Pubblicato in: Gemme, Società

Gemma n° 1927


“Ho portato il mazzo dei miei tarocchi e riguarda una questione di superstizione. In casa ho un altare in cui tengo tarocchi, cristalli, incensi, dell’alloro e un ramo di rosmarino. Una mia amica, che mi piace definire la mia anima gemella platonica, me li ha regalati e mi ha iniziato a questo mondo. Prima di alcune sfide che devo affrontare o quando mi sento giù mi consiglia di fare un sigillo (un simbolo frutto di una trasformazione di lettere e numeri che poi viene bruciato o attivato). Per me è un placebo, lo uso per l’ansia, quando sono nervosa per le interrogazioni o cerco un consiglio nelle lettura dei tarocchi. Il motivo per cui li ho portati è che mi ricordano questa persona che me li ha regalati, che per me è tanto speciale e mi aiuta sempre anche quando magari io non ci sono”.

Mentre A. (classe quarta) parlava mi rimbombava nelle orecchie una famosa frasi di Eduardo De Filippo: “Essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male.” Che poi è molto simile a un aneddoto su Niels Bohr, fisico danese Premio Nobel nel 1922, che possedeva una casa di campagna dove si recava per riposarsi. Su una porta di questa casa aveva appeso un ferro di cavallo. Un giorno un amico gli chiese se per caso credesse davvero alla storia dei ferri di cavallo che portano fortuna. “Naturalmente no, – rispose Bohr, – ma mi hanno detto che portano fortuna anche a chi non ci crede!”.

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