediamo una o due volte all’anno: mi fa pensare a tutti i momenti passati assieme come la scorsa estate”.
Ci sono oggetti, nelle nostre case e nei nostri cassetti, dei quali possiamo parlare e raccontare tanto, come quello che ha portato L. (classe prima). Mi chiedo, talvolta, cosa racconterebbero loro di noi.
Inizio pubblicando un post di Francesco Costa su Instagram, giornalista che seguo.
Quindi Instagram non può certamente essere l’unica fonte. Ad ogni modo lì seguo IlPost (cui sono anche abbonato, il che mi dà modo di ascoltare ogni giorno il podcast Morning di Francesco Costa, riservato appunto agli abbonati; loro è anche il podcast Politics, generalmente di politica italiana ma la cui ultima puntata è sulla crisi russo-ucraina), Will (seguo anche i loro podcast Globally e Actually, il primo sulla geopolitica e il secondo sui grandi cambiamenti e le innovazioni; loro è anche Tiranny, podcast satirico e pungente sui moderni tiranni), Parliamodimafia (che ovviamente parla di mafia ma che in questi giorni sta dando molte informazioni sull’Ucraina), Cecilia Sala (giornalista de Il Foglio, tra l’altro arrivata venerdì 25 in Ucraina) che cura anche il podcast Stories (appuntamento giornaliero sugli esteri), il che mi introduce alla galassia di Choramedia (hanno tante produzioni di podcast su tantissimi temi, dalla politica italiana all’Europa, dal Libano alle voci della Costa Concordia, dall’anoressia alla speranza), Daniele Raineri (giornalista de Il Foglio).
Uscendo da Instagram e dai Podcast e tralasciando sia i siti dei quotidiani e degli altri giornali online (troppi con il paywall che ti blocca dopo 3-5 articoli) sia twitter (sarebbero troppi da citare, ho una lista con 50 giornalisti circa di qualsiasi collocazione politica), visito:
ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)
Lavialibera (rivista e sito dell’associazione Libera su temi delle mafie ma non solo: anche qui diversi articoli riservati agli abbonati come me eheheh)
Confronti (rivista che tratta temi di religioni, politica e società: anche qui diversi articoli riservati agli abbonati come me eheheh)
Nigrizia (rivista di notizie e approfondimenti che arrivano dall’Africa tramite i missionari comboniani: vale la pena se ci si abbona come me eheheh)
Rocca (rivista della Pro Civitate Christiana impegnata per la pace, i diritti umani, la democrazia, la nonviolenza, la giustizia. Anche qui però vale la pena se ci si abbona come me eheheh)
Sono anche abbonato a La civiltà cattolica ma sono pochi gli articoli gratuiti on line.Infine Valigiablu (punta a spiegare e contestualizzare i temi critici al centro del dibattito pubblico); da loro prendo questa immagine con cui chiudo, dei consigli per seguire le notizie in modo responsabile. Avrò sicuramente dimenticato qualcosa, pazienza…
“Ho deciso di portare il ricordo dei miei nonni: loro sono morti un paio di anni fa a distanza di un anno l’uno dall’altra. Ho sempre cercato di negare la loro morte, anzi più che negare cercavo di non pensarci in modo da non rendere vera la loro assenza. Però a fine gennaio c’è stato il compleanno di mia nonna e due settimane fa quello del nonno e ho pensato a loro. Ho capito che quando penso a loro non voglio pensare al fatto che non ci sono più: la gemma vuol significare che il loro ricordo è una cosa preziosa che voglio conservare, e che è rimasto sempre presente con me. Penso a loro non come a due persone che non ci sono più nella mia vita ma che ci resteranno sempre; pensare a loro voglio che mi porti felicità e non tristezza. E’ una cosa che ho realizzato da poco il fatto che il loro ricordo sia una cosa preziosa che ho sempre avuto dentro di me”.
La gemma di M. (classe quarta) mi ha fatto pensare ad un testo di Khalil Gibran dal libro Il profeta: “Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore. Ed egli rispose: La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera. E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle vostre lacrime. E come potrebbe essere diversamente? Quanto più penetra e scava il dolore dentro di voi, tanta più gioia potrete contenere. La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa coppa che fu bruciata nel forno del vasaio? E non è il liuto che accarezza il vostro animo il legno stesso scavato dai vostri coltelli? Quando siete gioiosi, guardate a fondo nel vostro cuore e vedrete che solo quello che vi ha dato dolore vi dà ora gioia. Quando siete dolenti, guardate ancora nel vostro cuore, e vedrete che state in realtà piangendo per quello che vi ha dato diletto. Alcuni di voi dicono: “La gioia è più grande del dolore”, e altri dicono: “No, il dolore è più grande”. Ma io vi dico che essi sono inseparabili. Essi giungono insieme, e quando l’uno siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro dorme sul vostro letto. In verità siete come bilance oscillanti tra il dolore e la gioia. Soltanto quando siete svuotati, siete fermi e bilanciati. Quando il tesoriere vi solleva per pesare l’oro e l’argento, necessariamente gioia o dolore dovranno alzarsi o ricadere”.
“Come gemma ho voluto portare un libro che avevo in Chiesa, non tanto antico, degli anni ‘50. E’ scritto tutto in latino e ci sono le preghiere per le varie feste e celebrazioni. Nella foto c’è un canto che un tempo era molto sentito e che ora si sente poco: il Missus. Mi piacerebbe riportarlo nella nostra Parrocchia, così come le Rogazioni, i Vespri perché sono molto legato alle tradizioni. Quando vedo questo libro mi brillano gli occhi. Molti chiedono perché non studi per diventare prete: ammetto di averci pensato più di qualche volta, ma mi dicono che sarei troppo serio e il mio sogno è di diventare sacrestano. Diciamo che sono lì, a metà strada”.
Non è frequente sentire parole come quelle di D. (classe prima). Sono apparentemente pochi i giovani interessati a scoprire o approfondire radici e tradizioni dei luoghi in cui vivono; più facile che si appassionino a quelli di un’altra realtà, anche molto distante. Va trovato il canale corretto, la leva giusta per suscitare quell’interesse che non può essere anteposto al senso di comunità. Don Andrea Gallo scriveva: “La Chiesa si ostina ad anteporre la legge all’amore, e a mettere al primo posto il corpus della tradizione anziché la comunione.”
“Ho portato il mazzo dei miei tarocchi e riguarda una questione di superstizione. In casa ho un altare in cui tengo tarocchi, cristalli, incensi, dell’alloro e un ramo di rosmarino. Una mia amica, che mi piace definire la mia anima gemella platonica, me li ha regalati e mi ha iniziato a questo mondo. Prima di alcune sfide che devo affrontare o quando mi sento giù mi consiglia di fare un sigillo (un simbolo frutto di una trasformazione di lettere e numeri che poi viene bruciato o attivato). Per me è un placebo, lo uso per l’ansia, quando sono nervosa per le interrogazioni o cerco un consiglio nelle lettura dei tarocchi. Il motivo per cui li ho portati è che mi ricordano questa persona che me li ha regalati, che per me è tanto speciale e mi aiuta sempre anche quando magari io non ci sono”.
Mentre A. (classe quarta) parlava mi rimbombava nelle orecchie una famosa frasi di Eduardo De Filippo: “Essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male.” Che poi è molto simile a un aneddoto su Niels Bohr, fisico danese Premio Nobel nel 1922, che possedeva una casa di campagna dove si recava per riposarsi. Su una porta di questa casa aveva appeso un ferro di cavallo. Un giorno un amico gli chiese se per caso credesse davvero alla storia dei ferri di cavallo che portano fortuna. “Naturalmente no, – rispose Bohr, – ma mi hanno detto che portano fortuna anche a chi non ci crede!”.
“Ho portato una lettera che ho scritto a Lorenzo Parelli, morto il 21 gennaio a causa di un incidente sul lavoro mentre faceva stage. Con lui ho fatto le elementari e le medie. Il giorno del funerale, a sera, quando sono tornata a casa ho scritto questa lettera. Ciao Lore, ci manchi già sai? Oggi, 02/02/2022 ti abbiamo detto “arrivederci”. Appena sono arrivata e ho visto tutta quella folla di amici, parenti, conoscenti, il mio istinto è stato quello di cercarti; non so perché, ma ti ho cercato tra le persone e quando non ti ho trovato ho sentito un senso di vuoto che non so nemmeno spiegarti. È difficile da capire, ma fino ad oggi non avevo ancora realizzato che te ne saresti andato per sempre. Ad accompagnarti in chiesa c’era il rombo delle moto dei tuoi amici e sono sicura che a guidarli c’eri tu, tanta la passione che avevi; una cosa te la devo dire: hai degli amici con la A maiuscola e mi rende felice sapere che eri circondato da persone buone e genuine come te. Hai lasciato vuoto un po’ il cuore di tutti, tante persone che nemmeno conoscevi erano lì a salutarti per l’ultima volta, molti ragazzi hanno preso la tua storia come esempio protestando per la tua morte, per evitare che lassù vengano a farti compagnia altri giovani. Anche se io e te ci eravamo un po’ persi negli ultimi anni, ogni volta che ci incontravamo non mancavano mai le chiacchierate e le risate, sentirti tornare a casa con la moto ed esclamare “aje pariell!!” sorridendo. Ecco sono queste le cose che mi mancheranno, le particolarità che ti caratterizzavano, le tue abitudini che erano un po’ le abitudini di tutti, le domeniche a sgasare con la moto insieme ai tuoi amici in quel di gonny. Hai unito tutti quanti oggi pomeriggio, stringendoci in un abbraccio ed un pianto di dolore puro, ma non serviva che ci facessi questo scherzo perché succedesse eh!! Ho abbracciato la tua mamma quando ti abbiamo salutato in cimitero, mi ha riconosciuta e mi ha stretta a sé; l’ho stretta con tutta la forza che avevo, ma la debolezza dettata dal dolore ha prevalso. I suoi occhi erano spenti, bui, persi perché quella luce te la sei portata lassù proprio tu. Nonostante volessimo consolarla, era lei a fare forza a noi, assicurandoci che tu ci avresti osservato da lassù e dicendoci che eri felice, di questo ne era sicura e proprio mentre lo diceva le si sono illuminati gli occhi per un istante, istante che non dimenticherò mai. Tanti giornalisti hanno scritto molto su di te in questa settimana, ma nessuno di loro ti conosceva davvero; il tuo obiettivo era essere felice, finire scuola, cominciare a lavorare, divertirti e realizzare i tuoi sogni più grandi e questo non te lo potrà ridare indietro nessuno. Come ha detto la tua famiglia durante l’omelia: “Lore, tu che ci guidavi verso sentieri sperduti, guidaci ora nel buio che ci hai lasciato affinché non ci perdiamo nel dolore della tua perdita”, anch’io ti chiedo di proteggerci da lassù e stampare un sorriso su di noi ogni volta che ti ricorderemo, proprio come stai facendo adesso mentre ti scrivo questa lettera. Ti voglio bene, G. La foto riporta due emoji perché la famiglia ha consegnato a noi ragazzi un foglietto dove c’era scritto che Lorenzo si manifesterà secondo loro attraverso un fiore o una foglia.”
Queste le parole di G. (classe quinta). Penso che non ci sia un dolore più grande di quello di sopravvivere ad un figlio, in particolare quando ciò avviene in giovane età. Credo che sia fuori dalla comprensione umana, fuori dalle logiche, dai pensieri, dalle aspettative. E’ una vita che si spezza e che spezza con sé altre vite, perché nulla può essere più come prima. E’ un punto di rottura e penso che ci voglia molto tempo prima di raggiungere, se mai sia possibile farlo, un nuovo punto di equilibrio. Nuovo, perché quello di prima non si può ricreare.
“E’ una foto scattata ieri mentre andavo a fare una passeggiata. Non sapevo cosa portare e tornata a casa ho scritto alcuni pensieri fatti durante la passeggiata: ho pensato di condividerli oggi. Giornata splendida dopo una settimana volata tra pioggia, allenamenti e verifiche, perché non andare a fare una passeggiata nel bosco per schiarirmi le idee? Non è un periodo facile, non riesco a trovare la motivazione giusta per fare nulla, non trovo uno scopo, il mio scopo, ma magari sono stati solamente giorni faticosi, sono solo stanca. Esco, cuffiette nelle orecchie, alzo il volume fino a che il rumore dei miei passi non scompare, chiudo la porta di casa e parto. È stata una camminata di circa 50 minuti in cui ho ascoltato musica ininterrottamente, ma non saprei nominare nemmeno un titolo tra le canzoni ascoltate perché i pensieri erano più assordanti. Mi sono ritrovata sola, sperduta per il bosco del mio piccolo paesino a fare i conti con me stessa ed è stata la cosa più difficile del mondo. Inconsciamente la mia mente ha iniziato a vagare, a scavare sempre più a fondo nei ricordi, ripensando a quanto successo negli ultimi sei mesi, poi in terza, seconda, prima superiore, fino ad arrivare alla terza media. Qui le riflessioni si sono protratte per più tempo, accompagnate da lacrime e singhiozzi che non riuscivo a sentire a causa del volume troppo alto, come se non riuscisssi ad accettare il mio dolore, come se non avessi il diritto di piangere. Ad un tratto parte una pubblicità di Spotify che mi strappa un sorriso, ritorno con la testa alla mia passeggiata e mi sento stupida a camminare per i campi sola e piangendo. Riparte la musica. Ormai penso di essermi sfogata e di poter godermi finalmente la passeggiata, ma ad un tratto, senza volerlo eccoli lì di nuovo, questa volta però sono i ricordi dell’estate tra la prima e la seconda elementare…quella maledetta estate. Piango. Cerco di distrarmi, ma l’unica cosa a cui riesco ad aggrapparmi sono i miei amici, più o meno recenti, e tutto d’un tratto mi sento incredibilmente sola, sento un vuoto dentro che ho paura di non riuscire a colmare, ho paura di non farcela, di deludere tutti. Non riesco più ad ascoltarmi e comincio a correre. Mi sfogo. Ricomincio a camminare. Arrivata a casa mi accorgo di aver passato l’ultimo tratto di strada senza aver ascoltato né le parole della canzone, né i miei pensieri, come se per un momento tutto il mondo si fosse messo in pausa. Quanto fa paura restare soli con se stessi”.
E’ difficile commentare la gemma di R. (classe quarta) tanto è ricca di suggestioni, emozioni, riflessioni. Ha premesso di non sapere cosa portare: ci ha portato in classe se stessa, la sua interiorità senza sovrastrutture o artificiali costrutti, un suo momento di fragilità e al contempo di forza. Non poteva farci regalo più grande. E mi ha anche ricordato di ricominciare a fare una cosa che da un po’ non faccio: deserto. Per me ‘fare deserto’ ha sempre significato prendere del tempo per me, isolarmi, appartarmi, mettere a tacere le voci delle cose da fare, degli impegni, delle incombenze e, in questo silenzio, ascoltarmi. Un proverbio tuareg dice Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima. Può far paura restare soli con se stessi, ma penso sia la via da percorrere e che a forza di essere percorsa porti alla nostra anima. E’ tornando da lì che poi il deserto si fa sentiero, si fa viottolo erboso e si fa giardino; è tornando da quel deserto che il “vuoto dentro” si fa pienezza e la “paura di non farcela” si fa sfida e voglia di farcela.
“Ho portato un peluche che mi è stato regalato per il mio compleanno: la gemma non consiste nel personaggio del peluche ma in chi me lo ha regalato. A maggio 2021 ho fatto amicizia con un ragazzo di Mantova; ci siamo visti soltanto una volta perché io ho avuto l’occasione di andare nella sua città. A settembre lui mi ha fatto un regalo inaspettato per il compleanno: si tratta del peluche stilizzato di Nanami, il personaggio di una serie anime che seguo. Quello che mi ha colpito nel cuore è che noi parliamo di qualsiasi cosa, però lui si è ricordato che quello era il mio personaggio preferito di una delle mille serie che ho visto. E’ stato bello che lui si sia ricordato di quel particolare di me, mi ha fatto emozionare”.
“Ho prestato ascolto alle tue parole”: penso sia stato questo il regalo bello ricevuto da A. (classe quinta). Non solo: quelle parole, il suo amico, le ha ascoltate, le ha interiorizzate e le ha fatte diventare gesto d’affetto, di premura, di attenzione. Ha alimentato la loro amicizia, l’ha fatta crescere. Bello!